mercoledì 23 novembre 2016

Luigi Natoli: Il tesoro dei Ventimiglia - Quadro storico - Cosa avvenne prima del luglio 1348, quando ha inizio il romanzo.


Palermo, 1342
 
Il 15 agosto 1341, dopo aver fatto testamento, e nominato il duca Giovanni Vicario Generale fino alla maggiorità del figlio Ludovico, il re Pietro d'Aragona morì e il cadavere, trasportato a Palermo, fu tumulato nello stesso sarcofago dell’imperatore Federico.
Il duca Giovanni era d’altra tempra di Pietro, e avrebbe forse potuto alleviare i mali del regno, se non si fosse circondato di Catalani, e non fosse immaturamente morto. Il baronaggio indigeno, attirò dalla sua la regina vedova Elisabetta, e la persuase a far coronare il piccolo Ludovico nel settembre dello stesso anno 1342. Ma poco dopo il duca Giovanni si ammalò a Siracusa, e un certo Magno, occulto partigiano dei Palizzi, spacciò a Messina che quello era morto; onde parve ai Messinesi di potersi levare contro i Catalani, e dopo averne uccisi alquanti, deposto lo Stratigò, elessero nuovo governo. Allora si rivolsero per aiuti agli Angioini padroni di Milazzo: ma il duca guaritosi, adunò gente, e per terra e per mare, assalì Messina; il popolo abbandonò i ribelli, i quali si chiusero nel castello del Salvatore, che dopo fiera difesa dovette rendersi. Seguirono stragi e supplizi crudeli...
In questo tempo moriva a Napoli il vecchio re Roberto e senza eredi maschi, per la morte dei suoi figli; unica erede rimaneva la nipote Giovanna, giovinetta, moglie di Andrea d’Ungheria, suo cugino: essa volle continuare la politica degli avi verso la Sicilia, e incaricò il conte di Squillaci di una nuova spedizione. Questi mirò a Messina, sperando accordi coi cittadini; ma essi, incorati da lettere dei Palermitani, si difesero dagli assalti, e diedero tempo al Duca di levare un esercito, la paura del quale persuase il conte di Squillaci a tornarsene a Napoli, senza frutto. Questo insuccesso, e i casi di Napoli, dove ucciso Andrea, incolparono per segrete pratiche la regina, per cui il re Luigi d’Ungheria per vendicare il fratello ucciso invase il regno di Napoli, diede animo al duca Giovanni, che approfittando dell’occasione, riprese Milazzo (1346), e nell’anno seguente mandò una flottiglia dinanzi al golfo di Napoli, suscitandovi la paura. Allora la Regina domandò tregua e interpose l’autorità dei nunzi pontifici, coi quali Giovanni, premuroso di salvare la dinastia, stipulava patti non belli, che sancivano un doppio vassallaggio del regno alla Chiesa e a Napoli. In vero credevasi che il duca Giovanni avrebbe saputo approfittare della fuga di Giovanna e del nuovo marito principe di Taranto, ma non ne ebbe il genio, e la Sicilia rimase impotente spettatrice, precipitando sempre più in basso. Per colmo, nel cadere del 1347, questa fu invasa dalla tremenda pestilenza che propagatasi desolò l’Europa e specialmente l’Italia nell’anno seguente. L’isola ne fu decimata, e fra le vittime contò anche il duca...

Luigi Natoli: Il tesoro dei Ventimiglia - Latini e Catalani vol. 2
Pagine: 526 - Prezzo di copertina € 22,00 - Sconto 15%
Quadro storico tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo di Luigi Natoli e pubblicata al termine del romanzo nella edizione I Buoni Cugini Editori.
www.ibuonicuginieditori.it

sabato 19 novembre 2016

Luigi Natoli: Latini e Catalani vol. 1 - Mastro Bertuchello.


Pagine 575
Prezzo di copertina € 22,00 - Sconto 15% - Spedizione gratuita.
www.ibuonicuginieditori.it

Mastro Bertuchello. Quadro storico: i fratelli Palizzi e il marchese di Randazzo, fratello di re Pietro d'Aragona. Quad


Palermo, 1338
 
Pochi mesi dopo, il re Roberto d'Angiò, mandata un’armata a rinnovare l’impresa di Sicilia prese alcune terre, e assediò Termini, che si difese, sperando d’essere soccorsa da re Pietro.
Ma la ribellione di Ruggero Passaneto conte di Garsiliato, alle cui ricchezze i Palizzi avevan volto i cupidi occhi, parve cosa più grave. Vi fu mandato Blasco Alagona junior, che accomodò la cosa, il che spiacque ai Palizzi; sicchè l’Alagona andato a Castrogiovanni lieto dell’esito, non fu ricevuto dal Re.
Intanto Termini era abbandonata dai cittadini, e sarebbe caduta se finalmente l’esercito siciliano non fosse giunto in tempo. Gli Angioini dovettero ritirarsi: indi furono sconfitti a Gratteri, ma istigati dal Papa, apprestarono una nuova armata, con numerose milizie e aggredirono Lipari nel novembre del 1339. Re Pietro, cercato invano di ottenere pace dal Papa, dovette in fretta armare quindici galere, sotto gli ordini di Giovanni Chiaramonte, e le inviò a osservare le mosse del nemico; ma il giovanile bollore di Orlando d’Aragona, bastardo di Federigo, non ostante i prudenti consigli del Chiaramonte, volle attaccare il nemico, e caduto nell’insidia tesagli dal conte di Squillaci, fu sconfitto. Sotto otto galere si salvarono e Rolando rimase, con molti cavalieri, prigionieri; né il Re volle riscattarlo.
Il re Pietro invece di provvedere alla difesa del regno, si lasciava guidare dai Palizzi, che gli venivano istillando sospetti contro il fratello Giovanni, marchese di Randazzo e, per la morte di Guglielmo, duca d’Atene, rappresentandolo come ambizioso della corona e insidiatore della vita del Re. E il Re che era a Palermo proibì al duca di metter piede nella Reggia, ma questi, deliberato di rassicurare il Re e scoprire i calunniatori, mosse alla volta di Palermo, dicendo ai messi regi, che lo incontrarono a Piazza, che non doveva tremare lui, ma i traditori.
Il Re, sdegnando i suggerimenti dei Palizzi andò a incontrare il fratello, il quale, visto Pietro sul ponte dell’Ammiraglio, lasciati indietro i suoi, corse tutto solo a gettarglisi nelle braccia fra il giubilo di tutti. I due fratelli entrarono insieme nella città festante, che alle voci di gioia e di plauso, unì ben presto quelle di morte ai Palizzi!  Matteo e Damiano corsero a serrarsi nel loro palazzo detto degli Scavi o Schiavi e la folla andò ad assalirli; ma sopraggiunto il Re, sollecitato dalla regina Elisabetta, placò la folla...
 
 
 
Luigi Natoli: Mastro Bertuchello. Latini e Catalani vol. 1
Pagine 575 - Prezzo di copertina € 22,00 - Sconto 15%

giovedì 17 novembre 2016

Luigi Natoli: Mastro Bertuchello. Quadro storico: il conte di Geraci e il potere dei Palizzi


Pietro II (figlio di Federigo d'Aragona) non ereditò nessuna delle virtù paterne; non fu guerriero, né legislatore, né reggitore. Vivendo il padre si lasciò dominare da Eleonora sua amadre e da Elisabetta di Carinzia sua moglie, salendo sul trono, da questo dominio passò sotto quello di Matteo Palizzi, figlio di quel Nicolò illustre per la difesa di Messina. Protetto dalle due regine, costui era divenuto familiare nella corte, si era insinuato nell’animo di Pietro, e vi aveva acquistato potere. Il Re, inaugurando il suo regno, lo fece conte di Novara e maestro razionale, fece Gran Cancelliere Damiano, fratello di lui, uomo di Chiesa, più dotto, più abile di Matteo, però meno ambizioso, volitivo, avido, violento e senza scrupoli. Essi ripresero i disegni di Maione (26), e divenuti i consiglieri del Re, ne fecero il loro strumento, ma gettarono il regno nella miseria e nella guerra civile e fecero perfino richiamare dall’esilio Giovanni Chiaramonte. Allora Francesco Ventimiglia lasciò la corte, dove copriva l’ufficio di Gran Camerario, e si ritirò nei suoi vasti feudi. La qual cosa i Palizzi spiegarono al Re come segno di ostilità, e lo spinsero ad invitarlo a Catania pel Parlamento. Il Ventimiglia, per tre volte non si arrese all’invito, e mandò invece a Catania il suo primogenito Franceschello, ma il re lo fece imprigionare. Il conte Francesco allora si ribellò; diciotto terre sue vassalle lo seguirono, e con esse i feudi di Federico d’Antiochia. Il Re convocò la Magna Curia, di cui faceva parte Matteo, la quale il 30 dicembre del 1337 condannò il conte di Geraci per tradimento. Mosse allora il Re, coi Palizzi, e con forte schiere contro il conte, il quale, abbandonato da molte delle sue terre, si fortificò nella rocca di Geraci. Era per convincersi ad aprire le porte al Re, purché i Palizzi non fossero entrati, quando il vescovo di Cefalù, fra Roberto Campolo, con fiere rampogne lo distolse: allora il conte, lacerata la lettera che aveva scritta, rimandò l’araldo regio. Il Re ordinò l’assalto e al conte, rimasto solo, non restò altro scampo che la fuga: ma inseguito dai cavalieri del re, spronando fieramente il cavallo, questo come impazzito precipitò da una rupe, sfracellando il conte. Tutta la famiglia del conte fu arrestata e mandata in vari castelli: scampò solo Arduino. Federico d’Antiochia si sottomise e se n’andò in esilio.
Di questa impresa Pietro celebrò esagerato trionfo in Catania, pretaratogli dai Palizzi, che ebbero gran parte dei beni confiscati ai Ventimiglia.
 
Luigi Natoli - Latini e Catalani vol 1 - Mastro Bertuchello. 
Pagine 575 - Prezzo di copertina € 22,00 - Sconto 15%

mercoledì 16 novembre 2016

Diciannove i volumi della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli: quale sarà il ventesimo?


 

Luigi Natoli: Mastro Bertuchello. Antefatto storico: re Federigo e Francesco Ventimiglia, conte di Geraci.

Palermo, 1322
 
Un avvenimento che fu poi cagione di tristi conseguenze pel Regno, contristò Federigo in questo tempo. Aveva Francesco Ventimiglia, ricchissimo conte di Geraci, presa in moglie Costanza Chiaramonte; ma poco dopo innamoratosi di un’altra donna, la ripudiava col pretesto di sterilità. Ella si rinchiuse in un monastero. Il fratello Giovanni n’arse di sdegno e cercò vendicarsi. Scontratisi in Palermo con i loro scherani, vennero alle mani; il Ventimiglia ferito ricoverò nella reggia. Federigo, che l’aveva caro, esiliò il Chiaramonte, il quale si ribellò e non ebbe vergogna di portare le armi di Roberto contro la patria: poi, pentito andò in Germania, e capitanò le schiere di Ludovico il Bavaro, che lo fece marchese di Ancona.
Roberto riprese la guerra: e fu sul punto d’impadronirsi del Castello a mare di Palermo, per tradimento, se i cittadini non avessero sventata la trama, e bloccavano il castello; per cui le galere angioine dovettero lasciar l’impresa, e dare il guasto altrove. Federigo sperava d’avere amico il nuovo papa Benedetto XII come si era mostrato da cardinale, ma ne fu deluso; per cui si preparò a difendere nuovamente il Regno. Ma la perdita delle Gerbe, rivoltatesi pel mal governo del capitano che v’era preposto, lo addolorò; ed egli ormai stanco e travagliato dalla gotta, desiderava riposo.
Nell’estate del 1337, recandosi a Castrogiovanni (Enna) per passarvi l’estate, a Resuttana fu assalito dal male: e temendo la morte volle far testamento. Lasciò Pietro erede del regno e degli altri diritti; fece Giovanni, altro suo figlio, marchese di Randazzo, Guglielmo, terzo suo figlio, duca d’Atene e Neopatria, Federico d’Antiochia, conte di Capizzi; il primogenito del conte Francesco Ventimiglia, anch’esso di nome Francesco, conte di Golisano; ed altre disposizioni diede. Trasportato a Castrogiovanni, e peggiorando, disse voler morire in Catania; e vi fu portato a spalla dai cittadini, che accorrevano al suo passaggio. Morì nell’Ospizio dei cavalieri di Gerusalemme il 25 giugno 1337.
Ebbe solenni funerali, fu deposto temporaneamente nel duomo di Catania, ma poi fu trasportato a Palermo.
Federigo fu di animo grande; buon capitano, accorto ma non profondo politico, seppe far fronte alle grandi difficoltà, tenendo testa per quarant’anni al Papato, alla casa d’Angiò, alla Francia, ai Guelfi d’Italia, alla casa Aragona, alle armi, alle scomuniche, ai tradimenti; mantenendo l’indipendenza del Regno da abile nocchiero. I Siciliani videro in lui il principe che difendeva l’indipendenza, e per quarant’anni gli diedero sangue e averi; e con essi la forza e la costanza. Fu amico degli studi, e studioso egli stesso; fece venire in Sicilia Arnaldo di Villanova, celebre alchimista e filosofo, e con lui aveva in animo una riforma religiosa, alla quale s’era ispirato nel proporre un ordinamento generale della scuola, il primo che si vedesse. Fu legislatore sapiente, il quarto dopo Ruggero II, Guglielmo II e l’imperatore Federico. Ma sventuratamente lasciava tre mali; un successore inetto, un baronaggio strapotente, la guerra ancora accesa.
La stella della dinastia aragonese tramontò con lui, per non risorgere più. 
 
 
 
Luigi Natoli: Latini e Catalani vol. 1 - Mastro Bertuchello.
Antefatto storico tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo di Luigi Natoli. Ed. Ciuni anno 1935, pubblicato in anteprima al romanzo per far meglio comprendere al lettore il quadro storico dell'epoca.
Prezzo di copertina € 22,00 - Pagine 575
Sconto 15%
 
 
 

Luigi Natoli: Mastro Bertuchello. Antefatto storico: La guerra tra re Federigo e Roberto d'Angiò.


Palermo, 1325
 
A prevenire l’offensiva che Federigo meditava, il papa Giovanni XXII si intromise per una pace più durevole, e invitò gli ambasciatori di Sicilia, d’Aragona e di Napoli ad Avignone, allora sede pontificia. Vi andarono quelli di Sicilia, ma non quelli di Napoli, e così tutto sfumò. Avendo intanto Federigo aiutato i fuoriusciti Ghibellini di Genova sotto i Guelfi, che protetti da Roberto, s’erano impadroniti della repubblica, e fatto coronare re il principe Pietro, il che era contro la pace di Caltabellotta, il Papa, che stava per l’Angioino, ne prese pretesto per scomunicare Federigo, colpire la Sicilia d’interdetto, e riprendere la quistione del titolo di “re di Sicilia” che Federigo aveva riassunto. Riarse la guerra, e Roberto allestita una flotta di centotredici galere, di cui trenta genovesi, col figlio duca di Calabria e il fior dei baroni, lo mandò in Sicilia. Il 26 maggio 1325 il nemico sbarcò nelle campagne di Palermo: s’accampò sotto le mura, distrusse il parco della Cuba, depredando e bruciando, e poi diede l’assalto. La città era difesa da Giovanni Chiaramonte, detto poi il Vecchio, che aveva con sé, tra i baroni, Matteo Sclafano, Nicolò ed Enrico Abate, Giovanni Calvello, Simone Esculo e tutti i cittadini animosi. Per tre giorni con ogni macchina e strumento di guerra Genovesi e Napoletani si travagliarono in assalti, in punti diversi; e per tre giorni furono con gravi perdite ributtati. E si vide in quei frangenti il vecchio Chiaramonte, gottoso, farsi trasportare su una sedia qua e là sulle mura, dove maggiore era il pericolo, a incoraggiare e dirigere la difesa. Allora rinunziando agli assalti, il nemico cinse la città d’assedio, sperando prenderla per fame: ma la notizia che sopravveniva a gran giornate Giovanni Chiaramonte il giovane con altri baroni e buon nerbo di cavalli e di fanti, persuase il duca di Calabria e gli altri capitani a togliere l’assedio, e a contentarsi di dare il guasto alle campagne. E queste furono le imprese, né da re né da capitano, ordinate dal re Roberto, per lungo corso di anni.
Quando alla calata di Ludovico il Bavaro, si rianimarono i Ghibellini, Federigo si alleò col Tedesco, che coronato imperatore a Roma il 22 gennaio 1327, perduto inutilmente un anno, nell’aprile del 1328 fece deporre il papa Giovanni, ed eleggere un antipapa, Nicolò V. Ma Federigo, non volendo accrescere le ire del Pontefice, non riconobbe Nicolò; non negò però i suoi soccorsi all’Imperatore, e mandò con una flotta Pietro; il quale dopo avere danneggiato il castello di Astura e compiute altre operazioni, abboccatosi con l’imperatore di Pisa, ritornò in Sicilia, e l’Imperatore in Germania, dileggiato del rumore fatto per una impresa andata in fumo.

Luigi Natoli: Latini e Catalani vol. 1 - Mastro Bertuchello.
Antefatto storico tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo di Luigi Natoli. Ed. Ciuni anno 1935, pubblicato in anteprima al romanzo per far meglio comprendere al lettore il quadro storico dell'epoca.

Prezzo di copertina € 22,00 - Pagine 575

Sconto 15%

Luigi Natoli: Mastro Bertuchello. Antefatto storico: come Federigo diviene re di Trinacria.

Sicilia, 1302

Dopo tanti insuccessi tra Carlo di Valois e Roberto d’Angiò, si convenne di trattare la pace. Per le trattative corsero alquanti giorni: infine furon conchiuse e giurate a Caltabellotta il 31 agosto 1302.
Con esse si lasciava la Sicilia a Federigo, finchè fosse vissuto, col titolo di re di Trinacria, patto disonorevole: gli si dava in moglie Eleonora figlia del re Carlo d’Angiò; i figli sarebbero stati re di Sardegna e di Cipro: Federigo doveva rendere le terre occupate sulla penisola e Carlo quelle occupate in Sicilia.
La Sicilia, che dopo venti anni di guerra era esausta, ne giubilò: Bonifazio dovette frenarsi. Promulgata la pace si fecero feste, ed è fama che a un convito, sedendo Nicolò Palizzi fra Roberto e il Valois, e questi avendogli domandato che cosa avrebbe fatto, se l’assedio avesse reso impossibile la difesa di Messina, ebbe risposta: “Messere, consumato l’ultimo boccone di carne di cavallo e di cane, avremmo ucciso le donne, i vecchi, i bambini, e avremmo dato fuoco alla città per morire tra le sue rovine come quelli di Sagunto”. E Carlo a Roberto: “Vedi chi volevamo vincere! Bene è stata la pace!”.
Federigo attese a ristorare il regno in quegli anni di pace, durante i quali, morto Bonifazio VIII, egli migliorò i rapporti con Benedetto XI, e più ancora con Clemente V. Intanto gli nasceva il figlio Pietro, e morivano Carlo II e Ruggero di Loria. Ma la pace fu turbata. 
Calato infatti Arrigo VII di Lussemburgo a coronarsi imperatore, i Ghibellini sperarono di risolvere le loro sorti. Arrigo si rivolse per aiuti a Federigo, che non aspettava di meglio per diventar capo del partito ghibellino; e intanto, per punire Roberto, che per la morte di Carlo II era salito al trono, lo dichiarò decaduto. Federigo fatto riconoscere per suo erede il piccolo Pietro, partì per la Toscana; ma la improvvisa morte di Arrigo lo fece ritornare. Questi fatti ruppero la pace....
Roberto con un’armata, presa per tradimento Castellammare, andò ad assediare Trapani, ma la resistenza dei cittadini, il logoramento dell’esercito, i rigori invernali, la minaccia di essere assalito, lo persuasero a domandare una tregua; e tornò a Napoli. Federigo, appena spirata la tregua assalì e riprese Castellammare. Roberto raccolse un nuovo esercito, gli pose a capo Tomaso Marziano conte di Squillace, e lo mandò in Sicilia. Questi assediò invano Marsala difesa da Francesco Ventimiglia, e allora il conte si diede a guastare le contrade, girando per l’isola; e venuto nelle campagne di Palermo si sfogò a recidere i bei palmizi e i gelsi e ogni altra pianta, e con questa vittoria arborea si partì. Né lui né altri capitani allora cercarono di misurarsi con l’armata siciliana.
Luigi Natoli: Latini e Catalani vol. 1 - Mastro Bertuchello.
Antefatto storico tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo di Luigi Natoli. Ed. Ciuni anno 1935, pubblicato in anteprima al romanzo per far meglio comprendere al lettore il quadro storico dell'epoca.
Prezzo di copertina € 22,00 - Pagine 575
Sconto 15%
 

 

mercoledì 9 novembre 2016

Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella. La copertina di Niccolò Pizzorno.

Il Cavaliere della Stella:
 
Essi vestivano la ricca divisa dell'Accademia; corazza e gorgiera di acciaio brunito, maniche di maglia d'acciaio; sul petto grande stella d'oro, immagine della co­meta apparsa ai tre Magi. Se non fosse stato pel lusso del­le bardature, per la nitidezza delle armi, e soprattutto pel colore festivo che ogni cosa prendeva intorno a loro, si sarebbe detto che quello era un reggimento che andava alla guerra.
Non era facile far parte dell'Accade­mia. Oltre che si doveva essere nobili da almeno duecent’anni, il numero dei cavalieri era limitato a cento, e non vi si entrava che per elezione a bossolo, e dopo una serie di informazioni e di formalità per assicurarsi della degnità dell'aspirante: sicché far parte dell'Accademia si teneva a grande onore, e come un segno della nobiltà e della grandezza della casa, e i padri che già ne avevan fatto par­te, sollecitavano che quell'onore si trasmettesse nei figli, stabilendo una specie di successione ereditaria come in una paria.
Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina edito I Buoni Cugini Editori.
 

Alle sue spalle due uccelli: un merlo e un tordo.

La carestia travagliava da un pezzo la città, il popolo sussurrava contro ipotetici accaparratori di granaglie ed era avvenuto qualche tumulto; lo stratigò, fingendo pietà pel popolo minuto, lo aizzava accortamente contro il senato, che era in mano dei grandi. Si formò un gran partito tra la plebe, i malcontenti e gli avversari del Senato, e dallo stemma dello Stratigò, portante un merlo, si disse dei Merli. I nobili, la borghesia grassa, per contrapposto, si chiamarono i Malvizzi, cioè i tordi. La città si divise.
I merli, fedeli al Vicerè e alla Spagna: Il nome del nero uccello dal forte becco, parve il segno, la bandiera, il mot­to d'ordine della fazione popolare, che, per una di quelle anomalie non rare nel­la storia, era anche la fazione che mina­va le istituzioni patrie, per asservirsi al­l'assolutismo regio. Esser merlo significò essere nemico dell'oligarchia del Senato, parti­giano del governo regio; e pareva titolo d'onore. 
I Malvizzi (tordi) fedeli al Senato e alla libertà di Messina: E anche questo nome diventò un sim­bolo, un segno, una bandiera; e malvizzi furono i cittadini dell'ordine senatorio, i nobili, i mercanti, il clero, i frati, parte delle maestranze.

E lo stemma dell'Accademia della Stella





Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella: La caduta di Messina. (parte terza)


Messina, 1677
 
In Spagna Carlo II, uscito di minorità, veniva coronato, il che portava un mutamento nella politica. Finiva l’alleanza della Spagna con l’Olanda; e il principe d’Orange, sposando Maria d’Inghilterra, e avendo un più largo campo, si intrometteva per pacificare l’Europa, e prima di tutto i Paesi Bassi con la Francia, e la Francia con la Spagna.
Cadeva così il 1677, quando re Luigi XIV nel Consiglio dei Ministri annunziò il ritiro delle milizie da Messina. I nuovi orientamenti politici da un lato, la necessità di riunire la flotta, le enormi spese sostenute per la guerra in Messina, dalla quale non traeva nessun vantaggio, la lunghezza della guerra stessa, che non prometteva di risolversi, la certezza che la Sicilia non avrebbe  mai seguito Messina, e altri disegni, consigliavano quest’abbandono. Nei primi di febbraio del 1678 richiamò il duca di Vivonne, che lasciò il comando al maresciallo de La Feuillade, e partì, fra i pavidi sospetti e gli sdegni dei cittadini.
Il Maresciallo diede principio alle segrete istruzioni: disarmò i forti, imbarcò la cavalleria, i fanti, gli ordegni e avviò tutto ad Agosta, spacciando che si preparava a nuova e più vigorosa impresa. Poi, fatto venire il Senato nel vascello, ove egli stava, gli mostrò i dispacci del Re, che gli ordinava l’abbandono di Messina. Era questa una delle condizioni imposte per l’esecuzione della pace di Nimega. Il re di Francia avrebbe dovuto, per l’onor suo, ottenere, se non altro, il perdono da Messina, della quale aveva eccitata la vanità ed alimentata la ribellione; l’abbandonava invece perfidamente all’ira di un vincitore vendicativo, irritato da quattro anni di ribellione...
Grandissimo numero di cittadini domandarono imbarco sulle navi francesi, che ne accolsero settemila, di più non consentendone il Maresciallo. E i miserandi esuli partirono, piangendo, dalla terra che li aveva visti nascere, e per la quale avevano combattuto...
Il 25 marzo giungeva il nuovo vicerè Vincenzo Gonzaga dei duchi di Mantova, il quale, mite d’animo, promulgò un indulto, restituendo i beni già confiscati, salvo quello degli esuli; e altri provvedimenti, ma non vessatori, prese per ristabilire l’autorità della monarchia. Ma parvero troppo clementi alla Corte di Spagna, che inviò un consultore, il de Quintana, fiero e senza pietà, il quale obbligò il Gonzaga al rigore: e di lì a non molto, accusatolo alla Corte, lo fece rimuovere. In sua vece fu mandato il conte di Santo Stefano, che fu il carnefice di Messina....
Appena preso possesso della carica nel Duomo di Palermo, partì per Messina, dove giunse il 6 gennaio del 1679, e il giorno dopo soppresse l’Accademia della Stella...
 
 
 
Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella.
Tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo, pubblicato a seguito del romanzo nella edizione I Buoni Cugini editori.

 

Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella. Messina divisa tra Francia e Spagna (parte seconda)

Nel luglio del 1672 un quadro allegorico esposto da un sarto, provocò l’ira dei Merli, e ne nacque un tafferuglio; sicchè tra i Merli e i Malvizzi avvenne il primo conflitto. Oramai la discordia cittadina, nata dalla fame, si tramutava in ribellione ai poteri dello Stato.
Il Senato cominciò a provvedere alla sua difesa con memoriali al marchese di Baiona, che reggeva il regno per la partenza del principe de Ligny; ma inascoltato, riprese le armi per espugnare il Palazzo reale e i castelli tenuti dagli Spagnoli. Il marchese di Crispano da prima resistette nel Palazzo, poi gli fu forza sottomettersi. Allora il Baiona mosse verso Messina, ma non potè entrarvi.
I Malvizzi intanto, non potendo sostenere un possibile assedio, né resistere a lungo alle armi spagnole, di propria iniziativa per mezzo di alcuni cittadini si rivolsero all’ambasciatore francese in Roma, che li mandò a Parigi, dove, per la protezione di madama di Montespan, favorita di Luigi XIV, ottennero l’invio di una flotta col cavaliere di Valbelle.
Il 29 settembre giunse il Valbelle con undici legni, ricevuto con grida di viva il re Luigi; così Messina si dava a un altro re straniero.
L’11 febbraio le due armate francesi e spagnole si incontrarono tra lo Stromboli e il Faro; la spagnola ebbe la peggio, più pel mare tempestoso che pel valore nemico, nondimeno i francesi l’ascrissero a vittoria, tanto più che gli spagnoli furon costretti a levare il campo dalla torre dei Faro e a ritirarsi sui colli. Il duca di Vivonne entrò trionfalmente in Messina, ne prese possesso, e si nominò vicerè; esigette il giuramento di fedeltà, e il Senato lo prestò.
Messina diventava terra del re di Francia, e provocava una ribellione generale dell’Isola contro di essa...
 La vittoria dei francesi all’Agliastro suggerì al duca di Vivonne di battere gli Spagnoli per mare, e ordinò al Duquesne di andare incontro alla flotta ispano-olandese. Il 22 aprile 1676 presso Agosta avvenne la battaglia: grande l’accanimento, grande il valore: vi morirono i più valorosi capitani, fra cui l’ammiraglio Ruyter. Le perdite furono enormi, di nessuno la vittoria; pure ognuno se l’attribuì. Le due armate, separate dalla notte, si ritirarono, la spagnola a Siracusa, la francese a Messina. Altra più decisiva battaglia avvenne nelle acque di Palermo il 2 di giugno. Comandava le navi olandesi e spagnole il vice ammiraglio Giovanni d’Haen succeduto al Ruyter; le francesi lo stesso duca di Vivonne. Pugna terribile. I brulotti francesi giunsero ad appiccare il fuoco alla Reale di Spagna, che arse e comunicò l’incendio alle altre navi; e sette ne andarono distrutte dalle fiamme; le altre liberatesi alla meglio, ripararono dietro il Molo. Vi perirono il fiore dei comandanti spagnoli e il vice ammiraglio d’Haen. La vittoria rimase ai Francesi..
 
Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella.
Pagine 954 - Prezzo di copertina € 26,00 - Sconto 15%
Tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo pubblicato al termine del romanzo nella edizione I Buoni Cugini Editori.

Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella. Quadro storico. (Prima parte)

Messina, 1672.

Godeva Messina di un governo autonomo, quasi repubblicano, ricco di privilegi e immunità; il Re vi teneva uno speciale suo rappresentante, che si diceva Stratigò. Traeva la sua ricchezza dalla industria della seta, dalla franchigia del porto e dalla sua invidiabile posizione. La politica spagnola, eccitandone la vanità e lusingandone l’ambizione d’esser capitale del regno, aveva fatto di essa, più che rivale, una nemica di Palermo. La disunione alimentata dai pettegolezzi ridicoli e inverecondi degli scrittori, giovava al dominio straniero. Il Senato o Banca, geloso dei privilegi della città, spesso era venuto in discordia coi Vicerè, ed ultimamente col duca di Sermoneta, che il popolo chiamò duca di Farmoneta; e ancora di più con gli Stratigò, coi quali aveva più strette relazioni. Nel 1672 era Stratigò don Luigi dell’Hojo, spagnolo, ipocrita, seminatore di discordie, che forse ubbidiva a segreti incarichi di Corte.
La carestia travagliava da un pezzo la città, il popolo sussurrava contro ipotetici accaparratori di granaglie ed era avvenuto qualche tumulto; lo stratigò, fingendo pietà pel popolo minuto, lo aizzava accortamente contro il senato, che era in mano dei grandi. Si formò un gran partito tra la plebe, i malcontenti e gli avversari del Senato, e dallo stemma dello Stratigò, portante un merlo, si disse dei Merli. I nobili, la borghesia grassa, per contrapposto, si chiamarono i Malvizzi, cioè i tordi. La città si divise. Un frivolo pretesto provocò un tumulto: la plebe minacciò di andare alla Banca, e uccidere i Senatori. Non potè, perché affrontata e dispersa dai nobili, ma due giorni dopo, protetta dallo Stratigò corse ad appiccare il fuoco alle case dei Senatori. Fu ordinata l’elezione di un nuovo Senato, che statuì nuovi Capitoli di accordo coi consoli delle arti, ma non cessò la discordia.
Il Senato, insospettito dei maneggi dell’Hojo, convocò i cittadini, per farlo dichiarare nemico della patria; ma egli, sollevando il popolo, lo guidò a nuovi incendi ed eccidi, e con un bando condannò gran numero di avversari. Il Vicerè, principe de Ligny, credendo ai rapporti dello Stratigò ne approvò l’operato: poi sollecitato dai cittadini venne a Messina, e persuaso della mala condotta del dell’Hojo, gli tolse l’ufficio e gli diede a successore il marchese di Crispano, don Diego Soria.
Il marchese di Crispano seguì le orme del dell’Hojo...
 
Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella.
Tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo di Luigi Natoli e pubblicato a seguito del romanzo nel volume edito I Buoni Cugini Editori.
Pagine: 954 - Prezzo di copertina € 26,00 - Sconto 15%

 

venerdì 4 novembre 2016

Luigi Natoli: il Soldatino alla grande guerra.

In questa ultima e grande e terribile guerra, i giovani siciliani combatterono come quelli di Milazzo, come quelli del Volturno. E sul monte Grappa e dovunque fecero prodigi.
Vuoi tu sapere con che cuore essi andavano alla guerra, e i padri ve li mandavano?
Leggi questa letterina: è di un soldato, e fu scritta nel 1917; l'ho letta in un museo di ricordi patrii.
 
Caro babbo,
Nel secondo anniversario della nostra gloriosa e santa guerra, fidente nella nostra vittoria e nel trionfo del nostro Diritto, dalle trincee di... a pochi metri dal nemico, invio gli auguri più fervidi a te, che serenamente hai dato alla patria i tuoi figli.
Spero di essere fortunato ancora; ma se dovessi cadere, niente lagrime, niente pianti! Sii fiero di noi, che da te abbiamo imparato ad amare la patria e, se necessario, a sacrificarci per essa: e grida con me: Viva la più grande Italia!
 
tuo C.
 
Il soldatino che scrisse questa lettera morì pochi giorni dopo. Era giovane, bello e gentile, e tutto diede per la patria.
Medita: e fa di esser degno di coloro che morirono per darti una patria grande e gloriosa.
 
Luigi Natoli, 1925 

Luigi Natoli: il bollettino della Vittoria

Rileggi, ogni anno, il 4 novembre, il bollettino col quale il generale Diaz dava l'annunzio della Vittoria. Ogni italiano deve tenerlo a mente: non per vanagloriarsi, ma per trarne ammaestramento, e adoperarsi ad accrescere grandezza alla patria con una vita virtuosa, degna di coloro che soffersero e morirono per farci liberi e grandi. Rileggi dunque:
"La guerra contro l'Austria-Ungheria, che sotto l'alta guida di S.M. il Re, Duce supremo, l'esercito italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915, e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima, per quarantun mese, è vinta.
"La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre, ed alla quale prendevan parte cinquantun divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una czeco-slovacca, un reggimento americano, contro 73 divisioni austro-ungariche, è vinta.
"La fulminea, arditissima avanzata del 29° Corpo d'Armata su Trento, sbarrando la via della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della 7^ Armata e ad oriente da quelle della 1^, 6^ e 4^ ha determinato ieri lo sfacelo totale del fronte avversario.
"Dal Brenta al Torre, l'irresistibile slancio della 12^, dell'8^ e della 10^ Armata e delle Divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente.
"Nella pianura S.A.R. il Duca d'Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta 3^ Armata, anelando di ritornare sulle posizioni che dessa aveva già vittoriosamente conquistato.
"L'esercito Austro-Ungarico è annientato. Esso ha subìto perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni di lotta, e nell'inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiali di ogni sorta e pressocchè per intero i suoi magazzini e i depositi.
"Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri, con interi Stati Maggiori, e non meno di cinquemila cannoni (*)
"I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano discese con orgogliosa sicurezza.
 
Diaz"
 
(*) I prigionieri raggiunsero poi il numero di oltre mezzo milione, e i cannoni quello di settemila.
 
 
Luigi Natoli - 1925
Nella foto: il generale Diaz.

Luigi Natoli e il 4 novembre

E' festa, grande festa nazionale. Il 4 novembre 1918 l'esercito austriaco, sconfitto nella grande battaglia di Vittorio Veneto, volse in fuga; e il suo comando supremo dovette domandare un armistizio.
Ma già il tricolore sventolava a Trieste e a Trento, sospiro di ogni cuore italiano.
Per questa vittoria l'Italia ora è tutta quanta libera da ogni soggezione: la catena delle Alpi è tutta nostra; e nessuno straniero può più valicarla e accamparsi nelle nostre terre.
Quanti sacrifizi, però, quanto sangue è costata l'unità nazionale!
In alto il vessillo! e gridiamo gloria a coloro che ci diedero una patria unita, forte, grande.
Luigi Natoli - 1925

giovedì 3 novembre 2016

Luigi Natoli: I mille e un duelli del bel Torralba. - Quadro storico.

Palermo, 1799.

Riaccesa la guerra con la Francia, re Ferdinando occupò guasconescamente Roma; ma i suoi eserciti, furono sconfitti ed egli ritornò rapidamente a Napoli incalzato dai Francesi. Non stimandosi poi sicuro a Napoli, imbarcatosi la notte del 23 dicembre sul Vanguardia, vascello della squadra inglese, con la famiglia, la corte, l’ambasciatore britannico e le opere d’arte più pregiate salpò per Palermo. Dopo una tempestosa traversata, nella quale morì il figlioletto Alberto, vi giunse nella notte del 25, improvvisamente. La notizia, diffusasi per la città, destò commozione. Accolto con applausi, sbarcò prima il Re, e il giorno dopo verso sera la Regina. I Sovrani subito si misero all’opera per fortificare la Sicilia e riconquistare il regno perduto, mentre a Napoli entravano i Francesi, e vi istituivano la Repubblica Partenopea.
Capitò in questa il cardinale Fabrizio Ruffo, che propose ai Sovrani di riconquistare il Regno risalendo dalle Calabrie. Non voleva esercito: diceva che l’avrebbe trovato per via, e poco denaro gli sarebbe bastato. Fu nominato Vicario generale e Commissario nelle Calabrie, e il 27 gennaio 1799 partì da Palermo, con otto uomini e uno stendardo e sbarcò nelle Calabrie. Ben presto accorse gente armata fedele alla monarchia e bande brigantesche, e si formò un esercito, che attraversò le Calabrie vincendo le poche resistenze.
Non è compito nostro narrare le vicende di questa spedizione, né la occupazione delle isole da parte degli Inglesi, e i supplizi di Procida, dove fu mandato il giudice Speciale, disonore della Sicilia. La caduta della Repubblica Partenopea, per la imperizia, e la incapacità dei suoi reggitori, le capitolazioni conchiuse dal Ruffo, e disdette dalla Corte, e i supplizi di uomini onorandi, che affrontarono il patibolo con eroica grandezza, da ricordare i più celebrati dell’antichità, sono noti. Diremo solo che in quel momento la Sicilia, illudendosi di riconquistare con la sua fedeltà il Re, e vedere di nuovo risplendere l’antica reggia, fece ogni sforzo per aiutarlo. Si lasciò depauperare, ordinò tre reggimenti, costruì cannoniere, offrì milizie volontarie, come se quella guerra fosse stata cosa sua. La Corte ebbe con sé in quel tempo la nobiltà per calcolo, le plebi per ignoranza e le vane speranze di miglioramenti, il clero per interesse e fanatismo; i faccendieri per speculazione; ma nel ceto medio intellettuale v’erano molti che vagheggiavano nuovi ordinamenti liberi, ed erano avversi alla Corte, che lo sentiva. Del resto l’Isola non era tranquilla; e non solo per cagione della guerra, ma pei disordini che scoppiavano qua e là contro i giacobini veri o supposti; donde scene di barbarie disonorevoli, cui si abbandonavano le plebi fanatiche.
Anche la nobiltà in qualche modo mutata, non fu servile; e quando la Corte abbandonò la Sicilia, non dissimulò il suo malcontento...
Luigi Natoli. 
 
I mille e un duelli del bel Torralba - Pagine 460 - Prezzo di copertina € 24,00 - Sconto 15%.
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Luigi Natoli. Gli ultimi saraceni. Quadro storico.

Palermo, 1151

Morti i figli Anfuso nel 1141, e Ruggero duca di Puglia nel 1145, rimasero del sangue di re Ruggero Guglielmo suo terzogenito e, nata postuma, Costanza. Guglielmo era già stato associato al regno e coronato fin dal 1151, ma l’indole diversa da quella del padre e dell’avo, pareva destinato a vivere sul patrimonio accumulato da quelli. Nato nello splendore di tanta reggia, circondato di giovani donzelle latine, greche e musulmane, inclinò alla voluttà, in tempi che richiedevano saldo braccio e destrezza per superare le difficoltà risorgenti. Ma non così, che non cercasse di riparare con sicurezza alle cose del regno mercè l’aiuto di un uomo. Il Regno era insidiato dai baroni pugliesi, che alla morte di Ruggero credevano poterne scotere il gioco, dai Musulmani d’Africa, dal Papa, dal nuovo imperatore Federico Barbarossa, che riteneva le Puglie suo feudo, e dall’Imperatore greco. In questo frangente cercò chi fosse capace di tanta soma, e lo trovò in Majone, barese, grande ingegno, eloquente, sagace, astuto, ambizioso, senza scrupoli. Venuto alla Corte, assunto all’ufficio di notaro, aveva accompagnato Giorgio d’Antiochia nelle imprese marittime; era salito alla carica di Gran Cancelliere e poi di Grande Ammiraglio. Guadagnatosi l’animo di Guglielmo, e prese le redini del governo, intese ad abbattere prima e sopra ogni altra cosa la potenza dei baroni, ostacolo principale al potere di un solo. Favorì per tanto e riempì la corte di paggi ed eunuchi musulmani, già numerosi, e cominciò ad allontanare baroni e cavalieri, insinuando sospetti nell’animo del Re. E poiché potente fra i baroni era Roberto di Basseville, cugino del Re, e da questo fatto conte di Lorotello, Majone fece credere che ambisse al trono; per cui Guglielmo, andato a Salerno, gli tolse lo stato, e si rifiutò di riceverlo. Il conte indispettito, intavolò secrete pratiche coi baroni pugliesi, col papa Adrano IV, col Barbarossa e con l’Imperatore greco. La guerra cominciò in quello stesso anno 1154. Colto un pretesto, Guglielmo ordinò s’invadessero gli stati del Papa, e assediò Benevento. Il conte di Lorotello seppe sottrarsi all’arresto; non così Simone, conte di Policastro e Gran Contestabile, che chiamato dal Re per giustificarsi, fu per consiglio di Majone arrestato e imprigionato.
 
Cominciarono i rovesci in Africa. Insorte le popolazioni di Sfax, delle Gerbe, di Kerbeni contro il mal governo del Re (1156-1158), chiesero aiuto al re del Marocco Abd-el-Mumen; che radunò un fortissimo esercito, e nei primi del 1159 prese Sfax, Kairewan, Susa, Tunisi, e piombò a Mehdia, chiave del dominio siciliano, difesa da poche migliaia di uomini. Guglielmo vi spedì in soccorso un’armata con a capo un eunuco, il gaito Pietro, musulmano mal convertito al cristianesimo, che era venuto in alto intrigando, il quale, o per imperizia, o per tradimento, come fu sospettato, fuggì o si ritirò. Majone dissuase il Re dal mandare altri soccorsi, e così fu perduta Mehdia.
Questa perdita, che mortificava l’onore nazionale e feriva interessi economici, fu pretesto a rinforzare gli odi dei baroni, i quali sospettavano essere stata opera dell’ascendente dei Musulmani alla Corte. E Majone accusato di vere o false o alterate notizie, che commovevano il Regno. E le Puglie e i Principati, insorsero. Majone n’ebbe paura; fece scrivere lettere dal Re agli insorti, che le respinsero; e mandò suoi legati, che invece andarono a rinfocolar l’odio contro di lui. La ribellione si estendeva nella Calabria, dove i baroni facevan capo a Clemenza contessa di Catanzaro, bastarda del re Ruggero, vedova del conte di Molise, giovane, bella, potente. Majone spedì allora Matteo Bonel, signore di Caccamo, che era popolare per sua leggiadria e prodezza; e che egli aveva attirato a sé, e gli aveva, con arte, fidanzata una sua figliola ancor tenera. Matteo partì per la Calabria, dove sperava poter sedare la ribellione; ma in una adunanza di baroni, investito con acerbe rampogne perché ubbidiva a un suo traditore oppressore del regno, distruttore dei nobili, insidiatore della corona; e adescato dalla promessa della mano di Clemenza, mutò d’animo...
Luigi Natoli - Gli ultimi saraceni. Romanzo storico siciliano.
Pagine 719 - Prezzo di copertina € 25,00 - Sconto 15%
 
 

Luigi Natoli. Il capitan terrore. Quadro storico.

Palermo, 1560.

Filippo II ereditò dal padre - don Giovan de Vega - la guerra con la Francia che si conchiuse col trattato di Castel Cambresì, e vi aggiunse quella coi paesi Bassi insorti, e con l’Inghilterra che li proteggeva. Despota chiuso, terribile, nemico di ogni libertà, invido dell’altrui gloria, nei riguardi della Sicilia rispettò le costituzioni vigenti e provvide con alcune prammatiche a migliorare gli ordinamenti. Le chiese però frequenti donativi, che sempre più la impoverivano, pesando sopra il popolo, mentre se ne esentavano le ricche chiese e i più ricchi monasteri e la nobiltà, che cresceva sempre più nel fasto e nella cortigianeria. Egli lasciò governare i Vicerè a loro talento, non rimovendoli se non quando si insinuavano nel suo cuore i sospetti. Dei Vicerè che per lui ressero l’Isola, ricorderemo qualcuno. Don Giovanni de la Cerda duca di Medinaceli, preferì feste, balli e cacce alle noie del governo; protesse un bravaccio, Geronimo Colloca, e maritò le sue figlie una al duca di Bivona, l’altra al duca di Montalto con feste pubbliche meravigliose. Tentò un’impresa sull’isola delle Gerbe ma vi toccò una rotta, nella quale perdette il figlio e caddero prigionieri molti cavalieri. Egli si salvò a stento. Disgraziati riuscirono anche altri scontri contro il corsaro Dragut. La carestia provocò un grave tumulto a Palermo, ma fu domato, e il capo, un certo notaro Cataldo Tarsino, impiccato.

Il successore don Garsia de Toledo, successogli nel 1565, trovò il Regno in preda dei malandrini, che ricattavano e assassinavano, rubavando donne perfino nelle città; per cui si diede con rigore e senza tregua a estirpare la mala pianta. Palermo dovette a lui alcune opere pubbliche di abbellimento e il porto nuovo col Molo. Durante il suo governo, Malta fu assediata dalla flotta ottomana, capitanata da Dragut, ma per la difesa del Gran Maestro La Vallette, e pei soccorsi inviati dal Vicerè, i Turchi ebbero grandi perdite, tra cui la morte dello stesso Dragut, e dovettero abbandonare l’impresa. Maggiori sarebbero stati i risultati, se il Toledo fosse stato sollecito.

In questo tempo avvenne la riforma degli ordinamenti amministrativi e giudiziarii voluta da Filippo II, per la quale fu meglio ordinato il Supremo Consiglio d’Italia, che in qualche modo mitigò e corresse gli abusi dei Vicerè. Furono aboliti gli uffici del gran Camerario, Gran Giustiziere, Gran Cancelliere, ridotti ora soltanto a nomi pomposi, non essendovi più Corte a Palermo, e sostituiti a essi i tre presidenti della Gran Corte, Patrimonio e Concistoro. Così sparì dalle costituzioni l’ultimo avanzo delle grandi cariche normanne.
 
Luigi Natoli - Il capitan terrore.
Pagine 481 - Prezzo di copertina € 21,00 - Sconto 15%

Luigi Natoli: Gli schiavi. Quadro storico.

Triocala, 104 a.C.
In seguito a rimostranze del re di Bitinia, il Senato romano deliberò (104 a.C.) che nessuna persona libera, di stato federato, potesse esser fatta prigioniera e servire come schiava in provincia romana. Questa disposizione sollevò reclami in Sicilia, dove essendo pretore P. Licinio Nerva, moltissimi schiavi domandavano di essere rimessi in libertà, perché presi con la violenza e venduti contro diritto. Il Pretore, accolti i reclami, ne aveva in pochi giorni liberati ottocento, quando, per l’agitazione che s’era diffusa fra gli schiavi, i grandi proprietari romani e provinciali protestarono, e obbligarono il Pretore a sospendere le manomissioni, e rimandare ai padroni gli schiavi postulanti.
Delusi e paurosi di castighi, molti di questi, invece di ritornare ai padroni si rifugiarono nel bosco sacro e inviolabile dei Palici: ed ivi escogitarono i mezzi per riscattarsi in libertà. Capitanati da un certo Vario, insorsero ad Alicia, uccisero i padroni e corsero per le campagne, eccitando gli altri alla rivolta. Il pretore Licinio Nerva mosse contro di loro, e col tradimento di un Titinio Gadeo, bandito, li ebbe in potere. Molti caddero combattendo, altri si precipitarono dalle rupi. Ma questo non fu che un primo episodio. Un’ottantina di schiavi uccisero il padrone Canio, romano, si gittarono in campagna e raccolti intorno a sé altre centinaia di schiavi, formarono un esercito. Nerva indugiò da prima, poi potendolo, non li assalì e andò a Eraclea donde contro di loro spedì M. Titinio con la milizia. Ma gli schiavi lo sconfissero, e la vittoria accrebbe il loro numero fino a seimila. Allora cercarono un capo, e lo trovarono in un Salvio, indovino e, come Euno, in rapporto con gli dei; ai cui responsi si credeva. Questi riordinò l’esercito, lo condusse per le campagne, lo accrebbe fino ad avere ventimila pedoni e duemila cavalieri, coi quali corse sopra Morganzio. Il Pretore allora si mosse per prenderlo alle spalle, ma ne ebbe la peggio.
Intanto un altro schiavo, Atenione di Cilicia, sollevava in armi altre torme di schiavi in Segesta. Questi, tenendolo per indovino, ebbero fede in lui, lo seguirono e si diedero a saccheggiare le campagne. Savio, prese il nome di Trifone e invitò Atenione a riconoscerlo re. Questi accettò, aiutandolo a prendere Triocala, ma Salvio-Trifone, sospettando che gli togliesse la corona, a tradimento lo fece imprigionare.
Lucio Licinio Lucullo, mandato da Roma con sedicimila uomini, accresciuti dagli stanziali, mosse contro Triocala; Salvio allora liberò Atenione che, dimenticando l’offesa, postosi a capo dell’esercito, forte ora di quarantamila uomini, volle affrontare i Romani in campo aperto. Presso Scirtea Atenione combattè valorosamente, ma ferito alle ginocchia non si resse; la sua caduta, spaventò i suoi uomini che l’ebbero per morto, e fuggirono in Triocala, dove nella notte Atenione si trascinò. Lucullo non seppe approfittare della vittoria e indugiò tanto, che Atenione potè organizzare la difesa e costringerlo a levar l’assedio. Frattanto, morto Salvio, Atenione fu fatto re. La fortuna di domare la rivolta e chiudere le guerre servili, toccò al console M. Aquilio, che diede una memoranda sconfitta all’esercito degli schiavi. Egli e Atenione si scontrarono animosamente, quest’ultimo restò ucciso e Aquilio ferito. Gli schiavi sfuggiti alla strage, eletto capo un Satiro, continuarono ancora un poco a difendere la loro vita e la loro libertà finchè, stanchi, si resero a patto di avere salva la vita.
Aquilio bruttò la vittoria con la perfidia. Avuti nelle mani gli schiavi li fece incatenare e li mandò a Roma, per essere esposti alle belve. Ma quegli uomini non vollero dare spettacolo a diletto dei vincitori, e scesi sull’arena, si trafissero l’un l’altro.
Satiro, rimasto ultimo, si uccise da sé. Così nell’anno 77 a.C. ebbero fine le guerre servili che minacciarono di sottrarre la Sicilia al dominio di Roma. 
Luigi Natoli
 
Luigi Natoli: Gli schiavi. Romanzo storico siciliano ambientato nella seconda guerra servile di Sicilia.
Pagine 387 - Prezzo di copertina € 22,00 - Sconto 15%.