"I nostri romanzi sono una lettura eletta ed altamente appassionante, essi sono opera del grande WILLIAM GALT"
giovedì 24 novembre 2016
mercoledì 23 novembre 2016
Luigi Natoli: Il tesoro dei Ventimiglia - Quadro storico - Cosa avvenne prima del luglio 1348, quando ha inizio il romanzo.
Palermo, 1342
Il 15 agosto 1341, dopo aver
fatto testamento, e nominato il duca Giovanni Vicario Generale fino alla maggiorità del figlio
Ludovico, il re Pietro d'Aragona morì e il cadavere, trasportato a Palermo, fu tumulato nello
stesso sarcofago dell’imperatore Federico.
Il duca Giovanni era
d’altra tempra di Pietro, e avrebbe forse potuto alleviare i mali del regno, se
non si fosse circondato di Catalani, e non fosse immaturamente morto. Il
baronaggio indigeno, attirò dalla sua la regina vedova Elisabetta, e la persuase
a far coronare il piccolo Ludovico nel settembre dello stesso anno 1342. Ma
poco dopo il duca Giovanni si ammalò a Siracusa, e un certo Magno, occulto
partigiano dei Palizzi, spacciò a Messina che quello era morto; onde parve ai
Messinesi di potersi levare contro i Catalani, e dopo averne uccisi alquanti,
deposto lo Stratigò, elessero nuovo governo. Allora si rivolsero per aiuti agli
Angioini padroni di Milazzo: ma il duca guaritosi, adunò gente, e per terra e
per mare, assalì Messina; il popolo abbandonò i ribelli, i quali si chiusero
nel castello del Salvatore, che dopo fiera difesa dovette rendersi. Seguirono stragi
e supplizi crudeli...
In questo tempo moriva a
Napoli il vecchio re Roberto e senza eredi maschi, per la morte dei suoi figli;
unica erede rimaneva la nipote Giovanna, giovinetta, moglie di Andrea
d’Ungheria, suo cugino: essa volle continuare la politica degli avi verso la
Sicilia, e incaricò il conte di Squillaci di una nuova spedizione. Questi mirò
a Messina, sperando accordi coi cittadini; ma essi, incorati da lettere dei
Palermitani, si difesero dagli assalti, e diedero tempo al Duca di levare un esercito,
la paura del quale persuase il conte di Squillaci a tornarsene a Napoli, senza
frutto. Questo insuccesso, e i casi di Napoli, dove ucciso Andrea, incolparono per
segrete pratiche la regina, per cui il re Luigi d’Ungheria per vendicare il
fratello ucciso invase il regno di Napoli, diede animo al duca Giovanni, che
approfittando dell’occasione, riprese Milazzo (1346), e nell’anno seguente
mandò una flottiglia dinanzi al golfo di Napoli, suscitandovi la paura. Allora
la Regina domandò tregua e interpose l’autorità dei nunzi pontifici, coi quali
Giovanni, premuroso di salvare la dinastia, stipulava patti non belli, che
sancivano un doppio vassallaggio del regno alla Chiesa e a Napoli. In vero
credevasi che il duca Giovanni avrebbe saputo approfittare della fuga di
Giovanna e del nuovo marito principe di Taranto, ma non ne ebbe il genio, e la
Sicilia rimase impotente spettatrice, precipitando sempre più in basso. Per
colmo, nel cadere del 1347, questa fu invasa dalla tremenda pestilenza che
propagatasi desolò l’Europa e specialmente l’Italia nell’anno seguente. L’isola
ne fu decimata, e fra le vittime contò anche il duca...
Luigi Natoli: Il tesoro dei Ventimiglia - Latini e Catalani vol. 2
Pagine: 526 - Prezzo di copertina € 22,00 - Sconto 15%
Quadro storico tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo di Luigi Natoli e pubblicata al termine del romanzo nella edizione I Buoni Cugini Editori.
www.ibuonicuginieditori.it
sabato 19 novembre 2016
Luigi Natoli: Latini e Catalani vol. 1 - Mastro Bertuchello.
Pagine 575
Prezzo di copertina € 22,00 - Sconto 15% - Spedizione gratuita.
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Mastro Bertuchello. Quadro storico: i fratelli Palizzi e il marchese di Randazzo, fratello di re Pietro d'Aragona. Quad
Palermo, 1338
Pochi mesi dopo, il re
Roberto d'Angiò, mandata un’armata a rinnovare l’impresa di Sicilia prese alcune terre,
e assediò Termini, che si difese, sperando d’essere soccorsa da re Pietro.
Ma
la ribellione di Ruggero Passaneto conte di Garsiliato, alle cui ricchezze i
Palizzi avevan volto i cupidi occhi, parve cosa più grave. Vi fu mandato Blasco
Alagona junior, che accomodò la cosa, il che spiacque ai Palizzi; sicchè
l’Alagona andato a Castrogiovanni lieto dell’esito, non fu ricevuto dal Re.
Intanto Termini era abbandonata dai cittadini, e sarebbe caduta se finalmente
l’esercito siciliano non fosse giunto in tempo. Gli Angioini dovettero
ritirarsi: indi furono sconfitti a Gratteri, ma istigati dal Papa, apprestarono
una nuova armata, con numerose milizie e aggredirono Lipari nel novembre del
1339. Re Pietro, cercato invano di ottenere pace dal Papa, dovette in fretta
armare quindici galere, sotto gli ordini di Giovanni Chiaramonte, e le inviò a
osservare le mosse del nemico; ma il giovanile bollore di Orlando d’Aragona,
bastardo di Federigo, non ostante i prudenti consigli del Chiaramonte, volle
attaccare il nemico, e caduto nell’insidia tesagli dal conte di Squillaci, fu
sconfitto. Sotto otto galere si salvarono e Rolando rimase, con molti
cavalieri, prigionieri; né il Re volle riscattarlo.
Il re Pietro invece di
provvedere alla difesa del regno, si lasciava guidare dai Palizzi, che gli
venivano istillando sospetti contro il fratello Giovanni, marchese di Randazzo
e, per la morte di Guglielmo, duca d’Atene, rappresentandolo come ambizioso
della corona e insidiatore della vita del Re. E il Re che era a Palermo proibì
al duca di metter piede nella Reggia, ma questi, deliberato di rassicurare il
Re e scoprire i calunniatori, mosse alla volta di Palermo, dicendo ai messi
regi, che lo incontrarono a Piazza, che non doveva tremare lui, ma i traditori.
Il Re, sdegnando i suggerimenti dei Palizzi andò a incontrare il fratello, il
quale, visto Pietro sul ponte dell’Ammiraglio, lasciati indietro i suoi, corse
tutto solo a gettarglisi nelle braccia fra il giubilo di tutti. I due fratelli
entrarono insieme nella città festante, che alle voci di gioia e di plauso, unì
ben presto quelle di morte ai Palizzi! Matteo e Damiano corsero a serrarsi nel loro
palazzo detto degli Scavi o Schiavi e la folla andò ad assalirli; ma
sopraggiunto il Re, sollecitato dalla regina Elisabetta, placò la folla...
Luigi Natoli: Mastro Bertuchello. Latini e Catalani vol. 1
Pagine 575 - Prezzo di copertina € 22,00 - Sconto 15%
giovedì 17 novembre 2016
Luigi Natoli: Mastro Bertuchello. Quadro storico: il conte di Geraci e il potere dei Palizzi
Pietro II (figlio di Federigo d'Aragona) non ereditò
nessuna delle virtù paterne; non fu guerriero, né legislatore, né reggitore.
Vivendo il padre si lasciò dominare da Eleonora sua amadre e da Elisabetta di
Carinzia sua moglie, salendo sul trono, da questo dominio passò sotto quello di
Matteo Palizzi, figlio di quel Nicolò illustre per la difesa di Messina.
Protetto dalle due regine, costui era divenuto familiare nella corte, si era
insinuato nell’animo di Pietro, e vi aveva acquistato potere. Il Re,
inaugurando il suo regno, lo fece conte di Novara e maestro razionale, fece
Gran Cancelliere Damiano, fratello di lui, uomo di Chiesa, più dotto, più abile
di Matteo, però meno ambizioso, volitivo, avido, violento e senza scrupoli.
Essi ripresero i disegni di Maione (26), e divenuti i consiglieri del Re, ne
fecero il loro strumento, ma gettarono il regno nella miseria e nella guerra
civile e fecero perfino richiamare dall’esilio Giovanni Chiaramonte. Allora
Francesco Ventimiglia lasciò la corte, dove copriva l’ufficio di Gran
Camerario, e si ritirò nei suoi vasti feudi. La qual cosa i Palizzi spiegarono
al Re come segno di ostilità, e lo spinsero ad invitarlo a Catania pel
Parlamento. Il Ventimiglia, per tre volte non si arrese all’invito, e mandò
invece a Catania il suo primogenito Franceschello, ma il re lo fece
imprigionare. Il conte Francesco allora si ribellò; diciotto terre sue vassalle
lo seguirono, e con esse i feudi di Federico d’Antiochia. Il Re convocò la
Magna Curia, di cui faceva parte Matteo, la quale il 30 dicembre del 1337
condannò il conte di Geraci per tradimento. Mosse allora il Re, coi Palizzi, e
con forte schiere contro il conte, il quale, abbandonato da molte delle sue
terre, si fortificò nella rocca di Geraci. Era per convincersi ad aprire le
porte al Re, purché i Palizzi non fossero entrati, quando il vescovo di Cefalù,
fra Roberto Campolo, con fiere rampogne lo distolse: allora il conte, lacerata
la lettera che aveva scritta, rimandò l’araldo regio. Il Re ordinò l’assalto e
al conte, rimasto solo, non restò altro scampo che la fuga: ma inseguito dai
cavalieri del re, spronando fieramente il cavallo, questo come impazzito
precipitò da una rupe, sfracellando il conte. Tutta la famiglia del conte fu
arrestata e mandata in vari castelli: scampò solo Arduino. Federico d’Antiochia
si sottomise e se n’andò in esilio.
Di questa impresa Pietro
celebrò esagerato trionfo in Catania, pretaratogli dai Palizzi, che ebbero gran
parte dei beni confiscati ai Ventimiglia.
Luigi Natoli - Latini e Catalani vol 1 - Mastro Bertuchello.
Pagine 575 - Prezzo di copertina € 22,00 - Sconto 15%
mercoledì 16 novembre 2016
Luigi Natoli: Mastro Bertuchello. Antefatto storico: re Federigo e Francesco Ventimiglia, conte di Geraci.
Palermo, 1322
Un avvenimento che fu
poi cagione di tristi conseguenze pel Regno, contristò Federigo in questo
tempo. Aveva Francesco Ventimiglia, ricchissimo conte di Geraci, presa in
moglie Costanza Chiaramonte; ma poco dopo innamoratosi di un’altra donna, la
ripudiava col pretesto di sterilità. Ella si rinchiuse in un monastero. Il
fratello Giovanni n’arse di sdegno e cercò vendicarsi. Scontratisi in Palermo
con i loro scherani, vennero alle mani; il Ventimiglia ferito ricoverò nella
reggia. Federigo, che l’aveva caro, esiliò il Chiaramonte, il quale si ribellò
e non ebbe vergogna di portare le armi di Roberto contro la patria: poi,
pentito andò in Germania, e capitanò le schiere di Ludovico il Bavaro, che lo
fece marchese di Ancona.
Roberto riprese la
guerra: e fu sul punto d’impadronirsi del Castello a mare di Palermo, per
tradimento, se i cittadini non avessero sventata la trama, e bloccavano il
castello; per cui le galere angioine dovettero lasciar l’impresa, e dare il
guasto altrove. Federigo sperava d’avere amico il nuovo papa Benedetto XII come
si era mostrato da cardinale, ma ne fu deluso; per cui si preparò a difendere
nuovamente il Regno. Ma la perdita delle Gerbe, rivoltatesi pel mal governo del
capitano che v’era preposto, lo addolorò; ed egli ormai stanco e travagliato
dalla gotta, desiderava riposo.
Nell’estate del 1337,
recandosi a Castrogiovanni (Enna) per passarvi l’estate, a Resuttana fu
assalito dal male: e temendo la morte volle far testamento. Lasciò Pietro erede
del regno e degli altri diritti; fece Giovanni, altro suo figlio, marchese di
Randazzo, Guglielmo, terzo suo figlio, duca d’Atene e Neopatria, Federico
d’Antiochia, conte di Capizzi; il primogenito del conte Francesco Ventimiglia,
anch’esso di nome Francesco, conte di Golisano; ed altre disposizioni diede. Trasportato
a Castrogiovanni, e peggiorando, disse voler morire in Catania; e vi fu portato
a spalla dai cittadini, che accorrevano al suo passaggio. Morì nell’Ospizio dei
cavalieri di Gerusalemme il 25 giugno 1337.
Ebbe solenni funerali,
fu deposto temporaneamente nel duomo di Catania, ma poi fu trasportato a
Palermo.
Federigo fu di animo
grande; buon capitano, accorto ma non profondo politico, seppe far fronte alle
grandi difficoltà, tenendo testa per quarant’anni al Papato, alla casa d’Angiò,
alla Francia, ai Guelfi d’Italia, alla casa Aragona, alle armi, alle scomuniche,
ai tradimenti; mantenendo l’indipendenza del Regno da abile nocchiero. I Siciliani
videro in lui il principe che difendeva l’indipendenza, e per quarant’anni gli
diedero sangue e averi; e con essi la forza e la costanza. Fu amico degli
studi, e studioso egli stesso; fece venire in Sicilia Arnaldo di Villanova,
celebre alchimista e filosofo, e con lui aveva in animo una riforma religiosa,
alla quale s’era ispirato nel proporre un ordinamento generale della scuola, il
primo che si vedesse. Fu legislatore sapiente, il quarto dopo Ruggero II,
Guglielmo II e l’imperatore Federico. Ma sventuratamente lasciava tre mali; un
successore inetto, un baronaggio strapotente, la guerra ancora accesa.
La stella della dinastia
aragonese tramontò con lui, per non risorgere più.
Luigi Natoli: Latini e Catalani vol. 1 - Mastro Bertuchello.
Antefatto storico tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo di Luigi Natoli. Ed. Ciuni anno 1935, pubblicato in anteprima al romanzo per far meglio comprendere al lettore il quadro storico dell'epoca.
Prezzo di copertina € 22,00 - Pagine 575
Sconto 15%
Luigi Natoli: Mastro Bertuchello. Antefatto storico: La guerra tra re Federigo e Roberto d'Angiò.
Palermo, 1325
A prevenire l’offensiva
che Federigo meditava, il papa Giovanni XXII si intromise per una pace più
durevole, e invitò gli ambasciatori di Sicilia, d’Aragona e di Napoli ad
Avignone, allora sede pontificia. Vi andarono quelli di Sicilia, ma non quelli
di Napoli, e così tutto sfumò. Avendo intanto Federigo aiutato i fuoriusciti
Ghibellini di Genova sotto i Guelfi, che protetti da Roberto, s’erano
impadroniti della repubblica, e fatto coronare re il principe Pietro, il che era
contro la pace di Caltabellotta, il Papa, che stava per l’Angioino, ne prese
pretesto per scomunicare Federigo, colpire la Sicilia d’interdetto, e
riprendere la quistione del titolo di “re di Sicilia” che Federigo aveva
riassunto. Riarse la guerra, e Roberto allestita una flotta di centotredici
galere, di cui trenta genovesi, col figlio duca di Calabria e il fior dei
baroni, lo mandò in Sicilia. Il 26 maggio 1325 il nemico sbarcò nelle campagne
di Palermo: s’accampò sotto le mura, distrusse il parco della Cuba, depredando
e bruciando, e poi diede l’assalto. La città era difesa da Giovanni
Chiaramonte, detto poi il Vecchio, che aveva con sé, tra i baroni, Matteo
Sclafano, Nicolò ed Enrico Abate, Giovanni Calvello, Simone Esculo e tutti i
cittadini animosi. Per tre giorni con ogni macchina e strumento di guerra
Genovesi e Napoletani si travagliarono in assalti, in punti diversi; e per tre
giorni furono con gravi perdite ributtati. E si vide in quei frangenti il
vecchio Chiaramonte, gottoso, farsi trasportare su una sedia qua e là sulle
mura, dove maggiore era il pericolo, a incoraggiare e dirigere la difesa.
Allora rinunziando agli assalti, il nemico cinse la città d’assedio, sperando
prenderla per fame: ma la notizia che sopravveniva a gran giornate Giovanni
Chiaramonte il giovane con altri baroni e buon nerbo di cavalli e di fanti,
persuase il duca di Calabria e gli altri capitani a togliere l’assedio, e a
contentarsi di dare il guasto alle campagne. E queste furono le imprese, né da
re né da capitano, ordinate dal re Roberto, per lungo corso di anni.
Quando alla calata di
Ludovico il Bavaro, si rianimarono i Ghibellini, Federigo si alleò col Tedesco,
che coronato imperatore a Roma il 22 gennaio 1327, perduto inutilmente un anno,
nell’aprile del 1328 fece deporre il papa Giovanni, ed eleggere un antipapa,
Nicolò V. Ma Federigo, non volendo accrescere le ire del Pontefice, non
riconobbe Nicolò; non negò però i suoi soccorsi all’Imperatore, e mandò con una
flotta Pietro; il quale dopo avere danneggiato il castello di Astura e compiute
altre operazioni, abboccatosi con l’imperatore di Pisa, ritornò in Sicilia, e
l’Imperatore in Germania, dileggiato del rumore fatto per una impresa andata in
fumo.
Luigi Natoli: Latini e Catalani vol. 1 - Mastro Bertuchello.
Antefatto storico tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo di Luigi Natoli. Ed. Ciuni anno 1935, pubblicato in anteprima al romanzo per far meglio comprendere al lettore il quadro storico dell'epoca.
Prezzo di copertina € 22,00 - Pagine 575
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Luigi Natoli: Mastro Bertuchello. Antefatto storico: come Federigo diviene re di Trinacria.
Sicilia, 1302
Dopo tanti insuccessi
tra Carlo di Valois e Roberto d’Angiò, si convenne di trattare la pace. Per le
trattative corsero alquanti giorni: infine furon conchiuse e giurate a
Caltabellotta il 31 agosto 1302.
Con esse si lasciava la
Sicilia a Federigo, finchè fosse vissuto, col titolo di re di Trinacria, patto
disonorevole: gli si dava in moglie Eleonora figlia del re Carlo d’Angiò; i
figli sarebbero stati re di Sardegna e di Cipro: Federigo doveva rendere le
terre occupate sulla penisola e Carlo quelle occupate in Sicilia.
La Sicilia, che dopo
venti anni di guerra era esausta, ne giubilò: Bonifazio dovette frenarsi.
Promulgata la pace si fecero feste, ed è fama che a un convito, sedendo Nicolò
Palizzi fra Roberto e il Valois, e questi avendogli domandato che cosa avrebbe
fatto, se l’assedio avesse reso impossibile la difesa di Messina, ebbe
risposta: “Messere, consumato l’ultimo boccone di carne di cavallo e di cane,
avremmo ucciso le donne, i vecchi, i bambini, e avremmo dato fuoco alla città
per morire tra le sue rovine come quelli di Sagunto”. E Carlo a Roberto: “Vedi
chi volevamo vincere! Bene è stata la pace!”.
Federigo attese a
ristorare il regno in quegli anni di pace, durante i quali, morto Bonifazio
VIII, egli migliorò i rapporti con Benedetto XI, e più ancora con Clemente V.
Intanto gli nasceva il figlio Pietro, e morivano Carlo II e Ruggero di Loria.
Ma la pace fu turbata.
Calato infatti Arrigo VII
di Lussemburgo a coronarsi imperatore, i Ghibellini sperarono di risolvere le
loro sorti. Arrigo si rivolse per aiuti a Federigo, che non aspettava di meglio
per diventar capo del partito ghibellino; e intanto, per punire Roberto, che
per la morte di Carlo II era salito al trono, lo dichiarò decaduto. Federigo
fatto riconoscere per suo erede il piccolo Pietro, partì per la Toscana; ma la
improvvisa morte di Arrigo lo fece ritornare. Questi fatti ruppero la pace....
Roberto con un’armata,
presa per tradimento Castellammare, andò ad assediare Trapani, ma la resistenza
dei cittadini, il logoramento dell’esercito, i rigori invernali, la minaccia di
essere assalito, lo persuasero a domandare una tregua; e tornò a Napoli.
Federigo, appena spirata la tregua assalì e riprese Castellammare. Roberto
raccolse un nuovo esercito, gli pose a capo Tomaso Marziano conte di Squillace,
e lo mandò in Sicilia. Questi assediò invano Marsala difesa da Francesco
Ventimiglia, e allora il conte si diede a guastare le contrade, girando per
l’isola; e venuto nelle campagne di Palermo si sfogò a recidere i bei palmizi e
i gelsi e ogni altra pianta, e con questa vittoria arborea si partì. Né lui né
altri capitani allora cercarono di misurarsi con l’armata siciliana.
Luigi Natoli: Latini e Catalani vol. 1 - Mastro Bertuchello.
Antefatto storico tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo di Luigi Natoli. Ed. Ciuni anno 1935, pubblicato in anteprima al romanzo per far meglio comprendere al lettore il quadro storico dell'epoca.
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mercoledì 9 novembre 2016
Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella. La copertina di Niccolò Pizzorno.
Il Cavaliere della Stella:
Alle sue spalle due uccelli: un merlo e un tordo.
E lo stemma dell'Accademia della Stella
Essi vestivano la ricca divisa dell'Accademia; corazza
e gorgiera di acciaio brunito, maniche di maglia d'acciaio; sul petto grande
stella d'oro, immagine della cometa apparsa ai tre Magi. Se non fosse stato pel lusso delle bardature, per la
nitidezza delle armi, e soprattutto pel colore festivo che ogni cosa prendeva
intorno a loro, si sarebbe detto che quello era un reggimento che andava alla
guerra.
Non era facile far parte dell'Accademia. Oltre che si doveva
essere nobili da almeno duecent’anni, il numero dei cavalieri era limitato a cento, e non vi si entrava che per
elezione a bossolo, e dopo una serie di informazioni e di formalità per assicurarsi della degnità dell'aspirante:
sicché far parte dell'Accademia si teneva a grande onore, e come un segno della nobiltà e della grandezza della casa,
e i padri che già ne avevan fatto parte, sollecitavano che quell'onore si
trasmettesse nei figli, stabilendo una specie di successione ereditaria come in
una paria.
Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina edito I Buoni Cugini Editori.
Alle sue spalle due uccelli: un merlo e un tordo.
La carestia travagliava da un pezzo la città, il popolo sussurrava
contro ipotetici accaparratori di granaglie ed era avvenuto qualche tumulto; lo
stratigò, fingendo pietà pel popolo minuto, lo aizzava accortamente contro il
senato, che era in mano dei grandi. Si formò un gran partito tra la plebe, i
malcontenti e gli avversari del Senato, e dallo stemma dello Stratigò, portante
un merlo, si disse dei Merli. I
nobili, la borghesia grassa, per contrapposto, si chiamarono i Malvizzi, cioè i tordi. La città si
divise.
I merli, fedeli al Vicerè e alla Spagna: Il nome del nero
uccello dal forte becco, parve il segno, la bandiera, il motto d'ordine della
fazione popolare, che, per una di quelle anomalie non rare nella storia, era
anche la fazione che minava le istituzioni patrie, per asservirsi all'assolutismo
regio. Esser merlo significò essere nemico dell'oligarchia del Senato, partigiano
del governo regio; e pareva titolo d'onore.
I Malvizzi (tordi) fedeli
al Senato e alla libertà di Messina: E anche questo nome
diventò un simbolo, un segno, una bandiera; e malvizzi furono i cittadini
dell'ordine senatorio, i nobili, i mercanti, il clero, i frati, parte delle
maestranze.
E lo stemma dell'Accademia della Stella
Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella: La caduta di Messina. (parte terza)
Messina, 1677
In
Spagna Carlo II, uscito di minorità, veniva coronato, il che portava un mutamento
nella politica. Finiva l’alleanza della Spagna con l’Olanda; e il principe
d’Orange, sposando Maria d’Inghilterra, e avendo un più largo campo, si
intrometteva per pacificare l’Europa, e prima di tutto i Paesi Bassi con la
Francia, e la Francia con la Spagna.
Cadeva
così il 1677, quando re Luigi XIV nel Consiglio dei Ministri annunziò il ritiro
delle milizie da Messina. I nuovi orientamenti politici da un lato, la
necessità di riunire la flotta, le enormi spese sostenute per la guerra in
Messina, dalla quale non traeva nessun vantaggio, la lunghezza della guerra
stessa, che non prometteva di risolversi, la certezza che la Sicilia non
avrebbe mai seguito Messina, e altri
disegni, consigliavano quest’abbandono. Nei primi di febbraio del 1678 richiamò
il duca di Vivonne, che lasciò il comando al maresciallo de La Feuillade, e
partì, fra i pavidi sospetti e gli sdegni dei cittadini.
Il
Maresciallo diede principio alle segrete istruzioni: disarmò i forti, imbarcò
la cavalleria, i fanti, gli ordegni e avviò tutto ad Agosta, spacciando che si
preparava a nuova e più vigorosa impresa. Poi, fatto venire il Senato nel
vascello, ove egli stava, gli mostrò i dispacci del Re, che gli ordinava
l’abbandono di Messina. Era questa una delle condizioni imposte per
l’esecuzione della pace di Nimega. Il re di Francia avrebbe dovuto, per l’onor
suo, ottenere, se non altro, il perdono da Messina, della quale aveva eccitata
la vanità ed alimentata la ribellione; l’abbandonava invece perfidamente
all’ira di un vincitore vendicativo, irritato da quattro anni di ribellione...
Il 25 marzo giungeva il nuovo vicerè Vincenzo Gonzaga dei duchi di Mantova, il quale, mite d’animo, promulgò un indulto, restituendo i beni già confiscati, salvo quello degli esuli; e altri provvedimenti, ma non vessatori, prese per ristabilire l’autorità della monarchia. Ma parvero troppo clementi alla Corte di Spagna, che inviò un consultore, il de Quintana, fiero e senza pietà, il quale obbligò il Gonzaga al rigore: e di lì a non molto, accusatolo alla Corte, lo fece rimuovere. In sua vece fu mandato il conte di Santo Stefano, che fu il carnefice di Messina....
Appena preso possesso della carica nel Duomo di Palermo, partì per Messina, dove giunse il 6 gennaio del 1679, e il giorno dopo soppresse l’Accademia della Stella...
Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella.
Tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo, pubblicato a seguito del romanzo nella edizione I Buoni Cugini editori.
Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella. Messina divisa tra Francia e Spagna (parte seconda)
Nel
luglio del 1672 un quadro allegorico esposto da un sarto, provocò l’ira dei Merli, e ne
nacque un tafferuglio; sicchè tra i Merli e i Malvizzi avvenne il primo conflitto.
Oramai la discordia cittadina, nata dalla fame, si tramutava in ribellione ai poteri
dello Stato.
Il
Senato cominciò a provvedere alla sua difesa con memoriali al marchese di
Baiona, che reggeva il regno per la partenza del principe de Ligny; ma
inascoltato, riprese le armi per espugnare il Palazzo reale e i castelli tenuti
dagli Spagnoli. Il marchese di Crispano da prima resistette nel Palazzo, poi gli
fu forza sottomettersi. Allora il Baiona mosse verso Messina, ma non potè
entrarvi.
I
Malvizzi intanto, non potendo sostenere un possibile assedio, né resistere a
lungo alle armi spagnole, di propria iniziativa per mezzo di alcuni cittadini
si rivolsero all’ambasciatore francese in Roma, che li mandò a Parigi, dove,
per la protezione di madama di Montespan, favorita di Luigi XIV, ottennero
l’invio di una flotta col cavaliere di Valbelle.
Il 29 settembre giunse il
Valbelle con undici legni, ricevuto con grida di viva il re Luigi; così Messina si dava a un altro re straniero.
L’11
febbraio le due armate francesi e spagnole si incontrarono tra lo Stromboli e il Faro; la spagnola
ebbe la peggio, più pel mare tempestoso che pel valore nemico, nondimeno i
francesi l’ascrissero a vittoria, tanto più che gli spagnoli furon costretti a
levare il campo dalla torre dei Faro e a ritirarsi sui colli. Il duca di
Vivonne entrò trionfalmente in Messina, ne prese possesso, e si nominò vicerè;
esigette il giuramento di fedeltà, e il Senato lo prestò.
Messina diventava
terra del re di Francia, e provocava una ribellione generale dell’Isola contro
di essa...
La vittoria dei francesi all’Agliastro suggerì al duca di Vivonne di
battere gli Spagnoli per mare, e ordinò al Duquesne di andare incontro alla flotta
ispano-olandese. Il 22 aprile 1676 presso Agosta avvenne la battaglia: grande
l’accanimento, grande il valore: vi morirono i più valorosi capitani, fra cui
l’ammiraglio Ruyter. Le perdite furono enormi, di nessuno la vittoria; pure
ognuno se l’attribuì. Le due armate, separate dalla notte, si ritirarono, la
spagnola a Siracusa, la francese a Messina. Altra più decisiva battaglia
avvenne nelle acque di Palermo il 2 di giugno. Comandava le navi olandesi e
spagnole il vice ammiraglio Giovanni d’Haen succeduto al Ruyter; le francesi lo
stesso duca di Vivonne. Pugna terribile. I brulotti francesi giunsero ad
appiccare il fuoco alla Reale di
Spagna, che arse e comunicò l’incendio alle altre navi; e sette ne andarono
distrutte dalle fiamme; le altre liberatesi alla meglio, ripararono dietro il
Molo. Vi perirono il fiore dei comandanti spagnoli e il vice ammiraglio d’Haen.
La vittoria rimase ai Francesi..
Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella.
Pagine 954 - Prezzo di copertina € 26,00 - Sconto 15%
Tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo pubblicato al termine del romanzo nella edizione I Buoni Cugini Editori.
Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella. Quadro storico. (Prima parte)
Messina, 1672.
Godeva
Messina di un governo autonomo, quasi repubblicano, ricco di privilegi e
immunità; il Re vi teneva uno speciale suo rappresentante, che si diceva
Stratigò. Traeva la sua ricchezza dalla industria della seta, dalla franchigia
del porto e dalla sua invidiabile posizione. La politica spagnola, eccitandone
la vanità e lusingandone l’ambizione d’esser capitale del regno, aveva fatto di
essa, più che rivale, una nemica di Palermo. La disunione alimentata dai
pettegolezzi ridicoli e inverecondi degli scrittori, giovava al dominio
straniero. Il Senato o Banca, geloso dei privilegi della città, spesso era
venuto in discordia coi Vicerè, ed ultimamente col duca di Sermoneta, che il
popolo chiamò duca di Farmoneta; e ancora di più con gli Stratigò, coi quali
aveva più strette relazioni. Nel 1672 era Stratigò don Luigi dell’Hojo,
spagnolo, ipocrita, seminatore di discordie, che forse ubbidiva a segreti
incarichi di Corte.
La carestia travagliava da
un pezzo la città, il popolo sussurrava contro ipotetici accaparratori di
granaglie ed era avvenuto qualche tumulto; lo stratigò, fingendo pietà pel
popolo minuto, lo aizzava accortamente contro il senato, che era in mano dei
grandi. Si formò un gran partito tra la plebe, i malcontenti e gli avversari
del Senato, e dallo stemma dello Stratigò, portante un merlo, si disse dei Merli. I nobili, la borghesia grassa, per
contrapposto, si chiamarono i Malvizzi,
cioè i tordi. La città si divise. Un frivolo pretesto provocò un tumulto: la
plebe minacciò di andare alla Banca, e uccidere i Senatori. Non potè, perché
affrontata e dispersa dai nobili, ma due giorni dopo, protetta dallo Stratigò
corse ad appiccare il fuoco alle case dei Senatori. Fu ordinata l’elezione di
un nuovo Senato, che statuì nuovi Capitoli di accordo coi consoli delle arti,
ma non cessò la discordia.
Il
Senato, insospettito dei maneggi dell’Hojo, convocò i cittadini, per farlo
dichiarare nemico della patria; ma egli, sollevando il popolo, lo guidò a nuovi
incendi ed eccidi, e con un bando condannò gran numero di avversari. Il Vicerè,
principe de Ligny, credendo ai rapporti dello Stratigò ne approvò l’operato:
poi sollecitato dai cittadini venne a Messina, e persuaso della mala condotta
del dell’Hojo, gli tolse l’ufficio e gli diede a successore il marchese di
Crispano, don Diego Soria.
Il marchese di Crispano seguì le orme del dell’Hojo...
Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella.
Tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo di Luigi Natoli e pubblicato a seguito del romanzo nel volume edito I Buoni Cugini Editori.
Pagine: 954 - Prezzo di copertina € 26,00 - Sconto 15%
venerdì 4 novembre 2016
Luigi Natoli: il Soldatino alla grande guerra.
In questa ultima e grande e terribile guerra, i giovani siciliani combatterono come quelli di Milazzo, come quelli del Volturno. E sul monte Grappa e dovunque fecero prodigi.
Vuoi tu sapere con che cuore essi andavano alla guerra, e i padri ve li mandavano?
Leggi questa letterina: è di un soldato, e fu scritta nel 1917; l'ho letta in un museo di ricordi patrii.
Caro babbo,
Nel secondo anniversario della nostra gloriosa e santa guerra, fidente nella nostra vittoria e nel trionfo del nostro Diritto, dalle trincee di... a pochi metri dal nemico, invio gli auguri più fervidi a te, che serenamente hai dato alla patria i tuoi figli.
Spero di essere fortunato ancora; ma se dovessi cadere, niente lagrime, niente pianti! Sii fiero di noi, che da te abbiamo imparato ad amare la patria e, se necessario, a sacrificarci per essa: e grida con me: Viva la più grande Italia!
tuo C.
Il soldatino che scrisse questa lettera morì pochi giorni dopo. Era giovane, bello e gentile, e tutto diede per la patria.
Medita: e fa di esser degno di coloro che morirono per darti una patria grande e gloriosa.
Luigi Natoli, 1925
Luigi Natoli: il bollettino della Vittoria
Rileggi, ogni anno, il 4 novembre, il bollettino col quale il generale Diaz dava l'annunzio della Vittoria. Ogni italiano deve tenerlo a mente: non per vanagloriarsi, ma per trarne ammaestramento, e adoperarsi ad accrescere grandezza alla patria con una vita virtuosa, degna di coloro che soffersero e morirono per farci liberi e grandi. Rileggi dunque:
"La guerra contro l'Austria-Ungheria, che sotto l'alta guida di S.M. il Re, Duce supremo, l'esercito italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915, e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima, per quarantun mese, è vinta.
"La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre, ed alla quale prendevan parte cinquantun divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una czeco-slovacca, un reggimento americano, contro 73 divisioni austro-ungariche, è vinta.
"La fulminea, arditissima avanzata del 29° Corpo d'Armata su Trento, sbarrando la via della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della 7^ Armata e ad oriente da quelle della 1^, 6^ e 4^ ha determinato ieri lo sfacelo totale del fronte avversario.
"Dal Brenta al Torre, l'irresistibile slancio della 12^, dell'8^ e della 10^ Armata e delle Divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente.
"Nella pianura S.A.R. il Duca d'Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta 3^ Armata, anelando di ritornare sulle posizioni che dessa aveva già vittoriosamente conquistato.
"L'esercito Austro-Ungarico è annientato. Esso ha subìto perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni di lotta, e nell'inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiali di ogni sorta e pressocchè per intero i suoi magazzini e i depositi.
"Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri, con interi Stati Maggiori, e non meno di cinquemila cannoni (*)
"I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano discese con orgogliosa sicurezza.
Diaz"
(*) I prigionieri raggiunsero poi il numero di oltre mezzo milione, e i cannoni quello di settemila.
Luigi Natoli - 1925
Nella foto: il generale Diaz.
Luigi Natoli e il 4 novembre
E' festa, grande festa nazionale. Il 4 novembre 1918 l'esercito austriaco, sconfitto nella grande battaglia di Vittorio Veneto, volse in fuga; e il suo comando supremo dovette domandare un armistizio.
Ma già il tricolore sventolava a Trieste e a Trento, sospiro di ogni cuore italiano.
Per questa vittoria l'Italia ora è tutta quanta libera da ogni soggezione: la catena delle Alpi è tutta nostra; e nessuno straniero può più valicarla e accamparsi nelle nostre terre.
Quanti sacrifizi, però, quanto sangue è costata l'unità nazionale!
In alto il vessillo! e gridiamo gloria a coloro che ci diedero una patria unita, forte, grande.
Luigi Natoli - 1925
giovedì 3 novembre 2016
Luigi Natoli: I mille e un duelli del bel Torralba. - Quadro storico.
Palermo, 1799.
Riaccesa la guerra con la Francia, re Ferdinando occupò guasconescamente Roma; ma i suoi eserciti, furono sconfitti ed egli ritornò rapidamente a Napoli incalzato dai Francesi. Non stimandosi poi sicuro a Napoli, imbarcatosi la notte del 23 dicembre sul Vanguardia, vascello della squadra inglese, con la famiglia, la corte, l’ambasciatore britannico e le opere d’arte più pregiate salpò per Palermo. Dopo una tempestosa traversata, nella quale morì il figlioletto Alberto, vi giunse nella notte del 25, improvvisamente. La notizia, diffusasi per la città, destò commozione. Accolto con applausi, sbarcò prima il Re, e il giorno dopo verso sera la Regina. I Sovrani subito si misero all’opera per fortificare la Sicilia e riconquistare il regno perduto, mentre a Napoli entravano i Francesi, e vi istituivano la Repubblica Partenopea.
Capitò in questa il cardinale Fabrizio Ruffo, che propose ai Sovrani di riconquistare il Regno risalendo dalle Calabrie. Non voleva esercito: diceva che l’avrebbe trovato per via, e poco denaro gli sarebbe bastato. Fu nominato Vicario generale e Commissario nelle Calabrie, e il 27 gennaio 1799 partì da Palermo, con otto uomini e uno stendardo e sbarcò nelle Calabrie. Ben presto accorse gente armata fedele alla monarchia e bande brigantesche, e si formò un esercito, che attraversò le Calabrie vincendo le poche resistenze.
Non è compito nostro narrare le vicende di questa spedizione, né la occupazione delle isole da parte degli Inglesi, e i supplizi di Procida, dove fu mandato il giudice Speciale, disonore della Sicilia. La caduta della Repubblica Partenopea, per la imperizia, e la incapacità dei suoi reggitori, le capitolazioni conchiuse dal Ruffo, e disdette dalla Corte, e i supplizi di uomini onorandi, che affrontarono il patibolo con eroica grandezza, da ricordare i più celebrati dell’antichità, sono noti. Diremo solo che in quel momento la Sicilia, illudendosi di riconquistare con la sua fedeltà il Re, e vedere di nuovo risplendere l’antica reggia, fece ogni sforzo per aiutarlo. Si lasciò depauperare, ordinò tre reggimenti, costruì cannoniere, offrì milizie volontarie, come se quella guerra fosse stata cosa sua. La Corte ebbe con sé in quel tempo la nobiltà per calcolo, le plebi per ignoranza e le vane speranze di miglioramenti, il clero per interesse e fanatismo; i faccendieri per speculazione; ma nel ceto medio intellettuale v’erano molti che vagheggiavano nuovi ordinamenti liberi, ed erano avversi alla Corte, che lo sentiva. Del resto l’Isola non era tranquilla; e non solo per cagione della guerra, ma pei disordini che scoppiavano qua e là contro i giacobini veri o supposti; donde scene di barbarie disonorevoli, cui si abbandonavano le plebi fanatiche.
Anche la nobiltà in qualche modo mutata, non fu servile; e quando la Corte abbandonò la Sicilia, non dissimulò il suo malcontento...
Luigi Natoli.
I mille e un duelli del bel Torralba - Pagine 460 - Prezzo di copertina € 24,00 - Sconto 15%.
www.ibuonicuginieditori.it Luigi Natoli. Gli ultimi saraceni. Quadro storico.
Palermo, 1151
Morti i
figli Anfuso nel 1141, e Ruggero duca di Puglia nel 1145, rimasero del sangue
di re Ruggero Guglielmo suo terzogenito e, nata postuma, Costanza. Guglielmo
era già stato associato al regno e coronato fin dal 1151, ma l’indole diversa
da quella del padre e dell’avo, pareva destinato a vivere sul patrimonio
accumulato da quelli. Nato nello splendore di tanta reggia, circondato di
giovani donzelle latine, greche e musulmane, inclinò alla voluttà, in tempi che
richiedevano saldo braccio e destrezza per superare le difficoltà risorgenti.
Ma non così, che non cercasse di riparare con sicurezza alle cose del regno
mercè l’aiuto di un uomo. Il Regno era insidiato dai baroni pugliesi, che alla
morte di Ruggero credevano poterne scotere il gioco, dai Musulmani d’Africa,
dal Papa, dal nuovo imperatore Federico Barbarossa, che riteneva le Puglie suo
feudo, e dall’Imperatore greco. In questo frangente cercò chi fosse capace di
tanta soma, e lo trovò in Majone, barese, grande ingegno, eloquente, sagace,
astuto, ambizioso, senza scrupoli. Venuto alla Corte, assunto all’ufficio di notaro,
aveva accompagnato Giorgio d’Antiochia nelle imprese marittime; era salito alla
carica di Gran Cancelliere e poi di Grande Ammiraglio. Guadagnatosi l’animo di
Guglielmo, e prese le redini del governo, intese ad abbattere prima e sopra
ogni altra cosa la potenza dei baroni, ostacolo principale al potere di un
solo. Favorì per tanto e riempì la corte di paggi ed eunuchi musulmani, già
numerosi, e cominciò ad allontanare baroni e cavalieri, insinuando sospetti
nell’animo del Re. E poiché potente fra i baroni era Roberto di Basseville,
cugino del Re, e da questo fatto conte di Lorotello, Majone fece credere che
ambisse al trono; per cui Guglielmo, andato a Salerno, gli tolse lo stato, e si
rifiutò di riceverlo. Il conte indispettito, intavolò secrete pratiche coi
baroni pugliesi, col papa Adrano IV, col Barbarossa e con l’Imperatore greco.
La guerra cominciò in quello stesso anno 1154. Colto un pretesto, Guglielmo
ordinò s’invadessero gli stati del Papa, e assediò Benevento. Il conte di
Lorotello seppe sottrarsi all’arresto; non così Simone, conte di Policastro e
Gran Contestabile, che chiamato dal Re per giustificarsi, fu per consiglio di
Majone arrestato e imprigionato.
Cominciarono
i rovesci in Africa. Insorte le popolazioni di Sfax, delle Gerbe, di Kerbeni
contro il mal governo del Re (1156-1158), chiesero aiuto al re del Marocco
Abd-el-Mumen; che radunò un fortissimo esercito, e nei primi del 1159 prese
Sfax, Kairewan, Susa, Tunisi, e piombò a Mehdia, chiave del dominio siciliano,
difesa da poche migliaia di uomini. Guglielmo vi spedì in soccorso un’armata
con a capo un eunuco, il gaito Pietro, musulmano mal convertito al
cristianesimo, che era venuto in alto intrigando, il quale, o per imperizia, o
per tradimento, come fu sospettato, fuggì o si ritirò. Majone dissuase il Re
dal mandare altri soccorsi, e così fu perduta Mehdia.
Questa perdita, che
mortificava l’onore nazionale e feriva interessi economici, fu pretesto a
rinforzare gli odi dei baroni, i quali sospettavano essere stata opera
dell’ascendente dei Musulmani alla Corte. E Majone accusato di vere o false o
alterate notizie, che commovevano il Regno. E le Puglie e i Principati,
insorsero. Majone n’ebbe paura; fece scrivere lettere dal Re agli insorti, che
le respinsero; e mandò suoi legati, che invece andarono a rinfocolar l’odio
contro di lui. La ribellione si estendeva nella Calabria, dove i baroni facevan
capo a Clemenza contessa di Catanzaro, bastarda del re Ruggero, vedova del
conte di Molise, giovane, bella, potente. Majone spedì allora Matteo Bonel,
signore di Caccamo, che era popolare per sua leggiadria e prodezza; e che egli
aveva attirato a sé, e gli aveva, con arte, fidanzata una sua figliola ancor
tenera. Matteo partì per la Calabria, dove sperava poter sedare la ribellione;
ma in una adunanza di baroni, investito con acerbe rampogne perché ubbidiva a
un suo traditore oppressore del regno, distruttore dei nobili, insidiatore
della corona; e adescato dalla promessa della mano di Clemenza, mutò d’animo...
Luigi Natoli - Gli ultimi saraceni. Romanzo storico siciliano.
Pagine 719 - Prezzo di copertina € 25,00 - Sconto 15%
Luigi Natoli. Il capitan terrore. Quadro storico.
Palermo, 1560.
Filippo II ereditò dal
padre - don Giovan de Vega - la guerra con la Francia che si conchiuse col trattato di Castel Cambresì,
e vi aggiunse quella coi paesi Bassi insorti, e con l’Inghilterra che li
proteggeva. Despota chiuso, terribile, nemico di ogni libertà, invido
dell’altrui gloria, nei riguardi della Sicilia rispettò le costituzioni vigenti
e provvide con alcune prammatiche a migliorare gli ordinamenti. Le chiese però
frequenti donativi, che sempre più la impoverivano, pesando sopra il popolo,
mentre se ne esentavano le ricche chiese e i più ricchi monasteri e la nobiltà,
che cresceva sempre più nel fasto e nella cortigianeria. Egli lasciò governare
i Vicerè a loro talento, non rimovendoli se non quando si insinuavano nel suo
cuore i sospetti. Dei Vicerè che per lui ressero l’Isola, ricorderemo qualcuno.
Don Giovanni de la Cerda duca di Medinaceli, preferì feste, balli e cacce alle
noie del governo; protesse un bravaccio, Geronimo Colloca, e maritò le sue figlie
una al duca di Bivona, l’altra al duca di Montalto con feste pubbliche meravigliose.
Tentò un’impresa sull’isola delle Gerbe ma vi toccò una rotta, nella quale
perdette il figlio e caddero prigionieri molti cavalieri. Egli si salvò a
stento. Disgraziati riuscirono anche altri scontri contro il corsaro Dragut. La
carestia provocò un grave tumulto a Palermo, ma fu domato, e il capo, un certo
notaro Cataldo Tarsino, impiccato.
Il successore don Garsia
de Toledo, successogli nel 1565, trovò il Regno in preda dei malandrini, che
ricattavano e assassinavano, rubavando donne perfino nelle città; per cui si
diede con rigore e senza tregua a estirpare la mala pianta. Palermo dovette a
lui alcune opere pubbliche di abbellimento e il porto nuovo col Molo. Durante
il suo governo, Malta fu assediata dalla flotta ottomana, capitanata da Dragut,
ma per la difesa del Gran Maestro La Vallette, e pei soccorsi inviati dal
Vicerè, i Turchi ebbero grandi perdite, tra cui la morte dello stesso Dragut, e
dovettero abbandonare l’impresa. Maggiori sarebbero stati i risultati, se il
Toledo fosse stato sollecito.
In questo tempo avvenne
la riforma degli ordinamenti amministrativi e giudiziarii voluta da Filippo II,
per la quale fu meglio ordinato il Supremo Consiglio d’Italia, che in qualche
modo mitigò e corresse gli abusi dei Vicerè. Furono aboliti gli uffici del gran
Camerario, Gran Giustiziere, Gran Cancelliere, ridotti ora soltanto a nomi
pomposi, non essendovi più Corte a Palermo, e sostituiti a essi i tre
presidenti della Gran Corte, Patrimonio e Concistoro. Così sparì dalle
costituzioni l’ultimo avanzo delle grandi cariche normanne.
Luigi Natoli - Il capitan terrore.
Pagine 481 - Prezzo di copertina € 21,00 - Sconto 15%
Luigi Natoli: Gli schiavi. Quadro storico.
Triocala, 104 a.C.
In
seguito a rimostranze del re di Bitinia, il Senato romano deliberò (104 a.C.)
che nessuna persona libera, di stato federato, potesse esser fatta prigioniera
e servire come schiava in provincia romana. Questa disposizione sollevò reclami
in Sicilia, dove essendo pretore P. Licinio Nerva, moltissimi schiavi
domandavano di essere rimessi in libertà, perché presi con la violenza e venduti
contro diritto. Il Pretore, accolti i reclami, ne aveva in pochi giorni
liberati ottocento, quando, per l’agitazione che s’era diffusa fra gli schiavi,
i grandi proprietari romani e provinciali protestarono, e obbligarono il
Pretore a sospendere le manomissioni, e rimandare ai padroni gli schiavi
postulanti.
Delusi e
paurosi di castighi, molti di questi, invece di ritornare ai padroni si rifugiarono
nel bosco sacro e inviolabile dei Palici: ed ivi escogitarono i mezzi per riscattarsi
in libertà. Capitanati da un certo Vario, insorsero ad Alicia, uccisero i
padroni e corsero per le campagne, eccitando gli altri alla rivolta. Il pretore
Licinio Nerva mosse contro di loro, e col tradimento di un Titinio Gadeo,
bandito, li ebbe in potere. Molti caddero combattendo, altri si precipitarono
dalle rupi. Ma questo non fu che un primo episodio. Un’ottantina di schiavi
uccisero il padrone Canio, romano, si gittarono in campagna e raccolti intorno
a sé altre centinaia di schiavi, formarono un esercito. Nerva indugiò da prima,
poi potendolo, non li assalì e andò a Eraclea donde contro di loro spedì M.
Titinio con la milizia. Ma gli schiavi lo sconfissero, e la vittoria accrebbe
il loro numero fino a seimila. Allora cercarono un capo, e lo trovarono in un
Salvio, indovino e, come Euno, in rapporto con gli dei; ai cui responsi si credeva.
Questi riordinò l’esercito, lo condusse per le campagne, lo accrebbe fino ad
avere ventimila pedoni e duemila cavalieri, coi quali corse sopra Morganzio. Il
Pretore allora si mosse per prenderlo alle spalle, ma ne ebbe la peggio.
Intanto
un altro schiavo, Atenione di Cilicia, sollevava in armi altre torme di schiavi
in Segesta. Questi, tenendolo per indovino, ebbero fede in lui, lo seguirono e
si diedero a saccheggiare le campagne. Savio, prese il nome di Trifone e invitò
Atenione a riconoscerlo re. Questi accettò, aiutandolo a prendere Triocala, ma
Salvio-Trifone, sospettando che gli togliesse la corona, a tradimento lo fece
imprigionare.
Lucio
Licinio Lucullo, mandato da Roma con sedicimila uomini, accresciuti dagli
stanziali, mosse contro Triocala; Salvio allora liberò Atenione che,
dimenticando l’offesa, postosi a capo dell’esercito, forte ora di quarantamila
uomini, volle affrontare i Romani in campo aperto. Presso Scirtea Atenione
combattè valorosamente, ma ferito alle ginocchia non si resse; la sua caduta,
spaventò i suoi uomini che l’ebbero per morto, e fuggirono in Triocala, dove
nella notte Atenione si trascinò. Lucullo non seppe approfittare della vittoria
e indugiò tanto, che Atenione potè organizzare la difesa e costringerlo a levar
l’assedio. Frattanto, morto Salvio, Atenione fu fatto re. La fortuna di domare
la rivolta e chiudere le guerre servili, toccò al console M. Aquilio, che diede
una memoranda sconfitta all’esercito degli schiavi. Egli e Atenione si scontrarono
animosamente, quest’ultimo restò ucciso e Aquilio ferito. Gli schiavi sfuggiti
alla strage, eletto capo un Satiro, continuarono ancora un poco a difendere la
loro vita e la loro libertà finchè, stanchi, si resero a patto di avere salva
la vita.
Aquilio
bruttò la vittoria con la perfidia. Avuti nelle mani gli schiavi li fece incatenare
e li mandò a Roma, per essere esposti alle belve. Ma quegli uomini non vollero
dare spettacolo a diletto dei vincitori, e scesi sull’arena, si trafissero l’un
l’altro.
Satiro,
rimasto ultimo, si uccise da sé. Così nell’anno 77 a.C. ebbero fine le guerre
servili che minacciarono di sottrarre la Sicilia al dominio di Roma.
Luigi Natoli
Luigi Natoli
Luigi Natoli: Gli schiavi. Romanzo storico siciliano ambientato nella seconda guerra servile di Sicilia.
Pagine 387 - Prezzo di copertina € 22,00 - Sconto 15%.
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