Con l’impeto di un torrente in piena, che precipita pei ripidi scoscendimenti, e tutto travolge, volontari e “picciotti” piombano sul ponte, dove i regi trinceratisi e occupando gli edifici vicini, li tempestano di fuoco.
Lo squadrone di cavalleria che stava nella strada del Secco, si mosse allora per assalire di fianco i volontarii; ma la squadra dei Lercaresi, condotta dall’abate Agostino Rotolo, che, divergendo, s’era gittata nei giardini per aggirare i regi, mette in fuga col suo fuoco la cavalleria: intanto che il torrente garibaldino ricaccia indietro i regi, li ributta oltre il ponte, supera il primo ostacolo.
I regi si ritirarono verso il convento di S. Antonino, dove era il grosso della difesa; e dietro la barricata, ma non per questo è libero il passo. Il generale in capo avvisato di quanto avveniva, ordinato al Marra di difendere le posizioni, gli manda in rinforzo un battaglione dell’8°; ma non per questo si può riprendere l’offensiva. I regi piegano, Garibaldi spedisce Fuxa, il temerario, coi “picciotti”, attraverso i giardini, dalla parte della Villa Giulia; altre squadriglie, per gli orti e i giardini, verso S. Antonino; altri picciotti e volontarii occupano le case dello stradone, donde possono saettare la barricata; il fuoco è vivo da ogni parte: dalla barricata i regi spazzano lo stradale dei Corpi Decollati. Tuköry, il nobile ungherese, dinanzi ai suoi, dopo aver oltrepassato il ponte, si avanza; una palla gli rompe il ginocchio; cadono feriti lì presso Benedetto Cairoli, Giorgio Manin, Stefano Canzio, Daniele Piccinini; Bixio è ferito anch’esso. La Masa accorre, obliando l’alterco, gli domanda affettuosamente: – “Sei ferito?” – “Non è nulla, grazie;” – risponde Bixio sorridendo, si toglie da sé la palla e ritorna a combattere.
Tra le fucilate, volontari e picciotti, sebbene stanchi, assetati, scoperti, alla bajonetta guadagnano lo stradale: la barricata è a pochi passi, dinanzi il crocicchio: bisogna cacciarne i regi; e i regi sono cacciati, e ripiegano in fuga: ma il crocicchio è insuperabile. I regi ripiegando dalla porta i cannoni e le compagnie da S. Antonino, la fregata dal mare vi incrociano un fuoco d’inferno. Quei prodi si arrestano. Ma Nullo, bergamasco, fior di cavaliere, piantato saldo sul suo morello, audace e invulnerabile, colto il punto, dà una spronata; un salto e balza su quel crocicchio infernale; balza sulla barricata; e dietro a lui Francesco Carbone genovese; e Luigi Bavin Pugliesi di Bagheria. È una gara: si aspetta la cannonata, appena passa: “Viva l’Italia!” a tre, a quattro, a dieci, oltrepassano il crocicchio, sotto il fuoco dei moschetti: i regi fuggono: Francesco Carbone pianta la bandiera nella barricata e vi si mette a sedere: passa Carini, con la 7^: passa accanto a lui la squadriglia condotta da Leopoldo Mondino... E così via via, a gruppi, tutti, fra una cannonata e l’altra, volontarii e “picciotti”, oltrepassano quel varco della morte, entrano nella città, gridando. Il Bavin Pugliesi, con qualche volontario, con alcuni della sua squadra, penetrando in città, sale per la via di Montesanto, che dà per altre traverse, in via Maqueda, poco lontano dal convento di S. Antonino. Due picciotti salgono sui terrazzi del palazzo Cutò, donde incominciano a tirare sui soldati appostati nel convento; dietro a loro salgono alcuni garibaldini: altre squadriglie, venendo dai giardini, mirano al convento dal lato opposto: questi fuochi di fianco sconcentrano i regi; forse vacillano, rallentano il fuoco: e le altre squadre ne approfittano, e passano.
Intanto i “picciotti” del Fuxa, attraversati gli orti, si gittano dentro la Villa Giulia, donde, sfidando audacemente la mitraglia della nave regia, irrompono nella città, entrando dalla Porta Reale prossima al mare.
Sono circa le sei del mattino, e Garibaldi con Türr, con lo stato maggiore entra nella città già occupata dai suoi, e si ferma in piazza della Fieravecchia. Bixio intanto ha spinto i volontari fino alla via Toledo, incalzando i regi: il prode Mondino, raggiunto dai fratelli Michele e Gaetano, giunge con la sua squadriglia pel primo a Piazza Bologni, e ne scaccia il generale Landi, che si ritira al Palazzo reale. Per ogni parte si diffondono i volontari, coi picciotti, per animare la città, che ancora sonnolente e silenziosa, non pareva persuasa di quel miracolo.
A Palermo si sapeva che quel giorno Garibaldi dovesse entrare: oltreché per segnali di fuochi convenuti, anche per una lettera che il Carini aveva fatto pervenire fin dalla vigilia a Martino Beltrami-Scalia; il quale però, mentre s’affrettava a propagar la grande notizia, veniva arrestato e condotto in prigione. Verso sera poi apparve il bollettino famoso che dava sconfitto Garibaldi; e la forma recisa, e più la sicurezza e quasi noncuranza del comando generale e della polizia, indussero veramente a prestargli fede, e a sospettare che le notizie vaghe e segrete sul prossimo giungere di Garibaldi, fossero manovre della polizia per cogliere in un colpo i liberali e sradicar la rivoluzione. Così, quando l’eco delle prime fucilate destò le anime trepidanti nell’ansia, diffuse dubbi e sospetti; quando, spesseggiando il rimbombo delle cannonate, s’udirono le prime grida di “Viva l’Italia! viva Garibaldi!” coloro che s’affacciarono dalle dischiuse finestre parevano increduli. Poi la sorpresa fu così grande che rassomigliò allo sgomento. Ma fu una folata di vento. La vista delle camicie rosse e dei tricolori, delle squadriglie che si spandevano per la città; delle truppe borboniche che ripiegavano fuggendo verso il palazzo reale, fece correre un fremito per tutta la città: Garibaldi è entrato! Garibaldi è alla Fieravecchia!...
E allora dalle piazze, dai vicoli, dalle grandi case e dai tuguri, tutta una folla d’uomini e donne, vecchi dai capelli grigi e fanciulli ancora implumi si riversano verso la piazza della Fieravecchia, dove il Generale riposava, tra Sirtori e Bruzzesi, sereno e magnifico nella semplicità del suo eroismo: e su pel cielo volarono, messaggieri di guerra e di vittoria, i primi squilli della campana di Montesanto, poi quelle di S. Carlo. Campane a stormo, battute con martelli, con pezzi di ferro, con bastoni, con sassi, poiché la polizia paurosa aveva tolti i batacchi; campane a stormo da ogni campanile, alla riscossa!... O popolo di Palermo, in armi! in armi!...
E mentre i regi seminano la morte, e tentano impedire al resto dei volontari e dei “picciotti” di entrare in città, ecco i facchini della piazza della Fieravecchia, correre sotto il fuoco lungo lo stradale, raccogliere i feriti, caricarseli addosso, e con quel peso attraversare il crocicchio infernale, militi di carità da nessuno ricordati!
Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. Una raccolta di scritti storici e storiografici rigorosamente nella originalità dei documenti:
- Storia di Sicilia dalla Preistoria al Fascismo (I Buoni Cugini 2020 - Per la parte di storia siciliana che va dal 1820 al 1860)
- La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione. (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
- Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille. (Estratto mensile "Rassegna storica del Risorgimento Anno XXV Fasc. II Febbraio 1938 - XVI)
- I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto da "La Sicilia nel Risorgimento italiano - anno 1931")
- Rivendicazioni. Attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927).
Prezzo di copertina € 24,00 - pagine 544
Copertina di Niccolò Pizzorno
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