mercoledì 15 maggio 2019

Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella o La Caduta di Messina.

Nel 1908 Luigi Natoli pubblicò in 154 puntate sul Giornale di Sicilia I cavalieri della stella o la caduta di Messina. Tutte le successive pubblicazioni del romanzo furono postume e riportano profonde differenze nello stile letterario del suo autore con quella del 1908 che oggi proponiamo fedelmente. 
Al centro del romanzo storico, tra i più lunghi e articolati scritti dall'autore, è la rivolta che insanguinò la città di Messina per ben cinque anni, dal 1672 al 1679 e le ripercussioni politiche che ebbe in tutta Europa. Intorno al tema centrale, ruotano altri aneddoti storico come l'Accademia della Stella e le vicissitudini dell'ordine dei Cavalieri, i "partiti" politici dei Merli e dei Malvizzi (due uccelli che diventano simbolo di guerra), il Senato (poichè Messina era l'unica città della Sicilia ad avere un Senato e ad essere una Repubblica), il crudele Stratigò, la filanda Cicca Musco, la misteriosa Setta e la carestia che devastò la città nel 1679. Nei fatti storici si muovono i personaggi nati dalla penna dello scrittore: il nobile Galeazzo de Gotho e il suo fedele cugino Antonello, il crudele don Gregorio Fiordimonte barone del Gibiso, le figure femminili di Laura de Gotho e Cassandra Abate, il coraggioso Totonno e molti altri. 
La seconda parte del titolo, "La Caduta di Messina" proprio perchè il 7 gennaio del 1679, il viceré conte di Santo Stefano soppresse la Repubblica di Messina con l’Accademia della Stella, abolì tutti i privilegi della città, confiscò i suoi beni dichiarandola civilmente morta, fece togliere il capannone, dove si riunivano i cittadini e demolire il Palazzo di città, arando il terreno e cospargendolo di sale affinché non crescesse più nulla.
Così finiva la rivoluzione di Messina che avrebbe potuto conseguire anche l’indipendenza della Sicilia dalla Corona di Spagna e mentre la città dello stretto moriva assassinata, faceva vedere che il colosso spagnolo era con i piedi di creta, segno della sua prossima caduta.
In questi anni di fiera ribellione Luigi Natoli intreccia le vite di personaggi magnifici e immaginari nel rigore di un’attenta ricostruzione storica creando gesta ed eroi che s’imprimono indelebili nella memoria del lettore. 
Pagine 954 - Prezzo di copertina € 26,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
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Disponibile presso La Feltrinelli e Libreria La Vardera - Palermo. 
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Luigi Natoli: La signora Clara Stella. Tratto da I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina

All’angolo della strada di S. Sebastiano, dove essa finisce sotto le mura della Torre della Vittoria, v’era una casa a un piano, di modesta apparenza, con due balconi dalla ringhiera di ferro battuto e un portoncino nè grande nè piccolo, ornato di un mascherone di stucco. Ai giovani di Messina quella casa non era ignota: bisognerebbe anzi dire non era stata ignota; giacché se da prima la frequentavano con assiduità, da quattro o cinque mesi picchiavano invano al portoncino, che non si apriva se non per una sola persona, l’illustrissimo signor don Gregorio Fiordimonte, barone del Gibiso.
Bisogna però dire che dopo qualche tentativo infruttuoso, quando si seppe che la signora Clara Stella era sotto la protezione del barone del Gibiso, nessuno pensò più a sollecitare il favore di essere ricevuto.
La signora Clara Stella era un bel prodotto di seme iberico in terreno italico; era cioè nata in Napoli da padre spagnuolo e da madre napoletana; dal padre aveva ereditato il colorito roseo della carnagione, il biondo rossiccio dei capelli, caratteri forse delle antiche stirpi celtiche, l’orgoglio e l’ingordigia; dalla madre l’opulenza delle forme, gli occhi neri, vellutati, le grazie del parlare e quel fascino particolare che hanno le donne di Napoli. Erano le sole cose che si sapevano di lei; come fosse vissuta nella giovinezza, perché fosse venuta a Messina non si sapeva.
Era capitata un anno innanzi, durante le feste della Madonna della Lettera, –  diceva lei per sciogliere un voto alla miracolosa immagine –  diceva qualcuno per seguirvi un bel tenente della guarnigione spagnuola, che però s’era ammalato di febbri perniciose appena giunto in Messina e ne era morto.
La signora Clara Stella non diede nessuna pubblica manifestazione di un dolore senza conforti; ma trovò che l’aria di Messina le si confaceva, che v’era della gente molto ricca e ambiziosa, e non troppi rigori: e rimase. Poiché aveva ventiquattro anni, era bella, aggraziata e promettente, trovò ben presto dei cuori disposti a consolarne la vedovanza: ciò che ella accettò, ma, probabilmente per non patire altri dolori, non si legò a nessuno ma variò con saggia scelta, come si conveniva a una signora del merito. Aveva in tal modo allargata la cerchia delle sue amicizie fra i giovani del patriziato e dei grandi mercanti, e anche fra i padri, che non sdegnavano, con tutta la prudenza necessaria, passar qualche oretta dalla signora Clara Stella. Ella era così graziosa, così piena di vezzi, e diceva tante paroline tenere e dolci in quel suo dialetto armonioso e suggestivo, che non c’era di meglio per cacciar le malinconie della vita monotona.
Del resto la signora Clara Stella pareva preferisse i padri; e non aveva forse torto; erano più prudenti, più sicuri, meno esigenti, e più generosi.
Da cinque mesi aveva conosciuto il signor Don Gregorio Fiordimonte, il quale aveva sentito parlarne tanto, che s’era risoluto finalmente di farle una visita. L’effetto fu superiore all’aspettativa; quell’uomo di quarantacinque anni fu così preso dai vezzi sapienti di quella donnina di venticinque anni, che ritornò a visitarla con entusiasmo giovanile. Comunicò il suo entusiasmo alla bella napoletana? La conclusione fu che qualche giorno dopo il primo incontro, il signor barone del Gibiso fu il solo uomo al quale si aprisse il portoncino della strada di S. Sebastiano. La casa si vide adornata di bella tappezzeria e di mobili nuovi; e se esternamente conservò il suo aspetto modesto, internamente acquistò l’aria di agiatezza e di benessere delle case signorili; la signora Clara Stella ebbe una schiava bianca per servirla, e uno schiavo moro per custodirla; servitori fedelissimi di don Gregorio, che compivano anche un ufficio di polizia segreta a sicurtà della sospettosa gelosia del barone del Gibiso.
Egli era infatti geloso: una gelosia fatta di paure e di sospetti; che però egli sapeva celare sotto le sue maniere di padrone assoluto, abituato a comandare.
Clara Stella non aveva avuto bisogno di grande studio per conoscere a fondo il suo amico. Col fine intuito delle donne s’era accorta che don Gregorio s’era perdutamente innamorato di lei; e che sotto quelle apparenze imperiose di padrone, e in quello sfoggio di volontà, v’era tutta la debolezza di un amore senile, dalla quale poteva trarre partito. Nella sua mente cominciarono a balenare dei pensieri confusi, delle torbide ambizioni di ricchezza e di possanza, che ancora non prendevan forma determinata, ma ronzavano inquieti intanto, tormentando il suo spirito.
Si mostrava umile, sottomessa, servizievole, accarezzando la vanità dispotica del suo don Gregorio; inebbriandolo nel tempo stesso di carezze e di tenere parolette, acuendone i desideri con improvvisi e ben simulati pudori, e riducendoselo, senza parere, umile e supplichevole come un bambino. Quando egli le faceva qualche ricco dono, ella si mortificava, se ne sdegnava quasi.
- Perché? che bisogno c’è mio grazioso signore? dunque credi che io abbia bisogno di regali per volerti bene? No, no, mio tesoro; io ti voglio bene tanto tanto, per te, unicamente per te!...
Egli arrossiva di piacere; ma col suo tono imperioso rispondeva:
- Taci! non voglio osservazioni; lo sai. Quando io ti regalo qualche cosa, tu devi accettarla, senza discutere. Voglio così: te l’ho detto...
Quel pomeriggio, col quale incomincia la nostra storia, don Gregorio Fiordimonte era andato, come di consueto a visitare la signora Clara Stella. Vi si recava la mattina, e vi si tratteneva qualche ora; nel pomeriggio spesso vi ritornava e non rincasava che a notte alta. La mattina la signora Clara Stella, fingendo un’aria di mistero e di verecondia gli aveva detto che aveva una gran cosa da comunicargli: e per quanto don Gregorio avesse insistito, essa con grazia, ma con fermezza irremovibile, si era rifiutata...



Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina. - Romanzo storico siciliano ambientato nella Messina del 1600
Nella versione originale pubblicata in 156 puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1908
Prezzo di copertina € 26,00 - Pagine 954 
Copertina di Niccolò Pizzorno
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile presso Librerie Feltrinelli
Disponibile presso Libreria La Vardera - Via Niccolò Turrisi 15 - Palermo
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Luigi Natoli: Il casato dei Fiordimonte, baroni di Gibiso. Tratto da: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina

Era una vasta sala da pranzo, dai mobili di quercia, massicci, di quello stile pieno di volute e di cartoni che piacque tanto nel pieno seicento. Un’ampia tavola in mezzo e dei seggioloni dalle alte spalliere, coperti di cuoio nero con borchie di bronzo dorato; due grandi credenze o armadi su due pareti; dentro le quali splendevano le porcellane e il vasellame d’argento: in alto, su le pareti, in giro, panoplie di antiche armi, che al lume delle candele avevano bagliori sanguigni. C’era una grande semplicità, quasi austera nell’arredamento; ma nel tempo stesso una fine eleganza e una grande ricchezza intrinseca. Non era necessario un grande sforzo per capire che quella era la casa di un gran signore. E infatti l’illustrissimo signor don Gregorio Fiordimonte barone del Gibiso, era uno dei più ricchi signori di Messina. La sua nobiltà durava dalla venuta di Pietro d’Aragona. Un cavaliere, Jago de Florimont, segnalatosi nella battaglia del golfo di Napoli, e più tardi a quella della Falconara, aveva avuto in dono alcune terre fra Taormina e Sant’Alessio. Estintosi nel secolo XV il ramo primogenito, e per via di matrimoni passati i titoli principali in altre mani, era a don Pietro II, del ramo cadetto, rimasta la baronia del Gibiso, e ne era venuta una nuova dinastia, che aveva restituito alla casa l’antico splendore, vuoi per ricchi maritaggi, vuoi per una industria alla quale, seguendo il loro naturale, i Fiordimonte si erano dati sul finire del secolo decimosesto e nel seguente. Armavano navi da corsa, e davan la caccia alle navi barbaresche, – qualche volta anche a quelle francesi o inglesi. Guidate da capitani esperti, veri lupi di mare, nello sfidare le procelle, audaci e prudenti a un tempo nell’assalire il nemico, armate di ciurme che pareva vivessero di combattimenti, queste navi leggere e veloci, erano sfuggite sempre a una cattura, ed eran tornate a Messina, il più delle volte, traendosi dietro qualche galeone mercantile; la cattura del quale liberava dal remo qualche centinaio di cristiani, gittava negli ergastoli o nel mercato di Messina altrettanti barbareschi o greci, e nei magazzini del palazzo Fiordimonte grano, stoffe preziose, vasellami, oro, gemme: una vera ricchezza. Così i Fiordimonte erano diventati straordinariamente ricchi.
Don Gregorio, in gioventù, aveva voluto correre il mare, ed era stato fortunato; alla morte del padre però, posto a capo di una casa considerevole, aveva abbandonata la vita avventurosa e pericolosa, pensando che oramai era tempo di godersi l’ingente patrimonio, in quel suo palazzo che era celebrato come una reggia. Di trentacinque anni, nel 1660 aveva preso moglie; donna Laura de Gotho, di antica e provata nobiltà, minore di lui di venti anni: e già ne eran trascorsi dieci, ma non certo lieti o per lo meno contenti. Nessun figliuolo era venuto a rallegrare quelle nozze così disparate, nelle quali don Gregorio era entrato con tutta l’esperienza di un uomo, cui non eran mancate avventure; e donna Laura con tutte le trepidazioni di un’anima che, a un tratto dalle spensieratezze infantili si vedeva gittare nel mondo serio e così diverso della donna. Ella non aveva avuto il tempo di sognare né di pensare al matrimonio. Seguendo le usanze, il padre, l’illustrissimo signor don Tommaso, aveva trattato il matrimonio col nobile barone del Gibiso, sicuro di dare alla figliuola uno stato invidiabile, e lieto di collocarla così presto. Ma non fu lieta donna Laura. Ella non seppe del matrimonio che gl’impeti brutali del marito, che le davano una soggezione, quasi un senso di paura e di sgomento. Quell’uomo alto, robusto, abbronzato, coi capelli grigi e ruvidi, gli occhi verdastri, la voce grossa, le maniere rudi, che non le aveva mai detto una parola graziosa, che non le aveva mai suscitato il desiderio e il sentimento dell’amore; che la riguardava come una cosa, cui chiedeva soltanto, violentemente, un erede che non veniva, la faceva rabbrividire, ogni qual volta, con un gesto imperioso la faceva avvicinare a sè. Dopo cinque anni infruttuosi, i loro rapporti cessarono quasi del tutto; ciò che non spiacque a donna Laura, né addolorò don Gregorio. Ma la giovine signora, già cosciente, sentiva ora il gran vuoto nel quale viveva il suo cuore: nella solitudine in cui era lasciata qualcosa di indefinito, una aspirazione segreta, il desiderio di un affetto assai diverso da quelli conosciuti fino allora, le oscuravano la fronte di una profonda malinconia. Due persone mitigavano quella triste solitudine: il fratello Galeazzo, minore di lei di tre anni, bello, elegante, valoroso e gentile, e la piccola Cassandra Abate.
La piccola Cassandra Abate, attualmente educanda fra le Benedettine di S. Paolo, era una nipote di don Gregorio, orfana dei genitori; che spesso, in occasione di feste pubbliche, lo zio conduceva in casa. Cassandra Abate s’era affezionata a quella sua zia giovine e bella, come a una sorella maggiore; e donna Laura provava una tenera simpatia per quella fanciulla bellissima che le ricordava la sua fanciullezza, e proprio il tempo in cui anch’ella fu tolta da quel medesimo monastero, per passare fra le braccia di un marito nè amato nè conosciuto. 
Dopo qualche giorno, che la Cassandra Abate era venuta a passare, per la prima volta, le feste carnevalesche in casa dello zio, era venuto da Barcellona un cugino, Antonello Pirruccio, figlio di una sorella del magnifico signor don Tommaso de Gotho; e la storia di questo giovinetto, che a un tratto s’era trovato nel mondo, solo, povero, senz’altro che il suo nome, la sua spada e una chitarra, l’aveva interessata profondamente.



Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina. - Romanzo storico siciliano ambientato nella Messina del 1600
Nella versione originale pubblicata in 156 puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1908
Prezzo di copertina € 26,00 - Pagine 954 
Copertina di Niccolò Pizzorno
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Luigi Natoli: La festa della Madonna della Lettera. Tratto da: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina


Era questa una delle feste più solen­ni che si celebravano in Messina, e dopo quella dell'Assunta, era la più importan­te, come quella che celebrava, niente­meno! il giorno in cui la Madre di Gesù, proprio lei, inviava ai Messinesi con una lettera, scritta di suo pugno, una ciocca dei suoi biondi capelli. La lettera scritta il 3 giugno dell'an­no 42, fu data a due ambasciatori che i Messinesi, volendo convertirsi alla nuo­va fede avevano spedito alla madre di Gesù in Gerusalemme.
L'autenticità di questa lettera e della ciocca dei capelli non fu messa menoma­mente in dubbio; nessuno volle accor­gersi dello strafalcione cronologico che essa contiene; e dire che la lettera fu fab­bricata dall'umanista Lascaris nel secolo XV, pare anche oggi una bestemmia ai fedeli Messinesi; peggio poi pensare a qual capo poté essere tolto il capello che custodito in un'urna di cristallo di rocca, è per così dire, il palladio della città.
Si capisce come, aggiustando fede a una impostura, la festa che celebrava un avvenimento unico, orgoglio di Mes­sina, della quale la Vergine stessa si di­chiarava protettrice (Protectricem nos esse volumus) dovesse venire celebrata con le maggiori magnificenze.
Tutte le strade si addobbavano di drappi e di arazzi, magnifici di disegni e di ricami d'oro e d'argento quelli pen­denti alle finestre dei palazzi e dei mona­steri, rallegrati da ghirlande e da festoni di fiori quelli poveri delle umili case po­polari. Sopra antenne rizzate di proposi­to, sventolavano bandiere variopinte, e qua e là, nei crocicchi si elevavano archi di trionfo. Ogni tanto un altare ornato riccamente, con una immagine della Madonna; e intorno altri arazzi, altri fe­stoni, e fiori e sete e oggetti preziosi.
Le botteghe degli orafi e dell'arte della seta, vale a dire delle due maestran­ze più ricche e più potenti, si tramutava­no in gallerie fantastiche, che offrivano spettacoli meravigliosi di magnificenza, per le ricchezze che vi si mettevano in mostra. E poi, da per tutto, nelle finestre, nei balconi, dinanzi alle porte, intrec­ciati tra i festoni, lumi, lumi e lumi, che accesi la sera, spandevan tanta luce da fare, come scrive un cronista del tempo, “scorno al più fitto meriggio”. Ma ciò che formava la singolarità di quella festa era la esposizione di quadri, di statue, di nuova invenzione, ogni an­no; e che talvolta avevan argomento reli­gioso, ma più spesso erano allegorie, il si­gnificato delle quali non sfuggiva al popolo.
Quella era una delle processioni più strepitose, che si svolgeva per una lunga teoria di confraternite, di conventi e di preti, col capitolo del Duomo, il Sena­to, gli ufficiali della città, un lungo segui­to di gentiluomini e i Cavalieri della Stel­la, che godevano lo speciale privilegio di condurre la reliquia anche per la loro fe­sta, che cadeva il 6 gennaio, giorno dell'Epifania. I famosi capelli della Madonna nel­la loro custodia di cristallo, eran portati sopra un fercolo o macchina di argento, splendente di ceri, sotto un baldacchino di seta, tra i canti del clero e il fumo degli incensi e il rullìo dei tamburi, mentre su pel cielo squillavano le campane delle chiese.



Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina. - Romanzo storico siciliano ambientato nella Messina del 1600
Nella versione originale pubblicata in 156 puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1908
Prezzo di copertina € 26,00 - Pagine 954 
Copertina di Niccolò Pizzorno
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giovedì 9 maggio 2019

Luigi Natoli: L'abate Meli. Sconto del 20% dal sito della casa editrice

Luigi Natoli: L'abate Meli. Il volume comprende:
L'Abate Meli, romanzo nella versione originale pubblicata a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia dal 30 settembre 1929
Giovanni Meli, studio critico pubblicato nel 1883
Le poesie di Giovanni Meli pubblicate da Luigi Natoli su Musa Siciliana, con traduzione a fronte in italiano a cura di Francesco Zaffuto
Prefazione e presentazione dell'opera a cura di Francesco Zaffuto.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it o clicca sul link

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Luigi Natoli: La festa della Madonna Assunta ai Cappuccini. Tratto da: L'Abate Meli

La Madonna Assunta che si venera nella chiesa dei Cappuccini 
a Palermo
Era il pomeriggio. La via era affollata di gente, perché era la vigilia dell’Assunta, festa solenne dei Cappuccini. Gente che andava e gente che veniva: un viavai continuo: portantine di tutti i colori e carrozze padronali, carretti, pedoni; questi in maggior numero, uomini in giamberga e in giacca, donne col manto chiuso nel naso, lasciando liberi gli occhi neri e fulgidi; ragazzi che empivano la strada dei loro cicalecci; venditori di acqua, che la portavano sul fianco, coi bicchieri infilati in un ordegno di ferro; o di semi di zucca, o di ceci abbrustoliti: tutta gente che vociava, nel lungo tratto di strada.
Allo svolto della strada che conduceva ai Cappuccini, la folla era più fitta. Delle baracche cucinavano, delle altre facevano focaccie, qui una tenda vendeva dolciumi, lì una tavoletta esponeva Madonne di argilla, coricate con le mani stese ed aperte, vestite di bianco col manto azzurro; grandi e piccole; più in qua l’“incatena corone”, torcendo i fili di ottone intorno ai grani del rosario; e fra tutti, le piccole bare, con madonne di cera, illuminate, portate da quattro ragazzi che gridavano con le vocine squillanti: “viva Maria”. Ma su tutto ondeggiava un odore di fritto, tra il fumo delle padelle, nelle cucine improvvisate.
Fra questa folla varia e multiforme andava il Meli discorrendo col giovane che gli camminava a fianco.
- Al Convento non vi ho visto mai. Come vi chiamate?
- Mi chiamo Gerlando, ai suoi comandi. Gerlando Disa... Sono venuto da poco; il frate ortolano è mio parente...
- E siete intimo di fra Francesco?
- Sono il suo buon servitore, perché mi ha beneficato, quando ero, per così dire, nell’altro mondo!
- Come sarebbe a dire?
- Dunque voscenza non m’ha guardato?
- Che cosa volete che vi guardi?
- E mi guardi ora...
E il giovane si scoprì, voltandosi verso di lui e mostrando la testa. Aveva una cicatrice, piuttosto lunga, che gli correva dalla fronte e gli partiva i capelli, come una scrimatura.
- Questa – disse – me la fece un colpo di spada, una sera; e debbo a Fra Francesco se tornai dalla morte alla vita. Fu un signore. Credeva che volessi dare una lettera ad una delle sue donne e mi conciò a questo modo. Per poco non sono morto.
- Ma dimmi un po’, – disse sorridendo Meli, – tu non destasti sospetto? Non ti si era veduto con qualche signora?
- Oh! ma che va dicendo voscenza! Io non faccio il mezzano. Chi sa poi per chi m’ha preso quel signore.
Chiacchierando così, e scansando il continuo andirivieni, erano giunti al convento. La folla era più fitta e bisognava fermarsi. Dalla croce di legno, alta sopra uno zoccolo, fino a quella specie di portico pieno zeppo di... miracoli o “ex voto”, dipinti da pittori da strapazzo, la gente si ammassava. La chiesa era piccola e non c’entrava tutta; gran parte sostava. Un frate raccoglieva l’elemosina.
Eppure in quel viavai di gente allegra, in mezzo a quel cicaleccio, a quelle grida continue, nel convento un uomo moriva. E aspettava con l’ansia di chi teme di non fare in tempo.
Il convento piccolo e all’aspetto povero, si mostrava aderente alla chiesa; alto due piani, con le finestrelle piccole; e sovrastava alle famose sepolture o catacombe, ove i cadaveri, ridotti in scheletri vestiti di sacco o di roboni, stanno schierati in più ordini. Spettacolo triste e nel contempo riprovevole e ridicolo dell’uomo, in atteggiamenti, che tolgono all’onestà della morte ogni grandezza ed ogni profondità di mistero. Ma in quei tempi, pareva rendere ai vivi l’orrore della vita, con lo spettacolo orrendo di quel che diverremo: ossa e null’altro. L’illusione che sotto la pietra e dentro la bara, il corpo rimanga intatto, si distrugge; le ossa sono tutte simili e noi non riconosciamo le fattezze amate nei sogghigni dei teschi.
Il Meli attraversò il portico dinanzi la chiesetta, piegò la testa, vedendo nella navata l’immagine della Madonna, coricata fra le candele accese; e salì le scale del convento.
Era quasi deserto. La festa chiamava i frati nella chiesa e nella cucina: solo qualche vecchio con la barba bianca e lunga errava nei corridoi.


Luigi Natoli: L'abate Meli. Il volume comprende:
L'Abate Meli, romanzo nella versione originale pubblicata a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia dal 30 settembre 1929
Giovanni Meli, studio critico pubblicato nel 1883
Le poesie di Giovanni Meli pubblicate da Luigi Natoli su Musa Siciliana, con traduzione a fronte in italiano a cura di Francesco Zaffuto
Prefazione e presentazione dell'opera a cura di Francesco Zaffuto.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile presso La Feltrinelli Libri e Musica Palermo
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
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Luigi Natoli: Entra in scena il protagonista... L'Abate Meli

La vigilia dell’Assunta del 1795, don Giovanni Meli, se ne stava nel suo studio modestamente arredato scartabellando un volume di medicina per una consulta che doveva fare. Era medico.
In quel tempo abitava una casa dietro il coro della Chiesa dell’Olivella, casa modesta, dove erano vissuti suo padre, sua madre, due zie che erano morte, e l’avevano lasciato con due fratelli, Stefano e Tommaso che si era fatto frate nei domenicani e una sorella pazza.
Giovanni era il dotto della famiglia, e il suo nome era famoso in tutta la Sicilia, come quello di un gran poeta.
Era un uomo di circa 50 anni, di statura media, bruno di volto, coi capelli quasi neri, con parecchi fili d’argento tirati indietro e legati con un nastro, gli occhi nerissimi, vivaci; un’aria modesta, non curante di sè, ma pulita. Vestiva di nero, alla guisa degli abati ed infatti lo chiamavano “l’abate Meli”. Ma non lo era, anzi non era neppure chierico, nè aveva i quattro ordini e la tonsura, che prese l’ultimo anno di sua vita per ottenere l’abazia che non ottenne. Era semplicemente il “dottor Meli”, e si vestiva da abate per avere libero accesso nei monasteri, dove non si entrava, se non si apparteneva alla Chiesa, in un modo qualunque.
Di tanto in tanto in quella che scartabellava, guardava, pensando, nella parete di contro, ove era una libreria con pochi volumi di medicina e molti di letteratura.
In quegli sguardi forse c’era un pensiero medico, per la consulta che doveva farsi, o piuttosto c’era un’immagine poetica che egli perseguiva e che si frammezzava alla medicina? In uno di questi momenti la vecchia domestica, entrando senza cerimonie, gli annunziò una visita.
- Non so chi sia: dice che ha da parlarle.
- Fatelo entrare.
Il nuovo venuto era un giovane nè di civile condizione, nè di popolare; un chè di mezzo; si sarebbe detto un agricoltore agiato o un impiegato ai dazi. In quei tempi c’era poca differenza nel vestire dell’uno e dell’altro ceto: un cappello a larghe falde, una veste senza coda, calze di cotone bianco e scarponi. Entrando, salutò con riverenza.
- Bacio le mani a voscenza...
Il “voscenza” era di prammatica nel popolo rispetto alle persone civili e il Meli era anche dottore.
- Bacio le mani a voscenza. Mi manda fra Francesco...
- Chi fra Francesco?
- Fra Francesco da Palermo... Il cappuccino... Voscenza è stato il suo medico ed è suo amico.
- Ah! ebbene, è ammalato?
- Si è improvvisamente ammalato... Credo che sia più in là che qua. Mi ha fatto chiamare... Mi ha detto... – Va da don Giovanni Meli, che abita dietro l’Olivella, e digli che sono ammalato, come vuole il Signore; e che si affretti a venire.
- Oh buon Dio! ma non m’ha detto nulla.
- Se le dico che è stato improvvisamente!
- Bene, più tardi verrò.
- No, signore, voscenza ha da venire subito.
- Ma ho da studiare un caso.
- Sarà, ma io ho l’ordine di non muovermi, se non verrà con me.
Meli si alzò senza dire una parola, prese il cappello e il bastone e mormorando un “sia fatta la volontà di Dio” disse al giovane:
- Andiamo!
Presero una portantina e si avviarono: Meli dentro e il giovane a piedi, fuori; l’ombra dei platani che fiancheggiavano la strada che da Porta Nuova menava ai Cappuccini li difendeva dai raggi solari. Quegli alberi, piantati da M. A. Colonna di Paliano, percorrevano la via sino al convento. Ora non restano che pochi avanzi presso Porta Nuova; non c’erano allora tutte le cose che ingombrano i due marciapiedi ed erano lieti delle ombre che rinfrescavano i cittadini. Di qua e di là lungo il corso, si aprivano cinque emicicli, con in mezzo fontane di pietra grigia. Di contro all’imboccatura della strada che conduceva ai Cappuccini (ora si chiama Via Pindemonte) c’era un’altra fontana più monumentale, mista di marmi bianchi e pietra grigia, che s’alzava maestosa, e dava acqua ai vicini. Ora fu distrutta, per dar luogo alla Via Cuba e non si sa che se ne sia fatto, così delle altre fontane nessuna più ne esiste, per ingordigia degli abitanti o per altre ragioni, salvo una a fianco dell’Educandato Maria Adelaide, chiusa da un cancello.


Luigi Natoli: L'abate Meli. Il volume comprende:
L'Abate Meli, romanzo nella versione originale pubblicata a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia dal 30 settembre 1929
Giovanni Meli, studio critico pubblicato nel 1883
Le poesie di Giovanni Meli pubblicate da Luigi Natoli su Musa Siciliana, con traduzione a fronte in italiano a cura di Francesco Zaffuto
Prefazione e presentazione dell'opera a cura di Francesco Zaffuto.
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Luigi Natoli: il fantasma di donna Costanza... - Tratto da: L'Abate Meli

Una casa a un piano, con tre balconi ornati di un motivo settecentesco, e con le ringhiere di ferro, a collo di cigno; con un mascherone satiresco nel portone logoro e spento; coi muri anneriti dal tempo e dalla muffa, con un aspetto lugubre, diffondeva la sua tristezza nella strada che prendeva il nome dal palazzo dei marchesi Lungarini.
I vetri rotti, gli scuri serrati, i ragnateli che si stendevano nell’arco del portone, tra i ferri della raggera sovrapposti ai balconi, rivelavano l’abbandono in cui la casa era lasciata.
Lo stesso abbandono mostravano due o tre alberi che si alzavano dietro il muro di un giardino inselvatichito.
Non un segno di vita.
Il sole stesso, che la illuminava di sbieco e per poche ore, pareva avesse fretta di andarsene; perché la sua luce, facendo meglio apparire le crepe e i buchi, accresceva l’orrore di quella casa.
L’ombra e il silenzio eran quelli che gli convenivano. Si sarebbe detto che, per qualche delitto commesso in tempi remoti, sentisse sopra di sè il peso di una terribile maledizione; per cui la gente la fuggisse con terrore.
La gente del vicinato la guardava pavida e sospettosa; e quando era costretta a passarvi d’innanzi, affrettava il passo, come per paura che qualche essere soprannaturale e diabolico dovesse uscirne per afferrarla.
Difatti era comune credenza che quella casa abbandonata dagli uomini fosse abitata da spiriti; e c’era chi affermava di aver veduto una notte attraverso le fessure errare un lume; chi curioso, si era arrampicato sul muro del giardino; di là era balzato sul balcone, e aveva posto l’occhio alla vetrata; ma era subito fuggito e così spaventato, che per poco non era precipitato giù.
Aveva veduto una “malombra” tutta bianca, con una candela accesa in mano, che veniva verso la vetrata. Era spaventevole.
La notizia si sparse subito: l’uomo fu interrogato, se ne volevano i particolari; ma egli non poteva e non sapeva dir altro che la “malombra” aveva la faccia nera, ed era tutta avvolta in un lenzuolo bianco.
La curiosità vinse altri: ma la paura li trattenne dall’andare sui balconi a guardare. Quelli che abitavano nelle case di fronte, e che mai si erano accorti di lumi od altro, forse perché andavano a letto prima che il fantasma apparisse, vegliarono, e dalle loro finestre socchiuse tennero gli occhi sulla casa sfitta.
A mezzanotte videro le imposte del balcone aprirsi lentamente e nel quadrato buio della stanza la “malombra” bianca, che dileguò a poco a poco.
Non vollero vedere altro. Si segnarono, recitarono degli scongiuri e il domani confermarono che nella casa v’erano gli spiriti: e li avevano veduti.
Allora si cercò come e donde vi fossero venuti: uno dei più vecchi della contrada disse:
- Non vi scervellate. Quella è l’anima di donna Costanza, che fu uccisa e morì sul colpo, saranno cinquant’anni addietro. Fu uccisa dai fratelli per vendetta dell’onore offeso.
La storia era breve e tragica.
Donna Costanza Giordano apparteneva ad una famiglia di “arrendatari” cioè che viveva di rendita, virgulto di cadetti di vera nobile ed antica casa baronale, della quale oramai non aveva che il cognome e le relazioni; non le ricchezze ed il titolo.
Era figlia unica di don Placido, ma non sola: aveva due fratelli: don Mario, il maggiore, e don Paolo, l’ultimo nato.
Quando ella toccava i quindici anni, i genitori morirono un dopo l’altro, nello spazio di pochi mesi. Don Mario rimase capo della famiglia. Era un uomo autoritario; troppo chiuso, troppo serio per la sua età; pretendeva cieca obbedienza a qualunque costo, senza transazioni, senza debolezze di sorta, senza neppur cedere alla ragione, quando pur riconosceva di aver torto o di pretendere una cosa ingiusta. Non mai un lampo di tenerezza nel suo sguardo, nè una parola dolce nella sua bocca. Le passioni che agitavano il suo petto, non trasparivano fuori: la sua stessa collera non aveva scatti: era fredda, ma inesorabile.
Don Paolo gli ubbidiva ciecamente, sia perché educato a riconoscere l’autorità del primogenito, al quale, seguendo le antiche usanze, dava del voi; sia per l’imperio che questi esercitava sopra di lui.
Donna Costanza, che aveva l’indole della madre, dolce e sentimentale, cresceva fra questi due fratelli; come un tenero fiore desideroso di aria e di luce, costretto a vivere nell’ombra.
Senza essere propriamente una bellezza, donna Costanza aveva occhi meravigliosi; sotto l’arco delle sopracciglia nere, ombreggiati da lunghe ciglia vellutate che parevan segnate col bistro, le pupille nerissime e profonde avevano un fascino che incantava. Il loro sguardo scendeva nel cuore e lo turbava; rimescolava il sangue, ne accelerava il ritmo, faceva scorrere pei nervi un brivido. Ella, però, ignorava questa potenza, ma don Mario se ne era impensierito. Quegli occhi erano capaci di innamorare di primo acchito. E questo egli voleva impedire.
Certamente, non pensava che donna Costanza dovesse rimaner nubile; ma voleva sposarla a chi gli pareva più conveniente; voleva trovarle un marito ricco, non troppo giovane, capace di guidarla. Ed ella doveva accettare il marito proposto senza discutere. Le ragioni del cuore non entravano nel sistema di don Mario.
La mattina del 1754 essi andarono, come solevano, a S. Francesco dei Chiodari, per assistere alle funzioni religiose…




Il volume comprende: 
L'Abate Meli, romanzo nella versione originale pubblicata a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia dal 30 settembre 1929
Giovanni Meli, studio critico pubblicato nel 1883
Le poesie di Giovanni Meli pubblicate da Luigi Natoli su Musa Siciliana, con traduzione a fronte in italiano a cura di Francesco Zaffuto
Prefazione e presentazione dell'opera a cura di Francesco Zaffuto

giovedì 2 maggio 2019

Luigi Natoli: La loggia delle donne. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure


In fondo io eccitavo la loro vanità. Prendevo dalle dottrine degli Illuminati quanto esse dicevano sulla superiorità spirituale della donna, di cui è un simbolo l’Annunciazione. Non fu laVergine di Nazareth la eletta per redimere l’uman genere? Non si chinò dinanzi a lei l’angelo Gabriele? La donna doveva dunque uscire da quello stato di servitù e di menzogna in cui era tenuta, sotto la maschera della galanteria, della devozione degli uomini. 
Nel mio rituale della Massoneria egiziana avevo assegnato alla donna una parte importantissima nell’opera di rigenerazione, sviluppando il bene della Bibbia, che essa era la predestinata a calpestare la testa del serpente. 
Quando io scrivevo questa parte del rituale, sentiva dentro di me, veramente la grande verità che vi si nascondeva, perché scrivevo sotto una ispirazione. Molte dame, dunque, mi stavano attorno, ascoltavano i miei discorsi, ne bevevano le dottrine, se ne infatuavano, mi sollecitavano di iniziarle. Io eludevo sempre di rispondere, e allora esse si rivolsero a Lorenza, pressandola vivamente, per ottenere non una loggia d’adozione, dove esse potevano intervenire senza avere una vera missione, come figure ornamentali, sibbene una loggia propria, dalla quale fossero esclusi gli uomini, e dove anche loro potessero venire iniziate agli alti misteri della teurgia. 
Trentasei nomi, dei più belli e più noti di Parigi erano scritti in una lista; ne ricordo alcuni. Vi figuravano le contesse de Brienne, de Dessalles, de Polignac, le marchese de Genlis, de Lomènie, de Bercy, Baussan, le dame de Boursenne, de Trèvières, de la Blanche, de Monichenise, d’Ailly, d’Auret, d’Evreux, d’Erlach, de la Fare, madama d’Espresmesnil, madama Boissenier, madama Duval, madama Billet, madame de Lautret ed altre, i cui nomi mi sfuggono. 
Per desiderio di esse e anche perchè non fossero i lavori disturbati prendemmo a pigione una casa al punto opposto della via S. Claudio, nella via del Chemin Vert, sobborgo S. Onorato, quasi all’angolo della via del Sobborgo; un luogo quasi deserto, verdeggiante di orti e di giardini, oltre i quali si stendeva il vasto piano del Corso della Regina, detto dei Campi Elisi. 
La casa era isolata, aveva una piccola villetta dinanzi, una dietro più vasta, con un parco. Pareva un nido di amori e di misteri. Io battezzai la nuova loggia col nome di Isis.
Raccolte in una vasta sala, con la dolce ansia aspettante di quel meraviglioso che si promettevano, empivano l’aria del loro dolce sussurrìo. E sorridevano fra loro. Erano quasi tutte giovani, belle, ardenti. 
Alle undici entrarono nella sala, del guardaroba, dove, secondo era stato loro insegnato, ciascuna si spogliò delle proprie vesti, e indossò una tunica bianca, di leggera stoffa.che aderiva alla persona, come quelle che si vedono nelle statue antiche; e strinsero la tunica sui fianchi con una sciarpa colorata. Ogni gruppo di sei aveva una sciarpa dello stesso colore; rosa, celeste, verde, nero, violetto, fantasia. In capo un gran velo. 
Così vestite entrarono nel tempio, coperte le pareti di stoffa scura, intorno alle quali erano disposti trentasei seggioloni tappezzati di seta nera; e in fondo un trono rilucente d’oro. 
Poche lampade opache lasciavano nella penombra la sala, allora, vestita di bianco, con le insegne del suo grado, e una specie di corona sul capo, uscì Lorenza. La seguivano due giovani donne, vestite alla maniera dei guerrieri egiziani, le quali si posero ai due lati del trono. 
Lorenza ordinò alle dame di scoprire ciascuna la gamba sinistra, nuda, oltre il ginocchio; e di alzare il braccio destro, e appoggiarlo alla colonna vicina. Le due dame in costume egiziano allora con un cordone di seta, legarono fra loro per le gambe e per le braccia le dame; e quando questa operazione fu compiuta, Lorenza recitò un discorso, che ne spiegava il significato mistico. 
Io mi presentai in costume di Gran Cofto, e tenni loro un discorso, a guisa di preambolo sulla scienza ermetica della quale esse avrebbero appreso i principi, e le leggi e il fine della massoneria egiziana, che era il benessere dell’unità. 
- Vivete felici, – conchiusi, – amate la pace e l’armonia, temprate le vostre anime ai dolci sentimenti; amate, operate il bene; il resto è ben poca cosa!


Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure. 
Nell'unica versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914
Prezzo di copertina € 25,00 - Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
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Luigi Natoli: Il palazzo d’Orviellers ovvero la casa del conte di Cagliostro a Parigi. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure


La strada di S. Claudio non è molto lunga. Può essere di circa duecento passi geometrici; comincia dalla strada di S. Luigi e mette sul boulevard. Non vi sono edifici notevoli salvo il convento delle Filles du Sacrement e il palazzo d’Orviellers. Questo era all’angolo opposto; una delle sue facciate dava sul boulevard del Tempio. Era un edificio a due piani, di belle e nobili forme; il cui portone si apriva all’angolo del boulevard. La corte, chiusa tra le ali del palazzo, aveva un aspetto grave e solenne, con un portico lastricato, sotto il quale si partiva la scala con un passamano di ferro, che conduceva al primo piano. Una scala segreta portava al secondo: una terza scala stretta e tortuosa, dalla parte del boulevard, era scavata nello spessore del largo muro, e serviva alle grandi sale, i cui finestrini s’aprivano sopra una terrazza con la ringhiera di ferro. Giù, al pianterreno erano le scuderie e la rimessa (54). 
Mi piacque, e fui anche soddisfatto della magnificenza e della ricchezza dell’arredamento. 
Avevo due carrozze nella rimessa, una comune per le mie escursioni, l’altra di lusso, con dorature, pitture, tende di seta, frange e stemmi di argento battuto e cesellato; un ricco e bellissimo vasellame d’argento, in gran parte, doni di ammiratori e di riconoscenti; molta argenteria da tavola, porcellane, stoffe. Nelle pareti, quadri di buon autore; negli stipi e sulle consolle gingilli e oggetti curiosissimi, trovati qua e là nelle botteghe di antiquari, acquistati da marinai levantini, fabbricati o modificati da me: piccoli idoli di bronzo, scarabei, lampadine, triangoli mistici, occhi di vetro, vetri antichi; tutta roba alla quale io davo un valore simbolico, misterioso. Altri emblemi e stelle raggianti, e animali imbalsamati, fra cui un piccolo coccodrillo e un ibis, erano posti qua e là; e fra essi, sopra una parete, una tavola di marmo nero, incisa a lettere d’oro la preghiera di Pope, che comincia col verso: “Padre dell’Universo, intelligenza suprema che governa i mondi, ecc”.
Ciò dava un carattere singolare alla mia casa, che era così non soltanto la dimora di un gran signore, ma anche quella di un personaggio misterioso. 
Avevo una servitù numerosa; valletti, lacchè, cocchieri, indossavano livree da quattrocento lire per una. Lusso che produceva una grande impressione; tanto maggiore, in quanto io vestivo ordinariamente con una grande semplicità, e talvolta anche con trascuratezza. 
Il piede di lusso era per me a Parigi una necessità; perché aveva una grande efficacia in sé e mi guadagnava i parigini, i quali si lasciano prendere facilmente da ciò che è nuovo, inaspettato, straordinario.


Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure. 
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