lunedì 7 settembre 2026

Dal cuore della notte di Palermo, la leggenda prende forma. Nasce la prima Action Figure dei Beati Paoli

Altezza: cm. 14
Materiale: resina
Dipinto a mano
Prezzo: € 25,00 + spese di spedizione
Modello: Beato Paolo con candela

 
Dal cuore della notte di Palermo, la leggenda prende forma.
Se hai vibrato leggendo le gesta di Blasco di Castiglione, se hai respirato il mistero tra i cunicoli del Capo e hai atteso nel buio il verdetto della setta più enigmatica di Sicilia, oggi quel mito può entrare a far parte della tua collezione.
Nasce la prima Action Figure dei Beati Paoli, un’opera d’arte interamente realizzata in resina e dipinta a mano. Ogni dettaglio è stato studiato per dare un volto definitivo ai protagonisti nati dalla penna di Luigi Natoli. Non un semplice gadget, ma un pezzo di storia e di artigianato siciliano da custodire gelosamente.
Ogni elemento è stato scolpito per catturare l'essenza stessa del mistero settecentesco:

  • L'abito e il cappuccio nero, dipinti con profondi giochi di luci e ombre per restituire l'effetto del tessuto che si fonde con la notte
  • La candela accesa nella mano, il dettaglio cardine che illumina il volto nascosto e simboleggia la verità che la setta porta nel buio
  • L'atmosfera carica di suspense, che trasforma questa figure in un vero e proprio pezzo di storia e folklore siciliano da esposizione

Non un semplice oggetto da collezione, ma un'opera d'arte artigianale che racchiude il fascino intramontabile della Palermo sotterranea nata dal genio di Natoli.

Trattandosi di una produzione artigianale, ogni statuetta è un pezzo unico. 
La disponibilità può essere legata ai tempi di produzione. 

«Giustizia è fatta, l'ora è scoccata.» Non lasciare che la notte si porti via questa occasione.

Acquista dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it al link:
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Consegna gratuita a Palermo. Spedizione a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia. 
Per l'acquisto puoi scrivere alla mail ibuonicugini@libero.it o al whatsapp 3894697296

Luigi Natoli: IL CAPITAN TERRORE - Geronimo Colloca, il Re della Bocceria di Palermo

Luigi Natoli: Il Capitan Terrore. 
Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1560.
Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1938. 
Pagine 481 - Prezzo di copertina € 21,00


La signora Mariquita abitava sola con la serva, una cinquantenne, Miguela, anche lei di Siviglia, ma che stava in Palermo da venticinque anni. Essa aveva servito da introduttrice e sistematrice di Mariquita nella società dei giovani… e anche dei vecchi. Si capisce da ciò perché era andata ad abitare presso S. Andrea, dove di solito andavano ad alloggiare le sue consorelle, che davano tanto da dire ai frati di S. Domenico, da spingerli spesso a ricorrere al Pretore. Però ella era una donna privilegiata, tanto che si meritava il titolo di “signora”.

Era di un genere elevato, come, a parte la letteratura, Tullia Aragona. Frequentavano la sua casa poeti, letterati, pittori, scultori, ed in genere uomini di sapere. Ella li riceveva con grazia, mescolando parole spagnole e siciliane con un sapore delizioso. E poi era bella; gli occhi grandi, le sopracciglia folte, la bocca rossa e carnosa che invitava i baci, aggiungevano nuovo fascino alle grazie della persona. E poi aveva solo ventitré anni.
Ma era orgogliosa, aveva a modo suo un certo onore, e guai ad offenderla, si rivoltava, e spariva la distinzione; l’Andalusa insorgeva col suo sangue moresco, e diventava terribile e feroce.
Quanto a Miguela poteva nascondere una diecina di anni, perché, nonostante i suoi cinquanta suonati, era ben conservata. Aveva i capelli rossi e gli occhi azzurri, la pelle fina, e il corpo ben portante. Non era né bella né brutta, un viso che non diceva nulla; ma era molto scaltra e prudente. Ella aveva un’amicizia con un certo Geronimo Colloca, che si faceva chiamare il Re della “Bocceria”, ossia del macello (da boucherie) ed era amico, nientemeno, del vicerè duca di Medinaceli; la qualcosa lo rendeva assai temuto.
Andandosene a casa nella strada dei Maccheronai, Geronimo pensava in che modo indurre il giovane signore ad andare da Mariquita. Attraversava la piazza san Domenico, quando gli parve di vedere un’ombra venire dalla via del palazzo di Terranova (la via Monteleone). Era un uomo che camminava radendo i muri, avvolto nel mantello, dal quale, per un lembo rialzato, appariva la punta di una spada. Dal lato opposto sboccando dalla via Bandiera ecco intanto venire la “sciurta” di notte che tutelava la quiete della città.
“Sciurta”, era chiamata la guardia cui era commessa la polizia urbana. Allora, e così durò per lungo tempo, oltrepassata una certa ora della notte era proibito andare per le vie ed armati; la “sciurta” perciò non trovò di meglio che fermare l’ombra, ed alzata la lanterna portata dal gavarretta, il capo disse:
- Vossignoria perdoni, ma è in pena.
Al lume della lanterna, Geronimo riconobbe nell’ombra per l’appunto don Galvano.
- Nemmeno a farlo apposta! – disse fra sé.
Intanto uno della sciurta sussurrava al capo:
- Questo è il Re della Bocceria, Geronimo Colloca.
Ma il capo non se ne diede per inteso; gli sembrò un menomare la propria dignità cedendo, egli, rappresentante della città, a un cittadino qualsiasi, e rispose:
- Fosse anche l’imperatore del mondo, non ha che farci con le mie attribuzioni.
Disse queste parole gonfiando le gote, con un’aria di meneinfischio, e abbastanza forte per essere udito da Geronimo. Ma allora questi, strappata di mano a uno della sciurta la picca, e voltatale dall’asta, la diede sulla faccia al capo, con una tale velocità che a raccontarlo impiegherebbe maggior tempo.
- Ah per Satanasso! – gridò il capo, trattenendosi la testa, grondante di sangue.
Allora gli altri quattro birri incrociarono le picche, e si gittarono contro Geronimo; don Galvano si trovò nella condizione di non poter rimanere indifferente, e fu costretto a intervenire con la spada, sviando le picche e dando piattonate quando gliene veniva il destro; e la furia dei due contro quattro fu tale, che questi cominciarono a indietreggiare, e finirono con volgere il fuga. Ma fischiarono per chiamare soccorso…


Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it. 
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Disponibile su tutti gli store online (Amazon Prime, Feltrinelli, Ibs) e in libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102).

 

Luigi Natoli: Palermo al tempo degli Spagnoli 1500-1700. Sventure e contrabbando

 

Luigi Natoli: Palermo al tempo degli Spagnoli 1500-1700. Opera inedita, costruita e fedelmente copiata dal manoscritto dell’autore privo di data. È lo studio critico e documentato di due secoli di storia della città di Palermo mirabilmente analizzata da Luigi Natoli con una visione del tutto contemporanea senza trascurar nulla, compresi i particolari, anche i più frivoli.

Argomenti trattati:

La città – Il governo – L’amministrazione – Il popolo – Il Sant’Offizio – Il clero e le confraternite – La giurisdizione e l’arbitrio – Le maestranze – Le rivolte – Le armi e gli armati – Le scuole e i maestri – La stampa – Gli usi e costumi delle famiglie – La vita fastosa – La pietà cittadina – Teatri e feste – I divertimenti cavallereschi e le giostre spettacolose – Banditi, stradari e duelli.

Copertina di Niccolò Pizzorno - Pagine 283 - Prezzo di copertina € 20,00


E la sventura cadeva spesso sulla città. Non è una bella cronaca questa; e non se ne può fare addebito a nessuno, o tutto al più se ne può fare addebito alla mancanza di previgenza. Io non parlerò delle carestie che affliggevano Palermo, perché erano una cosa abituale, ma voglio dire di quei disastri o accidenti che afflissero la città nostra. 
E prima di tutto ci si presenta la rovina della casa di Giorgio Bracco il 30 di maggio del 1527. Si ballava nel salone allegramente per le nozze di Giovanni Ventimiglia marchese di Geraci, con Elisabetta Moncada nipote del Bracco, e vi era il Vicerè Ettore Pignatelli. A un tratto si levò un urlo e tra la polvere e il fracasso scomparvero gl’invitati. 
Il pavimento, cadendo al peso enorme, s’era sfondato e aveva sepolto gli invitati e schiacciati quelli che stavano nel pavimento di sotto. Rimase una piccola parte di esso, dove stavano il Vicerè e gli sposi. I morti furono duecento; le feste delle auspicate nozze si mutarono in lutto. 
Il 27 di settembre del 1557 una nuova disgrazia piombò sulla città. Nelle mura occidentali, in prossimità della chiesa dell’Itria, sorgente nel luogo stesso dell’attuale chiesa della Pinta, v’erano aperte delle buche per dove entrava l’acqua del fiumicello Cannizzaro, che percorreva quella via chiamata poi di Porta di Castro. Da quelle buche i contrabbandieri si servivano per passare a tempo di vendemmia, l’uva...

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Luigi Natoli: Calvello il bastardo e la festa di santa Rosalia

Corrado intanto gironzolava per tutti quei vicoli a lui noti, guardando con infantile compiacimento la luminaria in onore della “Santuzza”. Centinaia di lampioncini di carta colorata, penduli da festoni di verdi fronde distesi pel largo dei vicoli, un dopo l’altro formavano, visti da lontano, come dei soffitti luminosi. Sui muri delle case imbiancate di fresco ignoti pittori avevano dipinto in rosso e turchino delle colonne e dei vasi mostruosi con dei fiori inverosimili; e dei chiodi appaiati infissi lungo il contorno reggevano piccole lampadine di terra cotta, che spandevano intorno con la luce rossastra il sito dell’olio da ardere. Ogni edicola di santi era illuminata con candele di cera, e ornata di parati di carta; qua e là una tavola era stata trasformata in altare, coperta di un pezzo di stoffa rossa, e di una tovaglia, e su fra candele e mazzi di fiori freschi che tramandavano l’acuto odore della gaggia e del gelsomino, un quadro rappresentante Santa Rosalia, coronata di rose, col rocchetto di pellegrina e il crocifisso e il teschio in mano; ovvero un gruppo di cartapesta raffigurante Santa Rosalia e il “saponaro” vestito da cacciatore, inginocchiato ai piedi della “Santuzza”. Qua e là dinanzi le bettole, dinanzi le case, lunghe tavole e banchi, e boccali e bicchieri, e vino scintillante nei bicchieri, sparso sulle tavole, fragrante e spumoso; e piatti nei quali nuotavano nella salsa di pomodoro galletti o chiocciole; e montagne di mandorle, ancora chiuse nel mallo verde; e polpi bolliti, dai lunghi tentacoli bruni; e da ogni parte una folla che mangiava, beveva, cantava, annegava nella baldoria le tristezze della vita e della povertà; dimenticando anche che per quell’ora di gioia aveva portato la roba al Monte di Pietà. Ma bisognava onorare la “Santa”. La “Santa” per eccellenza è la gentile e poetica romita del monte Ercta, o Pellegrino; la figlia di Sinibaldo, discendente di Carlo Magno, nel cui nome si confondono i nomi della bellezza e del candore: Rosa et lilia, rose e gigli; la taumaturga che proteggeva la sua città natale dai più tremendi flagelli: fame, peste, terremoto e fuoco.

La stessa luminaria più ricca era nelle strade che quell’anno avrebbe percorso la processione dell’urna argentea contenente le miracolose reliquie della vergine romita. Uscendo sul Cassaro o Toledo, lo spettacolo era veramente maraviglioso, e quale nessuna immaginazione potrebbe raffigurare. Le due strade Toledo e Nuova, erano due torrenti di fuoco, due incendii. Per tutta la loro lunghezza eran fiancheggiate da assi di legno intagliate e dipinte maestrevolmente a forma di colonne con vasi, di pilastri, obelischi, statue; dette con unico nome “piramidi”; sulle quali si innalzavano archi di trionfo; e piramidi e archi tempestati di lampadine che seguivano, commentavano, brillavano il disegno, diffondendo intorno una luce viva e uguale. 
Ai balconi delle case lampioni, candele, lampadari, candelabri; e giù per le strade una folla straordinaria lieta, contenta, ma tranquilla, composta, senza nessuna di quelle clamorose dimostrazioni di gioia che son proprie dei popoli meridionali. Si udivano chiaramente le voci dei venditori ambulanti di semi di zucca e fave tostate, di chiocciole, di acqua e fumetto, biscotti e leccornie. Si aspettava la discesa del “Carro”, il famoso carro trionfale, che era la maraviglia delle maraviglie. Ed esso si vedeva da lontano, torreggiante sulla strada, tremolante nel suo lento avanzarsi, tutto splendente di lumi e di ori e di fiori. Aveva la forma di una barca, su quattro ruote, tirata da cinquanta mule bardate e montate da palafrenieri vestiti alla spagnuola; sulla nave si ergeva una specie di tempietto di stile corinzio, coronato di nubi, circondato di angeli nudi, e su, in alto, così in alto da oltrepassar quasi i tetti dei palazzi, si librava, come in atto di spiccare il volo pel cielo, il simulacro della vergine romita, con le vesti svolazzanti. Giù nei gradini del tempietto i musici sonavano a perdifiato: a ogni fermata del carro si cantava la frottola, specie di lauda in onore della vergine, che veniva composta ogni anno da un poeta ufficiale.
Per tre giorni di seguito il carro attraversava la città. Saliva nel pomeriggio del primo giorno del Festino, l’11 di luglio, da Porta Felice e si fermava al piano del palazzo reale. Ridiscendeva la sera dopo, tutto illuminato, ed era lo spettacolo più grandioso della festa, dopo il vespro solenne nel Duomo; certo il più attraente e caratteristico. Le altre parti della festa, come le corse dei berberi, lo sparo dei fuochi artificiali, la processione, il trasporto delle “bare” e dei “cilii”, eran sì splendide e magnifiche, ma non avevano quella grandiosità inesprimibile del Carro, e dell’illuminazione del Duomo. Eran tre anni che Corrado non vedeva quelle feste così caratteristiche della sua città; e per quanto i suoi nuovi sentimenti gli facessero rimpiangere con certo dolore il folle sciupìo di tante migliaia di scudi, quando la miseria, l’ignoranza, l’abbrutimento asservivano la popolazione, pure non sapeva frenare le dolci commozioni che quegli spettacoli suscitavano nel suo cuore, col destarvi le memorie della sua fanciullezza e la dolcezza amara dei dolori che avevano annebbiata la sua gioventù.


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano.
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913.
Pagine 880. Prezzo di copertina € 25,00


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giovedì 3 settembre 2026

Luigi Natoli: Lo Zardo era pallido e i tratti del suo viso avevano stiramenti nervosi... Tratto da: Ferrazzano. Romanzo storico per la prima volta in teatro con la compagnia Araldo del Vespro



La contessa diede un pugno di monete alla cameriera; ma dopo alquanto quella venne di nuovo: l’uomo aveva rifiutato il denaro; aveva bisogno di parlare con la signora, e avrebbe aspettato, finchè lo avesse potuto.
- Si vede che è un gran seccatore! Andiamo! T’ha detto il nome?
- Voscenza no, ha detto che il nome non importava.
- Fallo passare.
Era Antonio Zardo. Donna Grazia lo squadrò con una occhiata: Antonio era vestito dei migliori abiti che possedeva per uscire; i poveri comici, che avevano vestiti per la scena passabili, quando erano per le strade, pareva si fornissero dai “robivecchiai”. Il vestito di Zardo era il più bello, perché non era logoro né rammendato.
- Non so come vi chiamate, e non avete detto il vostro nome; lo sapete che io non ricevo persone che non conosco? Animo! dite quello che vi occorre.
Lo Zardo era pallido, e i tratti del suo viso avevano stiramenti nervosi, come durasse gran fatica a dare quel passo: s’inchinò, e disse:
- So che ho commesso una malcreanza, e ne domando perdono a vostra eccellenza; ma il mio nome nulla dice, e la cosa di cui desidero invocare l’aiuto di vostra eccellenza è tale, che non ammette indugio. Io mi chiamo Zardo, Antonio Zardo, sono attore comico…
- Ah! ho capito; non c’era bisogno tanto mistero: vorreste che io proteggessi la vostra compagnia?
- No, eccellenza...
- Dunque avete bisogno di danaro? Io ve l’ho fatto offrire.
- Non è per questo, eccellenza; io la ringrazio di cuore della sua generosità, ma…
- Ma allora io non so che cosa potrei fare per voi.
- Ecco, eccellenza. Io le ho detto, son comico, faccio le parti di tiranno e di padre nobile, ed anche le altre dove occorre portare la parrucca incipriata, ma che siano serie. Questo per dire a vostra eccellenza che ho le prime parti nella compagnia. Ed ho moglie, una donna che a me par bellissima, e che per questo disgraziatamente è il richiamo del pubblico e anche dei signori. Essa recita, e per questo è fatta segno ad applausi… Ma i più caldi le vengono da un palco, ed è quello dove siede il signor conte…
- Oh!
- Stupisce anche a vostra eccellenza, ma v’ha di più. Il signor conte fa dei segni, ed io l’ho visto perfino inviare dei baci, che mi esponevano al ridicolo di tutti.
- Ma è un orrore!
- Vostra eccellenza lo vede!
- Una comica!
- Io ho fatto il dover mio; ho afferrato pei capelli mia moglie; le ho detto con dei buoni pugni il fatto suo; la povera donna mi giurò che lei non c’entrava. Ma come si fa? Vostra eccellenza capisce che un tradimento di quella specie non posso sopportarlo, e per questo ricorro a lei; mia moglie è la sola cosa che posseggo, me la lasci stare; il mondo è largo; ci son tante donne per cavarsi il capriccio; me la lasci stare: è questa la preghiera, l’umile preghiera, che le rivolgo!
- Una comica! Possibile che mio figlio sia disceso a tanto?
Zardo aggrottò le sopracciglia: che intendeva dire la contessa? Reputava Giuliana inferiore alle altre donne? Una comica! ma valeva meno di qualunque altra donna? non era essa bella più d’una regina? Rispose amaramente:
- Se è disceso fino a tanto, nulla è più facile per farlo rinsavire.
- Bene bene; ora potete andare; ma vi consiglio per la vostra pace di mutar sede; un’altra città vi converrebbe meglio e stareste più tranquillo.
- Questo non è possibile – rispose con voce più cupa Zardo, – venendo da voscienza ho creduto di fare il mio dovere; vostra eccellenza, a quanto sembra, mi apre le mani; e sia; penserà Iddio a quello che può accadere.
- Ma credete che son cose che mi riguardano?
- No?
- Se fosse una “virtuosa” forse avrei da fare qualche cosa, ma una comica, oh Dio! Fate come vi ho detto; se vi accora, se non potete fare quello che fanno tanti altri, di chiudere un occhio e fingere di non accorgersi di nulla, e allora partite.
Suonò il campanello, e fece un gesto per indicare a Zardo, che poteva andar via; e alla cameriera sopravvenuta disse:
- Accompagnate questo brav’uomo.
Allora Zardo si fece di porpora; gli occhi gli fiammeggiarono; strinse i pugni, ed esclamò:
- Per la Santa Croce! giuro che chi mi toglie la pace la pagherà!

In foto Antonio Zardo, interpretato da Ethan Messina nello spettacolo teatrale del 13 settembre alle ore 21:00 di Ferrazzano, con la compagnia Araldo del Vespro presso il Teatro don Bosco - Via Libertà 199 - Palermo.
Testo e regia di Giuseppe Bongiorno.
Per info e acquisto biglietti: araldodelvespro@gmail.com - cell. 3892996221



Luigi Natoli: Ferrazzano. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del '700. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 30 ottobre 1932. 
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Prezzo di copertina € 19,00
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Luigi Natoli: Stefania Corona aveva fatto scivolare sul collo il cappuccio, mostrando la bella testa... Tratto da: Ferrazzano. Romanzo storico per la prima volta in teatro con la compagnia Araldo del Vespro

Ora sapevano con chi avevano da fare; si sapevano le imprese compiute dal barone di Rocca Busambra, che era un mezzo bandito per le prepotenze che commetteva, delle quali usciva sempre con un arresto di un giorno, non permettendo le sue relazioni e il suo casato che si perseguisse un giudizio contro di lui. Si narravano scalate di notte a un monastero di Corleone e il ratto di una monaca; l’assalto di un giudice della corte civile, mentre viaggiava per andare nelle sue terre, perché questi aveva dato una sentenza sfavorevole a lui; e non si dice delle ragazze e delle mogli rubate per non andare per le lunghe. Perciò il povero Ferrazzano stava, dal momento che ne seppe il nome, in gran pensiero; non si sapeva mai con quei precedenti cosa potesse passare per la mente di lui innanzi a quelle donne, fra le quali tre erano veramente belle. 
Ma il barone di Rocca Busambra passava in rassegna le donne, delle quali Stefania Corona aveva fatto scivolare sul collo il cappuccio, mostrando la bella testa. E il barone l’aveva veduta e guardata.
- Dunque andate a Termini? Brutta stagione questa! Voi andate in quaresima, e avrete poco pubblico.
- Oh, per questo noi daremo tragedie d’argomento sacro, – disse il Minniti. – C’è il “Giuseppe venduto”, il “Giuseppe riconosciuto”, la “Giuditta”, il “Riscatto d’Adamo”… Avesse voglia di spettacoli, che lo subisseremmo!
E di nuovo si fece silenzio. Tutti erano saliti nei carri, e i cavalli andavano col passo lento e affaticato. Il barone guardava di quando in quando Stefania, che avendo visto di sottecchi di essere ammirata, fingendo di essersi accorta allora di avere il capo nudo, si tirò il cappuccio. Dopo un po’ di tempo il barone le domandò:
- E voi come vi chiamate?
La Stefania disse con voce dolce:
- Voscenza parla con me?
- Con voi, sì.
- Io mi chiamo Stefania Corona.
- Ecco un nome che vi sta a meraviglia.
Ella sorrise. Accanto a lei Floristella restringeva di più il cappuccio intorno al viso, in modo da non lasciare scoperti che gli occhi; e li teneva bassi, ma con la coda guardava il barone, aspettandosi con una certa paura di essere interrogata. Pensava a Mino, al povero Mino, in quel momento; e le pareva di mancare verso di lui a trattenersi con quello sconosciuto. Ma a farlo apposta, eccolo a domandare alla Corona:
- E come si chiamano le vostre compagne? quella per esempio, che vi siede a fianco?

In foto Stefania Corona, interpretata da Floriana Sabato nello spettacolo teatrale del 13 settembre alle ore 21:00 di Ferrazzano, con la compagnia Araldo del Vespro presso il Teatro don Bosco - Via Libertà 199 - Palermo.
Testo e regia di Giuseppe Bongiorno.
Per info e acquisto biglietti: araldodelvespro@gmail.com - cell. 3892996221


Luigi Natoli: Ferrazzano. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del '700. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 30 ottobre 1932. 
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Prezzo di copertina € 19,00

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lunedì 31 agosto 2026

Luigi Natoli: La povera signora Concetta partecipava al pregiudizio comune della gente sui comici... Tratto da Ferrazzano. Romanzo storico per la prima volta in teatro con la compagnia Araldo del Vespro

 
La povera signora Concetta partecipava del pregiudizio comune della gente del suo ceto sui comici di professione, che eran dati al diavolo, e che non c’era da trattarli; e il suo figliolo ne condivideva le opinioni sebbene non avesse gli scrupoli della madre. 
Tra i vicini ve ne fu una, che si accorse dei dialogo dei giovani, e travide quel bacio; e tirò le conseguenze a modo suo. Certo non si scandalizzava che Mino avvicinasse quella fanciulla; era figlia del teatro e codeste donne non si potevano giudicare come le fanciulle oneste, che il popolo non manda attorno, senza farle accompagnare. Le ragazze di teatro camminano sole, parlano con chi capita, e fanno quel che vogliono. Ma buon Gesù! c’è bisogno di far perdere anche i figli delle povere famiglie?
Così ragionava la za’ Marianna; e, quando le venne fatto, chiese ed ottenne di parlare con la signora Concetta. Con molta circospezione, e con linguaggio che credeva cauto, stette con lei a ragionare; e quando se ne andò, ringraziò Dio che le aveva dato la buona occasione di compiere un’opera di carità.
Quando Mino rientrò, la signora Concetta lo accolse freddamente; ma il giovane era così lieto, che non vi pose mente. Però dopo qualche po’ di tempo, si accorse che c’era un umor diverso, e ne domandò la ragione: 
- Che cosa ha, mamma?
- Nulla!
- E per nulla sta come in un funerale?
- Che vuoi che abbia, quando accadono cose che…
- E che accade?
- Me lo domandi? hai la faccia di domandarmelo?
- Scusi, mamma, non capisco, che c’entro io: si spieghi meglio; se avrò commessa qualche mancanza, gliene domando scusa. 
- Ti sembra nulla quello che sento? Tutto il vicinato ne parla…  È una vergogna!...
- Ma di che parla? che cosa è una vergogna?
- …perché è una rovina per la casa! un disonore per te.
- Ma insomma si può sapere, che ho fatto?
- Che hai fatto! Non c’è bisogno di domandarmelo; ma se debbo parlar chiaro, ti dirò che la tua relazione con quella sgualdrinella…
Non finì. Mino sentì improvvisamente salirgli una fiamma in volto; si alzò con furia, e interruppe: 
- Non ci sono sgualdrinelle! Non ci sono sgualdrinelle! Oh! Chi le ha detto queste cose, ha commessa un’infamia! Oh, mamma cara, vossia ha fatto male a raccogliere le menzogne di questa e di quella pettegola! Che relazione? Che relazione?...
Quando la signora Concetta seppe la venuta di Ferrazzano le parve di sentir crollare la casa; per cinque mesi era stata tranquilla, e credeva che i comici stessero per degli anni fuori di Palermo, in giro per l’Isola; ed eccoti lì di nuovo padre e figlia. Ora più che mai le conveniva di aprire gli occhi; non voleva che il figlio si infatuasse di nuovo della figlia del comico; ce n’era di troppo. Cominciò a studiare il modo di non fare incontrare Mino e Floristella, studiando le ore in cui ella usciva, e impedendo che appunto in quelle ore il figlio la incontrasse...

In foto Donna Concetta, interpretata da Giuseppe Pizzimenti nello spettacolo teatrale del 13 settembre alle ore 21:00 di Ferrazzano, con la compagnia Araldo del Vespro presso il Teatro don Bosco - Via Libertà 199 - Palermo.
Testo e regia di Giuseppe Bongiorno.
Per info e acquisto biglietti: araldodelvespro@gmail.com - cell. 3892996221


Luigi Natoli: Ferrazzano. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del '700. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 30 ottobre 1932. 
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Prezzo di copertina € 19,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it, su tutti gli store online (Amazon Prime, Feltrinelli, Ibs) e in libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)



Luigi Natoli: Parlando con la Grassa aveva riferito malignamente il caso... Tratto da: Ferrazzano. Romanzo storico per la prima volta in teatro con la Compagnia Araldo Del Vespro

 
Frattanto Stefania Corona, che aveva preso una casa con Carmela Grassa, mentre si toglieva la veste, e rimaneva in sottanina e con la camicia, che lasciava libera l’opulenza dei seni, discorreva con la sua coinquilina dell’avvenimento di quella sera. La Grassa, che era magra per antitesi al suo cognome, s’era spogliata in camicia, e metteva sulla tavola di abete un po’ di maccheroni sopravanzati dal desinare di mezzogiorno.
- Hai visto come quel Nonsochi sbraitava? Pare che ci sia sotto qualche cosa. Già, a me non mi è garbata mai quella  smorfiosa!
- Uhmm!
- Siamo giusti: un uomo non fa una parte di quelle, senza averne ragione.
Non è a dire, che Giuliana Buzelle non facesse qualche torto al marito, ricorrendo a tutte le astuzie, per avere un’ora disponibile, e senza soggezione, e in ciò era aiutata dalla madre, che aveva conquistata molta esperienza in queste escursioni extraconiugali (non poteva dire di chi fosse figlia Giuliana!); ma questa volta una parola detta da Stefania Corona, gli aveva rivelato un inganno. La Corona, entrata in casa della Buzelle, e, vinta la resistenza della Pecceriella, aveva scorto sotto una tenda un paio di scarpette, e aveva supposto che dentro vi fossero i piedi di uno a lei ignoto. Parlando con la Grassa, aveva riferito malignamente il caso, non accorgendosi che dietro a loro vi fosse lo Zardo. Questa fu l’occasione di una baruffa fra marito, moglie e suocera. 
- Di chi erano quelle scarpe?
- Che scarpe? che mi venite a contare?
- Te li conto io, brutta…
E qui una mala parola, seguita da un ceffone. Ne nacque un putiferio; la Pecceriella difese la figlia; lo Zardo se la prese anche con lei. 
- Vi farò vedere a tutte e due chi sono io! Vi ammazzo! Ma becco non mi farete! No! Becco non mi farete! 

In foto La Grassa, interpretata da Marta Pampalone nello spettacolo teatrale del 13 settembre alle ore 21:00 di Ferrazzano, con la compagnia Araldo del Vespro presso il Teatro don Bosco - Via Libertà 199 - Palermo.
Testo e regia di Giuseppe Bongiorno.
Per info e acquisto biglietti: araldodelvespro@gmail.com - cell. 3892996221


Luigi Natoli: Ferrazzano. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del '700. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 30 ottobre 1932. 
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Prezzo di copertina € 19,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it, su tutti gli store online (Amazon Prime, Feltrinelli, Ibs) e in libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)

Luigi Natoli: Si rappresentava il Don Chisciotte e Giuliana Buzelle era Rosaura... Tratto da: Ferrazzano. Romanzo storico per la prima volta in teatro con la Compagnia Araldo del Vespro

 
Era questo teatro detto dei Travaglini o più modernamente dal nome del proprietario, di S. Lucia; dove recitavano le compagnie dei comici; e che poi rifatto, abbellito e prevalso il secondo nome, si adattò a teatro d’opera, rivaleggiando con quello più grande dei musici detto di S. Cecilia; finchè ingrandito prese il nome di Carolino; e fu il solo e glorioso teatro d’opera di Palermo, anche quando, mutato il regime, fu intitolato al nome imperituro di Bellini. Allora, nel 1775, era un piccolo teatro che di fuori non annunziava punto che nascondesse una sala da spettacoli. Una tettoia difendeva la porta sulla quale una tabella di legno portava dipinto lo scritto: “Teatro di Travaglini”; un corridoio senza luce, umido, con le pareti grommose, conduceva all’ingresso del teatro, in fondo a un breve spazio. Una sala capace di trecento persone e tre file di palchi; non vi erano poltrone, che allora non si usavano, ma sedie numerate; una grande lumiera pendeva dal soffitto. Di giorno bisognava abituarsi al buio per potersi movere e non inciampare in qualche sedia, ma di sera si illuminava e si vedeva bene la fioritura delle belle vesti e la bianchezza delle carni sull’addobbatura rosso cupo dei palchetti. L’illuminazione era a cera nella lumiera e nei trionfi dei palchetti, ad olio sul palcoscenico. Il quale era piuttosto angusto; aveva in giro gli stanzini degli attori, piccoli e malmessi, alcuni, invece di porta, erano difesi da una tendina; gli uomini stavano da una parte in tre stanzini comuni, le donne in due, pochi stanzini erano privilegiati. L’attrezzatura si componeva di tre o quattro scene con le rispettive quinte; le scene erano arrotolate in alto e trattenute da corde che penzolavano da un lato. 
In quel tempo vi agiva una compagnia condotta da un siciliano, che godeva grande opinione di buon attore, e recitava nelle parti di padre nobile: si chiamava Domenico Minniti, era nato per così dire in teatro, perché era figlio di comici. I suoi attori erano siciliani, ma il “Tiranno” e la moglie erano napoletani, Antonio Zardo e Giuliana Buzelle, che in arte recitava da Beatrice. Era quasi tutta una famiglia, chè fra loro erano imparentati: padri, madri e figli recitavano o prendevano parte della compagnia come attrezzisti o trovarobe. 
Si rappresentava il “Don Chisciotte”, commedia tutta da ridere, che era il melodramma di Apostolo Zeno ridotto a commedia con certe innovazioni dal Minniti. Molte scene si facevano a braccio, fra cui quelle del Minniti e quelle del Ferrazzano. I personaggi avevano subito anche loro delle trasformazioni, e in generale lo spirito della commedia era reso più allegro dell’originale. Il duca aveva preso un nome, si chiamava “Asdrubale”, ed era rappresentato da Antonio Zardo; la duchessa si chiamava “Doralinda” e la sosteneva una attrice, Anna Saverino, “Don Chisciotte” era il Minniti, “Sancio Panza” il Ferrazzano, “Rosaura” Giuliana Buzelle, “Lauretta” Stefania Corona, “Don Alvaro” Vincenzo Migliocco, “Florindo” Nino Pollione, “Donna Filomena” Carmela Grassa.
la prova seguitò per un pezzo in queste alternative di correzioni e di ripigliamenti, fin quando il Minniti non licenziò i suoi comici. Ma sull’uscita la Buzelle ebbe campo di dire sottovoce alla Corona:
- Mi spiegherete poi le vostre allusioni…
- Non ho nulla da spiegare: pigliatele per quello che volete.
- Siete una sfacciata!
- E voi una…
- Ma vieni dunque a casa? – interruppe lo Zardo bruscamente.
La Buzelle sfolgorò un lampo d’odio alla Corona, e seguì il marito. 

In foto La Buzelle, interpretata da Alessia Argento nello spettacolo teatrale del 13 settembre alle ore 21:00 di Ferrazzano, con la compagnia Araldo del Vespro presso il Teatro don Bosco - Via Libertà 199 - Palermo.
Testo e regia di Giuseppe Bongiorno.
Per info e acquisto biglietti: araldodelvespro@gmail.com - cell. 3892996221


Luigi Natoli: Ferrazzano. Luigi Natoli: Ferrazzano. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del '700. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 30 ottobre 1932. 
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Prezzo di copertina € 19,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it, su tutti gli store online (Amazon Prime, Feltrinelli, Ibs) e in libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)

giovedì 27 agosto 2026

Luigi Natoli: Quando Mino seppe che il suo coinquilino era il celebre attore Francesco Ferrazzano ne fu contento... Tratto da: Ferrazzano. Romanzo storico siciliano per la prima volta in teatro con la Compagnia Araldo del Vespro

 
Dove abitava Ferrazzano, una casa in fondo a un vicolo nei pressi del Monte di Pietà, era venuto da pochi giorni a stare un nuovo pigionale. Era un giovane di ventidue o ventitré anni, scrivano alla Segreteria del Senato della felice città di Palermo. Aveva con sé la madre, una buona donna a giudicare dalle apparenze, che si dimostrava piena di attenzioni per quel suo figlio. Si chiamavano Giuselli; lui aveva ricevuto al battesimo il nome di Guglielmo, per un capriccio di suo padre; mentre lei la madre desiderava che si chiamasse come suo zio, che era anche suo padrino, Domenico. Ma il padre aveva le sue ragioni; era innamorato di Guglielmo il buono di Sicilia, da quando aveva letto nella storia delle sue virtù. Aveva giurato che il nuovo maschio, che gli avrebbe dato sua moglie, avrebbe rifatto il nome dell’antico re. Egli ne aveva avuti altri tre maschi e due femmine, e tutti sposati ormai; l’ultimo era Guglielmo, al quale per una concessione, aveva vezzeggiato il nome in Guglielmino, che diventò poi semplicemente Mino. 
La casa di Ferrazzano aveva due piani: Mino e sua madre abitarono al secondo. Da quando il padre morì, lasciandolo fanciullo di dieci anni, sua madre si era rifiutata di andare ad abitare con alcune delle figlie, per dedicarsi all’educazione del figlio; e questi vide i sacrifizi da lei sostenuti, fino a quando egli entrò nella segreteria del Senato, e si capisce che in compenso egli le giurò di non sposarsi, per poter dedicarsi a lei. 
Quando Mino seppe che il suo coinquilino era il “celebre” attor comico Francesco Ferrazzano, ne fu contento; e quando Ferrazzano conobbe chi era venuto ad abitare al secondo piano, disse:
- Meno male! è della brava gente.
Sul conto di Ferrazzano se ne contavano di belle, e Mino le riferiva a sua madre la sera, e ne ridevano tutti e due. Non si trattavano però, appena uno scambio di saluti, incontrandosi per le scale; ma sul viso del giovane si leggeva il piacere dell’incontro e il desiderio di stringere un’amicizia, mentre quello del comico rimaneva impassibile. 
Più volte Mino aveva visto uscire Ferrazzano in compagnia d’una donna, ma non s’era potuto accorgere se fosse giovane, tanto era avvolta nel manto; però aveva giudicato che fosse la moglie, sebbene alla snellezza del corpo, gli sembrasse più giovane di molto a lui.
Lo disse alla madre:
- Sa che Ferrazzano ha moglie?
- Chi te l’ha detto?
- L’ho visto io.
- Credo che t’inganni: egli non ha moglie; è certo vedovo. Hai veduto la figlia?
- Ha una figlia?
- Una giovanetta che fa il mestiere del padre. Bel mestiere in verità! Hanno l’inferno pronto a riceverli. Io l’ho vista l’altro ieri, col padre, e poi l’ho riveduta che comperava i cavolfiori. Ella mi ha salutato, ma io appena un inchino, e via.
- Perché mamma, dice così?
- E che vorresti tu? Questa gente è meglio lasciarla lì, come se non esistesse. Se l’avessi saputo prima, che avrei avuto per vicini dei comici, non sarei venuta ad abitare in questa casa. Comici? Dio liberi!
La povera signora Concetta partecipava del pregiudizio comune della gente del suo ceto sui comici di professione, che eran dati al diavolo, e che non c’era da trattarli; e il suo figliolo ne condivideva le opinioni sebbene non avesse gli scrupoli della madre. Ma forse l’età giovanile lo tirava a vedere in volto quella ragazza...
 forse immaginava che in lei si dovesse vedere la predestinazione diabolica. Tutte le volte che usciva, non trascurava di guardare la porta, se per caso fosse aperta, e si vedesse il grazioso volto della fanciulla. Ed una mattina la incontrò per le scale; diventò rosso, e la salutò; ella rispose con un’aria di meraviglia, non aspettandosi quel saluto da un giovane che vedeva per la prima volta. Egli non disse a sua madre che aveva veduto la loro vicina; ma da quel giorno in poi forse senza farlo di proposito, gli riusciva di incontrarla sulle scale. Ma si limitava a salutarla, né si rischiava di rivolgerle una sola parola. 
Floristella da prima aveva risposto al saluto per cortesia, e ne aveva parlato a Ferrazzano...

In foto Mino, interpretato da Gabriele Pizzimenti nello spettacolo teatrale del 13 settembre alle ore 21:00 di Ferrazzano, con la compagnia Araldo del Vespro presso il Teatro don Bosco - Via Libertà 199 - Palermo.
Testo e regia di Giuseppe Bongiorno.
Per info e acquisto biglietti: araldodelvespro@gmail.com - cell. 3892996221


Luigi Natoli: Ferrazzano. Luigi Natoli: Ferrazzano. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del '700. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 30 ottobre 1932. 
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Prezzo di copertina € 19,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it, su tutti gli store online (Amazon Prime, Feltrinelli, Ibs) e in libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)

mercoledì 26 agosto 2026

Luigi Natoli: Suor Maria Calvino. Tratto da: Ferrazzano. Romanzo storico siciliano per la prima volta in teatro il 13 settembre con la compagnia Araldo del Vespro

Floristella uscì dalla stanza della superiora con l’animo più sollevato; le era parsa così accostevole, così affettuosa, che non immaginava che in un reclusorio si potesse essere umane a tal punto. Entrò nella sua stanza dove la giovane suora le  si accostò, e con circospezione la interrogò sul discorso che le aveva fatto la Superiora.
- Non sapete? ella fu un tempo donna di teatro, – le disse.
E le raccontò una storia imperfetta e monca che più esattamente e più intera racconteremo. 

La Superiora, che era conosciuta nel reclusorio col nome di Maria Calvino, vedova Consalvi, era conosciuta in arte col nome di Maria Del Piano. Ella era educanda nel monastero di san Giuliano, e pel suo carattere vivace e facile ad accendersi per ogni cosa che le appariva bella, la chiamavano “Fruareddu”, voce che in italiano corrisponderebbe a “folgorello”, se il vocabolo esistesse, e significa razzo. A quattordici anni recitò nel teatrino del monastero in un dramma sacro, (questo si capisce) e riportò per servirci di una frase dell’uso moderno, un vero successo. Maria era bella, il suo corpo non aveva la piena compostezza della giovane, v’era ancora fluttuante la grazia acerba dell’adolescenza...
 Di questa istoria la suora non sapeva altro che la Superiora s’era chiusa nel reclusorio per amor deluso, e questo infarcito di tante invenzioni che ne svisavano la verità; non sapeva poi che essa aveva avuta una bambina. Comunque la storia interessò tanto Floristella, che riguardò la Superiora con un senso di rispetto e di amore. E andò da lei con un sorriso che era una confessione del nuovo modo di vederla. Stette a discorrere un po’, quando una suora venne a dirle che c’era una visita in parlatoio, e lo disse con una certa enfasi che la Superiora le domandò che cosa avesse. 
- Si figuri che c’è la duchessa di Garsiliato! – rispose la suora.
A queste parole la Superiora si fece bianca in volto ed ebbe un gesto vivace, ma subito represse il moto subitaneo dell’animo, e voltasi a Floristella, le disse: 
- Questa visita è per te: andiamo.
Per le scale pensava alla singolarità del caso, che la metteva di fronte alla rivale, che non aveva veduta giammai dopo quindici o sedici anni. Per quanto si aspettasse la sua visita, non aveva potuto imporre al suo cuore quel moto improvviso. La duchessa contava allora trentadue anni, ed era nel fulgore della sua bellezza; e la Superiora ne fu conquistata. Ella pensò che il duca avrebbe dovuto esserle fedele, con una simile compagna, e non sapeva che la duchessa lo ripagava della stessa moneta. Era accompagnata dal conte di Montaspro. 
Fatte le solite cerimonie, la duchessa domandò: 
- È questa la fanciulla raccomandata da Ferrazzano?
- Sì, signora duchessa.
- Qualunque cosa le possa essere utile, la prego di rivolgersi a me; farò di tutto per contentare Ferrazzano. 
Poi s’informò del reclusorio, della vita che facevano le ragazze, di questo e di quello; e il conte stava in piedi divorando con gli occhi Floristella, che sotto quello sguardo si era rannuvolata, e non aveva spiccicato una sillaba. Quando alcuni minuti dopo la duchessa se ne andò, la Superiora disse dolcemente rimproverando, a Floristella:
- Ebbene, che cosa hai avuto, che non hai aperto bocca neppure quando la duchessa ti rivolgeva la parola?
Floristella diventò di porpora, e non rispose subito. Pensava se conveniva confidare alla buona Superiora quello che le era occorso col conte di Montaspro, o tacere: uno stimolo le suggeriva di non frapporre indugi, che le poteva essere un bene, non sapeva come e perché, ma certamente le sarebbe stata di aiuto. Si risolvette infine.
- Senta, madre Superiora, le confido una cosa, ma che resti segreta fra noi, come tra madre e figlia… che lei mi sembra madre, quale io non l’ho conosciuta...
Il cuore di Maria Calvino palpitò violentemente sotto l’abito nero della suora, nei suoi occhi apparve l’umidore delle lacrime trattenute. Avrebbe voluto stringere al petto, con l’impeto di quei quindici anni di desiderio accumulati, ma si trattenne, e rispose un po’ tremante per la commozione:
- Parla, figlia mia.
E nel dire “figlia” mise tutta la inflessione della maternità, tanto che Floristella, confortata, le raccontò i tentativi del conte, da quando in casa della marchesa Geraci gli era venuta la fantasia di lei; e quello che aveva fatto suo padre per sventare le insidie di lui. La Superiora teneva fra le sue la mano di Floristella, e di quando in quando la stringeva, secondo le impressioni.

In foto suor Maria Calvino interpreteta da Anna Alario nello spettacolo teatrale del 13 settembre alle ore 21:00 di Ferrazzano, con la compagnia Araldo del Vespro presso il Teatro don Bosco - Via Libertà 199 - Palermo.
Testo e regia di Giuseppe Bongiorno.
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Luigi Natoli: Ferrazzano. Luigi Natoli: Ferrazzano. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del '700. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 30 ottobre 1932. 
Copertina di Niccolò Pizzorno.
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Ascolta il podcast I Buoni Cugini: Vincenzo Crivello legge Luigi Natoli anche su Amazon Music

Un viaggio nella “Palermo d'altri tempi”, tra le pagine immortali dei numerosi romanzi storici di Luigi Natoli, delle Storie e Leggende e delle opere di storiografia. 
Il podcast “I Buoni Cugini” nasce grazie alla preziosa collaborazione dell'attore Vincenzo Crivello, voce narrante, e Gilberto Landolina di Rigilifi che cura l'edizione sonora; e prende vita dall'amore e dalla grande ammirazione nei confronti del grande scrittore palermitano, famoso anche con gli pseudonimi di William Galt o Maurus e con tanti altri che man mano scopriremo. 
Al termine di ogni episodio, la voce narrante di Vincenzo Crivello lascia spazio a una pillola di storia di Ivo Tiberio Ginevra, per svelare i luoghi, la storia e i retroscena del contesto in cui si svolge il racconto. 
Letteratura e memoria storica si fondono in un unico appuntamento. 
Ascolta il podcast I Buoni Cugini dal canale Spotify o da Amazon Music.

La vita è bella fin che nel cuore vivono i sogni: vivere è sognare. Un sogno è l’amore, un sogno la gloria, un sogno la ricchezza. Quando questi sogni vaniscono, la vita è ciò che vi possa essere di più miserabile. Fra duecent’anni qualche studioso verrà a studiare quel poco che io ho scritto, e a rinnovare la mia memoria (Luigi Natoli, 13 febbraio 1891).



Se vuoi conoscere l'opera completa di Luigi Natoli edita I Buoni Cugini Editori, ti rimandiamo al sito www.ibuonicuginieditori.it, al blog https://luiginatoliblog.blogspot.com/ o al gruppo facebook Amici di Luigi Natoli Puoi seguire I Buoni Cugini Editori dalla pagina Facebook o dal profilo Instagram.


sabato 22 agosto 2026

LUIGI NATOLI: I morti tornano... - Il più bel noir del secolo scorso (ambientato nella Palermo del 1837 preda del colera).

In silenzio accanto a Giovanni, Andrea non sapeva che dire, perché dinanzi a quella morte così rapida assaporava la gioia di vivere e di sentirsi bene. Attraversarono la città. Andrea aveva bisogno di andare a casa sua a prendere qualche cosa, che Carlotta aveva dimenticato; e aveva indotto Giovanni ad accompagnarlo: tanto dovevano insieme risalire a Mezzomonreale col carretto del “curatolo” che li aspettava a Porta Nuova.
E via via che andavano per le antiche strade strette, opache, luride, si rivelava sempre più terribile la furia del mostro. Da un giorno all’altro l’orrore si centuplicava. I morti dopo dieci giorni dai primi due casi, toccavano il centinaio; ma gli attaccati erano quattro volte di più. E chi non era attaccato fuggiva, abbandonando anche i parenti negli spasimi di un’agonia spaventevole.
Essi vedevano qualche volta, attraverso la porta spalancata di un pian terreno, un disgraziato, solo, senza un cane, dibattersi per terra fra le sue reiezioni, rattrappito dai crampi, chiedere soccorso. Giovanni si sentiva stringere il cuore di pietà, e pensava a padre don Ciccio; ma Andrea lo trascinava pel braccio.
- Andiamo! andiamo! – diceva con voce soffocata dal ribrezzo e dalla paura.
Sbucando in una piazzetta udirono un clamore di voci che andava crescendo come lo scroscio dei marosi che si incalzano. Un rullìo di tamburi. E subito un fuggir di gente, un serrar frettoloso di porte e di botteghe. Poi, ecco una folla enorme di popolo. Scalza, cenciosa, arruffata: uomini, donne, ragazzi. Innanzi a tutti un omaccione, che agitava un cencio legato a una canna, come una bandiera; e accanto a lui un altro batteva un grosso tamburo. Oltre le teste, si agitavano convulsamente braccia armate di bastoni, di coltellacci, di sassi. Ora le voci si facevano più distinte: l’omaccione gridava:
- Viva Santa Rosalia! – E tutti ripetevano il grido con impeto d’ira e di vittoria insieme. Dai volti, dagli occhi, lampeggiava una gioia feroce e cupida di stragi.
Giovanni e Andrea si addossarono a una porta per lasciare passare quella fiumana procellosa; e quando quel torbido alfiere passò dinanzi a loro, una donna scarmigliata, sozza, stralunata, gridò:
- Ne abbiamo preso uno!... Li prenderemo tutti!.. Viva Santa Rosalia!
Seppero da uno della folla che avevano sorpreso un fontaniere arrampicato sul castelletto di distribuzione delle acque. Certo le avvelenava. E lo avevano ucciso a sassate. Gli avevano rotto la tempia. Giustizia, signori miei! Giustizia! non si avvelena la povera gente. Giovanni n’ebbe orrore, Andrea divenne livido.
Quando ripresero il cammino, rabbrividendo ancora, Andrea disse:
- Oh senti: questo è l’ultimo giorno che io vengo in città. Non voglio angustiarmi l’anima con questi orrori...
Ma Giovanni non l’udì. Camminava con un’aria dissennata, come uno, mal desto, ancora in preda a un sogno spaventevole. Quella furia di popolo, quelle grida forsennate che minacciavano altri scempi, altre scelleratezze, orrori sopra orrori, gli avevano sconvolto l’animo e sbalestrate idee e sentimenti; come un colpo di vento, che, entrato improvvisamente in uno studio, butta all’aria e disperde i foglietti, sui quali i pensieri erano stati esposti in ordine logico. L’immagine di padre don Ciccio, quelle dei suoi vecchietti nella vasta casa piena d’ombra, il dolor suo e quello dei suoi, sparivano sotto a quel colpo di vento, che disordinava violentemente il suo spirito. Che cos’era la vita di un uomo? che cosa il dolore di una famiglia? V’era qualche cosa più terrificante della morte; e v’era nel mondo un dolore più vasto, più profondo, più orrendo di quello di chi piange un caro estinto. E si sarebbe egli chiuso nella cerchia egoistica dei sentimenti famigliari?
Vide in quel momento, un ometto vestito di nero, entrare in un miserabile pianterreno senza esitare. Spinto da una curiosità inquieta, Giovanni si fermò davanti alla porta; e nell’ombra grave e putrida di quella squallida stamberga, potè scorgere quell’ometto inginocchiato dinanzi a un mucchio di paglia. Egli sorreggeva un coleroso in preda agli spasimi, e gli dava coraggio; e in piedi una donna, lacera, sudicia, sbalordita dal dolore, muta e sgomenta. Poi l’ometto scrisse una ricetta e la diede alla donna, che mormorò con angoscia:
- Che ne faccio? con che pagherò la medicina?
E allora quell’ometto si tolse l’orologio e la catena d’oro, li diede a quella donna, e se ne uscì di fretta, senza dir parola. Giovanni si sentì meschino o vile dinanzi a quel gesto di carità grande e semplice, strinse il braccio di Andrea, e gli disse:
- Hai visto? Sai chi è quel medico? è il dottor Tranchina.
Ma Andrea si strinse nelle spalle:
- Certi eroismi, – disse, – sono pazzie. Il sacrificio del suo orologio non sottrarrà certo quell’uomo alla morte. E anche lo salvi, quell’uomo è uno, i colerosi centinaia. E il dottore non ha centinaia di orologi d’oro… E allora non ti sembra quel sacrificio sia inutile?
- Inutile? O dunque il non poter aiutare dieci, venti, deve impedirmi di aiutarne almeno uno? Deve impedirmi di asciugare una lacrima, di infondere un raggio di speranza, di far sentire un alito d’amore a uno?
Andrea fece un gesto ironico: e Giovanni si chiuse in un silenzio pieno di pietà e di sdegni.



Luigi Natoli: I morti tornano...
Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1837 devastata dal Cholera. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1931.
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Disponibile in tutti i siti vendita online.
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