Veramente Sua Eccellenza il signor Cardinale Giannettino Doria, arcivescovo di Palermo, era arrivato, il giovedì 7 maggio del 1609, all’alba, con sei galere private di Genova e in compagnia del signor cardinale Zappata.
La notizia dell’arrivo segnalata dai fari dell’Arenella, si diffuse in un momento per la città che non se l’attendeva, e che non era preparata al ricevimento solenne del nuovo pastore. Tosto il Vicerè marchese di Villena destato, si mise in cocchio, e si fece condurre al molo, s’imbarcò, e con due galere di Sicilia mosse incontro a Sua Eminenza, fino all’altezza di Capo di Gallo.
Le otto galere si salutarono con le salve d’uso, e poi per ordine, avanti la galera dove era il cardinale Doria a destra, quella del Vicerè a sinistra, e così entrarono nel porto, privatamente, senza alcuna solennità.
Sbarcarono, primo, come più anziano, il cardinale Zappata, poi il cardinale Doria, poi il Vicerè, si misero in una carrozza di Corte, e così pel Cassaro se ne andarono a Palazzo, per dare tempo alla città di apparecchiarsi al solenne ricevimento.
Questo solenne ricevimento fu statuito per l’11 alle ore 22; e per tutto questo tempo Sua Eminenza il signor Cardinale arcivescovo doveva star chiuso in Palazzo, non farsi vedere che dai familiari, da Sua Eccellenza il Vicerè, dal Vicario: per gli altri gli era come se non fosse stato a Palermo. Così voleva l’etichetta. E certo un arcivescovo e cardinale, principe di Santa Madre Chiesa, e della nobile e antica e illustre famiglia dei Doria di Genova, non poteva essere ricevuto come un prigioniero di Stato, nel silenzio e nel mistero di una carrozza chiusa, e di un sequestro in Palazzo.
Intanto, per la fretta, la città non potè allestire un grande e magnifico ponte, come, verbigrazia, quello costruito per l’ingresso di don Giovanni d’Austria reduce da Lepanto, o pel Vicerè duca d’Albadelista, di dolorosa memoria.
Il ponte fu di legno, rivestito di mortelle, con un arco verdeggiante di fronde e rallegrato dai colori vivi degli orifiammi e degli stemmi. Malgrado questa semplicità, era di grazioso aspetto: quella vegetazione improvvisa che sorgeva tra l’azzurro delle acque, quegli stemmi reali, cittadini, privati che pendevano come una fruttificazione miracolosa di fra le fronde, e che si riflettevano a zig zag nell’ondeggiamento dell’acqua, riempivano la scena di una gaiezza semplice e fantastica nel tempo stesso.
Intanto la folla traeva al molo, i signori prendevano posto sul ponte, le fanterie si schieravano e il Senato, in tutta la sua pompa, con tutti i suoi ufficiali si avviava al ricevimento; Sua Eminenza, zitto zitto, in una carrozza chiusa, insieme col cardinale Zappata usciva dal palazzo arcivescovile, e per vie di traverso, per la strada di Sant’Agostino e per la strada Bandiera, si recò al molo di Piedigrotta, s’imbarcò sopra le galee di Genova sulle quali era venuto e prese il largo, nascondendosi dietro Monte Pellegrino.
Alle ore ventidue precise le galere di Sua Eminenza uscirono dal loro nascondiglio, sfilando a forza di remi, l’una dopo l’altra, maestosamente, innanzi a tutte la Capitana montata da Sua Eminenza. Le galere di Sicilia e alcune di privati, festanti di pennoni e pennoncelli facevano corteo. Tosto la Capitana sparò un colpo di cannone, e allora dal Castello a mare, dai baluardi tutti scoppiò un orrendo fragore di artiglierie; dalla sponda della strada Colonna, si prolungò via fino a Sant’Erasmo lo scoppiettare dei mortaretti; una gran nuvola di fumo avvolse la folla, le galere, i baluardi; parve che la terra e il mare si fossero per un improvviso cataclisma sconvolti, rovinando in abissi spaventevoli.
Finalmente la Capitana toccò il ponte; Sua Eminenza sbarcò, ricevuta dal Pretore e dai Giurati. Era vestita di rosso, col cappello in testa e la croce d’oro sul petto; andava lento e maestoso, impartendo con la destra la benedizione alla folla che si inginocchiava, e trattenendosi con la sinistra la porpora. Avanti gli aprivano il passo gli alabardieri della guardia tedesca, dietro lo seguivano i magistrati secondo l’importanza degli uffici, poi i signori. In questo modo recossi fino alla prossima chiesa di San Nicolò della Kalsa, dove Sua Eminenza avea a vestire gli abiti pontificali per far l’ingresso solenne nella città.
La folla intanto si radunava nel Cassaro, divisa in due ale, trattenute dalle maestranze che erano tutte uscite al solito, e che divise per corporazione, comandate dai proprî capitani, coi gonfaloni, i tamburi, erano schierate dall’una parte e dall’altra della lunga strada, con l’archibugio al piede. I balconi, le finestre, le terrazze erano gremite di gente; dalle ringhiere, dai parapetti pendevano arazzi e tappeti e stoffe e bandiere e gonfaloni.
Le facciate delle chiese erano parate di velluti e di terzanelli con frange e nappe di oro e d’argento....
Luigi Natoli con pseudonimo di Maurus: Il saccheggio del Monsignore (Giornale di Sicilia, 20 ottobre 1890) Terzo volume di Storie e Leggende che raccoglie i titoli pubblicati nell'apposita rubrica del Giornale di Sicilia da ottobre 1890 a febbraio 1891.
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Pagine 191 - Prezzo di copertina € 22,00
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