lunedì 28 settembre 2026

Luigi Natoli: Il magnifico messer Bernardo Cabrera della contea di Modica. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca - Grande romanzo storico siciliano.

Bel maggio quello del 1401; ma a Modica faceva caldo, e sebbene il castello, l’antico castello dei Chiaramonte sorgesse sopra l’alta rupe soprastante al quartiere di San Giovanni, non vi alitava un fiato di vento. Sotto l’azzurro cupo del cielo l’aria pareva si fosse fermata. Gli alberi stavano immobili, colpiti dalla luce viva e sfolgorante; le acque del torrente parevano lamine di metallo. Fuori nella campagna circostante era un gran silenzio; nel borgo, silenzio. Ma non era ancora mezzodì.

Nell’ampia sala da pranzo, le cui finestre dominavano la vallata coperta di boschi, la tovaglia candidissima su la quale trionfavano vasi d’argento e d’oro, aveva anche essa una aspettazione piena di silenzio. Il seggiolone di quercia, dall’alta spalliera intagliata, coperto di cuoio verde e costellato di borchie di bronzo dorato, era vuoto, dinanzi all’unico posto. Ma dinanzi alla finestra v’eran due personaggi.
Uno era giovane, coi lunghi capelli di un biondo rossiccio che gli cadevano, tagliati tondi, sulla nuca e sulla tempia, di sotto a una berretta bassa, e larga di fondo.
Egli volgeva le spalle alla sala, e non si vedeva in volto; ma dal panno della cioppetta (specie di giubba) che gli scendeva al ginocchio, dalla grossa catena che gli circondava il collo, dalla giarrettiera smaltata che gli cingeva il ginocchio appariva un alto personaggio. Ma più ciò appariva dall’atteggiamento rispettoso dell’altro, che gli stava un po’ indietro, e a capo scoperto.
Era un uomo di una cinquantina d’anni, alto, vigoroso, coi capelli grigi sulle tempia, gli occhi grigi nei quali era qualche cosa di felino, la mascella forte. Era accuratamente raso, come voleva la moda dei tempi, e indossava la cioppa lunga di seta segno che era un uomo di qualità; le maniche della camicia ricamate di seta erano ai polsi tenute da grossi bottoni di filigrana d’oro. L’uno e l’altro calzavano scarpe di panno di lira (così detto perché veniva da Liria, città spagnuola) insomellate, cioè, solate, con la punta acuta, e aperte sul malleolo. Dopo un istante il giovane si voltò, guardò il suo compagno con una espressione di supremo fastidio, e disse:
- Messer Bernardo, mi annoio.
Il vecchio rispose:
- Vostra maestà ordini quel che vuole per cacciar la noia, e metterò sossopra la contea e anche il regno per contentarla; ma non mi trafigga l’anima con quelle parole, perché mi paiono un rimprovero alla devozione che ho per la vostra Celsitudine. Le parole avevano significato umile e rispettoso; ma il volto del vecchio rimaneva duro e impassibile, quasi astioso. Egli era messer Bernardo Cabrera, conte di Modica e grande giustiziere del regno di Sicilia. Veramente egli si fregiava di ben altri titoli. Era in Spagna visconte di Cabrera e di Bas, conte di Ossuna, signore di Monclus, Hostalric, Arginon e Parafolls: piccole terre, parte ereditate, parte concesse dal re d’Aragona, del quale aveva in moglie una nipote.
In Sicilia aveva raccolto gli stati e gli uffici della nobile e gloriosa famiglia dei Chiaramonte, e diventava in breve il primo feudatario del regno. Possedeva la contea di Modica, con le terre di Modica, Ragusa, Chiaramonte, Scichili, Monterosso, Giarratana, i casali di Durillo, Comiso, Spaccaforno, la torre e il porto di Pozzallo, le saline di Marsa e di Murro, il feudo di Daratre e ventidue tenimenti di terre; era obbligato al servizio militare per ventisette cavalli, oltre ai pedoni; e godeva di tali e tanti privilegi e prerogative, che il suo stato formava una specie di regno nel regno. Oltre alla parentela col re Martino, i servizi resi da lui al re e al padre del re (il vecchio duca di Montblanc) in Spagna e nell’isola, avevano potuto far pesare a suo beneficio i favori particolari del monarca. Era stato infatti eletto grande giustiziere.
Era diventato così il personaggio più popolare e autorevole del regno, ed esercitava un grande ascendente sull’animo del giovine re; ciò lo faceva segno a gelosie, invidie e malcelate animosità...
Non era benvoluto; troppa arroganza era nei suoi modi; troppa crudeltà aveva mostrato durante il lungo e fiero duello fra il baronaggio dell’isola e i due Martini, venuti a conquistare il regno, e a gittarvi tutto un nuovo branco di hidalghi morti di fame e di piccoli signori che tremavan di freddo nei loro miseri castelli di Catalogna. Ah! la Sicilia era ancor ricca; e baroni da spogliare ce n’erano ancora.

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Luigi Natoli: Il brigante Angelo Sicco e la sua banda. Tratto da: Calvello il bastardo -Grande romanzo storico siciliano


La banda di Angelo Sicco non rubava che quando aveva bisogno di denaro, e rubava o i ricchi signori o il corriere del governo; non parendo grave colpa ritogliere ai signori e al governo quello che essi toglievano alla povera gente per tributi feudali o per gabelle.

Del resto parte delle somme, talvolta, andava a profitto della povera gente. La casa di una contadina vedova, con tre creature, era rovinata da un uragano, gittando quei miserelli in mezzo alla strada? Angelo Sicco rifabbricava la casa. Qualche vecchio contadino era spogliato dal fisco, per non poter pagare? Angelo Sicco faceva bastonare gli algozini, ma nel tempo stesso sovveniva il vecchio, perché si aggiustasse col fisco e riscattasse la roba. Un povero mulattiere era depredato da ladruncoli di campagna? Angelo Sicco gli faceva restituire fino all’ultimo denaro e infliggeva una punizione ai malandrini che usavano rubare la povera gente.
Di questi tipi di briganti non era scarsa l’isola. Avventurosi, ferocî, magnanimi, animati da un certo sentimento di giustizia, qual maraviglia se nella fantasia e nel sentimento popolare si ingrandivano e assurgevano all’eroismo, circondandosi non soltanto dell’ammirazione e della simpatia, ma anche del favore occulto, sincero, devoto quanto spontaneo e disinteressato degli umili? Questa era la loro invulnerabilità.
Il nome non fece più sembrare straordinario agli occhi di Corrado e di Pietro quello che il bandito aveva fatto: da lui non si poteva attendere altro. Corrado lo rimproverò:
- Dal momento che voi eravate nell’osteria, perché non siete venuto fra noi? Sarei stato contento di offrirvi un bicchiere di vino.
Angelo Sicco rispose con un sorriso significantissimo, scotendo il capo in segno di diniego. Poi si rimise il cappuccio dello “scapolare”, pose il fucile sotto il braccio, come per andarsene; ma Corrado, quasi per un presentimento, gli disse:
- Non ve ne andate; forse potrei aver bisogno dell’opera vostra...
- Pronti! – rispose il bandito, e sedette sopra un altro sasso.
- Aspetto qualcuno, – aggiunse Corrado: – un amico.
Quasi nel tempo stesso una mano spinse la porta, ed entrò zi’ Francesco, intabarrato, che guardò con sorpresa quel terzo personaggio, che non si aspettava di trovare, e del quale non vedeva il volto, celato dal cappuccio.
Si alzò, usci fuori dalla vecchia torre, e modulò quel fischio che aveva insegnato a Corrado. Un folto canneto si agitò violentemente e una specie di contadino, poveramente vestito, ne uscì e si avvicinò alla torre: mentre di fra le canne altri visi si affacciavano e qualche fucile luccicava.
Angelo Sicco parlò brevemente, rapidamente e imperiosamente; poi fece un gesto e il contadino partì. I volti e le canne di fucile sparvero nel canneto, e Angelo Sicco rientrò nella torre.
- Per giungere in città occorrono venti minuti; – disse sedendosi, – e venti per ritornare, e son quaranta; e un’ora per le indagini, fanno un’ora e quaranta; mettiamo due ore; a ventitrè ore noi sapremo qualche cosa...
Intanto zi’ Francesco, chinatosi all’orecchio di Pietro, gli domandava chi era quel personaggio, così umile in apparenza, e così straordinario; sottovoce Pietro glielo disse; e quel nome leggendario dipinse subito sul volto del popolano una specie di ammirazione e di stupore.
Per un istante il silenzio chiuse quelle quattro bocche in una specie di raccoglimento. Poi Corrado, impaziente, domando:
- È un uomo sicuro, quello che avete mandato?
- Il più abile per attingere informazioni... Vossignoria ha veduto se sono informato bene...
- Difatti, – confermò il giovane; – ed è una cosa stupenda...
Il bandito fece un cenno come per dire che, per lui, era cosa più ovvia e più semplice: l’uomo che aveva spedito era un ex birro, che, prima di far il birro, era stato in galera: da birro, non potendo dimenticare le amicizie contratte nella galera, e certe idee che costituivano il codice di quella gente: si prestava di buon animo a informare segretamente i latitanti, i banditi, e in generale tutti coloro, che, colpiti dalla giustizia, cercavano uno scampo nelle campagne. Poi, scoperta la sua complicità in un grosso furto commesso in Palermo, prese il largo e diventò un gregario della banda di Angelo Sicco. Il capobanda, da principio diffidente, lo fece sorvegliare dai più fidati e gli commise le imprese più arrischiate per provarlo. I risultati dissiparono la sua diffidenza; e l’ex birro per le sue relazioni con gli antichi compagni di mestiere, diventò un elemento prezioso per la banda. Egli conosceva intimamente due o tre spie, di quelle che tenevano il sacco ai ladri e ai sopraffattori della città; e poteva, volendo, mandarli in galera: il che, aggiunto a qualche sommerella, li rendeva fedeli e segreti.
 
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Luigi Natoli: proverbi e modi di dire siciliani a tignitè spiegati ai ragazzi - L'almanacco del fanciullo siciliano

 


Almanacco, calendario e, come dicono i vecchi contadini, lunario son parole che significano la stessa cosa: un libretto, nel quale sono notati i mesi dell’anno, i giorni, le fasi della luna, gli eclissi, le costellazioni, le feste religiose e nazionali, e tante altre notizie uti
li. Così Luigi Natoli spiega ai fanciulli cos’è un almanacco e fra le notizie utili di ogni mese: un fatto o un personaggio storico, una leggenda, la descrizione di un capoluogo di provincia, un problema sociale, date storiche, proverbi, usanze, nozioni, consigli, insegnamenti morali, dei grani di saggezza dettati dalla sapienza popolare e per questo sempre validi, come ad esempio “per un chiodo si perde un ferro; per un ferro si perde il cavallo, e per un cavallo un cavaliere”; o un altro ancora “Voi sapiri qual è lu megghu joco? Fa beni e parra pocu”. I proverbi sono tutti legati alle fasi dell’agricoltura in Sicilia: “l’acqua di febbraio riempie il granaio” oppure “acqua di giugnu, ruvina lu munnu”, ma il professore Natoli quando scrisse l’almanacco per i fanciulli siciliani quasi cent’anni fa, non poteva immaginare i cambiamenti radicali dell’agricoltura, del clima, di questo mondo globalizzato e tutti i proverbi, i fatti, gli insegnamenti morali contenuti nell’almanacco oggi non lasciano spazio all’immaginazione nella nostra società consumistica, e suscitano un rimpianto per quella genuinità educativa, per quel tempo andato irrimediabilmente perduto insieme ai suoi sapori, alle piccole gioie e aspettative che davano un senso di purezza della vita. Una semplicità che forse a qualcuno farà ridere, ma che lascia nel cuore il rimpianto per quella bellezza arcaica che esprimiamo con un sorriso malinconico.


Luigi Natoli: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie. 
Pagine 210 - Prezzo di copertina € 18,00
L'opera è la fedele trascrizione del volume pubblicato dalle Industrie Riunite editoriali siciliane (Palermo) nel 1925 ed è corredato dalle foto originali del libro. 
Copertina di Niccolò Pizzorno.

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martedì 22 settembre 2026

Disponibile il terzo episodio del podcast I Buoni Cugini: Vincenzo Crivello legge Luigi Natoli. Arcadia Felice

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Questo episodio, Arcadia felice, fa parte de "L’interdetto", il secondo volume a cura de I Buoni Cugini Editori che raccoglie le "Storie e leggende" pubblicate sul Giornale di Sicilia con pseudonimo di Maurus da gennaio a luglio del 1890. Don Giovanni Guglielmo Bonincontro, un facoltoso avvocato palermitano del XVIII secolo, ossessionato dall’Arcadia classica, decide di trasformare la sua villa di campagna a San Lorenzo ai Colli in un poemetto bucolico. Così costringe la moglie Cristina e i contadini a mutare tutte le loro abitudini e a sostituirle con quelle pastorali... 
Detto così è poca cosa, ma il racconto di Luigi Natoli, nonostante la brevità, colpisce il lettore per la sua potente composizione narrativa, per l’eloquenza linguistica e per la caratterizzazione esaustiva dei suoi personaggi, fino a sviluppare un assurdo meccanismo comico di contrasto tra la crescente illusione classica e la realtà giornaliera siciliana del tardo settecento. 

I Buoni Cugini: Vincenzo Crivello legge Luigi Natoli 
Voce narrante: Vincenzo Crivello 
Note storiche: Ivo Tiberio Ginevra 
Edizione sonora: Gilberto Landolina di Rigilifi 


Luigi Natoli: L'interdetto. Storie e leggende volume 2.
Raccolta di storie e leggende pubblicate sul Giornale di Sicilia con pseudonimo di Maurus da gennaio a luglio del 1890. 
Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli edita I Buoni Cugini Editori 

Il volume è disponibile:
- dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
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- In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102) 

giovedì 17 settembre 2026

Nuovo episodio sul podcast I Buoni Cugini: L'alluvione, di Luigi Natoli. Tratto da: Amore e morte, storie e leggende volume 1



Clicca sui link per ascoltare: 


Dopo il "Preludio" pubblicato ad agosto, il podcast "I Buoni Cugini - Vincenzo Crivello legge Luigi Natoli" entra nella sua programmazione regolare. 
Un nuovo episodio ogni martedì, per immergerci insieme nelle pagine di uno dei grandi narratori della tradizione siciliana. 
Disponibile online l'episodio di questa settimana: L'alluvione. 

Questo episodio fa parte di Amore e morte, il primo volume che raccoglie le Storie e leggende scritte con lo pseudonimo di Maurus sul Giornale di Sicilia dal 12 febbraio al 31 dicembre 1889, edito I Buoni Cugini Editori. Il fatto storico è ben notorio nelle cronache dell'epoca: a Palermo, la notte del 27 settembre 1507 durante la festa dei santi Cosma e Damiano, un'alluvione provocò l'inondazione del torrente Cannizzaro o Kemonia. Ingrossato da due giorni di piogge continue, straripò alla ricerca del suo letto naturale, trascinando con sè un lugubre carico di morte e detriti fino al mare. 
Luigi Natoli scrisse questo racconto nel 1889 ma, a distanza di quasi 140 anni, ci sorprende per la sua solennità tematica e narrativa, ricca di un realismo quasi cinematografico. 
La particolarità letteraria è da apprezzare nel veristico equilibrio descrittivo e nella metamorfosi simbolica degli elementi. Il lettore, infatti, è subito affascinato dalla personificazione del fiume che ragiona e si muove come un antagonista dotato di una sua volontà strategica e ricca di sentimento. Anche la resistenza delle cose è umana, il tutto in una dimensione acustica e visiva, percepita dalla popolazione come un castigo di Dio, e non come un errore umano. 
Il volume Amore e morte, Storie e leggende volume 1 edito I Buoni Cugini editori,  raccoglie gli articoli della rubrica pubblicati dal 12 febbraio al 31 dicembre 1889.  
Ascolta il nuovo episodio e segui il podcast per le nuove uscite dai seguenti link:


Segui dalle varie piattaforme il podcast I Buoni Cugini, per essere aggiornato con le nuove pubblicazioni.
Voce narrante: Vincenzo Crivello
Note storiche: Ivo Tiberio Ginevra
Edizione sonora: Gilberto Landolina di Rigilifi



Luigi Natoli: Amore e morte. Storie e leggende volume 1. Raccolta di storie e leggende dal 12 febbraio al 31 dicembre 1889. 
Pag. 386 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Il volume è disponibile: 
- dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna con raccomandata postale o a mezzo corriere in tutta Italia.
Su Amazon Prime, Feltrinelli, Ibs e tutti gli store online. 
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lunedì 14 settembre 2026

13 settembre 2026: Ferrazzano, il romanzo storico di Luigi Natoli per la prima volta in teatro con la compagnia Araldo del Vespro

 

Bellissimo spettacolo ieri sera con Ferrazzano, il romanzo storico siciliano di Luigi Natoli pubblicato a puntate sul Giornale di Sicilia nel 1932, da I Buoni Cugini Editori nel 2016 e per la prima volta al teatro Don Bosco con la compagnia teatrale Araldo del Vespro.
Il magnifico Ferrazzano, interpretato da Davide Bongiorno, ha regalato al pubblico i volantini dei suoi spettacoli, e noi lo ringraziamo perchè la Compagnia teatrale ha offerto al pubblico uno spettacolo unico, che ha riportato gli spettatori indietro nel tempo, quando nella Palermo settecentesca narrata da Luigi Natoli, famoso come William Galt, tra soprusi di nobili e difficoltà della povera gente, c'era la compagnia dei Travaglini, comici, che recitavano dove oggi è il teatro Bellini.
Costumi che riproducevano quelli dell'epoca, balli di scena alternati a pezzi tragici e impegnativi hanno tenuto viva l'attenzione per più di due ore di spettacolo.
Grazie ai ragazzi della Compagnia Teatrale Araldo del Vespro e alla regia di Giuseppe Bongiorno per il loro grande contributo alla conoscenza dei romanzi di Luigi Natoli
(https://araldodelvespro.altervista.org/)

I Buoni Cugini Editori (Anna Squatrito e Ivo Tiberio Ginevra)
Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli edita I Buoni Cugini Editori (www.ibuonicuginieditori.it)

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sabato 12 settembre 2026

Luigi Natoli: Non c'era che un attore in città che sapeva divertire il pubblico: Ferrazzano. Tratto dall'omonimo romanzo, per la prima volta in teatro domani 13 settembre con la compagnia Araldo del Vespro


Chi erano gli attori? Anche questo rimaneva segreto; non v’era che un attore in città che sapeva divertire il pubblico: Ferrazzano. Egli era l'anima di tutti, ne interpretava ciò che aveva di più caratteristico, lo spirito, mettendone in caricatura i difetti; or grossolano, or fino e sottile; ora pigliava batoste che mandavano in visibilio il pubblico, or le dava con non minor festa. Era, insomma, tutto quanto il pubblico"
Quella sera al Santa Lucia si rappresentava una commedia fatica speciale di Ferrazzano “il grande attore”, diceva il cartello scritto col pennello in caratteri grossolani e scorretti: “Peppe Nappa alinista” nella quale Ferrazzano faceva sbellicare dalle risa. Si capiva benissimo che il teatro si affollava, e che l’impresario durasse una improba fatica per regolare l’ingresso del pubblico.

In foto Ferrazzano, interpretata da Davide Bongiorno nello spettacolo teatrale del 13 settembre alle ore 21:00 di Ferrazzano, con la compagnia Araldo del Vespro presso il Teatro don Bosco - Via Libertà 199 - Palermo.
Testo e regia di Giuseppe Bongiorno.
Per info e acquisto biglietti: araldodelvespro@gmail.com - cell. 3892996221


Luigi Natoli: Ferrazzano. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del '700. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 30 ottobre 1932. 
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Prezzo di copertina € 19,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it, su tutti gli store online (Amazon Prime, Feltrinelli, Ibs).
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Luigi Natoli: La comica si chiamava Floristella e nelle parti che sosteneva era l'ingenua... Tratto da: Ferrazzano. Per la prima volta in teatro domani 13 settembre

 
La comica se ne andò; il capocomico stette un po’ a guardare, poi con un brontolìo e un moto di spalle raggiunse gli altri comici, che già si erano raccolti in un canto del palcoscenico. 
La comica si chiamava Floristella e, nelle parti che sosteneva, era l’ingenua; ella percorse il lungo corridoio che portava all’uscita, ma si fermò, e stette con le ciglia basse, dispettosa, pensosa. Era una giovane di circa sedici anni, non propriamente bella, ma avvenente, non aveva il naso greco, né le ciglia sottili, che anzi aveva le narici un po’ troppo grandi ed arcuate, l’arco delle sopracciglia un po’ spesso e gli zigomi un poco sporgenti; ma gli occhi erano maravigliosi, grandi, neri, eloquenti; il loro sguardo scendeva e sconvolgeva il cuore. La bocca era tumida e sensuale, e, aprendosi lasciava vedere una fila di perle. Nulla era paragonabile al suo sorriso, che le apriva sulle guancie due fossette deliziose, che inducevano gli altri ad aprire l’animo alla gioia e a scacciare le malinconie. 
Floristella si appoggiò alla parete; era forse pentita di essersi allontanata, ma non si risolveva a tornare indietro. Era di indole puntigliosa, ma si pentiva subito delle sue risoluzioni. Ora guardava dal corridoio buio il quadrato luminoso dell’uscita, come aspettando qualcuno, che venisse dalla piazza aperta dinanzi al teatro. Domandavano a lei di chi fosse figlia, e la piccola si stringeva a Ferrazzano con affetto filiale. Così vissero; Ferrazzano tacendo rigorosamente quanto si riferiva alla origine di Floristella, Floristella credendosi realmente figliuola di Ferrazzano. A otto anni ella calcò per la prima volta le tavole del palcoscenico: fu un prodigio. Si trattava di una particina di fanciulletta, e Floristella la sostenne con tanta padronanza di scena e disinvoltura di linguaggio, che alla fine riscosse interminabili ed entusiastici applausi del pubblico e degli attori. Ferrazzano, che di mala voglia aveva acconsentito a far recitare la sua pupilla, chè non voleva assolutamente che si desse al teatro, dovette chinare il capo innanzi alla febbre che si impossessò di Floristella. Così divenne attrice, e da un anno faceva le parti di ingenua con la nuova compagnia messa su dal Minniti. Intanto ella aveva con Ferrazzano girato un po’ per l’Isola, dove c’era una festa religiosa e un magazzino disposto a mutarsi in teatro. 
Quel giorno ella se ne stava quasi dinanzi la porta, e pareva che aspettasse qualcuno. Pensieri torbidi le offuscavano la mente; si vedeva dal corrugare degli occhi che pareva non avessero requie. A un tratto rialzò il capo; aveva visto venire nel quadrato di luce la figura di Ferrazzano.
In foto Floristella, interpretata da Alessia Greco nello spettacolo teatrale del 13 settembre alle ore 21:00 di Ferrazzano, con la compagnia Araldo del Vespro presso il Teatro don Bosco - Via Libertà 199 - Palermo.
Testo e regia di Giuseppe Bongiorno.
Per info e acquisto biglietti: araldodelvespro@gmail.com - cell. 3892996221




Luigi Natoli: Ferrazzano. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del '700. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 30 ottobre 1932. 
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Prezzo di copertina € 19,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it, su tutti gli store online (Amazon Prime, Feltrinelli, Ibs) e in libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)

Luigi Natoli: In quel tempo vi agiva una compagnia condotta da un siciliano; si chiamava Domenico Minniti... Tratto da: Ferrazzano. Per la prima volta in teatro domani 13 settembre

Era questo detto dei Travaglini o più modernamente dal nome del proprietario, di S. Lucia; dove recitavano le compagnie dei comici; e che poi rifatto, abbellito e prevalso il secondo nome, si adattò a teatro d’opera, rivaleggiando con quello più grande dei musici detto di S. Cecilia; finchè ingrandito prese il nome di Carolino; e fu il solo e glorioso teatro d’opera di Palermo, anche quando, mutato il regime, fu intitolato al nome imperituro di Bellini. Allora, nel 1775, era un piccolo teatro che di fuori non annunziava punto che nascondesse una sala da spettacoli. Una tettoia difendeva la porta sulla quale una tabella di legno portava dipinto lo scritto: “Teatro di Travaglini”; un corridoio senza luce, umido, con le pareti grommose, conduceva all’ingresso del teatro, in fondo a un breve spazio. Una sala capace di trecento persone e tre file di palchi; non vi erano poltrone, che allora non si usavano, ma sedie numerate; una grande lumiera pendeva dal soffitto. Di giorno bisognava abituarsi al buio per potersi movere e non inciampare in qualche sedia, ma di sera si illuminava e si vedeva bene la fioritura delle belle vesti e la bianchezza delle carni sull’addobbatura rosso cupo dei palchetti. L’illuminazione era a cera nella lumiera e nei trionfi dei palchetti, ad olio sul palcoscenico. Il quale era piuttosto angusto; aveva in giro gli stanzini degli attori, piccoli e malmessi, alcuni, invece di porta, erano difesi da una tendina; gli uomini stavano da una parte in tre stanzini comuni, le donne in due, pochi stanzini erano privilegiati. L’attrezzatura si componeva di tre o quattro scene con le rispettive quinte; le scene erano arrotolate in alto e trattenute da corde che penzolavano da un lato. 
In quel tempo vi agiva una compagnia condotta da un siciliano, che godeva grande opinione di buon attore, e recitava nelle parti di padre nobile: si chiamava Domenico Minniti, era nato per così dire in teatro, perché era figlio di comici. I suoi attori erano siciliani, ma il “Tiranno” e la moglie erano napoletani, Antonio Zardo e Giuliana Buzelle, che in arte recitava da Beatrice. Era quasi tutta una famiglia, chè fra loro erano imparentati: padri, madri e figli recitavano o prendevano parte della compagnia come attrezzisti o trovarobe. Ma Floristella no; era una trovatella o per essere più esatti, una figlia dell’arte trovata in un angolo della porta di casa di Ferrazzano una sera al ritorno dal teatro.
Si rappresentava il “Don Chisciotte”, commedia tutta da ridere, che era il melodramma di Apostolo Zeno ridotto a commedia con certe innovazioni dal Minniti. Molte scene si facevano a braccio, fra cui quelle del Minniti e quelle del Ferrazzano. I personaggi avevano subito anche loro delle trasformazioni, e in generale lo spirito della commedia era reso più allegro dell’originale. Il duca aveva preso un nome, si chiamava “Asdrubale”, ed era rappresentato da Antonio Zardo; la duchessa si chiamava “Doralinda” e la sosteneva una attrice, Anna Saverino, “Don Chisciotte” era il Minniti, “Sancio Panza” il Ferrazzano, “Rosaura” Giuliana Buzelle, “Lauretta” Stefania Corona, “Don Alvaro” Vincenzo Migliocco, “Florindo” Nino Pollione, “Donna Filomena” Carmela Grassa.
- Tu vedi che non ci sono parti per Floristella; la “Rosaura” per quanto una amorosa è tutt’altro che una ingenua, – disse il Minniti.
- Non è vero! – saltò su Floristella con voce stridula – perché allora mi ha affidato la parte della serva? Neppure questa è ingenua.
- E che dovevo fare per non lasciarti inoperosa?
- Poteva darmi la parte della Buzelle.
- Questa non era parte per te.
E chinatosi all’orecchio di Ferrazzano, gli mormorò: 
- È il conte che me l’ha imposto; potevo dir di no?
Ferrazzano si strinse nelle spalle; egli avrebbe agito diversamente, ma il Minniti aveva una paura maledetta di quel conte e di tutta quanta la nobiltà; una raccomandazione che gli rivolgeva, equivaleva ad un ordine; e credeva che tutti partecipassero della sua paura, e fossero solleciti a obbedire ai loro voleri. 

In foto Domenico Minniti, interpretato da Giovanni Mennella nello spettacolo teatrale del 13 settembre alle ore 21:00 di Ferrazzano, con la compagnia Araldo del Vespro presso il Teatro don Bosco - Via Libertà 199 - Palermo.
Testo e regia di Giuseppe Bongiorno.
Per info e acquisto biglietti: araldodelvespro@gmail.com - cell. 3892996221


Luigi Natoli: Ferrazzano. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del '700. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 30 ottobre 1932. 
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Prezzo di copertina € 19,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it, su tutti gli store online (Amazon Prime, Feltrinelli, Ibs) e in libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)


mercoledì 9 settembre 2026

«Giustizia è fatta, l'ora è scoccata». Dal famoso romanzo di Luigi Natoli, l'action figure del Beato Paolo con il teschio tra le mani

 
Altezza: cm. 14
Materiale: resina
Dipinto a mano
 
Dal cuore della notte di Palermo, la leggenda prende forma.
Se hai vibrato leggendo le gesta di Blasco di Castiglione, se hai respirato il mistero tra i cunicoli del Capo e hai atteso nel buio il verdetto della setta più enigmatica di Sicilia, oggi quel mito può entrare a far parte della tua collezione.
Nasce la prima Action Figure ufficiale dei Beati Paoli, un’opera d’arte interamente realizzata in resina e dipinta a mano. Ogni dettaglio è stato studiato per dare un volto definitivo ai protagonisti nati dalla penna di Luigi Natoli. Non un semplice gadget, ma un pezzo di storia e di artigianato siciliano da custodire gelosamente.
Ogni dettaglio è stato scolpito per trasmettere la sacralità e la minaccia della setta nata dal genio di Natoli:
- L'abito e il cappuccio nero, modellati per creare un contrasto drammatico di luci e ombre, come se la figura emergesse davvero dal buio dei sotterranei.
- Il teschio tra le mani, dipinto meticolosamente per restituire l'effetto dell'osso antico, simbolo del verdetto inappellabile e del memento mori dei Beati Paoli.
- L'aura di mistero e solennità, che trasforma questa statuetta in un pezzo d'arte artigianale siciliana unico, perfetto per la bacheca di ogni vero collezionista e appassionato.
Un'opera esclusiva che non si limita a decorare, ma racconta una storia di segreti, onore e leggenda popolare.
Trattandosi di una produzione artigianale, ogni statuetta è un pezzo unico e numerato. La disponibilità può essere legata ai tempi di produzione. 
La merce venduta non si cambia. 
 «Giustizia è fatta, l'ora è scoccata.» Non lasciare che la notte si porti via questa occasione.

Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al link: 
Consegna gratuita a Palermo. 
Spedizione a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia. 
Per maggiori informazioni scrivi alla mail ibuonicugini@libero.it o contattaci al whatsapp 3894697296

lunedì 7 settembre 2026

Dal cuore della notte di Palermo, la leggenda prende forma. Nasce la prima Action Figure dei Beati Paoli

Altezza: cm. 14
Materiale: resina
Dipinto a mano
Prezzo: € 25,00 + spese di spedizione
Modello: Beato Paolo con candela

 
Dal cuore della notte di Palermo, la leggenda prende forma.
Se hai vibrato leggendo le gesta di Blasco di Castiglione, se hai respirato il mistero tra i cunicoli del Capo e hai atteso nel buio il verdetto della setta più enigmatica di Sicilia, oggi quel mito può entrare a far parte della tua collezione.
Nasce la prima Action Figure dei Beati Paoli, un’opera d’arte interamente realizzata in resina e dipinta a mano. Ogni dettaglio è stato studiato per dare un volto definitivo ai protagonisti nati dalla penna di Luigi Natoli. Non un semplice gadget, ma un pezzo di storia e di artigianato siciliano da custodire gelosamente.
Ogni elemento è stato scolpito per catturare l'essenza stessa del mistero settecentesco:

  • L'abito e il cappuccio nero, dipinti con profondi giochi di luci e ombre per restituire l'effetto del tessuto che si fonde con la notte
  • La candela accesa nella mano, il dettaglio cardine che illumina il volto nascosto e simboleggia la verità che la setta porta nel buio
  • L'atmosfera carica di suspense, che trasforma questa figure in un vero e proprio pezzo di storia e folklore siciliano da esposizione

Non un semplice oggetto da collezione, ma un'opera d'arte artigianale che racchiude il fascino intramontabile della Palermo sotterranea nata dal genio di Natoli.
Trattandosi di una produzione artigianale, ogni statuetta è un pezzo unico.
La disponibilità può essere legata ai tempi di produzione.

«Giustizia è fatta, l'ora è scoccata.» Non lasciare che la notte si porti via questa occasione.

Acquista dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it al link:
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Luigi Natoli: IL CAPITAN TERRORE - Geronimo Colloca, il Re della Bocceria di Palermo

Luigi Natoli: Il Capitan Terrore. 
Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1560.
Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1938. 
Pagine 481 - Prezzo di copertina € 21,00


La signora Mariquita abitava sola con la serva, una cinquantenne, Miguela, anche lei di Siviglia, ma che stava in Palermo da venticinque anni. Essa aveva servito da introduttrice e sistematrice di Mariquita nella società dei giovani… e anche dei vecchi. Si capisce da ciò perché era andata ad abitare presso S. Andrea, dove di solito andavano ad alloggiare le sue consorelle, che davano tanto da dire ai frati di S. Domenico, da spingerli spesso a ricorrere al Pretore. Però ella era una donna privilegiata, tanto che si meritava il titolo di “signora”.

Era di un genere elevato, come, a parte la letteratura, Tullia Aragona. Frequentavano la sua casa poeti, letterati, pittori, scultori, ed in genere uomini di sapere. Ella li riceveva con grazia, mescolando parole spagnole e siciliane con un sapore delizioso. E poi era bella; gli occhi grandi, le sopracciglia folte, la bocca rossa e carnosa che invitava i baci, aggiungevano nuovo fascino alle grazie della persona. E poi aveva solo ventitré anni.
Ma era orgogliosa, aveva a modo suo un certo onore, e guai ad offenderla, si rivoltava, e spariva la distinzione; l’Andalusa insorgeva col suo sangue moresco, e diventava terribile e feroce.
Quanto a Miguela poteva nascondere una diecina di anni, perché, nonostante i suoi cinquanta suonati, era ben conservata. Aveva i capelli rossi e gli occhi azzurri, la pelle fina, e il corpo ben portante. Non era né bella né brutta, un viso che non diceva nulla; ma era molto scaltra e prudente. Ella aveva un’amicizia con un certo Geronimo Colloca, che si faceva chiamare il Re della “Bocceria”, ossia del macello (da boucherie) ed era amico, nientemeno, del vicerè duca di Medinaceli; la qualcosa lo rendeva assai temuto.
Andandosene a casa nella strada dei Maccheronai, Geronimo pensava in che modo indurre il giovane signore ad andare da Mariquita. Attraversava la piazza san Domenico, quando gli parve di vedere un’ombra venire dalla via del palazzo di Terranova (la via Monteleone). Era un uomo che camminava radendo i muri, avvolto nel mantello, dal quale, per un lembo rialzato, appariva la punta di una spada. Dal lato opposto sboccando dalla via Bandiera ecco intanto venire la “sciurta” di notte che tutelava la quiete della città.
“Sciurta”, era chiamata la guardia cui era commessa la polizia urbana. Allora, e così durò per lungo tempo, oltrepassata una certa ora della notte era proibito andare per le vie ed armati; la “sciurta” perciò non trovò di meglio che fermare l’ombra, ed alzata la lanterna portata dal gavarretta, il capo disse:
- Vossignoria perdoni, ma è in pena.
Al lume della lanterna, Geronimo riconobbe nell’ombra per l’appunto don Galvano.
- Nemmeno a farlo apposta! – disse fra sé.
Intanto uno della sciurta sussurrava al capo:
- Questo è il Re della Bocceria, Geronimo Colloca.
Ma il capo non se ne diede per inteso; gli sembrò un menomare la propria dignità cedendo, egli, rappresentante della città, a un cittadino qualsiasi, e rispose:
- Fosse anche l’imperatore del mondo, non ha che farci con le mie attribuzioni.
Disse queste parole gonfiando le gote, con un’aria di meneinfischio, e abbastanza forte per essere udito da Geronimo. Ma allora questi, strappata di mano a uno della sciurta la picca, e voltatale dall’asta, la diede sulla faccia al capo, con una tale velocità che a raccontarlo impiegherebbe maggior tempo.
- Ah per Satanasso! – gridò il capo, trattenendosi la testa, grondante di sangue.
Allora gli altri quattro birri incrociarono le picche, e si gittarono contro Geronimo; don Galvano si trovò nella condizione di non poter rimanere indifferente, e fu costretto a intervenire con la spada, sviando le picche e dando piattonate quando gliene veniva il destro; e la furia dei due contro quattro fu tale, che questi cominciarono a indietreggiare, e finirono con volgere il fuga. Ma fischiarono per chiamare soccorso…


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Luigi Natoli: Palermo al tempo degli Spagnoli 1500-1700. Sventure e contrabbando

 

Luigi Natoli: Palermo al tempo degli Spagnoli 1500-1700. Opera inedita, costruita e fedelmente copiata dal manoscritto dell’autore privo di data. È lo studio critico e documentato di due secoli di storia della città di Palermo mirabilmente analizzata da Luigi Natoli con una visione del tutto contemporanea senza trascurar nulla, compresi i particolari, anche i più frivoli.

Argomenti trattati:

La città – Il governo – L’amministrazione – Il popolo – Il Sant’Offizio – Il clero e le confraternite – La giurisdizione e l’arbitrio – Le maestranze – Le rivolte – Le armi e gli armati – Le scuole e i maestri – La stampa – Gli usi e costumi delle famiglie – La vita fastosa – La pietà cittadina – Teatri e feste – I divertimenti cavallereschi e le giostre spettacolose – Banditi, stradari e duelli.

Copertina di Niccolò Pizzorno - Pagine 283 - Prezzo di copertina € 20,00


E la sventura cadeva spesso sulla città. Non è una bella cronaca questa; e non se ne può fare addebito a nessuno, o tutto al più se ne può fare addebito alla mancanza di previgenza. Io non parlerò delle carestie che affliggevano Palermo, perché erano una cosa abituale, ma voglio dire di quei disastri o accidenti che afflissero la città nostra. 
E prima di tutto ci si presenta la rovina della casa di Giorgio Bracco il 30 di maggio del 1527. Si ballava nel salone allegramente per le nozze di Giovanni Ventimiglia marchese di Geraci, con Elisabetta Moncada nipote del Bracco, e vi era il Vicerè Ettore Pignatelli. A un tratto si levò un urlo e tra la polvere e il fracasso scomparvero gl’invitati. 
Il pavimento, cadendo al peso enorme, s’era sfondato e aveva sepolto gli invitati e schiacciati quelli che stavano nel pavimento di sotto. Rimase una piccola parte di esso, dove stavano il Vicerè e gli sposi. I morti furono duecento; le feste delle auspicate nozze si mutarono in lutto. 
Il 27 di settembre del 1557 una nuova disgrazia piombò sulla città. Nelle mura occidentali, in prossimità della chiesa dell’Itria, sorgente nel luogo stesso dell’attuale chiesa della Pinta, v’erano aperte delle buche per dove entrava l’acqua del fiumicello Cannizzaro, che percorreva quella via chiamata poi di Porta di Castro. Da quelle buche i contrabbandieri si servivano per passare a tempo di vendemmia, l’uva...

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Luigi Natoli: Calvello il bastardo e la festa di santa Rosalia

Corrado intanto gironzolava per tutti quei vicoli a lui noti, guardando con infantile compiacimento la luminaria in onore della “Santuzza”. Centinaia di lampioncini di carta colorata, penduli da festoni di verdi fronde distesi pel largo dei vicoli, un dopo l’altro formavano, visti da lontano, come dei soffitti luminosi. Sui muri delle case imbiancate di fresco ignoti pittori avevano dipinto in rosso e turchino delle colonne e dei vasi mostruosi con dei fiori inverosimili; e dei chiodi appaiati infissi lungo il contorno reggevano piccole lampadine di terra cotta, che spandevano intorno con la luce rossastra il sito dell’olio da ardere. Ogni edicola di santi era illuminata con candele di cera, e ornata di parati di carta; qua e là una tavola era stata trasformata in altare, coperta di un pezzo di stoffa rossa, e di una tovaglia, e su fra candele e mazzi di fiori freschi che tramandavano l’acuto odore della gaggia e del gelsomino, un quadro rappresentante Santa Rosalia, coronata di rose, col rocchetto di pellegrina e il crocifisso e il teschio in mano; ovvero un gruppo di cartapesta raffigurante Santa Rosalia e il “saponaro” vestito da cacciatore, inginocchiato ai piedi della “Santuzza”. Qua e là dinanzi le bettole, dinanzi le case, lunghe tavole e banchi, e boccali e bicchieri, e vino scintillante nei bicchieri, sparso sulle tavole, fragrante e spumoso; e piatti nei quali nuotavano nella salsa di pomodoro galletti o chiocciole; e montagne di mandorle, ancora chiuse nel mallo verde; e polpi bolliti, dai lunghi tentacoli bruni; e da ogni parte una folla che mangiava, beveva, cantava, annegava nella baldoria le tristezze della vita e della povertà; dimenticando anche che per quell’ora di gioia aveva portato la roba al Monte di Pietà. Ma bisognava onorare la “Santa”. La “Santa” per eccellenza è la gentile e poetica romita del monte Ercta, o Pellegrino; la figlia di Sinibaldo, discendente di Carlo Magno, nel cui nome si confondono i nomi della bellezza e del candore: Rosa et lilia, rose e gigli; la taumaturga che proteggeva la sua città natale dai più tremendi flagelli: fame, peste, terremoto e fuoco.

La stessa luminaria più ricca era nelle strade che quell’anno avrebbe percorso la processione dell’urna argentea contenente le miracolose reliquie della vergine romita. Uscendo sul Cassaro o Toledo, lo spettacolo era veramente maraviglioso, e quale nessuna immaginazione potrebbe raffigurare. Le due strade Toledo e Nuova, erano due torrenti di fuoco, due incendii. Per tutta la loro lunghezza eran fiancheggiate da assi di legno intagliate e dipinte maestrevolmente a forma di colonne con vasi, di pilastri, obelischi, statue; dette con unico nome “piramidi”; sulle quali si innalzavano archi di trionfo; e piramidi e archi tempestati di lampadine che seguivano, commentavano, brillavano il disegno, diffondendo intorno una luce viva e uguale. 
Ai balconi delle case lampioni, candele, lampadari, candelabri; e giù per le strade una folla straordinaria lieta, contenta, ma tranquilla, composta, senza nessuna di quelle clamorose dimostrazioni di gioia che son proprie dei popoli meridionali. Si udivano chiaramente le voci dei venditori ambulanti di semi di zucca e fave tostate, di chiocciole, di acqua e fumetto, biscotti e leccornie. Si aspettava la discesa del “Carro”, il famoso carro trionfale, che era la maraviglia delle maraviglie. Ed esso si vedeva da lontano, torreggiante sulla strada, tremolante nel suo lento avanzarsi, tutto splendente di lumi e di ori e di fiori. Aveva la forma di una barca, su quattro ruote, tirata da cinquanta mule bardate e montate da palafrenieri vestiti alla spagnuola; sulla nave si ergeva una specie di tempietto di stile corinzio, coronato di nubi, circondato di angeli nudi, e su, in alto, così in alto da oltrepassar quasi i tetti dei palazzi, si librava, come in atto di spiccare il volo pel cielo, il simulacro della vergine romita, con le vesti svolazzanti. Giù nei gradini del tempietto i musici sonavano a perdifiato: a ogni fermata del carro si cantava la frottola, specie di lauda in onore della vergine, che veniva composta ogni anno da un poeta ufficiale.
Per tre giorni di seguito il carro attraversava la città. Saliva nel pomeriggio del primo giorno del Festino, l’11 di luglio, da Porta Felice e si fermava al piano del palazzo reale. Ridiscendeva la sera dopo, tutto illuminato, ed era lo spettacolo più grandioso della festa, dopo il vespro solenne nel Duomo; certo il più attraente e caratteristico. Le altre parti della festa, come le corse dei berberi, lo sparo dei fuochi artificiali, la processione, il trasporto delle “bare” e dei “cilii”, eran sì splendide e magnifiche, ma non avevano quella grandiosità inesprimibile del Carro, e dell’illuminazione del Duomo. Eran tre anni che Corrado non vedeva quelle feste così caratteristiche della sua città; e per quanto i suoi nuovi sentimenti gli facessero rimpiangere con certo dolore il folle sciupìo di tante migliaia di scudi, quando la miseria, l’ignoranza, l’abbrutimento asservivano la popolazione, pure non sapeva frenare le dolci commozioni che quegli spettacoli suscitavano nel suo cuore, col destarvi le memorie della sua fanciullezza e la dolcezza amara dei dolori che avevano annebbiata la sua gioventù.


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano.
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913.
Pagine 880. Prezzo di copertina € 25,00


Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it. 
Puoi acquistare inviando un messaggio WathApp al 3894697296 oppure 3457416697 - Ordina anche per mail a ibuonicugini@libero.it. Sarai subito contattato per completare l'ordine. Consegna in tutta Italia a mezzo corriere o raccomandata postale. Consegna gratuita a Palermo.

Disponibile su tutti gli store online (Amazon Prime, Feltrinelli, Ibs) e in libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102).

giovedì 3 settembre 2026

Luigi Natoli: Lo Zardo era pallido e i tratti del suo viso avevano stiramenti nervosi... Tratto da: Ferrazzano. Romanzo storico per la prima volta in teatro con la compagnia Araldo del Vespro



La contessa diede un pugno di monete alla cameriera; ma dopo alquanto quella venne di nuovo: l’uomo aveva rifiutato il denaro; aveva bisogno di parlare con la signora, e avrebbe aspettato, finchè lo avesse potuto.
- Si vede che è un gran seccatore! Andiamo! T’ha detto il nome?
- Voscenza no, ha detto che il nome non importava.
- Fallo passare.
Era Antonio Zardo. Donna Grazia lo squadrò con una occhiata: Antonio era vestito dei migliori abiti che possedeva per uscire; i poveri comici, che avevano vestiti per la scena passabili, quando erano per le strade, pareva si fornissero dai “robivecchiai”. Il vestito di Zardo era il più bello, perché non era logoro né rammendato.
- Non so come vi chiamate, e non avete detto il vostro nome; lo sapete che io non ricevo persone che non conosco? Animo! dite quello che vi occorre.
Lo Zardo era pallido, e i tratti del suo viso avevano stiramenti nervosi, come durasse gran fatica a dare quel passo: s’inchinò, e disse:
- So che ho commesso una malcreanza, e ne domando perdono a vostra eccellenza; ma il mio nome nulla dice, e la cosa di cui desidero invocare l’aiuto di vostra eccellenza è tale, che non ammette indugio. Io mi chiamo Zardo, Antonio Zardo, sono attore comico…
- Ah! ho capito; non c’era bisogno tanto mistero: vorreste che io proteggessi la vostra compagnia?
- No, eccellenza...
- Dunque avete bisogno di danaro? Io ve l’ho fatto offrire.
- Non è per questo, eccellenza; io la ringrazio di cuore della sua generosità, ma…
- Ma allora io non so che cosa potrei fare per voi.
- Ecco, eccellenza. Io le ho detto, son comico, faccio le parti di tiranno e di padre nobile, ed anche le altre dove occorre portare la parrucca incipriata, ma che siano serie. Questo per dire a vostra eccellenza che ho le prime parti nella compagnia. Ed ho moglie, una donna che a me par bellissima, e che per questo disgraziatamente è il richiamo del pubblico e anche dei signori. Essa recita, e per questo è fatta segno ad applausi… Ma i più caldi le vengono da un palco, ed è quello dove siede il signor conte…
- Oh!
- Stupisce anche a vostra eccellenza, ma v’ha di più. Il signor conte fa dei segni, ed io l’ho visto perfino inviare dei baci, che mi esponevano al ridicolo di tutti.
- Ma è un orrore!
- Vostra eccellenza lo vede!
- Una comica!
- Io ho fatto il dover mio; ho afferrato pei capelli mia moglie; le ho detto con dei buoni pugni il fatto suo; la povera donna mi giurò che lei non c’entrava. Ma come si fa? Vostra eccellenza capisce che un tradimento di quella specie non posso sopportarlo, e per questo ricorro a lei; mia moglie è la sola cosa che posseggo, me la lasci stare; il mondo è largo; ci son tante donne per cavarsi il capriccio; me la lasci stare: è questa la preghiera, l’umile preghiera, che le rivolgo!
- Una comica! Possibile che mio figlio sia disceso a tanto?
Zardo aggrottò le sopracciglia: che intendeva dire la contessa? Reputava Giuliana inferiore alle altre donne? Una comica! ma valeva meno di qualunque altra donna? non era essa bella più d’una regina? Rispose amaramente:
- Se è disceso fino a tanto, nulla è più facile per farlo rinsavire.
- Bene bene; ora potete andare; ma vi consiglio per la vostra pace di mutar sede; un’altra città vi converrebbe meglio e stareste più tranquillo.
- Questo non è possibile – rispose con voce più cupa Zardo, – venendo da voscienza ho creduto di fare il mio dovere; vostra eccellenza, a quanto sembra, mi apre le mani; e sia; penserà Iddio a quello che può accadere.
- Ma credete che son cose che mi riguardano?
- No?
- Se fosse una “virtuosa” forse avrei da fare qualche cosa, ma una comica, oh Dio! Fate come vi ho detto; se vi accora, se non potete fare quello che fanno tanti altri, di chiudere un occhio e fingere di non accorgersi di nulla, e allora partite.
Suonò il campanello, e fece un gesto per indicare a Zardo, che poteva andar via; e alla cameriera sopravvenuta disse:
- Accompagnate questo brav’uomo.
Allora Zardo si fece di porpora; gli occhi gli fiammeggiarono; strinse i pugni, ed esclamò:
- Per la Santa Croce! giuro che chi mi toglie la pace la pagherà!

In foto Antonio Zardo, interpretato da Ethan Messina nello spettacolo teatrale del 13 settembre alle ore 21:00 di Ferrazzano, con la compagnia Araldo del Vespro presso il Teatro don Bosco - Via Libertà 199 - Palermo.
Testo e regia di Giuseppe Bongiorno.
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Luigi Natoli: Ferrazzano. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del '700. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 30 ottobre 1932. 
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Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it, su tutti gli store online (Amazon Prime, Feltrinelli, Ibs) e in libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)