22 dicembre 1890
Finalmente il signor don Ottavio d’Aragona, cavaliere dell’Ordine di Alcantara, figlio dell’illustrissimo signor don Carlo d’Aragona duca di Terranova, già governatore di Sicilia, di Catalogna, di Milano, per antonomasia detto Gran Siciliano, il signor don Ottavio, dico, ebbe il piacere di vedere sotto i suoi ordini bella e formata una flotta nuova, quale veramente ci voleva pel reame di Sicilia. Fra lui, educato alla scuola di Alessandro Farnese, e che aveva fatto le prime armi nella Fiandra, e il Vicerè duca d’Ossuna, ambizioso di novità e intraprendente, s’erano intesi subito. La flotta del regno, rifatta da artefici siciliani faceva guardare con sprezzosa pietà le galere di Napoli e di Spagna. Sua Altezza il principe Filiberto di Savoia, venuto allora nell’isola con le galee di Spagna, fu mortificato di vedersi quelle navi grosse, pesanti e tarde come oche, mentre le dieci galere di Sicilia guizzavan snelle e leggere e formidabili.
- Bisogna – aveva detto Sua Altezza al Vicerè d’Ossuna che gli mostrava le navi siciliane con paterno orgoglio – bisogna che ne porti una in Spagna come modello.
Il signor don Ottavio ardea dal desiderio di correre il mare con quella sua piccola armata, e compiere un’impresa strepitosa. Fanciullo aveva assistito al trionfo di don Giovanni d’Austria reduce dalla vittoria di Lepanto; aveva veduto e conosciuto i cavalieri siciliani che a Lepanto s’erano illustrati. Anche suo fratello, il marchese d’Avola, era stato fra quelli; e gli raccontava i prodigi compiuti da capitan Cola Antonio d’Oddo, da don Cola di Bologna detto il valente, da don Geronimo di Giovanni. Ma il valore e la parte presa dalle venti galere siciliane a Lepanto eran rimasti confusi nella gloria comune, ed usurpati a tutti dall’armata della Serenissima repubblica di Venezia, che, si può dire, volle prendere tutta la gloria per sé.
Don Ottavio meditava un’impresa fatta dalla marina siciliana soltanto: voleva la gloria tutta pel regno, e mostrare che qualcosa si sapeva fare.
Di battaglie sul mare, dopo quella di Lepanto, non ne erano più accadute; appena qualche scorreria tra corsari cristiani e turchi; la presa di qualche grossa nave carica di bottino, e niente altro. Ma nessuna armata o parte di armata era venuta più a incontrarsi con quella turca. Pareva che dopo la battaglia di Lepanto non si stimasse necessario venire a battagliare con l’ostinato e potente nemico.
Ecco perché il signor don Ottavio voleva compierla lui un’impresa. Nel gran silenzio delle armi, nella fiacchezza universale della quale parevano invasi tutti gli Stati, egli voleva far risonare alto il suo nome con una vittoria rumorosa.
Dunque la flotta fu bella e pronta, erano otto galere: la capitana generale dell’armata del Regno, la capitana delle sei galere, la “Padrona”, l’“Escalora”, la “Fortuna”, la “Girona”, l’“Ossuna”, la “Pignafiel”; don Ottavio montò sulla capitana generale, come governatore per Sua Maestà il cui capitano era don Francesco Darces; sulla capitana delle sei galere era capitano il messinese Giambattista Cicala; il signor Pantaleo Roccatagliata era capitano della “Scalona”, don Diego Ossorio della “Pignafiel”, don Francesco Ribera dell’“Ossuna”. Sulle galere, oltre alle ciurme e i marinai s’imbarcarono molti venturieri, desiosi di gloria, e ottocento moschettieri spagnuoli sotto gli ordini di don Diego Olivera, colonnello.
La flotta partì il 16 di agosto del 1613 tre ore innanzi giorno, da Messina verso levante.
Don Ottavio non voleva attendere nei mari dell’isola il nemico ma andava a snidarlo nei suoi quartieri, per dargli battaglia e vincerlo là stesso, o farsi prendere con tutte e otto le galere.
L’armata del Gran Signore non era certo così esigua come la squadra di don Ottavio. Con le sue otto galere egli poteva cadere in mezzo a tutta la flotta turca. La sua mossa era ardita, anzi temeraria; e tale appariva agli occhi di quanti dalla marina messinese, avevano accompagnato con gli auguri le otto galere guizzanti nelle acque dello Stretto.
Ma don Ottavio all’audacia aveva pari la prudenza; ed aveva la virtù dei grandi capitani, occhio sicuro, pronto consiglio, agire risoluto ed energico. Bisognava procedere circospetto, e giocare d’astuzia, per sorprendere l’armata nemica alla spicciolata e batterla.
La mattina del 21 agosto giunse all’isola di Cerigo, dopo aver catturato un corsaro greco, disarmatolo e obbligatolo a viaggiare alla volta di Palermo; a Cerigo attinse informazioni...
Luigi Natoli: Capo Corvo. Fa parte del volume Storie e leggende volume 3: Dall'altare al patibolo.
Terzo volume di Storie e Leggende che raccoglie i titoli pubblicati nell'apposita rubrica del Giornale di Sicilia da ottobre 1890 a febbraio 1891 con pseudonimo di Maurus.
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Pagine 191 - Prezzo di copertina € 22,00
Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia).
Su tutti gli store online.
In libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)




















