venerdì 5 giugno 2026

Luigi Natoli: Ormai era entrata anche a lui nel sangue l'avidità di quel denaro... Tratto da: Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano.

 
Monsignor Cisneros s’era assunto l’incarico di dirigere questa caccia; e lo faceva con un ardore rabbioso, spinto dalle istigazioni di don Angelo, che, ricuperata la memoria del tutto, aveva informato a modo suo l’inquisitore suo parente. E come era naturale si era dipinta vittima delle iniquità del frate, che chiamava ladro, sacrilego e incestuoso. Respinto dai più compassionevoli, insidiato dai più scrupolosi, fra Diego, stanco, affamato, era stato ripreso, e incatenato per le braccia, per le gambe, per le mani, trasportato nuovamente al Sant’Offizio. E ne era venuta la condanna a cinque anni di remo. Cinque anni di odio, accumulatosi giorno per giorno nel suo cuore, e non soltanto contro don Angelo, ma contro il Sant’Offizio, contro i frati, contro la Chiesa; che tutti faceva complici di quel malfattore ai danni della giustizia.
Pensava a tutto questo ora fra Diego, mentre la galera sciava silenziosamente nell’ampio mare, avvolta dalla notte...
Monsignor Cisneros, pensava fra sè: 
- “Se questo fosse vero, fra Diego dovrebbe dire dove ha messo il denaro: forse l’avrà confessato al padre rettore, ma questi, se l’ha ricevuto in confessione, non tradirà il segreto... Salvo che non ne sia prosciolto...”
Monsignor Cisneros pensava ancora che fra Diego aveva dovuto confidare al rettore dove si trovasse Isabella. Poteva anche darsi che gli avesse dato qualche incarico per lei. Bisognava perciò sorvegliarlo, pedinarlo, spiare le persone con le quali bazzicava, intercettar le lettere, se ne spediva, servirsi di ogni mezzo insomma per appurare se Isabella era a Palermo o dove fosse, e se egli era stato incaricato di prendere in consegna il tesoro.
Oramai era entrata nel sangue anche a lui l’avidità di quel denaro, non già per affidarlo a don Angelo, ma per aumentare le rendite del Sant’Offizio. Architettando tutto un processo canonico, pensava di mettere sotto sequestro quel denaro, e farne sentenziare la confisca: e don Angelo non avrebbe potuto far nulla. Ma questo disegno, l’inquisitore lo tenne, come si poteva capire, in segreto. 
Recatosi da don Angelo, gli comunicò quel che aveva pensato di fare pel rettore. Don Angelo trovò che la cosa era lunga.
- Dategli la tortura, ricorrete a tutti i mezzi, e fate cantare quel pezzo da forca!...
Monsignor Cisneros se ne tornò al palazzo del Sant’Offizio. Che fra i due avvenimenti misteriosi vi fosse un nesso, e che la chiave l’avesse a portata di mano, non gli passò per la mente. Egli si proponeva di andarla a cercare presso Isabella. E per cominciare volle tentare di cavare dalla bocca di fra Diego qualche indizio.
Il custode dovette raccogliere tutte le sue forze, per non tradire la sua paura, quando l’inquisitore gli disse di aprire la segreta di fra Diego. Immaginava che monsignore avesse già trovato il bandolo della matassa, che tutto si verrebbe a scoprire e che egli era perduto. Ignorando l’uccisione di don Angelo, non poteva supporre che l’inquisitore avesse altre e più forti ragioni di interrogare il prigioniero. Monsignor Cisneros era così preoccupato che non s’accorse del turbamento del custode, il quale si stette dietro la porta, per udire quel che dicessero, ed esser pronto, in ogni caso, a fuggire. L’inquisitore entrò con due guardie armate di alabarde; fra Diego si fece trovare in ginocchio, come assorto nella preghiera...


In foto padre don Angelo. Spettacolo teatrale del 7 giugno alle ore 21:00 di Fra Diego La Matina, con la compagnia Araldo del Vespro presso il Teatro don Bosco - Via Libertà 199 - Palermo.
Testo e regia di Giuseppe Bongiorno.
Luigi Natoli: Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo soggiogata dall'Inquisizione. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1924.
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store online.
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133 e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Nike (Via Marchese Ugo), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele).

Luigi Natoli: Don Angelo diede un'occhiata malvagiamente ironica al suo confidente... Tratto da: Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano

Don Angelo lo aspettava nella curia parrocchiale, seduto dietro la pesante tavola di noce, sulla quale ardeva una lucerna di stagno a due lucignoli, che lasciava nella penombra gli scaffali dell’archivio, in fondo, dietro il seggiolone di don Angelo: alto, su la porta che immetteva in chiesa, pendeva un quadro fosco, che rappresentava Cristo in croce fra le donne e Giovanni. Una lampada a olio, pendula da una catenella attaccata al soffitto, illuminava le gambe nude del Cristo, e ne faceva rosseggiare le piaghe. Nelle pareti laterali erano sparsi quadri di santi, anneriti: bolle a stampa dentro cornici nere e in quella a destra si apriva una porta che per un piccolo andito conduceva sulla piazza. Quella stanza, con quegli armadi bruni, quei quadri neri, sui quali apparivano misteriosamente i volti foschi; la figura di don Angelo dietro il tavolo con quel volto duro come tagliato con l’accetta, sul quale biancheggiavano due ciocche di capelli, e i baffi e il pizzo, l’ombra, il silenzio, quell’odore speciale dei luoghi sacri, misto umidiccio e di incenso, incutevano un certo timore, quella specie di orror sacro che gli antichi sentivano nei boschi dedicati agli dei.
E Nino ne sentì il brivido, anche per quel sentimento religioso così profondo nell’animo popolare. Col berretto in mano si inchinò, e baciò la mano di don Angelo che in quell’istante aveva una gravità dignitosa e venerabile, che faceva dimenticare tutte le sue colpe.
- Sedete, buon uomo, – disse don Angelo con affabilità, indicandogli una seggiola dinanzi alla tavola.
Nino sedette: ma superato quel primo momento di soggezione critica, disse fra sè: – “In guardia, Nino, che qui il lupo vecchio mi pare che faccia un po’ troppo il santo”. E aspettò che il prete parlasse. Il quale cominciò:
- Voi non immaginerete certo perché io v’abbia fatto venire fin qui: ma quando vi dirò che si tratta dell’avvenire di Cristina, voi capirete l’importanza del mio invito.
Nino fece un viso attonito.
- Cristina? che Cristina?
Qualche giorno dopo esse vennero a riferire che Nino e sua moglie erano andati al Parco, in una torre mezzo diruta; e che la moglie di Nino si era affacciata sulla porta con una giovane donna, che aveva un bambinetto su le braccia. Don Angelo non ebbe nessun dubbio che quella fosse Cristina. Dunque era al Parco. Non voleva sapere altro. Ora poteva comodamente e senza pericolo di esporsi, svolgere il suo piano. Per prima cosa bisognava isolare Cristina. Essa certamente era stata messa al corrente delle pratiche dell’avvocato e del dialogo avvenuto fra lui e Nino; e poichè il mezzo con cui l’avvocato comunicava con la giovane, era Nino, e costui sapeva molte cose, bisognava toglierlo di mezzo, ma senza che si potesse sospettare che il colpo venisse da lui. Una zuffa nel mercato, non era una cosa straordinaria; e una coltellata che spediva un uomo all’altro mondo non era una eccezione. La sola difficoltà era di trovare chi fosse disposto ad attaccare briga. Per due giorni don Angelo frugò tra le sue conoscenze l’uomo atto ad assumersi un impegno, che, a parte l’incertezza della riuscita, poteva avere come epilogo la forca in Piazza Marina.
In capo ai due giorni, don Bernardo, volpe vecchia del Sant’Offizio, che era la spia principale di cui don Angelo si serviva, e in cui confidavasi interamente, gli venne a riferire che aveva trovato il suo uomo.
- Gli avete detto di che si tratta?
- O che mi prende per scemo? La cosa deve nascere da sè. L’importante era trovare l’uomo ad hoc.
- Purchè la coltellata non se la pigli lui.
- Nel qual caso Nino va a finire sulla forca. In un modo o nell’altro Vossignoria si è sbarazzato di questo insolente.
Don Angelo sorrise e diede un’occhiata malvagiamente ironica al suo confidente, che non se ne accorse, e fece male. Avrebbe letto in quell’occhiata una non oscura minaccia per sè, testimonio incomodo di troppe cose...


In foto padre don Angelo. Spettacolo teatrale del 7 giugno alle ore 21:00 di Fra Diego La Matina, con la compagnia Araldo del Vespro presso il Teatro don Bosco - Via Libertà 199 - Palermo. 
Testo e regia di Giuseppe Bongiorno.
Luigi Natoli: Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo soggiogata dall'Inquisizione. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1924.
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store online. 
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133 e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Nike (Via Marchese Ugo), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele). 

martedì 2 giugno 2026

Luigi Natoli: Il primo tricolore che sventolò a Roma nel 1847 fu portato da siciliani... Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni del 1848-1860

Il 15 novembre 1847 Roma era in festa: su tutti gli edifici sventolava il bianco vessillo del Papa: alle legazioni e alle ambasciate italiane ed estere ondeggiavano le bandiere dei rispettivi stati; fra esse quella del re di Napoli, bianca con in mezzo lo scudo borbonico: gigli d’oro su azzurro. Quel giorno prendeva possesso del suo ufficio la Consulta di stato, istituita da Pio IX; una delle riforme, che con l’amnistia e la istituzione della guardia civica parvero agli Italiani esaltati, i primi squilli di tromba della libertà. Roma dunque tripudiava: una folla immensa si assiepava sul Corso, e gremiva la piazza del Quirinale.
Anche allora abitavano in Roma molti Siciliani, giovani artisti o preti o studiosi o altro. V’erano fra i tanti i fratelli Luigi e Giuseppe Orlando, patrioti provati e futuri fondatori del cantiere di Livorno; i giovani pittori Natale Carta, Giaconia e Rindello, il padre Gioacchino Ventura generale dei Teatini, che fu poi il rappresentante del governo siciliano, il suo congiunto padre Francesco Ventura, il padre don Gaetano Alberto Palizzolo, molti altri.
Ora i Siciliani s’erano radunati, perchè volevano – scrive l’egregio notaro Milanesi in un pubblico atto – “ancorchè fosse per essi tempo luttuoso, associarsi al gaudio dei Romani”. Infatti infieriva in quei giorni, in seguito al tentativo messinese del 1° settembre, la reazione borbonica; esilii, fughe, prigionie, processi: la polizia arbitra della vita dei cittadini. Nondimeno questi Siciliani di Roma avevano preso accordi per intervenire in massa al corteo con una bandiera; e avevano dato incarico ai fratelli Luigi e Giuseppe Orlando di provvederla, e di “riunire sotto quella ad ora determinata i Siciliani dimoranti in Roma caldi amatori dell’italiano progresso”.
Pare che non sia stato molto facile provvedersi una bandiera: a ogni modo fu pronta pel 15 novembre; se non che la proibizione del Papa impedì che essa figurasse nel gran corteo ufficiale. La proibizione però non contemplava le dimostrazioni popolari; e la sera ve ne fu una nella quale “unitamente al vessillo pontificio, sventolarono le bandiere di tutti gli Stati italiani ed esteri”: del regno di Sardegna, cioè del ducato di Modena, del Granducato di Toscana, del regno di Napoli e via dicendo: e sventolò la bandiera dei Siciliani.
La quale non era quella del regno delle due Sicilie; era il tricolore: il tricolore italiano.
“E così – consacra il notaro Milanesi – fu questa la prima insegna tricolore che sventolò senza contrasto in questa Capitale nel corrente secolo”.
V’erano a Roma liberali di tutte le parti d’Italia; e pure non pensarono o non osarono inalberare la bandiera, che era il simbolo delle comuni aspirazioni, il simbolo della nazionalità italiana, della indipendenza, della libertà: si raggrupparono sotto le bandiere dei loro sovrani assoluti: soltanto i Siciliani, invece di raccogliersi sotto l’odiato vessillo borbonico, innalzarono il tricolore nazionale.
E non già per far atto di indipendenza da Napoli. Se questo gretto municipalismo avesse guidato il loro gesto, avrebbero innalzato quella bandiera del regno di Sicilia, che si era recinta di gloria per mare e per terra; e che era stata inalberata nel 1820; bianca con l’aquila araldica nel mezzo. Invece il 15 novembre 1847 a Roma essi relegarono nella vecchia storia del passato, la bandiera regionale, per far propria quella di tutta l’Italia; affermazione delle nuove aspirazioni nazionali.
Singolare bandiera, fatta per così dire di cenci. Eccola, come la descrive, con minuzie notarili, il buon Milanesi. Dopo aver constatato che era di tre colori, dice: “Quello verso l’asta è di color verde, l’altro successivo di color bianco e quello all’estremità di color rosso, e le cuciture dei teli e degli orli son fatte con cotone dei tre suddetti diversi colori. La suddetta bandiera è larga m. 1 e cent. 83, lunga m. 1 e cent. 25 e mm. 3; la larghezza del primo telo è di cent. 62 ed è composta di tre pezzi uniti insieme che si differiscono un poco nel colore; il secondo telo bianco è largo cent. 60, formato in due striscie e l’ultimo telo rosso è largo cm. 61, composto di tre pezzi che si differiscono un poco nel colore; tutti riuniti con sette cuciture ribattute, con orlo ad uso fazzoletto... più nel quarto superiore che è più vicino all’asta vi è attaccato con cuciture lo stemma della Sicilia in uno scudo rotondo del diametro di cm. 17 in mussola di cotone rappresentante la Trinacria, dipinta a chiaroscuro, acqua ragia ed olio”.
Dopo questa dimostrazione la bandiera che aveva eccitato entusiastici applausi, fu conservata; ma non mancò l’occasione, perchè ritornasse a garrire al vento della città eterna.



Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento. Raccolta di scritti storici e storiografici che riproducono esattamente le edizioni originali. 
Il volume comprende: La rivoluzione siciliana nel 1860 (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910) Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI) I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento Italiano - 1931) Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927) 
Pagine 525 - Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile: 
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia)
Su tutti gli store online. 
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102) 

Luigi Natoli: Ode al soldato italiano. Tratto da: Milizia eroica (Il numero 570)

Oggi è celebrazione di eroismi.
Io non so se sia riverbero di orgogliosa tenerezza paterna; ma quando incontro ufficiali o soldati, feriti o no, che però recano in volto il sigillo della trincea, la loro immagine si ingrandisce agli occhi miei, e prende non so che augusto, sì che mi sento umile dinanzi a loro; e mi domando se noi ricordiamo abbastanza i prodigi che compiono questi nostri soldati, e se crediamo che ognun di noi abbia soluto tutto il suo debito verso di loro, offrendo un picciol obolo alle istituzioni un prò dei mutilati o degli orfani, o alle loro famiglie: mi domando se basta una cartella di rendita o l’offerta di un anellino per concorrere efficacemente alla vittoria; o se non dobbiamo comporre anche noi un’altra milizia di combattenti, per renderci degni di questi eroi, che fan gitto con generoso obblio della vita, in imprese che meraviglieranno i venturi.
Contendere il volo alle aquile, le rupi ai camosci, domare le insidie del mare, son cose cui i nostri eroi ci han reso familiari; e nessuna impresa, per quanto irta di difficoltà; nessun rischio, per quanto la morte vi appaia inevitabile, ci paion così superiori alla possanza dei nostri soldati che essi non debbano trionfarne. Essi hanno cancellato dal vocabolario la parola “impossibile”. Il miracolo è la consuetudine della loro vita, il maraviglioso è l’abito del loro spirito. Non sappiamo se un giorno un Omero, che brancolando fra le tombe e le are sparse lungo le aspre e contese vie di Trento e di Trieste, canterà la nostra Iliade; o se un nuovo Virgilio ne trarrà gli auspici per cantare i destini della terza Roma; ma ben sappiamo che nessuna eroica leggenda apparirà così sovrumana come la realtà vissuta e compiuta dal soldato d’Italia!
Bello e umano soldato, nel cui animo, come in ardente crogiuolo si fondono l’eroico sentimento dell’antico legionario e lo spirito avventuroso del cavaliere medioevale: e di quello ha la fora silenziosa e sicura; di questo la gentilezza e la generosità; e l’una e l’altra animate di quella poesia connaturata nel suo spirito, della quale alimenta i suoi affetti, e gitta i fiori spontanei sopra ogni suo gesto.
Il soldato non misura pericolo, non conta i nemici; va, sale su la cresta, vince: la baionetta è folgore nelle sue mani. L’ira lo fa tremendo. Ma se egli vede due mani alzarsi supplichevoli, abbassa il ferro e porge la sua mano al vinto. E al nemico, che pur dianzi aveva puntato su di lui l’arma omicida, o aveva sferrato l’ignobile mazza barbarica, egli, il soldato d’Italia, dà il suo pane, se quegli ha fame; la sua borraccia, se ha sete; se lo carica su le spalle, se è ferito. Poi alla sera, su la cresta superata, su la ridotta espugnata, quando la lune sorge e diffonde la sua luce malinconica sulle vestigia della distruzione, il soldato d’Italia sogna le cose gentili; e dall’anima sua sgorga il sogno, e si effonde nella limpida onda dei suoi canti. E canta. Io so napoletano, e se non canto, moro!...
Ah io non saprò esprimere mai tutto quello che l’ammirazione, la tenerezza, la pietà, il senso dell’eroico, quel non so che di divino, che la nostra stirpe, eternamente giovine, rivela in questa guerra, suscitano nell’anima mia. 
Vorrei essere uno di questi prodi, dotato di virtù poetica, per narrare la santa gesta, come cantavano i trovieri la gesta di Rolando. 
Vorrei essere uno di quei valorosi del 14° e del 137° che fin dai primi giorni della guerra hanno scritto pagine di eroica bellezza...


Brano tratto da: Milizia eroica di Luigi Natoli, orazione recitata il 24 maggio alla presenza di S. L. il ministro L. Bianchi, delle autorità politiche, civili e militari, dei Deputati della provincia, delle associazioni, della scuole, del popolo, dinanzi alla lapide murata accanto alla porta della Caserma Miale di Foggia, in memoria dei prodi del 14° fanteria caduti nel primo anno di guerra.

Milizia eroica fa parte del volume: Il numero 570 - scene drammatiche in due atti ambientato al fronte italiano nella prima guerra mondiale. Mai pubblicato in libro o in appendice, è copiato dal manoscritto originale dell'autore.
Prezzo di copertina € 12,00
Consegna gratuita per chi ordina da Palermo. Consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia. Per ordinare puoi scrivere alla mail ibuonicugini@libero.it
I volumi sono disponibili online su Amazon Prime, Feltrinelli/Ibs e tutti gli store.
Disponibili in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)

Luigi Natoli: Il 2 giugno del 1882 morì Giuseppe Garibaldi... Tratto da: Almanacco del fanciullo siciliano

 
Il 2 giugno del 1882, nella sua isoletta di Caprera, morì Giuseppe Garibaldi.
Il suo nome non ha bisogno di lodi: perché non si può parlare del risorgimento della Patria, senza parlare di lui. E non ci inchiniamo dinanzi alla sua grandezza soltanto noi Italiani, ma tutti i popoli civili: perché dove c’erano popoli oppressi, che anelavano alla libertà, ivi accorreva Garibaldi.
Combattè in America, combattè in Roma, in Lombardia, in Sicilia, nel Napoletano, in Francia: e giovani e vecchi lo seguivano, perché egli li affascinava e li tramutava in eroi.
Eppure questo grande guerriero, questo liberatore di popoli era di cuor generoso e compassionevole: era modesto, e rifiutò gradi, onori e doni. Si sarebbe potuto arricchire; invece, dopo aver liberato la Sicilia e Napoli, e aver dato al re Vittorio Emanuele II queste due regioni, se ne tornò povero e semplice in Caprera, a coltivare le sue terre e a governare il suo piccolo gregge.
Ma quanta gloria illuminava la casetta solitaria da lui stesso costruita! E di quanta venerazione non era egli circondato!...
Non v’è città in Italia che non gli abbia inalzato un monumento, o non abbia intitolato una via col suo nome. E questo, perché dire: “Garibaldi” e dire: “Italia”, è la stessa cosa.
(Nella foto: busto di Giuseppe Garibaldi nella omonima villa di piazza Marina, Palermo)


Luigi Natoli: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie. 
Pagine 210 - Prezzo di copertina € 18,00
L'opera è la fedele trascrizione del volume pubblicato dalle Industrie Riunite editoriali siciliane (Palermo) nel 1925 ed è corredato dalle foto originali del libro. 
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour) e presso il punto vendita del Centro Commerciale Conca d'Oro, La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Macaione (Via Marchese di Villabianca 102), Libreria Nike (Via Marchese Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15). 

lunedì 1 giugno 2026

Luigi Natoli: Dall'altare al patibolo. Il terzo volume di Storie e Leggende da ottobre 1890 a febbraio 1891.

Continua la pubblicazione delle "Storie e leggende" di Luigi Natoli, con il terzo volume Dall'altare al patibolo che raccoglie i titoli pubblicati nell'apposita rubrica del Giornale di Sicilia da ottobre 1890 a febbraio 1891. 
Il volume comprende: 

1 ottobre 1890: Erodiade (quattro puntate)
20 ottobre 1890: Il saccheggio del Monsignore 
22 ottobre 1890: Cicco di Carlo
1 novembre 1890: Pel ganascino della zingara
6 novembre 1890: Un naso e una donna (due puntate)
4 dicembre 1890: Il mercato
10 dicembre 1890: Pel sacco bianco
12 dicembre 1890: La rivolta della fame (due puntate)
17 dicembre 1890: Bruto Seniore
22 dicembre 1890: Capo Corvo
30 dicembre 1890: Tele di ragno
1 gennaro 1891: Due Catoni
6 gennaro 1891: Dall'altare al patibolo
18 gennaro 1891: Più forte dell'amore (cinque puntate)

Le "Storie e leggende" sono fedelmente trascritte dalla fonte originale seguendo il rigoroso ordine di apparizione. 

Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Pagine 191 
Prezzo di copertina € 22,00
Il volume è disponibile: 
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o raccomandata postale. 
Su tutti gli store online. 
In libreria presso: 
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102) 

mercoledì 27 maggio 2026

Luigi Natoli: Con l'impeto di un torrente in piena, volontari e picciotti piombano sul ponte... Tratto da: La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione

Con l’impeto di un torrente in piena, che precipita pei ripidi scoscendimenti, e tutto travolge, volontari e “picciotti” piombano sul ponte, dove i regi trinceratisi e occupando gli edifici vicini, li tempestano di fuoco.
Lo squadrone di cavalleria che stava nella strada del Secco, si mosse allora per assalire di fianco i volontarii; ma la squadra dei Lercaresi, condotta dall’abate Agostino Rotolo, che, divergendo, s’era gittata nei giardini per aggirare i regi, mette in fuga col suo fuoco la cavalleria: intanto che il torrente garibaldino ricaccia indietro i regi, li ributta oltre il ponte, supera il primo ostacolo.
I regi si ritirarono verso il convento di S. Antonino, dove era il grosso della difesa; e dietro la barricata, ma non per questo è libero il passo. Il generale in capo avvisato di quanto avveniva, ordinato al Marra di difendere le posizioni, gli manda in rinforzo un battaglione dell’8°; ma non per questo si può riprendere l’offensiva. I regi piegano, Garibaldi spedisce Fuxa, il temerario, coi “picciotti”, attraverso i giardini, dalla parte della Villa Giulia; altre squadriglie, per gli orti e i giardini, verso S. Antonino; altri picciotti e volontarii occupano le case dello stradone, donde possono saettare la barricata; il fuoco è vivo da ogni parte: dalla barricata i regi spazzano lo stradale dei Corpi Decollati. Tuköry, il nobile ungherese, dinanzi ai suoi, dopo aver oltrepassato il ponte, si avanza; una palla gli rompe il ginocchio; cadono feriti lì presso Benedetto Cairoli, Giorgio Manin, Stefano Canzio, Daniele Piccinini; Bixio è ferito anch’esso. La Masa accorre, obliando l’alterco, gli domanda affettuosamente: – “Sei ferito?” – “Non è nulla, grazie;” – risponde Bixio sorridendo, si toglie da sé la palla e ritorna a combattere. 
Tra le fucilate, volontari e picciotti, sebbene stanchi, assetati, scoperti, alla bajonetta guadagnano lo stradale: la barricata è a pochi passi, dinanzi il crocicchio: bisogna cacciarne i regi; e i regi sono cacciati, e ripiegano in fuga: ma il crocicchio è insuperabile. I regi ripiegando dalla porta i cannoni e le compagnie da S. Antonino, la fregata dal mare vi incrociano un fuoco d’inferno. Quei prodi si arrestano. Ma Nullo, bergamasco, fior di cavaliere, piantato saldo sul suo morello, audace e invulnerabile, colto il punto, dà una spronata; un salto e balza su quel crocicchio infernale; balza sulla barricata; e dietro a lui Francesco Carbone genovese; e Luigi Bavin Pugliesi di Bagheria. È una gara: si aspetta la cannonata, appena passa: “Viva l’Italia!” a tre, a quattro, a dieci, oltrepassano il crocicchio, sotto il fuoco dei moschetti: i regi fuggono: Francesco Carbone pianta la bandiera nella barricata e vi si mette a sedere: passa Carini, con la 7^: passa accanto a lui la squadriglia condotta da Leopoldo Mondino... E così via via, a gruppi, tutti, fra una cannonata e l’altra, volontarii e “picciotti”, oltrepassano quel varco della morte, entrano nella città, gridando. Il Bavin Pugliesi, con qualche volontario, con alcuni della sua squadra, penetrando in città, sale per la via di Montesanto, che dà per altre traverse, in via Maqueda, poco lontano dal convento di S. Antonino. Due picciotti salgono sui terrazzi del palazzo Cutò, donde incominciano a tirare sui soldati appostati nel convento; dietro a loro salgono alcuni garibaldini: altre squadriglie, venendo dai giardini, mirano al convento dal lato opposto: questi fuochi di fianco sconcentrano i regi; forse vacillano, rallentano il fuoco: e le altre squadre ne approfittano, e passano.
Intanto i “picciotti” del Fuxa, attraversati gli orti, si gittano dentro la Villa Giulia, donde, sfidando audacemente la mitraglia della nave regia, irrompono nella città, entrando dalla Porta Reale prossima al mare.
Sono circa le sei del mattino, e Garibaldi con Türr, con lo stato maggiore entra nella città già occupata dai suoi, e si ferma in piazza della Fieravecchia. Bixio intanto ha spinto i volontari fino alla via Toledo, incalzando i regi: il prode Mondino, raggiunto dai fratelli Michele e Gaetano, giunge con la sua squadriglia pel primo a Piazza Bologni, e ne scaccia il generale Landi, che si ritira al Palazzo reale. Per ogni parte si diffondono i volontari, coi picciotti, per animare la città, che ancora sonnolente e silenziosa, non pareva persuasa di quel miracolo. 
A Palermo si sapeva che quel giorno Garibaldi dovesse entrare: oltreché per segnali di fuochi convenuti, anche per una lettera che il Carini aveva fatto pervenire fin dalla vigilia a Martino Beltrami-Scalia; il quale però, mentre s’affrettava a propagar la grande notizia, veniva arrestato e condotto in prigione. Verso sera poi apparve il bollettino famoso che dava sconfitto Garibaldi; e la forma recisa, e più la sicurezza e quasi noncuranza del comando generale e della polizia, indussero veramente a prestargli fede, e a sospettare che le notizie vaghe e segrete sul prossimo giungere di Garibaldi, fossero manovre della polizia per cogliere in un colpo i liberali e sradicar la rivoluzione. Così, quando l’eco delle prime fucilate destò le anime trepidanti nell’ansia, diffuse dubbi e sospetti; quando, spesseggiando il rimbombo delle cannonate, s’udirono le prime grida di “Viva l’Italia! viva Garibaldi!” coloro che s’affacciarono dalle dischiuse finestre parevano increduli. Poi la sorpresa fu così grande che rassomigliò allo sgomento. Ma fu una folata di vento. La vista delle camicie rosse e dei tricolori, delle squadriglie che si spandevano per la città; delle truppe borboniche che ripiegavano fuggendo verso il palazzo reale, fece correre un fremito per tutta la città: Garibaldi è entrato! Garibaldi è alla Fieravecchia!...
E allora dalle piazze, dai vicoli, dalle grandi case e dai tuguri, tutta una folla d’uomini e donne, vecchi dai capelli grigi e fanciulli ancora implumi si riversano verso la piazza della Fieravecchia, dove il Generale riposava, tra Sirtori e Bruzzesi, sereno e magnifico nella semplicità del suo eroismo: e su pel cielo volarono, messaggieri di guerra e di vittoria, i primi squilli della campana di Montesanto, poi quelle di S. Carlo. Campane a stormo, battute con martelli, con pezzi di ferro, con bastoni, con sassi, poiché la polizia paurosa aveva tolti i batacchi; campane a stormo da ogni campanile, alla riscossa!... O popolo di Palermo, in armi! in armi!...
E mentre i regi seminano la morte, e tentano impedire al resto dei volontari e dei “picciotti” di entrare in città, ecco i facchini della piazza della Fieravecchia, correre sotto il fuoco lungo lo stradale, raccogliere i feriti, caricarseli addosso, e con quel peso attraversare il crocicchio infernale, militi di carità da nessuno ricordati!



Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. Una raccolta di scritti storici e storiografici rigorosamente nella originalità dei documenti:
- Storia di Sicilia dalla Preistoria al Fascismo (I Buoni Cugini 2020 - Per la parte di storia siciliana che va dal 1820 al 1860)
- La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione. (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
- Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille. (Estratto mensile "Rassegna storica del Risorgimento Anno XXV Fasc. II Febbraio 1938 - XVI)
- I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto da "La Sicilia nel Risorgimento italiano - anno 1931")
- Rivendicazioni. Attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927).
Prezzo di copertina € 24,00 - pagine 544
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo raccomandata postale o corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online.
In libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)

Luigi Natoli: Giuseppe La Masa e il campo di Gibilrossa. Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


E veniamo dunque alla “presa di Palermo”. Ippolito Nievo, e con lui il Luzio e gli altri, con una destrezza meravigliosa, hanno fatto sparire il campo di Gibilrossa. Avete visto a teatro qualche prestigiatore? Mette una caldaia sotto un drappo; uno, due, e tre! La caldaia sparisce. Quel povero Giuseppe La Masa, si affannò dunque invano, a metter su, concentrare, ordinare, circa quattro mila uomini, impresa quanto mai difficile; formare un campo, che non solo fece risolvere Garibaldi a non dar retta a quel saggio sì, ma uccello di malaugurio che fu il Sirtori in tutta la campagna garibaldina; ma gli diede anche una sicura base di operazione. Questo campo sparisce!
Lasciamo andare le fantasie e le volate poco pindariche dei... poeti, e diamo a ciascuno il suo. Quando il barone Di Marco, per esperienza del passato, a Calatafimi gittò l’idea di concentrar le squadre a Gibilrossa, Garibaldi addivenne; non perchè avesse concepito il disegno, che poi lampeggiò nel suo genio il 22 maggio; ma perchè poteva servire come un diversivo per tirarvi i regi. La sua idea era di piombare a Palermo per la via di Monreale, ma Monreale era formidabilmente occupata da circa ottomila regi con cannoni, cavalleria, compagni d’armi; e v’eran tra essi i famosi battaglioni bavaresi di Von Meckel. L’impossibilità di aprirsi una strada in mezzo a queste forze, gli suggerì l’idea di disgregare le forze nemiche, facendole molestare alla sua sinistra, S. Martino, e alla sua destra, Gibilrossa o Belmonte; e approfittando di ciò, operare la marcia sopra Parco. Fino allora non sembra avesse veramente pensato alla importanza strategica di Gibilrossa. Il 20 maggio, da “Misero Cannone” (come egli interpretava Misilgandone) da Sirtori faceva scrivere a La Masa di concentrare le squadre a Parco; ma poco dopo, di suo pugno – cedendo alle insistenze di questo – gli scriveva che era meglio concentrarle a “Gibilrossa Belmonte”, perchè operando per suo conto, ma in correlazione coi volontari, gli agevolasse le mosse. 
Le cose andarono diversamente perchè i regi da Monreale e dai Porrazzi, mossero il 22 per assalire Garibaldi al Parco, onde Garibaldi chiamò in aiuto La Masa con tutte le sue forze; ciò che il La Masa fece di malavoglia, temendo di perdere la forte posizione di Gibilrossa. Fu una vera fortuna che, quando La Masa giunse nelle vicinanze di Parco, Garibaldi avesse compiuto la sua mossa strategica verso Piana; cosicchè il La Masa, si affrettò a ritornare indietro, a riprendere le sue posizioni, non senza aver spedito corrieri a Orsini, perchè persuadesse Garibaldi a voltare verso Gibilrossa.
Tutto questo risulta dalle lettere corse fra Garibaldi, La Masa, Orsini: alcune delle quali, anzi quasi tutte, pubblicate fin dal 1863. Come mai il Luzio non le conobbe?
Garibaldi non aveva vanità di pigmei; grandeggiava in tutto; conobbe che La Masa aveva ragione, e a Piana, spinto innanzi l’Orsini co’carriaggi, i cannoni, i feriti, si gettò per monti e boschi, e compì quel giro meraviglioso, che lo condusse a Misilmeri, diventata il centro, della rivoluzione, mentre il Von Meckel coi suoi battaglioni, ingannato dagli informatori, correva dietro ad Orsini.
Misilmeri, com’è noto, è poco lontana dal convento di Gibilrossa, dov’era il quartiere generale delle squadre, o guerriglie, o, come enfaticamente le battezzò il La Masa, il “secondo corpo dell’armata nazionale, Cacciatori dell’Etna”.
Garibaldi giunse a Misilmeri, di notte, accolto da luminarie e grida: alloggiò in casa Gucciardi, e mandò subito al La Masa questo biglietto: “Spero vedervi qui domattina alle 3 ant. per combinare cose importanti”. Egli dunque apprezzava quello che aveva fatto il La Masa e la posizione da questo occupata.
Il campo di Gibilrossa era stato piantato il 21 maggio, col nucleo delle squadre di Mezzoiuso, capitanate dal barone di Marco, che aveva con sè Spiridione Franco, Giuseppe Battaglia e altri; di quelle di Marineo e Misilmeri, e poco dopo di quelle di Termini. A mano a mano per l’incitamento del comitato di Termini, propagandosi la rivoluzione, tutti i comuni del distretto si affrettarono a mandare uomini e denari; ma Termini e Misilmeri furono quelle che sostennero i maggiori sacrifici.
Vi accorrevano anche i fratelli Di Benedetto, Pietro Lo Squiglio, il Marinuzzi: molti scappavan da Palermo e vi si recavano. In breve il campo raggiunse circa quattro mila uomini, che non mancavano di munizioni, di vitto, di vesti... ma scarseggiavano di armi da fuoco.
In cinque giorni il La Masa disciplinò alla meglio quel corpo irrequieto e inadatto a un vero ordinamento. Gli diede uno stato maggiore, un corpo di guide, una intendenza, una ambulanza. A capo vi erano uomini provati, che in tutte le campagne garibaldine diedero esempi di valore eroico: Luigi La Porta, Vincenzo Garuso, Liborio Barranti, Luigi Bavin Pugliesi, Gaspare Nicolai, Nicolò Di Marco, Giacomo Curatolo, Vito Signorino, Ignazio Quattrocchi, Rosario Salvo, Domenico Corteggiani, e cento altri. V’era Vincenzo Fuxa, venuto coi Mille, e Pasquale Mastricchi, zio dei Campo, veterano delle cospirazioni, che Garibaldi chiamò il “vecchio di Gibilrossa”. Come si vede non si tratta d’accozzaglia rumorosa, turbolenta, inadatta, e stracciata come spacciò il De Cesare, a cui nella “Fine d’un regno”  piacque di celiare: si tratta di una organizzazione, non certamente perfetta, ma neppure tale da esser desiderabile farne a meno.
Garibaldi ci contò: e fece bene.



Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. Una raccolta di scritti storici e storiografici rigorosamente nella originalità dei documenti:
- Storia di Sicilia dalla Preistoria al Fascismo (I Buoni Cugini 2020 - Per la parte di storia siciliana che va dal 1820 al 1860)
- La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione. (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
- Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille. (Estratto mensile "Rassegna storica del Risorgimento Anno XXV Fasc. II Febbraio 1938 - XVI)
- I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto da "La Sicilia nel Risorgimento italiano - anno 1931")
- Rivendicazioni. Attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927).
Prezzo di copertina € 24,00 - pagine 544
Copertina di Niccolò Pizzorno
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lunedì 25 maggio 2026

Luigi Natoli: Nino la Pilosa era il capo dei "vastasi" di Ballarò... Tratto da: Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano

Nino La Pelosa era quello che si diceva e si dice ancora, un “vastaso”, ossia un facchino, di quelli che tenevano la “posta”, ossia la loro borsa di lavoro, all’aria aperta, nella piazza di Ballarò. Quattro erano le piazze, e quattro le, di ciamo così, corporazioni dei “vastasi”: quella di Ballarò, quella della Fieravecchia, quella del Garaffo, e quella del Capo. In qualunque ora del giorno, si era sicuri di vederli in esse, seduti per terra, o sopra qualche banco – e se ne vedono ancora in qualche piazza, – scamiciati, a piedi nudi, pronti alla chiamata. Facevano un po’ di tutto: trasportavano roba, all’epoca degli sgombri, o quando occorreva; portavano le “seggette” o portantine, facevano, i banditori privati; vendevano roba vecchia in piazza per conto dei clienti: a tempo della pesca dei tonni, portavano al mercato con le stanghe al suono del grosso tamburo, gli enormi pesci infiorati di garofani nelle orbite vuote; trasportavano i morti; si prestavano insomma a tanti ser vizii: forti, infaticabili, rispettosi e sopratutto onesti. 
Da ragazzi, facevano i “picciotti di panaro”, portavano cioè a casa di chi li adibiva, la spesa, nelle sporte di canna; dai diciotto anni in poi passavano nei “vastasi”, come a dire che diventavano maestri. Tutti obbedivano a un capo che era anche il superiore della congregazione religiosa alla quale avevan l’obbligo di ascriversi; e se non era il supe riore ufficiale, ne era il capo morale e autorevole. Questa autorità gli veniva prima d’ogni altro dal coraggio e dalle prove di valore date, che gli creavano intorno una fama di valentia, sempre efficace sugli animi rozzi e ignoranti; oltre a ciò da certe qualità morali, serietà, fer mezza nei propositi, generosità cavalleresca, spirito di pre potenza e a un tempo di giustizia. Un vero “cristiano”. La dedizione, la sommessione degli altri era spontanea: si ri correva a lui nelle questioni; egli giudicava con scrupolosa imparzialità, e nessuno si ribellava, neppure si doleva, se l’arbitrato gli riusciva sfavorevole. 
 Nino La Pelosa era il capo dei “vastasi” di Ballarò: e questo spiega perché Isabella si fosse risoluta a rivolgersi a lui, sotto la minaccia imminente dell’inumano sacrificio di sua figlia. Nino giunse a casa di Isabella, che ancora nell’aria oscillavano gli ultimi rintocchi della campana dei defunti...

Una lunga e dolorosa storia Isabella raccontò a Nino La Pelosa, quella sera, nel silenzio della casetta. 
Nino aveva ascoltato il lungo racconto senza interromperlo, commentando i vari episodi con un corrugar delle sopracciglia o con lo stringere le mascelle. Quando Isabella con un singhiozzo pronunziò le ultime parole, egli disse gravemente: 
- Vossignoria dica che cosa vuole che io faccia, e lo farò: parola di Nino. - Ecco, io vorrei che Gerlando... frate Agostino sapesse tutto... Egli troverà il modo di salvare Cristina...
- Questo per ora. Voi siete un uomo segreto e non c’è bisogno di raccomandarvi il silenzio e la prudenza... 
Nino si mise una mano sul petto: 
- Domani partirò...

In foto Nino La Pilosa. Spettacolo teatrale del 7 giugno alle ore 21:00 di Fra Diego La Matina, con la compagnia Araldo del Vespro presso il Teatro don Bosco - Via Libertà 199 - Palermo. 
Testo e regia di Giuseppe Bongiorno




Luigi Natoli: Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo soggiogata dall'Inquisizione. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1924.
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia)
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Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133 e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Nike (Via Marchese Ugo), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele). 

venerdì 22 maggio 2026

Luigi Natoli: La sera calava fosca e il vento portava nella strada il puzzo della carne bruciata... Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano.


Tra gli spettatori era frate Agostino. Egli insieme con un novizio aveva accompagnato il carro che trasportava i tre condannati; aveva scambiato uno sguardo con Giambattista Verron, che parve la conferma di una mutua promessa. Un senso di pace si diffuse sul volto del guantaio, che per tutto il tragitto aveva tenuto gli occhi levati al cielo, come per offrire il suo martirio. Da sé, senza tremare, senza impallidire offerse il collo al nodo omicida. La sua agonia fu breve. Frate Agostino che, in grazia dell’abito, s’era potuto avvicinare e non gli aveva tolto lo sguardo dal viso era stupito della mansuetudine del condannato. Egli aspettò che le fiamme lo avvolgessero, e allora se ne andò a capo basso, lentamente, col novizio che pareva vivamente colpito da quanto aveva veduto.
La sera calava un po’ fosca ed afosa, e il vento portava nella strada il puzzo confuso della legna e della carne bruciata. Nell’aria vibravano i rintocchi dell’Ave, oscillando nel vento e spegnendosi come gemiti. Frate Agostino risalì per la strada Toledo. Passando dinanzi alla piazza Marina diede una bieca occhiata alla massa torreggiante dello Steri, che nell’ombra appariva più cupa; e nella pupilla gli balenò un lampo d’odio. Per vie di traverso passando per la strada dei Merciai – oggi detta dei Cassari – e per l’Argenteria e pel Mercato della Bucceria vecchia, giunse al quartiere della Conceria, che era già buio.
La porta della chiesa di Santa Margherita era aperta e se ne vedeva l’altare maggiore illuminato: lo scampanellio della gloria e l’odore dell’incenso rivelavano che si dava la benedizione serale col Santissimo. Frate Agostino si avvicinò, si genuflesse dinanzi alla porta, si tolse la mozzetta che gli copriva il cranio raso, ed entrò nel momento in cui il cappellano, riposto l’ostensorio, recitava l’Oremus. Ma si rimise il cappuccio in testa.
Il frate aspettò che il cappellano entrasse in sagrestia. E ve lo seguì, ordinando al novizio di aspettarlo.
- Bacio le mani, padre don Angelo.
Il cappellano, che stava togliendosi la cotta, si voltò, squadrò il frate, e rispose con un lieve cenno del capo:
- Bacio le mani a vossignoria.
- Ho bisogno di parlarle, quando avrà finito...
- Subito...
Il sagrestano ripiegò accuratamente la cotta, ornata di un finissimo ricamo e la conservò nell’armadio, che nell’ombra, con lo sportello aperto, pareva volesse inghiottire il chierico in una profonda voragine. E s’indugiava egli, curioso di sentire ciò che quel frate così grande e robusto e così grave direbbe al cappellano. Ma il frate taceva e il cappellano aspettava.
- Quello che ho da dirle – riprese frate Agostino – è segreto...
Il cappellano allora fece un segno al sagrestano, che uscì di malavoglia.
- Ebbene, ora siamo soli...



In foto frate Gerlando, conosciuto come frate Agostino. Spettacolo teatrale del 7 giugno alle ore 21:00 di Fra Diego La Matina, con la compagnia Araldo del Vespro presso il Teatro don Bosco - Via Libertà 199 - Palermo. 
Testo e regia di Giuseppe Bongiorno.

Luigi Natoli: Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo soggiogata dall'Inquisizione. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1924.
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia)
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Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133 e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Nike (Via Marchese Ugo), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele). 

Luigi Natoli: C'era spettacolo del Sant'Offizio quella mattina del 9 settembre 1940... Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano.


C’era spettacolo del Sant’Offizio quella mattina del 9 settembre 1640. Già il giorno innanzi, come era prescritto, c’era stata la processione, che partendo dallo Steri, palazzo del Sant’Offizio dell’Inquisizione, si era recata nel piano della Cattedrale, dove era stato costruito il gran palco per l’Atto di Fede; e aveva posto la Croce del Santo Tribunale sull’altare, fra torce rimaste accese tutta la notte; e frati, preti, familiari del Sant’Offizio vi avevano vegghiato recitando salmi ed inni.
Lo spettacolo destava grande curiosità pel numero degli inquisiti, tre dei quali erano stati colpiti dalla più grave sentenza: erano stati cioè rilasciati al braccio secolare. Era una formula ipocrita con la quale si intendeva togliere alla Chiesa il biasimo di condannare a morte. La Chiesa non doveva e non poteva per materia di fede, uccidere; ma faceva uccidere dalla giustizia laica, alla quale consegnava i rei d’eresia e di commercio col demonio, che dovevano essere bruciati. La giustizia secolare, e cioè la curia del Capitano di città dopo la solenne lettura della sentenza del Tribunale del Sant’Offizio s’impadroniva del reo, e lo sottoponeva a un giudizio pro forma, che serviva per dimostrare che la sentenza di morte non era pronunciata dall’autorità ecclesiastica, ma da quella laica. In grazia di queste miserabili ipocrisie, poteva la potestà della Chiesa affermare che essa non condannava a morte nessuno!
Tre, dunque, fra gli inquisiti, già si sapeva, sarebbero stati rilasciati al Capitano di città. Tre roghi si sarebbero accesi nel piano di Sant’Erasmo: spettacolo triplice in onore della santa religione. I nomi erano noti: uno si chiamava, da cristiano Gabriele Tudesco, da moro musulmano Amet. Era un mal battezzato, ritornato alla sua prima fede. Condannato una prima volta per questo suo ritorno alla fede dei padri, aveva confessato il suo errore, abiurato, ed era stato assolto e mandato in galera a remare per cinque anni. Ma era ricaduto nel fallo; e sottoposto nuovamente a giudizio, aveva dichiarato che maomettano era nato e maomettano voleva morire: colpa gravissima, che meritava il rogo.
Il secondo era un frate agostiniano, calabrese: fra Carlo Tavalora, che si era spacciato per Messia; aveva fondato una setta di Messiani e diffondeva una morale nuova, una teoria nuova, una politica nuova e nuovi riti, che avevan trovato qualche seguace. Arrestato nel 1635 era stato per cinque anni nelle carceri della inquisizione sottoposto a dispute e a torture, ostinato nella sua riforma religiosa; finalmente il pio tribunale lo aveva condannato.
Il terzo che destava maggior interesse per la sua notorietà, era un francese, guantaio, che si chiamava Giovan Battista Verron. Era venuto di Francia giovane, non ancor ventenne; aveva aperto bottega nella strada dei Guantai, e aveva fatto fortuna; e però aveva suscitato gelosie e invidie. Qualcuno notò che Verron non andava a messa. Francese e non frequentatore della chiesa, bastava per far nascere sospetti. Un giorno fu sorpreso mentre leggeva la Bibbia; quella Bibbia era tradotta in francese: Giambattista Verron dunque era ugonotto.
I birri del Sant’Offizio lo arrestarono.
Verron era giovane e amava la vita. Morire a venti anni, quando il cuore ferve di sogni? Per una messa? Rinunciare alla gioia di amare, alla gioia di vivere? Nelle carceri del Sant’Offizio, tormentato da teologi di ogni specie, sopraffatto di argomentazioni e di minacce, Verron sentì vacillare la saldezza del suo carattere. Si confessò convinto della verità cattolica. Così nello spettacolo o atto-di-fede nel 1630 egli fu pubblicamente assolto dall’eresia, e condannato a un anno di carcere. Quando ne uscì, credette di poter vivere in pace con il suo lavoro; e di poter seguire il suo sogno d’amore.
Vano sogno!

In foto la locandina dello spettacolo teatrale del 7 giugno alle ore 21:00 di Fra Diego La Matina, con la compagnia teatrale Araldo del Vespro presso il Teatro don Bosco - Via Libertà 199 - Palermo. 
Testi e regia di Giuseppe Bongiorno.


Luigi Natoli: Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo soggiogata dall'Inquisizione. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1924.
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia)
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venerdì 15 maggio 2026

Luigi Natoli: 15 maggio 1860. Il concorso dei siciliani nella battaglia di Catalafimi. Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


Sul concorso dei Siciliani a Calatafimi, lo storico Luzio si limita a ricordare i frati francescani, che combattevano valorosamente, che erano 6 o 12, pel Bandi, e due per l’Abba, più esatto. Ma quanto alle squadre, gli scrittori garibaldini o tacciono o travisano o calunniano: chi scrisse che esse erano di imbarazzo; e che Garibaldi, a Calatafimi, le relegò sopra un colle dove stettero a vedere; e chi, misero cuore e più misero cervello, aggiunse che stavan lì per gittarsi dalla parte del vincitore: tutti tacquero o negarono che esse si fossero battute accanto ai Mille sul colle fatale: salvo quei frati francescani. E non mancò chi scrisse che solo quattordici “valentuomini” spacconi, si presentarono a Garibaldi, ma per rubare i fucili ai volontari e sparire!
Or bene degli storici venuti dopo, e il Luzio con essi, nessuno si domandò come mai Garibaldi avesse potuto formare a Salemi una nona compagnia al comando del Grizziotti. La verità è invece che a Salemi raggiunsero Garibaldi le squadre di monte San Giuliano con Giuseppe Coppola; di Alcamo coi fratelli Sant’Anna; di Partanna, di Santa Ninfa; non tutte armate pei disarmi avvenuti pochi giorni innanzi; inoltre una quarantina di Marsalesi e più di trenta Salernitani che vi si aggiunsero; molti di costoro che non formavano distinte squadriglie, incorporati nei Mille, resero possibile la formazione della 9.a compagnia. Il 15 Garibaldi pose le squadre del Coppola alla sua sinistra: la squadra di Salemi sopra un colle a destra. Sui colli più lontani mandò quelli armati di lance, a gridare e spaventare il nemico.
A questo punto voglio citare una testimonianza, quella di Alessandro Dumas padre. Un romanziere? Sì, un romanziere che assai spesso è più esatto di molti storici: e del resto, poichè il Luzio cita la testimonianza di Ippolito Nievo, poeta e romanziere, voglio ben ricorrere anch’io a un romanziere. Dunque il Dumas che scrisse i primi capitoli dei suoi Garibaldiens, nel giugno del 1860, a Palermo, sulle notizie fornitegli da Garibaldi e da Stefano Türr, descrivendo la battaglia di Calatafimi, dice: “Les volontaires essuient le premier feu assis et sans bouger; seulement, a ce premier feu, une partie des picciotti disparait”. (Disparait forse non è esatto, e bisogna dire che si sparpagliarono, non avvezzi a combattere all’aperto e in ordine serrato; ma non monta, andiamo innanzi). “Cent cinquante, à peu prés, tiénnent ferme, retenus par Sant’Anna et Coppola, leur chefs, et deux franciscains quì, armés chacun d’un fusil, combattent dans leurs rangs”.
Dunque solo una parte, concediamolo pure, si dileguò al primo fuoco; ma almeno centocinquanta siciliani combatterono tra le file dei Mille, quel glorioso 15 Maggio. Perchè il Luzio non ha citato il Dumas? Che se egli sdegnò la testimonianza del Dumas, perchè non raccolse e non citò quella dello stesso Garibaldi, sulla quale gli storici passano allegramente sopra? Il domani del combattimento, scrivendo alla Direzione del fondo pel Milione dei fucili, l’Eroe diceva: “Avvenne un brillante fatto d’armi avant’ieri coi Regi capitanati dal generale Landi, presso Calatafimi. Il successo fu completo, e sbaragliati interamente i nemici. Devo confessare però che i Napoletani si batterono da leoni... Da quanto vi scrivo, dovete presumere quale fu il coraggio dei nostri vecchi Cacciatori delle Alpi e dei Siciliani che ci accompagnavano”. Ma rischiariamo un po’ l’ombra che avvolge questi Siciliani.
Dopo la battaglia si ebbe doverosa premura di raccogliere devotamente i nomi di quelli dei Mille che caddero morti o feriti: ma non si fece altrettanto di quelli dei Siciliani che furono loro pari in valore e in sacrificio. Or bene, le pubblicazioni fatte nel 1910 ci mettono in grado di supplire, benchè tardi, alla ingiusta dimencanza. Sul colle di Calatafimi, dei Siciliani che si batterono, morirono Carlo Bertolino, Sebastiano Colicchia, Francesco Agosta; vi furono feriti Stefano Sant’Anna, Antonino Barraco, Ignazio Pandolfo, Nicolò Messina, Giuseppe Catalano, un Cangemi, Carmelo Rizzo, Vito La Porta. Altri morti e feriti ebbe la squadra del Coppola, dei quali non si conoscono i nomi. E non son tutti; chè quei nostri antichi, modesti e silenziosi, ritrattisi nell’ombra non vantarono l’opera propria nè curarono di tramandare l’altrui. Molti morirono dimenticati. E del loro valore non mancano prove segnalate: Giacomo Curatolo-Taddei fu promosso tenente il giorno dopo il combattimento: il Colicchia morì colpito in bocca, mentre si slanciava per strappare all’alfiere napoletano la bandiera; Simone Marino, o fra Francesco, fu il primo a lanciarsi per prendere il cannone nemico, e se ne diè vanto solo al Cariolato e al Meneghetti, che erano con lui. V’eran fra combattenti siciliani giovanetti di quindici anni, come Antonino Umile di Marsala: e perfino una donna, Maria Giacalone, la quale volle seguire il marito, Federico Messana, e con lui fece poi tutta la campagna e a S. Maria di Capua fu promossa caporala(124). E tutto ciò consta da documenti e testimonianze.
Ora rendere omaggio a quelli dei Mille che morirono o ebbero ferita, è dovere: ma tacere i nomi dei Siciliani caduti, negare anzi che si siano battuti, peggio ancora calunniarli, non è soltanto ingiustizia, è viltà.
Ma il torto è però nostro. Dal 4 aprile a tutto il 1860, noi in Sicilia demmo alla causa della libertà e dell’unità centinaia di morti; dei quali non raccogliemmo i nomi, nè si seppe mai chi fossero. I morti dei volontari potevano essere identificati agevolmente, con l’aiuto dei registri dell’Intendenza; ma quelli delle squadre, no. Neppure i capi-guerriglia conoscevano i nomi dei loro uomini; quei contadini lasciavano le loro terre, le loro case, le loro famiglie; andavano a ingrossare una squadra, combattevano, taciti, senza chiedere altro che il loro pane e le munizioni; morivano avvolti nello stesso silenzio; nessuno domandava chi erano, donde venivano; e i più, la gran maggioranza, restò ignota, anonima, senza postuma gloria, senza compianto, senza onori. Martiri oscuri diedero la vita alla Patria e non contesero la gloria a nessuno.


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. Una raccolta di scritti storici e storiografici rigorosamente nella originalità dei documenti:
- Storia di Sicilia dalla Preistoria al Fascismo (I Buoni Cugini 2020 - Per la parte di storia siciliana che va dal 1820 al 1860)
- La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione. (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
- Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille. (Estratto mensile "Rassegna storica del Risorgimento Anno XXV Fasc. II Febbraio 1938 - XVI)
- I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto da "La Sicilia nel Risorgimento italiano - anno 1931")
- Rivendicazioni. Attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927).
Prezzo di copertina € 24,00 - pagine 544
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo raccomandata postale o corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online.
In libreria presso: 
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102) 

Luigi Natoli: disponibile dal 28 maggio il terzo volume di Storie e leggende: Dall'altare al patibolo (da ottobre 1890 a febbraio 1891)

Questo terzo volume continua il recupero e la pubblicazione, a opera de I Buoni Cugini Editori, di tutte le numerosissime “Storie e leggende” scritte da Luigi Natoli sul Giornale di Sicilia con lo pseudonimo di Maurus dal 1889 al 1929. L’intenzione del grande scrittore palermitano, nei quarant’anni di vita della Rubrica quasi giornaliera, era quella di narrare la storia della Sicilia usando l’originale formula del racconto o leggenda storica. Le “Storie e leggende” pubblicate in questo terzo volume, sono fedelmente trascritte continuando il rigoroso ordine cronologico di apparizione sulle pagine del Giornale di Sicilia, affinché il lettore possa osservare l’evoluzione dello stile letterario dell’autore, godendo appieno della sua crescita verso la maturità, ove tale crescita si possa ravvisare. 
La maggior parte di queste “Storie e leggende”, non ha mai goduto di una successiva pubblicazione in libro. Per ben distinguere i volumi, diamo a ognuno il titolo di un racconto compreso nel libro: per il terzo è “Dall’altare al patibolo” e comprende le “Storie e leggende” pubblicate dal 1 ottobre 1890 al 10 febbraio 1891.
Indice del terzo volume: 

Erodiade (quattro puntate dal 1 all'11 ottobre 1890)
Il saccheggio del monsignore (20 ottobre 1890)
Cicco di Carlo (22 ottobre 1890)
Pel ganascino della zingara (1 novembre 1890) 
Un naso e una donna (due puntate dal 6 all'8 novembre 1890)
Il mercato (4 dicembre 1890)
Pel sacco bianco (10 dicembre 1890)
La rivolta della fame (due puntate, 12 e 13 dicembre 1890)
Bruto Seniore (17 dicembre 1890)
Capo Corvo (22 dicembre 1890)
Tele di ragno (30 dicembre 1890)
Due Catoni (1 gennaro 1891)
Dall'altare al patibolo (6 gennaro 1891)
Più forte dell'amore (cinque puntate dal 18 gennaro al 10 febbraio 1891).

Pagine 200 - Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal 28 maggio: 
dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo raccomandata postale o corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store online. 
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)