martedì 15 gennaio 2019

Luigi Natoli: La morte di donna Aldonza Santapau, baronessa di Militello. Tratto da: La baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue.

Fra i giardini si allungava il sentiero bianchiccio, in fondo al quale si alzava la chiesa di Sant’Antonio, col suo campanile acuminato, che sorgeva dolcemente fra gli alberi sonnecchianti.
Era la chiesa dove egli, Antonio Barresi, era andato a sposare donna Aldonza; ed era là che ogni mattina andavano a sentir messa. Placida e chiara chiesuola, dove le labbra delicate di donna Aldonza avevano per la prima volta strette quelle del marito desideroso. Oh, qual folla di ricordi e di sentimenti non si riversò nell’animo di lui, in quel momento, contemplando la lontana chiesuola, silenziosa e tranquilla nella pace di quella notte luminosa!... Strinse la testa fra le mani, mentre ruggivagli la passione nel cuore. Ah, quelle notti d’amore, al chiaro della luna che penetrava nella camera del castello, come un fascio d’argento! Ella, tutta bianca, sotto il mite splendore della luna, coi capelli spioventi sulle spalle, sorridente, affascinatrice dritta in mezzo alla camera, attendeva il marito... Il signor Antonio la rivedeva così; e mentre la memoria gli dipingeva il passato vivamente, egli stringevasi le mani disperatamente; ed ululava il dolore cupamente dentro l’anima sua, come lupo affamato nelle notti invernali.
Abbandonò la finestra, preso da un subitaneo impeto di odio per quel paesaggio così tranquillo, mentre egli dibattevasi nella tempesta della gelosia; con passi concitati, sospinto da una bramosia di sangue che lo accecava, uscito dalla stanza, attraversò un corridoio e aperse un uscio che vi era in fondo; ma si fermò sulla soglia. Dalla finestra penetrava un quadrato di luce tenera sul pavimento verdognolo: e in mezzo a quella luce, dritta e bianca donna Aldonza, con le mani abbandonate sul grembo, stava contemplando il paesaggio; stava così, come l’aveva veduta egli nei giorni della felicità.
Ella era così assorta, che non sentì l’entrar del marito, e il signor Antonio non si muoveva, assorbito com’era da quella visione che lo riconduceva ai suoi giorni di gioia e d’amore. Un nodo di pianto gli saliva alla gola e lo soffocava; tremò di commuoversi; volle vincere sé stesso, volle dimenticare quel passato per non vedere che la miseria presente; ma nello sforzo un singhiozzo ruppe dal suo petto.
Donna Aldonza trasalì spaventata, voltossi, e visto il marito così sconvolto, rimase pallida e senza moto, né seppe profferire parola.
Stettero entrambi in silenzio nella camera illuminata dai riflessi, che s’irradiavano dal quadrato di luce descritto dalla luna sul pavimento: nella quasi oscurità il letto appariva di una bianchezza dubia e velata; qua e là gli smalti delle maioliche e le dorature di un mobile mandavano dei tenui lampi di luce; e in mezzo alla camera immobili, silenziosi, donna Aldonza e il signor Antonio si guardavano: ella tutta inondata di luce, egli immerso nell’ombra, ma gli sfolgoreggiavano di ira, di amore, di gelosia gli occhi e l’acciaio delle armi.
Finalmente ella disse:
- Che è dunque tutto questo che accade, signore?


Luigi Natoli: I Santapau. 
Raccolta di storie e leggende nella versione originale pubblicata dalla casa editrice Pedone Lauriel nel 1892. Per dare un quadro completo sugli studi dell’autore riguardo il tragico caso della Baronessa di Carini, sono stati aggiunti: La signora di Carini, leggenda inedita pubblicata sul Giornale di Sicilia il 31 agosto 1910 con pseudonimo di Maurus; Un poemetto siciliano del XVI secolo, da un Estratto dagli Atti della Reale Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Palermo serie III Vol. IX del 1910"; alcuni brani del poemetto tratti da "Musa Siciliana" di Luigi Natoli, con note e spiegazioni dello stesso autore, pubblicato dalla Casa Editrice Caddeo - Milano nel 1922.
Prezzo di copertina € 21,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it con lo sconto del 15%
Disponibile on line e presso La Feltrinelli Libri e Musica Palermo
Nella foto la Chiesa di S. Antonio descritta dall'autore. 
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Luigi Natoli: Il ballo della morte (I Santapau) Tratto da: La baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue

Certo fu spaventevole l’ingresso del barone Antonio Barresi nel suo castello. Il Bellopede era legato sul dorso di una mula, livido e pesto, dietro venivano i familiari del barone con la fronte bassa, tremanti, muti, atterriti dalla collera del padrone. Donna Aldonza, che aveva veduto venire la comitiva, ed era venuta a pie’ della scala a ricevere il suo signore e marito, visto il Bellopede in quello stato, levò un grido di spavento.
Antonio Barresi sorrise ferocemente.
- Ve lo riconduco, donna Aldonza, non certo come speravate voi!
Ella guardò il marito, senza intendere nulla, e lo seguì nelle stanze, mentre due schiavi, due mori alti e robusti, toglievano Bellopede dalla mula e lo trasportavano nella soffitta della gran torre.
Calava già il sole dietro i monti, e spandeva una luce sanguigna per tutta la campagna. Le mura del castello rosseggiavano tristamente; ed intorno ad esse pesava un silenzio fosco e pieno di paure. Sulla terrazza della gran torre, Antonio Barresi aveva fatto trascinare il povero segreto.
- Ebbene, Bellopede, non sei tu commosso del grido di dolore della tua padrona?
Bellopede non rispose; soffriva orribilmente per le staffilate ricevute la notte innanzi e per le torture inflittegli dal padrone lungo il viaggio.
- Non rispondi, Bellopede?... Vuoi tu che chiami donna Aldonza?... E dimmi dunque... non sei stato tu felice?
Bellopede guardò il padrone fisso negli occhi; misurò lo stato in cui si trovava; comprese che la morte lo attendeva, e allora, il desiderio di vendicarsi gli accese sinistramente gli occhi; volle, morendo, vibrare un colpo di pugnale nell’anima del padrone, e sorreggendosi sui pugni, levata in alto la faccia rispose:
- Io non ho commesso tal peccato, o signore, e non m’è venuto in mente di commetterlo; ma se l’avessi fatto, giuro a Dio, che ritornerei volentieri a farlo!...
Antonio Barresi non udì, non vide più nulla, soffocato dall’ira e dalla gelosia, si precipitò sul segreto, gli pestò il volto, poi presolo pei piedi lo precipitò giù dalla torre; e si affacciò tra’ merli per vederlo sfracellarsi sulle rocce.
Il corpo di Bellopede girò più volte nell’aria, e tonfò cupamente sul terreno, schizzando sangue da ogni parte.
Allora il barone scese, seguito dagli schiavi; staccò un cavallo dalla scuderia, e uscì sulla ispianata. Bellopede non era ancor morto; di tratto in tratto le sue membra davano un guizzo che agitava il lago di sangue dov’erano immerse. Antonio Barresi contemplò quel corpo informe con feroce compiacenza, poi lo fece legare a una tavola, e la tavola fece attaccare alla coda del cavallo; e siccome scendeva la notte e l’aria si faceva nera, ordinò ai suoi schiavi che togliessero le torce.
Sferzato il cavallo, lo strano e spaventevole corteo scese dalla spianata del castello, verso il borgo, levando alti e terribili urli. I vassalli si affacciavano curiosi, ma a vedere l’orrida scena si ritraevano nelle case, coprendosi gli occhi. E intanto il cavallo scalpitava sulla selce, trascinando il miserabile cadavere, e i servi resi ebbri dallo spettacolo, ululavano squassando le faci: guizzava la luce sanguinosa sul cadavere, sulle case, sul cavallo, e illuminava tristamente la fosca figura di Antonio Barresi, che seguendo il corteo sputava sul volto del supposto rivale...



Luigi Natoli: I Santapau. 
Raccolta di storie e leggende nella versione originale pubblicata dalla casa editrice Pedone Lauriel nel 1892.
Per dare un quadro completo sugli studi dell’autore riguardo il tragico caso della Baronessa di Carini, sono stati aggiunti: La signora di Carini, leggenda inedita pubblicata sul Giornale di Sicilia il 31 agosto 1910 con pseudonimo di Maurus; Un poemetto siciliano del XVI secolo, da un Estratto dagli Atti della Reale Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Palermo serie III Vol. IX del 1910"; alcuni brani del poemetto tratti da "Musa Siciliana" di Luigi Natoli, con note e spiegazioni dello stesso autore, pubblicato dalla Casa Editrice Caddeo - Milano nel 1922.
Prezzo di copertina € 21,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it con lo sconto del 15%

Disponibile on line e presso La Feltrinelli Libri e Musica Palermo

Luigi Natoli: la leggenda del Crocefisso della Cattedrale. Tratto da: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue

Un giorno, era nel 1219, dalle moltitudini del Monte Carmelo giungeva ad Alessandria un vecchio eremita: pallido, affranto dal lungo viaggio, egli non chiese un ospizio per posare le membra, né un’osteria per rifocillare le forze; i suoi occhi sfavillavano di una luce strana: egli chiese dove fosse il palazzo del patriarca, di Atanasio palermitano, della nobile famiglia dei Chiaramonte.
E quando egli fu al conspetto del patriarca:
- Padre, benedicimi! – disse – io sono Angelo eremita; vengo da Monte Carmelo; recomi per divin volere a Palermo... Ho avuto una visione, ho visto il Signor nostro, che mi ha detto: “Sorgi, o figlio, e portati ad Alessandria: ivi il vescovo ti darà la mia immagine scolpita da Nicodemo, le reliquie di Giovanni Battista, di Geremia profeta, di Giorgio, e l’immagine della Madre mia, dipinta da Luca; affinchè trasportati in Italia, si sottraggano al furore degli empi”. Ed eccomi a te, o padre; benedicimi, e compi il volere di Dio!
Atanasio abbracciò il frate, si inginocchiò e sclamò:
- Te beato, o figliolo, cui la pietosa opera fu affidata!
E così Angelo ebbe il prezioso carico ed entrò in mare; e dopo avere alquanti dì navigato, giunse in Palermo, e cercò il fratello di Atanasio, il magnifico Federico Chiaramonte, signore di Caccamo, cavaliere di Papa Onorio III, e difensore della Fede.
Quando si seppe di questa venuta, in folla trasse il popolo al porto, parendo a ognuno uno speciale favore del cielo. E il Crocifisso in solenne processione attraversata la città vecchia, per la porta di Bosuemi passò nella Brigaria e di lì nella Kalsa, fino alla chiesa di S. Nicolò dove era la cappella dei Chiaramonte. Ed ivi fu deposto il bel Crocifisso di Nicodemo nell’anno 1220.
Passano cento anni: altra gente è a Palermo, altri usi. Francesco Antiocheno è arcivescovo, e Manfredi Chiaramonte il più potente barone dell’isola.
Un bel giorno Manfredi, che sognava sempre nuovi favori da concedere ai suoi concittadini, fa levare il Crocifisso di Nicodemo, e l’offre in regalo alla Cattedrale.
- Non è giusto che opera sì illustre, anzi divina, abiti una cappella privata: appena gli è degna stanza la vasta cattedrale gotica.
E una processione più grande, più ricca della prima, più solenne, trasporta il simulacro. I canonici in paramenti lo ricevono sulla porta d’ingresso, e fra il salmodiar grave e il fumo degli incensi, la sacra effigie è condotta per le navate della chiesa.
Ma alla folla non basta l’aver accompagnato l’effigie; i più vicini hanno avuto la ventura di baciare i piedi crocifissi, ma i lontani? Tutti vogliono godere lo stesso favore; gli ultimi sospingono quelli che sono avanti; né gli arcieri di Manfredi Chiaramonte bastano a sostenere l’urto de la folla; nessuno vuole andare a casa senza aver baciato i piedi del Redentore; onde Francesco Antiocheno, ordina che la folla stia da una delle navate, e a uno per volta vengano a baciare i piedi del Crocifisso, che vien deposto sopra gli scalini di un altare.
Nessuna distinzione di grado, riguardo alla ricchezza e alla signoria; plebe e baronia, miseria e dovizia, si affollano, si pigiano, si addossano, spinti dalla bramosia di giungere presto.
E vi è chi spingendosi a furia di gomiti passa innanzi, e chi serpeggiando destramente fra le gambe, giunge alle prime file; nella calca, nella pressura che sempre più si stringe, vi ha chi vien meno; altri rimane come strozzato; altri colto dalla paura di morire, chiede ad alta voce un po’ di spazio. Ma la folla va, cresce, incalza; fuori della chiesa, nella piazza, altra gente attende che quelli che son dentro escano, e per l’impazienza freme.
Una popolana, povera e sudicia, si accosta al Crocifisso…



Luigi Natoli: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue. 
Raccolta di storie e leggende nella versione originale pubblicata dalla casa editrice Pedone Lauriel nel 1892. Per dare un quadro completo sugli studi dell’autore riguardo il tragico caso della Baronessa di Carini, sono stati aggiunti: La signora di Carini, leggenda inedita pubblicata sul  Giornale di Sicilia il 31 agosto 1910 con pseudonimo di Maurus; Un poemetto siciliano del XVI secolo, da un Estratto dagli Atti della Reale Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Palermo serie III Vol. IX del 1910"; alcuni brani del poemetto tratti da "Musa Siciliana" di Luigi Natoli, con note e spiegazioni dello stesso autore, pubblicato dalla Casa Editrice Caddeo - Milano nel 1922.
Prezzo di copertina € 21,00 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it con lo sconto del 15%
Disponibile on line e presso Librerie Feltrinelli. 
Nella foto il Crocefisso della Cattedrale, ubicato nella navata sinistra all'altare.

lunedì 7 gennaio 2019

Luigi Natoli: Il cimitero dei giustiziati. Tratto da: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro.

Le soldatesche si raccolsero, si ordinarono, tornaron via; i preti si avvicinarono ai cadaveri, li benedissero, e si allontanarono anch’essi pallidi e convulsi; sul luogo infame rimasero, tra le panche rovesciate, quei nove corpi, che versavan sangue dalle orrende ferite; e pochi gendarmi e birri incaricati di fare eseguire l’ultimo ufficio.
Allora i confrati si avvicinarono; qualcuno si chinò per toglier le bende a quegli occhi che non vedevan più. Tullio, con le mani tremanti, volle sbendare il suo Giuseppe. Ahimè, quale scempio le palle austriache avevan fatto del mite e poetico giovane! Il colpo di grazia gli aveva sfracellato l’occipite, una palla gli aveva attraversato la gola, un’altra il cuore: pure gli occhi eran rimasti aperti e sereni, e pareva che cercassero ancora nel cielo i sogni fuggiti con l’anima.
Tullio lo baciò singhiozzando, e mormorando parole incomprensibili.
- Deve esser un parente; – mormorò uno dei confrati.
Poiché egli s’indugiava, e bisognava invece affrettarsi a caricare quegli avanzi sanguinosi per andare a seppellirli nel cimitero dei giustiziati, un birro si avvicinò a Tullio, e urtandolo in malo modo, gli disse:
- Ohè, amico, non vorrete certamente che facciamo i vostri comodi!... avrete agio di piangere a casa, vostra. Se c’è da piangere...
Tullio si alzò: fremeva d’ira e di dolore, ma un gesto, una parola imprudente potevano comprometterlo.
Si ritrasse e lasciò che i becchini gittassero quei corpi ancor tiepidi, l’uno su l’altro, sui carri, e li coprissero della ruvida tela. Quando questa lugubre e inumana cerimonia fu compiuta, e i carri si mossero, accompagnati da quattro birri, Tullio li seguì.
Lungo il tragitto, il sangue che scorreva dalle fessure del carro segnava il cammino.
Il cimitero dei giustiziati era dalla parte opposta della città, sul fiume Oreto, a pochi passi dal famoso ponte Ammiraglio, dove, trentotto anni dopo, Garibaldi avrebbe in una bell’alba di maggio vendicate quelle vittime. Non potendo per ragioni facili ad intendersi attraversare la città, i due carri percorsero la strada intorno alle mura, il che triplicava il cammino. Quella strada era allora affatto campestre; appena qualche casetta qua e là; poi orti e mura, e si poteva andar più spediti, e senza sospetto di incontri. 
Per far più presto, i birri montarono sui carri sedendo accanto ai cadaveri, senza provare il menomo ribrezzo; e allora, sferzati i cavalli, i carri si affrettarono. Tullio andò per le strade interne più brevi.
Quando giunse al cimitero, i carri avevano scaricato la sanguinosa soma nella fossa carnaia scavata fin dalla mattina, e se n’erano andati coi birri; nel piccolo cimitero che precedeva la chiesetta non v’erano che gli interratori, che ricoprivan la fossa, e il cappellano, che dritto sulla soglia della chiesa assisteva all’ultima cerimonia.
Ancora oggi quel piccolo cimitero, chiuso da alto muro, coi pochi cipressi vegghianti sulle nude fosse ora dimenticate, desta nell’animo un sentimento di pietà e di raccoglimento, e talvolta anche un brivido di superstizioso terrore. A un angolo, impegnata al muro vi è oggi una piccola piramide, di muratura; allora vi era invece una piramide macabra di teschi umani; teschi di giustiziati, separati empiamente dai corpi, ed esposti a pubblico ammonimento.
Per un cancello si entra nel recinto; dove allora né lapidi, né ricordi eran consentiti; i corpi dei disgraziati che cadevan sotto il rigore estremo della giustizia, vi eran sepolti senza onore di pianto e di cerimonia. Ma la pietà e la superstiziosa divozione del popolo non dimenticava quegli infelici, e largiva elemosine che non facevan mai mancare suffragio di preghiere e di messe. Credeva  e crede ancora il popolino che le anime dei giustiziati abbiano la virtù di rispondere alle preghiere dei devoti, che vanno a visitar le loro tombe, recitando alcune preghiere speciali e offrendo il loro obolo; e questa superstizione ha impedito che sul piccolo cimitero pesasse con l’onta anche  l’abbandono.
Ivi si eran seppelliti i ladri e gli assassini morti sulle forche o di mannaia; con quei nove per la prima volta vi si seppellivano i rei di cospirazione politica. I re di Borbone accomunavano i patriotti con la feccia degli uomini; li accomunavano negli ergastoli e nei cimiteri. Rubare e ammazzare il prossimo, e desiderare la libertà politica e vagheggiare un’idea di bellezza civile e morale, eran per quei re delitti uguali; forse anzi questi erano peggiori di quelli.
Tullio non potè avere l’ultima consolazione di veder seppelliti meno barbaramente i suoi compagni; ma entrò nella chiesetta, piccola e bianca, e stanco e abbattuto dal dolore, si lasciò cadere in ginocchio dinanzi a una sedia. Non c’era nessuno; dalle finestre scendeva una luce smorta, che illuminava foscamente un quadro, nel quale sopra un ampio piatto si vedeva la testa recisa e sanguinante del Battista.
Il Cappellano rientrò con passo lieve nella sacristia, senza guardare il solitario confrate, che pareva immerso nella preghiera. Ma Tullio non pregava: si domandava ora che cosa gli rimaneva a fare. Sperare in una ripresa più gagliarda e più fattiva della cospirazione, era una follia. Quel massacro di nove cittadini, senz’altra colpa che d’essere Carbonari, aveva diffuso nella città un senso di terrore e costretto alla fuga o alla circospezione anche i  più arditi. Per riprendere il lavoro segreto e preparare una nuova sollevazione, occorreva lasciar trascorrere qualche tempo, e illudere il Governo con una apparente quiete… Ma intanto?
Che cosa avrebbe egli fatto? Poteva aspettare questo tempo migliore nelle spelonche di S. Ciro, dormendo per terra, esposto alle intemperie, e con la minaccia sospesa sul capo? L’esilio? Sì: ecco quel che gli rimaneva. 

Luigi Natoli: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1820. Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930. 
Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile online e presso le Librerie Feltrinelli. 

Luigi Natoli: La fucilazione dell'8 gennaio 1822. Tratto da: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro.

Le strade erano uno squallore; nei dintorni del Castello e lungo la via del Borgo, a mare, che i condannati dovevano percorrere, per avviarsi al triste campo del loro martirio, le botteghe erano chiuse, chiuse le porte e le finestre; qualche raro viandante passava frettoloso; silenzio ed ombra per tutto. L’ombra era nel cielo e nell’anima. Qua e là un uomo vestito di sacco con voce lugubremente esortava:
- Per l’anima di questi poverelli!…
Da lontano a intervalli gemevano i funesti rintocchi di una campana, poi s’udì un cupo e lento rullar di tamburi. Il doloroso corteo usciva dal Castello.
Innanzi, alcuni birri armati di bastoni e gendarmi con le sciabole sguainate; dietro a loro la compagnia dei confrati con la loro croce, poi i tamburini dei granatieri austriaci, coi tamburi velati a bruno e scordati; un ufficiale coi capelli biondicci e una faccia rincagnata, duro e dispettoso; un drappello di veterani, e indi fra una doppia fila di granatieri, i condannati, uno dietro l’altro, vestiti di una specie di sacco, il capo coperto di un velo nero, le mani legate dietro il dorso, i piedi scalzi. Andava ognuno fra il sacerdote che lo andava confortando, e un gendarme che lo sosteneva e lo guidava.
La strada lunga, lubrica per la pioggia della notte, che aveva qua e là, lasciato pozze fangose, aveva da una parte le case del Borgo, dall’altra il mare livido, che s’infrangeva fra le secche.
Un confrate degli agonizzanti dinanzi la porta di S. Giorgio, sull’arco della quale, dentro una gabbia di ferro, biancheggiavano i teschi di alcuni malandrini, aveva aspettato il passaggio del corteo. I suoi occhi, sfolgorando dietro i fori del cappuccio, interrogavano a uno a uno coloro che andavano a morire, il suo petto ansava sotto il sacco. Pareva che facesse uno sforzo sovrumano per contenersi. Era Tullio.
Riconobbe i suoi compagni: la voce interiore gliene diceva il nome, via via che passavano; i primi erano i due preti, La Villa e Calabrò, già sconsacrati nelle carceri del Castello; poi venivano Pietro Minnelli, Natale Seidita, Domenico  Barucchiere, Giuseppe Candia, e dietro a questi il giovane Lo Verde, pallido, ma franco, col capo eretto, come se oltre la benda i suoi occhi vedessero qualche cosa.
Tullio soffocò un singhiozzo, strozzò un grido; si accorse della sua commozione. Egli non aveva la forza di moversi, ma non poteva rimaner lì in disparte, senza esser notato; dominando la sua commozione raggiunse la confratria, e vi prese posto, come se vi giungesse in ritardo.
Oltre la parrocchia di Santa Lucia, si allargava un vasto piano, diviso in due dallo stradale che conduce a Monte Pellegrino. La parte verso il mare prendeva nome dal convento della Consolazione, che ne segnava il limite settentrionale, l’altra parte dove ora sorgono le carceri, conserva il nome di piano dell’Ucciardone. Era la meta.
Altre milizie austriache e borboniche erano sulla piazza della Consolazione; divise in due ali, l’una di faccia all’altra, perpendicolarmente al muro del Convento, e in modo da lasciare fra loro un largo spazio. Dietro di esse e al principio della piazza eran dei gendarmi a cavallo; più addietro, dalla parte del mare, sulla strada del Molo, i cannoni delle batterie da costa (sparite ora e mutate in magazzini) avevan le bocche rivolte sulla piazza, e i cannonieri stavan con le micce accese, minaccia di un popolo che non c’era!…
Ma ben altro colpì la vista di Tullio e gli gelò il sangue nelle vene. Fra l’una e l’altra schiera di soldati in capo alla piazza, poco innanzi al bianco muro del convento erano alcune panchette in fila; allo svolto del fabbricato due carrettoni coperti da una grossa tela. Quelle e questi aspettavano le vittime.
Quando il corteo giunse, a un cenno dell’ufficiale, i granatieri che lo accompagnavano si schierarono fra le due ali, colla fronte al Convento, così da formare con queste, i tre lati di un quadrato spazioso.
I condannati furono dai gendarmi spinti innanzi, sino alle panche. La confratria si schierò in capo alla piazza, presso le panchette; Tullio si pose dinanzi. Di là egli era più vicino ai condannati che non avesse supposto; forse la sua voce sarebbe giunta all’orecchio di Giuseppe.
Lo cercò; lo riconobbe: in quel momento i sacerdoti abbracciavano le vittime, e rivolgevan loro l’ultima parola di conforto; e un drappello di ventisette veterani, su tre file, staccandosi dal grosso della truppa, si schierava a venti passi dai condannati.
Un gran silenzio si distese per la piazza: Tullio udì chiaramente la voce dei preti, che gridavano allontanandosi: – Volgete la mente a Dio!... Dite: o Signore prendi l’anima mia!...
Forse qualcuno dei condannati ripetè le supreme parole; essi stavano immobili, con le mani legate dietro le reni, gli occhi serrati nella benda; ma indovinavano, sentivan già il freddo della morte scendere nel loro sangue.
Lo Verde era sulla panchetta a sinistra; diritto, col capo alto, col suo dolce sorriso. Il pallore della morte vicina non aveva ancor vinto la giovinezza che gli fioriva su le labbra. Tullio guardava con gli occhi sbarrati sotto il cappuccio, ansante, col cuore infranto dal dolore e dalla pietà, coi nervi tremendamente tesi dalla violenza che faceva sopra di sé per frenarsi. Ma quando vide i preti allontanarsi, e i veterani spianare i fucili, non potè contenersi e gridò:
- Addio!... Addio, fratello!...
Grido e singhiozzo e schianto! Ai suoi occhi velati di lagrime parve che il Lo Verde si scuotesse, come se avesse riconosciuto la voce amica; ma in quel punto stesso, all’improvviso balenìo d’una lama, uno scoppio squarciò il silenzio, una nube di fumo empì lo spazio; quei nove corpi si abbatterono per terra, coi petti infranti… Non erano morti! I veterani borbonici li avevano solamente feriti. Bisognò ricaricare le armi, e tirare ancora due volte su quegli sventurati. Fu un assassinio; e non un giudizio.
Tullio non vide più nulla….


Luigi Natoli: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1820. Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930. Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno. 
Prezzo di copertina € 22,00 - Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile on line e presso le Librerie Feltrinelli.

Luigi Natoli: La cospirazione del 12 gennaio 1822. Tratto da: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro.

Negli ultimi del 1821 il lavoro delle “Vendite” carboniche in Palermo si era fatto più attivo e intenso. Era avvenuto un accordo fra loro, per riunire in un fascio tutte le forze liberali. La Vendita dei SS. Quaranta era diventata il centro di tutte le altre: anima della cospirazione era quel Salvatore Meccio, che aveva iniziato Tullio. Si parlava di una possibile rivolta nel prossimo gennaio; nella vendita si studiava il piano e si cercavano il modo e i mezzi di raccogliere armi e denari. Si sperava nel concorso dei militari carbonari, che erano ancor numerosi nell’esercito.
Giuseppe Lo Verde era fra i più fervidi e laboriosi Buoni Cugini. La natura gli aveva dato vivace fantasia e cuor caldo e sentimento di poeta. Fra i Buoni Cugini gravi e pensosi, Giuseppe recava la baldanza gioconda della giovinezza e del suo spirito poetico.
Quasi ogni pomeriggio, fingendo di andare a diporto, si recava nel podere di compar Andrea a trovar Tullio, dal quale gli piaceva udir raccontare i casi occorsigli nell’esilio e le vicende della rivoluzione piemontese; e al quale egli da canto suo leggeva i versi che andava componendo, e che piacevano molto a Tullio. Così, a poco a poco, era venuto l’anno nuovo.
La sera dell’8 gennaio, Lo Verde andò a trovare Tullio.
- Il 12 è il compleanno del re, – gli disse.
- E perciò?
- Le Vendite hanno deliberato di festeggiarlo… in modo che il re non se ne dimentichi.
Sorrideva, dicendo questo; Tullio capì qualche cosa e sorrise anche lui.
- Ci siamo forse?
- Sì. C’è stata una riunione commovente. Peccato che non c’eri anche tu! Abbiamo giurato di insorgere, e di sacrificare anche la vita, se occorrerà. A quest’ora alcuni nostri emissari vanno intorno per esser sicuri che al primo segnale non ci mancherà l’aiuto del contado… Bisogna che tu guadagni compar Andrea. Egli, con una parola, può radunare una squadra di trenta o quaranta coraggiosi di queste contrade…
- Lascia fare a me. Quale è però il piano?
Lo Verde glielo riferì. Era semplicissimo. Quel giorno il luogotenente generale e il comandante delle truppe austriache dovevano recarsi al Duomo, per assistere alla messa pontificale in onor del re; le truppe sarebbero state schierate in parata coi fucili caricati a salve. I cospiratori dovevano appostarsi; a un segno dovevan gittarsi sulle carrozze, impadronirsi del luogotenente e del generale; mentre gli altri si gittavan di sorpresa sulle milizie e le disarmavano. La sorpresa avrebbe generato lo sgomento; e i cospiratori ne avrebbero approfittato per impadronirsi del palazzo reale e del pretorio.
Il popolo insorto e le squadre avrebbero compiuto l’opera.
Il Meccio, anima della cospirazione e ordinatore del piano, appariva ai due giovani come uno di quei personaggi maravigliosi dell’antica storia, condottiero e legislatore, dall’occhio acuto, dallo spirito pronto, dalla mente vasta e capace. Come dubitare del trionfo?
Ah il bel sogno! Cacciar gli Austriaci da Palermo, proclamare l’indipendenza e la costituzione, chiamar tutta l’Isola al riscatto: Messina, Messina stessa fatta più accorta della esperienza, deposte le antiche sciocche gelosie, avrebbe seguito e appoggiato il moto di Palermo. E allora Napoli, ancor fremente e mal tollerante l’occupazione austriaca e il tradimento del re, si sarebbe sollevata; e da Napoli il movimento rivoluzionario si sarebbe propagato nello stato della Chiesa; e poi Milano e Torino, tutta la penisola insomma, scossa da quell’impeto di tempesta rivoluzionaria, tutta in arme per la libertà!
Oh, il bel sogno, al quale i due amici si abbandonavano col facile entusiasmo della giovinezza, in quel dolce tramonto invernale rosso e senza nubi, come le loro speranze!
Quella sera separandosi, si abbracciarono e baciarono con maggiore effusione; e Tullio dormì profondamente, cullato nella sua grande visione; ma la mattina dopo fu svegliato da una voce affannosa e alterata.
- Don Tullio! Don Tullio!
Aprì gli occhi e balzò sul letto, correndo colle mani alla pistola che teneva al capezzale, non sapendo chi fosse e che fosse.
- Son io! diavolo! che fate?
Riconobbe compare Andrea, che aveva l’aspetto agitato. Se ne spaventò.
- Che cosa è accaduto?
- Arrestati!... Tutti arrestati stanotte!... C’è stata una spia; la polizia ha tutti i vostri nomi…
- Arrestati? – esclamò Tullio, balzando giù dal letto.
- C’è stata una spia! – ripetè compare Andrea con accento di sdegno; – a quest’ora tutti i vostri nomi sono in potere della polizia… 

Luigi Natoli: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro. Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930. Ambientato nella Palermo del 1820. 
Prezzo di copertina € 22,00 - Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile on line e presso le Librerie Feltrinelli. 

giovedì 6 dicembre 2018

Luigi Natoli: Le feste di Coe. Tratto da: Gli schiavi


Quel giorno erano le none del 651 di Roma (5 febbraio 103 a.C.); e Cecilio, ricevuti gli auguri della famiglia e degli schiavi della casa, con preghiere ai Lari e doni, preparava un gran banchetto, dato a ventisei fra ricchi cavalieri romani e proprietari siciliani ai quali voleva mostrare il nuovo triclinio che aveva fatto costruire. Costruire non è proprio; chè egli lo aveva solo rivestito di marmi: gialli, rossi e verdi, e ornare di pitture e di statue che erano una vera bellezza. Inoltre l’aveva arricchito di tre tavole di marmo nero con intarsi di avorio, con letti di bronzo dorato, coperti di materassi e di drappi ricchi, che destavano meraviglia. 
Prometteva anche una sorpresa. 
I ventisei invitati giunsero un quarto d’ora prima dell’ora assegnata da Caio Cecilio nei suoi inviti, che era l’ora sesta, corrispondente alle nostre dodici, ora fissata per il pranzo. Non v’erano donne: chè erano rimaste nel gineceo; schiave sì, ed erano le flautiste e danzatrici, che a suo tempo entrarono in sala coi giocolieri, i mimi e gli atleti. 
Il cuoco fece prodigi, sfoggiò una fantasia straordinaria nell’ideare le varie tavole, ossia portate, e una abilità non meno straordinaria nel cucinare vivande complicatissime. Oltre agli antipasti, fra i quali v’erano delle uova di pasta, in cui si trovavano dei tordi lardellati con rosso d’uovo, servì un maialetto intero, che pareva ancor vivo, roseo con le setole bianche; sparato il quale, come se avessero voluto macellarlo lì per lì sulla tavola, ne erano uscite dal ventre salsicce e mortadelle. 
I commensali applaudirono. I Sicilioti esclamarono:
- Tu hai certo un maestro in cucina siciliota, perché non ci sono che essi capaci di fare queste pietanze!
- Hai detto bene. Il mio maestro di cucina è di Siracusa; ed è il primo cuoco di Sicilia. Io spendo molto per i miei pasti: vi basti sapere che egli ha ai suoi ordini un esercito di servi, dal fornaio al dulciario, che gli ubbidiscono in tutto.
Intanto lo struttore (18) serviva le portate, secondo la scelta dei commensali; e i dapiferi (19) somministravano da bere; le flautiste sonavano e le danzatrici ballavano voluttuosamente. 
Or in quel mese, secondo l’usanza remota nelle città di origine greca, e l’usanza si era propagata anche in quelle sicule, cadevano le antiche feste di Coe, un ramo forse o una derivazione delle Tesmoforie, che si celebravano in onore di Demetra (20). Le Coe onoravano Dioniso con un gran banchetto popolare, nel quale ad ogni convitato si dava una misura colma di vino; e aveva un premio chi la vuotava per primo. La festa aveva perduto il suo primo carattere religioso, e si era trascinata come usanza popolare. Dopo la conquista romana non si era ridotta che a banchetti privati, qua e là. Caio Cecilio Pulcro, per dare uno spettacolo ameno ai suoi ospiti, aveva pensato di adattarla alla sua festa domestica; non però offrendo un banchetto al popolo, sibbene ai suoi servi, tra i quali doveva aver luogo la gara. Aveva per questa fatto preparare delle tazze ampie; e si prometteva di ridere, per una sorpresa che si riserbava di fare ai servi ed ai suoi commensali. 
La tavola dei servi, lunga e improvvisata con assi, era stata preparata dinanzi all’ergastolo. Questo sorgeva in fondo ad un orto, all’estremità di un viale; era un vasto edificio, poco elevato, con scarse e piccole finestre munite di sbarre, con una porta massiccia, coperta di una lamiera di bronzo. Dinanzi ad esso si stendeva un largo spazio vuoto. Dalla parte opposta all’altra estremità del viale, sorgeva un altro edificio, assai più bello, con un piccolo portico, i muri rivestiti di stucco e dipinti, del quale si riconosceva subito l’ufficio: era il bagno; Caio Cecilio Pulcro vi aveva trovato una polla d’acqua e l’aveva utilizzata, facendo costruire le sue terme, in proporzioni ridotte, ma con aula, vasca natatoria, frigidario, calidario, spogliatoio; insomma tutti i comodi. Tanto per andare all’ergastolo quanto per andare al bagno, bisognava percorrere un largo viale, fiancheggiato di cipressi e di siepi di rose, che tagliava in due l’orto, e finiva su quell’altro viale, ai cui estremi sorgevano i due edifici, formando un gigantesco T. Il punto dove il viale maggiore si inseriva nel minore, si allargava in una esedra, con un sedile per tutta la sua curva, e sulla spalliera del sedile, come sopra uno stereobate, un colonnato, a una sola fila, che offriva una bella vista a chi dalla casa guardava l’orto o percorreva il grande viale. 
Levate le mense, Caio Cecilio Pulcro invitò i suoi amici a seguirlo nell’orto. Immaginando che ivi avrebbe trovato la promessa sorpresa, i commensali si rovesciarono con lieto tumulto nel largo viale; erano tutti avvinazzati, qualcuno barcollava e si appoggiava al compagno non meno traballante; Caio Cecilio camminava reggendosi con le mani sulle spalle di due servi. Quando giunsero dinanzi alla tavola degli schiavi, questi si levarono in piedi gridanto:
- Vita lunga e felice a Caio Cecilio Pulcro! Gli dei ti colmino di favori, Caio Cecilio Pulcro!...



Luigi Natoli: Gli schiavi. Romanzo storico siciliano ambientato al tempo della dominazione romana e delle guerre servili.
Pagine 387 - Prezzo di copertina € 22,00
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice Sonzogno nel 1935
Disponibile presso Librerie Feltrinelli e in tutti i siti di vendita online
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it

Luigi Natoli: La dominazione romana in Sicilia. Tratto da: Gli schiavi


Nel lungo duello con Cartagine, durato circa un secolo, Roma, insignoritasi dell’isola, se n’era fatta una base per tenere a freno i popoli dell’Africa. La folla dei Romani e degli Italici vi si era accampata come un popolo dentro un popolo, del quale sentiva la superiorità nel vivere civile. Altrove Roma, dove assoggettava popoli barbari o di civiltà inferiore, colonizzava, trasformava, latinizzava; ma in Sicilia, dove trovava Siracusa, Acroganto, Catana, Centuripe, Tauromenio e altre città ricche, splendide, altamente progredite; dove, fiera e rozza com’era, aveva tutto da imparare, attese ad abbassare il livello dei cittadini. E li spogliò. I Siciliani ricchi si dettero ad imitare i nuovi padroni. Considerata come ager publicus, proprietà dello Stato, i conquistatori si diedero ad accrescere le loro terre con la frode e con i ladroneggi, in una gara di rapacità e di invidie. Ma la coltivazione richiedeva un gran numero di braccia; quelle dei Siciliani richiedeva molta spesa; quelle degli schiavi costava assai meno. E Roma inviò in Sicilia grandissimo numero di prigionieri di guerra, altre migliaia ne fornivano i pirati, che facevano continue scorrerie nelle coste dell’Asia e dell’Africa, e anche in quelle della Sardegna e della Sicilia, rapivano i giovanetti e le fanciulle e andavano a venderli a Delo, grande mercato umano. In Sicilia se ne faceva anche allevamento, facendo accoppiare gli schiavi, poiché era legge che i figli procreati dagli schiavi fossero proprietà del padrone. 
Così la Sicilia era popolata da pochi ricchi, Romani i più, e da molti poveri, che erano Siciliani, e da schiavi non siciliani quando venne al mondo Caio Cecilio. Cresciuto nella ricchezza, l’aveva aumentata. Non era stato indegno del suo avolo, di cui aveva in più la superbia e la crudeltà. In una delle sue infrequenti gite a Roma, aveva contratto matrimonio con una giovane sabina, Tazia Flammea, e ne aveva avuti un maschio, Manlio Cecilio, che ora toccava i vent’anni; e una femmina, Cecilia, che ne aveva sedici. 
Oltre la villa dell’Atichio, dove trascorreva si può dire tutto l’anno, possedeva una bella casa a Lilibeo, ma vi passava, e non sempre, due mesi: dicembre e gennaio. Vi giungeva trasportato in lettiga dai servi cappadociani, e seguìto da una scorta armata per la poca sicurezza delle strade, infestate da ladroni, quasi sempre impuniti. Erano infatti schiavi addetti alla pastorizia, e lasciati dai padroni ignudi, i quali ricorrevano a quel mezzo per vestirsi. Ad uno d’essi, che una volta s’era lamentato di non avere un cencio di che coprirsi, Caio Cecilio aveva risposto cinicamente:
- O che forse non passano viandanti per le strade?
I pastori approfittarono del consiglio; ma Caio Cecilio, per poter percorrere quella distanza di venticinque stadi (7), che intercedeva tra la villa e la città, prendeva le sue precauzioni. 
La villa di Caio Cecilio Pulcro, come la sua casa, era piena di ricchezze. 


Luigi Natoli: Gli schiavi. Romanzo storico siciliano, ambientato al tempo della dominazione romana e delle guerre servili.
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice Sonzogno nel 1935
Pagine 387 - Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile presso Librerie Feltrinelli e in tutti i siti di vendita online.
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it

giovedì 29 novembre 2018

Luigi Natoli: Il giuramento. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca

- Figli miei, giuratemi qui, di non lasciarvi mai, e di riconquistare l’onore e la gloria della casa. L’ombra dei vostri padri, uccisi dall’ingordigia altrui, parla per la mia bocca… Giurate!
Giovannello e Simone, in piedi, colti da un brivido superstizioso, come se realmente le ombre sanguinose dei loro padri fossero balzate dinanzi ai loro occhi, stesero la destra, e a una voce dissero solennemente:
- Lo giuriamo!...
Il volto di Filippo si illuminò di gioia; ma di nuovo il pallore vi si diffuse; e lo sforzo durato esaurì le  sue energie, sì che cadde supino. I due giovani si chinarono per sollevarlo.
- Portatemi fuori, fatemi vedere il cielo, – disse con un filo di voce.
Con delicatezza, lo presero fra le braccia, lo alzarono da terra e lo portarono fuori dalla grotta, intanto che il pastore raccoglieva le pelli, che distese per terra e sopra un sasso a guisa di spalliera, al quale fu appoggiato dolcemente il Romito.
Tramontava.
Gli ultimi raggi del sole fiammeggiavano una luce vermiglia, dentro la quale pareva che le rocce, gli alberi, le erbe si incendiassero. La grotta sembrava di bronzo incandescente. Sotto quella luce, il pallore mortale di Filippo scompariva; e il suo volto pareva sfavillare di una divina aureola.
I due giovani guardavano in silenzio, presi da un senso di terrore religioso. Il silenzio si stendeva per tutta la montagna, per la valle ampia, che s’andava sprofondando in un’ombra cinerea. Non una voce umana: ma la misteriosa e potente voce della natura, che celebrava in una solennità taciturna il grande mistero.
La gran luce del mondo scendeva dietro ai monti e le tenebre si stendevano e avvolgevano tutte le cose; e la luce di un’anima si spegneva anch’essa, e le tenebre eterne calavano su quegli occhi e avvolgevano quelle membra. Una notte nel cielo e sulla terra, una notte in una creatura umana.
Filippo mirava, forse senza vederlo, il rosso disco del sole scendere dietro i monti lontani; e i suoi occhi sembravano animati dal riflesso della luce; quando l’ultimo punto luminoso scomparve, e l’aria divenne grigia, e il monte, gli alberi, tutte le cose presero un color plumbeo, tetro e incerto, quelli si spensero.
Egli mormorò qualche parola.
I due giovani si chinarono per udirlo meglio. Parve loro di cogliere nel soffio di quello spirito una parola:
- Ricordatevi!...


Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1400, al tempo che segnò la fine dei Chiaramonte e della regina Bianca di Navarra.
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921
Pagine 702 - prezzo di copertina € 23,00
Disponibile presso La Feltrinelli Palermo e in tutti i siti di vendita online
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
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Nella foto: La grotta del gigante - Catania 

Luigi Natoli: Il tesoro dei Chiaramonte. Tratto da: Il paggio della regina Bianca

Giovanello si chinò ancora di più, per ascoltare, con una espressione di religioso raccoglimento.
Filippo Chiaramonte riprese a voce più bassa:
- Il giorno in cui il duca Martino di Montblanc invitò Andrea Chiaramonte a presentarsi al re, fingendo di avergli perdonato, Andrea ebbe un sospetto. Mi chiamò prima di rendersi al convegno, e mi disse: “Filippo, fratel mio, bisogna per ogni buon fine, mettere al sicuro il tesoro: servirà o a continuare la guerra, o a riscattare le terre o a vendicarmi. Nel convento di Baida c’è un forziere, che ho affidato alla custodia di quei frati. Finora essi mi son devoti: ma domani? Va, prendi quel forziere e sotterralo dove tu crederai meglio: eccoti una lettera pel padre guardiano”. Andai subito a Baida; se tu non lo sai, Baida è un colle non molto lontano da Palermo, e poco discosto da Monreale, e domina la vallata; il convento che vi sorge è opera della nostra casa… Andai, presi il forziere, che pesava abbastanza, lo ravvolsi di foglie, e così ravvolto lo nascosi in un sacco, e lo caricai sopra un mulo… Per sentieri fuori mano, con un lungo giro, costeggiando quasi il Parco reale, calai sulla valle dell’Oreto, in un punto che si dice la Guadagna, poco più che mezzo miglio lontano da Palermo… Ivi è una villa della nostra casa, con una torre quadrata ampia e degna, come tutte le fabbriche dei Chiaramonte… Allora non ci era stata confiscata, e quei villani ci erano devoti… Nondimeno non mi fidai; per non destar sospetti, tolsi io stesso il sacco col forziere e lo deposi in un angolo, come se non contenesse nulla… Ma la notte, quando tutti dormivano, presi una zappa e una vanga, uscii dalla torre, e mi avviai per la contrada di Falsomiele, che si stende oltre la valle, fino a monte Grifone. La costa di quella contrada è sparsa di ruderi e stanze di antichi edifici, credo dei Saraceni… Non v’era luogo migliore. Scavai, scavai, feci un fosso profondo; ivi deposi il forziere; lo copersi di terra; sulla terra buttai sassi e sterpi, per celare che era stata smossa, e tornai alla torre, senza che alcuno se ne avvedesse… Il forziere è ancor lì; nessuno ha potuto scoprirlo. Va, dunque, figliuolo, e restituisci alla casa dei Chiaramonte il suo splendore…
- Come farò a riconoscere dove è sepolto il forziere? – domandò.
Filippo fece un cenno che significava: “ti dirò”, e segnato un punto in terra, disse:
- Immagina che questo punto sia la torre: tu volgi a levante, misura cento passi, troverai una specie di stanza con un sedile… Continuerai a camminare, conterai tre di stanze come questa. La terza, oltre alla stanza col sedile, ne ha un’altra dietro, più bassa, invasa da pruni ed erbacce: è lì, sotto il muro di tramontana; non puoi sbagliare. 


Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1400, al tempo che segnò la fine dei Chiaramonte e della regina Bianca di Navarra.
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921
Pagine 702 - prezzo di copertina € 23,00
Disponibile presso La Feltrinelli Palermo e in tutti i siti di vendita online
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it

Luigi Natoli: Il segreto del romito. Tratto da: Il paggio della regina Bianca

Il romito finalmente levò il capo, guardò il giovane, e con una voce lieve, ma con un tono che lo fece rimescolare, gli disse:
- Siedi accanto a me…
Il giovane non gli vide muover le labbra; la voce pareva uscisse dalle profondità della terra: era la voce di un altro mondo. Egli ubbidì con una specie di religiosa commozione.
Così, forse, nei tempi preistorici, gli uomini si chinavano sulle tombe per ascoltare le voci dei trapassati, ai quali chiedevano consigli, auguri, benedizioni.
Dopo un minuto di silenzio, il romito disse lentamente e quasi scandendo le parole:
- Figlio di Andrea Chiaramonte, t’ho aspettato lunghi anni… eccoti qui, dunque. Dio sia benedetto!... Siedi e ascolta.
Attonito, Giovannello  ubbidì, e guardato ancora di più fissamente il vecchio, cedendo alla curiosità, gli domandò:
- Chi siete? padre, chi siete?
- Lo saprai…
Vi fu un istante di silenzio. Un non so che di religioso pesava nella grotta e sull’anima di Giovannello. Il romito parve raccogliersi; sulla sua fronte si vedeva l’ombra dei pensieri, come sul cielo le nubi. Egli cominciò con voce bassa, che pareva uscisse dall’invisibile:
- Tu eri ancora un fanciullo quando avvenne la catastrofe della tua casa… Forse non sarebbe avvenuta, e tu saresti il primo barone del regno, se Andrea avesse accettato le offerte del duca di Montblanc… Tu ignori che il padre del re desiderava destinarti marito della figlia di don Ferrante Lopes de Luna, una cugina del re… Andrea rifiutò per non imparentarsi con lo straniero… Dio gli perdoni!... Egli credette nella concordia dei baroni convenuti a Castronovo; credette che in tutti fosse vivo e potente il sentimento dell’indipendenza del regno… e i baroni lo tradirono… Forse tu sai quel che ne seguì: la guerra, le persecuzioni, il tradimento. Andrea si sottomise, ebbe fede nella lealtà del vecchio Martino, e il vecchio Martino finse di perdonargli e di accoglierlo, e lo gittò nelle mani del boia. C’era chi lo istigava… c’era chi voleva la rovina del conte…
- Chi, padre? – domandò fieramente Giovannello, che ascoltava con religioso raccoglimento.
- Messer Bernardo Cabrera…
- Ah!
- Dopo la morte di Andrea, venne la volta dei parenti. Uno di essi cercò uno scampo nella fuga, inseguito come un lupo di borgo in borgo, per valli, per monti… Egli aveva dinanzi agli occhi la visione della scure lampeggiante in aria… del capo reciso e sanguinante preso pei capelli… e dietro, alle calcagna, una muta di cani anelanti di strage, sitibondi di sangue… Era così giunto a Messina. Sperava di trovavi una feluca, una galea, una barca, per recarsi a Napoli e invocare la protezione di Costanza… Ma ecco la feroce muta sopraggiungere, gridando: “Eccolo! eccolo!... Morte al Chiaramonte!... Morte al traditore!”. Quell’uomo ebbe il tempo di balzare in sella, e fuggire, senza saper dove, trasportato dalla furia del cavallo, che pareva impazzito anch’esso… Un istante che avesse indugiato, egli sarebbe stato preso, e, forse, fatto a pezzi… perché alle grida dei suoi inseguitori s’era adunata a un tratto anche una folla minacciosa. Ah! quella fu una fuga incredibile, terrificante… Il cavallo non sentiva più il freno, e la mano non aveva più coscienza per governarlo… Volavano su per un sentiero selcioso, che sfavillava sotto le zampe… Il sentiero saliva; portava in una montagna? chi lo sapeva? né cavallo né cavaliere vedevano… Il cavaliere si accorse improvvisamente che dinanzi a lui la roccia finiva e si spalancava il vuoto mostruoso, immenso… Ebbe la coscienza del pericolo, tentò arrestare la furia del cavallo, ma invano. La bestia infellonita e cieca spiccò un salto… Un grido!... cavallo e cavaliere sparvero: un gran tonfo, le acque del mare si apersero, spumeggiarono, si richiusero sopra di loro…
 I soldati che l’inseguivano si affacciarono con orrore sull’orlo della rupe, che cadeva a picco sul mare, e stettero lì vedendo le acque ancora frementi e rosseggianti, sulle quali poco dopo videro galleggiare il cavallo con le gambe spezzate…
- E il cavaliere?
- Lo credettero morto…
- E non lo era?...
- No: il cavallo lo salvò…


Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1400, al tempo che segnò la fine dei Chiaramonte...
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921
Pagine 702 - prezzo di copertina € 23,00
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