venerdì 22 maggio 2026

Luigi Natoli: La sera calava fosca e il vento portava nella strada il puzzo della carne bruciata... Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano.


Tra gli spettatori era frate Agostino. Egli insieme con un novizio aveva accompagnato il carro che trasportava i tre condannati; aveva scambiato uno sguardo con Giambattista Verron, che parve la conferma di una mutua promessa. Un senso di pace si diffuse sul volto del guantaio, che per tutto il tragitto aveva tenuto gli occhi levati al cielo, come per offrire il suo martirio. Da sé, senza tremare, senza impallidire offerse il collo al nodo omicida. La sua agonia fu breve. Frate Agostino che, in grazia dell’abito, s’era potuto avvicinare e non gli aveva tolto lo sguardo dal viso era stupito della mansuetudine del condannato. Egli aspettò che le fiamme lo avvolgessero, e allora se ne andò a capo basso, lentamente, col novizio che pareva vivamente colpito da quanto aveva veduto.
La sera calava un po’ fosca ed afosa, e il vento portava nella strada il puzzo confuso della legna e della carne bruciata. Nell’aria vibravano i rintocchi dell’Ave, oscillando nel vento e spegnendosi come gemiti. Frate Agostino risalì per la strada Toledo. Passando dinanzi alla piazza Marina diede una bieca occhiata alla massa torreggiante dello Steri, che nell’ombra appariva più cupa; e nella pupilla gli balenò un lampo d’odio. Per vie di traverso passando per la strada dei Merciai – oggi detta dei Cassari – e per l’Argenteria e pel Mercato della Bucceria vecchia, giunse al quartiere della Conceria, che era già buio.
La porta della chiesa di Santa Margherita era aperta e se ne vedeva l’altare maggiore illuminato: lo scampanellio della gloria e l’odore dell’incenso rivelavano che si dava la benedizione serale col Santissimo. Frate Agostino si avvicinò, si genuflesse dinanzi alla porta, si tolse la mozzetta che gli copriva il cranio raso, ed entrò nel momento in cui il cappellano, riposto l’ostensorio, recitava l’Oremus. Ma si rimise il cappuccio in testa.
Il frate aspettò che il cappellano entrasse in sagrestia. E ve lo seguì, ordinando al novizio di aspettarlo.
- Bacio le mani, padre don Angelo.
Il cappellano, che stava togliendosi la cotta, si voltò, squadrò il frate, e rispose con un lieve cenno del capo:
- Bacio le mani a vossignoria.
- Ho bisogno di parlarle, quando avrà finito...
- Subito...
Il sagrestano ripiegò accuratamente la cotta, ornata di un finissimo ricamo e la conservò nell’armadio, che nell’ombra, con lo sportello aperto, pareva volesse inghiottire il chierico in una profonda voragine. E s’indugiava egli, curioso di sentire ciò che quel frate così grande e robusto e così grave direbbe al cappellano. Ma il frate taceva e il cappellano aspettava.
- Quello che ho da dirle – riprese frate Agostino – è segreto...
Il cappellano allora fece un segno al sagrestano, che uscì di malavoglia.
- Ebbene, ora siamo soli...



In foto frate Gerlando, conosciuto come frate Agostino. Spettacolo teatrale del 7 giugno alle ore 21:00 di Fra Diego La Matina, con la compagnia Araldo del Vespro presso il Teatro don Bosco - Via Libertà 199 - Palermo. 
Testo e regia di Giuseppe Bongiorno.

Luigi Natoli: Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo soggiogata dall'Inquisizione. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1924.
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store online. 
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133 e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Nike (Via Marchese Ugo), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele). 

Luigi Natoli: C'era spettacolo del Sant'Offizio quella mattina del 9 settembre 1940... Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano.


C’era spettacolo del Sant’Offizio quella mattina del 9 settembre 1640. Già il giorno innanzi, come era prescritto, c’era stata la processione, che partendo dallo Steri, palazzo del Sant’Offizio dell’Inquisizione, si era recata nel piano della Cattedrale, dove era stato costruito il gran palco per l’Atto di Fede; e aveva posto la Croce del Santo Tribunale sull’altare, fra torce rimaste accese tutta la notte; e frati, preti, familiari del Sant’Offizio vi avevano vegghiato recitando salmi ed inni.
Lo spettacolo destava grande curiosità pel numero degli inquisiti, tre dei quali erano stati colpiti dalla più grave sentenza: erano stati cioè rilasciati al braccio secolare. Era una formula ipocrita con la quale si intendeva togliere alla Chiesa il biasimo di condannare a morte. La Chiesa non doveva e non poteva per materia di fede, uccidere; ma faceva uccidere dalla giustizia laica, alla quale consegnava i rei d’eresia e di commercio col demonio, che dovevano essere bruciati. La giustizia secolare, e cioè la curia del Capitano di città dopo la solenne lettura della sentenza del Tribunale del Sant’Offizio s’impadroniva del reo, e lo sottoponeva a un giudizio pro forma, che serviva per dimostrare che la sentenza di morte non era pronunciata dall’autorità ecclesiastica, ma da quella laica. In grazia di queste miserabili ipocrisie, poteva la potestà della Chiesa affermare che essa non condannava a morte nessuno!
Tre, dunque, fra gli inquisiti, già si sapeva, sarebbero stati rilasciati al Capitano di città. Tre roghi si sarebbero accesi nel piano di Sant’Erasmo: spettacolo triplice in onore della santa religione. I nomi erano noti: uno si chiamava, da cristiano Gabriele Tudesco, da moro musulmano Amet. Era un mal battezzato, ritornato alla sua prima fede. Condannato una prima volta per questo suo ritorno alla fede dei padri, aveva confessato il suo errore, abiurato, ed era stato assolto e mandato in galera a remare per cinque anni. Ma era ricaduto nel fallo; e sottoposto nuovamente a giudizio, aveva dichiarato che maomettano era nato e maomettano voleva morire: colpa gravissima, che meritava il rogo.
Il secondo era un frate agostiniano, calabrese: fra Carlo Tavalora, che si era spacciato per Messia; aveva fondato una setta di Messiani e diffondeva una morale nuova, una teoria nuova, una politica nuova e nuovi riti, che avevan trovato qualche seguace. Arrestato nel 1635 era stato per cinque anni nelle carceri della inquisizione sottoposto a dispute e a torture, ostinato nella sua riforma religiosa; finalmente il pio tribunale lo aveva condannato.
Il terzo che destava maggior interesse per la sua notorietà, era un francese, guantaio, che si chiamava Giovan Battista Verron. Era venuto di Francia giovane, non ancor ventenne; aveva aperto bottega nella strada dei Guantai, e aveva fatto fortuna; e però aveva suscitato gelosie e invidie. Qualcuno notò che Verron non andava a messa. Francese e non frequentatore della chiesa, bastava per far nascere sospetti. Un giorno fu sorpreso mentre leggeva la Bibbia; quella Bibbia era tradotta in francese: Giambattista Verron dunque era ugonotto.
I birri del Sant’Offizio lo arrestarono.
Verron era giovane e amava la vita. Morire a venti anni, quando il cuore ferve di sogni? Per una messa? Rinunciare alla gioia di amare, alla gioia di vivere? Nelle carceri del Sant’Offizio, tormentato da teologi di ogni specie, sopraffatto di argomentazioni e di minacce, Verron sentì vacillare la saldezza del suo carattere. Si confessò convinto della verità cattolica. Così nello spettacolo o atto-di-fede nel 1630 egli fu pubblicamente assolto dall’eresia, e condannato a un anno di carcere. Quando ne uscì, credette di poter vivere in pace con il suo lavoro; e di poter seguire il suo sogno d’amore.
Vano sogno!

In foto la locandina dello spettacolo teatrale del 7 giugno alle ore 21:00 di Fra Diego La Matina, con la compagnia teatrale Araldo del Vespro presso il Teatro don Bosco - Via Libertà 199 - Palermo. 
Testi e regia di Giuseppe Bongiorno.


Luigi Natoli: Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo soggiogata dall'Inquisizione. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1924.
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store online. 
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133 e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Nike (Via Marchese Ugo), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele). 

venerdì 15 maggio 2026

Luigi Natoli: 15 maggio 1860. Il concorso dei siciliani nella battaglia di Catalafimi. Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


Sul concorso dei Siciliani a Calatafimi, lo storico Luzio si limita a ricordare i frati francescani, che combattevano valorosamente, che erano 6 o 12, pel Bandi, e due per l’Abba, più esatto. Ma quanto alle squadre, gli scrittori garibaldini o tacciono o travisano o calunniano: chi scrisse che esse erano di imbarazzo; e che Garibaldi, a Calatafimi, le relegò sopra un colle dove stettero a vedere; e chi, misero cuore e più misero cervello, aggiunse che stavan lì per gittarsi dalla parte del vincitore: tutti tacquero o negarono che esse si fossero battute accanto ai Mille sul colle fatale: salvo quei frati francescani. E non mancò chi scrisse che solo quattordici “valentuomini” spacconi, si presentarono a Garibaldi, ma per rubare i fucili ai volontari e sparire!
Or bene degli storici venuti dopo, e il Luzio con essi, nessuno si domandò come mai Garibaldi avesse potuto formare a Salemi una nona compagnia al comando del Grizziotti. La verità è invece che a Salemi raggiunsero Garibaldi le squadre di monte San Giuliano con Giuseppe Coppola; di Alcamo coi fratelli Sant’Anna; di Partanna, di Santa Ninfa; non tutte armate pei disarmi avvenuti pochi giorni innanzi; inoltre una quarantina di Marsalesi e più di trenta Salernitani che vi si aggiunsero; molti di costoro che non formavano distinte squadriglie, incorporati nei Mille, resero possibile la formazione della 9.a compagnia. Il 15 Garibaldi pose le squadre del Coppola alla sua sinistra: la squadra di Salemi sopra un colle a destra. Sui colli più lontani mandò quelli armati di lance, a gridare e spaventare il nemico.
A questo punto voglio citare una testimonianza, quella di Alessandro Dumas padre. Un romanziere? Sì, un romanziere che assai spesso è più esatto di molti storici: e del resto, poichè il Luzio cita la testimonianza di Ippolito Nievo, poeta e romanziere, voglio ben ricorrere anch’io a un romanziere. Dunque il Dumas che scrisse i primi capitoli dei suoi Garibaldiens, nel giugno del 1860, a Palermo, sulle notizie fornitegli da Garibaldi e da Stefano Türr, descrivendo la battaglia di Calatafimi, dice: “Les volontaires essuient le premier feu assis et sans bouger; seulement, a ce premier feu, une partie des picciotti disparait”. (Disparait forse non è esatto, e bisogna dire che si sparpagliarono, non avvezzi a combattere all’aperto e in ordine serrato; ma non monta, andiamo innanzi). “Cent cinquante, à peu prés, tiénnent ferme, retenus par Sant’Anna et Coppola, leur chefs, et deux franciscains quì, armés chacun d’un fusil, combattent dans leurs rangs”.
Dunque solo una parte, concediamolo pure, si dileguò al primo fuoco; ma almeno centocinquanta siciliani combatterono tra le file dei Mille, quel glorioso 15 Maggio. Perchè il Luzio non ha citato il Dumas? Che se egli sdegnò la testimonianza del Dumas, perchè non raccolse e non citò quella dello stesso Garibaldi, sulla quale gli storici passano allegramente sopra? Il domani del combattimento, scrivendo alla Direzione del fondo pel Milione dei fucili, l’Eroe diceva: “Avvenne un brillante fatto d’armi avant’ieri coi Regi capitanati dal generale Landi, presso Calatafimi. Il successo fu completo, e sbaragliati interamente i nemici. Devo confessare però che i Napoletani si batterono da leoni... Da quanto vi scrivo, dovete presumere quale fu il coraggio dei nostri vecchi Cacciatori delle Alpi e dei Siciliani che ci accompagnavano”. Ma rischiariamo un po’ l’ombra che avvolge questi Siciliani.
Dopo la battaglia si ebbe doverosa premura di raccogliere devotamente i nomi di quelli dei Mille che caddero morti o feriti: ma non si fece altrettanto di quelli dei Siciliani che furono loro pari in valore e in sacrificio. Or bene, le pubblicazioni fatte nel 1910 ci mettono in grado di supplire, benchè tardi, alla ingiusta dimencanza. Sul colle di Calatafimi, dei Siciliani che si batterono, morirono Carlo Bertolino, Sebastiano Colicchia, Francesco Agosta; vi furono feriti Stefano Sant’Anna, Antonino Barraco, Ignazio Pandolfo, Nicolò Messina, Giuseppe Catalano, un Cangemi, Carmelo Rizzo, Vito La Porta. Altri morti e feriti ebbe la squadra del Coppola, dei quali non si conoscono i nomi. E non son tutti; chè quei nostri antichi, modesti e silenziosi, ritrattisi nell’ombra non vantarono l’opera propria nè curarono di tramandare l’altrui. Molti morirono dimenticati. E del loro valore non mancano prove segnalate: Giacomo Curatolo-Taddei fu promosso tenente il giorno dopo il combattimento: il Colicchia morì colpito in bocca, mentre si slanciava per strappare all’alfiere napoletano la bandiera; Simone Marino, o fra Francesco, fu il primo a lanciarsi per prendere il cannone nemico, e se ne diè vanto solo al Cariolato e al Meneghetti, che erano con lui. V’eran fra combattenti siciliani giovanetti di quindici anni, come Antonino Umile di Marsala: e perfino una donna, Maria Giacalone, la quale volle seguire il marito, Federico Messana, e con lui fece poi tutta la campagna e a S. Maria di Capua fu promossa caporala(124). E tutto ciò consta da documenti e testimonianze.
Ora rendere omaggio a quelli dei Mille che morirono o ebbero ferita, è dovere: ma tacere i nomi dei Siciliani caduti, negare anzi che si siano battuti, peggio ancora calunniarli, non è soltanto ingiustizia, è viltà.
Ma il torto è però nostro. Dal 4 aprile a tutto il 1860, noi in Sicilia demmo alla causa della libertà e dell’unità centinaia di morti; dei quali non raccogliemmo i nomi, nè si seppe mai chi fossero. I morti dei volontari potevano essere identificati agevolmente, con l’aiuto dei registri dell’Intendenza; ma quelli delle squadre, no. Neppure i capi-guerriglia conoscevano i nomi dei loro uomini; quei contadini lasciavano le loro terre, le loro case, le loro famiglie; andavano a ingrossare una squadra, combattevano, taciti, senza chiedere altro che il loro pane e le munizioni; morivano avvolti nello stesso silenzio; nessuno domandava chi erano, donde venivano; e i più, la gran maggioranza, restò ignota, anonima, senza postuma gloria, senza compianto, senza onori. Martiri oscuri diedero la vita alla Patria e non contesero la gloria a nessuno.


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano. Una raccolta di scritti storici e storiografici rigorosamente nella originalità dei documenti:
- Storia di Sicilia dalla Preistoria al Fascismo (I Buoni Cugini 2020 - Per la parte di storia siciliana che va dal 1820 al 1860)
- La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione. (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
- Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille. (Estratto mensile "Rassegna storica del Risorgimento Anno XXV Fasc. II Febbraio 1938 - XVI)
- I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto da "La Sicilia nel Risorgimento italiano - anno 1931")
- Rivendicazioni. Attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927).
Prezzo di copertina € 24,00 - pagine 544
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo raccomandata postale o corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online.
In libreria presso: 
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102) 

Luigi Natoli: disponibile dal 28 maggio il terzo volume di Storie e leggende: Dall'altare al patibolo (da ottobre 1890 a febbraio 1891)

Questo terzo volume continua il recupero e la pubblicazione, a opera de I Buoni Cugini Editori, di tutte le numerosissime “Storie e leggende” scritte da Luigi Natoli sul Giornale di Sicilia con lo pseudonimo di Maurus dal 1889 al 1929. L’intenzione del grande scrittore palermitano, nei quarant’anni di vita della Rubrica quasi giornaliera, era quella di narrare la storia della Sicilia usando l’originale formula del racconto o leggenda storica. Le “Storie e leggende” pubblicate in questo terzo volume, sono fedelmente trascritte continuando il rigoroso ordine cronologico di apparizione sulle pagine del Giornale di Sicilia, affinché il lettore possa osservare l’evoluzione dello stile letterario dell’autore, godendo appieno della sua crescita verso la maturità, ove tale crescita si possa ravvisare. 
La maggior parte di queste “Storie e leggende”, non ha mai goduto di una successiva pubblicazione in libro. Per ben distinguere i volumi, diamo a ognuno il titolo di un racconto compreso nel libro: per il terzo è “Dall’altare al patibolo” e comprende le “Storie e leggende” pubblicate dal 1 ottobre 1890 al 10 febbraio 1891.
Indice del terzo volume: 

Erodiade (quattro puntate dal 1 all'11 ottobre 1890)
Il saccheggio del monsignore (20 ottobre 1890)
Cicco di Carlo (22 ottobre 1890)
Pel ganascino della zingara (1 novembre 1890) 
Un naso e una donna (due puntate dal 6 all'8 novembre 1890)
Il mercato (4 dicembre 1890)
Pel sacco bianco (10 dicembre 1890)
La rivolta della fame (due puntate, 12 e 13 dicembre 1890)
Bruto Seniore (17 dicembre 1890)
Capo Corvo (22 dicembre 1890)
Tele di ragno (30 dicembre 1890)
Due Catoni (1 gennaro 1891)
Dall'altare al patibolo (6 gennaro 1891)
Più forte dell'amore (cinque puntate dal 18 gennaro al 10 febbraio 1891).

Pagine 200 - Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal 28 maggio: 
dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo raccomandata postale o corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store online. 
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102) 


mercoledì 13 maggio 2026

Luigi Natoli: Il Tiraz alla corte di Re Guglielmo I. Tratto da: Gli ultimi saraceni. Romanzo storico siciliano.

Dalle finestre della Torre Pisana, di dietro le gelosie di legno finamente intagliato assistevano al duello le donne del Tiraz e le schiave di palazzo. La più parte erano musulmane di fede, ma non tutte di razza araba; ve ne erano berbere, brune, dai lineamenti regolari, gli occhi grandi, le labbra tumide; i corpi agili e vibranti; ve ne erano sirie, dal volto pallido, grassoccio, molli; arabe simili alla gazzelle delle oasi; greche delle isole, rosee, carnose, dai grandi occhi cilestri e dai capelli biondi, insolenti e cupide; ve ne eran molte delle coste della Dalmazia o dell'Epiro: slave dai capelli neri e copiosi, dai grandi occhi pieni di sogni; ve ne erano di Sicilia, nate da razza indigena, da lungo tempo passate all’islavismo, e confuse per la fede e pei nomi e le costumanze adottate, con gli antichi dominatori; o discendenti da tali venuti d’Oriente col primo conquisto musulmano, naturalizzati in Sicilia; figlie le une e le altre di prigionieri ridotti in schiavitù, o venduti nei mercati. Ve n’eran parecchie “franche” come eran dette in generale quelle di razza latina o germanica, di fede cristiana, predate da legni corsari talvolta nelle stesse spiagge dell’isola e portate in Oriente o in Tunisi; o offerte da parenti medesimi. Vivevan tutte nel palazzo regio; quali addette ai servigi della regina, e non era­no le più belle nè le più giovani; quali al tiraz, alle culture cioè dei bachi e alla fabbrica dei drappi serici, comuni o ricamati, di cui la corte aveva quello che oggi si di­rebbe il monopolio. Queste erano le più giovani e le più belle. Le sceglieva il re stesso.
Venivano spesso mercantanti dall’Oriente e da Tunisi a vendere le fanciulle pre­date o vendute dai genitori; il gran Camerario, che amministrava il palazzo regio le esaminava, ne faceva una scelta, e le sottoponeva all'approvazione del re, che trasceglieva quelle che gli facevano mag­gior simpatia.
Guglielmo era un buon conoscitore di donne: rassomigliava da questo lato al pa­dre, il re Ruggero, che aveva subito il fasci­no della vita voluttuosa dei musulmani, e non contento delle quattro mogli prese suc­cessivamente, s'era fatto un harem, sfidan­do i rimproveri, gli scrupoli e l'orrore del clero.
Guglielmo in questo aveva superato il padre, il re Ruggiero di cui aveva subito il fascino in altre qualità dello spirito. Nell'avarizia, per esempio, e nella ferocia dei castighi. Gli restava di gran lunga inferiore nell'attività maravigliosa, nel fine senso politico, nella opportuna e sapiente prudenza e nella magnanimità, quando era necessaria: qualità che avevan fatto di lui il più grande monarca e statista del suo tempo. Guglielmo ama­va troppo la voluttà, per aver tempo di oc­cuparsi dello Stato. Per lui c'era Majone.
Un vero esercito di eunuchi bianchi e neri gli custodiva quel regno. Ve n’erano grassi, obesi, giallicci, coi capelli lisci sui volti sbarbati e rugosi; ma ve n’erano robusti e fieri. Nessuno poteva varcarne le soglie fuor che il re. La torre posta a una estremità non aveva che un ingresso, giù nella corte, custodito da guardie musulmane: aveva un passaggio interno pel quale dalla Gioaria si poteva entrare nelle stanze delle donne.
Re Guglielmo faceva in quei giorni allestire un suo castello in un parco, oltre l’Ain Abu Sind, volgarmente detto Ain Sind, sorgente d’acqua, che scaturiva e scaturisce ancora da grotte. Il castello era quasi compiuto, e vi attendevano soltanto i mosaicisti, che ne decoravano bellamente le pareti e il pavimento dell’atrio. Quel castello era serbato ad accogliere l’harem, come in luogo più riposto, lontano dai rumori cittadini, circondato di boschi, rallegrato di palmizi e di laghetti, come quello della Favara, posto all’altra sponda dell’Oreto, o come allora si chiamava del Wadi Ab bas, o come quello di Menani posto a mezza strada fra la città e il villaggio di Baida. Quel nuovo castello doveva vincere gli altri per grandezza e magnificenza di stanze e per bellezza di sito. Guglielmo vi profondeva tesori; e Majone glieli trovava: ma intanto circondava di guardie la torre e la chiudeva agli occhi dei profani, coprendo le finestre di gelosie di legno intagliato delicatamente all’uso di Egitto.
Durante il giudizio di Dio quello stormo di passere s’erano addossate alle gelosie, arrampicandosi sopra gli sgabelli, sopra i cuscini. Tutti i buchi degli intagli e dei frastagli si animavano di pupille sfolgoranti che seguivano con interesse e curiosità infantile le vicende del duello. Anche fra le donne dell’harem s’erano formate due parti: quella di Silvestro e quella di Orsello: se non che non era la politica che le divideva: ma la simpatia per l’uno o per l’altro.

Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo al tempo di Guglielmo I. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale, unicamente pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 5 agosto 1911. Raccolto in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori.
Pagine 719 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Il volume è disponibile:
dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia, consegna gratuita a Palermo)
Su Amazon Prime, Feltrinelli/Ibs e tutti gli store online.
In libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele n. 423), Centro Cultura Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102).

lunedì 11 maggio 2026

Luigi Natoli: L'11 maggio 1860 gli esuli siciliani videro con le lagrime sugli occhi l'antico Erice... Tratto da: La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione

Elusa la crociera napoletana nel Tirreno, e mutata rotta, l’11 maggio il Piemonte e il Lombardo, filavano verso la Sicilia; e gli esuli Siciliani videro con le lagrime sugli occhi l’antico Erice avvolto fra le nebbie del mattino, faro gigantesco, che sembrava aspettare il ritorno dei figli lontani. Videro le Egadi tra il rosso vapore dell’aurora, e ritti sulle prore salutavano la madre terra, per la cui redenzione venivano a dare la vita. Garibaldi domandò a Salvatore Calvino, che era di Trapani, se conveniva tentare ivi lo sbarco; ne fu dissuaso, e anche dal Türr, che, come si era stabilito in un consiglio con Crispi, Orsini, Castiglia, propendeva per Marsala. Oltrepassata Favignana, incontrata una paranza comandata da Antonio Strazzera, fattala avvicinare, Garibaldi gli domandò se vi fossero legni da guerra napoletani in quei paraggi, e truppe in Marsala: seppe che i legni avevan preso il largo verso Sciacca, e che le truppe eran partite il giorno innanzi: ed allora ordinò che il Piemonte e il Lombardo a tutto vapore facessero rotta sopra Marsala, dove giunsero verso il tocco. Il Piemonte entrò nel porto, ove stavano all’ancora due navi inglesi l’Argus e l’Intrepid; il Lombardo arenò. Cominciò subito lo sbarco sulle scialuppe delle due navi e la paranza dello Strazzera, offertasi spontaneamente; altre barche furono obbligate a prestarsi. Il corpo dei volontari non era ancor tutto sbarcato, quando apparvero due navi borboniche, lo Stromboli e il Capri, che venivano velocemente; e in breve si collocarono in posizione di combattimento dinanzi al porto. Ma la presenza delle due navi straniere, e la vista delle tuniche rosse sul molo, che sembrarono uniformi di truppe inglesi, resero dubitosi i comandanti delle navi borboniche; i quali per timor di complicazioni diplomatiche, mandarono un ufficiale a bordo delle navi britanniche, a chiedere informazioni prima di aprire il fuoco. L’indugio diede tempo al resto dei volontari di sbarcare, disporsi in colonna e marciare verso la città; e quando le navi borboniche tirarono, non fecero altro danno che uccidere un povero cane: sfogarono allora contro le due navi abbandonate; il Lombardo distrussero: il Piemonte rimorchiarono a Palermo, inutile trofeo della loro imperizia.
Questa nave, che avrebbe dovuto essere conservata, come testimonio di un prodigio, come cosa sacra, fu dall’Italia risorta mandata poi a Bari a far ufficio di rimorchiatore del cavafango!
Intanto, poiché non pareva al governo di Sicilia che avesse più a temere dalle bande; e perché i consueti traffici togliessero alla città l’aspetto triste e desolato, il comandante generale Salzano, con decreto del 3 maggio scioglieva “lo stato d’assedio messo nella città di Palermo e suo distretto”, mentre il luogotenente Castelcicala, con un proclama, contemporaneamente, faceva velate minacce agli agitatori e promesse di perdono ai pentiti, assicurando le intenzioni del Re per dare “alla Sicilia la maggiore prosperità e un riposato vivere civile”; e aggiungeva al proclama un altro decreto che comminava fiere prescrizioni agli asportatori e detentori di armi, senza licenza dell’autorità.
Lo stesso giorno scriveva al Ministero di Napoli, assicurando che la città ritornava alla calma, che si veniva ripigliando il lavoro, che le bande armate erano sciolte, tranquille le provincie, e che perciò non era necessario spedire altre colonne mobili. “Il potere va ripigliando tutto il suo prestigio sulle masse, le quali, per un momento illuse, credettero scosso il principio di autorità, e coll’aiuto di Dio, se la mano straniera non verrà materialmente ad incoraggiare ed a sospingere i malcontenti alla ribellione, la Sicilia, fra non guari, ritornerà alle pristine sue riposate e prospere condizioni”.
Ma intanto che il luogotenente ostentava così fondata sicurezza, circolavano per la città due proclami dal comitato segreto lanciati il 2 maggio: uno ai Siciliani, riepilogando le vicende dell’aprile, richiamando alla memoria le violenze poliziesche, protestava “il fermo proposito... di scuotere l’abborrito governo borbonico, di riunirci con le altre più fortunate provincie alla gran famiglia italiana e seguire i destini della Casa Savoia, alla quale, prima di ogni altra, la Sicilia si offerse con atto del Parlamento nel 1848, proclamato e ripetuto nelle 5 insurrezioni scoppiate dal ‘49 al ‘60”. L’altro proclama, concepito su per giù, nei medesimi termini, era diretto “ai fratelli d’Italia”. E quasi per commento ai due proclami e al decreto del luogotenente, una dimostrazione scoppiava il 2 maggio in piazza Ballarò, un’altra il 3; e le botteghe si ostinavano a rimaner chiuse, non ostante le imposizioni della polizia che volevale aperte...




Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento.
Il volume comprende:
Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI)
I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931)
Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
Pagine 544 - Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia)
Su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele), La Nuova Bancarella (Via Cavour)

lunedì 4 maggio 2026

Luigi Natoli: Accanto a loro camminavano le madri, nessuna piangeva... Tratto da: Donne e rivoluzioni. Raccolta di scritti sulle donne nelle rivoluzioni siciliane

«Ho visto alcuni di questi ragazzi compiere prodigi di valore a Milazzo, formatene un battaglione per condurlo alla guerra». 
Come quei giovani seppero che il Generale li conduceva alla guerra, levarono un urlo di gioia entusiastica che fece fremere la piazza. Venne il giorno dell’imbarco. Il battaglione scelto fra i più adulti, si avviò al molo. Quei giovanetti, tre mesi innanzi monelli nudi, laceri, precocemente viziosi, venivano in colonna, con la musica in testa, a bandiera spiegata, dritti, sorridenti, baldi, con quell’aria di fierezza conquistatrice, che è proprio dell’indole siciliana. 
Era un battaglione di ragazzi, e pareva un esercito di giganti. Avevano la prodezza degli eroi antichi, lo spirito avventuroso dei cavalieri erranti, la fede dei crociati. 
Ma accanto a loro camminavano le madri, alcune giovani, altre vecchie: accompagnavano al molo i figliuoli che andavano a combattere la guerra santa: nessuna piangeva; avevano gli occhi umidi e il volto pallido; le loro labbra tremavano; ma non tremava l’anima. Quando fu l’ora dell’imbarco, abbracciarono quei soldati di sedici anni. 
Gli abbracci furono lunghi e intensi, come di gente che sa di non rivedersi più; vi furono madri pie che appesero al collo dei figliuoli medaglie benedette; altre cacciarono nelle loro tasche santini miracolosi; ma nessuna debolezza, nessun singhiozzo, nessun lamento. 
Quando le navi lasciarono il lido, quelle madri ritornarono meste e silenziose, ma forti, alle loro case. Gli astanti piangevano, e a quello spettacolo sublime di eroismo antico, piangevano i forti soldati di Varese e di Calatafimi. 
Non erano che povere donne del volgo, incolte, rozze... e furono grandi; e forse l’esempio della loro grandezza infuse nell’animo di quei giovinetti audacia incomparabile. 
Di quel battaglione pochi tornarono alle case; giacquero gli altri su le contese rive del Volturno. 
Così i miracoli antichi, magnificati dalla retorica convenzionale delle storie che ignorano il presente, si rinnovarono; e le povere e sconosciute popolane di Palermo assursero a canto delle madri spartane. 
Quando nel tempio di S. Domenico, veggo tra i monumenti dei figli, biancheggiare nel marmo le fattezze della madre dei De Benedetto, che, emula di Adelaide Cairoli, vide cadere i suoi figli per la redenzione della patria, io penso alle povere popolane e mormoro:
- O nobile signora, voi non foste sola nella magnanimità virtù del sacrifizio! 
(Nella foto la Cappella dei De Benedetto, nel Pantheon di San Domenico - Palermo). 



Luigi Natoli: Donne e rivoluzioni. Raccolta di scritti sulle donne nelle rivoluzioni siciliane.
La raccolta, che mette al centro la figura della donna nel Risorgimento siciliano, comprende:
La conferenza "Donne e rivoluzioni" tenuta il 12 gennaio 1895 nella Reale Scuola Normale Superiore Femminile "Regina Margherita" in occasione dell'anniversario della rivoluzione del 12 gennaio 1848, pubblicata nello stesso anno con la Tipografia Barravecchia e Figlio di Palermo.
-) L'articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia il 4 luglio 1910 "L'eroina del 12 gennaio" su Santa Diliberto coniugata Miloro.
-) L'articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia il 19 agosto 1910 su "Le donne nella rivoluzione del 1860".
-) L'articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia il 26 agosto 1910 su Lucia Salvo, detta "Lucia la siracusana"
-) L'articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia l'8 settembre 1910 su Peppa la barcellonese.
In appendice i testi integrali delle poesie citate da Luigi Natoli con una breve biografia delle poetesse Giuseppina Turrisi-Colonna, Lauretta Li Greci e Concettina Ramondetta Fileti e dal volume Strenna pel 12 gennaro 1849, sempre citato dall'autore, il testo Su gli asili infantili di Concetta Strina, dove è spiegato il nobile scopo della Legione delle Pie Sorelle.
Il libro è corredato da una piccola galleria fotografica.
Pagine 145 - Prezzo di copertina euro 15,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Il volume è disponibile:
-) dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia).
-) su tutti gli store online.
-) In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour).

Luigi Natoli: Gli schiavi si sono ribellati! Tratto da: Gli schiavi. Romanzo storico siciliano ambientato nel 102 a.C., al tempo della seconda guerra servile di Sicilia


Il gesto inusitato stupì il custode: Elio approfittò di quell’istante per strappargli il bastone, e alla sua volta minacciare il custode.
- È tempo di finirla! – esclamò.
Le grida, il gesto, attirarono l’attenzione dei servi più vicini. Accorsero: quell’ultima esclamazione parve il segnale atteso. Cominciarono a gridare anch’essi, a chiamare i più lontani. Accorsero anche gli altri custodi, cercando di respingere gli schiavi al lavoro a colpi di bastone, che produssero naturalmente uno sbandamento. Ma Elio capì che non bisognava lasciarsi sfuggire quel momento; che bisognava incitare i compagni, incoraggiarli con un esempio. Si diede a bastonare il custode, gridando:
- Avanti, avanti! Compagni, non fuggite!... Disarmateli!...
Il custode, tramortito da una randellata sul capo, cadde; la sua caduta, la vista del sangue, poterono più che le esortazioni di Elio; i servi si rovesciarono sui custodi, che, spaventati, si diedero alla fuga; alcuni furono raggiunti e caddero: furono finiti a colpi di bastone. Era il primo passo.
- Atenione! Atenione!...
Atenione già accorreva, chiamato dal tumulto; accorrevano gli schiavi che lavoravano più lontani, trascinando le catene. Il Cilicio vide quei tre o quattro custodi per terra sanguinosi; gli parve manifesta volontà degli Dei, levò alte le mani verso il cielo, ed esclamò:
- Oh Giove Liberatore!... Noi appenderemo al tuo tempio le nostre catene infrante.
E afferrato uno degli schiavi che portavano la catena ai piedi, con un sasso ne percosse fieramente gli anelli nel punto che li congiungeva ai cerchi, spezzandoli. Lo schiavo, libero, levò in mano la catena e allora gli altri cominciarono febbrilmente a spezzare i ferri; gli anelli si aprivano, le catene cadevano, fra le grida di gioia; e quei segni di servitù erano levati in alto trionfalmente, come se già con questo fosse conquistata e assicurata la libertà. Atenione veniva acclamato capo.
Intanto i custodi fuggiti erano corsi in casa, ad annunziare la rivolta a Caio Cecilio.
Stava egli col figlio Manlio discorrendo con alcuni clienti nel suo tablinio(73), ma all’entrare improvviso dei custodi, balzò in piedi gridando fra il rimprovero e la paura:
- Che? Che modo è questo di entrare?
- Gli schiavi si sono ribellati!...
- Hanno ucciso quanti custodi hanno trovato! Bisogna salvarsi!
La vista di Atenione, che pareva arringasse la folla, lo illuse. Certo, pensò, Atenione tratteneva i servi, e li esortava a ritornare tranquillamente al lavoro; ma quando questi scorsero Caio Cecilio armato e seguìto da armati, levarono alte grida selvagge; e Atenione, innanzi a tutti, scotendo le catene spezzate, si mosse contro di lui esclamando:
- O Caio Cecilio, or non è più tempo di violenze: deponi quelle armi e dacci la libertà.
- Ti darò la croce! – proruppe il cavaliere inviperito – Ti darò la croce, che gli Dei dell’Inferno non ti aiutino!
E si slanciò contro Atenione; ma si trovò dinanzi Elio: Elio, che aveva con uno scarto tolto Atenione, e si offriva in sua vece. Agli occhi suoi in quell’istante era apparsa Cecilia, che implorava grazia pel padre; e non poteva inveire contro di lui.
- Caio Cecilio! – disse. – Non opporti a ciò che ti domanda Atenione; libera questa gente; risparmiati la vendetta che gli Dei fomentano nei loro cuori…
- Va’ a fare l’avvocato di costoro nel Tartaro(74)! – gridò Caio Cecilio.
Nel contempo Manlio esclamò:
- Questo parlerà meglio di te!
E gli lanciò il giavellotto che aveva in mano. Elio fu lesto a farsi da canto, e il giavellotto colpì uno schiavo. Fu il segno di un assalto generale. Gli schiavi, con una fitta sassaiola, e coi frammenti delle catene, contro le spade e le lance, impedivano a Caio Cecilio e ai suoi di avanzare. Una sassata fracassò la mascella a Manlio e lo rovesciò a terra.
- Ah, maledetti! – urlò Caio Cecilio, credendo il figlio ucciso; e si chinò per sollevarlo, ma i suoi armati vedendolo piegarsi, ed essendo malconci e smarriti dalla sassaiuola, pensarono a mettersi in salvo, e fuggirono. Con un urlo di trionfo i ribelli si lanciarono sui caduti.
- A morte! A morte!
Caio Cecilio si rizzò in piedi.
- A morte! Sì!
E si fece largo con la spada; ma colpito alla testa si abbattè sul figlio. Uno schiavo gli fu sopra, gli strappò la spada, gliela affondò nella gola e gli altri, ubbriacati dalla vista del sangue, contendendosi le armi, con bastoni, con sassi, con le maglie delle catene, si gittarono sui caduti a tempestarli, dilaniarli. Fu un massacro tremendamente feroce. Ognuno aveva un torto, una violenza, un castigo da vendicare. L’odio, accumulatosi da anni, finalmente erompeva senza pietà: ogni braccio colpiva con una voluttà selvaggia.
Una voce gridò:
- Alla casa di Caio Cecilio!
- Sì, sì! Alla casa!
Quella cinquantina di belve, lorde di sangue, sitibonde di nuove stragi, urlando, si mossero verso la villa.
Nella casa v’era una aspettazione irrequieta: gli schiavi si guardavano fra loro, in silenzio; le ancelle si affacciavano a spiare; Chira, con le nari dilatate, come se aspirasse l’odore della strage, non poteva star ferma. Si aggirava per l’atrio, guardando le stanze, dove Cecilia con la madre e la nutrice s’erano chiuse, pallide, spaventate e ansiose di notizie. Chira andava e veniva dinanzi a quelle stanze, come una tigre intorno alla muraglia di uno stabbio, affacciandosi ogni tanto e guardando i vari gruppi di schiavi, che discorrevano fra loro a voce bassa.
Che cosa facevano? Che aspettavano? Perché non si sollevavano anch’essi, e non correvano in aiuto dei compagni? Avevano paura? Volevano schierarsi dalla parte di Caio Cecilio? Non avevano nulla da vendicare? Lei, sì; lei covava nel profondo del cuore un odio mortale contro Cecilia.
In quel momento giungeva nella casa Atenione, e l’aria fu percossa dal grido dei ribelli, che lo acclamavano re...



Luigi Natoli: Gli schiavi. Romanzo storico siciliano ambientato nella Sicilia del 102 a.C., al tempo della seconda guerra servile.
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato con la casa editrice Sonzogno nel 1935. 
Copertina di Niccolò Pizzorno - Prezzo di copertina € 22,00
Il volume è disponibile: 
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia. Si può ordinare anche dalla mail ibuonicugini@libero.it)
Su tutti gli store online. 
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102) 

martedì 28 aprile 2026

Luigi Natoli e i due romanzi Il Vespro siciliano e Alla guerra!: stessi atti di ferocia commessi dai francesi nel 1282 e dai tedeschi nel 1914

Luigi Natoli dal 17 ottobre 1914 al 9 ottobre 1915, pubblica in 204 puntate in appendice al Giornale di Sicilia il romanzo Alla Guerra! (pubblicato per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori nel 2014). Il romanzo non è ambientato in Sicilia, ma nella Francia e nel Belgio invasi dalla Germania. 
Nello stesso periodo riprende “Il Vespro siciliano” che pubblica nel 1915 in dispense con la casa editrice La Gutemberg, in una versione “riveduta, corretta, rifatta, ampliata, aggiunta”. Perché?
L’autore nota diverse similitudini tra i fatti storici narrati: l’invasione della Sicilia da parte dei francesi nel 1269 e l’invasione del Belgio da parte dell’esercito tedesco nel 1914. E conclude con la nota numero sette (soppressa nelle precedenti edizioni) la descrizione della strage di Agosta: Questo commisero nel duecento, tempi di ferocia, Francesi e Provenzali ad Agosta; questo han commesso nel novecento, tempi di civiltà, i soldati della civilissima Germania nel Belgio, in nome del loro “vecchio Dio!”
Nel romanzo Alla guerra! tanti sono i tragici episodi descritti dall’autore durante l’invasione tedesca, a partire dalla presa di Charleroi. “Grosse pattuglie percorrevano le strade ingombre di macerie, di mobili fracassati, di cadaveri, che non si era avuto il tempo di portar via: coi calci dei fucili percotevano le porte chiuse; più spesso le atterravano: gli ufficiali con le rivoltelle in pugno, i soldati coi fucili spianati, gridando minacciosamente entravano; frugavano perfino sotto i letti, dentro i grandi armadi, dentri i camini! scassinavano i mobili a colpi di baionetta, intascavano quel che trovavano; intanto che l’ufficiale o un sottoufficiale interrogava minacciando, i poveri abitanti, per lo più donne, vecchi e fanciulli, raccolti in una stanza atterriti e tremanti”.
Il furto del cibo ai civili: “C’era però qualche cosa da portar via negli armadi, nelle casse, nella credenza!... Chi giungeva pel primo prendeva. Quei poveri soldati avevan sempre fame e sete; dovunque assalivano prima di tutto le credenze e le cantine; e avevan le tasche ampie; come i loro stomachi: c’entrava sempre roba!... Quella che non c’entrava si rompeva, si lacerava, si bruciava, si distruggeva. Bisognava far sentire a Charleroi quanto pesasse il pugno tedesco in collera: Charleroi aveva per due giorni infranti gli sforzi tedeschi, e meritava una punizione. Tutta la città ancora fumante, era in-vasa da orde di saccheggiatori: qua e là rimbombavano colpi di fucile o di rivoltella: un francese scovato? No: qualche borghese che aveva protestato; qualche donna che aveva forse difeso il suo pudore. Un colpo, e via!... Le case erano molte, e c’era da lavorare. Le fatiche del combattimento non avevano spossati i saccheggiatori”.
Proprio come facevano a Palermo i cuochi al servizio di messer Giustiziere: “Il cuoco non andava mai al mercato dove si trovava la roba vendereccia, ma ogni mattina, accompagnato da guardie, si recava in casa di questo o di quel cittadino, prendeva senza cerimonie i migliori polli, la migliore selvaggina, i più teneri agnelli, le paste più delicate per la mensa di messer Giustiziere. Pagare? No: ai cittadini, di qualunque ceto o ricchezza fossero, doveva bastare l’onore di servire monsignor di Saint-Remy. L’eccellente cuoco entrava, portava via senza neppur salutare: talvolta si degnava di ingiuriare i “paterini”, se non si mostravano solleciti o soddisfatti. Di ribellarsi al latrocinio non si parlava; le guardie che accompagnavano il cuoco, oltre a rubare la loro parte, avevano il compito di bastonare chi osasse ribellarsi. Quanto ai vini, li fornivano le cantine dei migliori produttori del Vallo, coi metodi medesimi”
E le violenze sulle donne dei soldati tedeschi: “Le donne non capivano il tedesco: videro il sergente e i soldati avvicinarsi e stesero le mani supplichevoli. Il sergente, forse per veder meglio, prese per le braccia una giovinetta, e la tirò da parte; francesi non ce n’erano; ma quella giovinetta era così graziosa nel suo terrore!... E il sergente era così allegro!... e i suoi nervi così eccitati... Se la prese fra le avide braccia, e la rovesciò per terra. Allora, come un branco di lupi, quei soldati, si gittarono sulle donne. Grida, gemiti, lotte brevi, rapide, di corpi che tentavano disperatamente divincolarsi dalle strette bestiali; un ansare mo-struoso; un percotere di pugni feroci, per abbattere le resistenze. La bestia concupiscente trionfava...
Rossi, con le nari dilatate, ancora ansanti, lasciavan la preda abbandonata per terra, priva di sensi; sopra la quale altri si gittavano, come assetati a una fonte di acqua. Una fanciulla era morta: aveva il petto squarciato da un colpo di baionetta; il sangue che le sgorgava su le vesti scomposte, non aveva impedito la profanazione.
Il sottotenente non aveva detto una parola. Aveva alzato le spalle, bisognava pure che quei poveri ragazzi, che avevan combattuto da tre giorni, trovassero uno svago. Un soldato gli aveva offerto una fanciulletta di quindici anni, che pareva un giglio; ma egli non aveva nessuna voglia. Aveva rifiutato”.
Sono uguali a quelle compiute dai soldati francesi nella strage di Agosta: “Cominciò un’opera orrenda. Allo squassare delle torce, delle quali il vento torceva e soffocava le fiamme, quelle torme avide di sangue e di stragi, armate di spade, scuri, picche, si lanciavano all’assalto delle case, al grido di guerra: Monjoie! Abbattevano le porte, salivano nelle stanze, ferivano, uccidevano ciecamente e pazzamente. Sorpresi, seminudi, sparsi per le case, gli Agostani non rendendosi ancora conto di come il nemico fosse entrato; presi da terrore, non combattevano, non fuggivano; il ferro nemico li coglieva nello stupore, inermi e smarriti. Scampo non v’era. L’ordine di Re Carlo era preciso: nessun agostano doveva sopravvivere, ma tutti dovevano essere passati a fil di spada. Con acute e pazze grida di terrore donne e uomini di ogni età ed ogni condizione cercavano di sottrarsi alla fuga con la morte; scansavano un branco di belve umane e cadevano in un altro; e presi fra due bande erano trucidati, fatti a pezzi, per voluttà rabbiosa di sangue, non per necessità di guerra. Soltanto le giovani donne e belle stornavano per un momento la ferocia delle armi, ma per un maggiore scempio. Tre o quattro soldati si gettavano sopra una fanciulla, la trascinavano sugli altari, la violavano, ne facevano strazio; l’ultimo, satollata la libidine, la scannava lì, sull’altare profanato. Strappavano i fanciulli alle madri e li sgozzavano, e recidevano le innocenti teste e se le palleggiavano orrendamente! Questa gente che il papa aveva benedetto e assolto da ogni peccato; e che serviva la Chiesa e Dio!”
Invitiamo il lettore a leggere entrambi i romanzi per scoprire il continuo paragone che l’autore fa tra la crudeltà francese del 1282 e quella tedesca del 1914, evidenziandole con le note sul Vespro siciliano, in una delle quali si esprime così: “I tedeschi d’oggi pur troppo dimostrano che queste predonerie non si compievano soltanto in quei tempi semibarbari!...”


Luigi Natoli: Alla guerra! Opera inedita. Romanzo storico ambientato nella Francia del 1914, all’inizio della Prima Guerra Mondiale. L’opera, mai pubblicata in libro, è costruita e trascritta dal romanzo originale, pubblicato unicamente a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia, nel 1914. Dopo cento anni riprende vita in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori.
Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno.
Pagine 954 – Prezzo di copertina € 26,00
Luigi Natoli: Il Vespro siciliano. Romanzo storico ambientato nella Sicilia del 1282, al tempo della famosa rivoluzione. Restaurato dal titolo all'indice, l'opera è la fedele riproduzione del romanzo originale pubblicato in dispense con la casa editrice La Gutemberg nel 1915.
Pagine 945 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno

I volumi sono disponibili: 
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia)
Su Amazon Prime e tutti gli store oline. 
In libreria presso: 
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102) 

Alla guerra! Il romanzo di Luigi Natoli pubblicato per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini Editori dopo cento anni

Alla guerra!... è il romanzo storico di Luigi Natoli, che nasce come romanzo di appendice del Giornale di Sicilia, pubblicato in 204 puntate dal 19 ottobre 1914 e che dopo cento anni, in occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale, è pubblicato per la prima volta in unico volume (ben 950 pagine) da I Buoni Cugini Editori, con la copertina e le illustrazioni di Niccolò Pizzorno.
A differenza di tutti gli altri romanzi del grande scrittore e storiografo palermitano, Alla guerra! è ambientato nel Belgio e nella Francia del luglio 1914, improvvisamente invasi dal Kaiser Guglielmo II, la cui libertà è difesa dai giovani soldati che lasciano la loro vita per il proprio paese e che mettono al di sopra di tutto il motto: "Più in alto delle nostre vite c’è la Francia e il nostro onore!...".
In questo grande romanzo, l'autore descrive in modo quasi vissuto gli orrori della guerra, visti dagli occhi dei soldati, dei civili e soprattutto delle donne, spesso violate e uccise dai soldati tedeschi: "Nessun soldato aveva sofferto la più lieve punizione pei ladronecci, per gli incendi, per gli stupri, per gli assassini, per tutte le barbarie, per tutte le ferocie commesse, che disonoravano non solo la Germania ma l’uomo". 
Le scene orribili, le stragi, sono menzionate con estrema poesia, in un linguaggio attuale più che mai; la morte, vissuta attimo per attimo, l'amore per la famiglia, per la madre lontana, "regnano" in tutto il romanzo. "Tramontava. Un tramonto triste, fosco nel quale le nebbie rosseggiavano, e qualche raggio di sole che rompeva le nubi, pareva uno zampillo di sangue. Il sangue della Francia che gemeva ancora sotto l'immane guerra".
Nel terribile quadro della prima guerra mondiale dipinto da Luigi Natoli, vivono i protagonisti della storia: Guy e la sorella Bianca Vandois, il professore Benoist e il suo cinico amico dal cuore d'oro Michaud: "Appunto, madamigella, le più grandi consolazioni che m'ha dato la famiglia sono state queste, di non averla avuta mai!", il tedesco Fritz Wherther; intorno a loro la sofferenza e la morte dei tanti giovani che per la Francia sacrificarono la loro vita. Inizia con una marcia notturna:
"La pattuglia precedeva di circa cento metri la compagnia d’avanguardia della colonna uscita da Givet; aveva oltrepassato Notre Dame, valicato l’Huille e percorreva lo stradale, diretta a Rochefort. Era una notte senza stelle. Le nubi coprivano il cielo; nubi grigie, quasi nere, pesanti, dalle quali ogni tanto qualche goccia cadeva sul volto dei soldati. Per un pezzo marciarono in silenzio, coi fucili capovolti, infilati al braccio per la cinghia, o tenuti su la spalla per la canna. Di tanto in tanto bisbigliavano fra loro. Quando furon lontani dalle case, uno di essi cominciò a canticchiare qualche aria popolare del suo paese nativo; un dolce e tenero sospiro d’amore; forse eco inconsapevole di memorie e ricordi, che gli si ridestavano e affollavano nell’anima vagante verso una casa lontana, fra un gruppo di olmi e di ontani, in una campagna verde e soleggiata. E intanto i piedi andavano al ritmo del passo, appesantito dallo zaino ricolmo, per una strada ignota."
L'estrema nitidezza della lettura, dalla quale traspare la commozione dell'autore, mette in evidenza i dolorosi momenti vissuti dai soldati francesi e dalle loro famiglie, come la partenza per la guerra dalla stazione di Parigi: "Erano sicuri tutti di ritornare; andavano alla guerra, per prepararsi a quelle nozze con l’immaginaria Coletta: ma forse ognuno aveva la sua Coletta nel villaggio nativo, o al sesto piano del grande casamento del sobborgo; se non che tutte diventavano un’amante sola, che non piangeva, poiché s’andava a combattere contro i tedeschi, per la terra di Francia. A ogni strofa, seguiva uno scoppio di evviva, di urla, di risa, di motti, che pareva lo scatenarsi di una gioconda tempesta; e sopraffaceva, stordiva le anime dolenti; talvolta grida, risa, canti confondendosi, empivano la tettoia, mescolandosi al soffio delle macchine sotto pressione. Al segno della partenza gli addii si moltiplicarono; le mani stese dagli sportelli strinsero le mani che si porgevano dal marciapiede; alcuni si aggrappavano sui predellini per dare un ultimo bacio o un’ultima raccomandazione; delle mani commosse inviavano e si scambiavano baci, sventolavano fazzoletti; poi mentre il treno si muoveva lentamente, una voce vincendo la commozione gridò: Viva la Francia!"


Luigi Natoli: Alla guerra! Romanzo storico ambientato nel Belgio e nella Francia della prima guerra mondiale, pubblicato in appendice al Giornale di Sicilia nell'ottobre del 1914. Per la prima volta raccolto in unico volume ad opera de I Buoni Cugini Editori. 
Pagine 954 - Prezzo di copertina € 26,00
Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno

Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it. Consegna gratuita a Palermo. Consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia. Per ordinare puoi scrivere alla mail ibuonicugini@libero.it
Tutti i volumi sono disponibili online su Amazon Prime, Feltrinelli/Ibs e tutti gli store.
Disponibili in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)


lunedì 27 aprile 2026

Luigi Natoli: 27 aprile 1860. Moriva Francesco Riso, il cui martirio segnò la caduta dei Borboni e l'Unità della Patria. Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860



Il 27 aprile moriva Francesco Riso. Trasportato sopra un carretto all'ospedale, vi subiva un primo interrogatorio dal commissario di polizia Carrega, che al cavaliere Balsano, deputato del pio luogo, testimoniava essersi il Riso “battuto come un leone”. Interrogato il domani dal giudice Uzzo, onesto magistrato, serbò il silenzio: la polizia tentò aver nelle mani il ferito, per sottoporlo chi sa a quali torture, non l’ebbe per la ferma resistenza di quei sanitari. Ciò non distolse il Maniscalco dal tormentare il Riso, non solo con gli inter­rogatori processuali, ma con mentite promesse e tristi lusinghe di liberargli il padre, già fucilato. E il 16 lo sottopose a lungo stanchevole esame, in segreto; col quale fece di poi compilare in ufficio un verbale dal giu­dice Prestipino, uomo di pochi scrupoli, sostituito all'Uzzo, giudicato onesto: il qual verbale allora e poi, diffusa ad arte la voce di gravi rivelazioni, offuscando il nome dell'eroico popolano, servì a discreditare gli uomini della rivoluzione.
Il Riso ebbe sentore delle dicerie, e qualche giorno prima di morire, se ne dolse amaramente, dicendole infamie; e si afferma aver richiesto una pistola per uccidere Maniscalco appena ripresentatosi. Ora, poichè, non ostante un vano divieto, del processo furono già estratte alcune copie, e qualcuna pubblicata, non sarà inutile fermarsi a parlarne con serenità. Gli interro­gatori che figurano nel processo sono tre: il primo è del 5 aprile, e il Riso serbò un rigoroso silenzio; l'ul­timo è del 17, compilato, cioè, dopo il colloquio col Ma­niscalco dal giudice Prestipino, per ordine del governo, come si rileva da una lettera del luogotenente generale dello stesso 17. Ora tra la relazione del direttore di polizia, riprodotta nella citata lettera, e il verbale del giudice Prestipino vi sono notevoli differenze: e soltanto si accordano nei nomi dei creduti componenti del comi­tato segreto; i quali, si noti bene, erano già noti alla polizia, ed erano quelli delle persone arrestate già fra il 7 e il 12, prima ancora, cioè, che il Riso avesse fatte le volute rivelazioni. Nessun altro nome vi figura; pure il Riso avrebbe potuto denunziare il Bruno-Gior­dano, il Tondù, i De Benedetto, il Marinuzzi, il Corteg­giani, l'Albanese, avrebbe potuto rivelare come e dove s'eran preparate le armi; avrebbe potuto dire il nome di chi aveva ferito il Direttore di Polizia. Le rivela­zioni non aggiungevano nulla a ciò che la polizia sapeva da altre fonti; e principalmente da G. Battista d'Angelo uno dei congiurati, che, preso il 4, non resistendo alle torture, fece propalazioni, indicò dov'erano nascoste le armi, fu cagione che la polizia mettesse a prezzo la testa del Bruno; e di lì a non molto fu trovato impic­cato alla inferriata del carcere. Rimorso o giustizia.
Il documento e per le singolari condizioni onde venne redatto, e per la mancanza di forme legali e soprattutto della firma dell'interrogato, che pur sapeva leg­gere e scrivere, dà adito a non ingiustificati sospetti sulla sua autenticità e veridicità, in un tempo in cui la polizia creava anche documenti; e con uomini, conte il Maniscalco, che anelavano raccogliere prove o fabbri­carne, per procedere con estremi rigori contro gli arre­stati, e segnatamente i nobili.

Ho voluto indugiare su queste accuse per scrupo­losità di storico, e per ristabilire la verità; non sti­mando equo, per altro, il rigido giudizio di chi, credendo alle confessioni del Riso od esagerandone la portata, vorrebbe anche disconoscerne il sacrificio. Nessuno di coloro che all'ospedale gli stettero vicini lo credette pro­palatore, anzi il cav. Balsano, il cappellano Chiarenza e i medici curanti, che avevano stabilito intorno al ferito un servizio di quasi spionaggio, negano con testi­monianze scritte, che il Riso abbia fatto le rivelazioni che gli si attribuiscono.
La città, più sicura nei giudizi, ne pianse la morte, e allora e poi l'onorò pel martirio, che segnò la irre­vocabile caduta dei Borboni e l'unità della patria.

A FRANCESCO RISO
ED AI PRODI
CHE LA RIVOLUZIONE ITALIANA IN SICILIA
IL 4 APRILE 1860
IN QUESTO LUOGO INIZIARONO

LA SOCIETA' NAZIONALE ITALIANA
IN PALERMO
IL 4 APRILE 1861



Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento.
Il volume raccoglie gli scritti:
Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" (I Buoni Cugini editori)
La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI)
I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931)
Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
Pagine 544 - Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia)
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