lunedì 4 maggio 2026

Luigi Natoli: Accanto a loro camminavano le madri, nessuna piangeva... Tratto da: Donne e rivoluzioni. Raccolta di scritti sulle donne nelle rivoluzioni siciliane

«Ho visto alcuni di questi ragazzi compiere prodigi di valore a Milazzo, formatene un battaglione per condurlo alla guerra». 
Come quei giovani seppero che il Generale li conduceva alla guerra, levarono un urlo di gioia entusiastica che fece fremere la piazza. Venne il giorno dell’imbarco. Il battaglione scelto fra i più adulti, si avviò al molo. Quei giovanetti, tre mesi innanzi monelli nudi, laceri, precocemente viziosi, venivano in colonna, con la musica in testa, a bandiera spiegata, dritti, sorridenti, baldi, con quell’aria di fierezza conquistatrice, che è proprio dell’indole siciliana. 
Era un battaglione di ragazzi, e pareva un esercito di giganti. Avevano la prodezza degli eroi antichi, lo spirito avventuroso dei cavalieri erranti, la fede dei crociati. 
Ma accanto a loro camminavano le madri, alcune giovani, altre vecchie: accompagnavano al molo i figliuoli che andavano a combattere la guerra santa: nessuna piangeva; avevano gli occhi umidi e il volto pallido; le loro labbra tremavano; ma non tremava l’anima. Quando fu l’ora dell’imbarco, abbracciarono quei soldati di sedici anni. 
Gli abbracci furono lunghi e intensi, come di gente che sa di non rivedersi più; vi furono madri pie che appesero al collo dei figliuoli medaglie benedette; altre cacciarono nelle loro tasche santini miracolosi; ma nessuna debolezza, nessun singhiozzo, nessun lamento. 
Quando le navi lasciarono il lido, quelle madri ritornarono meste e silenziose, ma forti, alle loro case. Gli astanti piangevano, e a quello spettacolo sublime di eroismo antico, piangevano i forti soldati di Varese e di Calatafimi. 
Non erano che povere donne del volgo, incolte, rozze... e furono grandi; e forse l’esempio della loro grandezza infuse nell’animo di quei giovinetti audacia incomparabile. 
Di quel battaglione pochi tornarono alle case; giacquero gli altri su le contese rive del Volturno. 
Così i miracoli antichi, magnificati dalla retorica convenzionale delle storie che ignorano il presente, si rinnovarono; e le povere e sconosciute popolane di Palermo assursero a canto delle madri spartane. 
Quando nel tempio di S. Domenico, veggo tra i monumenti dei figli, biancheggiare nel marmo le fattezze della madre dei De Benedetto, che, emula di Adelaide Cairoli, vide cadere i suoi figli per la redenzione della patria, io penso alle povere popolane e mormoro:
- O nobile signora, voi non foste sola nella magnanimità virtù del sacrifizio! 
(Nella foto la Cappella dei De Benedetto, nel Pantheon di San Domenico - Palermo). 



Luigi Natoli: Donne e rivoluzioni. Raccolta di scritti sulle donne nelle rivoluzioni siciliane.
La raccolta, che mette al centro la figura della donna nel Risorgimento siciliano, comprende:
La conferenza "Donne e rivoluzioni" tenuta il 12 gennaio 1895 nella Reale Scuola Normale Superiore Femminile "Regina Margherita" in occasione dell'anniversario della rivoluzione del 12 gennaio 1848, pubblicata nello stesso anno con la Tipografia Barravecchia e Figlio di Palermo.
-) L'articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia il 4 luglio 1910 "L'eroina del 12 gennaio" su Santa Diliberto coniugata Miloro.
-) L'articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia il 19 agosto 1910 su "Le donne nella rivoluzione del 1860".
-) L'articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia il 26 agosto 1910 su Lucia Salvo, detta "Lucia la siracusana"
-) L'articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia l'8 settembre 1910 su Peppa la barcellonese.
In appendice i testi integrali delle poesie citate da Luigi Natoli con una breve biografia delle poetesse Giuseppina Turrisi-Colonna, Lauretta Li Greci e Concettina Ramondetta Fileti e dal volume Strenna pel 12 gennaro 1849, sempre citato dall'autore, il testo Su gli asili infantili di Concetta Strina, dove è spiegato il nobile scopo della Legione delle Pie Sorelle.
Il libro è corredato da una piccola galleria fotografica.
Pagine 145 - Prezzo di copertina euro 15,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Il volume è disponibile:
-) dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia).
-) su tutti gli store online.
-) In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour).

Luigi Natoli: Gli schiavi si sono ribellati! Tratto da: Gli schiavi. Romanzo storico siciliano ambientato nel 102 a.C., al tempo della seconda guerra servile di Sicilia


Il gesto inusitato stupì il custode: Elio approfittò di quell’istante per strappargli il bastone, e alla sua volta minacciare il custode.
- È tempo di finirla! – esclamò.
Le grida, il gesto, attirarono l’attenzione dei servi più vicini. Accorsero: quell’ultima esclamazione parve il segnale atteso. Cominciarono a gridare anch’essi, a chiamare i più lontani. Accorsero anche gli altri custodi, cercando di respingere gli schiavi al lavoro a colpi di bastone, che produssero naturalmente uno sbandamento. Ma Elio capì che non bisognava lasciarsi sfuggire quel momento; che bisognava incitare i compagni, incoraggiarli con un esempio. Si diede a bastonare il custode, gridando:
- Avanti, avanti! Compagni, non fuggite!... Disarmateli!...
Il custode, tramortito da una randellata sul capo, cadde; la sua caduta, la vista del sangue, poterono più che le esortazioni di Elio; i servi si rovesciarono sui custodi, che, spaventati, si diedero alla fuga; alcuni furono raggiunti e caddero: furono finiti a colpi di bastone. Era il primo passo.
- Atenione! Atenione!...
Atenione già accorreva, chiamato dal tumulto; accorrevano gli schiavi che lavoravano più lontani, trascinando le catene. Il Cilicio vide quei tre o quattro custodi per terra sanguinosi; gli parve manifesta volontà degli Dei, levò alte le mani verso il cielo, ed esclamò:
- Oh Giove Liberatore!... Noi appenderemo al tuo tempio le nostre catene infrante.
E afferrato uno degli schiavi che portavano la catena ai piedi, con un sasso ne percosse fieramente gli anelli nel punto che li congiungeva ai cerchi, spezzandoli. Lo schiavo, libero, levò in mano la catena e allora gli altri cominciarono febbrilmente a spezzare i ferri; gli anelli si aprivano, le catene cadevano, fra le grida di gioia; e quei segni di servitù erano levati in alto trionfalmente, come se già con questo fosse conquistata e assicurata la libertà. Atenione veniva acclamato capo.
Intanto i custodi fuggiti erano corsi in casa, ad annunziare la rivolta a Caio Cecilio.
Stava egli col figlio Manlio discorrendo con alcuni clienti nel suo tablinio(73), ma all’entrare improvviso dei custodi, balzò in piedi gridando fra il rimprovero e la paura:
- Che? Che modo è questo di entrare?
- Gli schiavi si sono ribellati!...
- Hanno ucciso quanti custodi hanno trovato! Bisogna salvarsi!
La vista di Atenione, che pareva arringasse la folla, lo illuse. Certo, pensò, Atenione tratteneva i servi, e li esortava a ritornare tranquillamente al lavoro; ma quando questi scorsero Caio Cecilio armato e seguìto da armati, levarono alte grida selvagge; e Atenione, innanzi a tutti, scotendo le catene spezzate, si mosse contro di lui esclamando:
- O Caio Cecilio, or non è più tempo di violenze: deponi quelle armi e dacci la libertà.
- Ti darò la croce! – proruppe il cavaliere inviperito – Ti darò la croce, che gli Dei dell’Inferno non ti aiutino!
E si slanciò contro Atenione; ma si trovò dinanzi Elio: Elio, che aveva con uno scarto tolto Atenione, e si offriva in sua vece. Agli occhi suoi in quell’istante era apparsa Cecilia, che implorava grazia pel padre; e non poteva inveire contro di lui.
- Caio Cecilio! – disse. – Non opporti a ciò che ti domanda Atenione; libera questa gente; risparmiati la vendetta che gli Dei fomentano nei loro cuori…
- Va’ a fare l’avvocato di costoro nel Tartaro(74)! – gridò Caio Cecilio.
Nel contempo Manlio esclamò:
- Questo parlerà meglio di te!
E gli lanciò il giavellotto che aveva in mano. Elio fu lesto a farsi da canto, e il giavellotto colpì uno schiavo. Fu il segno di un assalto generale. Gli schiavi, con una fitta sassaiola, e coi frammenti delle catene, contro le spade e le lance, impedivano a Caio Cecilio e ai suoi di avanzare. Una sassata fracassò la mascella a Manlio e lo rovesciò a terra.
- Ah, maledetti! – urlò Caio Cecilio, credendo il figlio ucciso; e si chinò per sollevarlo, ma i suoi armati vedendolo piegarsi, ed essendo malconci e smarriti dalla sassaiuola, pensarono a mettersi in salvo, e fuggirono. Con un urlo di trionfo i ribelli si lanciarono sui caduti.
- A morte! A morte!
Caio Cecilio si rizzò in piedi.
- A morte! Sì!
E si fece largo con la spada; ma colpito alla testa si abbattè sul figlio. Uno schiavo gli fu sopra, gli strappò la spada, gliela affondò nella gola e gli altri, ubbriacati dalla vista del sangue, contendendosi le armi, con bastoni, con sassi, con le maglie delle catene, si gittarono sui caduti a tempestarli, dilaniarli. Fu un massacro tremendamente feroce. Ognuno aveva un torto, una violenza, un castigo da vendicare. L’odio, accumulatosi da anni, finalmente erompeva senza pietà: ogni braccio colpiva con una voluttà selvaggia.
Una voce gridò:
- Alla casa di Caio Cecilio!
- Sì, sì! Alla casa!
Quella cinquantina di belve, lorde di sangue, sitibonde di nuove stragi, urlando, si mossero verso la villa.
Nella casa v’era una aspettazione irrequieta: gli schiavi si guardavano fra loro, in silenzio; le ancelle si affacciavano a spiare; Chira, con le nari dilatate, come se aspirasse l’odore della strage, non poteva star ferma. Si aggirava per l’atrio, guardando le stanze, dove Cecilia con la madre e la nutrice s’erano chiuse, pallide, spaventate e ansiose di notizie. Chira andava e veniva dinanzi a quelle stanze, come una tigre intorno alla muraglia di uno stabbio, affacciandosi ogni tanto e guardando i vari gruppi di schiavi, che discorrevano fra loro a voce bassa.
Che cosa facevano? Che aspettavano? Perché non si sollevavano anch’essi, e non correvano in aiuto dei compagni? Avevano paura? Volevano schierarsi dalla parte di Caio Cecilio? Non avevano nulla da vendicare? Lei, sì; lei covava nel profondo del cuore un odio mortale contro Cecilia.
In quel momento giungeva nella casa Atenione, e l’aria fu percossa dal grido dei ribelli, che lo acclamavano re...



Luigi Natoli: Gli schiavi. Romanzo storico siciliano ambientato nella Sicilia del 102 a.C., al tempo della seconda guerra servile.
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato con la casa editrice Sonzogno nel 1935. 
Copertina di Niccolò Pizzorno - Prezzo di copertina € 22,00
Il volume è disponibile: 
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia. Si può ordinare anche dalla mail ibuonicugini@libero.it)
Su tutti gli store online. 
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102) 

martedì 28 aprile 2026

Luigi Natoli e i due romanzi Il Vespro siciliano e Alla guerra!: stessi atti di ferocia commessi dai francesi nel 1282 e dai tedeschi nel 1914

Luigi Natoli dal 17 ottobre 1914 al 9 ottobre 1915, pubblica in 204 puntate in appendice al Giornale di Sicilia il romanzo Alla Guerra! (pubblicato per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori nel 2014). Il romanzo non è ambientato in Sicilia, ma nella Francia e nel Belgio invasi dalla Germania. 
Nello stesso periodo riprende “Il Vespro siciliano” che pubblica nel 1915 in dispense con la casa editrice La Gutemberg, in una versione “riveduta, corretta, rifatta, ampliata, aggiunta”. Perché?
L’autore nota diverse similitudini tra i fatti storici narrati: l’invasione della Sicilia da parte dei francesi nel 1269 e l’invasione del Belgio da parte dell’esercito tedesco nel 1914. E conclude con la nota numero sette (soppressa nelle precedenti edizioni) la descrizione della strage di Agosta: Questo commisero nel duecento, tempi di ferocia, Francesi e Provenzali ad Agosta; questo han commesso nel novecento, tempi di civiltà, i soldati della civilissima Germania nel Belgio, in nome del loro “vecchio Dio!”
Nel romanzo Alla guerra! tanti sono i tragici episodi descritti dall’autore durante l’invasione tedesca, a partire dalla presa di Charleroi. “Grosse pattuglie percorrevano le strade ingombre di macerie, di mobili fracassati, di cadaveri, che non si era avuto il tempo di portar via: coi calci dei fucili percotevano le porte chiuse; più spesso le atterravano: gli ufficiali con le rivoltelle in pugno, i soldati coi fucili spianati, gridando minacciosamente entravano; frugavano perfino sotto i letti, dentro i grandi armadi, dentri i camini! scassinavano i mobili a colpi di baionetta, intascavano quel che trovavano; intanto che l’ufficiale o un sottoufficiale interrogava minacciando, i poveri abitanti, per lo più donne, vecchi e fanciulli, raccolti in una stanza atterriti e tremanti”.
Il furto del cibo ai civili: “C’era però qualche cosa da portar via negli armadi, nelle casse, nella credenza!... Chi giungeva pel primo prendeva. Quei poveri soldati avevan sempre fame e sete; dovunque assalivano prima di tutto le credenze e le cantine; e avevan le tasche ampie; come i loro stomachi: c’entrava sempre roba!... Quella che non c’entrava si rompeva, si lacerava, si bruciava, si distruggeva. Bisognava far sentire a Charleroi quanto pesasse il pugno tedesco in collera: Charleroi aveva per due giorni infranti gli sforzi tedeschi, e meritava una punizione. Tutta la città ancora fumante, era in-vasa da orde di saccheggiatori: qua e là rimbombavano colpi di fucile o di rivoltella: un francese scovato? No: qualche borghese che aveva protestato; qualche donna che aveva forse difeso il suo pudore. Un colpo, e via!... Le case erano molte, e c’era da lavorare. Le fatiche del combattimento non avevano spossati i saccheggiatori”.
Proprio come facevano a Palermo i cuochi al servizio di messer Giustiziere: “Il cuoco non andava mai al mercato dove si trovava la roba vendereccia, ma ogni mattina, accompagnato da guardie, si recava in casa di questo o di quel cittadino, prendeva senza cerimonie i migliori polli, la migliore selvaggina, i più teneri agnelli, le paste più delicate per la mensa di messer Giustiziere. Pagare? No: ai cittadini, di qualunque ceto o ricchezza fossero, doveva bastare l’onore di servire monsignor di Saint-Remy. L’eccellente cuoco entrava, portava via senza neppur salutare: talvolta si degnava di ingiuriare i “paterini”, se non si mostravano solleciti o soddisfatti. Di ribellarsi al latrocinio non si parlava; le guardie che accompagnavano il cuoco, oltre a rubare la loro parte, avevano il compito di bastonare chi osasse ribellarsi. Quanto ai vini, li fornivano le cantine dei migliori produttori del Vallo, coi metodi medesimi”
E le violenze sulle donne dei soldati tedeschi: “Le donne non capivano il tedesco: videro il sergente e i soldati avvicinarsi e stesero le mani supplichevoli. Il sergente, forse per veder meglio, prese per le braccia una giovinetta, e la tirò da parte; francesi non ce n’erano; ma quella giovinetta era così graziosa nel suo terrore!... E il sergente era così allegro!... e i suoi nervi così eccitati... Se la prese fra le avide braccia, e la rovesciò per terra. Allora, come un branco di lupi, quei soldati, si gittarono sulle donne. Grida, gemiti, lotte brevi, rapide, di corpi che tentavano disperatamente divincolarsi dalle strette bestiali; un ansare mo-struoso; un percotere di pugni feroci, per abbattere le resistenze. La bestia concupiscente trionfava...
Rossi, con le nari dilatate, ancora ansanti, lasciavan la preda abbandonata per terra, priva di sensi; sopra la quale altri si gittavano, come assetati a una fonte di acqua. Una fanciulla era morta: aveva il petto squarciato da un colpo di baionetta; il sangue che le sgorgava su le vesti scomposte, non aveva impedito la profanazione.
Il sottotenente non aveva detto una parola. Aveva alzato le spalle, bisognava pure che quei poveri ragazzi, che avevan combattuto da tre giorni, trovassero uno svago. Un soldato gli aveva offerto una fanciulletta di quindici anni, che pareva un giglio; ma egli non aveva nessuna voglia. Aveva rifiutato”.
Sono uguali a quelle compiute dai soldati francesi nella strage di Agosta: “Cominciò un’opera orrenda. Allo squassare delle torce, delle quali il vento torceva e soffocava le fiamme, quelle torme avide di sangue e di stragi, armate di spade, scuri, picche, si lanciavano all’assalto delle case, al grido di guerra: Monjoie! Abbattevano le porte, salivano nelle stanze, ferivano, uccidevano ciecamente e pazzamente. Sorpresi, seminudi, sparsi per le case, gli Agostani non rendendosi ancora conto di come il nemico fosse entrato; presi da terrore, non combattevano, non fuggivano; il ferro nemico li coglieva nello stupore, inermi e smarriti. Scampo non v’era. L’ordine di Re Carlo era preciso: nessun agostano doveva sopravvivere, ma tutti dovevano essere passati a fil di spada. Con acute e pazze grida di terrore donne e uomini di ogni età ed ogni condizione cercavano di sottrarsi alla fuga con la morte; scansavano un branco di belve umane e cadevano in un altro; e presi fra due bande erano trucidati, fatti a pezzi, per voluttà rabbiosa di sangue, non per necessità di guerra. Soltanto le giovani donne e belle stornavano per un momento la ferocia delle armi, ma per un maggiore scempio. Tre o quattro soldati si gettavano sopra una fanciulla, la trascinavano sugli altari, la violavano, ne facevano strazio; l’ultimo, satollata la libidine, la scannava lì, sull’altare profanato. Strappavano i fanciulli alle madri e li sgozzavano, e recidevano le innocenti teste e se le palleggiavano orrendamente! Questa gente che il papa aveva benedetto e assolto da ogni peccato; e che serviva la Chiesa e Dio!”
Invitiamo il lettore a leggere entrambi i romanzi per scoprire il continuo paragone che l’autore fa tra la crudeltà francese del 1282 e quella tedesca del 1914, evidenziandole con le note sul Vespro siciliano, in una delle quali si esprime così: “I tedeschi d’oggi pur troppo dimostrano che queste predonerie non si compievano soltanto in quei tempi semibarbari!...”


Luigi Natoli: Alla guerra! Opera inedita. Romanzo storico ambientato nella Francia del 1914, all’inizio della Prima Guerra Mondiale. L’opera, mai pubblicata in libro, è costruita e trascritta dal romanzo originale, pubblicato unicamente a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia, nel 1914. Dopo cento anni riprende vita in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori.
Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno.
Pagine 954 – Prezzo di copertina € 26,00
Luigi Natoli: Il Vespro siciliano. Romanzo storico ambientato nella Sicilia del 1282, al tempo della famosa rivoluzione. Restaurato dal titolo all'indice, l'opera è la fedele riproduzione del romanzo originale pubblicato in dispense con la casa editrice La Gutemberg nel 1915.
Pagine 945 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno

I volumi sono disponibili: 
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia)
Su Amazon Prime e tutti gli store oline. 
In libreria presso: 
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102) 

Alla guerra! Il romanzo di Luigi Natoli pubblicato per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini Editori dopo cento anni

Alla guerra!... è il romanzo storico di Luigi Natoli, che nasce come romanzo di appendice del Giornale di Sicilia, pubblicato in 204 puntate dal 19 ottobre 1914 e che dopo cento anni, in occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale, è pubblicato per la prima volta in unico volume (ben 950 pagine) da I Buoni Cugini Editori, con la copertina e le illustrazioni di Niccolò Pizzorno.
A differenza di tutti gli altri romanzi del grande scrittore e storiografo palermitano, Alla guerra! è ambientato nel Belgio e nella Francia del luglio 1914, improvvisamente invasi dal Kaiser Guglielmo II, la cui libertà è difesa dai giovani soldati che lasciano la loro vita per il proprio paese e che mettono al di sopra di tutto il motto: "Più in alto delle nostre vite c’è la Francia e il nostro onore!...".
In questo grande romanzo, l'autore descrive in modo quasi vissuto gli orrori della guerra, visti dagli occhi dei soldati, dei civili e soprattutto delle donne, spesso violate e uccise dai soldati tedeschi: "Nessun soldato aveva sofferto la più lieve punizione pei ladronecci, per gli incendi, per gli stupri, per gli assassini, per tutte le barbarie, per tutte le ferocie commesse, che disonoravano non solo la Germania ma l’uomo". 
Le scene orribili, le stragi, sono menzionate con estrema poesia, in un linguaggio attuale più che mai; la morte, vissuta attimo per attimo, l'amore per la famiglia, per la madre lontana, "regnano" in tutto il romanzo. "Tramontava. Un tramonto triste, fosco nel quale le nebbie rosseggiavano, e qualche raggio di sole che rompeva le nubi, pareva uno zampillo di sangue. Il sangue della Francia che gemeva ancora sotto l'immane guerra".
Nel terribile quadro della prima guerra mondiale dipinto da Luigi Natoli, vivono i protagonisti della storia: Guy e la sorella Bianca Vandois, il professore Benoist e il suo cinico amico dal cuore d'oro Michaud: "Appunto, madamigella, le più grandi consolazioni che m'ha dato la famiglia sono state queste, di non averla avuta mai!", il tedesco Fritz Wherther; intorno a loro la sofferenza e la morte dei tanti giovani che per la Francia sacrificarono la loro vita. Inizia con una marcia notturna:
"La pattuglia precedeva di circa cento metri la compagnia d’avanguardia della colonna uscita da Givet; aveva oltrepassato Notre Dame, valicato l’Huille e percorreva lo stradale, diretta a Rochefort. Era una notte senza stelle. Le nubi coprivano il cielo; nubi grigie, quasi nere, pesanti, dalle quali ogni tanto qualche goccia cadeva sul volto dei soldati. Per un pezzo marciarono in silenzio, coi fucili capovolti, infilati al braccio per la cinghia, o tenuti su la spalla per la canna. Di tanto in tanto bisbigliavano fra loro. Quando furon lontani dalle case, uno di essi cominciò a canticchiare qualche aria popolare del suo paese nativo; un dolce e tenero sospiro d’amore; forse eco inconsapevole di memorie e ricordi, che gli si ridestavano e affollavano nell’anima vagante verso una casa lontana, fra un gruppo di olmi e di ontani, in una campagna verde e soleggiata. E intanto i piedi andavano al ritmo del passo, appesantito dallo zaino ricolmo, per una strada ignota."
L'estrema nitidezza della lettura, dalla quale traspare la commozione dell'autore, mette in evidenza i dolorosi momenti vissuti dai soldati francesi e dalle loro famiglie, come la partenza per la guerra dalla stazione di Parigi: "Erano sicuri tutti di ritornare; andavano alla guerra, per prepararsi a quelle nozze con l’immaginaria Coletta: ma forse ognuno aveva la sua Coletta nel villaggio nativo, o al sesto piano del grande casamento del sobborgo; se non che tutte diventavano un’amante sola, che non piangeva, poiché s’andava a combattere contro i tedeschi, per la terra di Francia. A ogni strofa, seguiva uno scoppio di evviva, di urla, di risa, di motti, che pareva lo scatenarsi di una gioconda tempesta; e sopraffaceva, stordiva le anime dolenti; talvolta grida, risa, canti confondendosi, empivano la tettoia, mescolandosi al soffio delle macchine sotto pressione. Al segno della partenza gli addii si moltiplicarono; le mani stese dagli sportelli strinsero le mani che si porgevano dal marciapiede; alcuni si aggrappavano sui predellini per dare un ultimo bacio o un’ultima raccomandazione; delle mani commosse inviavano e si scambiavano baci, sventolavano fazzoletti; poi mentre il treno si muoveva lentamente, una voce vincendo la commozione gridò: Viva la Francia!"


Luigi Natoli: Alla guerra! Romanzo storico ambientato nel Belgio e nella Francia della prima guerra mondiale, pubblicato in appendice al Giornale di Sicilia nell'ottobre del 1914. Per la prima volta raccolto in unico volume ad opera de I Buoni Cugini Editori. 
Pagine 954 - Prezzo di copertina € 26,00
Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno

Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it. Consegna gratuita a Palermo. Consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia. Per ordinare puoi scrivere alla mail ibuonicugini@libero.it
Tutti i volumi sono disponibili online su Amazon Prime, Feltrinelli/Ibs e tutti gli store.
Disponibili in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)


lunedì 27 aprile 2026

Luigi Natoli: 27 aprile 1860. Moriva Francesco Riso, il cui martirio segnò la caduta dei Borboni e l'Unità della Patria. Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860



Il 27 aprile moriva Francesco Riso. Trasportato sopra un carretto all'ospedale, vi subiva un primo interrogatorio dal commissario di polizia Carrega, che al cavaliere Balsano, deputato del pio luogo, testimoniava essersi il Riso “battuto come un leone”. Interrogato il domani dal giudice Uzzo, onesto magistrato, serbò il silenzio: la polizia tentò aver nelle mani il ferito, per sottoporlo chi sa a quali torture, non l’ebbe per la ferma resistenza di quei sanitari. Ciò non distolse il Maniscalco dal tormentare il Riso, non solo con gli inter­rogatori processuali, ma con mentite promesse e tristi lusinghe di liberargli il padre, già fucilato. E il 16 lo sottopose a lungo stanchevole esame, in segreto; col quale fece di poi compilare in ufficio un verbale dal giu­dice Prestipino, uomo di pochi scrupoli, sostituito all'Uzzo, giudicato onesto: il qual verbale allora e poi, diffusa ad arte la voce di gravi rivelazioni, offuscando il nome dell'eroico popolano, servì a discreditare gli uomini della rivoluzione.
Il Riso ebbe sentore delle dicerie, e qualche giorno prima di morire, se ne dolse amaramente, dicendole infamie; e si afferma aver richiesto una pistola per uccidere Maniscalco appena ripresentatosi. Ora, poichè, non ostante un vano divieto, del processo furono già estratte alcune copie, e qualcuna pubblicata, non sarà inutile fermarsi a parlarne con serenità. Gli interro­gatori che figurano nel processo sono tre: il primo è del 5 aprile, e il Riso serbò un rigoroso silenzio; l'ul­timo è del 17, compilato, cioè, dopo il colloquio col Ma­niscalco dal giudice Prestipino, per ordine del governo, come si rileva da una lettera del luogotenente generale dello stesso 17. Ora tra la relazione del direttore di polizia, riprodotta nella citata lettera, e il verbale del giudice Prestipino vi sono notevoli differenze: e soltanto si accordano nei nomi dei creduti componenti del comi­tato segreto; i quali, si noti bene, erano già noti alla polizia, ed erano quelli delle persone arrestate già fra il 7 e il 12, prima ancora, cioè, che il Riso avesse fatte le volute rivelazioni. Nessun altro nome vi figura; pure il Riso avrebbe potuto denunziare il Bruno-Gior­dano, il Tondù, i De Benedetto, il Marinuzzi, il Corteg­giani, l'Albanese, avrebbe potuto rivelare come e dove s'eran preparate le armi; avrebbe potuto dire il nome di chi aveva ferito il Direttore di Polizia. Le rivela­zioni non aggiungevano nulla a ciò che la polizia sapeva da altre fonti; e principalmente da G. Battista d'Angelo uno dei congiurati, che, preso il 4, non resistendo alle torture, fece propalazioni, indicò dov'erano nascoste le armi, fu cagione che la polizia mettesse a prezzo la testa del Bruno; e di lì a non molto fu trovato impic­cato alla inferriata del carcere. Rimorso o giustizia.
Il documento e per le singolari condizioni onde venne redatto, e per la mancanza di forme legali e soprattutto della firma dell'interrogato, che pur sapeva leg­gere e scrivere, dà adito a non ingiustificati sospetti sulla sua autenticità e veridicità, in un tempo in cui la polizia creava anche documenti; e con uomini, conte il Maniscalco, che anelavano raccogliere prove o fabbri­carne, per procedere con estremi rigori contro gli arre­stati, e segnatamente i nobili.

Ho voluto indugiare su queste accuse per scrupo­losità di storico, e per ristabilire la verità; non sti­mando equo, per altro, il rigido giudizio di chi, credendo alle confessioni del Riso od esagerandone la portata, vorrebbe anche disconoscerne il sacrificio. Nessuno di coloro che all'ospedale gli stettero vicini lo credette pro­palatore, anzi il cav. Balsano, il cappellano Chiarenza e i medici curanti, che avevano stabilito intorno al ferito un servizio di quasi spionaggio, negano con testi­monianze scritte, che il Riso abbia fatto le rivelazioni che gli si attribuiscono.
La città, più sicura nei giudizi, ne pianse la morte, e allora e poi l'onorò pel martirio, che segnò la irre­vocabile caduta dei Borboni e l'unità della patria.

A FRANCESCO RISO
ED AI PRODI
CHE LA RIVOLUZIONE ITALIANA IN SICILIA
IL 4 APRILE 1860
IN QUESTO LUOGO INIZIARONO

LA SOCIETA' NAZIONALE ITALIANA
IN PALERMO
IL 4 APRILE 1861



Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento.
Il volume raccoglie gli scritti:
Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" (I Buoni Cugini editori)
La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910)
Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI)
I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931)
Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
Pagine 544 - Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia)
Disponibile su Amazon Prime, La Feltrinelli.it, Ibs e tutti gli store online.
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro) e nelle migliori librerie.

mercoledì 15 aprile 2026

Luigi Natoli: Qual colpa io commisi per essere guastato e deturpato? Tratto da: Lo Steri. Storie e Leggende volume 1 (Amore e Morte)

Mentre tutto intorno taceva, l’orologio, il grande e mostruoso orologio che la bestialità umana attaccò tra le finestre del magnifico palazzo di Manfredi Chiaramonte, l’orologio batteva mestamente le ore.
Gravava il silenzio luminoso del mezzogiorno; gli alberi del giardino Garibaldi, immobili sotto il sole, non spandevano che una sottile striscia di ombra; l’acqua taceva e le anitre riposavano vinte dal caldo.
Il martello picchiava lento e sonoro sulle campane dell’orologio; i vetri delle finestre lucevano; lo Steri tristo e solitario fra le allegre mura degli alberghi e i toni freschi del fogliame primaverile, guardava e pensava.
Pareva ricercasse l’anima cui confidare i suoi lamenti. Dalle finestre murate, dalle ogive deturpate, dai fregi policromi che ornavano l’arco delle finestre, dai merli, dalle colonne, usciva come una voce di dolore, che librata sulle oscillazioni sonore della campana, si diffondeva intorno, e diffondeva la tristezza.
“Qual colpa – diceva – io commisi, perché la mano dell’uomo mi abbia guastato e deturpato? Son io colpevole di rivolta, come il mio ultimo signore, Andrea Chiaramonte, perché nelle mie sale, fra gli archi del mio atrio, si agiri una folla di gente non ad altro devota che a gittarmi ogni giorno vieppiù nell’ignominia e nella rovina? Ah, quante sciagure ho io vedute e sofferte, e di quante vicende son testimonio. Costà dove ora sorgono alberi dolcemente ombrosi ed aiuole odoranti, era la piazza infame, dove perenne minaccia si levavano le forche per la plebe, il palco pei baroni, il palo per gli eretici!... Ah, il nome del gran redentore dei popoli, il nome di Garibaldi e le sembianze degli apostoli della libertà che si accalcano nel picciolo ma grazioso giardino, non giungono a cancellare i ricordi di sangue e di miserie che sono stampati sulle mie mura; e questi ricordi di miserie e di sangue non affievoliscono, no, le memorie della mia grandezza, e della mia magnificenza!...
“Ah, nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria!... Io non so quale architetto diresse la costruzione di queste mura, né quale artefice intagliò i capitelli, disegnò le ornamenta delle mie finestre, squadrò le travi dei miei soffitti, dipinse le belle storie nei cassettoni della travatura.
“Ben so che la mia grande aula recava intorno le imprese dei maggiori principi della terra, e che i tre monti d’argento di Verelando e Ugo Chiaramonte non impallidivano a canto a l’Aquila d’Aragona e ai Leoni di Castiglia...
“Io ricordo sempre il giorno della mia caduta. Era di maggio, come adesso; il duca di Montblanc, quel goffo, tristo e tortuoso Martino, era col figlio e con la regina Maria entrato in Palermo. Pareva cessata la rivolta; quand’ecco i prezzolati del duca spargono calunniose voci di tradimenti e una ciurmaglia infame si scatena per le vie gridando: «Viva il re e la regina, muoiano i Chiaramonti!» e si scaglia contro di me, invade le stanze, saccheggia, rompe, distrugge i prodotti dell’arte e della saggezza... Più tardi vidi arrestare il mio signor Andrea Chiaramonte, la contessa Isabella, il figliuoletto Giovanni... E per queste sale da quel giorno non risonò più la favella siciliana; nessuno ripetè le vecchie canzoni dell’imperatore; ma la rude ed aspra parola delle montagne catalane, e i ritmi di un poema che i nuovi signori non avevano il diritto di cantare fra le mie mura!...


Luigi Natoli: Amore e morte. Storie e leggende volume 1
Raccolta di Storie e Leggende siciliane pubblicate sul Giornale di Sicilia con pseudonimo di Maurus da febbraio a dicembre del 1889. 
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Il volume è disponibile: 
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo raccomandata postale o corriere in tutta Italia)
Su Amazon Prime e tutti gli store online. 
In libreria presso: 
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour di fronte La Feltrinelli) 
Pagine 386 - Prezzo di copertina € 22,00

Luigi Natoli: Un giovane sconosciuto. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano.

La piazza Marina, così detta perché da prima era seno di mare, da più d’un secolo era prosciugata; essa era chiusa dalla parte di mezzogiorno dalle mura della Kalsa, qua e là abbattute, e dalla parte di levante da uno sprone di terra, (ancor visibile nello stereobate su cui sorgono l’Hotel de France, e il palazzo dell’Intendenza,) il quale finiva sulla Cala, con una chiesa, sotto la quale si agganciava la catena da chiudere il porto; dal che la chiesa prese il nome di S. Maria della Catena.
Questo sprone, nei tempi antichissimi formava un molo naturale, difendeva e proteggeva, il porto profondo, a cui la città doveva il suo nome greco: Panormo (tutto porto). Dalla parte esterna, sul mare, al limite del quartiere arabo della Kalsa, e cioè dove ora corre la via Butera, su questo sprone era un borgo di Greci, con la loro chiesa di S. Nicolò. Da loro prese il nome la porta, che, rifatta, serba fino ad oggi il nome di Porta dei Greci.
La piazza Marina era dunque compresa fra questo sprone più elevato, la parte alta della Kalsa, e giungeva fin presso allo sbocco della via del Parlamento, comprendendo la via Bottai e l’area del palazzo delle Finanze; il porto, dal lato ove è la chiesa di S. Sebastiano, penetrava ancora un po’ di più, e giungeva fino all’Arsenale, il Tercianatus dei vecchi documenti, che ha lasciato il nome alla piazzetta di Terzana.
Sullo sprone non v’erano edifici notevoli, salvo che lo Steri, l’antica e nobile dimora dei Chiaramonte, accanto a cui la casa men bella dei conti di Cammarata e la chiesa di S. Maria della Catena.
Dietro lo Steri sorgevano la chiesetta di S. Antonio, ancora esistente, e la chiesa di S. Nicolò, or da un secolo circa distrutta.
Le altre case intorno eran piccole dimore, frammezzate da orti e giardini, tra i quali, dalla parte opposta allo Steri, sorgeva nella sua bella architettura ogiva la chiesa di S. Francesco dei Chiovari e accanto a essa si innalzava bruna, massiccia , fiera nei suoi merli, con finestrette simili a feritoie, la torre di Maniace o volgarmente di Manau.
Fra quelle case v’era qualche taverna, sulla cui porta una fronda di alloro rinsecchita serviva d’insegna.
L’erba cresceva nella piazza; e delle capre dal pelo lungo e dalle corna lunghe, a spirale, pascolavano tranquillamente.
L’odore delle alghe marine, deposte sulla riva dall’alterna vicenda dei flutti, impregnava l’aria silenziosa.
Fra le barche tirate a secco alcuni marinai col berretto rosso in capo, come si vedono ancora nel promontorio sorrentino, stendevano le reti al sole; da un focolare improvvisato con due sassi, si levava una spirale di fumo azzurro, che si allargava e si sperdeva in alto.
Oltre le barche, nel vasto specchio d’acqua del porto si scorgevano alcune galee e barconi e feluche; qualcuna aveva già spiegate le vele e si accingeva a prendere il largo. Più in là ancora il Castello a mare distendevasi con le sue torri massicce, l’ampia cortina merlata, armata di bombarde, accanto alle quali, si vedevano biancheggiare le grosse palle di pietra.
Più in fondo ancora Monte Pellegrino disegnava nel cielo la sua massa rocciosa, coi fianchi verdeggianti di boschi, e le cime indorate dal primo sole.
V’era una gran pace, una tranquillità dolce e solenne a un tempo nell’aria fine e trasparente, per la quale volteggiavano stormi di rondini, salutando il sole con piccoli gridi festosi.
Un giovinetto s’era fermato con un senso di meraviglia e una certa commozione in mezzo alla piazza, guardando il palazzo chiaramontano.
Poteva avere sedici o diciassette anni, e vestiva poveramente; il suo farsetto aveva qualche strappo ai gomiti, e le sue calze erano sdrucite. La tasca che portava appesa con una cordicella, rivelava la rotondità di un pane. Le sue scarpe erano rotte e impolverate, come di chi viene da lungo viaggio. Aveva in mano un grosso bastone, e infilato alla cintura un pugnale con la guaina di cuoio.
Non era bello: il suo volto aveva qualcosa di irregolare, ma nell’insieme era piacevole ed espressivo. V’era un non so che di fiero e di malinconico a un tempo, ma una malinconia silenziosa e pacata; e gli occhi grandi, neri, acuti, mobili, investigatori, contrastavano col color dei capelli tra biondi e castani.
Doveva esser bianco di carnagione, e si vedeva dalla sommità della fronte, quando con un gesto che pareva volesse scacciar qualche torbido pensiero, egli sollevava il berretto e scostava i capelli. Ma il sole aveva abbronzato il suo volto e le sue mani.
Sebbene poveramente vestito e sporco di polvere il suo aspetto aveva qualche cosa di fine e delicato, che non sfuggiva neppure a uno sguardo superficiale e distratto.
Egli stette un poco fermo in mezzo alla piazza, guardando lo Steri; poi volse gli occhi intorno a sé, come uno che voglia riconoscere qualche cosa o qualche luogo: accortosi di una taverna a pochi passi dallo Steri, vi si avvicinò, e sedette sopra una panchetta di legno, accanto alla porta.
Aveva fame; tirò la saccoccia dinanzi a sé, e ne trasse un pane da contadini, tondo e bruno, che addentò vigorosamente.


Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1401, al tramonto della grandiosa epoca chiaramontana. 
L'opera è la fedele riproduzione del romanzo originale pubblicato con la casa editrice La Gutemberg nel 1921.
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Tutti i volumi della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli sono disponibili al sito ibuonicuginieditori.it
È possibile ordinare alla mail ibuonicugini@libero.it, al cell. 3457416697 o inviando un messaggio whatsapp al 3894697296. Consegna a mezzo corriere in tutta Italia, gratuita su Palermo
Disponibili su tutti gli store online
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Per qualsiasi informazione: ibuonicugini@libero.it – Cell. 3457416697 – Whatsapp 3894697296
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martedì 14 aprile 2026

Luigi Natoli: 14 aprile 1857 - 14 aprile 2026. Oggi l'anniversario della sua nascita, una fonte di cultura siciliana che non si esaurisce mai

Oggi, 14 aprile, è l'anniversario della nascita del prof. Luigi Natoli, scrittore e storiografo palermitano la cui immensa opera, per un tempo troppo lungo ingiustamente dimenticata, sta venendo alla luce dopo anni di lavoro e di ricerche de I Buoni Cugini Editori. 
Ricordato unicamente come autore del famoso romanzo storico siciliano I Beati Paoli e pochi altri, Luigi Natoli è: 
-) Professore di lettere e Direttore di scuole normali maschili, dal 1885 al 1925. Durante gli anni di insegnamento pubblicò più di 50 testi scolastici tra sussidiari per le scuole normali dalla prima alla sesta classe, grammatiche, testi di esercizi di traduzione dai dialetti della Sicilia alla lingua italiana, adottati in molte scuole di tutto il Regno d'Italia con gli editori Bemporad, Clausen e Sandron. Al momento abbiamo pubblicato unicamente: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie (1925). 
-) Giornalista dal 1877 fino al giorno della sua morte (25 marzo 1941). Scrisse innumerevoli articoli di critica letteraria, di arte, di storia e storiografia, recensioni a libri, utilizzando diversi pseudonimi in 22 giornali tra quotidiani (più famosa la sua collaborazione con il Giornale di Sicilia) e importanti riviste mensili (come Il Giornale Dantesco e la rivista di Scienze, Lettere ed Arti diretta da Giuseppe Pitrè); innumerevoli le Storie e Leggende di Sicilia pubblicate con pseudonimo di Maurus, dal 1889 e per più di quarant'anni, ad una cadenza quasi giornaliera. Noi le abbiamo raccolte tutte, e le pubblicheremo in diversi volumi: il primo (Amore e morte) per l'anno 1889, il secondo (L'Interdetto) per l'anno 1890 da gennaio a luglio, il terzo di prossima uscita (Dall'altare al patibolo) dalla metà del 1890 a dicembre 1891. Non abbiamo idea di quanti volumi saranno. 
-) Autore di ventisei romanzi storici, pubblicati in appendice al Giornale di Sicilia dal 1907 (Calvello il bastardo) al 1938 (Il capitan Terrore) con pseudonimo di William Galt e in seguito in dispense con la casa editrice La Gutemberg; cambiò il volto del romanzo storico d'appendice, contrapponendosi alla moda del romanzo parigino dell'epoca e dimostrando «che in Italia si può scrivere un romanzo d'appendice, senza ricorrere ai francesi, per divulgare nel popolino la nostra storia». I suoi romanzi storici ripercorrono la storia della Sicilia, dalla dominazione romana e la seconda guerra servile (Gli Schiavi) alla rivoluzione del 1848 (Chi l'uccise?). Tutti i romanzi storici sono pubblicati da I Buoni Cugini Editori. 
-) Autore di opere di critica letteraria e di letteratura. Abbiamo ad oggi pubblicato: La civiltà siciliana nel secolo XVI (Palermo, Remo Sandron editore - 1895) Prosa e prosatori siciliani del secolo XVI (Palermo, Remo Sandron editore - 1904) La poesia siciliana del secolo XVI (Estratto da Musa Siciliana, Milano, Casa editrice Caddeo - 1922) Un poemetto siciliano del secolo XVI (Estratto dagli Atti  della Reale Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Palermo serie III Vol. IX - Palermo 1910) Hortensio Scammacca e le sue tragedie - Studio (Tip. editr. Giannone e La Mantia, 1885 - Palermo), Le tradizioni cavalleresche in Sicilia (estratto da Il Folcklore siciliano 1926), Giovanni Meli. Studio critico tipografia del giornale "Il tempo" 1883. Tutte pubblicate da I Buoni Cugini Editori. Tanto rimane ancora. Di prossima pubblicazione: Natoli e Dante. Tutti gli scritti dell'autore su Dante Alighieri e sulla Divina Commedia. 
-) Autore di opere di storia e storiografia; Palermo al tempo degli Spagnoli 1500-1700, Donne e rivoluzioni (raccolta di scritti sulle donne nelle rivoluzioni siciliane 1848-1860), Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismoLa rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910) Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI) I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931) Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927). Tutte pubblicate da I Buoni Cugini Editori. Tanto altro è ancora in studio e in corso di pubblicazione. 
-) Autore di cinque raccolte di poesieFoglie morte (tipografia R. Carrabba in Lanciano nel 1880 e con prefazione di Giuseppe Pipitone Federico), Parentalia (pubblicata il 22 novembre 1890 con la tipografia del Giornale di Sicilia), Congedo (Pubblicata con l'editore Remo Sandron nel 1908) Versiculi (1882) e In Pace (1885). Pubblicate in unica raccolta dal titolo Poesie da I Buoni Cugini Editori. 
-) Commediografo e drammaturgo. Abbiamo pubblicato una raccolta delle opere in italiano dal titolo Cappa di Piombo (Il conte di Geraci" - scene medievali in due atti, illustrata dall'autore, Cappa di piombo - commedia in tre atti, L'ironia della gloria - commedia in tre atti, Quannu curri la sditta - sceni di vita paisana, commedia in quattro atti, Il numero 570 - scene drammatiche in due atti) e una raccolta di opere in dialetto siciliano dal titolo Suruzza! (Suruzza! – dramma in quattro atti; L’abate Lanza - commedia in tre atti; L’umbra chi luci - dramma in tre atti; Quattro cani supra un ossu - commedia in tre atti).
-) Ricercato conferenziere su temi di storia e di letteratura, intenditore di arte. 
Tutto questo è Luigi Natoli, che nella sua tomba al cimitero di Sant'Orsola ha voluto soltanto l'iscrizione "Scrittore e Storiografo" ma che ha dato tanto alla cultura siciliana e ha fatto conoscere ai suoi lettori, con mezzi di facile reperibilità quali erano i quotidiani o le riviste, la storia e la cultura della nostra Isola e quei personaggi, come l'Abate Meli, Giovan Luca Squarcialupo, Giuseppe D'Alesi o Francesco Paolo Di Blasi, che ci fanno sentire orgogliosi di essere siciliani: non soltanto mafia e delinquenza, ma lotta per la libertà e la giustizia, sacrificio per gli ideali di Patria libera fino alla morte. 
E oggi, nel giorno del suo compleanno, noi I Buoni Cugini Editori affermiamo che Luigi Natoli sarà sempre un Professore che grazie alla sua cultura enciclopedica ha messo alla portata di tutti la Storia e la Cultura Siciliana. 
Di questo, non possiamo che dirgli grazie e continuare nel nostro lungo percorso di ricerche e pubblicazioni. 

I Buoni Cugini Editori
Anna Squatrito e Ivo Tiberio Ginevra 

Trovate tutti i volumi della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli: 
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna in tutta Italia a mezzo raccomandata postale o corriere)
Su tutti gli store online. 
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102) 

mercoledì 8 aprile 2026

Luigi Natoli: Dopo il 4 aprile, nei dintorni della città seguirono fieri scontri... Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860


Riso e quel pugno d’uomini sostengono l’assalto delle truppe regie: Domenico Cucinotta e Nicola Di Lorenzo salgono sul campanile e suonano a stormo. Accorre Salvatore La Placa con la sua squadra; cade ferito gravemente: mani pietose lo raccolgono, lo celano, lo curano. Questo eroico giovane, sottratto così alla morte, il 27 maggio riprenderà il suo posto di combattimento, e sarà ferito ancora una volta.
Cadono Michele Boscarello, Damiano Fasitta, Matteo Ciotta, Francesco Migliore, Giuseppe Cordone, un Randazzo: Riso dopo esser corso al campanile a piantarvi il tricolore, scende, si batte, cade ferito da quattro colpi all’addome e al ginocchio; un birro, che qualcuno dice l’Ispettore Ferro, gli è sopra, gli ruba l’orologio, e gli dà una bajonettata all’inguine.
Qualche ora dopo il combattimento era finito. Per vincere questo pugno d’uomini, c’eran voluti un battaglione di linea, un plotone di cacciatori a cavallo, una sezione d’artiglieria, compagni d’armi, gendarmi e birri; c’era voluto un generale, il Sury; s’era dovuto atterrare una porta con gli obici, e un obice il tenente Bianchini aveva dovuto portare fin sopra al convento!
Le soldatesche si abbandonarono all’orgia del saccheggio e della strage: finirono a bajonettate uno dei caduti, ancor vivo; uccisero un frate, Giovannangelo da Montemaggiore, altri ne ferirono; il resto percossero, sputarono, legarono, trascinarono al comando di Piazza e alla Prefettura di polizia, insieme coi ribelli presi.
La città sgomenta non seguì il moto. Il comitato si sbandò. Qualcuno che doveva capitanare una squadra si ecclissò: comparve dopo il 27 maggio, nelle sale del Municipio, vestito di velluto all’Ernani, e n’ebbe ricompensa: gli altri, disanimati dal vedere scoperta la trama, creduta l’insurrezione domata in sul nascere, giudicaron vano ogni altro tentativo.
Ma nei dintorni della città seguirono fieri scontri, in quello e nei giorni successivi, fra le squadre e le colonne mobili, spedite dal generale Salzano, comandante in capo. Ai Porrazzi i regi attaccarono la squadra condotta dal Badalamenti e da G. B. Marinuzzi, e per snidarla dovettero usare l’artiglieria; ivi morì, dei nostri, Andrea Amorello, da nessuno ricordato: al ponte delle Teste, a S. Maria di Gesù, alla Guadagna avvenivano altri scontri: e qui facevan prigione Giuseppe Teresi, giovane appena ventiquattrenne, serbato al martirio. A Monreale il maggiore Bosco, coi cacciatori, dovette durar fatica per sostenere l’impeto delle squadre di Piana condotte dal Piediscalzi, di quelle di Partinico, condotte dai fratelli Damiano e Tommaso Gianì, e di quelle di Alcamo, già insorta, condotte dai fratelli Triolo di S. Anna.
Questi combattimenti durarono più giorni, e in uno di essi, il giorno dodici, cadde a Lenzitti prigioniero Liborio Vallone di Alcamo, morirono Giuseppe Fazio da Alcamo e Giuseppe Ricupati da Partinico: lo stesso Bosco scampò per miracolo alle fucilate dei fratelli Trifirò di Monreale. 
A Bagheria le squadre respinsero due compagnie di linea, e costrettele a rinserrarsi nel casino Inguaggiato, ve le assediarono. A liberarle fu spedito il generale Sury con quattro compagnie, cannoni e compagni d’arme: avvenne uno scontro; le squadre furono disperse, ma i regi vi lasciaron dieci dei loro. Qui rifulse l’eroismo di Andrea Coffaro, vecchio di sessanta anni, e del suo giovane figlio Giuseppe, che barricatisi in una casa, da soli vi sostennero il fuoco dei regi; fin che Giuseppe, sdegnando combattere dietro i ripari, uscì all’aperto, e colto da una palla in fronte, rese la forte anima: onde Andrea, desolato, gittò l’arme, e fu preso e condotto in Palermo riserbato al martirio. Nessuna storia raccolse l’eroico gesto, le cronache di fonte borbonica sì: noi gli dedichiamo il verde fiore del ricordo.
Più fieri combattimenti si svolsero a S. Lorenzo ai Colli. Ivi la sera del tre si era recato Giuseppe Bruno-Giordano, per portar munizioni alla squadra di Carmelo Ischia; e poi che nel tornare aveva trovato le vie occupate da una colonna condotta dal maggiore Polizzy, rifatta la via, e ignorando l’insuccesso di Palermo, radunò quanti più uomini potè, per affrontare i regi. Alla sua squadra s’aggiunse un buon numero di Carinesi.
Nella foto: I superstiti del 4 aprile (Museo di Storia Patria, Palermo) 



Luigi Natoli: Rivendicazioni. La Rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano – Raccolta di scritti storici e storiografici dell’autore sul Risorgimento in Sicilia, costruita sulle opere originali. Il volume comprende:
Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni anno 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860 (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910) Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI) I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931) Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
Pagine 575 – Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Il volume è disponibile:
dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o posta in tutta Italia)
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sabato 4 aprile 2026

Luigi Natoli: 4 aprile 1860. Tratto da: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento

La sera del 31 marzo, in casa Albanese, conveni­vano Giambattista Marinuzzi, Casimiro Pisani, Giuseppe Bruno-Giordano, Andrea Rammacca, Antonino Lomo­naco-Ciaccio, Antonino Urso, Ignazio Federico, France­sco Perrone-Paladini, Silvestro Federico; e deliberarono d’insorgere tra il 6 e il 7 di aprile. La deliberazione da Casimiro Pisani venne comunicata a Messina, per­chè si tenesse apparecchiata, e insorgesse a un dispac­cio che annunciava “il matrimonio della figlia”. I comi­tati dei dintorni vennero avvertiti: ma ecco, la sera del 2 la polizia arresta Mariano Indelicato uno dei cospiratori; Casimiro Pisani, avvertito per confidenza di un amico del suo imminente arresto, si mette in salvo col padre, dopo avere deposto ogni incarico nelle mani dei fratelli Lo Monaco. Parve non doversi aspettare oltre, e fu decisa l’insurrezione pel 4 aprile, mercoledì santo. Chi ruppe l'indugio fu Francesco Riso.
Era stato dapprima destinato a capitanare le squadre di Misilmeri; ma quando si cercò chi dovesse dare il segno della rivolta in Palermo e affrontare il fuoco pel primo, volle per sè questo onore. A Misilmeri doveva andare Domenico Corteggiani, ma fu sostituito da An­tonino Ferro, attivo e ostinato cospiratore in quel de­cennio. Francesco Riso aveva accumulato intanto le armi in un magazzino da lui tolto a pigione accanto al convento della Gancia, donde con gli uomini della sua squadra doveva dare il segno.
Una leggenda narrò che i frati fossero consapevoli e partecipi della cospirazione; un'altra che un frate avesse denunciato a Maniscalco gli apparecchi, il luogo il giorno della insurrezione. E non è vero. I frati non seppero nulla fino all' alba del 4 aprile; e la denun­cia fu fatta dallo agente segreto Basile, al quale certi Muratori e Urbano, la mattina del 3, ignorando che fosse una spia, confidavano ogni cosa. Probabilmente la leggenda nacque dal vedere, la mattina del 4, un frate col famoso berretto imposto da Maniscalco alle spie. Si chiamava fra Michele da Prizzi, ma non era della Gancia.
Maniscalco reggeva in quei giorni il governo, per l'assenza del luogotenente generale Castelcicala: finse non saper nulla, ma convocò un consiglio di generali. Nella notte dal 3 al 4 fece circondare il convento della Gancia e le strade adiacenti. Riso aveva in tutto ottan­tadue uomini divisi in tre squadre: una di cinquanta­due capitanata da Salvatore La Placa, uomo di grande audacia, s’era radunata in un magazzino alla Magione; la seconda di dieci, in una casetta nella via della Zecca; la terza di venti uomini con lui nel magazzino della Gancia. Altre squadre dovevano adunarsi qua e là; una nel vicino palazzo S. Cataldo, presso Carlo e Carmelo Trasselli; altra alla Fieravecchia coi fratelli Lomonaco. Si doveva cominciare con l’impadronirsi del Commis­sariato e del corpo di guardia di Porta di Termini, per aprire libero il passo alle squadre di Misilmeri e Baghe­ria concentrate alla Guadagna e al ponte delle Teste. All'alba Riso fu avvertito che erano circondati dalle truppe: non si sgomentò, disse che non era tempo di ritrarsi: egli avrebbe dato l'esempio: se lo vedevano tremare, l'uccidessero. E per vedere come stessero le cose, uscì dal suo magazzino. S'imbattè in una pattu­glia di compagni d'armi e soldati: “Chi viva”? – “Viva il re”! – dicono. – “Viva l’Italia!” – rispon­de. Si fa fuoco: un birro, certo Cipollone, cade. Così comincia la mischia. Riso e quel pugno d'uomini sosten­gono l’assalto delle truppe regie: Domenico Cucinotta e Nicola Di Lorenzo salgono sul campanile e suonano a stormo. Accorre Salvatore La Placa con la sua squa­dra; cade ferito gravemente: mani pietose lo raccol­gono, lo celano, lo curano. Questo eroico giovane, sot­tratto così alla morte, il 27 maggio riprenderà il suo posto di combattimento, e sarà ferito ancora una volta.
Cadono Michele Boscarello, Damiano Fasitta, Matteo Ciotta, Francesco Migliore, Giuseppe Cordone, un Ran­dazzo: Riso dopo esser corso al campanile a piantarvi il tricolore, scende, si batte, cade ferito da quattro colpi all'addome e al ginocchio; un birro, che qualcuno dice l’Ispettore Ferro, gli è sopra, gli ruba l'orologio, e gli dà una bajonettata all'inguine.
Qualche ora dopo il combattimento era finito. Per vincere questo pugno d'uomini, c'eran voluti un batta­glione di linea, un plotone di cacciatori a cavallo, una sezione d'artiglieria, compagni d'armi, gendarmi e birri; c'era voluto un generale, il Sury; s'era dovuto atter­rare una porta con gli obici, e un obice il tenente Bian­chini aveva dovuto portare fin sopra al convento!
Le soldatesche si abbandonarono all'orgia del sac­cheggio e della strage: finirono a bajonettate uno dei caduti, ancor vivo; uccisero un frate, Giovannangelo da Montemaggiore, altri ne ferirono; il resto percossero, sputarono, legarono, trascinarono al comando di Piazza e alla Prefettura di polizia, insieme coi ribelli presi.
La città sgomenta non seguì il moto. Il comitato si sbandò. Qualcuno che doveva capitanare una squadra si ecclissò: comparve dopo il 27 maggio, nelle sale del Municipio, vestito di velluto all’Ernani, e n’ebbe ricom­pensa: gli altri, disanimati dal vedere scoperta la trama, creduta l’insurrezione domata in sul nascere, giudicaron vano ogni altro tentativo.
Ma nei dintorni della città seguirono fieri scontri, in quello e nei giorni successivi, fra le squadre e le colonne mobili, spedite dal generale Salzano, coman­dante in capo...


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La Rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano – Raccolta di scritti storici e storiografici dell’autore sul Risorgimento in Sicilia, costruita sulle opere originali. Il volume comprende:
Premessa storica tratta da "Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo" ed. Ciuni anno 1935
La rivoluzione siciliana nel 1860 (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910) Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI) I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento italiano - Anno 1931) Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927)
Pagine 575 – Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.


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