giovedì 24 ottobre 2019

Luigi Natoli: Gli ebrei costretti a lasciare Palermo. Tratto da: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue

Sotto il viceregno di Ferdinando de Acuna, giunto in Palermo il 28 febbraio 1489, avvenne un fatto memorando per tutti gli stati della monarchia. Era in Spagna e alla Corte divenuto potentissimo fra Tomaso Torquemada, domenicano, fanatico fino alla ferocia, che fisso nell’idea di purificare il cattolicesimo, aveva riformato l’Inquisizione, e creato quel terribile Istituto, che acquistò dominio su tutto il Regno e sui Sovrani stessi. Musulmani ed ebrei eran la lebbra che bisognava distruggere col fuoco. Nell’animo del Re si confusero la superstizione e la necessità di denaro, sì che cedette alle insistenze violente e minacciose del frate, il quale, pretese che il Re cacciasse gli Ebrei da tutti gli Stati. Il bando fu promulgato il 31 marzo del 1492 ed ordinava che uscissero fra tre mesi, ma lasciando denari, vasellami e ogni loro cosa, per quanto misera. I miseri tentarono ottenere la sospensione offrendo grandissima somma, ma il feroce Torquemada non volle: e il Re ubbidì. Circa settantamila ne partirono dall’Aragona: parecchie migliaia che si erano convertiti, forse in apparenza, accusati di professare occultamente la religione degli avi, furono bruciati vivi. (Luigi Natoli)

La giornata era plumbea; tutta la notte era piovuto, e le strade eran rigate da rivoletti fangosi. Le acque della Cala torbide ed agitate si orlavano di una spuma gialliccia; e le galee all’ancora si dondolavano sui fianchi. Per l’aria si sentiva l’umidore freddo della stagione, e tutte le case intorno avevano un color grigio pieno di tristezza. Il castello sorgeva sul porto, coi suoi cannoni massicci, le sue bombarde, i suoi terrapieni coperti di un’erba verde, che nell’ombra grigia di quel mattino invernale metteva una nota di gaiezza primaverile.
Il porto, a Piedigrotta e per la piazza che si estendeva innanzi al Castello, era gremito di gente. I Giudei della Giudeca di Palermo si affrettavano a partire: con loro quelli delle città interne dell’isola, venuti il giorno innanzi in Palermo per quell’esodo doloroso.
Avevano tutti il taled con la rotella rossa sulla spalla, le donne recavano il segno cucito sul petto; aggiravansi in silenzio per la spiaggia, guardandosi mestamente, guardando il mare, le galee, l’orizzonte, poi, dall’altro lato, le torri, le cupole, le case, i monti lontani. Di quando in quando giungeva una frotta di Giudei stanchi, infangati; venivano da qualche lontana Giudeca; i compagni li accoglievano in silenzio, senza muoversi dal posto; si guardavano, scotendo il capo, e ogni nuovo fratello che sopravveniva, aumentava la fierezza del dolore universale.
In disparte gli ufficiali del governo sopraintendevano all’imbarco: i soldati castigliani appoggiati alle alabarde, guardavano senza mostrar commozione alcuna; intorno, frammisti agli ebrei si aggiravano i cittadini, alcuni mossi della curiosità, altri punti da pietoso sentimento, altri dall’amicizia.
Venne l’ora. Essi non avevano robe da caricare sulle galee; il re non aveva lasciato altro a loro che le vesti che avevano indosso, e un miserabile assegno, per non gravarsi la coscienza di averli fatti morire di fame. Qualcuno recava con sé alcune masserizie, legate in un fazzoletto, e reggeva su la spalla l’involto infilato a un bastone.
Cominciarono a entrar nelle barche. Alcuni vinti dall’emozione sentivano empirsi gli occhi di lacrime, e romper in singhiozzi il petto; altri nascondevano la faccia tra le mani; pochi conservavano una certa fierezza, celavano l’ambascia dell’anima. Oh come erano dolorosi gli addii; e come lunghi i baci, e intense le strette di mano!... Essi salutavano i cittadini cristiani, e in quel punto dimenticavansi gli odii religiosi, le differenze di razza, e si abbandonavano al dolore profondo della sventura, che colpiva coloro che per quattordici secoli erano vissuti insieme.
- Perché non vi fate cristiano e non rimanete con noi? – chiedeva qualcuno.
Il Giudeo levava alteramente il capo, e il volto lacrimoso prendeva subito una espressione di fiera rassegnazione.
- Tradire i miei fratelli, la mia fede?
- Ma altri l’han fatto...
- Peggio per loro! Dio li sperderà!...


Luigi Natoli: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue. Raccolta di storie e leggende, nella versione originale pubblicata dalla casa editrice Pedone-Lauriel nel 1892 con il titolo "Storie e Leggende"
Pagine 305 - Prezzo di copertina € 21,00
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mercoledì 23 ottobre 2019

La Repubblica: articolo di Amelia Crisantino sul teatro di Luigi Natoli

La giornalista Amelia Crisantino su La Repubblica Palermo e Società scrive un lungo articolo su Luigi Natoli non solo autore dei Beati Paoli ma anche dei suoi inediti, in particolare degli scritti per il teatro.
Da sei anni è per noi una grande gioia dare vita agli inediti di Luigi Natoli; le raccolte sul teatro in italiano e in siciliano, Cappa di Piombo e Suruzza!, sono il frutto di un lungo e paziente lavoro, ma oggi arriva una bella e inaspettata soddisfazione.
Grazie a La Repubblica e alla giornalista Amelia Crisantino

Luigi Natoli: Mastro Cecco affresca il chiostro di San Domenico. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca.

Mastro Cecco picchiò alla porta del convento; una piccola porta ogivale, ornata di una cornice intagliata a fogliami, e di quattro colonnine sottili, addossate agli stipiti. Sul vertice dell’ogiva un piccolo scudo recava in bassorilievo l’immagine del cane con la fiaccola in bocca; stemma dei padri domenicani, che avevano voluto, effigiando il sogno simbolico della madre di S. Domenico, celebrar la gloria di lui, fiaccola del mondo.
Il sogno intendeva significare la “fiaccola per illuminare, per diffondere la vera luce nel mondo”; ma più tardi fra Tommaso Torquemada e fra Pietro Arbues dovevano vedervi una fiaccola da ardere roghi…
Nel 1401 la chiesa di San Domenico, che sorgeva presso a poco dove sorge l’odierna, non era molto grande: era stata edificata da cento anni, da quando i frati abbandonarono il piccolo convento di basiliane, che si trovava sul Cassaro, dove fu poi eretta la chiesa di S. Matteo. Della chiesa antica non rimane più nulla, pei successivi rifacimenti e ingrandimenti; ma restano ancora tre lati del chiostro, coi loro piccoli archi acuti sorretti da doppie colonnine varie di forma e di capitelli, come sono i chiostri siciliani di quel tempo.
Mastro Cecco dipingeva una parete del chiostro, per incarico di quei frati. Non era un gran pittore; e nel disegno e nel colore aveva quella ingenuità infantile dei pittori primitivi, in un tempo in cui la pittura aveva avuto Giotto, e s’avviava a quello sviluppo che fece grandi i quattrocentisti.
Un devoto aveva legato una somma al convento, con l’obbligo ai frati di far dipingere in una parete del chiostro, un soggetto tra storico e sacro: il conte Ruggero che libera Palermo dai mussulmani e vi ripristina il culto cristiano.
Mastro Cecco aveva trovato nel tema un vasto campo per sfogarvi la sua fantasia; e tra i guerrieri che si accalcavano intorno al fortunato venturiero normanno aveva raffigurato i fondatori delle grandi case signorili, che la tradizione o la vanità diceva venuti col normanno.
Attraverso il palco di legno, sul quale il pittore lavorava, la sua rappresentazione pittoresca si travedeva a brani. Un lato, quello dove erano Ruggero e i personaggi del suo seguito, era dipinto: il maestro attendeva ora a dipingere i Saraceni, dai volti bruni o neri, secondo la tradizione popolare, coperti di grandi turbanti. Nel mezzo c’era il vescovo Nicodemo, tratto dalle tenebre delle catacombe, per ribenedire e riconsacrare al culto l’antica chiesa cristiana, convertita dai musulmani in moschea.
Il giovane era rimasto meravigliato dinanzi alla vivacità dei colori, profusi con fanciullesca intemperanza sulla parete, sui quali predominavano il rosso, l’azzurro, il verde e il giallo.
Ma la sua attenzione fu attratta da un guerriero, il cui scudo portava per arma tre monti d’argento in campo rosso.
- Non è quello lo stemma dei Chiaramonte, maestro? – domandò vivamente.
- Appunto. Come lo sai?


Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1400.
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921
Pagine 726 - Prezzo di copertina € 23,00
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Luigi Natoli: Mastro Cecco di Naro. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca

Il maestro fece un gesto, come per dire “che domanda!”.
- Quale? il nostro, il vero conte, per la croce di Dio!... il magnifico messer Andrea Chiaramonte!...
Il giovane era pallidissimo. Per nascondere la sua commozione, addentò il pane; ma il boccone gli si raggirava fra i denti, senza poter andar giù.
- L’avete conosciuto? – domandò al maestro.
Il maestro alzò la mano e indicò lo Steri:
- Ho lavorato lì dentro, io, giovinotto; quando era vivo il magnifico Manfredi… Sono maestro Cecco di Naro, dipintore… Ho dipinto il soffitto col mio compagno mastro Simone… Quelli erano signori!... Mah!..
Il giovane lo guardò con una viva commozione; pareva che sulla sua fronte si raccogliessero memorie sopite, lontane immagini d’altri tempi, ritornate dal fondo misterioso del passato, vive e fresche. Interrogò con voce un po’ alterata:
- E quando… quando il conte fu… ucciso, c’eravate voi?
(Nella foto: Il tetto del salone dello Steri dipinto da Mastro Cecco di Naro)


Luigi Natoli: Il Paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1400.
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921.
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martedì 22 ottobre 2019

Luigi Natoli: Un giovane sconosciuto. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca

La piazza Marina, così detta perché da prima era seno di mare, da più d’un secolo era prosciugata; essa era chiusa dalla parte di mezzogiorno dalle mura della Kalsa, qua e là abbattute, e dalla parte di levante da uno sprone di terra, (ancor visibile nello stereobate su cui sorgono l’Hotel de France, e il palazzo dell’Intendenza,) il quale finiva sulla Cala, con una chiesa, sotto la quale si agganciava la catena da chiudere il porto; dal che la chiesa prese il nome di S. Maria della Catena.
Questo sprone, nei tempi antichissimi formava un molo naturale, difendeva e proteggeva, il porto profondo, a cui la città doveva il suo nome greco: Panormo (tutto porto). Dalla parte esterna, sul mare, al limite del quartiere arabo della Kalsa, e cioè dove ora corre la via Butera, su questo sprone era un borgo di Greci, con la loro chiesa di S. Nicolò. Da loro prese il nome la porta, che, rifatta, serba fino ad oggi il nome di Porta dei Greci.
La piazza Marina era dunque compresa fra questo sprone più elevato, la parte alta della Kalsa, e giungeva fin presso allo sbocco della via del Parlamento, comprendendo la via Bottai e l’area del palazzo delle Finanze; il porto, dal lato ove è la chiesa di S. Sebastiano, penetrava ancora un po’ di più, e giungeva fino all’Arsenale, il Tercianatus dei vecchi documenti, che ha lasciato il nome alla piazzetta di Terzana.
Sullo sprone non v’erano edifici notevoli, salvo che lo Steri, l’antica e nobile dimora dei Chiaramonte, accanto a cui la casa men bella dei conti di Cammarata e la chiesa di S. Maria della Catena.
Dietro lo Steri sorgevano la chiesetta di S. Antonio, ancora esistente, e la chiesa di S. Nicolò, or da un secolo circa distrutta.
Le altre case intorno eran piccole dimore, frammezzate da orti e giardini, tra i quali, dalla parte opposta allo Steri, sorgeva nella sua bella architettura ogiva la chiesa di S. Francesco dei Chiovari e accanto a essa si innalzava bruna, massiccia , fiera nei suoi merli, con finestrette simili a feritoie, la torre di Maniace o volgarmente di Manau.
Fra quelle case v’era qualche taverna, sulla cui porta una fronda di alloro rinsecchita serviva d’insegna.
L’erba cresceva nella piazza; e delle capre dal pelo lungo e dalle corna lunghe, a spirale, pascolavano tranquillamente.
L’odore delle alghe marine, deposte sulla riva dall’alterna vicenda dei flutti, impregnava l’aria silenziosa.
Fra le barche tirate a secco alcuni marinai col berretto rosso in capo, come si vedono ancora nel promontorio sorrentino, stendevano le reti al sole; da un focolare improvvisato con due sassi, si levava una spirale di fumo azzurro, che si allargava e si sperdeva in alto.
Oltre le barche, nel vasto specchio d’acqua del porto si scorgevano alcune galee e barconi e feluche; qualcuna aveva già spiegate le vele e si accingeva a prendere il largo. Più in là ancora il Castello a mare distendevasi con le sue torri massicce, l’ampia cortina merlata, armata di bombarde, accanto alle quali, si vedevano biancheggiare le grosse palle di pietra.
Più in fondo ancora Monte Pellegrino disegnava nel cielo la sua massa rocciosa, coi fianchi verdeggianti di boschi, e le cime indorate dal primo sole.
V’era una gran pace, una tranquillità dolce e solenne a un tempo nell’aria fine e trasparente, per la quale volteggiavano stormi di rondini, salutando il sole con piccoli gridi festosi.
Un giovinetto s’era fermato con un senso di meraviglia e una certa commozione in mezzo alla piazza, guardando il palazzo chiaramontano.
Poteva avere sedici o diciassette anni, e vestiva poveramente; il suo farsetto aveva qualche strappo ai gomiti, e le sue calze erano sdrucite. La tasca che portava appesa con una cordicella, rivelava la rotondità di un pane. Le sue scarpe erano rotte e impolverate, come di chi viene da lungo viaggio. Aveva in mano un grosso bastone, e infilato alla cintura un pugnale con la guaina di cuoio.
Non era bello: il suo volto aveva qualcosa di irregolare, ma nell’insieme era piacevole ed espressivo. V’era un non so che di fiero e di malinconico a un tempo, ma una malinconia silenziosa e pacata; e gli occhi grandi, neri, acuti, mobili, investigatori, contrastavano col color dei capelli tra biondi e castani.
Doveva esser bianco di carnagione, e si vedeva dalla sommità della fronte, quando con un gesto che pareva volesse scacciar qualche torbido pensiero, egli sollevava il berretto e scostava i capelli. Ma il sole aveva abbronzato il suo volto e le sue mani.
Sebbene poveramente vestito e sporco di polvere il suo aspetto aveva qualche cosa di fine e delicato, che non sfuggiva neppure a uno sguardo superficiale e distratto... 


Luigi Natoli: Il Paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano, ambientato nella Palermo del 1401. Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921.
Prezzo di copertina € 23,00 - Pagine 702
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giovedì 10 ottobre 2019

Luigi Natoli: La scuola pubblica nel chiostro di San Domenico. Tratto da: Latini e Catalani vol. 1 - Mastro Bertuchello


Benché fosse di dicembre, c’era fuori un bel sole, che empiva di luce quella stanza nuda, con le pareti bianche e il soffitto di legno a grossi travi grossolanamente squadrati, del colore naturale un po’ annerito. La luce entrava da un’ampia finestra, che dava sul chiostro pieno di sole.
Da un pezzo il Comune di Palermo teneva nel chiostro di S. Domenico, a proprie spese, una pubblica scuola; e vi stipendiava un maestro, magister puerorum, perché vi insegnasse grammatica. Grammatica in quel tempo voleva dire la lingua latina. Era il primo grado di insegnamento. Allora non si conosceva nelle scuole altra lingua letteraria, fuor che quella. Il volgare, che era prima assurto a lingua d’arte illustre nella corte dell’imperatore Federico, e nel quale Dante aveva già scritto il suo poema, non cominciò a essere studiato privatamente che nel secolo XVI; e non divenne insegnamento scolastico che nel secolo XVIII. Allora non si usava che per comporre qualche poesia, o qualche cronaca o scrittura ascetica per gli “idioti”, gli ignoranti cioè. La scienza usava come sua lingua propria il latino; ma era un latino che aveva poco da vedere con quello ciceroniano.
Da due anni circa il Comune aveva scelto a insegnar grammatica un chierico; non “chierico” perché appartenesse alla chiesa; ma perché aveva percorso tutti gli studi fino alla teologia, e portava ancora la zimarra degli uomini di chiesa, come d’ordinario i maestri, ancorchè laici. 
Si chiamava Mastro Bertuchello. 



Luigi Natoli: Latini e Catalani vol. 1 - Mastro Bertuchello. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1300.
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1925.
Pagine 575 - Prezzo di copertina € 22,00
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mercoledì 9 ottobre 2019

Luigi Natoli: Mastro Bertuchello. Tratto da: Latini e Catalani vol. 1


L’ometto era piccolo, magro, coi capelli neri, che gli scappavano a lunghe ciocche sul collo da sotto la cuffia. Il suo volto lungo con un muso di faina, raso, aveva un’età indefinibile. Gli si potevano dare venti o quarant’anni. Dal naso al mento, pei solchi che si affondavano sulle guance, per la piega amara e beffarda delle labbra aveva quarant’anni; ma gli occhi grandi, vivaci, che ridevano anche quando la bocca pareva più amara, eran quelli di un giovane a venti anni.
La sua cuffia di velluto nero, qua e là spelato, teneva buona compagnia alla zimarra, che aveva ai gomiti e sul petto una lucidità, indizio di una età venerabile e di un lungo servizio; e alle sfilacciature e a qualche strappo mal rammendato rivelava le condizioni economiche dell’ometto, non molto prospere, in vero. Ma eran cose alle quali egli non badava: pareva anzi che quella povertà fosse indispensabile a quell’aria di sdegnosa fierezza che gli splendeva sulla fronte ampia e impavida. Si chiamava Mastro Bertuchello. Nessuno, neppur lui sapeva perché avesse questo nome. Era forse un soprannome? Un’ ingiuria? Da bambino lo chiamavano Bertuchello; e continuavano a chiamarlo così, ed egli stesso si sottoscriveva “Mastro Bertuchello” sebbene la sua mamma gli avesse detto che egli era stato battezzato dalla chiesa madre di Geraci, col nome di Giovanni e che a suo padre, Maso Mangialavacca, “borgese” di Geraci, era stato tramandato quel curioso nome da uno zio canonico del duomo di Cefalù.
Mastro Bertuchello era veramente giovane; aveva ventitré anni ed era venuto in Palermo da pochi mesi, dopo più d’un anno dalla catastrofe del conte suo signore. Egli era stato uno dei familiari della casa del conte. Messer Francesco lo aveva tenuto a sue spese allo studio di Bologna; e pensava forse di fargli ottenere qualche ufficio nella Curia, o di farne un notaro, dacché Bertuchello aveva dichiarato di non sentir nessuna vocazione per la chierica o pel saio. Ma la rovina del conte, la confisca dei beni, le persecuzioni, le prigionìe, i supplizi con cui furono perseguitati i congiunti, i seguaci, i familiari del nobile signore, lo balestrarono da prima a Cefalù, e da Cefalù a Palermo. A Palermo c’era per altro un lontano parente di sua madre, chierico di san Michele Arcangelo. Bertuchello andò a trovarlo: e per suo mezzo, nel novembre del 1338 ottenne dal Comune l’incarico di insegnar grammatica ai fanciulli, nella scuola di S. Domenico.
E così mastro Bertuchello, se non potè essere scriba nella Curia o notaro, diventò maestro di scuola; e vi era già da un anno.
Per altro quest’ufficio non gli spiacque. Stando allo studio di Bologna Bertuchello aveva preso amore agli studi letterari. Oltre agli studi di diritto e di teologia, ai quali era obbligato, ne faceva altri per suo conto, procurandosi libri, e copiandoseli in bella scrittura. Nella baraonda degli studenti, che convenivano in quell’Archiginnasio, da ogni parte d’Italia, ve n’erano che preferivano leggere Virgilio e Ovidio, e che scrivevano rime volgari per le loro belle, e satire latine contro i loro maestri. Tra le sbornie, i tumulti, le coltellate e le lezioni di diritto, Bertuchello acquistava così una cultura più larga e più umana; che diventava passione, di mano in mano che egli capitava qualche autore latino, e che se lo ricopiava.

Luigi Natoli: Latini e Catalani vol. 1 - Mastro Bertuchello. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1300
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1925
Prezzo di copertina € 22,00 - Pagine 575
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martedì 17 settembre 2019

Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli edita I Buoni Cugini editori


La collana dedicata alle opere di Luigi Natoli edita I Buoni Cugini editori raccoglie tutte le opere dell'autore, nelle versioni originali pubblicate mentre questi era ancora in vita, quindi sotto la sua supervisione. Tutti i romanzi storici, ambientati nella maggior parte a Palermo, vennero pubblicati inizialmente in appendice al Giornale di Sicilia, alcuni furono poi rieditati dallo stesso autore per la casa editrice La Gutemberg, altri sono raccolti per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori (Alla guerra!, Squarcialupo, Gli ultimi saraceni, I mille e un duelli del bel Torralba). Non tutti i volumi sono romanzi: della collana fanno parte i due volumi che raccolgono le opere teatrali in italiano (Cappa di Piombo) e in dialetto siciliano (Suruzza!) inediti assoluti copiati dai manoscritti dell'autore; la Guida di Palermo e suoi dintorni 1891; Rivendicazioni, che raccoglie gli scritti storici e storiografici sul Risorgimento siciliano.
I volumi sono disponibili dal catalogo prodotti della casa editrice con lo sconto del 20%. Sono inoltre acquistabili su Amazon Prime, su Ibs e presso La Feltrinelli Libri e Musica.
Tutte le copertine sono opere del disegnatore Niccolò Pizzorno.
Raccogli tutti i volumi della collana, caro lettore, e avrai la storia della Sicilia! 
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Luigi Natoli: Così inizia Calvello il bastardo

Quella sera, sabato, si recitava al Casotto delle Vastasate una delle tre commedie popolari più fortunate e più originali: il Cortile degli Aragonesi. Bisognava sentire Marotta, il celebre comico creatore della parte di ‘Nofrio, e Giuseppe Sarcì, biondo e femineo d’aspetto e di voce, nelle vesti di Lisa e il Montera nei panni di don Litterio il notaio messinese, e il Corpora sotto le spoglie di Caloriu il Ciancianese. Che risate!... La recita diurna aveva riempito la cassetta; non un posto vuoto: e di gente ne era rimasta fuori, e non si era mossa da lì, aspettando la recita notturna, per prendere i posti migliori, e rifarsi della lunga attesa.
Fra gli spettatori fortunati era un bel giovane di ventisei anni, non molto grande, di membra delicate, strette nell’uniforme dei fucilieri, turchina, a risvolte bianche. Pallido, con gli occhi neri, un’aria quasi feminea; ma lo sguardo tagliente, che lampeggiava talvolta come una lama, il naso lievemente aquilino e la mascella forte, davano un carattere di energia a quel volto; e temperavano la mollezza dell’ovale, e della dolce e malinconica curva della bocca, rosea e piccola.
Si vedeva bene che egli aveva una gran cura della bella uniforme turchina, dei calzoni bianchissimi e delle lunghe uose nere; e in generale di tutta la persona, forse un po’ troppo attillata. A non guardarlo in volto, poteva parere un vagheggino; ma lo sfolgorìo degli occhi e la vigorìa delle mascelle avvertivano che sotto quella lindura quasi feminea c’era un cuore che non tremava, e che quella mano sottile e bianca, sapeva render pericolosa la spada, dall’impugnatura dorata, che gli batteva sui polpacci.
Egli stava lì, allo spettacolo, ma non pareva che ne godesse; nel suo volto era steso un velo di melanconia, e il suo sguardo distratto correva evidentemente dietro qualche idea.
Gli applausi del pubblico, che non poteva tenersi alla scena della baruffa tra la vecchia e loquace Laura e il goffo Barone, lo scossero per un istante. Alzò gli occhi su la scena. Laura stava alla finestra con un vaso intimo in mano, mentre il Barone, fradicio di un liquido che non era nanfa, minacciava con la canna in pugno, e Lisa gridava, e ‘Nofrio si sganasciava dalle risa. La folla batteva le mani, rideva, urlava, fischiava, si abbandonava a una ilarità tempestosa che faceva tremare la baracca.
Come quell’uragano cessò, il sergente ricadde nelle sue meditazioni; ma a un tratto si sentì tirare per una manica. Si voltò.
- Tu? Agata? – esclamò sorpreso di stupore.
- Presto, venite!... Sapevo bene che vi avrei trovato qui... – disse Agata con commozione.
Era una ragazza del popolo, sovranamente bella, che non aveva forse tredici anni; alta, nel corpo ancora ruvide e goffe grazie della bimba che si apparecchia a diventar donna; ma nel volto pallido incorniciato da grosse trecce nere, negli occhi neri e profondi, nella bocca rosea e piccolina, nell’aria trepidante e pensosa di una bellezza singolare e indimenticabile.
- Tu? – ripetè il sergente: – che cosa c’è?
- Venite a casa signor Corrado... ma presto!... la signora Dorotea...
- Mia madre?
Dalla platea alcuni lo zittirono. Disturbava lo spettacolo. La fanciulla lo trasse, uscendo innanzi a lui, con una fretta, uno sgomento, un affanno, come di chi è sopraffatto da una sventura.
- Mia madre? che cos’ha mia madre? – gridò appena uscì dalla baracca, prendendo per un braccio la fanciulla.
- Non lo so... Si è sentita male improvvisamente... M’ha chiamato...

Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine '700
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930
Prezzo di copertina € 25,00
Pagine 856 - Copertina di Niccolò Pizzorno
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Luigi Natoli: Ricordi di Clodomiro mio figlio

Serro nel profondo del cuore l’angoscia, respingo indietro le lagrime che fanno impeto agli occhi, per scrivere della mia creatura.
Potrei commettere ad altri questo ufficio, ma non voglio; perché a nessun altro Egli rivelò l’anima sua, fuor che a me, che Egli amò devotamente e con orgoglio, che direi soverchio se si potesse dar misura all’amore suo filiale. Voglio scrivere io, il Suo babbo, non soltanto per dire il cuor che Egli ebbe, ma per isfogo del mio cordoglio; e perché parmi che il Suo spirito debba gioire di questa mia testimonianza di dolore e d’amore.
Il frammento di bomba che nel piccolo cimitero di Staranzano scavò una fossa alla carne giovinetta, aperse una ferita insanabile nel cuor mio. Pure, in questa ferita, come in un sacrario, vive illuminata dalla luce purissima del voluto sacrificio l’immagine del mio Clodomiro; e più, contemplandola, si inacerba il rimpianto, più ella si ingrandisce agli occhi miei: perocchè dispogliata dalle materiali contingenze della vita, l’anima Sua mi si va sempre più rivelando diritta come una lama, tesa come un arco alla sua meta, austera nel concepimento del dovere, vigile e pronta al sacrificio, come quella di un confessore della fede.
Nessuno sotto la gioconda irrequieta spensieratezza avrebbe supposto in Lui tanta gagliarda serietà di propositi e una fede così viva e operosa nei suoi ideali: chè questa fede Egli tenne dapprima chiusa nell’anima sua, col riserbo di un primo amore: né si rivelò, né si esplicò in azione, se non allo scoppio improvviso della guerra europea. Egli era a Parigi, quando gli eserciti tedeschi invasero il Belgio; e il grido della Francia non giunse invano al suo cuore.
Ho qui, sotto gli occhi, i frammenti di un suo taccuino, dove Egli annotava in forma di diario i ricordi di quei giorni. Molte pagine son lacerate: gli appunti rimasti vanno dal 10 settembre al 4 dicembre. Son brevi, rapidi, schematici: forse pensava di estenderli più tardi in forma più larga, e di completarli con altri aneddoti, che serbava nella memoria. Ma pure come ne trasparisce l’anima sua! 
Gli entusiasmi e la giocondità, la lieta e balda spensieratezza e la serietà dei propositi vi si alternano: ma domina sopra tutto il Suo profondo sentimento di italiano e la Sua viva fede repubblicana; talchè i festosi episodi cedono spesso all’austerità dell’apostolato. 

Luigi Natoli: Ricordi di Clodomiro mio figlio. 
Nella versione originale pubblicata nel 1920
Pagine 74 - Prezzo di copertina € 10,00

martedì 3 settembre 2019

Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891

In occasione dell'Esposizione Nazionale tenutasi a Palermo nel 1891, Luigi Natoli scriveva per l'editore Carlo Clausen, una Guida della città capoluogo di Sicilia. Il libretto era stato concepito in funzione dei tanti visitatori che l'evento avrebbe portato a Palermo, con l'intenzione di accogliere i viaggiatori fin dal loro arrivo in città, fornendo tutte le "indicazioni utili" per il soggiorno. Le "indicazioni utili" scritte dallo stesso autore, aprono infatti la Guida, e sono oggi un documento storico che indica come si viveva a Palermo nel 1891, quali erano i servizi disponibili e i loro costi, dagli alberghi ai bagni d'acqua dolce (in via 4 aprile n. 7 elegante e comodo bagno caldo L. 1,25 e freddo L. 1) ai bagni di mare (stabilimento dei fratelli Tramontana all'Acqua Santa o a S. Erasmo quello esclusivo per signore). Si continua con i  Banchieri (Florio in via Materassai n. 51, Ingham e Withaker in via Bara n. 1) i Caffè e le Trattorie, i Cambiavalute, i Circoli, i dentisti (Ribolla Nicodemo in via Vittorio Emanuele 51), le farmacie, le latrine (in vicolo dei Mori n. 25, rimpetto della Piazza Pretoria) i medici, le pasticcerie, fino alle vetture di nolo di lusso (Ingrassia Giuseppe e figlio in via Lungarini 4).  Insomma una sorta di "Pagine gialle" del 1891, che continua con le indicazioni delle fermate dei Tramways e il costo delle corse (Linea Piazza Bologni - Rocca mezza corsa ai Cappuccini centesimi 10), le linee degli Omnibus e relativi costi, le tariffe delle vetture a un cavallo o a due cavalli (per una corsa in città, comprese la Piazza S. Francesco di Paola e Ruggero Settimo, il corso Scinà e il Borgo centesimi 60 a un cavallo e centesimi 80 a due cavalli). 
Il libretto continua con le "indicazioni geografiche", "Palermo nella storia" e "topografia antica" per poi dare inizio alla parte intitolata "In giro per la città": qui il grande Luigi Natoli non poteva far a meno di guidare strada per strada, monumento per monumento, i visitatori nella sua amata Palermo, con l'immenso amore da sempre riservato a questa città...
In questa ristampa, noi editori, abbiamo fedelmente rispettato il testo e inserito le stesse immagini che corredavano il libretto originale, riportando anche tutti gli inserti pubblicitari in appendice, che danno al lettore di oggi l'idea di un secolo glorioso tramontato con tante aspettative di progresso sull'imminente 1900. Ma sempre su tutto, e in ogni caso, si potrà apprezzare la grande sapienza narrativa di Natoli, con le sue innumerevoli spiegazioni. Una Guida di gran lusso, che ci siamo permessi di raffigurare in copertina. Il libro è corredato dalla cartina geografica pieghevole di Palermo dell'epoca, così com'era il libretto originale. 
Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891.
Prezzo di copertina € 19,00
Sconto del 15% se acquistata dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su Amazon Prime
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica  

lunedì 5 agosto 2019

Luigi Natoli: il dialetto tipicamente palermitano di Donna Marana. Tratto da Suruzza e altre opere inedite per il teatro siciliano!

Donna Marana: Ah!... ‘u dicia ca cci avia a trasiri Oraziu!... Tu dunca ti levi l’oricchini pi pagaricci i debiti a ddu svergognatu? (segno di protesta di Giulia) E vui (a Ursula) vui, pezzu d’un sacciu chi, inveci di cunsigghiari a mê figghia, m’â purtati a pirdirisi?... Ah ca si iu ‘un fussi una signura, o ‘affirrassi p’û tuppu, e vi stricassi ‘a facci ‘nterra!... Svergognata!

Donna Marana: Vui nun sapiti fari rispittari a vostra mogghi!... E si iu avissi pututu supporri chi Giulia avia a essiri esposta all’ipotisi di stu signuri, nun vi l'avissi datu! O sciàtara e matri e vogghiu diri!

Donna Marana: Chi vurrissivu diri, ca vi scannarozzu ch’i mê manu!...

Donna Marana: Nun gridari tantu, ca iu mi nni staju jennu; ma cu mia havi a nesciri sta cusazza laria, ipocrita e latru!...

Donna Marana: Nun pipitiati cchiù, o vi rumpu ‘a facci!

Luigi Natoli: Suruzza e altre opere inedite per il teatro siciliano con traduzione in italiano a fronte. Dalla trascrizione dei manoscritti originali dell'autore. 
Pagine 729 - Prezzo di copertina € 25,00
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile presso Ibs
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica. 



Luigi Natoli: Quattru cani supra un ossu. Fa parte di Suruzza! e altre opere inedite per il teatro in siciliano

Donna Marana Filipponi, donnone autoritario e opportunista, è la mamma di Giulia, diciottenne promessa a don Pietro Scatorcio, ricco settantenne che si è invaghito di lei e che, per opera della madre, sposa. 
La commedia inizia con i preparativi della festa di fidanzamento in casa di Giulia, con relativa lettura dei Capitoli della promessa di matrimonio in presenza del notaio, e donna Marana cerca di convincere la figlia che sposare don Pietro è un'ottima scelta. 
Sî picciridda e nun sai chi ti nesci d’â vucca!... Bah!... Un facemu cchiù storii. Oramai è inutili. Chiddu ch’è fattu è fattu, e è ben fattu... Virrà ‘u jornu chi mi binidirai!... (guarda intorno)Tuttu sta beni. (a Mimì e a Totò)Itivi subitu ad aggiustari. (a don Popò) Aggiustati sta cravatta!... Beddamatri! Chi sî sciattu! Fai sfigurari ‘a casa!... 
Unni manca natura, arti procura!... E l’arti sta nt’ôn farisi viriri cchiù poviri di chi semu!... Si nun fussi pi’ stu bustu! (con vanteria)Cunzignu ‘gioia di figghia, senza viriri comu nni  chiamamu?... A vostra furtuna è d’aviri una matri comu a mia, pirchì si stassivu spiranza di vostru patri… E s’un ci fussi iu, cu farrìa jiri avanti a casa?(a don Popò)Tu, ca passi i jurnati a piscari e a fari pirtusa, comu si nun avissi tri figghi fimmini supra a panza?... Si nun era pi mia, cu situava a Giulia? E cu pensa ora a situari l’autri dui?
Alla lettura dei capitoli sono presenti anche donna Rusidda e don Cecè, donna Filomena e don Ciccio, amici e "compari" dei Filipponi. 
Tutti, tranne Giulia, attendono il fidanzato, don Pietro Scatorcio, che finalmente si presenta:
Signuri miei tutti! (Si voltano, don Pietro viene innanzi, facendo il disinvolto. Ha circa settant’anni, vestito da giovinotto fidanzato; ridicolo. Va salutando. Il notaro lo segue, salutando anche lui, e il commesso tien dietro il notaro, imitandone i movimenti ridicolosamente)  Accussì aspittatu era?... Mi faciti insuperbiri!... Ma ‘a culpa nun è mia. Pigghiativilla cu û  nutaru, ca nun cci vinni cchiù, e cu Nicola ca, è cosa di ririri! s’affruntava e aveva scrupulu a veniri!... (guarda intorno)E la mia cara Giulia unn’è? Ah!... (s’avvicina a lei)Sugnu cca!... Chi aviti, picciridda mia? Siti siddiatedda pirchì vinni tardu?... Nun è culpa mia... Figurativi ca Nicola... (guarda intorno)A propositu, unn’è Nicola? Chi s’arristò fora?(chiama) Nicola!... Nicola, fratuzzu miu, unni sì? (a tutti) Signuri mei, scusatilu; è affruntusu comu una munaceddda... Si capisci. Passa a vita tra casa e chiesa! (chiama)Nicola!... Trasi!... Chi t’haju a veniri a pigghiari iu?... (Nicola si presenta: occhi bassi, e mano sul petto)
Don Nicola… amico fraterno di don Pietro e "perfetto uomo di chiesa".


Luigi Natoli: Suruzza! e altre opere inedite per il teatro in siciliano con traduzione in italiano a fronte. Dalla trascrizione delle bozze originali dell'autore. 
Pagine 729 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolo Pizzorno 
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Disponibile presso Librerie Feltrinelli 

mercoledì 31 luglio 2019

Luigi Natoli: L'Abate Lanza. Tratto da: Suruzza e altre opere inedite per il teatro siciliano

L’Abate Lanza è una commedia dialettale dove Natoli esprime la potenza del dialetto siciliano come lingua e in cui regna il tipico intreccio della commedia degli equivoci. Il protagonista, Ottavio Lanza, è questa volta un eroe negativo, seduttore di donne, nobili e contadine, nubili o sposate o perfino suore… che spiega la motivazione del suo comportamento nel primo atto. E in seguito, tutto il suo gioco, abile e perfetto si snoda portando a un finale un po’ comico un po’ surreale. La commedia è ambientata nella Palermo del 1747, i nobili parlano un siciliano di alto livello, mentre la gente comune un siciliano popolare. La cornice è quella della nobiltà del ‘700, con le sue ipocrisie e le sue decadenze. 

D. OTTAVIO Chistu succedi quannu l’abati è un cadettu di nobili famiglia, destinatu a gudiri prebendi e viscuvati; chi cu tutti l’ordini sacri, resta cavaleri e galanti; pratica palazzi e munasteri cu libirtà, e nun havi mancu bisognu di jiri circannu l’occasioni. Ma si parrati di chiddi chi pi miseria si fannu abati e restanu abati, la cosa è diversa. Figghi di poviri burgisi o di poviri impiegati, nun hannu àutra ambizioni chi di trasiri in casi titolati comu aji, e macari comu aji cappellani, pi campari la vita. ‘Nsignanu un pocu di latinu, ‘a storia sacra, a duttrina cristiana; accumpagnanu ‘i signurini a passeggiu, in carrozza, s’intendi; dicinu ‘a missa nt’â cappella d’u palazzu; legginu ‘u romanzu ‘a la dama; componnu ‘u sonettu pi l’onomasticu d’u patruni, o pi ‘u felici partu d’a patruna, o p’a munacazioni d’a patruncina. Hannu tavula, lettu, serviziu... ma cu tuttu chistu nun sunnu chi sirvituri; stannu un pocu cchiù sutta d’u mastru di casa: fra ‘u cammareri e ‘u cucchieri maggiuri; e qualchi vota, servinu pi mercuriu galanti d’a signura duchissa o principissa... Quali fortuna vuliti ca cci pruissi ‘u tuppu?... 
 Io... È n’àutru paru di manichi. Appartengu a n’àutra categoria. Cu havi spiritu, una certa erudizioni, un aspettu gradevuli, audacia, sapi vutari li parti; resta apparentementi servu, ma in realtà diventa patruni di fattu. Basta sapiri dari ‘u primu passu, e conquistari l’animu d’un patruni, e megghiu ancora chiddu d’â patruna. Allura l’abatinu diventa ‘u favuritu e l’arbitru d’â casa; nun si movi fogghia senza consultallu, cumanna, spenni... e spissu risparmia a lu sô nobili patruni macari la fatica di fari figghi. E tutti cercanu di trasiri nt’ê sô grazii; tutti l’invidianu; diventa l’uguali d’î signuri; è circatu, accarizzatu, desideratu: e si nun insuperbisci, si sapi mantiniri l’apparenza di una inferiorità, senza essiri pi chistu servili, trova tutti li porti aperti, megghiu di l’abatini nobili. Un pocu di sapienti ipocrisia, intraprendenza, audacia a tempu e locu, e havi tuttu: ricchizzi, putenza, amuri, senza aviri nuddu pisu… 
Caru miu, ognunu havi dirittu a la sô parti di piaciri ‘nt’â la vita; pirchì tutti semu figghi d’Adamu; e si cci foru chiddi chi si pigghiaru per sé tutti l’agi e li gudimenti, e lassaru all’autri tutti ‘i duluri, è giustu chi cu’ po’, e comu po’, si ripigghiassi ‘dda parti di agi e gudimenti chi cci tocca. Ed è pi stabiliri st’equilibriu, chi Domineddiu detti l’imbecillità a li ricchi e lu talentu a li poviri. Cu’ nun nni sapi approfittari, furca chi l’adurca!


Luigi Natoli: Suruzza! e altre opere inedite per il teatro siciliano, con traduzione in italiano a fronte. 
Pagine 729 - Prezzo di copertina € 25,00
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
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Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica 


lunedì 29 luglio 2019

Luigi Natoli: Suruzza! e altre opere inedite per il teatro siciliano con traduzione in italiano a fronte


Gentili clienti e cari lettori,

con piacere Vi informiamo che Suruzza! il nuovo volume della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli è finalmente in vendita. 
Suruzza! è la seconda parte della raccolta di opere teatrali di Luigi Natoli, tutte assolutamente inedite e copiate dai manoscritti dell’autore. Mai lette da nessuno. 
Sono le opere teatrali in dialetto siciliano, dove troverete un Luigi Natoli totalmente nuovo, libero dagli schemi che nei suoi romanzi era spesso obbligato a seguire per il gusto e la cultura dell’epoca. Un Luigi Natoli che si esprime in dialetto siciliano, badando accuratamente di utilizzarlo a seconda dei luoghi. Nelle scene di paese si legge infatti un dialetto con accento “paisano”, mentre in quelle ambientate a Palermo il dialetto è espressamente palermitano. Per rendere fruibile l’opera a tutti, abbiamo corredato il volume della traduzione in italiano con testo a fronte.

Suruzza! e altre opere inedite per il teatro raccoglie:

Suruzza! – Dramma in quattro atti
L’Abate Lanza – Commedia in tre atti
L’umbra chi luci – Dramma in tre atti 
Quattru cani supra un ossu – Commedia in tre atti

Chi ha già letto Cappa di Piombo conosce Suruzza! perché è la traduzione in dialetto di Quannu curri la sditta! Ma non è uguale. Lo scrittore, durante il passaggio dell’opera dall’italiano al dialetto, ha elaborato i dialoghi, rendendoli più efficaci, ha cambiato in parte lo svolgimento della storia, portando il lettore a un finale davvero commovente. E siamo sicuri che tutti voi amerete Suruzza! che sorride da un antico ritratto in copertina, opera di Niccolò Pizzorno. Il dramma è ambientato in piccolo paese della Sicilia nel periodo post unitario, dove “regna” con il suo potere di strozzino Don Carru, che ha tra le sue vittime don Tomaso, padre di Giovannino e Carmela. Sarà Giovannino, rientrando in paese con il titolo di avvocato, a sventare le trame dell’avido Don Carru e fare giustizia ma in tutto questo c’è Carmela, la sorellina (suruzza) di Giovannino che con i suoi diciassette anni vive in un mondo di poesia e di amore per la famiglia. 
L’Abate Lanza è una commedia dialettale dove Natoli esprime la potenza del dialetto siciliano come lingua e in cui regna il tipico intreccio della commedia degli equivoci. Il protagonista, Ottavio Lanza, è questa volta un eroe negativo, seduttore di donne, nobili e contadine, nubili o sposate o perfino suore… che spiega la motivazione del suo comportamento nel primo atto. E in seguito, tutto il suo gioco, abile e perfetto si snoda portando a un finale un po’ comico un po’ surreale. La commedia è ambientata nella Palermo del 1747, i nobili parlano un siciliano di alto livello, mentre la gente comune un siciliano popolare. La cornice è quella della nobiltà del ‘700, con le sue ipocrisie e le sue decadenze. 
L’umbra chi luci è un dramma in tre atti ambientato in un paesino della Sicilia. Protagonista è Filippo Montoro, reduce della prima guerra mondiale che torna a casa cieco, e la moglie Agata, combattuta tra l’amore per il giovane marito e le pretese dell’amante Atanasio, che si rivela dall’inizio del primo atto. Un dramma il cui tema è particolarmente caro all’autore, con un finale a sorpresa, un vero colpo di scena. 
Quattru cani supra un ossu è una commedia in tre atti ambientata nella Palermo dei primi del ‘900. Un simpatico e ricco settantenne, don Pietro Scatorcio, si innamora della diciottenne Giulia Filipponi, che riesce a sposare grazie al matrimonio combinato dalla madre, donna Marana. Tutta la famiglia di Giulia prende di mira il lauto patrimonio di Pitrinu, ma anche l’amico don Nicola, uomo di chiesa, superiore della confraternita di San Giuseppe dei Poveri della chiesa di Santa Maria delle Grazie… E Giulia, nella sua giovinezza, aveva già dato il suo cuore a Orazio, nipote di don Pietro… Una commedia divertente, dal finale forse un po’ inaspettato, ma onesto. Una commedia dove si legge un Luigi Natoli mai letto: un Luigi Natoli comico!
Il volume è frutto di un lavoro lungo e complesso: abbiamo cercato le opere presso l’unica fonte certa, ovvero la Biblioteca Comunale. Abbiamo copiato i testi dai manoscritti dell’autore, che sono stati tradotti da Francesco Zaffuto. Abbiamo inserito diverse note, poiché l’autore, con grande naturalezza, cita nei dialoghi fatti, personaggi, modi di dire, che ci è sembrato giusto spiagare. Abbiamo fatto delle scoperte davvero interessanti, tutte meticolosamente indicate nella prefazione, corredata da alcune foto dei manoscritti e dei disegni con cui Natoli illustrava le sue opere, ed abbiamo trascritto per voi anche gli articoli sul Giornale di Sicilia dove si parla del successo avuto dalle varie rappresentazioni teatrali dell’autore o dalla sua lettura di Suruzza!  al Circolo di Cultura.

Il volume di 724 pagine che ha il prezzo di copertina di € 25,00  è acquistabile dal sito della casa editrice a questo link con lo sconto del 20%
Insomma, anche in questo volume c’è tanto per uno studioso, amante di Luigi Natoli e del teatro. Ma non soltanto, perché non si tratta di una lettura prettamente teatrale. Si ha l’impressione di leggere un romanzo del grande autore, uno di quei bei romanzi che tutti noi, suoi ammiratori, amiamo tanto. 
Potete acquistare il volume direttamente dal catalogo prodotti della casa editrice a questo link:
http://www.ibuonicuginieditori.it/catalogo_prodotti_i_buoni_cugini_editori/natoli-luigi-suruzza-e-altre-opere-inedite-per-il-teatro-siciliano.html
Disponibile presso le Librerie Feltrinelli, su Amazon e su Ibs. 

I Buoni Cugini editori




Luigi Natoli: Lettera di Clodomiro al babbo. Tratto da: Ricordi di Clodomiro mio figlio

2 ottobre 1916
...Credevo di non avere tempo di scriverti due paroline... Ora in un momento di tregua, profitto e ti scrivo un semplice rigo. Da due giorni e due notti si fa avanzata. Si combatte, si dorme quando si può al fresco. Questa sera pare ci sia la decisiva, e il mio battaglione è fra i destinati ad avanzare contro le posizioni di un forte.
Da qui, quindi, dalle alte Alpi Dolomitiche, in mezzo al fragore del cannone e della mitraglia, e da un angolo, ove passano i feriti e morti, ti invio il mio saluto, e il mio più bel bacio. Spero che io sia fortunato anche questa volta. Ma caso mai... niente lagrime! Niente pianti! Io vi penso sempre, fino all’ultimo. Grida con me: Viva la più grande Italia, W la libertà...





Luigi Natoli: Ricordi di Clodomiro mio figlio.
Nella versione originale pubblicata nel 1920 e corredata dalle foto dell'epoca.
Pagine 74 - Prezzo di copertina € 10,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile su Ibs
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica

Luigi Natoli: Ricordi di Clodomiro mio figlio

Sul Col di Lana, giugno 1915
Mi recavo un giorno, mentre eravamo in attesa di andare all’attacco, ad attingere acqua, con un altro soldato del 50°. Dinanzi a noi erano due soldati del 91°. Siamo scorti, e una granata ci colpisce in pieno... Cado stordito, mi rialzo e trovo i tre soldati feriti; quello del 50° leggermente; i due del 91° agonizzavano. Ritorno col mio ferito, e chiamo soccorso per gli altri due. Andiamo sul posto con un medico, il quale ordina il trasporto all’infermeria di uno. L’altro lo si adagia a ridosso di un sasso, e si lascia lì in attesa della morte.

Da Caprile
Si entra subito in territorio austriaco. Si passa per la vecchia dogana, e ci incamminiamo per i boschi. Si attraversa un paese disabitato e quasi distrutto: Colaz.
Qui troviamo in una stalla una vacca, che portiamo via con noi. Nelle case deserte si fa provviste di coperte...
La notte si passa all’addiaccio, presso Andraz. Altro paese sulla strada delle Dolomiti.

Siamo in trincea.
Le trincee vanno dal Cordevole su pel costone di Salesei. La mia compagnia occupa la cima del costone e forma sul cocuzzolo di esso una specie di saliente a ferro di cavallo. Da tre lati abbiamo i tedeschi (qui c’è lo schizzo del saliente).
Qui vi sono delle posizioni terribili. Dinanzi c’è il paese Livinallongo. Vi sono gli austriaci. Andando fuori dalle trincee per un 100 metri, da un cocuzzolo si vede il paese e i tedeschi. Mi ci sono recato con un altro soldato. Abbiamo visto un carro con materiale accompagnato da alcuni soldati. Abbiamo sparato contro varie volte, e benchè a 1800 metri, le pallottole han dovuto passar molto da vicino, perché i soldati sono fuggiti sotto il carro a ridosso dei muri.




Luigi Natoli: Ricordi di Clodomiro mio figlio
Nella versione originale pubblicata nel 1920 e corredata dalle foto dell'epoca. 
Pagine 74 - Prezzo di copertina € 10,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
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Luigi Natoli: Ricordi di Clodomiro mio figlio.

Nel secondo anniversario della nostra gloriosa e santa guerra fervente nella nostra vittoria e nel trionfo del diritto dalle trincee del S… a pochi metri dal nemico, invio gli auguri più fervidi di gloria e di felicità, a te, che serenamente e con cosciente fede, hai alla patria offerto i tuoi figli! Che tu sii fiero di ciò.
E ti sia conforto il sapere che i tuoi figli sono degni di te... che da te solo e col tuo esempio appresero a sacrificarsi se occorre per la giustizia e per il riscatto.
Evviva l’Italia! Evviva la guerra contro i tedeschi!
Ti bacio

                                                                                      
Clodomiro




Luigi Natoli: Ricordi di Clodomiro mio figlio
Nella versione originale pubblicata nel 1920 e corredato dalle foto dell'epoca
Pagine 74 - Prezzo di copertina € 10,00
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Luigi Natoli: Ricordi di Clodomiro mio figlio

Serro nel profondo del cuore l’angoscia, respingo indietro le lagrime che fanno impeto agli occhi, per scrivere della mia creatura.
Potrei commettere ad altri questo ufficio, ma non voglio; perché a nessun altro Egli rivelò l’anima sua, fuor che a me, che Egli amò devotamente e con orgoglio, che direi soverchio se si potesse dar misura all’amore suo filiale. Voglio scrivere io, il Suo babbo, non soltanto per dire il cuor che Egli ebbe, ma per isfogo del mio cordoglio; e perché parmi che il Suo spirito debba gioire di questa mia testimonianza di dolore e d’amore.
Il frammento di bomba che nel piccolo cimitero di Staranzano scavò una fossa alla carne giovinetta, aperse una ferita insanabile nel cuor mio. Pure, in questa ferita, come in un sacrario, vive illuminata dalla luce purissima del voluto sacrificio l’immagine del mio Clodomiro; e più, contemplandola, si inacerba il rimpianto, più ella si ingrandisce agli occhi miei: perocchè dispogliata dalle materiali contingenze della vita, l’anima Sua mi si va sempre più rivelando diritta come una lama, tesa come un arco alla sua meta, austera nel concepimento del dovere, vigile e pronta al sacrificio, come quella di un confessore della fede…

Luigi Natoli: Ricordi di Clodomiro mio figlio. 
Nella versione originale pubblicata nel 1920 e corredata dalle foto dell'epoca. 
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giovedì 18 luglio 2019

Luigi Natoli: Suruzza! Una nota sulla traduzione a cura di Francesco Zaffuto.

Le quattro opere teatrali di Luigi Natoli in siciliano, trovate negli archivi, e venute alla luce  grazie al paziente lavoro di ricerca degli editori I Buoni Cugini di Palermo, sono di grande preziosità anche per l’uso fatto dal Natoli del siciliano. È un siciliano della fine ottocento parlato ancora abbondantemente a Palermo, e che Natoli ben padroneggiava come lingua madre. L’autore lo volle esprimere in tutta la sua forza espressiva e spesso curò nel dialogo l’inserimento di particolari modi di dire, proverbi e motti in uso.
Le opere teatrali in siciliano sono quattro:
due drammi, “Suruzza” e  “L’umbra chi luci”
e due commedie, “Quattru cani supra un ossu” e “L’Abate Lanza”.
Nei due drammi anche le indicazioni di scena sono scritte in siciliano, nelle due commedie il siciliano è usato solo nei dialoghi.
Il dramma “Suruzza” è ambientato in un paesino della Sicilia nel periodo post unitario, dove erano ormai lontani gli ideali risorgimentali ed avanzava uno strato sociale di avventurieri senza scrupoli, collusi con ambienti malavitosi e appoggiati da rappresentanti di istituzioni e da politici conniventi. Contro quella cornice diabolica e contro gli esponenti  corrotti si poteva  lottare, e l’invito ad una lotta coraggiosa fatta da Natoli era esplicito, ed era  possibile anche una vittoria. E vale anche per i nostri giorni. La cosa più crudele però resta la sorte, una sorte maledetta che a volte distrugge  i deboli e gli innocenti;  e Carmela, la giovane sorella del protagonista Giovannino (Suruzza) è la vittima di questa sorte e  il centro di questo dramma.
Nell’altro dramma “L’umbra chi Luci”, il nodo è il ritorno dei reduci dalla prima guerra mondiale. Su questo conflitto Luigi Natoli arrivò a scrivere uno dei suoi romanzi più poderosi “Alla guerra!”; e non fu solo un osservatore esterno di questa tragedia, ma ne venne colpito profondamente negli affetti.
In “L’umbra chi luci”, ambientato in un paesino siciliano, c’è chi torna orrendamente mutilato, c’è il racconto delle azioni e dei morti, ci sono quelli in attesa di partire, e tra questi ultimi c’è chi intende disertare. Il centro del dramma è l’infedeltà coniugale di Agata, moglie di Filippo Montoro, un reduce cieco di guerra; la donna, pur volendo tornare ad essere fedele al marito e dedicarsi alla sua cura, è ostacolata dal suo ex amante. In questo dramma Natoli accentua al massimo la dicotomia tra giusto ed ingiusto e pone nell’ingiusto chi non voleva sacrificarsi alla Patria.
  Nelle due commedie invece si rivela un Natoli insolito, pieno di spunti ironici e divertenti.
In “Quattro cani supra un ossu”, il commediografo palermitano costruisce, in un ambiente della vecchia Palermo, un insieme di personaggi tutti tesi ad approfittare di un ricco vecchietto che vuole testardamente restare arzillo. C’è chi vuole prosciugare le sue ricchezze dandogli in sposa la giovane figlia, e c’è chi ne vuole approfittare minacciandolo con le possibili punizioni dell’inferno. Il vecchietto  ondeggia, ma nel rondò finale vincerà, con uno Sciatara!, lo stato di fatto.
Dove Natoli esprime al massimo tutta la potenza del siciliano come lingua è “L’Abate Lanza”, in cui regna l’intreccio tipico della commedia degli equivoci;  l’eroe questa volta è un eroe negativo, ed è inusuale per il mondo narrativo di Natoli. Il protagonista Ottavio Lanza, seduttore di nobildonne, suore e villane, è ben chiaro nello spiegare la motivazione del suo comportamento; e lo fa subito nel primo atto. Poi nel corso della commedia si stenta a credere all’artifizio del suo gioco, che si combina sempre in suo favore. La commedia, ambientata in una Palermo del 1747, ci presenta uno stuolo di nobili che parlano un siciliano di alto livello, e villani che parlano un siciliano popolare; e il tutto nella cornice di un mondo settecentesco, decadente e pieno di vizi e ipocrisie. Il finale dell’Abate Lanza è rutilante e degno della migliore vaudeville. 
 Per incarico de I Buoni Cugini Editori, ho provveduto a tradurre in italiano queste quattro opere di Natoli, per permetterne la fruizione a chi il siciliano non lo conosce, ed anche ai tanti siciliani che della loro lingua ormai conoscono ben poco. Ho cercato il più possibile di essere aderente al testo e spesso ho lasciato la stessa costruzione delle frasi tipiche del siciliano.
Un’ultima considerazione sul dialetto che usa Natoli in queste opere. Si tratta sempre di un dialetto siciliano, ma piuttosto vario. Infatti ne L’abate Lanza usa un dialetto piuttosto colto e vario a seconda dei personaggi, mentre in Quattru cani supra un ossu, è piuttosto popolare e attinente a quello palermitano. In Suruzza e L’umbra chi luci identifichiamo un dialetto “paesano”. Infatti, più volte l’autore parla di “sceni paisani”
Spero che questa traduzione possa invogliare tanti lettori a cimentarsi nella lettura della versione originale.
 
Luigi Natoli: Suruzza! Raccolta delle opere teatrali inedite in dialetto siciliano, con testo in italiano a fronte a cura di Francesco Zaffuto. 
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