venerdì 22 maggio 2015

Luigi Natoli nel romanzo Gli ultimi saraceni: Majone da Bari, grande Almirante del regno di Guglielmo I

- Ah! tu non intendi. Or bene sai tu quale sia uno dei godimenti dell’Almirante? Egli scende nelle prigioni delle donne, e così legate e indifese come sono, le disonora!...

Grande Almirante, capitano, favorito della regina Margherita a molti della corte, e generalmente creduto pessimo cristiano, e, in fondo musulmano ancora, e in relazione coi musulmani d’Africa. Il grande Almirante, per la sua politica, che mal celava una febbre ambiziosa di dispotismo, aveva partigiani e nemici. I primi erano più nu­merosi nel popolo e nella piccola borghe­sia, per sentimento di solidarietà di classe, come si direbbe oggi e per l’innata avver­sione di tutte le plebi alte e basse contro la nobiltà; i secondi erano nella borghesia dei banchi e nella nobiltà osteggiata sempre da Majone. Inoltre Majone si appoggiava ai Saraceni, convertiti o no, contro i quali cominciava a serpeggiare l'odio religioso.
Majone era venuto in corte giovine anco­ra, al tempo di re Ruggero; ed era arrivato a ottenere un posto di scriniario, o scriva­no. Il re, da quel profondo conoscitor d'uomini che era, riconobbe in quel borghese un cervello quadrato e un vivo senso pratico negli affari; ereditato forse dai suoi mag­giori gente di negozi. Accorto, sottile, ani­moso e risoluto quando era necessario, si­mulatore, tenace nei propositi, devoto al re, almeno agli atti, Majone seppe entrare nel­l'animo di Ruggero, che da scriniario lo promosse a vice cancelliere.
Guglielmo l'ebbe a compagno di avventure, prima che si fosse associato al regno del padre; l'ebbe consigliere e ministro durante gli ultimi anni del regno di Ruggero; ne fu preso e gli si affidò. Il giorno in cui, dopo la morte di Ruggero, Guglielmo fu solennemente incoronato nella cappella del duomo, il 4 aprile del 1154, Majone già divenuto Cancelliere, fu promosso Almirante degli Almiranti, cioè primo ministro. La parola Almirante, divenuta poi Ammiraglio, derivata da el emir, non designava allora comando di flotta; era titolo di ufficio civile e militare, indifferentemente. L’Almirante degli Almiranti, o più comunemente il Grande Almirante era su per giù quel che oggi è il presidente del Consiglio dei ministri ma con maggior autorità.
Majone, senza parere, aveva a poco a poco radunato nelle sue mani il potere; e sebbene gli atti recassero la intitolazione Guglielmus dei gratia Siciliae nondimeno essi non esprimevano che la volontà del ministro. Il quale pareva così interamente e sinceramente devoto, e così votato al servizio del re, che questi gli abbandonò il regno, e tenne per sé un altro regno, più ristretto, senza noie, senza brighe, nel quale egli era solo ed unico signore; era re, ministro, sacerdote di un culto vecchio quanto il mondo, e sempre nuovo, sempre pieno di incanti, e di giocondità.
Luigi Natoli
Disegno di Niccolò Pizzorno

Luigi Natoli nel romanzo Gli ultimi saraceni: il re Guglielmo I della dinastia di Hauteville.


Così viene descritto da Luigi Natoli il re Guglielmo I, uno dei protagonisti del romanzo "Gli ultimi saraceni".
 
"Guglielmo si vedeva così raramente, che tutte le volte che appariva in pubblico destava la curiosità del popolo. Egli stava sempre chiuso nel suo palazzo, e dicevano che passasse il più della giornata, sdraiato all’orientale sopra cuscini fra le donne del Tiraz. Il re Guglielmo era giovane ancora; aveva nel 1159, trentanove anni: somigliava molto al padre, Ruggero. I cronisti contemporanei ne lasciarono un ritratto che si riconobbe esatto, quando scoperchiata la tomba del re, in Monreale, nel 1811, se ne vide il cadavere ancora intatto. Era di alta statura, corpulento; bello e maschio di volto, sebbene la fronte un po’ stretta, ma l’espressione un po’ acre e repulsiva; i capelli lunghi e la barba folta e rotonda di color biondo traente al rossiccio. Vestiva il camice bianco, percorso intorno intorno da un fregio. Il fianco aveva cinto da un cingolo di cuoio e metallo, al quale era attaccata la spada; indosso aveva una specie di dalmatica tutta d’un colore, ornata di una larga striscia ricamata. In capo un berretto, specie di cuffia, che aveva qualcosa di orientale.

Era un buon conoscitore di donne: rassomigliava da questo lato al pa­dre, che aveva subito il fasci­no della vita voluttuosa dei musulmani, e non contento delle quattro mogli prese suc­cessivamente, s'era fatto un harem, sfidan­do i rimproveri, gli scrupoli e l'orrore del clero. In questo Guglielmo aveva superato il padre, di cui aveva subito il fascino in altre qualità dello spirito. Nell'avarizia, per esempio, e nella ferocia dei castighi. Gli restava di gran lunga inferiore nell'attività maravigliosa, nel fine senso politico, nella opportuna e sapiente prudenza e nella magnanimità, quando era necessaria: qualità che avevan fatto di lui il più grande monarca e statista del suo tempo. Guglielmo ama­va troppo la voluttà, per aver tempo di oc­cuparsi dello Stato. Egli non serbava gli odi tenacemen­te; era così snervato, che non aveva neppur l'energia dell'odio; negli impeti era terribile e crudele; ma passato l’impeto impulsivo, le nuove impressioni affievolivano e talvolta spegnevano le antiche, e non rimaneva che un’ombra di odio o di avversione passiva; talvolta però essa si ravvivava.
Luigi Natoli.

Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni.

Ritorna, dopo 104 dalla prima ed unica pubblicazione a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 05 agosto 1911 e per la prima volta in libro edito da I Buoni Cugini Editori

 
Un avvincente romanzo storico, ambientato nella Palermo del 1160 in cui si narrano le vicende del re Guglielmo I, del grande Almirante Majone e di Matteo Bonello.


Luigi Natoli: 24 Maggio 1915

Ricorda sempre questa data. E' il giorno in cui l'Italia entrò in guerra, per liberare le ultime sue terre dalla soggezione allo straniero, per compire la sua unità, per assicurare la sua indipendenza.
Che guerra! per terra, per mare, nell'aria! Quanto sangue versato, e quanto eroismo!... Ma l'Italia vinse. Vinse pel valore dei suoi figli, per la sua volontà di vincere.
E anche in questa ultima e grande e terribile guerra, i giovani siciliani combatterono come quelli di Milazzo, come quelli del Volturno. E sul monte grappa e dovunque fecero prodigi.
Vuoi tu sapere con che cuore essi andavano alla guerra, e i padri ve li mandavano?
Leggi questa letterina: è di un soldato, e fu scritta nel 1917; l'ho letta in un museo di ricordi patrii,
 
Caro babbo,
Nel secondo anniversario della nostra gloriosa e santa guerra, fidente nella vittoria e nel trionfo del nostro Diritto, dalle trincee di .... a pochi metri dal nemico, invio gli auguri più fervidi a te, che serenamente hai dato alla patria i tuoi figli.
Spero di essere fortunato ancora; ma se dovessi cadere, niente lagrime, niente pianti! Sii fiero di noi, che da te abbiamo imparato ad amare la patria e, se è necessario, a sacrificarci per essa: e grida con me: Viva la più grande Italia!
 
Il soldatino che scrisse questa lettera morì pochi giorni dopo. Era giovane, bello e gentile, e tutto diede per la patria.
Medita: e fa di esser degno di coloro che morirono per darti una patria grande e gloriosa.
 
Luigi Natoli


Nota dell'editore: il Soldatino di cui parla Luigi Natoli in questo breve testo è il figlio Clodomiro, morto durante la prima guerra mondiale. La lettera che è trascritta è proprio l'ultima, che Clodomiro invia al padre, prima della morte.
I Buoni Cugini Editori

mercoledì 20 maggio 2015

Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni.


 
Gli Ultimi Saraceni di Luigi Natoli, pubblicato per la prima volta in libro da I Buoni Cugini Editori dopo 104 dalla prima ed unica pubblicazione a puntate sul Giornale di Sicilia del 05 agosto 1911.

sabato 16 maggio 2015

Luigi Natoli nel romanzo "Alla guerra!" : la crudeltà tedesca.

Il fanciullo aveva sollevato due moncherini, ancora fasciati in bende macchiate di sangue. Le sue piccole mani erano state mozze; le sue piccole mani innocenti eran cadute sotto il taglio violento della spada tedesca, ed egli sollevava i braccini vuoti, simili a due teneri gambi di frumento, cui la grandine strappò le spighe, voleva difendersi, e non aveva più le sue armi naturali; ma quel gesto di difesa aveva la terribilità di un'accusa orrenda... Perchè? perchè avevan mozzate quelle piccole mani che conoscevan soltanto la carezza?
Simili a belve sitibonde, con le menti sollecitate nella ricerca di nuove crudeltà, e­rano entrati, briachi di birra e di vino, i soldati di quell'imperatore che si proclamava l'eletto di Dio; uomini da uccidere non ve n'erano in quella casa; v'eran don­ne e quel fanciulletto, rifugiati in un an­golo per lo spavento. Sotto gli occhi dell'in­nocente, le donne furono rovesciate per terra, sacrificate alla bestiale concupiscenza. L'innocente piangeva, stendeva le mani, con le dita aperte, simili a rosei bocciuoli.
- Oh! piccola canaglia! quando tu sarai  adulto, coverai nel cuore il desiderio di vendicarti! Or ti strapperemo gli artigli. Tu non potrai più impugnare un'arme; non potrai neppure adoperare uno strumento; non potrai mangiare come gli altri uomini, tu non sarai più un uomo; vivrai tutta la tua vita nella impotenza di fare qualsiasi cosa: avrai le tue braccia per ironia!...
Una  mano ghermì quei ditini supplici, l'altro vibrò il colpo: al grido straziante della madre, rispose il sogghigno del mutilatore.
 
Tutto poteva spiegarsi: la rovina degli edifizi, gli incendi, i saccheggi, le fucilazioni inutili, le violenze alle donne, tutte le manifestazioni del­l'anima selvaggia primitiva; tutti gli ecces­si degli istinti scatenati; tutto! ma quella crudeltà raffinata contro l'infanzia, no! era un delitto, una scelleratezza, un sacrilegio che oltrepassava ogni orrore concepibile!...

E guardava quei due moncherini dalle cui bende il sangue non s'era cancellato; quei due moncherini stesi in alto, nel loro gesto silenzioso, terribilmente tragico, invocatore di vendetta! E agli occhi di lei si moltiplicavano. Dal fondo di quella stanza pareva sorgessero centinaia di fanciulli, e tutti levavano le braccia mozze e sangui­nanti, con lo stesso gesto muto e terrificante.
 
 

Luigi Natoli nel romanzo Alla guerra! : la violenza dei tedeschi sulle donne francesi


Le donne non capivano il tedesco: videro il sergente e i soldati avvicinarsi e stesero le mani supplichevoli. Il sergente, forse per veder meglio, prese per le braccia una giovinetta, e la tirò da parte; francesi non ce n’erano; ma quella giovinetta era così graziosa nel suo terrore!... E il sergente era così allegro!... e i suoi nervi così eccitati...
Se la prese fra le avide braccia, e la rovesciò per terra. Allora, come un branco di lupi, quei soldati, si gittarono sulle donne. Grida, gemiti, lotte brevi, rapide, di corpi che tentavano disperatamente divincolarsi dalle strette bestiali; un ansare mostruoso; un percotere di pugni feroci, per abbattere le resistenze. La bestia concupiscente trionfava...
Rossi, con le nari dilatate, ancora ansanti, lasciavan la preda abbandonata per terra, priva di sensi; sopra la quale altri si gittavano, come assetati a una fonte di acqua. Una fanciulla era morta: aveva il petto squarciato da un colpo di baionetta; il sangue che le sgorgava su le vesti scomposte, non aveva impedito la profanazione.
Il sottotenente non aveva detto una parola. Aveva alzato le spalle, bisognava pure che quei poveri ragazzi, che avevan combattuto da tre giorni, trovassero uno svago. Un soldato gli aveva offerto una fanciulletta di quindici anni, che pareva un giglio; ma egli non aveva nessuna voglia. Aveva rifiutato.
- Allora la prendo per me! – aveva esclamato il soldato.
Parevano degli ubbriachi, ancora coi nervi vibranti, gli occhi cupidi, i volti accesi. Non v’era nulla a frugare: francesi non ce n’era; roba da saccheggiare neppure. Il sergente bonaccione, che rideva soddisfatto, non volle andarsene, senza aver prima strappato a una giovane donna, forse una sposa novella, gli orecchini, lacerandole le orecchie.
Intanto un grave puzzo di gas empiva l’aria; certo in quel trambusto qualcuno aveva rotto un tubo.
Il drappello abbandonò il magazzino; vide un’altra scala, vi si lanciò con ardore, come se si trattasse di dare la scalata a una fortezza; lì, nella penombra del magazzino, sedute per terra o ancora abbattute, qualcuna in piedi, col volto nascosto fra le mani, meste, sbalordite dallo spavento, dalla vergogna, con le vesti lacere e scomposte, rimanevano quelle povere donne; e in mezzo a loro, immobile, nella sua nudità profanata, giaceva la fanciulla uccisa; ma nel volto esterrefatto, negli occhi azzurri spalancati e senza luce, nella bocca amareggiata dallo spasimo estremo, v’era tutto l’orrore del misfatto; tutto lo strazio della vita doppiamente violata; v’era qualche cosa di ineffabile che destava e confondeva insieme una gentile pietà e un’ira profonda.
 
Disegno di Niccolò Pizzorno.

Luigi Natoli nel romanzo Alla guerra!: l'invasione tedesca di Charleroi.


Charleroi fumava per gli incendi accesi dal bombardamento; presa e ripresa e strappata tra accaniti combattimenti, era rimasta in potere dei tedeschi. Francesi e belgi avevan dovuto sloggiare sotto la grandine delle bombe.

Il 240^ fanteria tedesca aveva occupato la immensa stazione, i magazzini, gran tratto della linea, aveva ricevuto l’incarico di dar la caccia ai francesi sbandati o che si nascondevano ancora nelle case, nelle cantine, nelle chiese. Grosse pattuglie percorrevano le strade ingombre di macerie, di mobili fracassati, di cadaveri, che non si era avuto il tempo di portar via: coi calci dei fucili percotevano le porte chiuse; più spesso le atterravano: gli ufficiali con le rivoltelle in pugno, i soldati coi fucili spianati, gridando minacciosamente entravano; frugavano perfino sotto i letti, dentro i grandi armadi, dentri i camini! scassinavano i mobili a colpi di baionetta, intascavano quel che trovavano; intanto che l’ufficiale o un sottoufficiale interrogava minacciando, i poveri abitanti, per lo più donne, vecchi e fanciulli, raccolti in una stanza atterriti e tremanti.

C’era però qualche cosa da portar via negli armadi, nelle casse, nella credenza!... Chi giungeva pel primo prendeva. Quei poveri soldati avevan sempre fame e sete; dovunque assalivano prima di tutto le credenze e le cantine; e avevan le tasche ampie; come i loro stomachi: c’entrava sempre roba!... Quella che non c’entrava si rompeva, si lacerava, si bruciava, si distruggeva. Bisognava far sentire a Charleroi quanto pesasse il pugno tedesco in collera: Charleroi aveva per due giorni infranti gli sforzi tedeschi, e meritava una punizione. Tutta la città ancora fumante, era invasa da orde di saccheggiatori: qua e là rimbombavano colpi di fucile o di rivoltella: un francese scovato? No: qualche borghese che aveva protestato; qualche donna che aveva forse difeso il suo pudore. Un colpo, e via!... Le case erano molte, e c’era da lavorare. Le fatiche del combattimento non avevano spossati i saccheggiatori.

Un drappello di circa venticinque uomini della 5^ compagnia, comandati da un sottotenente, era dei più animosi e infaticabili. Trasceglieva le case di miglior apparenza, e che comparivano devastate dal bombardamento; le assaliva, le invadeva, baionettava persone e cose, saccheggiava; e andava via: spesso gittava delle capsule incendiarie sui mobili e sulle tende, e v’appiccava il fuoco.

Erano quasi giovani, biondi, cerulei; alcuni robusti, ossuti, forse venivan dai campi o dalle officine; altri di più gentile aspetto; studenti forse, o impiegati di città: i più sbarbati ancora, qualcuno col mento ornato di una barba bionda a ventaglio. Non avevan nulla di feroce, di selvaggio nei volti: erano sudici, con le uniformi qua e là sbrandellate, bruciacchiate, infangate; con le mani nere, coi segni degli aspri travagli durati, dei rischi corsi; ma pur v’era nel loro aspetto qualche cosa di terrificante. Vi era sangue nel fango che macchiava i loro vestiti, e sulle loro mani; negli occhi chiari c’era un balenìo di istinti belluini; i loro sorrisi scoprivano nei denti un non so che di cannibalesco; nei loro gesti v’era il segno della violenza, senza pietà: e nel tempo stesso la coscienza di una forza destinata a una missione.
 
Nella foto: la battaglia di Charleoi (Belgio - 1914)

Luigi Natoli nel romanzo Alla guerra!: lo stato d'animo dei giovani soldati francesi.

      
Guy pensava al domani. Domani sarebbero giunti i tedeschi; gli ulani li avevano già annunziati; nell’aria immobile si sentiva quasi il rombo pesante e fosco della loro avanzata. Pareva che un fremito percorresse la terra, sotto il passo di quei reggimenti ferrigni, che marciavano con una cecità fanatica, verso la vittoria o la morte, passando, senza fermarsi, sui loro fratelli caduti. Domani quel borgo, che dormiva tranquillo nell’ombra, tra’ fanali spenti, sarebbe diventato un inferno; la Sambra, che mormorava dolcemente fra le colline degradanti coi loro boschetti a specchio, sarebbe stata turbata e insanguinata.
Ma dormiva veramente la borgata? dentro le case buie e serrate, la gente forse non trepidava nell’aspettazione del terribile ignoto?

Guy provava una strana sensazione. Non era paura; tuttavia un lieve fremito, di tanto in tanto, ad ogni più lieve rumore, gli scorreva a fior di pelle.
Il latrar lontano di un cane gli faceva spalancar gli occhi nell’oscurità. Passando accanto alle sentinelle che passeggiavano col fucile su la spalla, dopo aver dato la parola d’ordine, raccomandava di stare attenti.
Non era paura. Era un sentimento quasi di oppressione e d’ansia, generato dall’aspettazione del prossimo nembo. I primi colpi, le prime cannonate sarebbero appunto piovute contro i suoi cento uomini, in quella posizione estrema; il primo urto della battaglia avrebbe cozzato contro quel manipolo. Probabilmente quel soldato che passeggiava su e giù vigilando per la salvezza dei compagni, sarebbe caduto pel primo; e non sapeva o non pensava che la morte gli era sospesa sul capo. E anche lui.
Perché no?...

Pensava alla sua casa, e pensava a Ginevra. Nelle prime ore della sera, in un piccolo caffè aveva scritto due lettere, una alla mamma, l’altra a Ginevra; e le aveva spedite; poi aveva in un taccuino, che era il suo piccolo diario, scritto alcuni pensieri. Sulla prima pagina, per ogni evento, aveva già scritto una nota: Chi troverà questo taccuino sul mio cadavere, abbia l’animo gentile e pio da inviarlo a M.r Vandois in Parigi, rue Jouffroy, 26. Aveva raccolto in quel libretto, giorno per giorno, pensieri, osservazioni, confessioni; vi aveva narrato la storia di quel suo amore del quale la famiglia non sapeva nulla, vi aveva confidato i suoi sogni, le sue ambizioni; tutto l’animo suo, in quel che aveva di più segreto e sentimentale.

Ora pensava a questo taccuino. Se egli cadesse, qualcuno glielo ritroverebbe addosso ed eseguirebbe religiosamente il suo desiderio… Ah! l’arrivo di quel cimelio nella sua casa a lutto!... Immaginava la scena, rivedendo tutti i personaggi; l’on. Cadenat col suo cranio lucido e la sua eloquenza di deputato che parla soltanto fuori della Camera, avrebbe fatto un bell’elogio. Guy, l’udiva: l’on. Cadenat consolava madama Vandois, dicendole: - Non bisogna piangere! Guy è morto da eroe, per la Francia: è una gloria per voi!
 
Nel disegno di Niccolò Pizzorno: un ulano.
 

lunedì 27 aprile 2015

Luigi Natoli in Braccio di ferro avventure di un carbonaro: Salvatore Meccio

 
Il Meccio, anima della cospirazione e ordinatore del piano, appariva ai due giovani come uno di quei personaggi maravigliosi dell’antica storia, condottiero e legislatore, dall’occhio acuto, dallo spirito pronto, dalla mente vasta e capace. Come dubitare del trionfo?
Ah il bel sogno! Cacciar gli Austriaci da Palermo, proclamare l’indipendenza e la costituzione, chiamar tutta l’Isola al riscatto: Messina, Messina stessa fatta più accorta della esperienza, deposte le antiche sciocche gelosie, avrebbe seguito e appoggiato il moto di Palermo. E allora Napoli, ancor fremente e mal tollerante l’occupazione austriaca e il tradimento del re borbonico, si sarebbe sollevata; e da Napoli il movimento rivoluzionario si sarebbe propagato nello stato della Chiesa; e poi Milano e Torino, tutta la penisola insomma, scossa da quell’impeto di tempesta rivoluzionaria, tutta in arme per la libertà!
Nella foto: quarta di copertina del volume: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro, I morti tornano..., Chi l'uccise? Tre romanzi del risorgimento italiano. Disegno di Niccolò Pizzorno.  

Luigi Natoli in Braccio di ferro avventure di un carbonaro: La rivolta dei "berretti rossi"

Università di Torino, teatro della strage capitanata dal generale Thaon de Revel dei "berretti rossi" - così erano chiamati gli studenti - insorti contro il governo straniero nel 1821.

Braccio di Ferro avventure di un carbonaro - I morti tornano... - Chi l'...


Luigi Natoli in Braccio di ferro avventure di un carbonaro: i simboli della Carboneria


Buon Cugino Spada, è necessario che voi conosciate il significato simbolico di ognuno dei nostri emblemi. Il tronco dell’albero che voi vedete, indica la superficie della terra, sulla quale sono sparsi i Buoni Cugini; simboleggia anche il firmamento che si stende ugualmente sopra di noi; le radici indicano la sua stabilità e il verde fogliame la sua perenne giovinezza. Come Adamo ed Eva dovettero celare il loro peccato nella foresta, così i Buoni cugini debbono celare i falli dei loro compagni.

“Il pannolino bianco, sul quale vi siete inginocchiato per pronunciare il giuramento, è il prodotto di una pianta. Con la macerazione e col lavoro la pianta è divenuta pannolino; così noi con sforzi continui dobbiamo purificarci e migliorarci.

“Un pannolino ci avvolge quando veniamo alla vita, e ci riceve di nuovo quando nasciamo alla vera luce. L’acqua che ci lava quando veniamo al mondo, ci insegna a purificarci dalle macchie del vizio, per godere i piaceri della virtù. Il sole, che impedisce la corruzione delle cose, ci esorta a salvare il nostro cuore dalla corruzione del mondo; la corona di spine bianche posta sul nostro capo, ci ammonisce a essere prudenti e fermi nei nostri propositi e nelle nostre azioni; la croce ci esorta a seguire l’esempio di Gesù Cristo, nostro Gran Maestro, che patì là in croce per la salvezza dell’umano genere; la terra, dove il nostro corpo sarà sepolto nell’eterno oblìo, è simbolo del segreto che deve essere sepolto in fondo ai nostri cuori.

“Essa è il simbolo più importante: i pagani cercano dividerci, calunniando la nostra istituzione, che è strumento di redenzione e di felicità: se penetrassero i nostri segreti ci obbligherebbero a sostenere una lotta ineguale. La scala insegna al Buon Cugino Carbonaro che la virtù si raggiunge grado a grado; il fascio di legna simboleggia i Buoni Cugini stretti in un patto, concordi e in pace: i nostri tricolori indicano le virtù cardinali; il nero o carbone, è il simbolo della fede; il turchino, o fumo, è il simbolo della speranza; il rosso, o fuoco, è simbolo della carità.

“Questo pezzo di legno, pendente da un nastro tricolore, di cui siamo ornati, si chiama Echantillon; è il nostro segno. La matassa di filo, simboleggia la mistica catena che ci lega; la scure, la zappa e la pala sono gli strumenti dei nostri sacri travagli.
 
nella foto: Coccarda carbonara esposta al Museo di Storia patria di Palermo.

Luigi Natoli in Braccio di ferro avventure di un carbonaro: l'adesione di Tullio Spada alla Carboneria


- Credo dunque, Tullio Spada, sia stata la Provvidenza che vi ha guidato qui; perché voi sarete un Carbonaro o, come diciamo fra noi, e come avete udito, un “Buon Cugino” dei più validi. La nostra società ha bisogno d’uomini forti e coraggiosi, e soprattutto onesti pel raggiungimento del nostro fine.
-  Qual è questo fine?
- La liberazione degli uomini dalla schiavitù… Che cosa siamo noi? Degli schiavi. Che cosa vogliamo essere? Uomini liberi. Questo è il fine comune di tutti i Buoni Cugini sparsi nel mondo. Per noi Siciliani vi è ancora un altro fine da raggiungere; l’indipendenza dell’isola, la restaurazione della sua autonomia violata, calpestata dal vecchio Borbone traditore. Noi vogliamo la indipendenza e la libertà; indipendenza da Napoli con governo nostro, e costituzione come quella spagnuola. Questo programma, compie l’altro, comune a tutti i Carbonari, che è quello del perfezionamento umano… Andiamo incontro a grandi pericoli, a persecuzioni, a supplizi: la morte sta quasi perennemente sospesa sopra il nostro capo, ma che importa? Essa non può nè deve arrestarci. Siate dei nostri, Tullio Spada: non negate il vostro braccio alla santa causa…
 
- Noi – continuò il Buon Cugino, – siamo alla vigilia di un grande avvenimento. Palermo è piena di “Vendite”; abbiamo “Vendite” a Messina, a Catania, a Siracusa, perfino in piccoli paesi. La verità si fa strada. Su tutto il regno di Napoli le “Vendite” hanno distesa una rete di cospirazioni, se così vi piace chiamare i nostri lavori; l’esercito è con noi. Vi sono “Vendite” a Roma e in tutto lo Stato Pontificio; nel Piemonte, in Lombardia, in Francia… Dappertutto si lavora, contro la tirannia e l’oscurantismo.
Disegno di Niccolò Pizzorno.
 

Luigi Natoli in Braccio di ferro avventure di un carbonaro: giuramento di Tullio Spada alla Carboneria

Dal romanzo "Braccio di Ferro avventure di un carbonaro" di Luigi Natoli il giuramento di Tullio Spada alla Carboneria:
“Io Tullio Spada, giuro e prometto sotto gli stabilimenti dell’ordine in generale e su questo ferro punitore degli spergiuri, di custodire scrupolosamente il segreto della rispettabile Carboneria; di non scrivere, incidere o dipingere cosa alcuna appartenente alla Carboneria, senza averne ottenuto il permesso in iscritto. Giuro di soccorrere i Buoni Cugini Carbonari in caso di bisogno, e di non tentare l’onore delle loro famiglie. E se divento spergiuro, consento che il mio corpo sia fatto a pezzi, bruciato, e le mie ceneri sparse al vento, affinchè il mio nome serva di esempio a tutti i Buoni Cugini sparsi sulla terra. Così Dio mi aiuti”.
www.ibuonicuginieditori.it
Disegno di Niccolò Pizzorno

Luigi Natoli in Braccio di Ferro avventure di un carbonaro: indipendenza o morte!

Dal romanzo "Braccio di Ferro avventure di un carbonaro" di Luigi Natoli:
"Giuriamo di essere costanti e forti! Indipendenza o morte!
Questo giuramento, in quell'ora, fra le lampade che splendevano nei balconi, sulle piramidi, sugli archi, aveva qualcosa di grande e di suggestivo; si ripercosse, volò, si diffuse; agitò gli animi, sollevò entusiasmi e ardori guerreschi..."
www.ibuonicuginieditori.it
Nella foto: coccarda carbonara presso Museo di Storia Patria - Palermo

giovedì 2 aprile 2015

Luigi Natoli: Ferrazzano. Prefazione di Rosario Palazzolo.



Nel senso che prima o poi, io, me l’aspettavo, una cosa del genere, così odiosa, che qualcuno bussasse e mi dicesse, un giorno, Senti, siccome ti stimo eccetera eccetera e allora volevo chiederti una prefazione eccetera eccetera. Ché mai io avrei scritto prefazioni, pensavo – e probabilmente mai più ne scriverò, beninteso –, neanche sotto tortura ne avrei scritte, ché non mi figuravo proprio, io, nell’atto di scrivere prefazioni, ecco, e non perché io abbia mai avuto una particolare idiosincrasia nei confronti delle prefazioni, magari solo un pochino, e pure la parola “prefazione”, ora che ci penso, non l’ho mai sentita particolarmente minacciosa, magari solo un pochino, è che sicuramente avrei dovuto scrivere bene, di quel libro lì, nella prefazione, ché mica avrei potuto scrivere ciò che pareva a me, e insomma avrei dovuto fare buon viso a cattivo gioco, come si dice, per favorire colui che mi aveva proposto una cosa del genere, ossia la prefazione, e così non avrei potuto scrivere Che schifezza di libro, signori lettori, per esempio, e Proprio non lo comprate, compratene uno di Palazzolo, mettiamo, se tenete ai vostri soldi, e perciò, nell’ipotetica prefazione, qualora il libro m’avesse dato il voltastomaco, avrei dovuto giocare di fino, inserire sotterfugi semiologici affinché i più avveduti comprendessero che Va bene il libro fa schifo ma tu certo non potevi mica dirlo, che fa schifo, d’accordo, intesi, non lo compreremo, ma poveraccio che non sei altro, dovevi non scriverla, questa prefazione, rifiutarti, visto e considerato. E insomma era un problema di libertà, il mio, il solito problema della libertà, che viene omessa, il più delle volte, per cortesia, specie quando si parla di opere letterarie, di roba fatta di parole, di arte. E perciò, io, nell’attesa che ciò capitasse, che qualcuno mi proponesse di scrivere una prefazione, pregustavo il momento in cui avrei rifiutato, il momento in cui avrei detto Mi spiace, ma io non scrivo prefazioni, è risaputo, ne scrivessi direi certamente sì. Ma poi è arrivato Ferrazzano. Ed è arrivato nel momento meno opportuno, quello in cui oramai avevo abbassato la guardia poiché Si sarà sparsa la voce che non amo scrivere prefazioni, pensavo, fra me e me, con un ottimismo che non sapevo di possedere. E in un istante – vi giuro in un istante – io ho risposto Sì, va bene, la faccio, la prefazione. Ciò è accaduto perché doveva accadere, ché maledizione le cose accadono a prescindere dalla tua volontà, certe volte, e spesso accadono quando hai ormai acquisito la consapevolezza necessaria che ti fa dire Questa cosa sarà così, caschi il mondo, ché poi, puntualmente, quella cosa non è così e il mondo, incredibilmente, non casca. Nel mio caso è successo che l’autore di Ferrazzano, quel Luigi Natoli che leggete in copertina, era l’autore preferito da mio padre, e perciò in un attimo ho pensato a tutte le volte che mio padre, quando ero ragazzo, mi diceva Sei inflessibile e testardo anzi zuccone, e mi diceva Leggi Natoli, è bravo Natoli, è appassionante Natoli, a tutte le volte che avevo rifiutato l’invito preferendogli i classici e i contemporanei e chissà chi, bastava solo che fossero particolarmente eversivi e sgominatori di luoghi comuni e trasfiguratori del buon senso e io li leggevo, e Figuriamoci se ora perdo il mio tempo con Natoli, mi dicevo, Con uno che parla di Palermo e dintorni e racconta di come la gente viveva a Palermo e dintorni e intesseva trame fittissime piene di dintorni ché poi erano proprio tutti ’sti dintorni che non sopportavo, e difatti mai letto Natoli, in vita mia, nonostante abbia ereditato l’intera opera sua, io, di mio padre, da quasi diciotto anni. E invece ho detto sì, stavolta, perché sebbene io sia dichiaratamente allergico a ogni forma di romanticismo, certo non potevo che dire sì, stavolta, ché è stato come se lui, mio padre, m’avesse dato l’ultima possibilità di dire sì, ché era così, mio padre, ostinato. E dunque Ferrazzano è un romanzo che parla di Palermo, è vero, e che non ci fa mancare la solfa dei dintorni, dei dintorni sviscerati e anatomizzati e poltiglizzati, dei dintorni che dopo un po’ pensi Sì, va bene, l’ho capito, va’ pure avanti, Natoli bello… ma poi capita improvvisamente il contrario, capita che lui, Natoli, dopo un po’, comincia a ignorarli, i dintorni, e tu che leggi è come se li pretendessi, adesso, è come se ti mancassero quelle descrizioni di facce e stati d’animo e palazzi e strade, ché ti paiono delle dilatazioni temporali appropriate, adesso, Ché doveva essere proprio così il tempo di allora, se paragonato al nostro, pensi, Un tempo vuoto di necessità, esoterico e lattiginoso, come se la gente avesse troppa poca vita a disposizione, e che fosse pertanto necessario dilatarla, quella vita, particolareggiarla. E Natoli fa questo, ci porta nel ’700, ci dice le strade e i palazzi, ci racconta di duchi e principi, di duchesse e di marchesi, ci parla di cavalier serventi, criticando un’etica che non c’era e un’estetica che pretendeva di essere in ogni luogo, proprio come oggi, più o meno, e lo fa con Ferrazzano, un uomo che è forse esistito o forse no, che forse è colui che è esistito o forse no, un comico esilarante e picaresco, comunque, che la gente ama, ma che di esilarante e picaresco ha ben poco, stando alla narrazione di Natoli, un uomo ordinario, furbo quanto basta, che vorrebbe solo una quotidianità serena, in compagnia della figlia acquisita Floristella, un uomo che è invece invischiato in una trama arditissima, piena di colpi di scena, con un finale degno di un noirista contemporaneo, e dunque, giunti qui, alla fine, sono sempre del parere che scrivere prefazioni sia una vera afflizione, tutto sommato, e che se fossi in voi non leggerei mai le prefazioni, come del resto faccio io ché per me non sono mai esistite, le prefazioni, e che tutto sommato si può dire quello che si vuole, nelle prefazioni, e nella maniera in cui si vuole, solo se si finge che non siano delle prefazioni, ecco tutto, solo se le si legge a prescindere dalla parola “prefazione”, e così si può provare persino piacere dalle prefazioni, secondo me, e che mio padre aveva ragione, infine, concludo, tutto sommato, sul signor Natoli scrittore, e che avrei dovuto ascoltarlo di più, ma una prefazione del genere, tutto sommato, credo basti a pagare lo scotto, a pareggiare, nonostante non sia proprio una prefazione, pur essendo una prefazione, quasi come una prefazione, insomma, ma non proprio una prefazione, e così via. 
Rosario Palazzolo

Luigi Natoli: Ferrazzano.



….E Natoli fa questo, ci porta nel ’700, ci dice le strade e i palazzi, ci racconta di duchi e principi, di duchesse e di marchesi, ci parla di cavalier serventi, criticando un’etica che non c’era e un’estetica che pretendeva di essere in ogni luogo, proprio come oggi, più o meno, e lo fa con Ferrazzano, un uomo che è forse esistito o forse no, che forse è colui che è esistito o forse no, un comico esilarante e picaresco, comunque, che la gente ama, ma che di esilarante e picaresco ha ben poco, stando alla narrazione di Natoli, un uomo ordinario, furbo quanto basta, che vorrebbe solo una quotidianità serena, in compagnia della figlia acquisita Floristella, un uomo che è invece invischiato in una trama arditissima, piena di colpi di scena, con un finale degno di un noirista contemporaneo.
Rosario Palazzolo
Copertina di Niccolò Pizzorno.  

martedì 31 marzo 2015

Luigi Natoli: Squarcialupo - Il Booktrailer


Luigi Natoli: Giovan Luca Squarcialupo

Giovan Luca Squarcialupo non va a caccia di favori e di premi e non vende l’opera sua.
 
 
 
Noi siamo stanchi; il malgoverno è giunto al suo estremo limite, oltre il quale non vi è pazienza umana che possa sopportarlo. Tollerarlo ancora è un delitto; bisogna spezzare le catene: bisogna ricordarsi del Vespro, se non vogliamo che questa nostra terra precipiti in un abisso dal quale non potrà più rilevarsi.