mercoledì 8 luglio 2015

Lettera di Luigi Natoli a Giuseppe Pitrè: Pisa, 7 maggio 1897.




Illustre amico, 
ho rimandato di giorno in giorno questa lettera, ma finalmente eccola; e son certo che, malgrado il ritardo, le giungerà gradita e speranzosa che Ella non imiterà la mia indolenza. Non le dirò nulla di questa città: è interessante e chiude in sé monumenti d'arte dei quali non si ha idea. Cose maravigliose! Il Duomo e il camposanto sono quanto di più stupendo può ideare l'arte umana. Più in là non si può andare. Ma fuor di questo poi... Quale monotonia, quale silenzio. E' una città di studenti, ma non di studiosi: oltreché mancano a chi, come me, si piace di osservarle, le manifestazioni della vita, mancano anche i mezzi per lavori d'erudizione. Biblioteca povera, e fuor che il D'Ancona, nessun altro letterato! Il D'Ancona ha una mera biblioteca; ma presterebbe qualche libro? Chi lo sa!
Io ho visitato il D'ancona; è un uomo simpatico, alla mano, piacevole; piccolino, rotondetto, con una vocina fessa; il volto improntato ai caratteri della razza, ma affabile, arguto, senza alcuna posa. Parlammo di Lei. Quando seppe che Lei fu a Roma, sclamò: "Ah, il birbante! e perché non fa una scappata fino a Pisa?"
Sono stato a Firenze. Dio! che città! No, non possiamo formarcene un'idea, stando costaggiù, no. Quali maraviglie d'arte! Io ho sognato a occhi aperti, e sarei felice di vivere in quel paradiso. Là, là si vive la vera vita dell'intelletto: Palermo vista di lassù sembra una cosa miserella... S. Maria del Fiore, il campanile di Giotto, le gallerie Pitti, Uffizi, Nazionale, il Bargello, il Palazzo Vecchio, il ponte di Ghiberti... A S. Croce ho provato emozioni fortissime. Una dietro l'altra sono i mausolei di Machiavelli, Dante, Alfieri... Pensi un po' lei!
Ma andiamo avanti.
Posso lagnarmi con Lei che non mi ha mandato il volume di enigmatica popolare? Eppure Fobi l'ha avuto! Sono io da meno di Fobi nella sua stima? E dacchè sono nella lagnanza, Teresa è fortemente imbronciata con la signorina Maria, alla quale scrisse pochi giorni dopo il nostro arrivo, senza avere finora ricevuto un rigo di risposta, come ne ha ricevuti da tutte le sue amiche.
Basta: abbia i miei saluti affettuosi e faccia gradire i miei convenevoli alla Signora e alla signorina.
Suo Luigi Natoli"

lunedì 6 luglio 2015

Luigi Natoli dal romanzo "Ferrazzano": il conte di Montaspro.

Diego Montecateno conte di Montaspro, figlio unico di donna Grazia, vedova di don Gaetano, era un giovinotto di venti anni, non bello ma neppure brutto: di statura media ben tagliato, elegante: passava il tempo bisticciandosi con chicchessia, e tirando quello che aveva in mano ai camerieri. Suo padre morì quando egli dava i primi passi, e sua madre era molto giovane per consacrarsi a un figlio non desiderato. Il marito aveva quarantacinque anni più di lei, che ne aveva diciotto; e le nozze furono concertate dai genitori di lei, come era uso in quei tempi. Ella ubbidì, perché era dover suo; e ubbidì anche al marito, che le fece giurare al letto di morte di non rimaritarsi mai più. Questo giuramento ella l’avrebbe facilmente violato; ma il conte le lasciava l’usufrutto dei beni spettanti al figlio, fino alla maggiore età di costui, e il possesso di alcune terre, purchè non passasse a seconde nozze: che nel caso si rimaritasse, si considerava come non avvenuta questa disposizione, e l’amministrazione dei beni come la tutela, era affidata a un parente. Donna Grazia non si rimaritò, ma seppe passare lietamente la sua prima giovinezza, senza curarsi molto del figlio, che appena toccò i sei anni, fu chiuso nel real collegio Borbonico. Dal quale uscì a diciotto anni, non molto erudito in vero, anzi con quella ignoranza che era un pregio pei nobili signori, sebbene nei saggi pubblici avesse sfoggiato un talento e una cultura straordinaria, trattando temi  altissimi di letteratura, come per esempio questo: perché i francesi riescono superiori agli italiani nello stile tragico. E si poteva ammirare la perizia del nobile don Diego nel copiare fedelmente quanto aveva di nascosto scritto il maestro. In compenso uscì pieno di sé, litigioso, iracondo, facile a innamorarsi di tutte le donne, e con altri difettucci, che erano un complemento delle qualità di un giovane ben nato.
La sua signora madre intanto aveva per diciotto anni gustato i vantaggi di una vedovanza in età molto giovane; e provato le differenze che corrono tra un uomo di sessanta anni ed un giovane di venticinque; e le sue esperienze erano state parecchie, e ancora ne contava, sebbene avesse oramai trentanove anni sonati. Una cosa pretese dal figlio: la esatta osservanza all’ora della colazione, del pranzo e della cena. Era la sola cosa in cui spiegava tutta l’autorità materna, per non dare agli occhi della servitù lo spettacolo di un disordine nell’ora del desinare. Questa era la ragione per la quale don Diego aveva chiamato il servitore per farsi vestire.
Don Diego aveva passata la notte al teatro d’opera, si era affacciato a quello di prosa ed era andato al circolo, la Grande Conversazione, che allora si trovava nel palazzo del duca di Cesarò, rimpetto la chiesa del Salvatore. Aveva giocato, aveva perduto, era di malumore non già per la perdita in se stessa, ma perché, a lui abituato a vincere in ogni cosa, perdere al gioco pareva una sconfitta immeritata. Del resto aveva le mani bucate, trattandosi di mostrare la nobiltà della sua illustre famiglia; salvo a litigare il terdenari con la povera gente.

Luigi Natoli
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Disegno di Niccolò Pizzorno.

Luigi Natoli nel romanzo "Alla guerra!" : il professore Benoist.

Al quarto piano il professore Benoist, già allievo della Scuola Normale, ora insegnante di storia nel Liceo Carlomagno, una specie di misantropo: giovane ancora, non brutto, anzi a guardarlo bene d’un viso regolare e benfatto; ma barbuto, arruffato, con gli occhiali azzurrognoli e le tasche piene di libri...
 
- La guerra è una cosa scellerata; è il più grande delitto che i popoli possano commettere; è un ritorno alla barbarie, alla violenza. Tutto il cammino lento e glorioso della civiltà, per sostituire alla forza violenta e sanguigna delle armi, il diritto, la legge, si arresta a un tratto: l’uomo ridiventa l’animale primitivo… Ahimè! il torto è anche della scuola, dico scuola nel senso più largo, come educazione degli spiriti; letteratura, arte, tradizioni, costumi, monumenti, nomi di strade, i libri sui quali impariamo perfino i primi elementi del leggere, tutto glorifica la guerra, esalta l’eroismo guerresco, perpetua quella ammirazione per la bravura, che in fondo è, dirò così, una qualità inferiore dello spirito; è una virtù comune con le bestie feroci, che anzi sono più forti e più coraggiose dell’uomo… Non è vero? Fra il genio che distrugge centinaia di uomini, e quello che li salva, il primo eccita più la fantasia e il sentimento; ma perché non abbiamo ancora saputo e voluto guardare in faccia la realtà; e perché si copre di scherno e d’ignominia il sogno nostro: non più guerra!... non più armi! tutti fratelli!... Tutti un popolo, un gran popolo!... Ecco perché gridai a M.r Guy quelle parole!...
Parlando, il suo volto si colorava, i suoi occhi illuminati dall’idea, avevano un’eloquenza più suggestiva delle parole; il suo aspetto si trasformava, come quello di un ispirato; si abbelliva di una espressione, di un carattere.
 
Benoist guardava. Quanta miseria!... e quanta abbiezione!... Era un altro quadro che la guerra gli offriva; un quadro assai diverso dal quello che Montmartre già quartiere della gaia scienza del piacere, gli aveva rivelato; era la fine del lavoro pacifico e produttivo, donde scaturiva il largo fiume della ricchezza della Francia; un cataclisma tellurico, sommergeva quella sorgente e arrestava a un tratto il corso di quel fiume. Tutta quella gente lacera, solcata dai disagi e dalla fame, avvilita dalla paura e dall’incertezza del domani, spinta verso l’ignoto che riceveva un pezzo di pane per carità; era per quella che aveva fino a ieri prodotto la ricchezza!... Le locomotive fischiavano; pareva dicessero: “Ora vi porteremo via!” Dove? In Italia? In Svizzera? più lontano ancora? dove?
Luigi Natoli.
 
 
 

venerdì 26 giugno 2015

Luigi Natoli ne "Il Capitan Terrore": Geronimo Colloca, il Re della Bocceria.

Di nome era certo che il tavernaio lo conosceva. Ma non così di figura. Parrebbe incredibile come i diversi quartieri della stessa città fossero estranei, quasi appartenenti a città diverse e lontane; v’era gente del Cassaro che non era andata mai alla Loggia; e si possono ancora trovare nell’Archivio Comunale istanze del Pretore perché si impedisse  a quelli, mettiamo, dell’Albergheria di andare in contrada della Conceria. Per questa ragione Geronimo, le cui gesta erano limitate nel mercato e nei dintorni, era sicuro di non essere conosciuto di persona.
Il titolo di “signore” lo pretendeva, perché Re della Bocceria e perché era ben voluto a corte; era, diceva lui, amico del Vicerè.
 
Nella taverna di S. Domenico, sua abituale dimora e luogo, esercitava il suo ufficio di "re". Era per così dire la taverna regina degna di accogliere il re; non era affumicata quanto le altre, e oltre alla prima stanza, che serviva al pubblico ne aveva una seconda, dove Geronimo “riceveva”; imbiancata così per dire, non aveva che una tavola e tre o quattro seggiole sudice e sbilenche. Aveva una finestra e un usciolino, che davano in un vicoletto di quelli che s’intersecano intorno al largo che fu detto della Lumia; usciolino strategico in caso che venisse alla polizia il desiderio di farvi una capatina, cosa che non capitava mai.
Gli avventori che frequentavano la taverna la mattina e la sera, appartenevano alla categoria dei sudditi del Re della Bocceria; il tavernaio era della stessa combriccola, e viveva di un tanto per cento sulle oneste entrate di quegli onestissimi avventori.
Quando Geronimo era entrato, due di quelli avevano appunto messo mano ai coltelli e si studiavano, mentre quattro altri si erano disposti in giro per assistere al duello. Ma all’ingresso di Geronimo i due abbassarono le armi. Geronimo li guardò un minuto, e disse:
- Ebbene, perché non continuate?...
La sua voce era tagliente come un rasoio, e quei due sorrisero a denti stretti, divenendo un po’ pallidi; poi il Giolluso disse per scusarsi:
- Scherzavamo, signor Geronimo, scherzavamo! È vero, Facciatripposa?
- Che possa esser privo della vista degli occhi!
- Sì, eh? Allora prendetevi questa; – e appioppò due paia di calci a ciascuno, aggiungendo: – Un’altra volta non vi permettete più di scherzare a quel modo.
- Le dico io la verità... – stava per dire Nunzio lo Sbirro, ma Geronimo gli diede sulla voce.
- Zitto! mi ha raccontato tutto Facciatripposa.
- Che vuole che le dica? Fu per sei grani…
(Un grano era sei denari ed equivaleva circa tre centesimi).
- … che il Gialluso aveva riscosso in più giocando a dadi.
- E per sei grani tu, Facciatripposa, mettevi a repentaglio la tua vita e quella del Gialluso? O miseria! E non c’ero io per risolvere la quistione? Datemi i sei grani. Ne do tre per uno, e fate la pace.
Cominciò poi ad ascoltare le imprese che, avevano compiuto i presenti, e a mano a mano ne giungevano altri che confessavano, come le cose più naturali, i delitti commessi nella notte. Erano confidenze di furti, di ferimenti, di rapine; vi appariva qualche omicidio; due avevano scalato il monastero di S. Vito per rapire una suora, ma era andata male, perché le suore s’erano destate, e avevano scacciato quei due, munendosi di molle, di spiedi, di manichi d’ombrelli e di baldacchini.
Dopo la confessione, deponevano nelle mani di Geronimo quello che avevano ricavato dall’impresa compiuta, e Geronimo ne riteneva una parte per sé, e il resto lo dava all’autore del misfatto. Poi domandò ai due fuggiti dinnanzi alle monache:
- Per chi vi eravate impegnati?
- Pel conte di Luna.
- E vi ha dato?
- Tre scudi; e se gli portavamo la suora, ci aveva promesso altri tre scudi.
- Siete stati due gaglioffi a contentarvi di così poco...
Luigi Natoli
 
Il Capitan Terrore edito da I Buoni Cugini Editori - Unica edizione originale, integralmente tratta dal Giornale  di Sicilia del 1938. - Pubblicazione Agosto 2014.
 
 
 
 
 

Luigi Natoli ne "Gli ultimi saraceni": La moneta d'oro, una leggenda legata a Guglielmo I.

Ecco una leggenda che si racconta di Guglielmo il Malo.

La moneta d'oro.
 
Il re Guglielmo, una volta, si dice che avesse fatto coniare monete di cuoio; e che, volendo prendere per sé tutto l'oro, avido com'era, avesse tolto ai sudditi tutto quello che possedevano e perfino i gioielli.
Fatto questo, cattivo e sospettoso, pensò che alcuni nascondessero del denaro. E che fece? Sapeva che c'erano molti giovani cavalieri amanti d'armi e di cavalli; e allora fe' togliere dalle sue stalle il più bel morello, lo affidò a due scudieri travestiti, e li incaricò di andare per le strade, fingendo di volerlo vendere.
C'era una povera vedova d'un cavaliere, che aveva un unico figlio. Or questi, che era gentile e amoroso, sospirava per avere un cavallo. Quando vide passare gli scudieri con quel morello, il giovane sentì un colpo al cuore.
Ah, il bel cavallo, tutto nero, con una stella bianca in fronte, che andava per la via vanitoso della sua bellezza! E non poterlo comprare! Ci volevano tre monete d'oro; ed egli non ne possedeva neppure di cuoio! Andò dalla madre, piangendo.
- Che hai figlio mio?
- Madre, si vende un morello, che sembra un cavallo da re; ne domandano tre monete d'oro; e io non posso comprarlo! E son figlio di un cavaliere!...
La madre si sentì trafiggere dal dolore. Come fare? Cercò di consolare il figlio; ma vedendolo triste, pensò un poco, e disse:
- Non dolerti, figlio: ti dirò io dove potrai prendere le tre monete. Va nella tomba di tuo padre; lì troverai in un piattello le tre monete. Pregalo che te le lasci prendere, e corri a comprare il cavallo.
Detto, fatto: il giovane s'inginocchiò, pregò, poi tolse il coperchio dalla tomba, prese le monete, e via. Ma appena diede le tre monete, eccoti un nuvolo di guardie:
- Alto là! Tu hai del denaro d'oro, contro il bando del re.
Lo arrestarono, e lo condussero al re Guglielmo, che, saputo il fatto, si adirò:
- Come? Tu osi conservare dell'oro? Olà, che egli sia decapitato!
- Sacra corona - disse il giovinetto - io son figlio del cavaliere Tal dei Tali (e disse il nome) che è morto in servizio di vostra maestà, e non mi ha lasciato che la sua spada. Mia made vive nella povertà, e in casa non abbiamo il becco di un quattrino. Questo denaro, per comprare un cavallo, che mi abbisogna per servirvi, me lo ha dato mio padre.
- Come ha potuto dartelo, se è morto?
Allora il giovine gli narrò ogni cosa; e il re Guglielmo, ammirando, volle questa volta esser generoso; gli donò il cavallo e gli fece restituire le tre monete d'oro, rimandandolo a casa, dove la madre lo piangeva per morto.
 
Luigi Natoli.
 
 
(La leggenda è così narrata in un volume per bambini pubblicato dall'autore nel 1925; la stessa è narrata in modo più ampio nel romanzo Gli ultimi saraceni edito da I Buoni Cugini Editori).


lunedì 8 giugno 2015

Luigi Natoli nel romanzo Il Capitan Terrore: il Carnevale nel 1560

Quel giorno era l’ultimo giovedì di carnevale, e la città era in festa più degli altri anni, perché Sua Eccellenza il Vicerè, che era il duca di Medinaceli, maritava le due figlie, e già si erano avuti cinque giorni di festeggiamenti; quel pomeriggio doveva aver luogo in Piazza Marina il grandioso spettacolo della caccia intrecciata con una rappresentazione e con una giostra.

Allora la fantasia e il tripudio si sbizzarrivano oltre che con maschere isolate, con vere mascherate complesse, raffiguranti avvenimenti storici. Una si componeva di quattro o cinque personaggi forniti di una scala e un tamburo. Dove pareva loro che fosse il caso, si fermavano e al rullo del tamburo, appoggiavano la scala a una finestra a cui si affacciassero donne ridenti e un uomo si arrampicava. Che dico un uomo? una specie d’uomo coperto da una finta faccia rossa come un gambero cotto, con certe labbra da asino, grossi zigomi anch’essi animaleschi, coperto il capo da un elmo o da qualcosa che arieggiava l’elmo impennacchiato di fiori di canna, armato di una spada di legno, il quale braveggiava strepitando buffonescamente e facendo sbellicar dalle risa la folla che lo seguiva e le persone affacciate. A un tratto precipitava senza però farsi nulla di male, perché gli altri compari gli tenevano una coperta sotto. E qui nuove risa, nuovi schiamazzi e gettito di pezzetti di carta tagliata minutamente, che dicevano “pittiddi”, forse dal francese “petit”, e chiamati ora coriandoli.
 
Quella maschera aveva un’origine storica, della quale si era perduto il significato: doveva rappresentare il vecchio Bernardo Cabrera che dava l’assalto allo Steri per impadronirsi della giovane e bella vedova regina Bianca, della quale si era innamorato. Ora si chiamava la mascherata del “Maestro di campo”, come dire del Generale. Si sa che la regina Bianca, sorpresa nella notte dagli armati di Bernardo, fuggì seminuda, e che Bernardo trovando vuoto il letto, si arrabbiò ma poi involtandosi nelle coperte ancora tiepide, esclamò: – “Non importa che la pernice sia fuggita, il nido è ancora caldo”. Il popolo s’era vendicato, mettendolo in burletta, ma nel corso di un secolo e mezzo la memoria del fatto si era contaminata.
 
In altro punto, dove era una piazza levavano da terra un castello di legno dipinto a conci, con merli, tra i quali apparivano schierati Mori o Turchi, armati di spade e lance, che, gridando, le agitavano al sole. Contro di loro erano Cristiani. La folla degli spettatori, enorme e fluttuante, aspettava schiamazzando. Era il “gioco del Castello”, che forse rievocava i fasti della conquista normanna, forse la presa di Palermo o d’altra città, verità storica alteratasi romanticamente, o intrecciatasi con altre imprese. Cominciava col mandare gli ambasciatori, seguiva con le varie fasi del combattimento; e finiva con la presa e col trionfo dei Cristiani e con un balletto generale.

Le maschere si prendevano libertà non consentite in tempi ordinari e forse risalenti agli antichi saturnali; e venivano a frotte.
Le oche, vestite di bianco con due sottane, aprivano gli enormi becchi innanzi agli altri, come se volessero ingoiarli; e quelli arretravano ridendo. Una “mamma Lucia” andava correndo, e fingeva di somministrare con un grosso mestolo una minestra ipotetica da un pignattone; in realtà cacciava sotto il naso di chi incontrava la polvere contenuta nel mestolone per farli starnutare. Le maschere si succedevano; erano per lo più caricature della vita contemporanea come il Dottore con un berrettone, l’Astrologo col cappello altissimo a punta, i Mori… Ma tutte erano d’accordo nel fare un baccano straordinario; alcune osavano perfino montare in groppa ai cavalieri che incontravano, o fermare una lettiga, una carrozza, sberrettandosi poi e facendo smorfie.
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Luigi Natoli: il Capitan Terrore. Booktrailer.


Luigi Natoli: il capitan Terrore.

 
Un romanzo corale, profondo, ricco d'azione, dove i sentimenti d'amore, odio, amicizia, malvagità, si mischiano alla perfezione fra inganni, avventura e coraggio, intrattenendo piacevolmente il lettore fino all'ultima pagina. E poi c'è la Sicilia, c'è Palermo, ricostruita alla perfezione come solo Luigi Natoli sapeva fare.
 
Disegno IV di copertina di Niccolò Pizzorno.

Luigi Natoli: il Capitan Terrore.

"Quel giorno era l'ultimo giovedì di carnevale, e la città era in festa più degli altri anni, perché sua Eccellenza il Vicerè, il duca di Medinaceli, maritava le due figlie, e già si erano avuti cinque giorni di festeggiamenti; quel pomeriggio doveva aver luogo in Piazza Marina il grandioso spettacolo della caccia con una rappresentazione e con la giostra".
 
Era il 1560. A Palermo la nobiltà sfilava nelle antiche vie ricche di marmi pregiati. Dai palchi le dame ornate di gioielli e sete preziose guardavano un centinaio di cavalieri sfarzosamente vestiti, con cavalli coperti di gualdrappe, coi pennacchi in testa di vivaci colori. E' in quest'atmosfera che gli occhi di don Galvano di Valverde si riempivano di quelli della bellissima donna Laura Serra. Ma c'erano anche quelli di don Ludovico Sclafani e in questi non c'era solo amore, ma anche invidia, rabbia, disprezzo profondo.

Il Capitan Terrore
edito da I Buoni Cugini Editori nel mese di agosto 2014, nell'unica versione originale in commercio così come pubblicata da Luigi Natoli in appendice al Giornale di Sicilia nel 1938.
Copertina di Niccolò Pizzorno.

sabato 6 giugno 2015

La baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue

Non tutti sanno che, oltre alla novella intitolata La Baronessa di Carini composta nel 1892 e ispirata al poema popolare di Salamone Marino, ben 18 anni dopo, il fecondo narratore palermitano con lo pseudonimo di Maurus, scrisse una nuova e meravigliosa novella: La signora di Carini, questa volta basandosi sugli studi di G. Pitrè e poi ancora un'attenta analisi con ricostruzione storica del poemetto siciliano del secolo XVI.
Tutto questo riproponiamo oggi nello splendore delle edizioni originali insieme ad altre leggende e grandi tragedie familiari come quella dei nobili Barresi e Santapau, e quella altrettanto famosa fra le potenti famiglie dei Perollo e de Luna, che lasciò memoria durevole nella tradizione popolare e passò alla storia come l'orrendo caso di Sciacca.

Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni edito da I Buoni Cugini Editori.

Fu pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1911 e non ebbe mai i natali come libro, pertanto, tolti quei pochi fortunati che riuscirono a leggerlo più di cento anni fa, nessun altro ha potuto deliziarsi della brillante inventiva di Luigi Natoli. Questa edizione è la copia fedele di quanto pubblicato sul Giornale ed è impreziosita da una ancor più rara ode a Willelmo I composta dall'autore nell'aprile del 1881. Oggi con grande orgoglio restituiamo queste due opere alla collettività con la stessa valenza che hanno gli inediti, per gli amanti del genio palermitano e per giustizia nei confronti del grande Luigi Natoli, scrittore e storiografo per anni dimenticato.
 
"Quando morì Ruggero II lasciò uno stato potente, temuto, ricco e glorioso. La Sicilia dominava il Mediterraneo e il suo regno si estendeva per tutta l'Italia meridionale fino alle coste settentrionali dell'Africa, dalla Libia alla Tunisia. Tutto questo eredito Guglielmo I detto il malo".
Luigi Natoli ambienta Gli ultimi saraceni proprio in questo periodo storico, ricostruendo fedelmente la figura del re Guglielmo I, con tutto il suo potere e le sue debolezze, facendo anche un lavoro storiografico sugli usi e costumi della corte, le sue alleanze, i suoi avversari politici, e i suoi innumerevoli intrighi nel precario equilibrio di una Palermo multietnica, dove arabi, normanni, ebrei e popolani del luogo sono costretti a coabitare in un groviglio d'interessi politici-economici, immersi in un coacervo di odio razziale e religioso, che dalle cospirazioni sfocerà in più rivolte per la conquista del potere. In questo scenario Orsello di Godrano inseguirà la gloria, l'amore, la fama, sfidando più volte Guglielmo I, stringendo alleanze basate sui solidi sentimenti dell'amicizia e della lealtà. Un romanzo straordinariamente moderno con una ricostruzione storica perfetta, che serba un finale ricco di colpi di scena inseparabili dalla realtà di un secolo fra i più gloriosi del regno di Sicilia.
I Buoni Cugini Editori.

venerdì 22 maggio 2015

Luigi Natoli nel romanzo Gli ultimi saraceni: Majone da Bari, grande Almirante del regno di Guglielmo I

- Ah! tu non intendi. Or bene sai tu quale sia uno dei godimenti dell’Almirante? Egli scende nelle prigioni delle donne, e così legate e indifese come sono, le disonora!...

Grande Almirante, capitano, favorito della regina Margherita a molti della corte, e generalmente creduto pessimo cristiano, e, in fondo musulmano ancora, e in relazione coi musulmani d’Africa. Il grande Almirante, per la sua politica, che mal celava una febbre ambiziosa di dispotismo, aveva partigiani e nemici. I primi erano più nu­merosi nel popolo e nella piccola borghe­sia, per sentimento di solidarietà di classe, come si direbbe oggi e per l’innata avver­sione di tutte le plebi alte e basse contro la nobiltà; i secondi erano nella borghesia dei banchi e nella nobiltà osteggiata sempre da Majone. Inoltre Majone si appoggiava ai Saraceni, convertiti o no, contro i quali cominciava a serpeggiare l'odio religioso.
Majone era venuto in corte giovine anco­ra, al tempo di re Ruggero; ed era arrivato a ottenere un posto di scriniario, o scriva­no. Il re, da quel profondo conoscitor d'uomini che era, riconobbe in quel borghese un cervello quadrato e un vivo senso pratico negli affari; ereditato forse dai suoi mag­giori gente di negozi. Accorto, sottile, ani­moso e risoluto quando era necessario, si­mulatore, tenace nei propositi, devoto al re, almeno agli atti, Majone seppe entrare nel­l'animo di Ruggero, che da scriniario lo promosse a vice cancelliere.
Guglielmo l'ebbe a compagno di avventure, prima che si fosse associato al regno del padre; l'ebbe consigliere e ministro durante gli ultimi anni del regno di Ruggero; ne fu preso e gli si affidò. Il giorno in cui, dopo la morte di Ruggero, Guglielmo fu solennemente incoronato nella cappella del duomo, il 4 aprile del 1154, Majone già divenuto Cancelliere, fu promosso Almirante degli Almiranti, cioè primo ministro. La parola Almirante, divenuta poi Ammiraglio, derivata da el emir, non designava allora comando di flotta; era titolo di ufficio civile e militare, indifferentemente. L’Almirante degli Almiranti, o più comunemente il Grande Almirante era su per giù quel che oggi è il presidente del Consiglio dei ministri ma con maggior autorità.
Majone, senza parere, aveva a poco a poco radunato nelle sue mani il potere; e sebbene gli atti recassero la intitolazione Guglielmus dei gratia Siciliae nondimeno essi non esprimevano che la volontà del ministro. Il quale pareva così interamente e sinceramente devoto, e così votato al servizio del re, che questi gli abbandonò il regno, e tenne per sé un altro regno, più ristretto, senza noie, senza brighe, nel quale egli era solo ed unico signore; era re, ministro, sacerdote di un culto vecchio quanto il mondo, e sempre nuovo, sempre pieno di incanti, e di giocondità.
Luigi Natoli
Disegno di Niccolò Pizzorno

Luigi Natoli nel romanzo Gli ultimi saraceni: il re Guglielmo I della dinastia di Hauteville.


Così viene descritto da Luigi Natoli il re Guglielmo I, uno dei protagonisti del romanzo "Gli ultimi saraceni".
 
"Guglielmo si vedeva così raramente, che tutte le volte che appariva in pubblico destava la curiosità del popolo. Egli stava sempre chiuso nel suo palazzo, e dicevano che passasse il più della giornata, sdraiato all’orientale sopra cuscini fra le donne del Tiraz. Il re Guglielmo era giovane ancora; aveva nel 1159, trentanove anni: somigliava molto al padre, Ruggero. I cronisti contemporanei ne lasciarono un ritratto che si riconobbe esatto, quando scoperchiata la tomba del re, in Monreale, nel 1811, se ne vide il cadavere ancora intatto. Era di alta statura, corpulento; bello e maschio di volto, sebbene la fronte un po’ stretta, ma l’espressione un po’ acre e repulsiva; i capelli lunghi e la barba folta e rotonda di color biondo traente al rossiccio. Vestiva il camice bianco, percorso intorno intorno da un fregio. Il fianco aveva cinto da un cingolo di cuoio e metallo, al quale era attaccata la spada; indosso aveva una specie di dalmatica tutta d’un colore, ornata di una larga striscia ricamata. In capo un berretto, specie di cuffia, che aveva qualcosa di orientale.

Era un buon conoscitore di donne: rassomigliava da questo lato al pa­dre, che aveva subito il fasci­no della vita voluttuosa dei musulmani, e non contento delle quattro mogli prese suc­cessivamente, s'era fatto un harem, sfidan­do i rimproveri, gli scrupoli e l'orrore del clero. In questo Guglielmo aveva superato il padre, di cui aveva subito il fascino in altre qualità dello spirito. Nell'avarizia, per esempio, e nella ferocia dei castighi. Gli restava di gran lunga inferiore nell'attività maravigliosa, nel fine senso politico, nella opportuna e sapiente prudenza e nella magnanimità, quando era necessaria: qualità che avevan fatto di lui il più grande monarca e statista del suo tempo. Guglielmo ama­va troppo la voluttà, per aver tempo di oc­cuparsi dello Stato. Egli non serbava gli odi tenacemen­te; era così snervato, che non aveva neppur l'energia dell'odio; negli impeti era terribile e crudele; ma passato l’impeto impulsivo, le nuove impressioni affievolivano e talvolta spegnevano le antiche, e non rimaneva che un’ombra di odio o di avversione passiva; talvolta però essa si ravvivava.
Luigi Natoli.

Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni.

Ritorna, dopo 104 dalla prima ed unica pubblicazione a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 05 agosto 1911 e per la prima volta in libro edito da I Buoni Cugini Editori

 
Un avvincente romanzo storico, ambientato nella Palermo del 1160 in cui si narrano le vicende del re Guglielmo I, del grande Almirante Majone e di Matteo Bonello.


Luigi Natoli: 24 Maggio 1915

Ricorda sempre questa data. E' il giorno in cui l'Italia entrò in guerra, per liberare le ultime sue terre dalla soggezione allo straniero, per compire la sua unità, per assicurare la sua indipendenza.
Che guerra! per terra, per mare, nell'aria! Quanto sangue versato, e quanto eroismo!... Ma l'Italia vinse. Vinse pel valore dei suoi figli, per la sua volontà di vincere.
E anche in questa ultima e grande e terribile guerra, i giovani siciliani combatterono come quelli di Milazzo, come quelli del Volturno. E sul monte grappa e dovunque fecero prodigi.
Vuoi tu sapere con che cuore essi andavano alla guerra, e i padri ve li mandavano?
Leggi questa letterina: è di un soldato, e fu scritta nel 1917; l'ho letta in un museo di ricordi patrii,
 
Caro babbo,
Nel secondo anniversario della nostra gloriosa e santa guerra, fidente nella vittoria e nel trionfo del nostro Diritto, dalle trincee di .... a pochi metri dal nemico, invio gli auguri più fervidi a te, che serenamente hai dato alla patria i tuoi figli.
Spero di essere fortunato ancora; ma se dovessi cadere, niente lagrime, niente pianti! Sii fiero di noi, che da te abbiamo imparato ad amare la patria e, se è necessario, a sacrificarci per essa: e grida con me: Viva la più grande Italia!
 
Il soldatino che scrisse questa lettera morì pochi giorni dopo. Era giovane, bello e gentile, e tutto diede per la patria.
Medita: e fa di esser degno di coloro che morirono per darti una patria grande e gloriosa.
 
Luigi Natoli


Nota dell'editore: il Soldatino di cui parla Luigi Natoli in questo breve testo è il figlio Clodomiro, morto durante la prima guerra mondiale. La lettera che è trascritta è proprio l'ultima, che Clodomiro invia al padre, prima della morte.
I Buoni Cugini Editori

mercoledì 20 maggio 2015

Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni.


 
Gli Ultimi Saraceni di Luigi Natoli, pubblicato per la prima volta in libro da I Buoni Cugini Editori dopo 104 dalla prima ed unica pubblicazione a puntate sul Giornale di Sicilia del 05 agosto 1911.

sabato 16 maggio 2015

Luigi Natoli nel romanzo "Alla guerra!" : la crudeltà tedesca.

Il fanciullo aveva sollevato due moncherini, ancora fasciati in bende macchiate di sangue. Le sue piccole mani erano state mozze; le sue piccole mani innocenti eran cadute sotto il taglio violento della spada tedesca, ed egli sollevava i braccini vuoti, simili a due teneri gambi di frumento, cui la grandine strappò le spighe, voleva difendersi, e non aveva più le sue armi naturali; ma quel gesto di difesa aveva la terribilità di un'accusa orrenda... Perchè? perchè avevan mozzate quelle piccole mani che conoscevan soltanto la carezza?
Simili a belve sitibonde, con le menti sollecitate nella ricerca di nuove crudeltà, e­rano entrati, briachi di birra e di vino, i soldati di quell'imperatore che si proclamava l'eletto di Dio; uomini da uccidere non ve n'erano in quella casa; v'eran don­ne e quel fanciulletto, rifugiati in un an­golo per lo spavento. Sotto gli occhi dell'in­nocente, le donne furono rovesciate per terra, sacrificate alla bestiale concupiscenza. L'innocente piangeva, stendeva le mani, con le dita aperte, simili a rosei bocciuoli.
- Oh! piccola canaglia! quando tu sarai  adulto, coverai nel cuore il desiderio di vendicarti! Or ti strapperemo gli artigli. Tu non potrai più impugnare un'arme; non potrai neppure adoperare uno strumento; non potrai mangiare come gli altri uomini, tu non sarai più un uomo; vivrai tutta la tua vita nella impotenza di fare qualsiasi cosa: avrai le tue braccia per ironia!...
Una  mano ghermì quei ditini supplici, l'altro vibrò il colpo: al grido straziante della madre, rispose il sogghigno del mutilatore.
 
Tutto poteva spiegarsi: la rovina degli edifizi, gli incendi, i saccheggi, le fucilazioni inutili, le violenze alle donne, tutte le manifestazioni del­l'anima selvaggia primitiva; tutti gli ecces­si degli istinti scatenati; tutto! ma quella crudeltà raffinata contro l'infanzia, no! era un delitto, una scelleratezza, un sacrilegio che oltrepassava ogni orrore concepibile!...

E guardava quei due moncherini dalle cui bende il sangue non s'era cancellato; quei due moncherini stesi in alto, nel loro gesto silenzioso, terribilmente tragico, invocatore di vendetta! E agli occhi di lei si moltiplicavano. Dal fondo di quella stanza pareva sorgessero centinaia di fanciulli, e tutti levavano le braccia mozze e sangui­nanti, con lo stesso gesto muto e terrificante.
 
 

Luigi Natoli nel romanzo Alla guerra! : la violenza dei tedeschi sulle donne francesi


Le donne non capivano il tedesco: videro il sergente e i soldati avvicinarsi e stesero le mani supplichevoli. Il sergente, forse per veder meglio, prese per le braccia una giovinetta, e la tirò da parte; francesi non ce n’erano; ma quella giovinetta era così graziosa nel suo terrore!... E il sergente era così allegro!... e i suoi nervi così eccitati...
Se la prese fra le avide braccia, e la rovesciò per terra. Allora, come un branco di lupi, quei soldati, si gittarono sulle donne. Grida, gemiti, lotte brevi, rapide, di corpi che tentavano disperatamente divincolarsi dalle strette bestiali; un ansare mostruoso; un percotere di pugni feroci, per abbattere le resistenze. La bestia concupiscente trionfava...
Rossi, con le nari dilatate, ancora ansanti, lasciavan la preda abbandonata per terra, priva di sensi; sopra la quale altri si gittavano, come assetati a una fonte di acqua. Una fanciulla era morta: aveva il petto squarciato da un colpo di baionetta; il sangue che le sgorgava su le vesti scomposte, non aveva impedito la profanazione.
Il sottotenente non aveva detto una parola. Aveva alzato le spalle, bisognava pure che quei poveri ragazzi, che avevan combattuto da tre giorni, trovassero uno svago. Un soldato gli aveva offerto una fanciulletta di quindici anni, che pareva un giglio; ma egli non aveva nessuna voglia. Aveva rifiutato.
- Allora la prendo per me! – aveva esclamato il soldato.
Parevano degli ubbriachi, ancora coi nervi vibranti, gli occhi cupidi, i volti accesi. Non v’era nulla a frugare: francesi non ce n’era; roba da saccheggiare neppure. Il sergente bonaccione, che rideva soddisfatto, non volle andarsene, senza aver prima strappato a una giovane donna, forse una sposa novella, gli orecchini, lacerandole le orecchie.
Intanto un grave puzzo di gas empiva l’aria; certo in quel trambusto qualcuno aveva rotto un tubo.
Il drappello abbandonò il magazzino; vide un’altra scala, vi si lanciò con ardore, come se si trattasse di dare la scalata a una fortezza; lì, nella penombra del magazzino, sedute per terra o ancora abbattute, qualcuna in piedi, col volto nascosto fra le mani, meste, sbalordite dallo spavento, dalla vergogna, con le vesti lacere e scomposte, rimanevano quelle povere donne; e in mezzo a loro, immobile, nella sua nudità profanata, giaceva la fanciulla uccisa; ma nel volto esterrefatto, negli occhi azzurri spalancati e senza luce, nella bocca amareggiata dallo spasimo estremo, v’era tutto l’orrore del misfatto; tutto lo strazio della vita doppiamente violata; v’era qualche cosa di ineffabile che destava e confondeva insieme una gentile pietà e un’ira profonda.
 
Disegno di Niccolò Pizzorno.

Luigi Natoli nel romanzo Alla guerra!: l'invasione tedesca di Charleroi.


Charleroi fumava per gli incendi accesi dal bombardamento; presa e ripresa e strappata tra accaniti combattimenti, era rimasta in potere dei tedeschi. Francesi e belgi avevan dovuto sloggiare sotto la grandine delle bombe.

Il 240^ fanteria tedesca aveva occupato la immensa stazione, i magazzini, gran tratto della linea, aveva ricevuto l’incarico di dar la caccia ai francesi sbandati o che si nascondevano ancora nelle case, nelle cantine, nelle chiese. Grosse pattuglie percorrevano le strade ingombre di macerie, di mobili fracassati, di cadaveri, che non si era avuto il tempo di portar via: coi calci dei fucili percotevano le porte chiuse; più spesso le atterravano: gli ufficiali con le rivoltelle in pugno, i soldati coi fucili spianati, gridando minacciosamente entravano; frugavano perfino sotto i letti, dentro i grandi armadi, dentri i camini! scassinavano i mobili a colpi di baionetta, intascavano quel che trovavano; intanto che l’ufficiale o un sottoufficiale interrogava minacciando, i poveri abitanti, per lo più donne, vecchi e fanciulli, raccolti in una stanza atterriti e tremanti.

C’era però qualche cosa da portar via negli armadi, nelle casse, nella credenza!... Chi giungeva pel primo prendeva. Quei poveri soldati avevan sempre fame e sete; dovunque assalivano prima di tutto le credenze e le cantine; e avevan le tasche ampie; come i loro stomachi: c’entrava sempre roba!... Quella che non c’entrava si rompeva, si lacerava, si bruciava, si distruggeva. Bisognava far sentire a Charleroi quanto pesasse il pugno tedesco in collera: Charleroi aveva per due giorni infranti gli sforzi tedeschi, e meritava una punizione. Tutta la città ancora fumante, era invasa da orde di saccheggiatori: qua e là rimbombavano colpi di fucile o di rivoltella: un francese scovato? No: qualche borghese che aveva protestato; qualche donna che aveva forse difeso il suo pudore. Un colpo, e via!... Le case erano molte, e c’era da lavorare. Le fatiche del combattimento non avevano spossati i saccheggiatori.

Un drappello di circa venticinque uomini della 5^ compagnia, comandati da un sottotenente, era dei più animosi e infaticabili. Trasceglieva le case di miglior apparenza, e che comparivano devastate dal bombardamento; le assaliva, le invadeva, baionettava persone e cose, saccheggiava; e andava via: spesso gittava delle capsule incendiarie sui mobili e sulle tende, e v’appiccava il fuoco.

Erano quasi giovani, biondi, cerulei; alcuni robusti, ossuti, forse venivan dai campi o dalle officine; altri di più gentile aspetto; studenti forse, o impiegati di città: i più sbarbati ancora, qualcuno col mento ornato di una barba bionda a ventaglio. Non avevan nulla di feroce, di selvaggio nei volti: erano sudici, con le uniformi qua e là sbrandellate, bruciacchiate, infangate; con le mani nere, coi segni degli aspri travagli durati, dei rischi corsi; ma pur v’era nel loro aspetto qualche cosa di terrificante. Vi era sangue nel fango che macchiava i loro vestiti, e sulle loro mani; negli occhi chiari c’era un balenìo di istinti belluini; i loro sorrisi scoprivano nei denti un non so che di cannibalesco; nei loro gesti v’era il segno della violenza, senza pietà: e nel tempo stesso la coscienza di una forza destinata a una missione.
 
Nella foto: la battaglia di Charleoi (Belgio - 1914)

Luigi Natoli nel romanzo Alla guerra!: lo stato d'animo dei giovani soldati francesi.

      
Guy pensava al domani. Domani sarebbero giunti i tedeschi; gli ulani li avevano già annunziati; nell’aria immobile si sentiva quasi il rombo pesante e fosco della loro avanzata. Pareva che un fremito percorresse la terra, sotto il passo di quei reggimenti ferrigni, che marciavano con una cecità fanatica, verso la vittoria o la morte, passando, senza fermarsi, sui loro fratelli caduti. Domani quel borgo, che dormiva tranquillo nell’ombra, tra’ fanali spenti, sarebbe diventato un inferno; la Sambra, che mormorava dolcemente fra le colline degradanti coi loro boschetti a specchio, sarebbe stata turbata e insanguinata.
Ma dormiva veramente la borgata? dentro le case buie e serrate, la gente forse non trepidava nell’aspettazione del terribile ignoto?

Guy provava una strana sensazione. Non era paura; tuttavia un lieve fremito, di tanto in tanto, ad ogni più lieve rumore, gli scorreva a fior di pelle.
Il latrar lontano di un cane gli faceva spalancar gli occhi nell’oscurità. Passando accanto alle sentinelle che passeggiavano col fucile su la spalla, dopo aver dato la parola d’ordine, raccomandava di stare attenti.
Non era paura. Era un sentimento quasi di oppressione e d’ansia, generato dall’aspettazione del prossimo nembo. I primi colpi, le prime cannonate sarebbero appunto piovute contro i suoi cento uomini, in quella posizione estrema; il primo urto della battaglia avrebbe cozzato contro quel manipolo. Probabilmente quel soldato che passeggiava su e giù vigilando per la salvezza dei compagni, sarebbe caduto pel primo; e non sapeva o non pensava che la morte gli era sospesa sul capo. E anche lui.
Perché no?...

Pensava alla sua casa, e pensava a Ginevra. Nelle prime ore della sera, in un piccolo caffè aveva scritto due lettere, una alla mamma, l’altra a Ginevra; e le aveva spedite; poi aveva in un taccuino, che era il suo piccolo diario, scritto alcuni pensieri. Sulla prima pagina, per ogni evento, aveva già scritto una nota: Chi troverà questo taccuino sul mio cadavere, abbia l’animo gentile e pio da inviarlo a M.r Vandois in Parigi, rue Jouffroy, 26. Aveva raccolto in quel libretto, giorno per giorno, pensieri, osservazioni, confessioni; vi aveva narrato la storia di quel suo amore del quale la famiglia non sapeva nulla, vi aveva confidato i suoi sogni, le sue ambizioni; tutto l’animo suo, in quel che aveva di più segreto e sentimentale.

Ora pensava a questo taccuino. Se egli cadesse, qualcuno glielo ritroverebbe addosso ed eseguirebbe religiosamente il suo desiderio… Ah! l’arrivo di quel cimelio nella sua casa a lutto!... Immaginava la scena, rivedendo tutti i personaggi; l’on. Cadenat col suo cranio lucido e la sua eloquenza di deputato che parla soltanto fuori della Camera, avrebbe fatto un bell’elogio. Guy, l’udiva: l’on. Cadenat consolava madama Vandois, dicendole: - Non bisogna piangere! Guy è morto da eroe, per la Francia: è una gloria per voi!
 
Nel disegno di Niccolò Pizzorno: un ulano.