domenica 30 agosto 2015

Luigi Natoli nel romanzo Il Paggio della regina Bianca: il tesoro di Andrea Chiaramonte.


Il giorno in cui il duca Martino di Montblanc invitò Andrea Chiaramonte a presentarsi al re, fingendo di avergli perdonato, Andrea ebbe un sospetto. Mi chiamò prima di rendersi al convegno, e mi disse: “Filippo, fratel mio, bisogna per ogni buon fine, mettere al sicuro il tesoro: servirà o a continuare la guerra, o a riscattare le terre o a vendicarmi. Nel convento di Baida c’è un forziere, che ho affidato alla custodia di quei frati. Finora essi mi son devoti: ma domani? Va, prendi quel forziere e sotterralo dove tu crederai meglio: eccoti una lettera pel padre guardiano”. Andai subito a Baida; se tu non lo sai, Baida è un colle non molto lontano da Palermo, e poco discosto da Monreale, e domina la vallata; il convento che vi sorge è opera della nostra casa… Andai, presi il forziere, che pesava abbastanza, lo ravvolsi di foglie, e così ravvolto lo nascosi in un sacco, e lo caricai sopra un mulo… Per sentieri fuori mano, con un lungo giro, costeggiando quasi il Parco reale, calai sulla valle dell’Oreto, in un punto che si dice la Guadagna, poco più che mezzo miglio lontano da Palermo… Ivi è una villa della nostra casa, con una torre quadrata ampia e degna, come tutte le fabbriche dei Chiaramonte… Allora non ci era stata confiscata, e quei villani ci erano devoti… Nondimeno non mi fidai; per non destar sospetti, tolsi io stesso il sacco col forziere e lo deposi in un angolo, come se non contenesse nulla… Ma la notte, quando tutti dormivano, presi una zappa e una vanga, uscii dalla torre, e mi avviai per la contrada di Falsomiele, che si stende oltre la valle, fino a monte Grifone. La costa di quella contrada è sparsa di ruderi e stanze di antichi edifici, credo dei Saraceni… Non v’era luogo migliore. Scavai, scavai, feci un fosso profondo; ivi deposi il forziere; lo copersi di terra; sulla terra buttai sassi e sterpi, per celare che era stata smossa, e tornai alla torre, senza che alcuno se ne avvedesse… Il forziere è ancor lì; nessuno ha potuto scoprirlo. Va, dunque, figliuolo, e restituisci alla casa dei Chiaramonte il suo splendore…
Nella foto: villa dei Chiaramonte alla Guadagna, denominata poi Torre dei diavoli, oggi non più esistente.

Luigi Natoli nel romanzo Il Paggio della regina Bianca:il tradimento del duca di Montblanc e lo sterminio dei Chiaramonte.


Tu eri ancora un fanciullo quando avvenne la catastrofe della tua casa… Forse non sarebbe avvenuta, e tu saresti il primo barone del regno, se Andrea avesse accettato le offerte del duca di Montblanc… Tu ignori che il padre del re desiderava destinarti marito della figlia di don Ferrante Lopes de Luna, una cugina del re… Andrea rifiutò per non imparentarsi con lo straniero… Dio gli perdoni!... Egli credette nella concordia dei baroni convenuti a Castronovo; credette che in tutti fosse vivo e potente il sentimento dell’indipendenza del regno… e i baroni lo tradirono… Forse tu sai quel che ne seguì: la guerra, le persecuzioni, il tradimento. Andrea si sottomise, ebbe fede nella lealtà del vecchio Martino, e il vecchio Martino finse di perdonargli e di accoglierlo, e lo gittò nelle mani del boia. C’era chi lo istigava… c’era chi voleva la rovina del conte…

Dopo la morte di Andrea, venne la volta dei parenti. Uno di essi cercò uno scampo nella fuga, inseguito come un lupo di borgo in borgo, per valli, per monti… Egli aveva dinanzi agli occhi la visione della scure lampeggiante in aria… del capo reciso e sanguinante preso pei capelli… e dietro, alle calcagna, una muta di cani anelanti di strage, sitibondi di sangue… Era così giunto a Messina. Sperava di trovavi una feluca, una galea, una barca, per recarsi a Napoli e invocare la protezione di Costanza… Ma ecco la feroce muta sopraggiungere, gridando: “Eccolo! eccolo!... Morte al Chiaramonte!... Morte al traditore!”. Quell’uomo ebbe il tempo di balzare in sella, e fuggire, senza saper dove, trasportato dalla furia del cavallo, che pareva impazzito anch’esso… Un istante che avesse indugiato, egli sarebbe stato preso, e, forse, fatto a pezzi… perché alle grida dei suoi inseguitori s’era adunata a un tratto anche una folla minacciosa. Ah! quella fu una fuga incredibile, terrificante… Il cavallo non sentiva più il freno, e la mano non aveva più coscienza per governarlo… Volavano su per un sentiero selcioso, che sfavillava sotto le zampe… Il sentiero saliva; portava in una montagna? chi lo sapeva? né cavallo né cavaliere vedevano… Il cavaliere si accorse improvvisamente che dinanzi a lui la roccia finiva e si spalancava il vuoto mostruoso, immenso… Ebbe la coscienza del pericolo, tentò arrestare la furia del cavallo, ma invano. La bestia infellonita e cieca spiccò un salto… Un grido!... cavallo e cavaliere sparvero: un gran tonfo, le acque del mare si apersero, spumeggiarono, si richiusero sopra di loro…
 
Sono Filippo Chiaramonte… Da questo eremo, per mezzo di questi buoni pastori, io potei sapere quel che avveniva, e rintracciare qualcuno della nostra casa… Così ho saputo che tu vivevi. Da quando seppi ciò, e seppi che tu eri povero, solo, prigioniero, io ho pregato Dio di farmi viver fino a che avrei potuto vederti e parlarti… Dio mi ha fatto questa grazia… che Egli sia benedetto!…

venerdì 21 agosto 2015

Luigi Natoli nel romanzo: Il Paggio della regina Bianca: Giovannello Chiaramonte, orfano di Andrea.


Il re, dunque, aveva affidato a messer Guglielmo Ventimiglia barone di Ciminna, la custodia di Giovannello Chiaramonte, orfano di Andrea, ultimo erede del gran nome, senza stato, senza avvenire, senza speranza. Dopo la caduta del padre, il fanciullo era stato strappato alle cure materne. La madre, madonna Isabella, era stata costretta a chiudersi in un monastero; egli fu dato al capitano di Catania; parendo forse al vecchio duca di Montblanc, atto di crudeltà, imprudente, impolitico, far uccidere per mano del boia un fanciullo innocente.
Il capitano di Catania si condusse col piccolo orfano, come presso a poco, parecchi secoli dopo si condusse mastro Simon col Delfino di Francia. La sua educazione, o meglio la sua tortura doveva avere lo scopo di fargli dimenticare la sua origine e la tragedia che aveva distrutto la sua famiglia. Il capitano di Catania, che forse aveva dei peccati da farsi perdonare dal re, adempiva al suo ufficio con soverchio zelo: il che sollevò qualche rimostranza nei signori, che alla fine vedevano in quelle torture una offesa alla loro casta.
Dopo la partenza del vecchio duca di Montblanc pel trono d’Aragona, qualcuno suggerì a re Martino di addolcire il regime di educazione di Giovannello Chiaramonte. E allora il re lo diede alle cure di messer Guglielmo Ventimiglia, che nella sua qualità di parente, poteva dar colore più umano alla prigionia.
Al filo di ferro aveva sostituito un filo d’argento; ma la prigionia non mutava. (www.ibuonicuginieditori.it)
Nella foto: IV di copertina del romanzo Il paggio della regina Bianca edito da I Buoni Cugini Editori. Disegno di Niccolò Pizzorno.

Luigi Natoli nel romanzo: Il Paggio della Regina Bianca: Martino, duca di Montblanc e Martino il giovane.


Martino, duca di Montblanc, bieco, crudele, avido, era uno spirito politico acuto e scaltro, che pur di raggiungere uno scopo, non si arrestava dinanzi ad alcun mezzo, per tristo che fosse. Egli possedeva la scienza dello stato, che doveva più tardi trovare la sua perfetta espressione in un suo conterraneo, Cesare Borgia. Aveva da lungo veduto il trono di Sicilia quasi vuoto.
Non vi sedeva che una giovinetta, Maria, figlia di Federico III, regina di nome, ombra di un potere che era esercitato da quattro potenti baroni, i quali col titolo di vicari s’eran diviso il regno di Sicilia e vi governavano da signori indipendenti: il che aveva immerso l’isola nell’anarchia.
Ridare alla regina la sua autorità, sottomettere il baronaggio, reintegrare il governo poteva apparire come una salvazione. Bisognava però avere il diritto di intervenire. Guglielmo Raimondo Moncada, uno dei quattro Vicari, venuto in discordia coi colleghi, fingendo di liberare Maria dalla soggezione in cui la teneva Artale Alagona, rapì la regina e la diede al duca di Montblanc, che ne fece la moglie del suo giovanissimo figlio Martino: e allora padre e figlio vennero in Sicilia con un forte esercito, e più coi raggiri che col valore, a poco a poco sottomisero il regno; e col supplizio di Andrea Chiaramonte nel 1392 posero fine alla indipendenza del regno e all’anarchia baronale.
Martino il giovane fu riconosciuto re: ma era troppo giovane per reggere il regno; e Maria, sebbene assai più matura d’anni, era troppo semplice e troppo malata per guidarlo. Di fatto regnò il vecchio duca, finchè la morte del re d’Aragona non lo chiamò a succedergli.
Dinanzi agli occhi del re Martino il giovane si rinnovava la visione della tragedia chiaramontana.
Egli stava col padre a una finestra dello Steri; la piazza Marina era gremita di popolo che gli arcieri e i picchieri catalani a stento frenavano, perché non invadesse il palco sul quale il boia, appoggiato alla scure larga e luccicante aspettava le vittime.
Poi dalle prigioni del palazzo uscì il corteo. I confrati col cappuccio, le guardie, il carro; e nel carro, diritti, fieri, Andrea Chiaramonte e Antonio delle Favare suo segretario.
Il carro giunse ai piedi del palco. Andrea Chiaramonte, sebbene avesse le braccia legate dietro le reni, balzò svelto dal carro, senza bisogno d’aiuto, e montò la scala del palco, senza dar segno di commozione.
Guardò il suo palazzo: i suoi occhi si fissarono sulla finestra e cercaron gli occhi del duca e del re.
Martino sentiva ancora il lampo di quegli occhi, che esprimevano una minaccia lontana; e ne provava un turbamento indefinibile... - Il Paggio della regina Bianca di Luigi Natoli edito da I Buoni Cugini editori. (www.ibuonicuginieditori.it)

Luigi Natoli nel romanzo Il Paggio della Regina Bianca: così mastro Cecco di Naro, il pittore che affrescò il tetto del salone di Palazzo Steri, parlava di Andrea Chiaramonte.


A Palermo tutti serbiamo una devota memoria per quella gran casa. Di là avremmo dovuto trarre i nostri re… e non saremmo soggetti allo straniero!... Tu sei ragazzo, e non puoi capire certe cose; ma ti so dire, che quando decapitarono messer Andrea, non ci fu che la canaglia catalana che n’ebbe gioia. Sfido! don Bernardo Cabrera si pigliava la contea di Modica… un vero stato da re… don Guglielmo Raimondo Moncada le terre e i castelli su quel di Girgenti, don Galdo di Queralt Caccamo e gli armenti, il re i palazzi… Et diviserunt vestimenta mea, come canta il padre lettore il giovedì santo!...
I Chiaramonte non eran gente da aver paura, caro figlio! T’hanno raccontato la guerra del Vespro? Il mio nonno fu alla battaglia di Falconara, e vide che gente gagliarda erano. C’era messer Giovanni il vecchio, cuor di leone e braccio di ferro. Che battaglia!... E l’assalto di Palermo del 1325? Genovesi, Napoletani, Catalani, tutti addosso alla città; ma c’era messer Giovanni per difenderla… E messer Manfredi? Oh non fu il miglior capitano ch’ebbe l’Imperatore Ludovico di Baviera? non gli conquistò tutta la Marca d’Ancona?... Il mio nonno me le raccontava queste storie. Noi siamo di Naro, figliol mio; e Naro era feudo dei Chiaramonte, e fu baronia di messer Matteo, padre di messer Andrea: noi siamo stati vassalli della nobile casa…  Adesso Naro è di messer Guglielmo Raimondo Moncada; ma io… Io vivo qui, in Palermo, libero e padrone di me; e Naro, fintanto che apparterrà a quell’usurpatore, non mi vedrà mai più!...
Messer Bernardo Cabrera non sarebbe diventato signore della più vasta e ricca contea del regno, se Andrea Chiaramonte non fosse stato decapitato perfidamente, sulla piazza Marina in Palermo, dinanzi al suo magnifico palazzo. Messer Bernardo Cabrera ebbe le spoglie del vinto signore, alla rovina del quale egli aveva lavorato.
La presa di possesso gli fu però contrastata dai vassalli. La memoria dei Chiaramonte era troppo viva, e i cuori ancor troppo devoti, per accettare, se non benevolmente, almeno senza ostilità il nuovo signore, che si presentava come un nemico.
 

Luigi Natoli: la storia di Andrea Chiaramonte, uno dei primi eroi a difesa della libertà del Regno di Sicilia.

Il 27 luglio 1377 moriva in Messina il re Federigo d'Aragona e designava erede la figlia Maria, che commetteva alla tutela di Artale Alagona, grande Giustiziere.
Come tutore della giovane regina, Artale divenne di fatto l’arbitro del regno; eppure capì che non sarebbe stato agevole dominare sopra un baronaggio strapotente, che gli avrebbe conteso il governo, e che avrebbe rinnovato gli orrori della guerra civile. Intese che forse questa avrebbe gettato l’Isola nelle mani del re d’Aragona, contro le cui mire egli si era opposto, mostrandosi, sebbene Catalano, geloso della indipendenza del regno. Allora pensò di dividere il Vicariato con i principali e più potenti baroni di Sicilia. Erano essi Manfredi Chiaramonte che aveva ereditato la contea di Modica e tutte le altre signorie del parentado, sicchè era signore di uno stato vastissimo e potentissimo, ed era inoltre Grande Ammiraglio e, di fatto, signore di Palermo; Francesco Ventimiglia conte di Geraci, che aveva sulle Madonie ricostruito lo stato paterno, e vi aveva aggiunto la rettoria di Cefalù e Polizzi; Guglielmo Peralta, conte di Caltabellotta, ricco fra i più ricchi baroni Catalani, imparentato con la casa reale, per avere preso in moglie Eleonora d’Aragona, figlia del duca Giovanni. Artale infine possedeva vasti feudi da Mistretta a Traina, da Aci a Butera e intorno all’Etna; e feudi e capitanerie aveva largito ai fratelli. Ognuno di questi quattro baroni estendeva il suo dominio diretto sopra una zona o provincia distinta. Invitati Artale i principali feudatari in un convegno a Caltanissetta, ed esposte le sue idee, si trovavan d’accordo nell’eleggergli compagni del Vicariato il Chiaramonte, il Ventimiglia e il Peralta. Guglielmo Raimondo Moncada conte d’Agosta, sebbene potente anche lui, tenutosi allora fra Latini e Catalani, non fu eletto. La Sicilia fu divisa per tanto in quattro Vicariati minori; i Vicari sottoscrivevano i loro atti con la formola “una cum sociis vicariis generalibus”; ma l’autorità della Regina, con cui s’intitolavano gli atti, era un nome vano senza soggetto.
Il re Pietro IV d’Aragona, che non s’era acquietato al testamento di Federico III, e pretendeva sempre che il regno di Sicilia toccasse a lui, mandò un’ambasceria ad Artale, il quale ostentando rispetto, la teneva a bada; e intanto mandava segretamente legati in Lombardia per trattare il matrimonio di Maria con Giovanni Galeazzo Visconti, conte di Virtù, purchè si obbligasse a venire con forti schiere a difendere la Sicilia. La proposta fu accolta ed era onorevole, ma gli altri Vicari e molti baroni si risentirono, chè in cosa tanto grave, dovevano essere intesi. E più di tutti, per dispetto, gridava Guglielmo Raimondo Moncada, cui parve giunta l’ora di vendicarsi.
La notte del 23 gennaio 1379, mentre Artale si trovava a Messina, due galeotte s’avvicinavano alla rocca Ursina, dimora della regina Maria; uomini armati vi sbarcavano, e penetrati nelle stanze della Regina la sorprendevano nel sonno. Il condottiero, tratta la giovinetta piangente dal letto, la trasportava fra le sue braccia sopra una delle  galeotte e qui si faceva conoscere. Era il Moncada. La notizia del ratto si sparse: Catania tumultuò, Artale disperato si strappò i capelli, e invano ordinò s’inseguisse il Moncada. Questi lasciata prigioniera la Regina in Licata partiva per Barcellona a mercanteggiare la Sicilia, e metteva Maria sotto la protezione di Pietro, in quale mandava a Licata un Ruggero Moncada del ramo spagnolo.
Tardi s’avvide Manfredi Chiaramonte del tradimento del conte d’Agosta, cui aveva dato mano, e levò milizie per assalire Licata: ma i due Moncada lo prevennero e trasportarono Maria ad Agosta, luogo più munito.
Pietro IV trasmise i suoi diritti al figlio secondogenito Martino, duca di Exerica, come Vicario, purchè costui alla sua volta ne investisse il proprio figlio anch’esso di nome Martino. Poiché l’erede del trono di Aragona, Giovanni, non aveva maschi, la corona sarebbe passata a Martino, e da costui sul figlio, che così sarebbe divenuto re d’Aragona e di Sicilia.
Il duca Martino si dava allora a carezzare i Vicari con lettere, annunziava la sua venuta con la regina Maria, e intanto raccoglieva denari, galere e cavalieri desiderosi di farsi uno stato: ma discordie scoppiate in Aragona fra il re Pietro e il primogenito Giovanni, che Martino dovette sedare, ritardarono il viaggio.
In questo tempo, composti i dissensi in Aragona per opera di Martino, che in premio ebbe il titolo di duca di Montblanc, Maria fu da Cagliari trasportata a Barcellona, e poi nel castello di Montblanc, in attesa delle nozze, che avvenivano nel 1390 appena uscito il figlio Martino dalla pubertà. Di queste nozze dava avviso ai principi e in Sicilia, promettendo il suo non lontano arrivo. Ad agevolarlo, il destino s’incaricava di sgomberargli il terreno. Morivano infatti il conte di Geraci e Artale Alagona, e non molto dopo Manfredi Chiaramonte; il vicariato passava ai figli Antonio Ventimiglia, Blasco Alagona, Andrea Chiaramonte, e degli antichi vicari rimaneva il Peralta. Dinanzi alla minaccia dell’invasione, il 10 luglio 1391, i vicari radunarono a convegno i principali baroni nella chiesa di S. Pietro a Castronovo; giurarono alleanza per procurare l’onore e il servizio della regina Maria, la sua restituzione nel regno, e per respingere qualsiasi principe ed esercito straniero. Uno strambotto popolare serba la memoria del convegno, che cominciato con tanto fervore, finiva dimenticando i patti.
Astuto, raggiratore, fine politico, il duca di Montblanc mandava lettere a questo e a quel barone, in segretezza, con profferte di amicizia, lusinghe, persuasioni: inviava Galdo di Queralt e Berengario Crujllas abili negoziatori e guadagnava consensi fra i borghesi agiati; seminava la corruzione nel baronaggio, e ne fomentava l’egoistico tornaconto. Disgregando il baronaggio, il duca non temeva più una resistenza pericolosa, perché il popolo non lo impensieriva: che non c’era popolo, ma torme di servi nei feudi, e masse senza più coscienza nelle città, che si tenevano estranee alle mene dei baroni.
Raccolto l’esercito composto di milizie proprie e bande feudali, di nobili, di mercenari, di hildaghi spiantati, di masnadieri, di ladroni assolti da pene, e postolo sotto gli ordini del valoroso Bernardo Cabrera, avendo già distribuite ai principali cavalieri le alte cariche del Regno, uffici e privilegi, il duca di Montblanc, col figlio e con la nuora salpò da Port Fangos nei primi di marzo: il 22 approdò a Favignana, ed ivi ricevette l’omaggio di Guglielmo Peralta, Antonio Ventimiglia, del conte di Cammarata e di Enrico Rosso: a Trapani gli fecero onore molti dei baroni convenuti a Castronovo, dei quali congiunse le milizie feudali alle sue.

Solo non vi si recò Andrea Chiaramonte, che rimase a Palermo, dove l’umore non era favorevole ai due Martini. La domenica delle palme l’esercito catalano si schierò sotto le mura della città, che, chiuse le porte, rifiutò d’arrendersi, onde il duca pose l’assedio dalla parte di mezzogiorno. Tra il reciproco bombardarsi, il duca dava il guasto alle campagne e avvenivano conflitti con danno dell’una e dell’altra parte. Nella generale defezione, quella resistenza pareva l’ultima difesa dell’indipendenza del Regno. Gli altri Vicari s’erano dati allo straniero: Andrea Chiaramonte rimaneva solo. Dopo un mese di assedio, crescendo la fame, l’arcivescovo di Palermo e uno dei Giudici andarono a pattuire la resa: Andrea fu assolto e tenuto buono e fedele vassallo: gli altri ebbero l’indulto. Così stabilito, Andrea il 17 di maggio presentavasi ai Reali, e ne era bene accolto. Ma il domani, ripresentatosi con l’arcivescovo per spiegare la sua condotta, il Duca perfidamente lo fece arrestare. Si imbastirono accuse che erano calunnie, e intanto si prese possesso della città, dove i Reali entrarono il 21, tra la freddezza del popolo. Il Duca nominò Bernardo Cabrera Grande Ammiraglio, e Guglielmo Raimondo Moncada, in premio d’aver venduta la patria, Grande Giustiziere.
Andrea fu sottoposto a giudizio, condannato a morte, e decapitato il 1 giugno nella piazza Marina, dinanzi al suo palazzo, donde il duca di Montblanc assisteva. La famiglia fu dispersa: i beni confiscati. I Chiaramonte scomparvero dalla storia.
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Tratta da: Il Paggio della regina Bianca di Luigi Natoli edito da I Buoni Cugini Editori.
 Nella foto: S. Giorgio, dipinto su quello che era l'ingresso principale di Palazzo Steri. Notare come sullo scudo del santo sia dipinto lo stemma dei Chiaramonte.

venerdì 24 luglio 2015

Luigi Natoli: rivive nel suo romanzo un grande eroe palermitano: Giovanni Luca Squarcialupo.

- Ebbene, non si può estendere a tutta la Sicilia, e fare del regno una grande Repubblica? Questo è il mio sogno; ma forse voi non ne vedete tutta la bellezza, perchè le vostre idee sono diverse dalle mie, quanto alla forma del governo.
Tratto dal romanzo Squarcialupo, di Luigi Natoli edito I Buoni Cugini Editori.
 
Ricordiamo questo eroe palermitano, che il 24 luglio 1517, quasi 500 anni fa tentò di fare della Sicilia una Repubblica indipendente dal potere e dal giogo dello straniero.

Luigi Natoli dal romanzo Squarcialupo: 24 luglio 1517 l'inizio della rivoluzione

E quella era la giornata, finalmente!...
Intanto arrivavano altri cavalieri, e infine Giovan Luca Squarcialupo, che contò i convenuti: erano ventidue.
- Orsù, – disse: – col nome di Dio e della gloriosa santa Cristina, andiamo.
E la cavalcata si mosse verso la città.
- Signori – disse – abbiamo giurato di andare o alla vittoria o alla morte. Per la Sicilia e per la libertà! Avanti!......
Luigi Natoli - Squarcialupo.
 
Con queste parole Giovanni Luca Squarcialupo, il 24 luglio 1517, dà inizio alla prima rivoluzione contro il potere spagnolo. Come scrisse Luigi Natoli "La cospirazione di Gian Luca Squarcialupo, nata da generosi sentimenti, si svolse con mezzi inadeguati e senza un fine determinato: egli ne fu biasimato, e i suoi uccisori lodati. Ma con questa dello Squarcialupo comincia la serie delle sommosse, delle cospirazioni, delle rivoluzioni contro la Spagna, segno di irrequietezza per la perduta indipendenza".
Disegno di Niccolò Pizzorno

Luigi Natoli dal romanzo Squarcialupo: 24 luglio 1517

Era la sera del 22 luglio 1517, antivigilia della festa di Santa Cristina, patrona della città che i Palermitani si affaccendavano a celebrare, come facevano ogni anno, nella maniera più sontuosa imbiancando cioè i muri delle case, e appendendovi festoni di fronde; innalzando per le strade che la processione doveva percorrere archi trionfali, anch’essi di verdi fronde; e preparando coperte e panni e, chi li aveva, arazzi, da stendere sulle finestre, e lanterne e torce resinos...e per far la luminaria.
Questa era la festa principale, e più solenne per la città; cominciava la vigilia, col Vespro solenne che si cantava nel Duomo, e si svolgeva il giorno della festa, cioè il 24, con la “cappella reale” e la messa cantata, di mattina, e immediatamente dopo la processione. Cappella reale significava che alla funzione religiosa interveniva il vicerè o il luogotenente, come rappresentante del sovrano, in gran pompa; sedeva sul trono e riceveva l’incenso nelle forme prescritte dal cerimoniale. Tanto nell’andare al Vespro solenne, quanto alla messa cantata, l’intervento del vicerè era per se stesso uno spettacolo che attirava la folla: perché egli vi andava con le insegne della carica, con gran seguito di cavalieri e di creati: ed era ricevuto alla porta del Duomo dall’Arcivescovo: e perché andando il vicerè in veste ufficiale, a esercitare un atto di sovranità, ci si recavano anche le alte magistrature del regno, e il Senato, anch’esso in gran pompa.
Il popolo, dunque, faceva i preparativi per addobbare le strade specialmente quelle che la processione avrebbe percorso, secondo prescriveva il bando del Senato. E quell’anno era prescelto il quartiere del Capo, o come si diceva, di Civalcari...
Luigi Natoli - Squarcialupo.

martedì 14 luglio 2015

Luigi Natoli: la leggenda di Santa Rosalia per i bambini.

Narrano gli scrittori di storie religiose, che alla corte del re di Sicilia, Guglielmo il Buono, c'era un cavaliere, parente del re, di nome Sinibaldo, signore del monte Quisquina; il quale aveva una figlia, giovinetta bellissima, che si chiamava Rosalia, virtuosa e tutta data alla preghiera.
Ora molti la domandavano in isposa, ma essa si rifiutava, perché voleva consacrarsi a Dio; e per sottrarsi alle nozze, fuggì di casa. Pellegrinando, andò a ricoverarsi in certe grotte del monte Quisquina, dove visse, cinta di rozzo saio, nutrendosi di erbe e bevendo acqua fresca con una ciotola. Così passava i giorni in penitenze e in preghiere.
Dal monte Quisquina, a piedi, valicando aspre montagne, venne verso Palermo: arrampicatasi sul monte Pellegrino, vi trovò una grotta, e ne fece la sua abitazione.
Ivi trascorse il resto della sua vita; ivi morì ignorata: ma poi la fama del suo peregrinaggio si sparse; e sul monte Pellegrino fu eretta una piccola chiesa in suo onore. Se non che, non si sapeva dove fosse sepolta, per quante ricerche si facessero.
Nel 1624 Palermo fu afflitta da una fiera pestilenza; la gente moriva a centinaia, e non valevano rimedi di medici, né preghiere e penitenze ad arrestarla. A chi ricorrere?
Quand'ecco un giorno un cacciatore si presenta all'arcivescovo, e gli dice di aver veduto santa Rosalia, che gli aveva indicato il punto preciso dove erano le sue ossa; e lo aveva incaricato di farle togliere e trasportare in Palermo.
E allora vanno sulla montagna; trovano una grotta, scavano, e proprio nel punto indicato trovano le ossa. Era il 15 di luglio. Subito le mettono in un'urna, le portano in processione per tutta la città, e le depositano nel Duomo, dove poi fanno alla Santa un'arca d'argento, che è una bellezza.
La peste indi a poco cessò; santa Rosalia fu dichiarata patrona di della città di Palermo; e ogni anno in luglio si celebrano grandi feste, che una volta duravano dall'11 al 15 luglio, poi si restrinsero a tre giorni. Si chiamavano il Festino; e un tempo erano così magnifiche e famose, che da ogni parte accorreva gente in Palermo, per ammirarle.
 
Luigi Natoli
 

mercoledì 8 luglio 2015

Lettera di Luigi Natoli a Giuseppe Pitrè: Pisa, 7 maggio 1897.




Illustre amico, 
ho rimandato di giorno in giorno questa lettera, ma finalmente eccola; e son certo che, malgrado il ritardo, le giungerà gradita e speranzosa che Ella non imiterà la mia indolenza. Non le dirò nulla di questa città: è interessante e chiude in sé monumenti d'arte dei quali non si ha idea. Cose maravigliose! Il Duomo e il camposanto sono quanto di più stupendo può ideare l'arte umana. Più in là non si può andare. Ma fuor di questo poi... Quale monotonia, quale silenzio. E' una città di studenti, ma non di studiosi: oltreché mancano a chi, come me, si piace di osservarle, le manifestazioni della vita, mancano anche i mezzi per lavori d'erudizione. Biblioteca povera, e fuor che il D'Ancona, nessun altro letterato! Il D'Ancona ha una mera biblioteca; ma presterebbe qualche libro? Chi lo sa!
Io ho visitato il D'ancona; è un uomo simpatico, alla mano, piacevole; piccolino, rotondetto, con una vocina fessa; il volto improntato ai caratteri della razza, ma affabile, arguto, senza alcuna posa. Parlammo di Lei. Quando seppe che Lei fu a Roma, sclamò: "Ah, il birbante! e perché non fa una scappata fino a Pisa?"
Sono stato a Firenze. Dio! che città! No, non possiamo formarcene un'idea, stando costaggiù, no. Quali maraviglie d'arte! Io ho sognato a occhi aperti, e sarei felice di vivere in quel paradiso. Là, là si vive la vera vita dell'intelletto: Palermo vista di lassù sembra una cosa miserella... S. Maria del Fiore, il campanile di Giotto, le gallerie Pitti, Uffizi, Nazionale, il Bargello, il Palazzo Vecchio, il ponte di Ghiberti... A S. Croce ho provato emozioni fortissime. Una dietro l'altra sono i mausolei di Machiavelli, Dante, Alfieri... Pensi un po' lei!
Ma andiamo avanti.
Posso lagnarmi con Lei che non mi ha mandato il volume di enigmatica popolare? Eppure Fobi l'ha avuto! Sono io da meno di Fobi nella sua stima? E dacchè sono nella lagnanza, Teresa è fortemente imbronciata con la signorina Maria, alla quale scrisse pochi giorni dopo il nostro arrivo, senza avere finora ricevuto un rigo di risposta, come ne ha ricevuti da tutte le sue amiche.
Basta: abbia i miei saluti affettuosi e faccia gradire i miei convenevoli alla Signora e alla signorina.
Suo Luigi Natoli"

lunedì 6 luglio 2015

Luigi Natoli dal romanzo "Ferrazzano": il conte di Montaspro.

Diego Montecateno conte di Montaspro, figlio unico di donna Grazia, vedova di don Gaetano, era un giovinotto di venti anni, non bello ma neppure brutto: di statura media ben tagliato, elegante: passava il tempo bisticciandosi con chicchessia, e tirando quello che aveva in mano ai camerieri. Suo padre morì quando egli dava i primi passi, e sua madre era molto giovane per consacrarsi a un figlio non desiderato. Il marito aveva quarantacinque anni più di lei, che ne aveva diciotto; e le nozze furono concertate dai genitori di lei, come era uso in quei tempi. Ella ubbidì, perché era dover suo; e ubbidì anche al marito, che le fece giurare al letto di morte di non rimaritarsi mai più. Questo giuramento ella l’avrebbe facilmente violato; ma il conte le lasciava l’usufrutto dei beni spettanti al figlio, fino alla maggiore età di costui, e il possesso di alcune terre, purchè non passasse a seconde nozze: che nel caso si rimaritasse, si considerava come non avvenuta questa disposizione, e l’amministrazione dei beni come la tutela, era affidata a un parente. Donna Grazia non si rimaritò, ma seppe passare lietamente la sua prima giovinezza, senza curarsi molto del figlio, che appena toccò i sei anni, fu chiuso nel real collegio Borbonico. Dal quale uscì a diciotto anni, non molto erudito in vero, anzi con quella ignoranza che era un pregio pei nobili signori, sebbene nei saggi pubblici avesse sfoggiato un talento e una cultura straordinaria, trattando temi  altissimi di letteratura, come per esempio questo: perché i francesi riescono superiori agli italiani nello stile tragico. E si poteva ammirare la perizia del nobile don Diego nel copiare fedelmente quanto aveva di nascosto scritto il maestro. In compenso uscì pieno di sé, litigioso, iracondo, facile a innamorarsi di tutte le donne, e con altri difettucci, che erano un complemento delle qualità di un giovane ben nato.
La sua signora madre intanto aveva per diciotto anni gustato i vantaggi di una vedovanza in età molto giovane; e provato le differenze che corrono tra un uomo di sessanta anni ed un giovane di venticinque; e le sue esperienze erano state parecchie, e ancora ne contava, sebbene avesse oramai trentanove anni sonati. Una cosa pretese dal figlio: la esatta osservanza all’ora della colazione, del pranzo e della cena. Era la sola cosa in cui spiegava tutta l’autorità materna, per non dare agli occhi della servitù lo spettacolo di un disordine nell’ora del desinare. Questa era la ragione per la quale don Diego aveva chiamato il servitore per farsi vestire.
Don Diego aveva passata la notte al teatro d’opera, si era affacciato a quello di prosa ed era andato al circolo, la Grande Conversazione, che allora si trovava nel palazzo del duca di Cesarò, rimpetto la chiesa del Salvatore. Aveva giocato, aveva perduto, era di malumore non già per la perdita in se stessa, ma perché, a lui abituato a vincere in ogni cosa, perdere al gioco pareva una sconfitta immeritata. Del resto aveva le mani bucate, trattandosi di mostrare la nobiltà della sua illustre famiglia; salvo a litigare il terdenari con la povera gente.

Luigi Natoli
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Disegno di Niccolò Pizzorno.

Luigi Natoli nel romanzo "Alla guerra!" : il professore Benoist.

Al quarto piano il professore Benoist, già allievo della Scuola Normale, ora insegnante di storia nel Liceo Carlomagno, una specie di misantropo: giovane ancora, non brutto, anzi a guardarlo bene d’un viso regolare e benfatto; ma barbuto, arruffato, con gli occhiali azzurrognoli e le tasche piene di libri...
 
- La guerra è una cosa scellerata; è il più grande delitto che i popoli possano commettere; è un ritorno alla barbarie, alla violenza. Tutto il cammino lento e glorioso della civiltà, per sostituire alla forza violenta e sanguigna delle armi, il diritto, la legge, si arresta a un tratto: l’uomo ridiventa l’animale primitivo… Ahimè! il torto è anche della scuola, dico scuola nel senso più largo, come educazione degli spiriti; letteratura, arte, tradizioni, costumi, monumenti, nomi di strade, i libri sui quali impariamo perfino i primi elementi del leggere, tutto glorifica la guerra, esalta l’eroismo guerresco, perpetua quella ammirazione per la bravura, che in fondo è, dirò così, una qualità inferiore dello spirito; è una virtù comune con le bestie feroci, che anzi sono più forti e più coraggiose dell’uomo… Non è vero? Fra il genio che distrugge centinaia di uomini, e quello che li salva, il primo eccita più la fantasia e il sentimento; ma perché non abbiamo ancora saputo e voluto guardare in faccia la realtà; e perché si copre di scherno e d’ignominia il sogno nostro: non più guerra!... non più armi! tutti fratelli!... Tutti un popolo, un gran popolo!... Ecco perché gridai a M.r Guy quelle parole!...
Parlando, il suo volto si colorava, i suoi occhi illuminati dall’idea, avevano un’eloquenza più suggestiva delle parole; il suo aspetto si trasformava, come quello di un ispirato; si abbelliva di una espressione, di un carattere.
 
Benoist guardava. Quanta miseria!... e quanta abbiezione!... Era un altro quadro che la guerra gli offriva; un quadro assai diverso dal quello che Montmartre già quartiere della gaia scienza del piacere, gli aveva rivelato; era la fine del lavoro pacifico e produttivo, donde scaturiva il largo fiume della ricchezza della Francia; un cataclisma tellurico, sommergeva quella sorgente e arrestava a un tratto il corso di quel fiume. Tutta quella gente lacera, solcata dai disagi e dalla fame, avvilita dalla paura e dall’incertezza del domani, spinta verso l’ignoto che riceveva un pezzo di pane per carità; era per quella che aveva fino a ieri prodotto la ricchezza!... Le locomotive fischiavano; pareva dicessero: “Ora vi porteremo via!” Dove? In Italia? In Svizzera? più lontano ancora? dove?
Luigi Natoli.
 
 
 

venerdì 26 giugno 2015

Luigi Natoli ne "Il Capitan Terrore": Geronimo Colloca, il Re della Bocceria.

Di nome era certo che il tavernaio lo conosceva. Ma non così di figura. Parrebbe incredibile come i diversi quartieri della stessa città fossero estranei, quasi appartenenti a città diverse e lontane; v’era gente del Cassaro che non era andata mai alla Loggia; e si possono ancora trovare nell’Archivio Comunale istanze del Pretore perché si impedisse  a quelli, mettiamo, dell’Albergheria di andare in contrada della Conceria. Per questa ragione Geronimo, le cui gesta erano limitate nel mercato e nei dintorni, era sicuro di non essere conosciuto di persona.
Il titolo di “signore” lo pretendeva, perché Re della Bocceria e perché era ben voluto a corte; era, diceva lui, amico del Vicerè.
 
Nella taverna di S. Domenico, sua abituale dimora e luogo, esercitava il suo ufficio di "re". Era per così dire la taverna regina degna di accogliere il re; non era affumicata quanto le altre, e oltre alla prima stanza, che serviva al pubblico ne aveva una seconda, dove Geronimo “riceveva”; imbiancata così per dire, non aveva che una tavola e tre o quattro seggiole sudice e sbilenche. Aveva una finestra e un usciolino, che davano in un vicoletto di quelli che s’intersecano intorno al largo che fu detto della Lumia; usciolino strategico in caso che venisse alla polizia il desiderio di farvi una capatina, cosa che non capitava mai.
Gli avventori che frequentavano la taverna la mattina e la sera, appartenevano alla categoria dei sudditi del Re della Bocceria; il tavernaio era della stessa combriccola, e viveva di un tanto per cento sulle oneste entrate di quegli onestissimi avventori.
Quando Geronimo era entrato, due di quelli avevano appunto messo mano ai coltelli e si studiavano, mentre quattro altri si erano disposti in giro per assistere al duello. Ma all’ingresso di Geronimo i due abbassarono le armi. Geronimo li guardò un minuto, e disse:
- Ebbene, perché non continuate?...
La sua voce era tagliente come un rasoio, e quei due sorrisero a denti stretti, divenendo un po’ pallidi; poi il Giolluso disse per scusarsi:
- Scherzavamo, signor Geronimo, scherzavamo! È vero, Facciatripposa?
- Che possa esser privo della vista degli occhi!
- Sì, eh? Allora prendetevi questa; – e appioppò due paia di calci a ciascuno, aggiungendo: – Un’altra volta non vi permettete più di scherzare a quel modo.
- Le dico io la verità... – stava per dire Nunzio lo Sbirro, ma Geronimo gli diede sulla voce.
- Zitto! mi ha raccontato tutto Facciatripposa.
- Che vuole che le dica? Fu per sei grani…
(Un grano era sei denari ed equivaleva circa tre centesimi).
- … che il Gialluso aveva riscosso in più giocando a dadi.
- E per sei grani tu, Facciatripposa, mettevi a repentaglio la tua vita e quella del Gialluso? O miseria! E non c’ero io per risolvere la quistione? Datemi i sei grani. Ne do tre per uno, e fate la pace.
Cominciò poi ad ascoltare le imprese che, avevano compiuto i presenti, e a mano a mano ne giungevano altri che confessavano, come le cose più naturali, i delitti commessi nella notte. Erano confidenze di furti, di ferimenti, di rapine; vi appariva qualche omicidio; due avevano scalato il monastero di S. Vito per rapire una suora, ma era andata male, perché le suore s’erano destate, e avevano scacciato quei due, munendosi di molle, di spiedi, di manichi d’ombrelli e di baldacchini.
Dopo la confessione, deponevano nelle mani di Geronimo quello che avevano ricavato dall’impresa compiuta, e Geronimo ne riteneva una parte per sé, e il resto lo dava all’autore del misfatto. Poi domandò ai due fuggiti dinnanzi alle monache:
- Per chi vi eravate impegnati?
- Pel conte di Luna.
- E vi ha dato?
- Tre scudi; e se gli portavamo la suora, ci aveva promesso altri tre scudi.
- Siete stati due gaglioffi a contentarvi di così poco...
Luigi Natoli
 
Il Capitan Terrore edito da I Buoni Cugini Editori - Unica edizione originale, integralmente tratta dal Giornale  di Sicilia del 1938. - Pubblicazione Agosto 2014.
 
 
 
 
 

Luigi Natoli ne "Gli ultimi saraceni": La moneta d'oro, una leggenda legata a Guglielmo I.

Ecco una leggenda che si racconta di Guglielmo il Malo.

La moneta d'oro.
 
Il re Guglielmo, una volta, si dice che avesse fatto coniare monete di cuoio; e che, volendo prendere per sé tutto l'oro, avido com'era, avesse tolto ai sudditi tutto quello che possedevano e perfino i gioielli.
Fatto questo, cattivo e sospettoso, pensò che alcuni nascondessero del denaro. E che fece? Sapeva che c'erano molti giovani cavalieri amanti d'armi e di cavalli; e allora fe' togliere dalle sue stalle il più bel morello, lo affidò a due scudieri travestiti, e li incaricò di andare per le strade, fingendo di volerlo vendere.
C'era una povera vedova d'un cavaliere, che aveva un unico figlio. Or questi, che era gentile e amoroso, sospirava per avere un cavallo. Quando vide passare gli scudieri con quel morello, il giovane sentì un colpo al cuore.
Ah, il bel cavallo, tutto nero, con una stella bianca in fronte, che andava per la via vanitoso della sua bellezza! E non poterlo comprare! Ci volevano tre monete d'oro; ed egli non ne possedeva neppure di cuoio! Andò dalla madre, piangendo.
- Che hai figlio mio?
- Madre, si vende un morello, che sembra un cavallo da re; ne domandano tre monete d'oro; e io non posso comprarlo! E son figlio di un cavaliere!...
La madre si sentì trafiggere dal dolore. Come fare? Cercò di consolare il figlio; ma vedendolo triste, pensò un poco, e disse:
- Non dolerti, figlio: ti dirò io dove potrai prendere le tre monete. Va nella tomba di tuo padre; lì troverai in un piattello le tre monete. Pregalo che te le lasci prendere, e corri a comprare il cavallo.
Detto, fatto: il giovane s'inginocchiò, pregò, poi tolse il coperchio dalla tomba, prese le monete, e via. Ma appena diede le tre monete, eccoti un nuvolo di guardie:
- Alto là! Tu hai del denaro d'oro, contro il bando del re.
Lo arrestarono, e lo condussero al re Guglielmo, che, saputo il fatto, si adirò:
- Come? Tu osi conservare dell'oro? Olà, che egli sia decapitato!
- Sacra corona - disse il giovinetto - io son figlio del cavaliere Tal dei Tali (e disse il nome) che è morto in servizio di vostra maestà, e non mi ha lasciato che la sua spada. Mia made vive nella povertà, e in casa non abbiamo il becco di un quattrino. Questo denaro, per comprare un cavallo, che mi abbisogna per servirvi, me lo ha dato mio padre.
- Come ha potuto dartelo, se è morto?
Allora il giovine gli narrò ogni cosa; e il re Guglielmo, ammirando, volle questa volta esser generoso; gli donò il cavallo e gli fece restituire le tre monete d'oro, rimandandolo a casa, dove la madre lo piangeva per morto.
 
Luigi Natoli.
 
 
(La leggenda è così narrata in un volume per bambini pubblicato dall'autore nel 1925; la stessa è narrata in modo più ampio nel romanzo Gli ultimi saraceni edito da I Buoni Cugini Editori).


lunedì 8 giugno 2015

Luigi Natoli nel romanzo Il Capitan Terrore: il Carnevale nel 1560

Quel giorno era l’ultimo giovedì di carnevale, e la città era in festa più degli altri anni, perché Sua Eccellenza il Vicerè, che era il duca di Medinaceli, maritava le due figlie, e già si erano avuti cinque giorni di festeggiamenti; quel pomeriggio doveva aver luogo in Piazza Marina il grandioso spettacolo della caccia intrecciata con una rappresentazione e con una giostra.

Allora la fantasia e il tripudio si sbizzarrivano oltre che con maschere isolate, con vere mascherate complesse, raffiguranti avvenimenti storici. Una si componeva di quattro o cinque personaggi forniti di una scala e un tamburo. Dove pareva loro che fosse il caso, si fermavano e al rullo del tamburo, appoggiavano la scala a una finestra a cui si affacciassero donne ridenti e un uomo si arrampicava. Che dico un uomo? una specie d’uomo coperto da una finta faccia rossa come un gambero cotto, con certe labbra da asino, grossi zigomi anch’essi animaleschi, coperto il capo da un elmo o da qualcosa che arieggiava l’elmo impennacchiato di fiori di canna, armato di una spada di legno, il quale braveggiava strepitando buffonescamente e facendo sbellicar dalle risa la folla che lo seguiva e le persone affacciate. A un tratto precipitava senza però farsi nulla di male, perché gli altri compari gli tenevano una coperta sotto. E qui nuove risa, nuovi schiamazzi e gettito di pezzetti di carta tagliata minutamente, che dicevano “pittiddi”, forse dal francese “petit”, e chiamati ora coriandoli.
 
Quella maschera aveva un’origine storica, della quale si era perduto il significato: doveva rappresentare il vecchio Bernardo Cabrera che dava l’assalto allo Steri per impadronirsi della giovane e bella vedova regina Bianca, della quale si era innamorato. Ora si chiamava la mascherata del “Maestro di campo”, come dire del Generale. Si sa che la regina Bianca, sorpresa nella notte dagli armati di Bernardo, fuggì seminuda, e che Bernardo trovando vuoto il letto, si arrabbiò ma poi involtandosi nelle coperte ancora tiepide, esclamò: – “Non importa che la pernice sia fuggita, il nido è ancora caldo”. Il popolo s’era vendicato, mettendolo in burletta, ma nel corso di un secolo e mezzo la memoria del fatto si era contaminata.
 
In altro punto, dove era una piazza levavano da terra un castello di legno dipinto a conci, con merli, tra i quali apparivano schierati Mori o Turchi, armati di spade e lance, che, gridando, le agitavano al sole. Contro di loro erano Cristiani. La folla degli spettatori, enorme e fluttuante, aspettava schiamazzando. Era il “gioco del Castello”, che forse rievocava i fasti della conquista normanna, forse la presa di Palermo o d’altra città, verità storica alteratasi romanticamente, o intrecciatasi con altre imprese. Cominciava col mandare gli ambasciatori, seguiva con le varie fasi del combattimento; e finiva con la presa e col trionfo dei Cristiani e con un balletto generale.

Le maschere si prendevano libertà non consentite in tempi ordinari e forse risalenti agli antichi saturnali; e venivano a frotte.
Le oche, vestite di bianco con due sottane, aprivano gli enormi becchi innanzi agli altri, come se volessero ingoiarli; e quelli arretravano ridendo. Una “mamma Lucia” andava correndo, e fingeva di somministrare con un grosso mestolo una minestra ipotetica da un pignattone; in realtà cacciava sotto il naso di chi incontrava la polvere contenuta nel mestolone per farli starnutare. Le maschere si succedevano; erano per lo più caricature della vita contemporanea come il Dottore con un berrettone, l’Astrologo col cappello altissimo a punta, i Mori… Ma tutte erano d’accordo nel fare un baccano straordinario; alcune osavano perfino montare in groppa ai cavalieri che incontravano, o fermare una lettiga, una carrozza, sberrettandosi poi e facendo smorfie.
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Luigi Natoli: il Capitan Terrore. Booktrailer.


Luigi Natoli: il capitan Terrore.

 
Un romanzo corale, profondo, ricco d'azione, dove i sentimenti d'amore, odio, amicizia, malvagità, si mischiano alla perfezione fra inganni, avventura e coraggio, intrattenendo piacevolmente il lettore fino all'ultima pagina. E poi c'è la Sicilia, c'è Palermo, ricostruita alla perfezione come solo Luigi Natoli sapeva fare.
 
Disegno IV di copertina di Niccolò Pizzorno.

Luigi Natoli: il Capitan Terrore.

"Quel giorno era l'ultimo giovedì di carnevale, e la città era in festa più degli altri anni, perché sua Eccellenza il Vicerè, il duca di Medinaceli, maritava le due figlie, e già si erano avuti cinque giorni di festeggiamenti; quel pomeriggio doveva aver luogo in Piazza Marina il grandioso spettacolo della caccia con una rappresentazione e con la giostra".
 
Era il 1560. A Palermo la nobiltà sfilava nelle antiche vie ricche di marmi pregiati. Dai palchi le dame ornate di gioielli e sete preziose guardavano un centinaio di cavalieri sfarzosamente vestiti, con cavalli coperti di gualdrappe, coi pennacchi in testa di vivaci colori. E' in quest'atmosfera che gli occhi di don Galvano di Valverde si riempivano di quelli della bellissima donna Laura Serra. Ma c'erano anche quelli di don Ludovico Sclafani e in questi non c'era solo amore, ma anche invidia, rabbia, disprezzo profondo.

Il Capitan Terrore
edito da I Buoni Cugini Editori nel mese di agosto 2014, nell'unica versione originale in commercio così come pubblicata da Luigi Natoli in appendice al Giornale di Sicilia nel 1938.
Copertina di Niccolò Pizzorno.

sabato 6 giugno 2015

La baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue

Non tutti sanno che, oltre alla novella intitolata La Baronessa di Carini composta nel 1892 e ispirata al poema popolare di Salamone Marino, ben 18 anni dopo, il fecondo narratore palermitano con lo pseudonimo di Maurus, scrisse una nuova e meravigliosa novella: La signora di Carini, questa volta basandosi sugli studi di G. Pitrè e poi ancora un'attenta analisi con ricostruzione storica del poemetto siciliano del secolo XVI.
Tutto questo riproponiamo oggi nello splendore delle edizioni originali insieme ad altre leggende e grandi tragedie familiari come quella dei nobili Barresi e Santapau, e quella altrettanto famosa fra le potenti famiglie dei Perollo e de Luna, che lasciò memoria durevole nella tradizione popolare e passò alla storia come l'orrendo caso di Sciacca.