mercoledì 13 novembre 2019

Luigi Natoli: Giovanna Bonanno al carcere del sant'Offizio. Tratto da: La vecchia dell'aceto.


Giovanna Fileccia, o la “comare Giovanna” come più comunemente era intesa, era vedova due volte, la prima volta di un Fileccia; la seconda di un Bonanno. Siccome aveva incominciato a far la levatrice al tempo del primo marito, aveva nella professione mantenuto quel nome, che era notorio. Era abile, e si prestava facilmente a pratiche delittuose, che essa compiva con la coscienza di far bene, perché miravano a conservare l’onore e la pace nelle famiglie. Don Gastone aveva ricorso a lei per assistere donna Elisabetta, e, un anno dopo, donna Maria di Altofonte.
Il domani riprese il suo posto di osservazione al mercato, incaponendosi nell’idea di scoprire chi fosse il padrone di Sara. Ma a un tratto due birri del Sant’Offizio la presero per le braccia, la spinsero in una portantina, e via. Ella gridò invano; si fece un po’ di folla, il caporale disse:
- È una fattucchiera che ha dato l’anima al diavolo.
E si segnò; la gente si segnò anch’essa e si scostò. La portantina quindici minuti dopo giungeva nel tenebroso palazzo dell’Inquisizione, e Giovanna era gittata in una di quelle segrete, vere tombe di viventi.
Il giorno dopo un fiscale e un notaro entrarono nella segreta e la interrogarono; essa era accusata di pratiche contro l’onestà delle donne, contro la santa religione e il buon costume, di sortilegio e di fattucchierie. Ce n’era tanto da seppellirla il quel tetro carcere. Si difese, pianse, pregò, gridò invano. La porta si chiuse. Era bastata l’accusa del nobile cavaliere Gastone del Carretto, perché l’Inquisitore monsignor Ciafaglione senz’altro la facesse arrestare. Un processo fu imbastito. Dopo un anno Giovanna Fileccia, con altre due disgraziate fu condotta fra birri, famuli e confraternite, alla porta della chiesa di S. Ippolito, con una cesta appesa al collo, il bavaglio, le braccia legate dietro le reni; e lì fu letta la sentenza che le condannava tutte e tre come fattucchiere al carcere del Sant’Offizio per dieci anni.
Dieci anni! chiusa in una segreta del carcere delle donne, senza luce, senz’aria, con poco nutrimento, peggiorato da digiuni e penitenze, Giovanna andò deperendo fisicamente e accumulando nel suo cuore odio contro gli uomini e contro il cielo. Se veramente avesse potuto fare un patto col diavolo, gli avrebbe venduta l’anima pur di uscire da quel carcere, ed esercitare le sue vendette. Ma sebbene invocato e scongiurato con ridicole e nel tempo stesso orrende bestemmie, il diavolo non le apparve. Essa finì col rinnegarlo e col non credere alla sua esistenza.
Quando, trascorsi quei dieci anni, riconciliata, assolta, comunicata, uscì dal carcere, fu presa da una vertigine; la luce del sole l’abbagliava, il rumore della vita la stordiva. Usciva invecchiata di venti anni; l’umidità le aveva fatto cadere i denti; le era cresciuto un gozzo simile a una vescica, pendente dalle grinze del collo: era orribile e nessuno avrebbe potuto riconoscerla. Usciva povera e senza nessun mezzo per vivere. Il Sant’Offizio le aveva fatto la carità d’una vesticciuola e un paio di scudi; ma dove andare? che fare? Riprendere la sua professione? E chi l’avrebbe più chiamata? La condanna l’aveva diffamata, e l’ozio e i patimenti avevano anche ottuso il suo cervello e intorpidite le mani. Essa era in uno stato di ignoranza, che non sapeva più in che giorno, mese e anno si fosse. E ne domandò: il sentir dire che era il 7 settembre del 1775 le sonò come una data misteriosa, inverosimile. Trascinandosi sulle gambe, che avevano disimparato di camminare si recò verso la casa che aveva abitato, nella strada delle Pergole, vi giunse e provò una commozione, rivedendo la scaletta esterna di legno, che metteva alla porta; ma sulla scaletta sedeva ora una comare, che faceva la calza, discorrendo con una vicina che su un ginocchio piegato dava l’aire al fuso, e torceva il filo che traeva dalla conocchia. Stette un poco a guardare; riconosceva che quella gente era in legittimo possesso di quella casa: e pure provava contro di essa un rancore come se gliel’avessero usurpata.
Dove andare?

Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1700. La storia di Giovanna Bonanno, famosa avvelenatrice passata alla storia come "La vecchia dell'aceto".
Nell'unica versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927
Pagine 562 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile su Amazon 
Disponibile su Ibs
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it con lo sconto del 20% (spedizione € 2,90)

giovedì 7 novembre 2019

Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. ll 25° volume della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli edita I Buoni Cugini editori.

Un intreccio diabolico a danno di due neonati. 
La nobiltà delle famiglie palermitane dei Santapau, del Carretto, Ventimiglia, d’Altofonte contrapposte al degrado materiale e morale dei popolani del “Cortigliazzo.” L’inquisizione spagnola e il Vicerè Caracciolo. 
I primi “cristiani” precursori dei mafiosi con la loro distorta concezione dell’onore e poi lei, Giovanna Bonanno, l’avvelenatrice, la vecchia dell’aceto che domina su tutto il romanzo corale, magistralmente intrecciato dal grande Luigi Natoli in una Palermo del 1789 affogata nelle contraddizioni, nei pregiudizi e nell’eterna lotta fra il bene e il male.
Questa ristampa de La vecchia dell’aceto è la fedele riproduzione di quella apparsa a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927. Come editori e studiosi del grande scrittore palermitano, siamo convinti che quest’opera, così diversa da tutte le successive pubblicazioni, sia quella originale e ciò per una serie di motivi che esponiamo brevemente. Innanzitutto perché essendo andato distrutto l’originale manoscritto, questa è la trascrizione dell’unica versione stampata quando lo scrittore era in vita, tutte le altre edizioni sono infatti postume. È soprattutto priva di errori storici che Natoli, da grande studioso delle cose palermitane, non avrebbe mai commesso, come ad esempio cambiare il nome della nobile famiglia dei Santapau in Santapace. Inoltre, è stravolta la punteggiatura, la coniugazione dei verbi e sono alterate le tempistiche; figurano frasi aggiunte e frasi tolte, stessa sorte è riservata a interi paragrafi e a delle parole che cambiano il senso a tutta la frase. Sono sostituite diverse imprecazioni tipiche del periodo e italianizzati molti termini tipicamente siciliani che li svuotano di significato (ad esempio il modo di dire “asciugarselo” inteso come “ucciderlo”, è sostituito con “asciugarlo” nel senso di asciugare dal bagnato che non ha alcuna logica). E poi, ancora, la trascrizione di questo romanzo è più in linea con lo stile narrativo di Natoli riscontrato nelle precedenti opere originali da noi profondamente studiate. 
Per ultimo, questa La Vecchia dell’aceto è priva d’immagini retoriche e frasi che non trovano assoluta corrispondenza col modo di scrivere del narratore siciliano, basti solo confrontare la fine di questo romanzo con quella di precedenti edizioni. Sono differenze notevoli: per tale motivo sosteniamo che quest’opera oggi da noi editata sia l’unica originale, e con orgoglio la riproponiamo.
Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1700. Protagonista è Giovanna Bonanno, l'avvelenatrice passata alla storia come "la vecchia dell'aceto".
Pagine 572 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina: disegno di Niccolò Pizzorno. Elaborazione grafica di Maria Squatrito
Disponibile su Ibs, Amazon Prime e in tutti i siti di vendita online.
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

martedì 5 novembre 2019

Luigi Natoli: Una commedia al palazzo del capitano di città. Tratto da: La dama tragica.

La domenica innanzi, quattro giorni prima di questo avvenimento, il signor Vincenzo Bongiorno capitano della città (cioè capo della giustizia di tutto il territorio del Comune, e perciò la principale autorità cittadina, dopo il pretore) per festeggiare meglio il carnevale e offrire uno svago a Sua Eccellenza il vicerè e alla nobiltà, aveva dato in casa sua uno spettacolo veramente signorile. Aveva fatto trasformare il grande salone del suo palazzo in un teatro, e aveva scritturato una compagnia di comici. La commedia si diceva assai divertente.
Sebbene la giornata fosse stata freddina e piovosa tuttavia all’invito del signor Capitano non mancò nessuno. La città non aveva teatri pubblici; le rappresentazioni sacre, fra cui celebre l’«Atto» composto da Teofilo Folengo, il celebre Merlin Cocai, si davano nelle chiese; ma per le commedie non v’era luogo, e i comici si adattavano in magazzini. Due anni dopo, nella vecchia Chiesa dello Spasimo, già convertita in magazzini, si costruì, o si adattò un teatro stabile, il primo che sorgesse nella città. Ma allora alla mancanza di pubblici teatri suppliva la magnificenza dei Signori, alcuni dei quali avevano una vera passione per gli spettacoli scenici. Si capisce perciò con quanto vivo piacere si cogliessero le occasioni non frequenti di andare alla Commedia.
Per tre quarti d’ora, per la strada dei Ferrari, per la piazzetta di S. Francesco, per la piazza della Fiera Vecchia non si videro che processioni di lettighe carrozze e portantine, circondate di staffieri, e schiavi in magnifiche livree. Era una sfilata di velluti e di sete, dai colori vivacissimi, luccicanti di ori e di argenti; sola parte dello spettacolo di cui il popolo poteva godere gratuitamente. Sulle soglie delle botteghe o degli usci, infatti, i curiosi si divertivano a contare e a riconoscere dalle livree e dagli stemmi quali signori passassero: e le donne, più curiose, si spingevano a guardare attraverso le tendine dentro le lettighe e le carrozze, per vedere come fossero vestite le dame.
Dinanzi la casa del signor Capitano la fila dei veicoli non finiva mai. La strada era stretta, le carrozze non v’entravano che una alla volta, e non potendo rigirare, per tornare indietro, appena i signori smontavano essi tiravan via per l’altro capo dalla strada giù verso la piazza della Marina. 
Lo spettacolo non poteva cominciare se prima non fosse arrivato il Vicerè; e il Vicerè naturalmente non sarebbe venuto che ultimo, quando la sala sarebbe stata piena. Aspettandolo, parlavan tutti, a mezza voce, ma empievan l’aria di un vocìo alto e indistinto, che cessò a un tratto, quando il maestro di cerimonie annunciò a voce forte e sonora l’arrivo di Sua Eccellenza.
Il signor Marcantonio entrò dando il braccio alla viceregina, preceduto dal Capitano, che si affaticava a sgombrare il passaggio, e ringraziava con grandi frasi studiate la bontà di tanto principe, che non sdegnava onorargli la casa. E fra gli inchini lo pregava di scusarlo se non aveva saputo far di più, come si conveniva: ma sperava che Sua Eccellenza avrebbe accettato il buon volere.
Quando il signor Marcantonio Colonna e donna Felice Orsini ebbero preso posto in prima fila nei seggioloni di velluto, preparati per loro coi cuscini ai piedi, tra l’illustrissimo Don Ottavio Del Bosco, pretore della città, e il Capitano; gl’invitati che al suo passaggio s’erano schierati per fargli ala, sedettero anch’essi secondo il grado e le ragioni di preminenza, che la vanità e la rigida etichetta volevan rispettati. Immediatamente dietro al Vicerè si eran seduti i suoi congiunti, il signor Pompeo Colonna e il signor Lelio Massimo; e tre o quattro sedie più in là, ma sulla stessa fila di essi, era seduta donna Eufrosina Corbera, sotto un grande specchio, che pareva le facesse da cornice.
Marcantonio Colonna fermò un istante il suo sguardo sopra di lei, come cercando nella sua memoria di ricordare chi fosse, e dove l’avesse veduta altra volta. Non gli pareva un volto del tutto nuovo. Una rimembranza imperfetta e confusa era balenata nel suo cervello; ma per quanto frugasse nei più profondi recessi della memoria, non vi scorgeva dove, come e quando avesse conosciuto quella dama. Pensò che forse s’ingannava. Ma o nuova, o veduta, il signor Marcantonio diceva a se stesso che quella donna era veramente bellissima.
Donna Eufrosina se ne stava immobile, con le piccole mani affilate inerti sul grembo, e in quell’atteggiamento, entro la cornice dello specchio, pareva un meraviglioso dipinto. Le grazie del corpo risaltavan maggiormente sotto il vestito, scelto e adattato con un fine senso di civetteria. Indossava una veste di broccato turchino, con ricami d’argento e bottoni di perle; e in testa aveva un berrettino di velluto dello stesso colore, sormontato d’un ciuffetto di piccole piume bianche, che le cadevan leggiadramente sui capelli annodati con un filo di perle.
Tra una parola e l’altra, il Vicerè domandò, così per curiosità, al Pretore, chi fosse quella dama, lì sotto lo specchio…

Luigi Natoli: La dama tragica. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine '500, al tempo del viceregno di Marco Antonio Colonna. 
Pagine 598 - Prezzo di copertina € 24,00
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930
Copertina di Niccolò Pizzorno
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Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica
Disponibile su Ibs
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Luigi Natoli: Un incontro notturno. Tratto da: La dama tragica.

V’era per le strade un segno, e nell’aria un’eco della baldoria carnevalesca, che aveva quel giovedì 4 febbraio 1580 travolto in un vento di follia la città di Palermo. Nel pomeriggio si era corso un pallio singolare ordinato da Sua Eccellenza, con bei premi, e con grande sollazzo del popolo; e dopo il pallio erano usciti alcuni carri mascherati, in uno dei quali c’era Sua Eccellenza stessa.
Sua Eccellenza era il vicerè, cioè il magnifico e illustrissimo signor Marcantonio Colonna, il valoroso capitano delle galere del Papa a Lepanto. Da quando per grazia di sua Maestà cattolica D. Filippo II era stato nominato vicerè e capitan generale del regno di Sicilia, ed erano circa tre anni, vi aveva portato parecchie cose: una corte di signori e clienti romani, un gran rigore che talvolta giungeva alla crudeltà; una familiarità di modi in contrasto col sussiego spagnolo; un complesso di idee di rinnovamento edilizio, e finalmente una gran voglia di divertirsi.
Quello era il terzo carnevale che cadeva sotto il suo viceregno; ed egli aveva voluto che sorpassasse per novità e magnificenza di feste e di spettacoli, i carnevali trascorsi. Giostre, carri, pallii, commedie, balli: ce n’era per tutti; e bisognava divertirsi. Del resto quella ventata di follia era necessaria per sollevare lo spirito della città, che ancora non si era rinfrancata dagli orrori della pestilenza, da cui era stata devastata per due anni. Bisognava dimenticare i guai, mascherarsi e far pazzie: Sua Eccellenza ne dava l’esempio.
Quel giovedì, dunque, era stata la volta del pallio e dei carri mascherati, che avevan percorso su e giù la strada Toledo, (oggi Vittorio Emanuele), gittando confetture, gessetti, carta tagliuzzata, gusci d’uova ripieni d’acque odorose e di polvere d’amido, melarance e lomie. Se li eran tirati fra loro, ne avevan lanciati nelle finestre e nelle logge alle dame; ne avevan gittati alla folla, che, assiepando la strada, quant’era lunga, gridava, schiamazzava, picchiava, aggrovigliandosi in lotte furibonde e ridicole, per contendersi una confettura.
Lo spettacolo era durato fino a un’ora di notte, fra lo splendore delle torce a vento; e, salvo le ammaccature, il popolo ci si era divertito forse più dei signori. Quando i carri si furono ritirati, comitive di maschere si sparsero per la città, invasero le osterie portando ovunque la loro giocondità clamorosa, fino a che la campana di S. Antonio suonò i suoi quaranta rintocchi, per ammonire che era l’ora di andare a casa e di chiudere le botteghe.
L’ora era già suonata da un pezzo; ma ancora s’incontravano qua e là gruppi di maschere o di buontemponi che, facendosi lume con una lanterna e con una torcia resinosa, prolungavan per le strade il divertimento, contrastando spesso coi cani randagi, che insospettiti di quelle strane fogge di vestire, alle quali non eran usi, ringhiavano e abbaiavano. E ogni tanto da una casa venivan suoni e grida e scoppi di risa e dietro le finestre illuminate si vedevan passare ombre gesticolanti.
Due uomini, avvolti nei mantelli e coi cappucci tirati sulla fronte, attraversano la strada di S. Agostino, chiacchierando sommessamente. Dalla sveltezza dell’andatura si vedeva che eran giovani; la spada che sollevava il lembo del mantello, perché non impacciasse le gambe, lasciava supporre che fossero o soldati o gentiluomini. Oltrepassata la chiesa trecentesca, piegavano verso l’edificio della Panneria, quando da un vicolo giunse ai loro orecchi uno scalpiccìo confuso e disordinato misto a lievi gridi mozzi e anelanti, e a uno stridore di lame. Gente che s’azzuffava, certo. A un tratto si udì un grido di donna invocante al soccorso, e altre voci maschili minacciose e brutali…

Luigi Natoli: La dama tragica. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine '500, al tempo del viceregno di Marco Antonio Colonna. 
Pagine 598 - Prezzo di copertina € 24,00
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930
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giovedì 24 ottobre 2019

Luigi Natoli: Gli ebrei costretti a lasciare Palermo. Tratto da: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue

Sotto il viceregno di Ferdinando de Acuna, giunto in Palermo il 28 febbraio 1489, avvenne un fatto memorando per tutti gli stati della monarchia. Era in Spagna e alla Corte divenuto potentissimo fra Tomaso Torquemada, domenicano, fanatico fino alla ferocia, che fisso nell’idea di purificare il cattolicesimo, aveva riformato l’Inquisizione, e creato quel terribile Istituto, che acquistò dominio su tutto il Regno e sui Sovrani stessi. Musulmani ed ebrei eran la lebbra che bisognava distruggere col fuoco. Nell’animo del Re si confusero la superstizione e la necessità di denaro, sì che cedette alle insistenze violente e minacciose del frate, il quale, pretese che il Re cacciasse gli Ebrei da tutti gli Stati. Il bando fu promulgato il 31 marzo del 1492 ed ordinava che uscissero fra tre mesi, ma lasciando denari, vasellami e ogni loro cosa, per quanto misera. I miseri tentarono ottenere la sospensione offrendo grandissima somma, ma il feroce Torquemada non volle: e il Re ubbidì. Circa settantamila ne partirono dall’Aragona: parecchie migliaia che si erano convertiti, forse in apparenza, accusati di professare occultamente la religione degli avi, furono bruciati vivi. (Luigi Natoli)

La giornata era plumbea; tutta la notte era piovuto, e le strade eran rigate da rivoletti fangosi. Le acque della Cala torbide ed agitate si orlavano di una spuma gialliccia; e le galee all’ancora si dondolavano sui fianchi. Per l’aria si sentiva l’umidore freddo della stagione, e tutte le case intorno avevano un color grigio pieno di tristezza. Il castello sorgeva sul porto, coi suoi cannoni massicci, le sue bombarde, i suoi terrapieni coperti di un’erba verde, che nell’ombra grigia di quel mattino invernale metteva una nota di gaiezza primaverile.
Il porto, a Piedigrotta e per la piazza che si estendeva innanzi al Castello, era gremito di gente. I Giudei della Giudeca di Palermo si affrettavano a partire: con loro quelli delle città interne dell’isola, venuti il giorno innanzi in Palermo per quell’esodo doloroso.
Avevano tutti il taled con la rotella rossa sulla spalla, le donne recavano il segno cucito sul petto; aggiravansi in silenzio per la spiaggia, guardandosi mestamente, guardando il mare, le galee, l’orizzonte, poi, dall’altro lato, le torri, le cupole, le case, i monti lontani. Di quando in quando giungeva una frotta di Giudei stanchi, infangati; venivano da qualche lontana Giudeca; i compagni li accoglievano in silenzio, senza muoversi dal posto; si guardavano, scotendo il capo, e ogni nuovo fratello che sopravveniva, aumentava la fierezza del dolore universale.
In disparte gli ufficiali del governo sopraintendevano all’imbarco: i soldati castigliani appoggiati alle alabarde, guardavano senza mostrar commozione alcuna; intorno, frammisti agli ebrei si aggiravano i cittadini, alcuni mossi della curiosità, altri punti da pietoso sentimento, altri dall’amicizia.
Venne l’ora. Essi non avevano robe da caricare sulle galee; il re non aveva lasciato altro a loro che le vesti che avevano indosso, e un miserabile assegno, per non gravarsi la coscienza di averli fatti morire di fame. Qualcuno recava con sé alcune masserizie, legate in un fazzoletto, e reggeva su la spalla l’involto infilato a un bastone.
Cominciarono a entrar nelle barche. Alcuni vinti dall’emozione sentivano empirsi gli occhi di lacrime, e romper in singhiozzi il petto; altri nascondevano la faccia tra le mani; pochi conservavano una certa fierezza, celavano l’ambascia dell’anima. Oh come erano dolorosi gli addii; e come lunghi i baci, e intense le strette di mano!... Essi salutavano i cittadini cristiani, e in quel punto dimenticavansi gli odii religiosi, le differenze di razza, e si abbandonavano al dolore profondo della sventura, che colpiva coloro che per quattordici secoli erano vissuti insieme.
- Perché non vi fate cristiano e non rimanete con noi? – chiedeva qualcuno.
Il Giudeo levava alteramente il capo, e il volto lacrimoso prendeva subito una espressione di fiera rassegnazione.
- Tradire i miei fratelli, la mia fede?
- Ma altri l’han fatto...
- Peggio per loro! Dio li sperderà!...


Luigi Natoli: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue. Raccolta di storie e leggende, nella versione originale pubblicata dalla casa editrice Pedone-Lauriel nel 1892 con il titolo "Storie e Leggende"
Pagine 305 - Prezzo di copertina € 21,00
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mercoledì 23 ottobre 2019

La Repubblica: articolo di Amelia Crisantino sul teatro di Luigi Natoli

La giornalista Amelia Crisantino su La Repubblica Palermo e Società scrive un lungo articolo su Luigi Natoli non solo autore dei Beati Paoli ma anche dei suoi inediti, in particolare degli scritti per il teatro.
Da sei anni è per noi una grande gioia dare vita agli inediti di Luigi Natoli; le raccolte sul teatro in italiano e in siciliano, Cappa di Piombo e Suruzza!, sono il frutto di un lungo e paziente lavoro, ma oggi arriva una bella e inaspettata soddisfazione.
Grazie a La Repubblica e alla giornalista Amelia Crisantino

Luigi Natoli: Mastro Cecco affresca il chiostro di San Domenico. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca.

Mastro Cecco picchiò alla porta del convento; una piccola porta ogivale, ornata di una cornice intagliata a fogliami, e di quattro colonnine sottili, addossate agli stipiti. Sul vertice dell’ogiva un piccolo scudo recava in bassorilievo l’immagine del cane con la fiaccola in bocca; stemma dei padri domenicani, che avevano voluto, effigiando il sogno simbolico della madre di S. Domenico, celebrar la gloria di lui, fiaccola del mondo.
Il sogno intendeva significare la “fiaccola per illuminare, per diffondere la vera luce nel mondo”; ma più tardi fra Tommaso Torquemada e fra Pietro Arbues dovevano vedervi una fiaccola da ardere roghi…
Nel 1401 la chiesa di San Domenico, che sorgeva presso a poco dove sorge l’odierna, non era molto grande: era stata edificata da cento anni, da quando i frati abbandonarono il piccolo convento di basiliane, che si trovava sul Cassaro, dove fu poi eretta la chiesa di S. Matteo. Della chiesa antica non rimane più nulla, pei successivi rifacimenti e ingrandimenti; ma restano ancora tre lati del chiostro, coi loro piccoli archi acuti sorretti da doppie colonnine varie di forma e di capitelli, come sono i chiostri siciliani di quel tempo.
Mastro Cecco dipingeva una parete del chiostro, per incarico di quei frati. Non era un gran pittore; e nel disegno e nel colore aveva quella ingenuità infantile dei pittori primitivi, in un tempo in cui la pittura aveva avuto Giotto, e s’avviava a quello sviluppo che fece grandi i quattrocentisti.
Un devoto aveva legato una somma al convento, con l’obbligo ai frati di far dipingere in una parete del chiostro, un soggetto tra storico e sacro: il conte Ruggero che libera Palermo dai mussulmani e vi ripristina il culto cristiano.
Mastro Cecco aveva trovato nel tema un vasto campo per sfogarvi la sua fantasia; e tra i guerrieri che si accalcavano intorno al fortunato venturiero normanno aveva raffigurato i fondatori delle grandi case signorili, che la tradizione o la vanità diceva venuti col normanno.
Attraverso il palco di legno, sul quale il pittore lavorava, la sua rappresentazione pittoresca si travedeva a brani. Un lato, quello dove erano Ruggero e i personaggi del suo seguito, era dipinto: il maestro attendeva ora a dipingere i Saraceni, dai volti bruni o neri, secondo la tradizione popolare, coperti di grandi turbanti. Nel mezzo c’era il vescovo Nicodemo, tratto dalle tenebre delle catacombe, per ribenedire e riconsacrare al culto l’antica chiesa cristiana, convertita dai musulmani in moschea.
Il giovane era rimasto meravigliato dinanzi alla vivacità dei colori, profusi con fanciullesca intemperanza sulla parete, sui quali predominavano il rosso, l’azzurro, il verde e il giallo.
Ma la sua attenzione fu attratta da un guerriero, il cui scudo portava per arma tre monti d’argento in campo rosso.
- Non è quello lo stemma dei Chiaramonte, maestro? – domandò vivamente.
- Appunto. Come lo sai?


Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1400.
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921
Pagine 726 - Prezzo di copertina € 23,00
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica
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Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it

Luigi Natoli: Mastro Cecco di Naro. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca

Il maestro fece un gesto, come per dire “che domanda!”.
- Quale? il nostro, il vero conte, per la croce di Dio!... il magnifico messer Andrea Chiaramonte!...
Il giovane era pallidissimo. Per nascondere la sua commozione, addentò il pane; ma il boccone gli si raggirava fra i denti, senza poter andar giù.
- L’avete conosciuto? – domandò al maestro.
Il maestro alzò la mano e indicò lo Steri:
- Ho lavorato lì dentro, io, giovinotto; quando era vivo il magnifico Manfredi… Sono maestro Cecco di Naro, dipintore… Ho dipinto il soffitto col mio compagno mastro Simone… Quelli erano signori!... Mah!..
Il giovane lo guardò con una viva commozione; pareva che sulla sua fronte si raccogliessero memorie sopite, lontane immagini d’altri tempi, ritornate dal fondo misterioso del passato, vive e fresche. Interrogò con voce un po’ alterata:
- E quando… quando il conte fu… ucciso, c’eravate voi?
(Nella foto: Il tetto del salone dello Steri dipinto da Mastro Cecco di Naro)


Luigi Natoli: Il Paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1400.
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921.
Pagine 726 - Prezzo di copertina € 23,00
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martedì 22 ottobre 2019

Luigi Natoli: Un giovane sconosciuto. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca

La piazza Marina, così detta perché da prima era seno di mare, da più d’un secolo era prosciugata; essa era chiusa dalla parte di mezzogiorno dalle mura della Kalsa, qua e là abbattute, e dalla parte di levante da uno sprone di terra, (ancor visibile nello stereobate su cui sorgono l’Hotel de France, e il palazzo dell’Intendenza,) il quale finiva sulla Cala, con una chiesa, sotto la quale si agganciava la catena da chiudere il porto; dal che la chiesa prese il nome di S. Maria della Catena.
Questo sprone, nei tempi antichissimi formava un molo naturale, difendeva e proteggeva, il porto profondo, a cui la città doveva il suo nome greco: Panormo (tutto porto). Dalla parte esterna, sul mare, al limite del quartiere arabo della Kalsa, e cioè dove ora corre la via Butera, su questo sprone era un borgo di Greci, con la loro chiesa di S. Nicolò. Da loro prese il nome la porta, che, rifatta, serba fino ad oggi il nome di Porta dei Greci.
La piazza Marina era dunque compresa fra questo sprone più elevato, la parte alta della Kalsa, e giungeva fin presso allo sbocco della via del Parlamento, comprendendo la via Bottai e l’area del palazzo delle Finanze; il porto, dal lato ove è la chiesa di S. Sebastiano, penetrava ancora un po’ di più, e giungeva fino all’Arsenale, il Tercianatus dei vecchi documenti, che ha lasciato il nome alla piazzetta di Terzana.
Sullo sprone non v’erano edifici notevoli, salvo che lo Steri, l’antica e nobile dimora dei Chiaramonte, accanto a cui la casa men bella dei conti di Cammarata e la chiesa di S. Maria della Catena.
Dietro lo Steri sorgevano la chiesetta di S. Antonio, ancora esistente, e la chiesa di S. Nicolò, or da un secolo circa distrutta.
Le altre case intorno eran piccole dimore, frammezzate da orti e giardini, tra i quali, dalla parte opposta allo Steri, sorgeva nella sua bella architettura ogiva la chiesa di S. Francesco dei Chiovari e accanto a essa si innalzava bruna, massiccia , fiera nei suoi merli, con finestrette simili a feritoie, la torre di Maniace o volgarmente di Manau.
Fra quelle case v’era qualche taverna, sulla cui porta una fronda di alloro rinsecchita serviva d’insegna.
L’erba cresceva nella piazza; e delle capre dal pelo lungo e dalle corna lunghe, a spirale, pascolavano tranquillamente.
L’odore delle alghe marine, deposte sulla riva dall’alterna vicenda dei flutti, impregnava l’aria silenziosa.
Fra le barche tirate a secco alcuni marinai col berretto rosso in capo, come si vedono ancora nel promontorio sorrentino, stendevano le reti al sole; da un focolare improvvisato con due sassi, si levava una spirale di fumo azzurro, che si allargava e si sperdeva in alto.
Oltre le barche, nel vasto specchio d’acqua del porto si scorgevano alcune galee e barconi e feluche; qualcuna aveva già spiegate le vele e si accingeva a prendere il largo. Più in là ancora il Castello a mare distendevasi con le sue torri massicce, l’ampia cortina merlata, armata di bombarde, accanto alle quali, si vedevano biancheggiare le grosse palle di pietra.
Più in fondo ancora Monte Pellegrino disegnava nel cielo la sua massa rocciosa, coi fianchi verdeggianti di boschi, e le cime indorate dal primo sole.
V’era una gran pace, una tranquillità dolce e solenne a un tempo nell’aria fine e trasparente, per la quale volteggiavano stormi di rondini, salutando il sole con piccoli gridi festosi.
Un giovinetto s’era fermato con un senso di meraviglia e una certa commozione in mezzo alla piazza, guardando il palazzo chiaramontano.
Poteva avere sedici o diciassette anni, e vestiva poveramente; il suo farsetto aveva qualche strappo ai gomiti, e le sue calze erano sdrucite. La tasca che portava appesa con una cordicella, rivelava la rotondità di un pane. Le sue scarpe erano rotte e impolverate, come di chi viene da lungo viaggio. Aveva in mano un grosso bastone, e infilato alla cintura un pugnale con la guaina di cuoio.
Non era bello: il suo volto aveva qualcosa di irregolare, ma nell’insieme era piacevole ed espressivo. V’era un non so che di fiero e di malinconico a un tempo, ma una malinconia silenziosa e pacata; e gli occhi grandi, neri, acuti, mobili, investigatori, contrastavano col color dei capelli tra biondi e castani.
Doveva esser bianco di carnagione, e si vedeva dalla sommità della fronte, quando con un gesto che pareva volesse scacciar qualche torbido pensiero, egli sollevava il berretto e scostava i capelli. Ma il sole aveva abbronzato il suo volto e le sue mani.
Sebbene poveramente vestito e sporco di polvere il suo aspetto aveva qualche cosa di fine e delicato, che non sfuggiva neppure a uno sguardo superficiale e distratto... 


Luigi Natoli: Il Paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano, ambientato nella Palermo del 1401. Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921.
Prezzo di copertina € 23,00 - Pagine 702
Disponibile su Amazon Prime
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile su Ibs
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica. 

giovedì 10 ottobre 2019

Luigi Natoli: La scuola pubblica nel chiostro di San Domenico. Tratto da: Latini e Catalani vol. 1 - Mastro Bertuchello


Benché fosse di dicembre, c’era fuori un bel sole, che empiva di luce quella stanza nuda, con le pareti bianche e il soffitto di legno a grossi travi grossolanamente squadrati, del colore naturale un po’ annerito. La luce entrava da un’ampia finestra, che dava sul chiostro pieno di sole.
Da un pezzo il Comune di Palermo teneva nel chiostro di S. Domenico, a proprie spese, una pubblica scuola; e vi stipendiava un maestro, magister puerorum, perché vi insegnasse grammatica. Grammatica in quel tempo voleva dire la lingua latina. Era il primo grado di insegnamento. Allora non si conosceva nelle scuole altra lingua letteraria, fuor che quella. Il volgare, che era prima assurto a lingua d’arte illustre nella corte dell’imperatore Federico, e nel quale Dante aveva già scritto il suo poema, non cominciò a essere studiato privatamente che nel secolo XVI; e non divenne insegnamento scolastico che nel secolo XVIII. Allora non si usava che per comporre qualche poesia, o qualche cronaca o scrittura ascetica per gli “idioti”, gli ignoranti cioè. La scienza usava come sua lingua propria il latino; ma era un latino che aveva poco da vedere con quello ciceroniano.
Da due anni circa il Comune aveva scelto a insegnar grammatica un chierico; non “chierico” perché appartenesse alla chiesa; ma perché aveva percorso tutti gli studi fino alla teologia, e portava ancora la zimarra degli uomini di chiesa, come d’ordinario i maestri, ancorchè laici. 
Si chiamava Mastro Bertuchello. 



Luigi Natoli: Latini e Catalani vol. 1 - Mastro Bertuchello. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1300.
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1925.
Pagine 575 - Prezzo di copertina € 22,00
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su Amazon Prime
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica - Palermo
Disponibile su Ibs 

mercoledì 9 ottobre 2019

Luigi Natoli: Mastro Bertuchello. Tratto da: Latini e Catalani vol. 1


L’ometto era piccolo, magro, coi capelli neri, che gli scappavano a lunghe ciocche sul collo da sotto la cuffia. Il suo volto lungo con un muso di faina, raso, aveva un’età indefinibile. Gli si potevano dare venti o quarant’anni. Dal naso al mento, pei solchi che si affondavano sulle guance, per la piega amara e beffarda delle labbra aveva quarant’anni; ma gli occhi grandi, vivaci, che ridevano anche quando la bocca pareva più amara, eran quelli di un giovane a venti anni.
La sua cuffia di velluto nero, qua e là spelato, teneva buona compagnia alla zimarra, che aveva ai gomiti e sul petto una lucidità, indizio di una età venerabile e di un lungo servizio; e alle sfilacciature e a qualche strappo mal rammendato rivelava le condizioni economiche dell’ometto, non molto prospere, in vero. Ma eran cose alle quali egli non badava: pareva anzi che quella povertà fosse indispensabile a quell’aria di sdegnosa fierezza che gli splendeva sulla fronte ampia e impavida. Si chiamava Mastro Bertuchello. Nessuno, neppur lui sapeva perché avesse questo nome. Era forse un soprannome? Un’ ingiuria? Da bambino lo chiamavano Bertuchello; e continuavano a chiamarlo così, ed egli stesso si sottoscriveva “Mastro Bertuchello” sebbene la sua mamma gli avesse detto che egli era stato battezzato dalla chiesa madre di Geraci, col nome di Giovanni e che a suo padre, Maso Mangialavacca, “borgese” di Geraci, era stato tramandato quel curioso nome da uno zio canonico del duomo di Cefalù.
Mastro Bertuchello era veramente giovane; aveva ventitré anni ed era venuto in Palermo da pochi mesi, dopo più d’un anno dalla catastrofe del conte suo signore. Egli era stato uno dei familiari della casa del conte. Messer Francesco lo aveva tenuto a sue spese allo studio di Bologna; e pensava forse di fargli ottenere qualche ufficio nella Curia, o di farne un notaro, dacché Bertuchello aveva dichiarato di non sentir nessuna vocazione per la chierica o pel saio. Ma la rovina del conte, la confisca dei beni, le persecuzioni, le prigionìe, i supplizi con cui furono perseguitati i congiunti, i seguaci, i familiari del nobile signore, lo balestrarono da prima a Cefalù, e da Cefalù a Palermo. A Palermo c’era per altro un lontano parente di sua madre, chierico di san Michele Arcangelo. Bertuchello andò a trovarlo: e per suo mezzo, nel novembre del 1338 ottenne dal Comune l’incarico di insegnar grammatica ai fanciulli, nella scuola di S. Domenico.
E così mastro Bertuchello, se non potè essere scriba nella Curia o notaro, diventò maestro di scuola; e vi era già da un anno.
Per altro quest’ufficio non gli spiacque. Stando allo studio di Bologna Bertuchello aveva preso amore agli studi letterari. Oltre agli studi di diritto e di teologia, ai quali era obbligato, ne faceva altri per suo conto, procurandosi libri, e copiandoseli in bella scrittura. Nella baraonda degli studenti, che convenivano in quell’Archiginnasio, da ogni parte d’Italia, ve n’erano che preferivano leggere Virgilio e Ovidio, e che scrivevano rime volgari per le loro belle, e satire latine contro i loro maestri. Tra le sbornie, i tumulti, le coltellate e le lezioni di diritto, Bertuchello acquistava così una cultura più larga e più umana; che diventava passione, di mano in mano che egli capitava qualche autore latino, e che se lo ricopiava.

Luigi Natoli: Latini e Catalani vol. 1 - Mastro Bertuchello. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1300
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1925
Prezzo di copertina € 22,00 - Pagine 575
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile su Amazon Prime
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica
Disponibile su Ibs


martedì 17 settembre 2019

Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli edita I Buoni Cugini editori


La collana dedicata alle opere di Luigi Natoli edita I Buoni Cugini editori raccoglie tutte le opere dell'autore, nelle versioni originali pubblicate mentre questi era ancora in vita, quindi sotto la sua supervisione. Tutti i romanzi storici, ambientati nella maggior parte a Palermo, vennero pubblicati inizialmente in appendice al Giornale di Sicilia, alcuni furono poi rieditati dallo stesso autore per la casa editrice La Gutemberg, altri sono raccolti per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori (Alla guerra!, Squarcialupo, Gli ultimi saraceni, I mille e un duelli del bel Torralba). Non tutti i volumi sono romanzi: della collana fanno parte i due volumi che raccolgono le opere teatrali in italiano (Cappa di Piombo) e in dialetto siciliano (Suruzza!) inediti assoluti copiati dai manoscritti dell'autore; la Guida di Palermo e suoi dintorni 1891; Rivendicazioni, che raccoglie gli scritti storici e storiografici sul Risorgimento siciliano.
I volumi sono disponibili dal catalogo prodotti della casa editrice con lo sconto del 20%. Sono inoltre acquistabili su Amazon Prime, su Ibs e presso La Feltrinelli Libri e Musica.
Tutte le copertine sono opere del disegnatore Niccolò Pizzorno.
Raccogli tutti i volumi della collana, caro lettore, e avrai la storia della Sicilia! 
www.ibuonicuginieditori.it 


Luigi Natoli: Così inizia Calvello il bastardo

Quella sera, sabato, si recitava al Casotto delle Vastasate una delle tre commedie popolari più fortunate e più originali: il Cortile degli Aragonesi. Bisognava sentire Marotta, il celebre comico creatore della parte di ‘Nofrio, e Giuseppe Sarcì, biondo e femineo d’aspetto e di voce, nelle vesti di Lisa e il Montera nei panni di don Litterio il notaio messinese, e il Corpora sotto le spoglie di Caloriu il Ciancianese. Che risate!... La recita diurna aveva riempito la cassetta; non un posto vuoto: e di gente ne era rimasta fuori, e non si era mossa da lì, aspettando la recita notturna, per prendere i posti migliori, e rifarsi della lunga attesa.
Fra gli spettatori fortunati era un bel giovane di ventisei anni, non molto grande, di membra delicate, strette nell’uniforme dei fucilieri, turchina, a risvolte bianche. Pallido, con gli occhi neri, un’aria quasi feminea; ma lo sguardo tagliente, che lampeggiava talvolta come una lama, il naso lievemente aquilino e la mascella forte, davano un carattere di energia a quel volto; e temperavano la mollezza dell’ovale, e della dolce e malinconica curva della bocca, rosea e piccola.
Si vedeva bene che egli aveva una gran cura della bella uniforme turchina, dei calzoni bianchissimi e delle lunghe uose nere; e in generale di tutta la persona, forse un po’ troppo attillata. A non guardarlo in volto, poteva parere un vagheggino; ma lo sfolgorìo degli occhi e la vigorìa delle mascelle avvertivano che sotto quella lindura quasi feminea c’era un cuore che non tremava, e che quella mano sottile e bianca, sapeva render pericolosa la spada, dall’impugnatura dorata, che gli batteva sui polpacci.
Egli stava lì, allo spettacolo, ma non pareva che ne godesse; nel suo volto era steso un velo di melanconia, e il suo sguardo distratto correva evidentemente dietro qualche idea.
Gli applausi del pubblico, che non poteva tenersi alla scena della baruffa tra la vecchia e loquace Laura e il goffo Barone, lo scossero per un istante. Alzò gli occhi su la scena. Laura stava alla finestra con un vaso intimo in mano, mentre il Barone, fradicio di un liquido che non era nanfa, minacciava con la canna in pugno, e Lisa gridava, e ‘Nofrio si sganasciava dalle risa. La folla batteva le mani, rideva, urlava, fischiava, si abbandonava a una ilarità tempestosa che faceva tremare la baracca.
Come quell’uragano cessò, il sergente ricadde nelle sue meditazioni; ma a un tratto si sentì tirare per una manica. Si voltò.
- Tu? Agata? – esclamò sorpreso di stupore.
- Presto, venite!... Sapevo bene che vi avrei trovato qui... – disse Agata con commozione.
Era una ragazza del popolo, sovranamente bella, che non aveva forse tredici anni; alta, nel corpo ancora ruvide e goffe grazie della bimba che si apparecchia a diventar donna; ma nel volto pallido incorniciato da grosse trecce nere, negli occhi neri e profondi, nella bocca rosea e piccolina, nell’aria trepidante e pensosa di una bellezza singolare e indimenticabile.
- Tu? – ripetè il sergente: – che cosa c’è?
- Venite a casa signor Corrado... ma presto!... la signora Dorotea...
- Mia madre?
Dalla platea alcuni lo zittirono. Disturbava lo spettacolo. La fanciulla lo trasse, uscendo innanzi a lui, con una fretta, uno sgomento, un affanno, come di chi è sopraffatto da una sventura.
- Mia madre? che cos’ha mia madre? – gridò appena uscì dalla baracca, prendendo per un braccio la fanciulla.
- Non lo so... Si è sentita male improvvisamente... M’ha chiamato...

Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine '700
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930
Prezzo di copertina € 25,00
Pagine 856 - Copertina di Niccolò Pizzorno
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su Amazon Prime
Disponibile su Ibs
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica 

Luigi Natoli: Ricordi di Clodomiro mio figlio

Serro nel profondo del cuore l’angoscia, respingo indietro le lagrime che fanno impeto agli occhi, per scrivere della mia creatura.
Potrei commettere ad altri questo ufficio, ma non voglio; perché a nessun altro Egli rivelò l’anima sua, fuor che a me, che Egli amò devotamente e con orgoglio, che direi soverchio se si potesse dar misura all’amore suo filiale. Voglio scrivere io, il Suo babbo, non soltanto per dire il cuor che Egli ebbe, ma per isfogo del mio cordoglio; e perché parmi che il Suo spirito debba gioire di questa mia testimonianza di dolore e d’amore.
Il frammento di bomba che nel piccolo cimitero di Staranzano scavò una fossa alla carne giovinetta, aperse una ferita insanabile nel cuor mio. Pure, in questa ferita, come in un sacrario, vive illuminata dalla luce purissima del voluto sacrificio l’immagine del mio Clodomiro; e più, contemplandola, si inacerba il rimpianto, più ella si ingrandisce agli occhi miei: perocchè dispogliata dalle materiali contingenze della vita, l’anima Sua mi si va sempre più rivelando diritta come una lama, tesa come un arco alla sua meta, austera nel concepimento del dovere, vigile e pronta al sacrificio, come quella di un confessore della fede.
Nessuno sotto la gioconda irrequieta spensieratezza avrebbe supposto in Lui tanta gagliarda serietà di propositi e una fede così viva e operosa nei suoi ideali: chè questa fede Egli tenne dapprima chiusa nell’anima sua, col riserbo di un primo amore: né si rivelò, né si esplicò in azione, se non allo scoppio improvviso della guerra europea. Egli era a Parigi, quando gli eserciti tedeschi invasero il Belgio; e il grido della Francia non giunse invano al suo cuore.
Ho qui, sotto gli occhi, i frammenti di un suo taccuino, dove Egli annotava in forma di diario i ricordi di quei giorni. Molte pagine son lacerate: gli appunti rimasti vanno dal 10 settembre al 4 dicembre. Son brevi, rapidi, schematici: forse pensava di estenderli più tardi in forma più larga, e di completarli con altri aneddoti, che serbava nella memoria. Ma pure come ne trasparisce l’anima sua! 
Gli entusiasmi e la giocondità, la lieta e balda spensieratezza e la serietà dei propositi vi si alternano: ma domina sopra tutto il Suo profondo sentimento di italiano e la Sua viva fede repubblicana; talchè i festosi episodi cedono spesso all’austerità dell’apostolato. 

Luigi Natoli: Ricordi di Clodomiro mio figlio. 
Nella versione originale pubblicata nel 1920
Pagine 74 - Prezzo di copertina € 10,00

martedì 3 settembre 2019

Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891

In occasione dell'Esposizione Nazionale tenutasi a Palermo nel 1891, Luigi Natoli scriveva per l'editore Carlo Clausen, una Guida della città capoluogo di Sicilia. Il libretto era stato concepito in funzione dei tanti visitatori che l'evento avrebbe portato a Palermo, con l'intenzione di accogliere i viaggiatori fin dal loro arrivo in città, fornendo tutte le "indicazioni utili" per il soggiorno. Le "indicazioni utili" scritte dallo stesso autore, aprono infatti la Guida, e sono oggi un documento storico che indica come si viveva a Palermo nel 1891, quali erano i servizi disponibili e i loro costi, dagli alberghi ai bagni d'acqua dolce (in via 4 aprile n. 7 elegante e comodo bagno caldo L. 1,25 e freddo L. 1) ai bagni di mare (stabilimento dei fratelli Tramontana all'Acqua Santa o a S. Erasmo quello esclusivo per signore). Si continua con i  Banchieri (Florio in via Materassai n. 51, Ingham e Withaker in via Bara n. 1) i Caffè e le Trattorie, i Cambiavalute, i Circoli, i dentisti (Ribolla Nicodemo in via Vittorio Emanuele 51), le farmacie, le latrine (in vicolo dei Mori n. 25, rimpetto della Piazza Pretoria) i medici, le pasticcerie, fino alle vetture di nolo di lusso (Ingrassia Giuseppe e figlio in via Lungarini 4).  Insomma una sorta di "Pagine gialle" del 1891, che continua con le indicazioni delle fermate dei Tramways e il costo delle corse (Linea Piazza Bologni - Rocca mezza corsa ai Cappuccini centesimi 10), le linee degli Omnibus e relativi costi, le tariffe delle vetture a un cavallo o a due cavalli (per una corsa in città, comprese la Piazza S. Francesco di Paola e Ruggero Settimo, il corso Scinà e il Borgo centesimi 60 a un cavallo e centesimi 80 a due cavalli). 
Il libretto continua con le "indicazioni geografiche", "Palermo nella storia" e "topografia antica" per poi dare inizio alla parte intitolata "In giro per la città": qui il grande Luigi Natoli non poteva far a meno di guidare strada per strada, monumento per monumento, i visitatori nella sua amata Palermo, con l'immenso amore da sempre riservato a questa città...
In questa ristampa, noi editori, abbiamo fedelmente rispettato il testo e inserito le stesse immagini che corredavano il libretto originale, riportando anche tutti gli inserti pubblicitari in appendice, che danno al lettore di oggi l'idea di un secolo glorioso tramontato con tante aspettative di progresso sull'imminente 1900. Ma sempre su tutto, e in ogni caso, si potrà apprezzare la grande sapienza narrativa di Natoli, con le sue innumerevoli spiegazioni. Una Guida di gran lusso, che ci siamo permessi di raffigurare in copertina. Il libro è corredato dalla cartina geografica pieghevole di Palermo dell'epoca, così com'era il libretto originale. 
Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891.
Prezzo di copertina € 19,00
Sconto del 15% se acquistata dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su Amazon Prime
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica  

lunedì 5 agosto 2019

Luigi Natoli: il dialetto tipicamente palermitano di Donna Marana. Tratto da Suruzza e altre opere inedite per il teatro siciliano!

Donna Marana: Ah!... ‘u dicia ca cci avia a trasiri Oraziu!... Tu dunca ti levi l’oricchini pi pagaricci i debiti a ddu svergognatu? (segno di protesta di Giulia) E vui (a Ursula) vui, pezzu d’un sacciu chi, inveci di cunsigghiari a mê figghia, m’â purtati a pirdirisi?... Ah ca si iu ‘un fussi una signura, o ‘affirrassi p’û tuppu, e vi stricassi ‘a facci ‘nterra!... Svergognata!

Donna Marana: Vui nun sapiti fari rispittari a vostra mogghi!... E si iu avissi pututu supporri chi Giulia avia a essiri esposta all’ipotisi di stu signuri, nun vi l'avissi datu! O sciàtara e matri e vogghiu diri!

Donna Marana: Chi vurrissivu diri, ca vi scannarozzu ch’i mê manu!...

Donna Marana: Nun gridari tantu, ca iu mi nni staju jennu; ma cu mia havi a nesciri sta cusazza laria, ipocrita e latru!...

Donna Marana: Nun pipitiati cchiù, o vi rumpu ‘a facci!

Luigi Natoli: Suruzza e altre opere inedite per il teatro siciliano con traduzione in italiano a fronte. Dalla trascrizione dei manoscritti originali dell'autore. 
Pagine 729 - Prezzo di copertina € 25,00
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Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica. 



Luigi Natoli: Quattru cani supra un ossu. Fa parte di Suruzza! e altre opere inedite per il teatro in siciliano

Donna Marana Filipponi, donnone autoritario e opportunista, è la mamma di Giulia, diciottenne promessa a don Pietro Scatorcio, ricco settantenne che si è invaghito di lei e che, per opera della madre, sposa. 
La commedia inizia con i preparativi della festa di fidanzamento in casa di Giulia, con relativa lettura dei Capitoli della promessa di matrimonio in presenza del notaio, e donna Marana cerca di convincere la figlia che sposare don Pietro è un'ottima scelta. 
Sî picciridda e nun sai chi ti nesci d’â vucca!... Bah!... Un facemu cchiù storii. Oramai è inutili. Chiddu ch’è fattu è fattu, e è ben fattu... Virrà ‘u jornu chi mi binidirai!... (guarda intorno)Tuttu sta beni. (a Mimì e a Totò)Itivi subitu ad aggiustari. (a don Popò) Aggiustati sta cravatta!... Beddamatri! Chi sî sciattu! Fai sfigurari ‘a casa!... 
Unni manca natura, arti procura!... E l’arti sta nt’ôn farisi viriri cchiù poviri di chi semu!... Si nun fussi pi’ stu bustu! (con vanteria)Cunzignu ‘gioia di figghia, senza viriri comu nni  chiamamu?... A vostra furtuna è d’aviri una matri comu a mia, pirchì si stassivu spiranza di vostru patri… E s’un ci fussi iu, cu farrìa jiri avanti a casa?(a don Popò)Tu, ca passi i jurnati a piscari e a fari pirtusa, comu si nun avissi tri figghi fimmini supra a panza?... Si nun era pi mia, cu situava a Giulia? E cu pensa ora a situari l’autri dui?
Alla lettura dei capitoli sono presenti anche donna Rusidda e don Cecè, donna Filomena e don Ciccio, amici e "compari" dei Filipponi. 
Tutti, tranne Giulia, attendono il fidanzato, don Pietro Scatorcio, che finalmente si presenta:
Signuri miei tutti! (Si voltano, don Pietro viene innanzi, facendo il disinvolto. Ha circa settant’anni, vestito da giovinotto fidanzato; ridicolo. Va salutando. Il notaro lo segue, salutando anche lui, e il commesso tien dietro il notaro, imitandone i movimenti ridicolosamente)  Accussì aspittatu era?... Mi faciti insuperbiri!... Ma ‘a culpa nun è mia. Pigghiativilla cu û  nutaru, ca nun cci vinni cchiù, e cu Nicola ca, è cosa di ririri! s’affruntava e aveva scrupulu a veniri!... (guarda intorno)E la mia cara Giulia unn’è? Ah!... (s’avvicina a lei)Sugnu cca!... Chi aviti, picciridda mia? Siti siddiatedda pirchì vinni tardu?... Nun è culpa mia... Figurativi ca Nicola... (guarda intorno)A propositu, unn’è Nicola? Chi s’arristò fora?(chiama) Nicola!... Nicola, fratuzzu miu, unni sì? (a tutti) Signuri mei, scusatilu; è affruntusu comu una munaceddda... Si capisci. Passa a vita tra casa e chiesa! (chiama)Nicola!... Trasi!... Chi t’haju a veniri a pigghiari iu?... (Nicola si presenta: occhi bassi, e mano sul petto)
Don Nicola… amico fraterno di don Pietro e "perfetto uomo di chiesa".


Luigi Natoli: Suruzza! e altre opere inedite per il teatro in siciliano con traduzione in italiano a fronte. Dalla trascrizione delle bozze originali dell'autore. 
Pagine 729 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolo Pizzorno 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile su Ibs
Disponibile presso Librerie Feltrinelli