lunedì 11 giugno 2018

Luigi Natoli: I tedeschi sparano sulla Croce Rossa. Tratto da: Alla guerra!

Benoist adagiava Guy con le spalle contro il tronco d’un albero. Il combattimento volgeva al suo termine; i tedeschi fuggivano, riparavano dietro le trincee, nel bosco; vi si fortificavano; non v’era più che qualche piccolo episodio qua e là: le fucilate s’andavano affievolendo. La battaglia divampava invece sopra altri punti, forse, dalla parte di S.t Hilairie le petit e di Maronvilliers, o più giù, verso Perthers e Beausejour; e doveva essere fiera, a giudicare dal cannoneggiamento.
Con l’andar cessando del combattimento, si dava opera a raccogliere i feriti. Sopraggiungevano i porta barelle, qualche ambulanza; ma dalle loro trincee i tedeschi, appostati e riparati sparavano contro i militi della Croce Rossa e i soldati che si spingevano nel campo per compiervi il loro ufficio pietoso. Tuttavia, alcuni sfidarono il pericolo, strisciando per terra, fino a raggiungere i feriti più lontani e ad aiutarli a trascinarsi verso le linee francesi. Qualcuno sollevava audacemente il ferito, se era privo di sensi o nella impossibilità di muoversi; e caricandoselo su le spalle, prendeva la corsa, tra le fucilate.
Qualcuno pagò con la vita il sentimento della sua carità.
Un milite della Croce Rossa, grigio e rugoso, volontario forse, spintosi carponi fra le trincee francesi e le tedesche, sentì da un mucchio di caduti venir fuori una voce lamentosa e supplichevole. Avvicinatosi, vide un povero fante tedesco col capo sanguinante e una gamba spezzata, che cercava liberarsi da un compagno che gli era caduto addosso, morto. Il povero fantaccino pareva soffrisse orribilmente, e guardava con occhi spalancati tra pavidi e imploranti il milite che gli si era avvicinato, e che lentamente, per non urtare la gamba spezzata, andava tirando da parte il cadavere. Quando ebbe liberato da quel peso, il ferito, gli prese le mani e gli fe’ segno di voler essere abbracciato. Il ferito capì. Il milite distese un po’ il dorso; il ferito vi appoggiò il petto, e allacciò con le braccia il collo del milite, che a poco a poco, camminando carponi sulle mani e sulle ginocchia, col ferito addosso, riprese la via. Poi trovato un sasso, appoggiatovisi, si sollevò in piedi con il ferito, a cui la gamba penzolante, trascinata, dava tortura, e gemeva orribilmente.
- Abbi pazienza! povero boche! – diceva il milite; – all’ambulanza l’acconceranno.
Con quel corpo su le spalle il milite cercò di guadagnare la via, con passo svelto. Due, tre fucilate fischiarono sul capo e agli orecchi.
- Oh! oh! – disse – non vedono dunque che ho su le spalle uno di loro?
Ma altre fucilate rimbombarono. Il milite e il ferito caddero.
Caddero sotto il fuoco implacabile dei tedeschi, che pur di impedire al nemico di compiere il suo pietoso ufficio, non esitarono di assassinare il loro compagno: ma lì, tra le due trincee nemiche, donde la morte insidiosa si nutriva di odio.
Caddero abbracciati com’erano. La pietà, che abolendo l’odio, aveva congiunto nella fraternità del dolore i due nemici, non sciolse il loro abbraccio nella morte. E giacquero così, sotto il cielo piovoso, olocausto offerto dalla carità alla barbarie. 


Luigi Natoli: Alla guerra!
Grande romanzo storico contemporaneo ambientato nella Francia della seconda guerra mondiale. 
Pubblicato per la prima ed unica volta a puntate in appendice al Giornale di Sicilia, viene raccolto in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori nel 2014, a cento anni dalla prima pubblicazione e dall'inizio del conflitto. 
Pagine 956 - Prezzo di copertina € 31,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice 

Luigi Natoli: La battaglia - Tratto da: Alla guerra!

Il duello delle artiglierie continuava, quando di fra le masse arboree, che nella tenue luce dell’alba apparivano più ombrose, si videro muovere le colonne dei tedeschi. Elmi e baionette corruscavano allo scoppio delle granate. Si avanzavano coperti dagli alberi, protetti dalle loro artiglierie.
Benoist non era quel mattino in trincea: con la sua mezza compagnia s’era ritirato la sera innanzi dietro le linee, per riposarsi: ma all’allarme squillato dalle trombe, accorse, come gli altri, a prendere il suo posto.
Il colonnello si era avanzato allo scoperto, col binocolo sugli occhi, per osservare i movimenti del nemico. L’azione doveva essere cominciata in più punti del vasto fronte, dei quali il lembo della foresta rappresentava uno degli estremi. Il cannoneggiamento s’udiva anche da S.te Menehould, e oltre. A quanto poteva giudicarsi, i tedeschi si avanzavano con forze considerevoli per tentar di sloggiare i francesi e sfondare le loro linee. Era una vigorosa ripresa dell’offensiva con la quale essi volevan forse cancellare lo scacco subito quasi alle porte di quella Parigi, che avevan creduto di poter espugnare in due settimane di guerra. Il colonnello telefonò al comando che era necessario un rinforzo considerevole, per impedire che il nemico, spezzata la resistenza e trovata una via, potesse avvolgere e assalire di fianco i francesi.
Dal comando fu risposto che si sarebbe mandato un battaglione del 124°, ma che intanto si sostenessero, senza cedere un palmo di terreno.
La prima aurora s’apriva la via fra le gravi nubi che opprimevano il cielo, quando giunse il battaglione: bisognava ora avanzare per un terreno battuto dalla mitraglia nemica, impresa ardua pel numero delle vittime che sarebbe costata. Ma intanto le colonne tedesche si addensavano sull’orlo della foresta, come per aspettare il momento opportuno di lanciarsi con le baionette alla conquista delle trincee: e dalle loro trincee saltavan fuori, spargendosi e strisciando per terra, come serpi, i soldati del genio per tagliare i fili dei reticolati, che formavano la prima difesa. Si avanzavano sotto il grandinare delle palle francesi, che sibilavano sul loro capo. Qualcuno si arrestava: rotolava sopra i suoi fianchi; giaceva inerte con le braccia contratte dallo spasimo; ma per uno che rimaneva per via, la trincea ne vomitava dieci; dalla seconda linea trincerata dove stava, Benoist li vedeva balzar fuori a dieci, a venti, senza posa, automaticamente, come spinti dal moto isometrico di una macchina. Donde le trincee tedesche vomitavan tanta gente?
Oramai tutto il fronte era un vasto incendio assordante di tuoni spaventevoli, di crepitii, di sibili e di mugolii raccapriccianti. La prima trincea francese pareva oppressa dalle granate che solcavano la terra; la terra umida, molle, rotta dagli scoppi si rovesciava in piogge di fango e pietre e schegge: sotto la furia del ferro, le piccole corazze di protezione vacillavano, qualcuna si spezzava, altre cadevano, strappate violentemente. I soldati però non cedevano; fulminando i tedeschi con un fuoco incessante e micidiale. Dietro a loro i 75, battevano con una selvaggia follìa di distruzione la foresta, scagliavan ferro e fuoco, seminavan la morte tra le file nemiche: ma esse si rinnovavano, si rinserravano, si avanzavano con implacabilità metodica, come se la morte li rigenerasse.
Già in più punti i fili del reticolato erano tagliati: le artiglierie tedesche non battevan più la prima trincea, per lasciar compiere l’assalto; le colonne che si avanzavano erano così fitte, che non era possibile sostenerne l’urto. Il colonnello ordinò allora che i difensori si ripiegassero sulla seconda trincea. Dai cunicoli di comunicazione i soldati si ritirarono, quasi nel momento stesso che i tedeschi, levando alte grida si slanciavano alla baionetta; ma nel momento che essi irrompevano sulla trincea, le mine, già preparate scoppiarono, travolgendo in un vortice di polvere, sassi e fiamme gli assalitori.
Allora approfittando dello sgomento, le trombe francesi squillarono la carica. Le compagnie della seconda trincea saltaron fuori; il battaglione di rinforzo le sorresse con altre due compagnie; trascinati dal furore, i fantaccini francesi si gittarono sui tedeschi, baionettandoli; avvenne una mischia feroce e terribile a corpo a corpo; uno di quegli episodi che rinnovano nella memoria le gesta della guerra classica, coi loro eroismi pieni di selvaggia grandezza. Sotto il rombare dei cannoni, che cercavano di impedire alle compagnie di riserva di sopraggiungere e rinforzare i combattenti, non si vedeva che un corruschìo di lame, un guizzare di fiamme, un martellar di fucili branditi come mazze.
Poi i tedeschi vacillarono. Allora si levò tra’ francesi un grand’urlo.
- Viva la Francia!... Avanti! avanti!...
Pareva che ogni uomo avesse dieci braccia e dieci anime. Un’altra compagnia di fanti giunse a passo di carica, sotto la mitraglia in aiuto dei francesi: i tedeschi cedettero, indietreggiarono, si volsero in fuga, con le baionette alle reni: molti buttavano il fucile, alzavan le braccia e si rendevano, per aver risparmiata la vita; altri preferivano farsi ammazzare eroicamente, pur di non cedere le armi e il terreno.
Incalzando, trascinati dall’ardore della vittoria le compagnie francesi giunsero con alte grida alla prima trincea nemica; spezzarono i fili di ferro, sebbene fulminati a bruciapelo, balzarono nella trincea, intorno alla quale i fuggiaschi, sciabolati dai loro ufficiali, tentavano riordinarsi. Altre compagnie tedesche accorrevano dalla boscaglia, per sorreggere i vinti; ma altre compagnie francesi alla loro volta giungevano a passo di carica, intanto che i pezzi da 75 battevano fieramente il bosco, e mitragliavano la fanteria nemica.
Dentro la trincea una trentina di soldati francesi eran già saltati, come belve, baionettando ciecamente, e impedendo che i difensori facessero scoppiare le mine: l’assalto era stato così improvviso, che aveva gittato lo sgomento nei tedeschi: chi potè fuggire, fuggì, o uscendo all’aperto, gittando le armi, o cacciandosi nei corridoi di comunicazione con le altre trincee, e travolgendo nella furia dello spavento i rinforzi che accorrevano per quelle vie. Una parte della trincea saltò in aria, seppellendo assalitori e assaliti in orrenda carneficina; ma la più parte era già in potere dei francesi; che la trasformavano sollecitamente, per farsene una difesa; vi apportavano le mitragliatrici; riprendevano l’attacco contro le nuove colonne tedesche, che si avanzavano a grandi masse compatte, ferrigne.
Il giorno era già chiaro, ma nubiloso, e diffondeva intorno una luce scialba e malaticcia, solcata dai fiocchi delle granate, dalle fiamme degli scoppi. Nella triste chiarità, sul terreno squarciato, lucente qua e là per le pozze delle piogge recenti, apparivano ora più visibili i segni della strage: mucchi di caduti, nei più strani e terribili atteggiamenti; onde di sangue vermiglio, nelle quali la luce del giorno accendeva bagliori; armi e munizioni sparse; orrore e pietà. E la battaglia continuava. Continuava con ostinazione e furore da ambo le parti; ma gli sforzi dei tedeschi per ricacciare i francesi si infrangevano dinanzi al fuoco delle mitragliatrici e dei tiragliatori coloniali chiamati sul campo; e agli attacchi violenti dei fantaccini.
Allora due compagnie fresche furono mandate per prendere di fianco, con un movimento agirante i francesi, alla loro destra. V’era da questa parte la sezione comandata da Benoist, che, in verità non aveva posto mente al pericolo; ma il suo sergente, che aveva forse maggiore esperienza guerresca, lo avvertì:
- Signor tenente, i boches ci avvolgono...
-  Ah! è vero! – sclamò Benoist.
Ordinò ai suoi di spiegarsi fra gli alberi che costeggiavano la trincea, e cominciare un fuoco serrato contro la colonna tedesca; e intanto mandò un soldato al comando, per avere rinforzi.
Al comando s’erano già accorti del movimento dei tedeschi. Il colonnello ordinava in quel momento alla terza compagnia del battaglione di riserva, di accorrere alla destra, con una sezione di mitragliatrici, per sorreggere gli uomini di Benoist. Era la compagnia di Guy.
Guy, giunto alla brigata il giorno innanzi, faceva parte delle truppe spedite dal comando della divisione a rinforzare la trincea. Fino a quel momento era rimasto spettatore impaziente della mischia, aspettando e sollecitando col desiderio, di entrare in azione. Ricevuto l’ordine, spinse i suoi uomini al passo di carica; avviò le mitragliatrici sopra un lieve poggio coperto di alberi, donde esse, dominando il terreno e al coperto, aprirono il fuoco contro le compagnie tedesche; intanto che egli si avanzava, distendendo la compagnia più oltre, per fronteggiare il nemico.
Il combattimento si riaccese più vivamente e più ferocemente su questo lato. Da una parte e dall’altra nuovi rinforzi giungevano sulla linea del fuoco; ma i tedeschi si avanzavano in masse compatte, serrate, che offrivano un sicuro bersaglio ai fucili e ai cannoni: i francesi invece combattevano in ordine sparso, e potendo più agevolmente trovar riparo, dietro alberi, sassi, cespugli, fossi, si offrivan meno al fuoco nemico, e gli recavano il maggior male. Tuttavia la tattica tedesca non si piegava, non mutava dinanzi alle necessità di quel momento. La mitraglia, il fuoco di fila aprivano profondi solchi nella colonna; altri soldati sopraggiungevano; la colonna si serrava, si avanzava, spinta dagli ufficiali. Si avanzava verso la morte. Pareva che gli ufficiali avessero la voluttà del morire e di veder morire. Vi era in quella loro cieca ostinazione di esporsi al fuoco e lasciarsi decimare un sentimento di grandezza e di eroismo, che strappava l’ammirazione.
Benoist, che aveva preveduto per sè e pei suoi l’olocausto della vita, dinanzi al numero soverchiante, sentì dietro di sè ringagliardire il fuoco e udì il crepitio delle mitragliatrici; vide nella massa dei tedeschi i varchi aperti dal ferro e dal piombo; capì che eran venuti i soccorsi.
- Coraggio, ragazzi! – diceva – sono arrivati i rinforzi....



Luigi Natoli: Alla guerra! 
Grande romanzo storico contemporaneo ambientato nella Francia della prima guerra mondiale. 
Pubblicato per la prima ed unica volta a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914, viene editato in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori nel 2014, a cento anni dalla prima pubblicazione e dall'inizio del conflitto mondiale. 
Pagine 956 - Prezzo di copertina € 31,00 - Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Luigi Natoli: In trincea. Tratto da: Alla guerra!

Eran passati più di otto giorni, da che il suo reggimento si trovava sul fronte di battaglia. Le compagnie si alternavano nelle prime trincee, per non affievolire troppo i soldati in quella vita sotterranea.
Ogni giorno v’eran fucilate di qua e di là; per parecchie ore del giorno e a riprese, le artiglierie da una parte e dall’altra empivano l’aria di tuoni e di sibili; spesso le granate scoppiavano nelle trincee, e vi facevano strage; i morti e i feriti eran portati via dai passaggi sotterranei; la trincea si sfasciava; bisognava ripararla prestamente o ritirarsene. Così da tutte e due i fronti avversi. Una piccola guerra micidiale di avanzate e di ritirate; di sorprese, di tentativi, di insidie.
Si diceva che quella guerra servisse per dar tempo alle grandi masse degli eserciti di addensarsi nei punti designati, e irrompere con azioni decisive; o che si cercasse da parte dei francesi di esaurire il nemico. Benoist non diceva e non supponeva nulla, perché non si intendeva di arte militare: del resto saperne le ragioni o i fini non mutava quella vita di campo, che, apparsa dura nei primi giorni, accostumava a poco a poco i soldati, e prendeva anche aspetti giocondi.
La morte e la vita si avvicendavano, quella coi suoi aspetti più spaventevoli, questa con la giocondità che suggeriva motti, burle, trovate spiritose, anche in mezzo ai fragori della morte; o che inventava mezzi ingegnosi per divertirsi durante i riposi.
Un mattino, prima ancora che l’alba imbiancasse l’orizzonte, un fiero cannoneggiamento fece sobbalzare e correre in armi i soldati. La frequenza e la violenza dei colpi avvertì subito che questa volta non si trattava di uno dei soliti combattimenti; ma che il nemico tentasse qualche assalto vigoroso per riprendere il terreno perduto. Le sue artiglierie nascoste nella foresta vomitavano dietro le trincee francesi una pioggia di granate, per impedire l’avanzarsi di nuove truppe in soccorso delle trincee. Altre granate cadevano e scoppiavano presso gli orli delle trincee, qualcuna anche dentro. Si vedevan solcare il cielo come piccoli globi di nuvola, di un color fosco, rossiccio, con un sibilo aspro, qualcuna con un fischio di sirena, rabbioso e disperato. Per un vasto spazio il cielo era percorso di queste nubi micidiali, che si seguivano una dopo l’altra, quasi senza intervallo. Gli scoppi diffondevano improvvisi bagliori d’incendio, nei quali balenavano sanguigni gli aspetti delle cose. Le trincee tedesche parevano orlate di guizzi ardenti; sì che sembrava dovesse la foresta prender fuoco.
Quasi subito dalle batterie francesi cominciarono i pezzi da 75 a controbattere. Le truppe ne conoscevano la voce. I pezzi da 75 godevano la simpatia e la fiducia dei soldati, per la loro efficacia. Quando essi cominciavano a tonare, i piou-piou si sentivano rinfrancare come alla voce di una persona amica che ci dia coraggio.
- Ah! ecco i nostri 75! – dicevano con orgoglio e soddisfazione.
I tedeschi avevano artiglierie pesanti e mostruose; dei veri giganti, iperbolici anche nelle proporzioni delle armi, come in tutte le loro concezioni; ma i 75 in campo aperto valevan di più. Un curato, che aveva lasciato la sottana nella canonica, e si batteva da semplice fantaccino, aveva trovato una similitudine biblica, che era diventata un testo nella trincea N. 8.
- Essi, i tedeschi, hanno Golia, noi abbiamo il giovinetto David.
David era il pezzo da 75...


Luigi Natoli: Alla guerra! 
Grande romanzo storico contemporaneo ambientato nella Francia della Prima guerra mondiale. Pubblicato per la prima ed unica volta a puntate in appendice al Giornale di Sicilia, viene editato in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori nel 2014, a cento anni esatti dalla pubblicazione e dall'inizio del conflitto mondiale. 
Pagine 956 - Prezzo di copertina € 31,00 - Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

mercoledì 6 giugno 2018

Luigi Natoli: Francesco Ventimiglia divorzia da Costanza Chiaramonte... - tratto da: Mastro Bertuchello, Latini e Catalani vol. 1

- Licenziate le vostre ancelle, madonna, – disse messer Francesco; – perché ho bisogno di parlarvi.
Ella fece un gesto alle donne, che s’inchinarono e uscirono.
- Desideravo anch’io vedervi, – disse; – ma non potevo venire fino a Golisano, per turbare le vostre gioie domestiche.
Messer Francesco alzò il capo orgogliosamente:
- Mi fate spiare, a quanto sembra, dimenticando che sono io il signore di me stesso, e che non ho altri giudici sopra di me, fuor che Dio!...
- Non l’ho dimenticato, messere; tanto è vero che mi preparavo a mandarvi un corriere per sollecitare la vostra venuta... e discorrere...
- Meglio così: forse ci risparmierà discussioni e rimbrotti, pianti e rimproveri inutili!...
- Ora siete voi, messere, che dimenticare ch’io sono una Chiaramonte: e che i Chiaramonte non son usi a piangere... Parlate, ora vi ascolto.
Messer Francesco era un po’ sconcertato dalle parole e più dal tono di sua moglie, che forse mai gli era apparsa così regale come quella sera. Si raccolse un poco, e disse:
- Ascoltate, madonna. Sa Dio se mi duole dover parlare di cose che non fanno piacere; ma è necessario per voi e per me. Sono trascorsi cinque anni da che siamo maritati: ma Dio non ha voluto benedire la nostra unione... Ho tanto aspettato da voi, un figlio che mi succedesse: ma la fortuna avversa ha inaridito in voi le sorgenti della vita... Or io non posso lasciare con me spegnersi la stirpe dei Ventimiglia. I miei maggiori mi legarono un obbligo sacro di continuare la loro discendenza, a gloria del nome e del regno... ed io non posso mancare. Speravo che le nostre nozze ci avrebbero reso felici; esse invece son divenute fonte di amarezza, per voi e per me. È necessario perciò che riprendiamo la nostra libertà...
- Era appunto questo che volevo proporvi; perché troppo, messer Francesco, avete mortificato il mio amor proprio di donna e di moglie, tenendomi alla pari della vostra concubina... Domani io lascerò la vostra casa...
- Non basta...
- Che c’è altro?
- Forse non mi sono saputo esprimer bene, madonna Costanza. Una separazione non basta, se noi restiamo legati; è un divorzio che noi dobbiamo domandare tutti e due d’accordo...
- Sta bene, – disse madonna Costanza, pallida, ma senza dar indizio di turbamento.
Messer Francesco se ne stupiva.
- S’intende che restituirò tutta la vostra dote...
- Di questo vi intenderete coi miei, messere.
E così dicendo, madonna Costanza se ne andò con passo fermo, con altera nobiltà nella sua camera, dove si chiuse, lasciando il marito balordo per lo stupore. Egli aveva immaginato di dover sostenere una lotta, che probabilmente lo avrebbe eccitato; si trovava ora vinto dalla grandezza d’animo di Costanza, e indispettito di dover riconoscere di uscire da quel discorso umiliato, anzi avvilito. Ma poi pensò, per consolarsi, che quella magnanimità era forse freddezza d’animo: che madonna Costanza non l’aveva mai amato.
- Tanto meglio così; – conchiuse; – ciò mi risparmia rimorsi.
Il domattina madonna Costanza si fece portare in lettiga nel palazzo di suo zio, il vecchio Giovanni Chiaramonte. Nessuno seppe come ella avesse trascorsa la notte: il velo nel quale s’era avvolta nascondeva il pallore del volto, le occhiaie livide e le palpebre arrossate.
Nel palazzo non trovò che le donne e il giovane Manfredi, suo cugino. Giovanni Chiaramonte, suo zio, era partito con la spedizione capitanata da re Pietro, e che doveva coadiuvare l’impresa del re di Germania: l’altro Giovanni, suo fratello, era al seguito di questo re: Manfredi era ancor troppo giovine, e le donne erano imbelli. Nessuno poteva dunque prender le difese di lei. Alle donne, che vedendola così pallida e disfatta, le domandavano che cosa le fosse accaduto, rispose da prima brevemente e celando la verità; ma finì poi col confessare tutto tra i singhiozzi. La confessione suscitò orrore ed ira. Era un’infamia! Non doveva cedere, no! Bisognava che lo spergiurato non godesse la libertà che domandava!... Ah povera figlia! Quale sventura!...
Ma ella ricacciò indietro le lagrime. No! Aveva risoluto di rompere ogni legame. Era meglio. Che vendetta sarebbe mai stata quella di ricusare il suo consenso, se messer Francesco, potente com’era, poteva ottenere i divorzio anche senza l’assentimento di lei? Ora voleva vivere in pace, nell’ombra di un monastero.
- Dio farà giustizia del torto.
- Ma Dio, – disse Matteo Palizzi entrato in quel punto, – si serve degli uomini per compiere giustizia: e l’avrete... E ricordatevi, madonna Costanza, che io vi avevo aperto gli occhi per tempo... Prevedevo questo colpo... Ma intanto voi non potete disporre della vostra volontà, perché il capo della vostra casa è il conte di Modica, vostro fratello, che per ora è lontano. Non precipitate; aspettate che Giovanni ritorni. Spetta a lui decidere...
Tutte le donne trovavano saggio il suggerimento di Matteo. Sì, bisognava aspettare. Intanto ella poteva dimorare in casa loro. Ma su questo punto Costanza fu irremovibile.
- Me ne andrò al Monastero del Cancelliere. Desidero il silenzio, il raccoglimento, la pace del chiostro: per il resto aspetterò Giovanni.
Messer Francesco interpretò la partenza della moglie come la conferma del consenso al divorzio, e ne fu soddisfatto, perché gli rendeva più facile il compito. Egli iniziò lo stesso giorno, per mezzo di un uomo di curia, le pratiche presso l’arcivescovato. Voleva far le cose in fretta: condurre all’altare madonna Margherita e legittimare i figli; e ottenere per loro dalla benevolenza del re favori e grazie. Nel suo orgoglio di padre vedeva diffondersi in più rami, e ciascuno gagliardo e prosperoso, la stirpe dei Ventimiglia, e diventar la più possente di terre e di vassalli che fosse nel regno; più possente del re....



Luigi Natoli: Mastro Bertuchello - Latini e Catalani vol. 1
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1925. 
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Luigi Natoli: I fratelli Palizzi. Tratto da: Mastro Bertuchello, Latini e Catalani vol. 1

Poco oltre la metà della strada Celso, che correva lungo le mura settentrionali della città antica, – ancora visibili, – sorgeva un palazzo, detto degli Schiavi. Non si sa l’origine di questa denominazione, al tempo dei Saraceni e dei primi re normanni, quando Palermo serbava ancora la sua forma primitiva, ed era separata con mura e torri dagli altri quartieri sortivi intorno fin dai tempi dei Romani, di là dalla Sera el Kes (via della Calce) diventata per trasformazione la strada del Celso, si stendeva la regione transpapiretana, oggi detta del Capo, il quartiere della Beccheria, quello degli Amalfitani, dei Catalani, e via dicendo. Quella che oggi è la parte bassa del quartiere del Capo, era al tempo dei Saraceni il quartiere degli Schiavi o Schiavoni. Il cadì di questo quartiere abitava nella Sera el Kes. Può darsi che la sua casa fosse appunto quella detta qualche secolo dopo il Palazzo degli Schiavi. Nel 1322 esso apparteneva a due fratelli della nobile famiglia dei Palizzi, Damiano e Matteo, figli di quel Nicolò che aveva eroicamente difesa Messina, nel secondo assedio postovi dagli Angioini, e che a Roberto d’Angiò e a Filippo de Valois aveva dato la memoranda fierissima risposta(2). La gloria di Nicolò aveva schiuso le porte della reggia ai figli. Damiano era entrato nel chiericato, Matteo era destinato a continuare il casato. Era di poco maggiore età dell’infante Pietro, e ne divenne compagno, consigliere e guida nei sollazzi e nelle avventure.
Nel 1322 Matteo aveva circa vent’anni. Di statura media, bruno, pallido in volto, neri i capelli e gli occhi; non era brutto, ma aveva nello sguardo freddo e tagliente come la lama di un pugnale qualche cosa che agghiacciava il sangue e annullava la volontà. Tutti i lineamenti del suo volto, dal naso lievemente aquilino, al taglio della bocca, dall’ampiezza della mascella alla durezza del mento prominente, dalla convessità della fronte alla ruga che s’insolcava diritta e profonda fra le sopraciglia folte e nere, rivelavano una volontà tenace, una grande ambizione di dominare, violenza, simulazione e insensibilità di cuore. V’era qualche cosa di felino e di volpino.
Tutto volpe era invece Damiano, anche negli occhi gialli. Egli aveva quattro anni più di Matteo, sul quale aveva, più che per l’età, acquistato un certo ascendente con la sottigliezza dei suoi suggerimenti, con la ricchezza degli espedienti che la sua mente feconda sapeva trovare per trarsi d’impaccio, con la perfidia tenebrosa de’ suoi disegni. Era anche lui ambizioso, ma non soltanto per sé, anche per Matteo, pel quale aveva una certa tenerezza.
Nicolò non aveva lasciato loro altre ricchezze che la fama: poche terre che non rendevan molto; e che non consentivano a Matteo di sfoggiare come i Chiaramonte, i Ventimiglia, messer Matteo Sclafani, e quei signori catalani, che venuti poveri in Sicilia, s’andavano arricchendo delle terre tolte con la frode, coi tradimenti, colle concessioni regie, agli antichi signori indigeni.
Matteo aveva però trovato nella Corte una protettrice: la regina Eleonora.
La regina Eleonora, moglie di Federigo, era ancora giovane; nasceva di casa Angiò, e veniva da una corte galante; quel giovane freddo, cupo, energico, gli occhi del quale avevano sinistri bagliori, non le destò nessuna avversione: anzi le parve un frutto strano e di sapor nuovo. E fu lei che lo ammise fra i familiari di corte e lo diede compagno all’Infante Pietro; ciò che le dava occasione di vederselo sempre accanto.
Quando l’Infante era ancor fanciullo e Matteo era un giovinetto, ella li confondeva nella stessa carezza: ma le sue mani si indugiavano di più, e con un piacere diverso, sul capo del giovane Palizzi. Pareva che ella aspettasse che il giovinetto crescesse ancora un po’. Il frutto era ancor troppo acerbo. Con gli anni il desiderio si fece in lei più intenso: nel 1322 Eleonora aveva trentanove anni circa: ed era ancor bella.
Verso la metà di luglio di quell’anno, un pomeriggio, i due fratelli Palizzi se ne stavano in una sala del loro palazzo degli Schiavi. Messer Damiano, in piedi, s’appoggiava a una tavola di quercia, con le braccia conserte; Matteo passeggiava, più fosco del solito: di quando in quando si fermava dinanzi al fratello... Egli voleva in vero fare un dispetto a messer Francesco Ventimiglia, suscitargli contro l’odio dell’amante, provocare uno scandalo, metterlo in urto con la moglie e coi Chiaramonte, avvelenargli la luna di miele. Certo madonna Margherita gli piaceva, ma gli piaceva di più perché apparteneva all’uomo del quale invidiava le fortune. Quel che gli prometteva Damiano era da venire in un tempo imprevedibile; e forse allora molte cose si sarebbero mutate e avrebbero reso vaga o impedito quella specie di soverchieria, con cui Matteo intendeva soddisfare il suo livore. Della propria fortuna avvenire egli non dubitava: Damiano esercitava sopra di lui un grande e assoluto ascendente. Quel prete modesto all’aspetto, pieghevole, untuoso che non d’altro apparentemente si occupava se non del suo ministero, gli si rivelava, quando erano soli, superbo e ambizioso, con una forza di volontà, una grande fiducia di sé, una sicurezza indiscutibile nella riuscita.
Matteo lo ammirava e l’ascoltava: ma questa volta gli era entrata nel sangue la febbre del puntiglio. Era ancor troppo giovane per saper frenare e guidare i suoi istinti... 





Luigi Natoli: Mastro Bertuchello. Latini e Catalani vol. 1
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1925
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
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Luigi Natoli: Il casato dei Ventimiglia. Tratto da: Mastro Bertuchello, Latini e Catalani vol. 1

Poco meno di due anni prima, un tragico avvenimento, che, per la qualità del personaggio che ne fu vittima, commosse tutta l’isola, aveva disorientato mastro Bertuchello, o lo aveva obbligato ad abbandonare il suo paese e a mutare il suo mestiere.
La catastrofe che aveva ucciso il conte di Geraci, dispersa la sua famiglia, e spartiti fra’ i suoi nemici i feudi, era stata così repentina, così travolgente, che il povero maestro di scuola, dopo due anni, ne risentiva lo spavento e l’orrore, e non poteva non riparlarne. E probabilmente la sua avversione verbale per le donne, più che da malanni procurati a lui, traeva origine dalla parte che le donne rappresentarono in quella catastrofe.
Messer Francesco Ventimiglia, conte di Geraci, vantava sangue regio. Una tradizione di famiglia, che però non è avvalorata da alcun documento, gli attribuiva discendenza dai principi della Casa d’Altavilla: certo le armi dei Ventimiglia erano quelle stesse dei re normanni di Sicilia: lo scudo d’azzurro traversato da una fascia a scacchi alternati bianchi e rossi.
Messer Francesco era uno dei più potenti signori del reame; il suo vasto dominio si stendeva dal mare fino sopra le Madonie.
Al tempo della catastrofe comprendeva una ventina di feudi, Sperlinga, Pollina, Castelbuono, Golisano, Gratteri, Sant’Angelo, Malvicino, Tusa, Castelluccio, le due Petralie, Gangi, S. Marco, Belici e altre terre minori e casali, lo riconoscevano signore: alla sua casa, per diritto ereditario concesso dai re, spettava l’ufficio di Gran Camerario, una delle sei o sette dignità supreme del regno.
L’amicizia e la protezione di che gli era largo il re Federigo, che lo aveva incaricato di ambasceria pel papa, e lo aveva dato compagno al principe Pietro nella escursione in Toscana, lo avevano fatto conte di Geraci: i servigi resi da lui al re e al regno travagliato dalle continue pretensioni della corte angioina, la ricchezza, l’ampiezza dello stato ne avevano fatto il personaggio più rispettato, più temuto, più invidiato. Non poteva dire di essere amato o di godere salde amicizie. Non se le accattivava. Facile agli impeti, violento, instabile nelle relazioni, vago di piaceri e di novità, superbo della sua nobiltà, spregiatore degli altri, generoso fino alla prodigalità e nel tempo stesso geloso dei suoi diritti, prode, irriflessivo, era un impasto di buone e di cattive qualità.
Ora molti anni innanzi, una mattina, ascoltando messa nella chiesa di S. Maria Maddalena, alla Galca, messer Francesco vide entrare una giovinetta assai bella, e con certi occhi che trapassavan come dardi il cuore di chi la mirava. Era accompagnata da una vecchia, la nutrice forse o la nonna, ché poteva essere l’una o l’altra. Mastro Bertuchello che era un ragionatore conseguenziario, assicurava che quell’incontro fu la causa prima della quale, per filo di logica, dipesero tutti gli avvenimenti successivi. Che bisogno aveva il conte, allora giovane e avido di piaceri, innamorarsi sul serio di quella giovane? Bella, sì, lo era: ma anche le altre donne di cui egli si era incapricciato eran belle, e tuttavia messer Francesco non si era perduto dietro a loro. Prendeva e lasciava. Quella volta, no. Madonna Margherita Consolo non fu così facile a cedere: era una fanciulla modesta e riserbata; arrossiva quando vedeva il conte, e il suo volto si illuminava d’un sorriso di gioia: ma non osava neppure parlargli dalla finestra.
- Il pudore non è sempre una virtù angelica; – diceva mastro Bertuchello, quando ricordava i casi del conte; – qualche volta, anzi il più delle volte è un suggerimento del diavolo, per perdere gli uomini: perché l’uomo è la bestia più singolarmente caparbia in amore; e più si vede negato di cogliere il frutto, più si ostina a volerlo cogliere, a costo di commettere le più grosse corbellerie. Il conte perdette il giudizio. Diede qualche colpo di spada per sbarazzarsi di qualche competitore: e una notte entrò violentemente dalla finestra nella camera della fanciulla, e non ne uscì che all’alba. Voi crederete che soddisfatta la voglia e il puntiglio messer Francesco fosse votato alla ricerca di qualche altro fiore? Nossignori! Quella fanciulla che pareva timida e vergognosa, doveva possedere qualche incantesimo; e avvenne la cosa più illogica per le abitudini del conte, quella cioè di rimaner fedele a madonna Margherita, fino al punto di toglierla con sé, in una sua casa, e convivere con lei, come fossero stati marito e moglie. Questo avvenne intorno al 1312. Io non ero ancora nato; e questi fatti mi vennero raccontati dai più vecchi.
Nacque un primo figlio, al quale madonna Margherita volle che fosse posto il nome del padre, vezzeggiandolo in Franceschello. Il conte aveva già toccato i trent’anni, l’età in cui gli affetti cominciano a diventar più saldi; quel figlio fu la sua gioia e il suo orgoglio; ma la bella Margherita gliene regalò un secondo, e si chiamò Aldoino, e poi un terzo, Manuele... il conte si vide crescere intorno una famiglia, che appunto perché illegale, lo circondava di carezze e di cure.
Certo la stirpe dei Ventimiglia non si sarebbe estinta; ma i conti di Geraci, i signori feudali sarebbero cessati con lui. Madonna Margherita non era nobile: e re Federigo, il quale vagheggiava pel suo favorito un gran maritaggio, non era disposto a riconoscere quella figliolanza.
Qualche vecchio servitore della casa, a cui era concessa maggior confidenza diceva:
- Messere, perdonatemi l’ardire, ma voi fate torto ai vostri avi. I Ventimiglia che io ho servito han condotto mogli di illustri casati. Non dico che essi abbiano avuto bisogno della nobiltà altrui, per riceverne lustro, che essi sono come i re, nobilitano chi li avvicina: ma come i re, essi debbono circondarsi di nobili. Voi siete il primo della vostra stirpe che non abbia ancora posto la corona di contessa sul capo di una dama, e che non abbia un erede legittimo. Sposatevi, messere; nel baronaggio più alto ci son bene delle fanciulle da maritare. Non avete che a scegliere.
Il conte sorrideva e alzava le spalle. Franceschello veniva su bello e vigoroso, che poteva essere insignito del vessillo e delle insegne comitali. Il vecchio servitore non si perdeva d’animo, e tornava a insistere.



Luigi Natoli: Latini e Catalani vol. 1 - Mastro Bertuchello. 
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1925. 
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
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Luigi Natoli: Pirruccio da Tusa narra una triste storia. Tratto da: Mastro Bertuchello, Latini e Catalani vol.1

“Intorno a quel tempo avvenne la ribellione del conte di Geraci. Naturalmente ne seguii le parti. Raccolsi una dozzina di uomini atti alle armi e devoti, abbracciai Serena, e mi avviai alla volta di Geraci. Era piovuto; il fiume era grosso e non c’erano ponti: bisognava aspettare che la piena scemasse, e passarono così parecchi giorni nell’inerzia. Intanto gli avvenimenti precipitavano; messer Francesco tradito, abbandonato, disperando di tutto e di tutti, trovava quella morte tragica che voi sapete. Quando io potei riprendere il cammino, Geraci era nelle mani delle milizie del re; e il mio soccorso era inutile. Volli tornare indietro, ma fui scorto. Una schiera si mosse contro di me: la lotta era impari, scagliammo alcune balestre, e cercammo uno scampo nella fuga. I boschi ci sottrassero ai nostri seguitori. Lì, per non esporre i miei uomini a maggiori pericoli, li rimandai alle loro case; io ripresi la via della Torre: ma le campagne, i casali, i borghi erano pieni di bande, che davan la caccia ai ribelli in nome del re, e saccheggiavano e ammazzavano in nome del re. I Palizzi si impadronivano del bottino migliore che i loro briganti facevan dovunque, anche fra i fedeli al re. Io fui costretto a nascondermi tra le macchie e le grotte, fino a che quell’uragano non passò oltre, per espugnare Mistretta, dove s’era chiuso messer Federico d’Antiochia con Aldoino Ventimiglia. Contavo di raggiungerli; ma prima volli avventurarmi alla volta della Torre, per riabbracciare la mia Serena.
“Via via che mi avvicinavo alla mia torre, scorgevo le tracce di una devastazione che mi empiva il cuore di apprensione e di sgomento. Più mi avvicinavo alla Torre e più aumentava lo spettacolo di desolazione. Alberi abbattuti, rimasugli carbonizzati di incendi, capanne distrutte o arse: qualche cavallo sventrato, resti di pecore uccise... Quando scorsi la Torre mandai un grido di spavento, e spinsi il cavallo al galoppo, col cuore serrato, con la gola serrata, senza sangue nelle vene; parte era caduta, il tetto era scoperchiato, intorno era silenzio e squallore.
-“Serena! Serena!” – gridai disperatamente.
“Non rispose nessuno. Mi buttai giù dal cavallo; entrato fra le rovine della mia casa, incespicando più pel tremore delle gambe, che per le difficoltà del cammino; e a ogni passo chiamavo:
“- Serena!
“No, non poteva rispondere nessuno, perché non c’era nessuno. Vuote le rovine  della Torre; vuote le rovine del casale. Sopra un sasso, immobile, quasi abbrutito scorsi un vecchio villano. Andai a lui per sapere qualche cosa. Mi guardò e scotendo il capo, disse:
-“Hanno portato via tutto!... Anche le donne!... Anche la padrona!...
“Serena dunque era stata rapita da qualche banda; forse violata, forse uccisa più dalla vergogna che dalle violenze! Folle di dolore ritornai fra le rovine, che erano già state il nido della mia felicità, e adesso erano il sepolcro nel quale il mio cuore disperato urlava:
“- Serena! Serena!... Serena!...
Pirruccio si tacque commosso e fremente pel ricordo; e Bertuchello lo guardava con una espressione di grande pietà. Quegli dopo un istante riprese con voce incupita dal dolore e dall’odio:
- “Indagando, raccogliendo indizi, seppi che Serena era stata trasportata al castello di Geraci per ordine di messer Damiano. Aveva tentato di farla rapire a Catania, raggiungeva il suo intento ora, che ella era sola senza difesa. Egli la condusse con sé. Dove? Non ho potuto saperlo; ma debbo saperlo. Debbo sapere se ne ha fatta la sua concubina, se l’ha fatta morire fra gli strazi della vergogna. In qualunque caso Serena invoca la mia vendetta, e la vendicherò.
“Tra le rovine della mia Torre, seppellii Pirruccio e ne trassi fuori il Lupo di Monte Cane, bandito che per più mesi diffuse il terrore da Termini a Caronia; poi, quando mi parve di poter uccidere anche il Lupo, facendone trovar le vesti sopra il ciglio di un burrone, rinacqui Nino Spezzaferro, da Nicosia, soldato di ventura, al soldo di messer Damiano e di messer Matteo Palizzi. E li servo. Ma li servo per me. Li spio, li sorveglio, per poter penetrare il mistero che avvolge Serena, la mia povera Serena!...
“Ora vi ho raccontato ogni cosa, ciò che vi sembrava inesplicabile, che agli occhi vostri poteva sembrare un tradimento, si è schiarito. Voi sapete quale è il mio intento. L’avervi incontrato è stato per me un sollievo, perché nulla consola di più uno spirito contrastato e costretto a mentire, quanto un amico a cui confidare il travaglio dell’anima. L’aver sorpreso il dialogo tra voi e quel borghese è un segno benevolo della Provvidenza. Mastro Bertuchello, volete aiutarmi?”

Luigi Natoli: Latini e Catalani vol 1 - Mastro Bertuchello. 
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1925.
Pagine 575 - Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
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martedì 5 giugno 2018

Luigi Natoli: Giustizia nella Loggia massonica. Tratto da: Calvello il bastardo.

Stridendo sui cardini, una porticina, dapprima invisibile, s’era improvvisamente spalancata in una parete. Le sette lampade allora si spensero: il tempio cadde nell’oscurità più fitta, l’orrore della quale era aumentato da un lumicino lontano che si intravedeva nel vano della porticina, simile a un faro in un cielo nero e spaventevole. - Espiate il delitto! – disse cupamente la voce del Venerabile. A uno a uno i fratelli, simili a ombre fantastiche, si dileguarono nell’oscurità del cammino misterioso, che si sprofondava come una gola nera e senza fine. Stefano Pascale li seguiva con l’occhio esterrefatto, l’anima sospesa a un’angoscia mortale, tendendo l’orecchio a ogni rumore, attaccandosi al filo debolissimo di una lieve speranza. Udiva dall’altra parte un picchiar imperioso, e tremava, e affrettava col desiderio il sopravvento della sbirraglia da lui avvertita per impadronirsi in un colpo di tutti i fratelli. Ma a ogni ombra che si dileguava nel cammino segreto, il cuore si stringeva. La salvazione non giungeva. Un sudore gelato gli bagnava la fronte... A un tratto si sentì sollevare, trasportare, sprofondare nelle viscere della terra, e udì il cigolio della porticina che si richiudeva sopra di lui... Un istante dopo la porta del tempio veniva atterrata dai calci dei fucili; una folla di soldati, con la baionetta in canna, si precipitò nella sala, sulla quale le lanterne dei gavarretti gittavano un’onda di luce rossastra. Inutile e ridicolo furore. La sala era vuota: l’ara, i seggi, i simboli, le insegne, tutto sparito; rimanevan le pareti nere, insignificanti.
Ma intanto che essi sfogavano la loro delusione, scalfendo con le baionette le pareti e spezzando i mattoni col calcio dei fucili, due uomini attraversavano sotto la pioggia il piano della cattedrale, e deponevano sui gradini della statua di S. Rosalia un sacco, dal quale un sottil filo di sangue scendeva e si confondeva con l’acqua. Mentre questi avvenimenti si svolgevano nella loggia massonica, un altro dramma avveniva nella salita dell’Angelo Custode. Dopo l'Ave Maria l’acqua era diventata furiosa, tra uno spesseggiar di lampi e di tuoni, che avevano empito la città di paura. Le strade erano deserte, chè nessuno si attentava di andare attorno, qualche lampada accesa dinanzi a una edicola agonizzava tra’ soffi del vento e l’imperversar della pioggia...


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. 
Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1908. 
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Copertina di Niccolò Pizzorno. 

Luigi Natoli: Monsignor Lopez y Royo. Tratto da: Calvello il bastardo.

La Corte confermò Monsignor Lopez come luogotenente e capitan generale, sapendo che in lui avrebbe trovato un servitore disposto a secondare i disegni, uno strumento feroce di feroci repressioni; del quale ben presto si dovevano sperimentare i metodi. Appena confermato nel governo, infatti, si pose subito a dar caccia a tutto ciò che sapesse di liberale, sicuro di ingraziarsi la regina e il suo favorito Acton; e sperando forse con questi servizi di guadagnarsi il bastone di vicerè. Ordinò una revisione più rigorosa di libri che giungevano dall’estero; chiuse qualche scuola privata; mandò attorno caporali e algozini a rovistare nelle case, per scoprirvi elementi di accuse e di processi; giunse fino a violare il segreto delle corrispondenze all’arrivo di ogni corriere. Fu una vera bazza per le spie: ne pullularono da ogni parte, avide di guadagni, che, non ostante l’avarizia, il Lopez, per la speranza di un premio maggiore, non risparmiava. E le sguinzagliava da per tutto: nei tribunali, nelle chiese, nei ridotti; chiamava a sè quei patrizi che riteneva più ligi al sovrano e più avversi alle novità francesi; li incoraggiava a sorvegliare i loro figliuoli, gli amici, a preservarli da ogni influsso pernicioso, a rivelargli il nome dei più pervicaci, sicuri di rendere un grande servigio non solo al sovrano, ma anche alla santa fede cattolica. Intanto dava opera a ordinare arresti e perquisizioni, cominciando da quelli sui quali aveva già elementi più che bastevoli per inaugurare un regime di supplizî. Quell’anno il carnevale fu triste: poche maschere per le vie, e nessuno di quei veglioni che rendevano famosi i due teatri di Santa Cecilia e Santa Lucia.
Egli  aveva cancellato nella curia le tradizioni di signorile gentilezza, di umanità, di generosità del suo predecessore, l’arcivescovo Sanseverino. Oltre all’essere un ambizioso volgare, era maleducato e impudico; raggiratore, senza scrupoli, traditore e feroce....


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. 
Nell'unica versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1908.
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
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Copertina di Niccolò Pizzorno. 

Luigi Natoli: Il vicerè Caramanico. Tratto da: Calvello il bastardo

Qualche giorno dopo il ricevimento del 4 ottobre, il vicerè Caramanico era partito alla volta di Napoli per riposarsi dalla malattia che l’aveva tormentato; e anche, come si diceva, per sollecitare la nomina ambita a ministro di Stato, che già aveva onorato il suo predecessore, marchese Caracciolo. Ma alla corte reale non trovò quelle accoglienze che egli credeva di meritare pel suo saggio governo. A Corte dominava il ministro Acton, che si diceva godesse i favori della regina Carolina: Acton odiava il Caramanico, per un sentimento di postuma gelosia, o piuttosto pel sospetto che questi, già suo predecessore nella intimità con la regina, potesse scalzarlo e riprendere il suo ascendente. Si era fatta del resto una cattiva reputazione politica al Caramanico, nè mancavano gli elementi. Prima di tutto la sua protezione – che pareva esagerata – ai letterati, pei quali la Corte nutriva una profonda avversione. Il principe, non digiuno di lettere, si compiaceva di mostrarlo, e ambiva di passare per un novello Mecenate: innocente vanità, della quale gli spiriti colti e liberali si avvantaggiavano. Fra le accademie protette da lui aveva dato ombra quella fondata da don Francesco Paolo Di Blasi, gli intendimenti occulti della quale ne avevano a poco a poco allontanato le anime paurose di ogni novità. Un discorso del Di Blasi, recitato molti anni innanzi, sulla Ineguaglianza degli uomini,  imbevuto delle dottrine del Rousseau, faceva considerare il valoroso giureconsulto come uno dei sospetti, non ostante che, in servizio della monarchia e in servizio del vicerè, avesse compilato con dottrina la  Raccolta delle prammatiche del Regno di Sicilia. 
Un suo trattato sulla legislazione criminale, ispirato a dottrine liberali e sopra un nuovo criterio della dignità umana, aveva riconfermato il sospetto che egli tendesse un po’ alle dottrine rivoluzionarie. Ma altre accuse si facevano pesare sopra il vicerè. Gli si dava gran carico di avere, nel 1793, accolto con tutti gli oneri una nave francese carica di soldati e di munizioni, e di avere invitato a pranzo gli ufficiali della repubblica; ciò che sorpassava i limiti di una cortesia internazionale, di aver tollerato che M.r Gamelin, console di Francia, avesse innalzato sulla sua porta lo stemma repubblicano, sul quale era effigiata una donna che calcava col piede le insegne dell’autorità regia: cosa che aveva acceso certi bollori nei giovani della borghesia. Infine lo si sospettava intinto di frammassoneria, e in carteggio con fuorusciti del regno e coi rivoluzionari francesi. Altre cagioni di doglianze furono la sua freddezza nella espulsione dei francesi dal regno ordinata dalla Corte, che in quell’anno era venuta in rottura con la Repubblica; e la sua inspiegabile protezione a Corrado Calvello, che avrebbe dovuto essere, se non espulso, almeno tenuto d’occhio pei suoi precedenti rivoluzionari. Appunto quel dì 4 ottobre, nel quale don Francesco d’Aquino riceveva nel palazzo reale le felicitazioni per la recuperata salute, a Napoli morivano sulle forche Emanuele De Deo, Vincenzo Vitaliano e Vincenzo Galiani, i tre giovani sospetti di repubblicanesimo; con ciò la Corte aveva apertamente iniziato la sua politica feroce e reazionaria. Il Caramanico non poteva quindi essere bene accolto, e alla freddezza con cui fu ricevuto seguì l’ordine che ritornasse immediatamente a Palermo. Né gli valse la necessità di riposarsi, dopo una malattia che per poco non l’aveva tratto al sepolcro. La Corte fu inesorabile.
Ritornò col cuore infranto, parendogli – come era di fatto – mal ricompensato un governo di sei anni, saggio e benvisto dai popoli, in tempi difficili oltre che pei sommovimenti politici, anche per pubbliche calamità. Le liete accoglienze della cittadinanza non gli sanarono la ferita: tanto più che, da quanto aveva potuto appurare, uno dei suoi occulti accusatori era l’arcivescovo di Palermo, monsignor Filippo Lopez y Royo, verso il quale egli si era sempre condotto con deferenza.

Monsignor Lopez, un leccese avido, ambizioso, subdolo, anima di inquisitore, di spia e di ladro, spirito ristretto e reazionario, era uno dei pochi, a Palermo, che avrebbero voluto far seguire al vicerè una politica di persecuzioni e di repressioni; e si scandalezzava dell’amicizia del Caramanico pel Di Blasi, per un uomo che si vantava di professare un grande rispetto per l’autore del Contratto sociale.  Il principe di Caramanico perdette la sua vivacità: diventò triste, cogitabondo, chiuso. Coloro che lo videro il primo dell’anno 1795, lo trovarono invecchiato, e come roso da un male interno. Rispose appena agli augurî, e tolse l’udienza presto. La notte dell’8 gennaio, circa le tre del mattino, senza che avesse accusato precedentemente alcun male, che anzi aveva tenuto conversazione fin quasi a quattro ore di notte morì improvvisamente. La notizia, diffusasi all’alba con la rapidità del lampo, recò un doloroso stupore nella cittadinanza; e il sospetto che quella morte fosse dovuta a un delitto di Corte trovò largo credito anche negli animi più devoti alla monarchia. Le esequie durarono sette giorni. La salma, esposta dapprima nel palazzo reale, poi ai Cappuccini, fu visitata da tutta la città con sincero cordoglio.
I nobili si offersero di ospitar la spoglia del buon principe nelle loro sepolture gentilizie, finchè la famiglia l’avesse reclamata a Napoli; ma qualche giorno dopo, non se ne parlò che con stupore. Per ordine del governo venivano apposti i suggelli nelle stanze già occupate dal vicerè, e se ne sequestravano le carte. Dall’arcivescovado uscì una voce che cioè si avevano avuto prove di infedeltà e di segreti carteggi coi rivoluzionari di Parigi. Il cadavere rimase negletto e ignorato nel convento dei Cappuccini di Palermo, senza neppure l’onore di una lapide, a vergogna della famiglia e del governo. La stessa giornata della morte, i ministri a consulto avevano affidato il governo a monsignor Lopez, che si era affrettato a prender possesso e a spedire una feluca a Napoli per darne notizia...


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. 
Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1908. 
pagine 856 - Prezzo di copertina € 25, 00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Copertina di Niccolò Pizzorno. 


sabato 2 giugno 2018

Luigi Natoli: Ode al soldato italiano. Tratto da: Il numero 570.


Oggi è celebrazione di eroismi. 
Io non so se sia riverbero di orgogliosa tenerezza paterna; ma quando incontro ufficiali o soldati, feriti o no, che però recano in volto il sigillo della trincea, la loro immagine si ingrandisce agli occhi miei, e prende non so che augusto, sì che mi sento umile dinanzi a loro; e mi domando se noi ricordiamo abbastanza i prodigi che compiono questi nostri soldati, e se crediamo che ognun di noi abbia soluto tutto il suo debito verso di loro, offrendo un picciol obolo alle istituzioni un prò dei mutilati o degli orfani, o alle loro famiglie: mi domando se basta una cartella di rendita o l’offerta di un anellino per concorrere efficacemente alla vittoria; o se non dobbiamo comporre anche noi un’altra milizia di combattenti, per renderci degni di questi eroi, che fan gitto con generoso obblio della vita, in imprese che meraviglieranno i venturi. 
Contendere il volo alle aquile, le rupi ai camosci, domare le insidie del mare, son cose cui i nostri eroi ci han reso familiari; e nessuna impresa, per quanto irta di difficoltà; nessun rischio, per quanto la morte vi appaia inevitabile, ci paion così superiori alla possanza dei nostri soldati che essi non debbano trionfarne. Essi hanno cancellato dal vocabolario la parola “impossibile”. Il miracolo è la consuetudine della loro vita, il maraviglioso è l’abito del loro spirito. Non sappiamo se un giorno un Omero, che brancolando fra le tombe e le are sparse lungo le aspre e contese vie di Trento e di Trieste, canterà la nostra Iliade; o se un nuovo Virgilio ne trarrà gli auspici per cantare i destini della terza Roma; ma ben sappiamo che nessuna eroica leggenda apparirà così sovrumana come la realtà vissuta e compiuta dal soldato d’Italia!
Bello e umano soldato, nel cui animo, come in ardente crogiuolo si fondono l’eroico sentimento dell’antico legionario e lo spirito avventuroso del cavaliere medioevale: e di quello ha la fora silenziosa e sicura; di questo la gentilezza e la generosità; e l’una e l’altra animate di quella poesia connaturata nel suo spirito, della quale alimenta i suoi affetti, e gitta i fiori spontanei sopra ogni suo gesto. 
Il soldato non misura pericolo, non conta i nemici; va, sale su la cresta, vince: la baionetta è folgore nelle sue mani. L’ira lo fa tremendo. Ma se egli vede due mani alzarsi supplichevoli, abbassa il ferro e porge la sua mano al vinto. E al nemico, che pur dianzi aveva puntato su di lui l’arma omicida, o aveva sferrato l’ignobile mazza barbarica, egli, il soldato d’Italia, dà il suo pane, se quegli ha fame; la sua borraccia, se ha sete; se lo carica su le spalle, se è ferito. Poi alla sera, su la cresta superata, su la ridotta espugnata, quando la lune sorge e diffonde la sua luce malinconica sulle vestigia della distruzione, il soldato d’Italia sogna le cose gentili; e dall’anima sua sgorga il sogno, e si effonde nella limpida onda dei suoi canti. E canta. Io so napoletano, e se non canto, moro!...
Ah io non saprò esprimere mai tutto quello che l’ammirazione, la tenerezza, la pietà, il senso dell’eroico, quel non so che di divino, che la nostra stirpe, eternamente giovine, rivela in questa guerra, suscitano nell’anima mia. Vorrei essere uno di questi prodi, dotato di virtù poetica, per narrare la santa gesta, come cantavano i trovieri la gesta di Rolando. Vorrei essere uno di quei valorosi del 14° e del 137° che fin dai primi giorni della guerra hanno scritto pagine di eroica bellezza...


Brano tratto da: Milizia eroica di Luigi Natoli, orazione recitata il 24 maggio alla presenza di S. L. il ministro L. Bianchi, delle autorità politiche, civili e militari, dei Deputati della provincia, delle associazioni, della scuole, del popolo, dinanzi alla lapide murata accanto alla porta della Caserma Miale di Foggia, in memoria dei prodi del 14° fanteria caduti nel primo anno di guerra. 

Milizia eroica fa parte del volume: Il numero 570 - scene drammatiche in due atti ambientato al fronte italiano nella prima guerra mondiale. Mai pubblicato in libro o in appendice, è tratto dal manoscritto originale dell'autore. 
Prezzo di copertina € 12,00

Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 

Luigi Natoli: Ode al tricolore italiano.


Segno tangibile del patto, espressione visibile della concorde volontà nazionale, simbolo vivente dell’unità della stirpe, il tricolore sventolò nella reggia, sulle barricate, sui campi di battaglia; accese negli animi le fiamme degli entusiasmi; fortificò i voleri della virtù del sacrificio; sorrise agli occhi dei moribondi; coperse le bare dei caduti; sfolgorò al sole nella gloria dei trionfi. 
Cari e santi colori! Quando la prima volta apparvero composti in vessillo, non furon dopo di principi; che non erano i colori e le insegne araldiche di una dinastia: ma furono eletti da popolo libero a consacrazione e simbolo di unione. Non fu bandiera di Reggio e di Bologna, non di Modena e di Ferrara; ma di quel primo nucleo, che sopra le rovesciate autonomie comunali, già cagion d’odi insani, precorreva nella unità della repubblica Cisalpina, l’unità della patria. 
E bandiera del regno d’Italia sventolò dall’Isonzo alla Beresina; ripiegata dopo Waterloo, riapparve nel ’21 sulle rive del Ticino, segnacolo di indipendenza nazionale; sfolgorò nella tempesta del ’48 da Palermo a Napoli, da Napoli a Torino; da Milano a Venezia; a Roma e a Bologna; sui campi, sulle barricate, sui bastioni. Caduta a Novara, si rialzò a san Martino. Fermata a Villafranca, Garibaldi la riportò in Sicilia, la piantò sul Volturno, la consacrò a Roma sulle insanguinate zone di Mentana. In poco più di mezzo secolo, “quanta virtù l’ha fatta degna di riverenza!”
Io non so per quali misteriose ricorrenze questi tre colori appaian congiunti insieme, nell’arte e nella storia, a lunghi intervalli di secoli. Virgilio li intreccia sul capo del morto Pallante, “primo eroe caduto delle tre Rome”; Dante ne veste la donna del Purgatorio: un re di Sicilia, di quella dinastia che nelle iscrizioni si intitolava re d’Italia, li trasceglie come colori regali, Siena li ha in una delle sue contrade; i congregati di Reggio li decretano come propri della repubblica Cisalpina; i Federati del ’21 li sostituiscono ai tre colori carbonari, e ne fanno il “santo segno” che ridurrà intorno a sé popoli da secoli divisi, quasi sempre rivali, spesso fratricidi; e, obbliosi di sé, li scoterà dalla ignavia; li guiderà ad essere un popolo solo, “uno d’armi, di lingua, di altar”. Cari e santi colori, a cui i Fati non prescrissero soltanto di unire un popolo, e incominciarne la nuova storia: ma di assurgere a significazione più alta, universale, quasi a continuazione della universalità di Roma. Perocchè essi staranno come il simbolo del nuovo diritto: il diritto delle nazioni a costituirsi e a vivere in libertà entro i confini, che Natura pose e la storia consacrò. 
E sempre essi staranno come espressione di questo diritto; che la loro purezza non è contaminata da sinistre memorie di violenze; e dall’alto del Campidoglio proclameranno al mondo, che eterna fiamma è il diritto, né si soffoca né si opprime per prevalere di forze; e una sola è la legge, entro la quale i popoli potranno vivere concordi e in gare feconde per attinger forme più alte di civiltà: ed è legge di giustizia.

Luigi Natoli
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venerdì 1 giugno 2018

Luigi Natoli: La cattedrale di Palermo (esterno). Tratto da: Guida di Palermo e suoi dintorni.

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La cattedrale di Palermo, come si è detto, fu in origine una basilica cristiana, eretta, come si crede nel 592 dal vescovo Vittore, sopra altra più antica chiesa, il latibulum di S. Mamiliano, visibile ancora nella cripta sottostante alla Cattedrale. Gli arabi la convertirono in Moschea, e fu la Gâmi, ossia Moschea del Venerdì; ma ribenedetta dal vescovo Nicodemo alla venuta dei normanni ritornò all’antico culto cristiano. Nel 1170 però, regnando Guglielmo il Buono, venne in mente all’arcivescovo Walter of Mill (volgarmente Offamilio) di rifare e ampliare la basilica, come, salvo le decorazioni e qualche aggiunzione che non ne altera la pianta, rimane ancor oggi nella sua massa. Durante i secoli XIV, XV e XVI essa si arricchì di preziose opere d’arte, riunendo in mirabile accordo i prodigi dell’architettura siciliana del secolo XII con le formose invenzioni del Rinascimento; ma di tutti i tesori d’architettura e di scultura che la decoravano internamente ora non è più vestigio. Bisognando di ristauri ne fu affidata la cura a Ferdinando Fuga, fiorentino, architetto della Corte di Napoli, il quale tra il 1781 e il 1801 manometteva vandalicamente ogni cosa, distruggendo l’antica forma delle navi, le decorazioni, tutto, e riducendola come allo stato presente, soprapponendovi poi, a suggello della sua ignoranza – malgrado le vive opposizioni degli architetti siciliani – quella sconcia e mostruosa cupola che deturpa l’armonia architettonica dell’esterno. La chiesa ha forma di grande rettangolo, ai cui angoli sorgono quattro svelte ed elegantissime torricelle; le mura, come negli edifizi del secolo XII, sono merlate. Nel prospetto meridionale, che per la sua varietà è stupendo e bizzarro al tempo stesso, meraviglia tutti il portico fatto erigere dall’arcivescovo Simone Bologna nella metà del secolo XV.
Le parti esterne dell’edifizio, che ancora rimangono integre, sono le quattro torricelle del secolo XII; la facciata principale, stupenda e originale architettura del secolo XIV, con intagli di altissimo valore all’arco della porta, e statue e finestre e colonnine leggiadrissime, il portico di Simone Bologna, la porta d’ingresso in fondo al portico, con ricchi fregi e un piccolo mosaico del 1426, molte finestre e grandi pezzi della facciata meridionale e settentrionale che appartengono all’epoca normanna. L’interno era d’architettura ogivale; gli archi ampi e sveltissimi si appoggiavano su gruppi di quattro piccole colonne, il cui effetto doveva essere magnifico. Qua e là nelle navi erano tombe di pregevole fattura; ma ciò che rendeva unico nel genere l’interno del Duomo era la tribuna dei Gagini. Antonio Gagini e i suoi figli avevano decorato l’abside maggiore con quarantacinque statue, oltre alle ornamentazioni, alle mezze figure, agli altorilievi; in mezzo, e nel fondo un gigantesco Dio padre di marmo. Il Fuga devastò ogni cosa: ai gruppi di colonne sostituì i pesanti pilastri, arrotondò gli archi, tolse le tombe, murò la tribuna e le statue alcune confinò dentro le nicchie dove mal si vedono, altre con più barbaro consiglio sparse sopra i merli, all’esterno, rovinandole interamente. Di tal che se non fosse per qualche oggetto d’arte prezioso e per le memorie storiche, nulla avrebbe l’interno per richiamare l’attenzione del viaggiatore.
La piazza che si stende innanzi alla facciata meridionale, fu circondata da statue e da balaustra tra il XVII e il XVIII secolo: le statue, di poco valore, raffigurano papi, vergini, vescovi e martiri palermitani e i dottori della chiesa. Nel mezzo prima era una fontana; ma dopo nel 1744 vi fu posta la statua di Santa Rosalia sopra piedistallo triangolare. Una delle colonne del portico del Bologna, tolta
alla moschea probabilmente, reca incisi dei versetti del Corano che dicono: “Il nostro Signore Iddio creò il giorno seguito dalla notte; la luna e le stelle sono sotto il suo comando. Non è vero che Egli ha creato queste cose? Non è vero che Egli è il padrone? Benedetto Iddio Signore dei secoli”. Il frontone del portico è ornato, o diremmo intarsiato a nero: e tra gli ornati vi si vede Dio padre in abiti pontificali, angeli, l’annunziata, santi, profeti, vergini, apostoli, gli scudi d’Aragona. Dentro il portico si trovano due bassorilievi moderni che rappresentano la incoronazione di Vittorio Amedeo II e quella di Carlo III; ai lati delle quali sono le statue degli Evangelisti. Una vecchia lapide, accanto alla porta reca incise le seguenti parole: “Prima Sedes, Corona Regis et Regni Caput”. Le ornamentazioni della porta furono eseguite da Antonio Gambara del 1426, le imposte di legno con stemmi, ornati e figure, furono scolpite da Francesco Miranda nel 1432.




Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891.
Nella edizione originale pubblicata da Carlo Clausen in occasione della Esposizione Nazionale, completa delle pubblicità dell'epoca e di cartina della città. 
Prezzo di copertina € 19,00
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Copertina di Niccolò Pizzorno