mercoledì 27 marzo 2024

Luigi Natoli: Quel martedì 31 marzo la giornata era bella e serena... Tratto da: Il Vespro siciliano. Romanzo storico.


La pasqua di quell’anno veniva triste e sconsolata: un nuovo bando del giustiziere aveva minacciato più fiere punizioni per coloro che portassero armi e promesso premi a coloro che ne scoprissero celate nelle vesti o nelle case dei cittadini.
Ciò era stato fomite di nuove e più violente vessazioni.
Si incontravano qua e là grossi drappelli di soldati e di guardie, che entravano nelle case dei cittadini, buttando all’aria masserizie e arredi; bastonando o trascinando in carcere chi osasse alzare la parola; compiendo nefandezze, tra osceni sghignazzamenti. Per cansare la nuova tempesta, andavano i cittadini a capo basso e frettolosi e vedendo venire incontro qualche figura di straniero, si traevano di lato, e trascorrevano oltre quasi fuggendo, per evitare ogni anche lieve incidente. E tuttavia ciò non li salvava: bastava che uno scherano qualunque gridasse:
- Un paterino fugge!
Perché tutti gli corressero addosso, lo buttassero per terra, coprendolo di percosse e di sputi, e spogliandolo, se v’era cosa da portargli via...
Ma più esoso ancora era stato in quei giorni il fiscalismo, nella riscossione delle gabelle e degli altri balzelli straordinari imposti dal re per le spese della prossima guerra.
Nessuna opera di spoliazione fu mai così brigantesca. Intere famiglie eran buttate in mezzo alla strada, seminude, intanto che i ministri del tribunale vendevano la loro roba anche per qualche carlino; ed esse eran costrette ad assistere allo sperpero delle cose a loro più care, con le quali erano vissute tutta una vita, alle quali eran legati da dolci e tristi ricordi. Nè le loro lagrime, nè le loro preghiere disarmavano l’immane rapacità di quei ribelli ufficiali, che rispondevano ferocemente.
- Pagate, paterini, pagate!
Tra questi dolori, le solennità della settimana Santa erano trascorse; e il popolo aveva nelle chiese e nei riti cercato un conforto e un oblìo.
Allora, o importazione di costumanze di altri paesi, o invenzione di anime timorate, le cerimonie della settimana santa si sposavano a rappresentazioni popolari. Il popolo non era soltanto spettatore commosso dei riti, ma vi partecipava, come elemento attivo, nelle processioni e nella rappresentazione di personaggi evangelici o biblici.
Ciò era valso a dargli un diversivo ai suoi dolori.
Le feste di Pasqua duravano qualche giorno dopo la domenica; in quei giorni il popolo se ne andava nelle prossime campagne, dove fossero santuari; ed ivi sull’erba, per commemorare la pasqua biblica, si mangiavano ova sode, lattughe e agnello arrostito: ma di solito a queste che erano le pietanze di rito, altre se ne aggiungevano, e dolciumi di origine araba, come la cassata e la cubaita e manicaretti, largamente inaffiati dal vino. Nel tripudio, che l’ebbrezza del vino metteva nei cuori, si intrecciavan sui prati balli e canti, al suono dei tamburi e delle guideme o dei liuti: e per due, tre ore, il popolo obbliava e pareva felice.
Il martedì dopo Pasqua i cittadini solevano recarsi nel prato di S. Spirito, così detto per un monastero di cisterciensi, del quale non avanza ora che soltanto la chiesa.
Dalla porta di S. Agata dell’Albergaria il monastero non era più lontano di mezzo miglio; vi si andava per un sentiero che attraversava orti e vigne. Oltre il prato si apriva, e ancor s’apre, un largo burrone, in fondo al quale scorre l’Oreto. Da circa un secolo e mezzo quel prato fu convertito in cimitero, e gli alti e neri cipressi ombreggiano croci e lapidi, là dov’eran erbe verdi e fiorite, e pascolavan le caprette sotto l’occhio vigilante di un pastorello semi-selvaggio.
Approfittavano di quell’occasione gli sposi, che dovevan celebrar le nozze, per unire la loro gioia all’allegria generale, parendo loro un buon augurio, e come un bel saluto, la giocondità del popolo; e uno sfondo vivace e pieno di allegria, quel quadro vario di colori e di forme, risonante di canzoni e di musiche.
Messer Ruggero di Mastrangelo non avendo potuto celebrare con pompa la seconda funzione di matrimonio, aveva voluto che almeno in quella occasione Benvenuta e messer Guglielmo Santafiora si recassero nel pomeriggio del martedì alla chiesa di S. Spirito, per partecipare alla festa comune.
Non aveva creduto di far larghi inviti, per evitare inconvenienti; pochi amici intimi e i servi avrebbero accompagnati gli sposi, così non avrebbero dato negli occhi, e avrebbero potuto tranquillamente divertirsi.
Quel martedì, 31 marzo, la giornata era così bella e serena, e splendeva un sole così tepido e l’aria era così olezzante di mille profumi, che pareva invitasse anche i più poveri, i più tristi, i più angustiati a lasciar l’ombra e la tetraggine della città, per correre ai campi; per sentire almeno la libertà del sole e dell’aria, bere la giocondità della natura festante di fiori e di trilli.
E dalle tre porte meridionali della città: la porta Mazzara, la porta di S. Agata e la porta delle Terme (diventata poi di Termini) poco dopo il mezzodì uscivano tre fiumane di popolo, a gruppi, a comitive, di ogni ceto e condizione. Le donne vestite a festa, con gonne dai colori vivaci, quali tutte d’una tinta, quali variate; le popolane della Kalsa e del quartiere di Denisin, ancora attaccate al vecchio costume musulmano avevano il capo avvolto in un velo bianco, che lasciava scoperti gli occhi e il naso, e dava ai volti una espressione di misteriosa bellezza, agli occhi un fulgore umido e voluttuoso. Le altre, specialmente della borghesia o della nobiltà, portavano il viso scoperto, e la glimpa su le spalle, più o meno ricca di nappe e fiocchi di seta e d’oro.
Le dame e i cavalieri, venivano a cavallo; e i cavalli, guidati a mano da scudieri o da schiavi, si pavoneggiavano nelle gualdrappe e scotevano i ricchi pennacchi svolazzanti sulle loro teste. Sotto i passi dei cavalli e dei pedoni si levava una leggera nuvola di polvere, che avvolgeva i più lontani; ma dentro la nube balenavano al sole i riflessi della seta e degli ori e le tinte vivaci si attenuavano in sfumature delicate e un poco grigiastre.
Di quando in quando la folla si sbandava di qua e di là, sotto le siepi o i muriccioli dei poderi, per lasciar passare i sergenti del giustiziere, o qualche signore francese. Essi prendevan per sè quasi tutta la larghezza del sentiero, ributtando prepotentemente con ingiurie, spintoni, colpi del fodero della spada o di bastone, i popolani e i signori, per aver libero il passo; gittando qualche parola audace alle donne che apparivano loro più belle e desiderabili.
Gli uomini stringevano i denti, seguivano con sguardo lampeggiante d’odio quei prepotenti e tacevano. La giornata era bella, e volevan godersela.


Luigi Natoli: Il Vespro siciliano. Romanzo storico ambientato nella Palermo del 1282, al tempo della famosa rivoluzione. 
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale, pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1914, restaurato dal titolo all'indice. 
Pagine 925 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Il volume è disponibile: 
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 15%, consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Nike (Via Marchese Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi, 15) Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60)

Luigi Natoli: Le lance spezzate del sire de Flambeau. Tratto da: Il Vespro siciliano. Romanzo storico.

- Ma raccontate, raccontate, sire de Flambeau; sapete che queste storielle mi divertono.
- Erano in quattro, messer giustiziere; e vi so dire che sono i quattro più terribili di tutta la compagnia; le quattro migliori lance spezzate. Cuori di leone, artigli d’aquila, denti di lupo, impudenza di scimmia. Sono il terrore della città...
- I nomi, i nomi prima di tutto.
- Eccoli: Gastone de Brant, Bertrand de Taxeville, Ugo de Saint-Victor, Dronet de Genlis; età dai venticinque ai trentacinque anni. Gastone de Brant discende in linea retta dai Galli: alto, rossiccio, arguto, mobile; Bertrand de Taxeville sembra balzato dalla gesta di Rolando: squadrato, massiccio, fiero; Ugo de Saint-Victor è schietto provenzale: bruno, molle, immaginoso; Dronet de Genlis deve aver avuto per avolo un canonico di Strasburgo ingrassato di pasticci di fegato d’oca. Sebbene siano così diversi di aspetto, sono uguali di valore: amano le belle donne, il buon vino, le belle canzoni; bastonano questi paterini di Palermo; rubano agli ebrei; e sono prepotenti più di quanto si possa immaginare.
- Sacro nome di Dio! son dunque quattro demoni?
- Forse sì; o per lo meno furono tenuti a battesimo da Belzebù in persona...
- Me li farete conoscere, sire de Flambeau...
- Quando vorrete, sire de Saint-Remy.
- Ma sentiamo...
I signori che così parlavano erano cinque, seduti intorno a una ricca tavola, in una bella e vasta sala.
Il personaggio chiamato sire de Flambeau, che raccontava la gesta delle sue quattro lance spezzate, era un uomo sulla cinquantina, alto e possente, coi capelli grigi, tagliati sulla fronte e cadenti a zazzera tonda sulle tempia e sul collo, gli occhi di gatto e il naso in su. Sedeva in capo alla tavola dinanzi al padron di casa, che stava all’altro capo.
Era questi il visconte Giovanni di Saint-Remy, giustiziere del Val di Mazara, per parte del magnifico e potentissimo signore Carlo d’Angiò, conte di Provenza, re di Sicilia e di Gerusalemme, duca di Napoli e delle Puglie, signore della contea di Folcaquier, ecc. ecc. Il visconte era un uomo sui quaranta; volto fra il lupo e la volpe; maniere da capo di banditi. Il terzo commensale era il sire di Ravel, bell’uomo di mezza età, dall’aspetto grave e solenne, che parlava lento, misurando il gesto e volgendo gli occhi intorno, come per raccogliere l’approvazione degli ascoltatori. Il quarto era messer Guglielmo Porcelet, signore di Calatafimi, piccolo, tozzo, brutto, ma con una grande aria di bontà sul volto e nella voce, di gentili maniere e di oneste parole, che facevan dimenticare i difetti della persona. L’ultimo era un uomo di chiesa; era il maestro cantore della Cappella Palatina, o, come diceva il popolo, corrompendo il vocabolo francese, ciantro; ventre enorme, che gli si adagiava sulle cosce, e gli traballava a ogni piccola scossa; volto rosso, liscio, giocondo, con piccoli occhi neri.
Monsignor giustiziere convitava spesso questi quattro suoi amici, sebbene messer Guglielmo Porcelet non fosse assiduo come gli altri, per la sua abituale dimora nel castello di Calatafimi.
La sala da pranzo del palazzo del Giustiziere dava sopra le mura della città. Era una vasta sala, illuminata da due grandi finestre archiacute, divise per mezzo da svelte colonnine, e chiuse da imposte coperte di tela dipinta. Le pareti eran coperte di arazzi tolti da altre case di signori e di mercatanti, e ornate di trofei d’arme; il soffitto di legno dipinto a fiorami e a disegni geometrici di gusto arabo; sulla tavola di quercia scintillavano coppe, anfore e vasi d’argento, probabilmente avanzo di bottini o di spoliazioni.
Il desinare era stato copioso e squisito, perché il visconte di Saint-Remy aveva preso ai suoi servizi un buon cuoco, il quale aveva una maniera spiccia e molto pratica di fornire la propria tavola. Il cuoco infatti non andava mai al mercato dove non si trovava che roba vendereccia; ma ogni mattina, accompagnato da guardie, si recava a casa di questo o di quel cittadino, e prendeva, senza cerimonie, i migliori polli, la miglior selvaggina, i più teneri agnelli, le paste più delicate per la mensa di messere il Giustiziere.
Pagare? No: ai cittadini, di qualunque ceto o ricchezza fossero, doveva bastar l’onore di servire monsignor di Saint-Remy.
L’eccellente cuoco entrava, rovistava, portava via, senza neppur salutare; talvolta si degnava di ingiuriare i «paterini», se non si mostravano solleciti o soddisfatti. Di ribellarsi al ladrocinio non si parlava; le guardie che accompagnavano il cuoco, oltre a rubare la loro parte, avevano il compito di bastonare chi osasse lagnarsi.
Oh no, messer Giovanni di Saint-Remy non spendeva molto per la sua tavola!...
Quanto ai vini glieli fornivano le cantine dei migliori produttori del Vallo, coi metodi medesimi. Di tanto in tanto una mano di arcieri a cavallo faceva una escursione per le città più note per l’industria del vino: e ritornavano con una «retina» di cavalli o di muli carichi di otri e di barili. Ma qualche vino più fine e squisito il magnifico signor giustiziere si procurava facendo dar la caccia a legni greci o spagnoli.
I commensali dunque avevano, quel giorno, mangiato e bevuto con pieno godimento, ed eran già pervenuti a quel punto di loquacità e di espansività che anima le belle mense e dispone alle confidenze e ai discordi grassocci.
Ciascuno aveva raccontato una sua storiella, fra le risate della compagnia: e lo stesso messer ciantro, tacendo, si capisce, i nomi per scrupolo religioso, aveva rivelato un allegro peccato di una sua penitente.
Ma il sire di Flambeau, dato un pugno sulla tavola, che aveva fatto tremare e tintinnire le coppe d’argento, aveva detto:
- Zitti là! La storiella che vi racconterò io vale tutte le vostre. Ne sono protagonisti alcune mie lance spezzate. Non l’ho saputa da loro, ma da chi ne fu vittima, che venne a piatire da me per averne vendetta. Vi dirò poi come l’ebbe.
Allora i commensali lo sollecitarono:
- Raccontate, raccontate.
Il sire di Saint-Remy allungò il muso volpino; il maestro dei cantori si sdraiò meglio sul seggiolone, protendendo il suo ampio ventre; soltanto messer Guglielmo Porcelet non mostrò avidità di udire: pareva anzi che sul suo volto errasse una espressione di mestizia e di compianto.


Luigi Natoli: Il Vespro siciliano. Romanzo storico ambientato nella Palermo del 1282, al tempo della famosa rivoluzione. 
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale, pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1914, restaurato dal titolo all'indice. 
Pagine 925 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Il volume è disponibile: 
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 15%, consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Nike (Via Marchese Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi, 15) Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60), 

Luigi Natoli: La città di Palermo era nel secolo XIII distinta ancora in tre parti principali... Tratto da Il Vespro siciliano. Romanzo storico


Giovanni di Saint-Remy abitava nella Sucac el Kes. Era questa una delle tre arterie principali della città vecchia, o Cassaro. La città di Palermo era nel secolo XIII distinta ancora in tre parti principali, divise da avvallamenti, in fondo ai quali a destra scorreva il fiumicello Cannizzaro, che scendendo per la odierna via Castro e pei Calderai e girando per gli Schioppettieri, metteva in mare sotto la parrocchia di S. Antonio, dove presso a poco giungeva allora la insenatura della Cala. A sinistra, dalla palude del Papireto, scendeva un fluviolo, detto poi della Conceria, che percorreva l’attuale via dei Candelai, la piazza Nuova, e si gittava anch’esso nel mare, dall’altro lato della chiesa di S. Antonio. La parte della città che rimaneva fra questi due corsi d’acqua, e che era la più antica, portava appunto il nome di Cassaro, era circondata di mura e di torri, che la segregavano dalle altre; ed era percorsa da tre strade principali: la via Marmorea in mezzo, ora Vittorio Emanuele; a destra una serie di strade che si continuavano, con vario nome, di cui avanzano le tracce, e si riconoscono nelle vie dei Biscottari, di S. Chiara, Giuseppe d’Alessi, dietro S. Cataldo e la chiesa di S. Maria dell’Ammiraglio; a sinistra la Sucac el Kes, che, con altro nome, cominciava dalla ruga Coperta, e percorreva quella che oggi si chiama via del Celso, continuava con altri nomi arabi per la salita delle Vergini, e girava dietro la parrocchia di S. Antonio. La denominazione moderna, Celso, nacque dalla corruzione e trasformazione della parola araba Kes di cui si perdette il significato. 
Il palazzo del giustiziere sorgeva presso a poco di fronte al monastero del Gran Cancelliere, accanto a quel medesimo che la tradizione indicava come palazzo del famoso Maione, ministro di Guglielmo il Malo. Aveva l’aspetto di un castello, con la sua torre merlata e dalla parte posteriore dominava le mura settentrionali della città vecchia sulle bassure della palude Papiretana e del fluviolo, ora occupate dalla via dei Candelai. Rimangono ancora visibili, da questa parte, alcune finestre bifore, il capitello delle quali reca uno scudo col fiordaliso angioino. 
Il visconte di Saint-Remy aveva preferito questo palazzo alla reggia, all’antica dimora dei re, per parecchie ragioni. L’una che non ospitando più la corte, la reggia era decaduta dal suo splendore; l’edificio, abbandonato a se stesso, in parte deperiva; onde il giustiziere gli aveva lasciato l’ufficio di fortezza, e vi aveva allogato i tribunali e le carceri; l’altra ragione era strategica. Infatti il palazzo scelto per propria dimora dai giustizieri angioini si trovava in mezzo alle due fortezze principali della città, il Castello a mare da una parte, il Palazzo e Castello regio dall’altro; e in prossimità di due porte, quella di S. Agata alla Guidda, sulle secche del Papireto, e l’Oscura (ossia la Bab as Safa – porta della Salute – degli Arabi) che dava sul fluviolo della Conceria (oggi Piazza Nuova) ed è in parte ancora visibile dentro una bottega. 
In capo alla strada del Kes presso la porta S. Agata, sorgeva  un altro palazzo, che forse fu in origine dimora del cadì degli Schiavi, dal quale prese nome il quartiere degli Schiavoni, dall’altra parte del Papireto (Seralcadi) oggi detto del Capo. Del palazzo non è più alcun vestigio, ma rimane il nome di Schiavi a un cortiletto. Nel 1282 vi abitava il sire di Flambeau, capitano della compagnia delle lance spezzate, la quale aveva la sua caserma nell’antico quartiere militare degli arabi, rimasto per tradizione fino ai dì nostri quartiere militare. È la vasta Caserma di S. Giacomo, che allora, compresa dentro le mura del Cassaro, di cui son visibili gli avanzi nel corso Alberto Amedeo, e munita di torri, dominava la palude del Papireto e difendeva il palazzo regio. 
Il palazzo degli Schiavi, o del sire di Flambeau formava dunque una specie di sentinella avanzata tra il castello regio e la dimora del Giustiziere. 
Queste indicazioni topografiche sono necessarie per meglio intendere gli avvenimenti che vi si svolgeranno. 
La sala da pranzo del palazzo del Giustiziere dava sopra le mura della città. Era una vasta sala, illuminata da due grandi finestre archiacute, divise per mezzo da svelte colonnine, e chiuse da imposte coperte di tela dipinta. Le pareti eran coperte di arazzi tolti da altre case di signori e di mercatanti, e ornate di trofei d’arme; il soffitto di legno dipinto a fiorami e a disegni geometrici di gusto arabo; sulla tavola di quercia scintillavano coppe, anfore e vasi d’argento, probabilmente avanzo di bottini o di spoliazioni. 


Luigi Natoli: Il Vespro siciliano. Romanzo storico ambientato nella Palermo del 1282, al tempo della famosa rivoluzione. 
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale, pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1914, restaurato dal titolo all'indice. 
Pagine 925 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Il volume è disponibile: 
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 15%, consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
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La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Nike (Via Marchese Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi, 15) Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60), 

lunedì 25 marzo 2024

Luigi Natoli: 25 marzo 1941 - 25 marzo 2024. Ricordiamo oggi l'83° anniversario della tua morte.

 

Caro professore,

quello di oggi è solo un anniversario: tu continui a vivere, e vivrai per sempre nella possente opera letteraria e storiografica che hai lasciato al tuo pubblico.

Ventisei i romanzi storici pubblicati in dispense con la casa editrice La Gutemberg oppure a puntate in appendice al Giornale di Sicilia, nove le opere teatrali (cinque in italiano e quattro in dialetto siciliano), oltre le poesie, gli scritti di critica letteraria, storica e storiografica.
Innumerevoli gli articoli pubblicati sui quotidiani e sulle più importanti riviste siciliane con lo pseudonimo di Maurus, articoli di critica letteraria, artistica o di carattere storico.
Tantissime le leggende pubblicate con lo pseudonimo di William Galt.
Quarantadue i testi scolastici pubblicati per tutta l'Italia e per tutti i tipi di scuole solo fino al 1905.
La tua Opera è maestosa, tu la definiresti "fiera". Sei stato romanziere di notevoli romanzi storici, storiografo, drammaturgo, commediografo, poeta, critico letterario, conferenziere, professore...
Noi I Buoni Cugini editori, con ogni sforzo e con orgoglio portiamo avanti la pubblicazione della tua opera omnia con la Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli.
Quando finiremo? Chi sa. Stiamo per pubblicare l'ultimo romanzo storico dei ventisei che hai scritto, ma tanto altro ci attende...
Scopo di tutto questo è renderti immortale nel panorama letterario italiano e fare in modo che tu abbia la posizione che meriti. E in questo siamo sicuri che ce l'abbiamo fatta in parte, e ce la faremo.
Grazie, caro professore per i tuoi insegnamenti, per l'immenso patrimonio di cultura che ci hai lasciato e per il grande significato che hai impresso alla nostra opera di editori.
 
I Buoni Cugini editori 
Anna Squatrito e Ivo Tiberio Ginevra 
www.ibuonicuginieditori.it 

giovedì 21 marzo 2024

Luigi Natoli: Damone e Pizia, esempio di vera amicizia. Tratto da: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie.

Dionisio, nobile siracusano, si era impadronito del potere e si era fatto tiranno, ossia signore, di Siracusa. Egli era crudele e sospettoso; imprigionava e faceva morire i cittadini che gli davano ombra, o che egli voleva spogliare dei loro averi: insomma regnava col terrore. E di lui si narrano molte storielle.
Una di esse, che è pura fantasia del popolo, dice che in quella latomia Dionisio faceva chiudere i prigionieri; ed egli, stando di sopra, udiva tutti i loro discorsi, per quanto piano quelli parlassero; e scopriva così i loro secreti. Ma questa fantasia nacque nel popolo, perché la cava aveva la forma dell’interno di un orecchio, per cui si chiamò l’Orecchio di Dionisio.
Ma ecco un fatto vero, narrato dagli storici: si parla di due giovani, additati come esempio di vera amicizia!
Essi si chiamavano Damone e Pizia.
Erano due giovani, che si volevano un gran bene: quel che piaceva all’uno, piaceva all’altro; i dolori dell’uno erano i dolori dell’altro; non c’era fra loro né tuo né mio: proprio, come si suol dire, si dividevano il sonno.
Una volta Dionisio credette di essere stato offeso da Damone. Fattolo arrestare e gittare in prigione, lo condannò a morte. Immaginate il dolore di Pizia, che avrebbe dato la sua vita per salvare l’amico! Ma Damone aveva un altro dolore, non meno acerbo. Gli doleva morire senza abbracciare i genitori, che abitavano fuori Siracusa; e pregava il tiranno di concedergli almeno questa consolazione, promettendogli di ritornare.
Dionisio, per paura che gli sfuggisse, si rifiutò; ma Pizia allora si offerse a far fede per l’amico. Disse al tiranno:
- Lascia che Damone vada a baciare i suoi parenti: io resterò in prigione in sua vece. Se egli non tornerà nel termine prefisso, farai uccidere me.
La proposta piacque a Dionisio. Damone abbracciò commosso Pizia, e partì. I suoi vecchietti abitavan lontano. Egli corse, li baciò, e fece per tornarsene. Quelli, piangendo, lo supplicavano di rimanere; ma egli disse:
- Come posso io restare anche un’ora, se ci va di mezzo la vita di Pizia?
Ma frattanto il tempo passava, e Dionisio pregustava la gioia di far morire Pizia, certo che Damone non sarebbe ritornato; e difatto, appena scoccata l’ora convenuta, diede l’ordine che Pizia fosse condotto a morire.
E il carnefice si apparecchiava a compiere quella scelleratezza, quando ecco giungere trafelato Damone, fendere la folla, presentarsi a Dioniso, dirgli:
- Eccomi, o signore: libera il mio amico e prendi la mia vita, che ora morirò contento.
Ma Pizia non si rallegrò; piangendo disse:
- O Damone, perché sei tornato? Che gioia avrò di vivere, se tu muori? Torna ai tuoi cari, e lascia morire me.
A questa gara, il popolo si commosse; lo stesso tiranno non seppe nascondere la sua ammirazione pei due giovani, e non osò incrudelire, ma ordinò che fossero lasciati liberi tutti e due, e diede loro ricchi doni, domandando in compenso la loro amicizia.




Luigi Natoli: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie. 
Pagine 210 - Prezzo di copertina € 18,00
L'opera è la fedele trascrizione del volume pubblicato dalle Industrie Riunite editoriali siciliane (Palermo) nel 1925 ed è corredato dalle foto originali del libro. 
La copertina di Niccolò Pizzorno riproduce esattamente quella originale del libro. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Sconto 15% - consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e presso il punto vendita del Centro Commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Macaione (Via Marchese di Villabianca 102), Libreria Nike (Via Marchese Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60)

Luigi Natoli: Il Vespro siciliano narrato ai ragazzi del 1925. Tratto da: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie

 I.

Il 31 di marzo cade l’anniversario di un avvenimento che, sebbene siano trascorse tante centinaia d’anni, è rimasto vivo nella storia e nei ricordi del popolo.
È quello che vien detto il Vespro Siciliano. Ed ecco perché si chiama così.
La Sicilia era caduta in potere del re Carlo d’Angiò, un Francese, il quale vi teneva suoi governatori e sue milizie, che opprimevano le popolazioni con ogni sorta di arbitrio; le spogliavano di tutto, e commettevano crudeltà incredibili. Vi basti dire che in Augusta, dopo aver saccheggiato e bruciato la città, fecero macello di tutti i prigionieri. Un orrore!
E più ne commettevano, più diventavano insolenti e crudeli; e le cose erano arrivate a tal punto, che non si potevano più tollerare. Molti signori erano stati costretti a fuggire e si erano ricoverati alla corte del re Pietro d’Aragona: fra essi, ce n’erano due molto valenti, Giovanni da Procida e Ruggero di Lauria, i quali cominciarono a cospirare.

II.

Per antica usanza, i Palermitani andavano ogni anno, il martedì dopo Pasqua, fuori le mura della città, in una pianura presso la Chiesa di Santo Spirito: e lì, alzate le tende, apparecchiate le mense, fra canti e suoni, passavano allegramente la giornata.
Così fecero, sebbene martoriati, anche nel 1282, in cui il martedì cadeva il 31 marzo. E godevano un po’ di sollievo, quand’ecco venire i Francesi, che cominciarono a fare i prepotenti. Frugavano questo, per vedere se avesse armi nascoste; bastonavano quello; toglievano le vivande a un altro; offendevano e ridevano. E il popolo, paziente e zitto, inghiottiva fiele. In questo mentre, una giovane e bella sposa si avviava coi parenti alla chiesa. Vederla e venire in testa a un Francese, che si chiamava Droetto, di farle ingiuria, fu tutt’uno. Le andò incontro e le pose le mani in dosso. La sposa svenne: un giovane palermitano, allora, sdegnato, strappò a Droetto la spada, e l’uccise, gridando:
- Muoiano i Francesi!...
Fu questa la scintilla che fece a un tratto divampare l’incendio: tutti i Palermitani si slanciarono sui Francesi coi bastoni, coi sassi, con le stesse armi di questi; e quanti ce n’erano, tanti ne uccisero. In quel momento le campane sonavano l’ora del vespro.
I Palermitani, gridando sempre: “Muoiano i Francesi!”, rientrarono in città, la sollevarono, e proclamarono libertà e buon governo. Tutti i Francesi furono ricercati e spenti.

III.

E allora le altre città insorsero: dovunque si fece strage dell’odiato oppressore, che per diciassette anni aveva commesso violenze e crudeltà sulla popolazione.
Si racconta, che, per riconoscere i Francesi, li obbligassero a pronunciare la parola ciciri, ceci, che quelli non sapevano dire come i Siciliani.
Alla strage, dicono che solo un Francese scampasse: Guglielmo Porcélet, barone di Calatafimi, virtuoso e umano. Egli non fu molestato, anzi fu rispettosamente accompagnato a imbarcarsi coi suoi: e questo dimostra che la virtù è onorata anche nei momenti di grandi trambusti.
Ma la Sicilia, liberatasi dai Francesi, dovette sostenere una lunga e fiera guerra; perché re Carlo voleva riprendersela e punirla: se non che Giovanni da Procida e Ruggero di Lauria d’accordo coi baroni siciliani indussero re Pietro d’Aragona a venire con un esercito: e Carlo fu sconfitto a Messina. La guerra continuò sotto i successori; ma finalmente le vittorie dei Siciliani obbligarono i nemici a riconoscere l’indipendenza della Sicilia.

Senti la Francia ca sona martoria;
no, ca la Francia ’un veni ’cchiù ’n Sicilia.
Viva Sicilia ca porta vittoria,
viva Palermu, fici mirabilia!
Sunati tutti li campani a gloria,
spinciti tutti l’armi tirribilia;
cà pri ’n eternu ristirà a memoria
ca li Francisi arristaru ’n Sicilia.


Oggi queste cose non possono più accadere; la Sicilia nostra fa parte della grande patria: l’Italia; e l’Italia è una grande nazione, e nessuno oserà mai tentare di sopraffarla, o di strapparle una sola delle sue regioni.
E non siamo più a quei tempi in cui era possibile agli stranieri di dominare in casa nostra. Oggi ogni popolo è indipendente, ed è padrone di sé: e i popoli sanno che debbono considerarsi come fratelli; e che tutti debbono cooperarsi per vivere secondo giustizia, in pace, con amore, e lavorando per l’utile di ogni nazione e di tutti gli uomini.


Luigi Natoli: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie. 
Pagine 210 - Prezzo di copertina € 18,00
L'opera è la fedele trascrizione del volume pubblicato dalle Industrie Riunite editoriali siciliane (Palermo) nel 1925 ed è corredato dalle foto originali del libro. 
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 15%, consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita del Centro Commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Macaione (Via Marchese di Villabianca 102), Libreria Nike (Via Marchese Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60)

lunedì 18 marzo 2024

Luigi Natoli: Le basi della rivolta di Giuseppe D'Alesi. Tratto da: Fra' Diego La Matina. Romanzo storico siciliano.

C'era infatti nell'aria quel non so che di aspettazione paurosa, il sentore di un avvenimento minaccioso, quasi un fremere del tempo. Lo sentivano tutti; e stavano in sospetto irresoluti sui mezzi per provvedere e difendersi.
Il Vicerè radunava cavalleggeri, e forniva il Castello di granaglie e di polveri quanto più nascostamente si poteva: ma pur qualche cosa ne trapelava, e dava ombra a questi, paura a quelli; le galere stavano pronte nel porto, sotto la difesa dei cannoni del Castello. In palazzo bauli e casse con argenterie, denari, roba, erano già belli e fatti per potere al più lieve segno esser posti in salvo sulle galere.
Ma il Senato aveva dovuto licenziare le guardie a cavallo, per volontà delle maestranze. Non c'era bisogno di quelle, perché a custodire il tesoro pubblico e il Palazzo pretorio provvedevano esse. In verità padrone del campo erano oramai le maestranze. Esse avevano salvato il paese dall'anarchia; avevano restituito l'ordine e la sicurezza, avevano in qualche modo democratizzato il governo della città, infondendo maggior vigore al Consiglio civico, introducendo nel Senato due rappresentanti popolari; avevano in loro potere i bastioni con le artiglierie, e la custodia delle porte; avevano impedito e impedivano che si rimettessero la gabelle abolite, e che si scemasse il peso del pane. Queste abolizioni e questo mantenere il pane di dodici once recavano gravi danni all'erario, e il Senato cominciava già a sentire l'impossibilità di pagare alcuni assegni, fra i quali i cosiddetti bimestrali dovuti alle case religiose, che già reclamavano. Qualche console che s'accorgeva del fallimento immanchevole non si mostrava alieno dal lasciar ripristinare i balzelli: ma le maestranze si opposero. C'era altro modo di provvedere, senza gravare sulla povera gente: c'erano le ricchezze esorbitanti accumulate da certi ordini religiosi; per esempio i gesuiti. Perché non incamerare il numerario di questi padri, che si diceva ingente e avrebbe restaurato le finanze del Comune? E un tentativo di prender con la forza le ricchezze che i gesuiti non eran disposti a cedere pel bene pubblico, ci fu; ma quei padri ricorsero al solito mezzo: presero il Cristo, lo posero sulla soglia fra candele accese, e si inginocchiarono col Sacramento in mano. E dinanzi a quei simboli della divinità, i popolani presi da riverente e sacro terrore indietreggiarono.
Mastro Giuseppe d'Alesi queste cose riferiva passeggiando sotto i portici con fra Diego, e gli confidava anche gli incitamenti che gli venivano da don Antonino Lo Giudice e dall'altro avvocato Giuseppe La Montagna; ai quali s'era aggiunto un altro giurista non meno valoroso e conosciuto, don Giuseppe Pesce; i quali miravano a liberare la Sicilia dalla servitù spagnuola; e farne una monarchia indipendente, come nei tempi antichi con provvide leggi a vantaggio della povera gente; una vera rivoluzione; buono stato e libertà. La corona si poteva dare al principe di Geraci che era di stirpe regale.
Ah far rivivere i tempi del buon Guglielmo, così vivo nella tradizione popolare; quando per terra e per mare il nome del regno di Sicilia era rispettato e temuto; e le città erano ricche, e le terre feconde, e v'era abbondanza di tutto e savie leggi che infrenavano le prepotenze, e punivano ricchi e poveri ugualmente! Era un bel sogno!... Invece ora tutta la ricchezza del regno se ne andava alla Corte di Madrid. Dei donativi votati dai parlamenti, più della metà se li prendeva il Re a suo arbitrio, del resto se ne prendeva ancora a titolo di regalo; quel che avanzava, povera cosa, serviva per diritti del Vicerè, dei suoi segretari, per la flotta e infine per la manutenzione dei porti, delle strade, dei fari e delle torri! Tutto denaro, che se il regno fosse stato indipendente, sarebbe rimasto nell'isola.
Fra Diego approvava e aggiungeva altre idee sue.


Luigi Natoli: Fra' Diego La Matina. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1600, al tempo dell'Inquisizione spagnola. 
L'opera è la fedele trascrizione dell'unico romanzo originale, pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1924, completo delle parti censurate nelle successive edizioni. 
Prezzo di copertina € 24,00 - Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Sconto 15%, consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60), Libreria Forense (Via Maqueda 185). 

Luigi Natoli: La Vicaria. Tratto da: Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano

L'edificio delle carceri, dette della Vicaria, sorgeva allora sulla via Toledo, di fronte alla piazza Marina. Sorto per accogliervi la dogana, era stato, mentre ancora si fabbricava, trasformato in carcere e tale rimase fino a quando costruite le attuali Grandi Prigioni, fu convertito in palazzo delle Finanze, e accoglie oggi la Borsa, le banche e gli uffici finanziari. Allora, di qua e di là dalla porta v'erano due fontane parietali.Entrarvi non era difficile: v'era anzi una congregazione che aveva per proprio istituto di visitare i carcerati, e portare ai poveri, che erano i più, i mezzi di sussistenza. Lo stato non provvedeva che pane e acqua: chi possedeva di che procurarsi il desinare poteva nutrirsi bene, chi era povero riceveva dalla carità pubblica una minestra e qualche rara volta anche della carne e del vino.
Si capisce quindi che a un frate, che portava del pane in tempi di carestia, e oltre il pane si presumeva che portasse conforti spirituali, le porte si spalancavano. Fra Diego entrò. Nulla era più lurido, più schifoso di quel carcere, dove i carcerati passavano tutto il giorno in promiscuità, e di ogni angolo facevano una latrina, il sudiciume saliva sulle pareti e spandeva un orribile puzzo. I denarosi avevano un pagliericcio nelle celle; i poveri paglia ammuffita, che si rinnovava raramente, e formicolavano di insetti. E pieni di insetti erano i carcerati, che vi avevano speculato nuovi passatempi e giuochi, con poste di scommesse: e uno dei più in voga, erano le corse dei pidocchi. Ma giocavano anche ai dadi e con le carte; e ne nascevano risse e coltellate.


Luigi Natoli: Fra' Diego La Matina. Romanzo storico siciliano. 
L'opera è la fedele trascrizione dell'unico romanzo originale, pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1924.
Prezzo di copertina € 24,00 - Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Sconto 15%, consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60), Libreria Forense (Via Maqueda 185). 

giovedì 7 marzo 2024

Luigi Natoli: In mezzo agli atti di ferocia rifulgono esempi di generosità e gentilezza... Tratto da: La civiltà e la letteratura siciliana nel secolo XVI.

 
In mezzo, però, agli atti di ferocia rifulgono esempi di generosità e di gentilezza. Nel caso di Sciacca, disputandosi il terreno palmo a palmo, il barone Perollo e i suoi s’eran ridotti nel mastio; contro il quale il conte Sigismondo de Luna aveva rivolto la sua rabbia e le sue forze. Dopo lunga ed ostinata difesa che aveva circondato il conte de Luna di cadaveri, il mastio cadde; il conte si precipitò innanzi in cerca del suo nemico per ucciderlo: ma in una stanza non trovò che la baronessa donna Brigida Bianco ed i figlioletti del Perollo. Or bene, assetato com’era di vendetta, innanzi alla donna e ai bambini, abbassò la spada, si levò l’elmo, e balbettò parole di rammarico; indi sottrasse al furore dei suoi l’afflitta donna e i figli, conducendoli a salvamento nel monastero di S. Maria delle Giummare. Ma tornò poscia a ricercare la morte del barone. 
Nel medesimo assalto Ferrante Lucchesi, amico e partigiano del de Luna, e valoroso soldato, penetrando in una sala già difesa strenuamente, vi trovava, solo e a discrezione, Giovan Paolo Perollo, zio del barone, un prode che aveva militato sotto Luigi XII, e che aveva sostenuto da par suo la difesa del castello. Innanzi al valore la ferocia di Ferrante Lucchesi cadde; stese la mano al Perollo, gli ridiede la spada e lo indusse a mettersi in salvo. 
Non meno degni di nota sono gli atti di fortezza. Dopo scoperta la congiura degli Imperatori, si allestirono processi, e secondo le leggi del tempo, furon posti gli accusati alla tortura. Uno dei congiurati era Pirruccio Gioeni, giovinetto imberbe, ma di animo grande, al quale non furono risparmiati tormenti perché rivelasse; egli sostenne eroicamente ogni forma di tortura, ma tacque, maravigliando i giudici, che in età così giovenile e in aspetto quasi muliebre chiudesse animo virile ed eroico. 
Contro gli eccessi dei nobili le leggi erano spesso, anzi quasi sempre impotenti; privilegiati anche nel genere di morte – se condannati – essi non pativano veramente la pena, che quando erano rei di delitto politico; allora, più che le leggi, i vicerè, la corte, i magistrati erano di una severità feroce; ma ai reati comuni sfuggivano quasi sempre, cavandosela con una compensazione in danaro, e talvolta, con qualche anno di prigionia. Accadeva anche che questa prigionia sostenessero nel loro palagio o castello, invece che nelle carceri dello Stato. 
Non così pel popolo e per la borghesia, i quali si abbandonavano sovente ad eccessi e compievano delitti con audacia straordinaria, ed anche con grande disprezzo delle leggi, del sentimento religioso, della inferiorità del loro stato. Il movente di questi delitti era la vendetta; raramente nelle cronache leggesi di assassini commessi per furto. La mancanza di un vero e proprio ordinamento giuridico che tutelasse ugualmente tutti i cittadini di qualunque ordine, fomentava e perpetuava le vendette personali, che si sostituivano alla legge medesima. Ne conseguivano latitanze numerose, onde le campagne infestate da prosecuti, che si univano per la comune sicurezza, costituivano bande gravissime, contro le quali invano lottavano i capitan d’arme. 


Luigi Natoli: La civiltà e la letteratura siciliana nel secolo XVI. Raccolta di scritti storici e letterari. 
Il volume comprende:

La civiltà siciliana nel secolo XVI (Palermo, Remo Sandron editore - 1895)

Prosa e prosatori siciliani del secolo XVI (Palermo, Remo Sandron editore - 1904)

La poesia siciliana del secolo XVI (Estratto da Musa Siciliana, Milano, Casa editrice Caddeo - 1922)

Un poemetto siciliano del secolo XVI (Estratto dagli Atti della Reale Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Palermo serie III Vol. IX - Palermo 1910)

Hortensio Scammacca e le sue tragedie - Studio (Tip. editr. Giannone e La Mantia, 1885 - Palermo)

Pagine 414 - Prezzo di copertina € 24,00

Il volume è disponibile:

dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia - sconto 15%)

su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:

La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102), Libreria Forense (Via Maqueda 185), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60).

Luigi Natoli: La vita cittadina in Sicilia nel XVI secolo. Tratto da: La civiltà e la letteratura siciliana nel secolo XVI. Raccolta di scritti letterari e storici.

Fra la miseria interna, e tanto onorato decoro all’estero si svolgeva la vita cittadina; curioso impasto di eleganti raffinatezze e di selvaggia ferocia; di feste maravigliose e di supplizi atroci; di ribellioni contro lo stato e di clamorosi trionfi ed entusiastiche accoglienze ai principi e ai vicerè medesimi; di manifestazioni ufficiali di ossequio e di stima, e di commiati, poco gentili per vero, dati dal popolo ai vicerè. Svolgevasi tra il fasto dell’antica e nuova nobiltà e la miseria delle plebi; tra atti di pietà e di devozione e vendette esercitate in pieno giorno, con grande audacia. 
Sebbene, nel secolo XVI, il baronaggio si fosse ridotto ad abitare nelle città, segnatamente nella capitale, ed avesse tolto dalle usanze spagnuole tutte quelle forme e quelle pratiche di cortesia, che resero poi ridicolo il secolo successivo; tuttavia serbava ancora qualche cosa della ferocia feudale del medioevo.
L’eccidio di Luca Squarcialupo e dei suoi compagni, in chiesa, operato della nobiltà medesima, ricorda la congiura dei Pazzi e quella degli Olgiati per le circostanze di luogo e di forma; ma ci trasporta anche più in là nel tempo, pel fatto stesso. Ma esempio più terribile fu il Caso di Sciacca (1529) così memorabile che è rimasto nei proverbi, e ne è, dopo tre secoli e mezzo, ancor viva la tradizione.
La scellerata guerra tra i Luna e i Perollo, cominciata nel secolo XV, risorta poi nel bel mezzo del secolo XVI, e chiusa con la strage de’ partigiani del Perollo e lo scempio del barone don Giacomo, trova un riscontro nelle fierissime fazioni che nel duecento straziarono Verona, Pistoia, Firenze. Ma per la grandezza del fatto e per la scelleratezza della guerra sorpassa ogni altro simile avvenimento. L’assalto dato al castello dei Perollo, nel quale si usarono nell’offesa e nella difesa anche le artiglierie, durò tre giorni; e sprecò in stragi fratricide valore ad audacia grandissima. 
Di queste discordie tra’ cittadini ne avvennero in Messina tra i Moleti e i Raitano; in Girgenti tra i Montaperto e i Naselli; in Trapani tra i Sanclementi e i Fardella che avevan preso nome di Canali e Mascari; ed erano uccisioni, stragi, guerre dentro le città stesse, nelle chiese; con incendii, saccheggi, che mettevano l’anarchia per ogni dove. 
Un altro fatto che levò rumore – ma di minore importanza – fu quello del conte di Racalmuto o di Barresi. Paolo del Carretto conte di Racalmuto aveva dato uno schiaffo a uno di casa Barresi; questo fatto divise Castronovo in due. Un giorno recandosi il conte a visitare il fratello Ercole, seguito da 25 cavalli fu dai nemici assalito nella piana di S. Pietro. Vi perdette la vita; gli uccisori fuggirono, e preso servizio nello esercito del Re combatterono nel reame di Napoli contro il Lautrec, e così valorosamente, che oltre a esser perdonati, ebbero gradi militari. La cosa spiacque a don Giovanni del Carretto, nipote dell’ucciso, il quale incaricò della vendetta Enrico Giacchetto, un bandito che comandava 100 cavalli. Questi assalì i Barresi nella via di Termini e li distrusse, e le teste degli uccisi recò, feroce trofeo, a don Giovanni. 
A noi queste scene di sangue fanno raccapriccio, ma allora, don Vincenzio di Giovanni poteva ammirarle, ed esclamare:
«Tanto si estimava l’onore in quei tempi!».
Pure qualche volta queste inimicizie si componevano amichevolmente, e la pace acquistava tutta l’importanza di un trattato. Il signor Travali pubblicò uno di questi contratti di pace, fra due famiglie di Licata, i Celestre e i Minafrà, avvenuto il 24 Marzo 1574, innanzi a don Carlo d’Aragona, per mezzo di notar Bascone. 
Anche la pietosa tragedia della baronessa di Carini, (1563) che è argomento di una stupenda storia in versi assai nota, è un tratto caratteristico della vita baronale di quei tempi; al quale aggiungono gravità il silenzio e il mistero del quale gli storici, trattandosi di un potente feudatario come il barone di Carini, circondano il parricidio. 
Questi non sono i soli fatti: le cronache del tempo e il Palermo Restaurato del di Giovanni son pieni di racconti di sangue. 
Le liti, non infrequentemente, si definivano con una archibugiata. Un esempio per tutti. Il conte di Mussomeli aveva una lite con Alfonso Matrigale innanzi alla Gran Corte. La lite si tramutò in contesa; e le parole furono così aspre che don Marzio Gioeni, cognato del conte pose mano alla spada e ferì il Matrigale, innanzi al giudice. Il fatto fu riferito al vicerè dal sollecitator fiscale Giuseppe Raiola: don Marzio n’ebbe il capo troncato per mano del boia. Il conte di Mussomeli non patì la grave offesa e nel gennaio del 1592 fece uccidere il Raiola con una archibugiata. 
Con la morte di don Giovan del Carretto finì la causa civile che egli aveva con alcuni cavalieri di casa Settimo e col barone di Sommatino. 
In mezzo, però, agli atti di ferocia rifulgono esempi di generosità e di gentilezza. 


Luigi Natoli: La civiltà e la letteratura siciliana nel secolo XVI. Raccolta di scritti storici e letterari. 
Il volume comprende:

La civiltà siciliana nel secolo XVI (Palermo, Remo Sandron editore - 1895)

Prosa e prosatori siciliani del secolo XVI (Palermo, Remo Sandron editore - 1904)

La poesia siciliana del secolo XVI (Estratto da Musa Siciliana, Milano, Casa editrice Caddeo - 1922)

Un poemetto siciliano del secolo XVI (Estratto dagli Atti della Reale Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Palermo serie III Vol. IX - Palermo 1910)

Hortensio Scammacca e le sue tragedie - Studio (Tip. editr. Giannone e La Mantia, 1885 - Palermo)

Pagine 414 - Prezzo di copertina € 24,00

Il volume è disponibile:

dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia - sconto 15%)

su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:

La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102), Libreria Forense (Via Maqueda 185), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60).

Luigi Natoli: La novella di Marzo. Tratto da: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie.


C’era una volta una vecchia dispettosa, che ogni anno, quando era l’ultimo giorno di marzo, sputava con disprezzo:
- Te l’ho fatta, Marzo cane!
Sopporta oggi, sopporta domani, andò a finire che Marzo se ne risentì, e giurò di vendicarsene. E che ti fa? Va da Aprile. 
Voi sapete che i primi giorni d’Aprile non son da meno di quelli di Marzo. Va dunque da Aprile, e gli dice:
- Fammi un favore, caro: prestami tre giorni da’ tuoi, che voglio far morire una certa vecchia. 
Risponde Aprile:
- Pigliateli pure.
Ora questa vecchia il primo giorno d’Aprile, vedendo un bel cielo azzurro e sereno, contenta di avere anche questa volta sputato addosso a Marzo “cane”, aprì il chiuso, e menò un suo branco di pecore al pascolo, ché l’erba era fresca e saporosa.
Ma nel meglio, eccoti una nuvoletta, che diventa un nuvolone, e copre tutto il cielo; il cielo si fa nero come la pece; la vecchia raccoglie le pecore, e fa per tornare: ma sì! A un tratto si rovescia una pioggia furiosa: vento, grandine, lampi e tuoni, che pare il finimondo.
Hai voglia di fuggire! Scoppiò un fulmine e l’uccise. E Marzo rideva come un matto, dicendo:
- Pigliatelo adesso il Marzo cane!
E da questo ne venne il proverbio siciliano:

Marzu cci dissi ad Aprili:
’mprestami tri di li tô jorna vili,
quantu a sta vecchia la fazzu murìri.

Luigi Natoli: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie. 
Pagine 210 - Prezzo di copertina € 18,00
L'opera è la fedele trascrizione del volume pubblicato dalle Industrie Riunite editoriali siciliane (Palermo) nel 1925 ed è corredato dalle foto originali del libro. 
La copertina di Niccolò Pizzorno riproduce esattamente quella originale del libro. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Sconto 15% - consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour) e presso il punto vendita del Centro Commerciale Conca d'Oro, La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Macaione (Via Marchese di Villabianca 102), Libreria Nike (Via Marchese Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15).

sabato 2 marzo 2024

Luigi Natoli: Questo pareva a Giovan Luca un buon indizio per realizzare il suo sogno... Tratto da: Squarcialupo. Romanzo storico siciliano.

Squarcialupo era diventato l’arbitro della città, senza essere rivestito di una carica ufficiale. Non era che uno dei giurati. Uno dei primi atti della sommossa era stato quello di cacciare dal comune il Senato, ed eleggerne uno nuovo, sebbene questo non potesse durare in carica appena un mese; perché ogni anno, il primo di settembre si eleggeva il senato e il capitano di città; e se i senatori potevano essere rieletti, non era detto che sarebbero stati riconfermati tutti e Squarcialupo era stato fra gli eletti: ma pretore era stato scelto Giovanni Ventimiglia. Con tutto ciò il capo vero ed effettivo era Giovan Luca, su cui pesava la responsabilità del nuovo ordine, o meglio del disordine.
La sommossa s’andava propagando: una dopo l’altra le città demaniali e le grosse terre feudali insorgevano; e questo pareva a Giovan Luca un buon indizio per realizzare il suo sogno. Con una concezione anacronistica, che avrebbe risospinta la Sicilia all’epoca dei comuni, egli vagheggiava una confederazione di piccole repubbliche: e per questo, appena gli giungeva la notizia di una sollevazione, si affrettava a mandare ambasciatori e stringeva patti federali.
Ma la città intanto era in balìa del popolo, che di quella parola repubblica, della quale Giovan Luca gli aveva parlato, non era arrivato a capire altro che i signori non sarebbero stati più i padroni del governo; che il popolo doveva averci la sua parte; e che non ci dovevan essere più gabelle; e aver pane a buon mercato. E per conto suo vi aggiungeva che bisognava sbarazzare la città di tutti i vecchi partigiani di don Ugo, che erano ritornati per la protezione del duca di Monteleone. Quattro giudici uccisi e due palazzi incendiati non bastavano. E ogni giorno bande di popolo minuto, avido di bottino si davano a scorazzare per la città, a dar la caccia a quelli indicati – spesso per private vendette, – come del partito del vicerè, e a saccheggiare le case.
Giovan Luca lasciava fare, non trovando modo di impedire quegli eccessi, e non volendo d’altra parte alienarsi il popolo, che era la sua forza. E poi abbassare la potenza degli avversari, spargere il terrore, era per lui una buona arma per raggiungere quella meta che si era prefissa...


Luigi Natoli: Squarcialupo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1517.
L'opera, pubblicata per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini, è la fedele trascrizione del romanzo a puntate in appendice al Giornale di Sicilia del 1924.
Pagine 684 - Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Sconto 15%, consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi, 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Forense (Via Maqueda 185), Libreria Macajone (Via M.se di Villabianca 102), La Nuova Bancarella (Via Cavour). 

Luigi Natoli: Allora quelli che seguivano Paolo Pollastra diedero addosso a quei miseri... Tratto da: Squarcialupo. Romanzo storico siciliano.

 
Tristano ritornava a casa, quando dall'alto della piazza di Ballarò veniva una fiumana di gente armata, in mezzo alla quale, un cavaliere a cavallo, agitava la spada sguainata. La folla urlava grida di morte:
- Ammazza gli spagnuoli! Ammazzali!
Il balenìo delle armi accompagnava ferocemente le parole; e tutto intorno pareva scosso e sollevato dall'odio, come i marosi dal vento.
Tristano si fermò, guardando con stupore e non senza pena. Per quanto gli spagnuoli fossero stranieri, e non si fossero mai cattivato l'amore dei siciliani, per la loro albagia, e i loro arbitrii, e per quanto i soldati, spinti dalla fame, avessero commesso violenze, egli ricordava di aver militato con loro e di aver fra essi buoni compagni. E prevedeva che quel furore popolare avrebbe immerso la città in un lavacro di sangue, tra scene spaventevoli di orrore. Quando la folla fu più vicina riconobbe il gentiluomo che pareva se ne fosse fatto capo.
Era il magnifico Paolo Pollastra, un cavaliere, che nel quartiere dell'Albergheria godeva di grande reputazione di bravura, e fra quella gente rissosa faceva spesso da arbitro, ubbidito e seguito.
La notizia delle prime uccisioni, era giunta subito a lui; che sceso di casa armato, salito a cavallo, a grande voce aveva raccolto a sè i popolani più maneschi: ai quali via via si erano uniti gli altri, e la fiumana ingrossata, scendeva minacciosa.
- È tempo di finirla! – gridava il signor Paolo: – fuori questi barbari! Vogliamo esser padroni in casa nostra!... Fuori gli spagnoli!
E la folla acclamava; ma oltrepassando il pensiero di messer Paolo, invece di limitarsi alla espulsione gridava che bisognava uccidere, bisognava scannarli quegli stranieri odiati. Un nuovo Vespro. A Tristano parve una esagerazione inumana. Facendosi largo si avvicinò a messer Paolo, e fermandogli il cavallo, gli disse:
- Che cosa fate, magnifico? Volete spingere la città alla rivolta?
- È tempo! – rispose il cavaliere – abbiamo tollerato troppo questi stranieri.
La folla scese nel cuore della città, invase la piazza del palazzo pretorio, gridando contro il pretore e i giurati; quand'ecco dall'altro lato, si sentì un mugghio di tempesta: e dai vicoli si vide venire degli spagnoli atterriti, qualcuno con volto insanguinato, che cercavano uno scampo, e dietro a loro torme di plebei furibondi, che li incalzavano urlando:
- Ammazzali! Ammazzali!
Allora quelli che seguivano Paolo Pollastra, eccitati dalla caccia e dal sangue, diedero addosso a quei miseri; l'improvviso scomporsi, sprigionò Tristano, che non potendo, solo com'era, opporsi a quella moltitudine insensata e feroce, si ritrasse nella vicina chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio, detta della Martorana. E giunse appena in tempo; perché il sagrestano, temendo che in quel tumulto potessero invadere la chiesa e saccheggiarla, ne chiudeva le porte.
Ma poco dopo ebbe vergogna, lui soldato, d'aver ceduto all'istinto della salvezza, e poiché il tumulto si era allontanato, non trova alcuna difficoltà a farsi aprire. Uscì col proposito di cercare persone più autorevoli che non lui, giovanissimo, per far cessare la inutile strage. Andando verso la Loggia, si imbattè in un giovane cavaliere che godeva buona reputazione, il signor Giovan Luca Squarcialupo.
Verso sera, Don Pietro Cadorna conte di Golisano, don Federico Patella (veramente si chiamava Abatelli) conte di Cammarata, ai quali si erano uniti il marchese di Licodia, Matteo Santapau, il conte di Geraci Simon Ventimiglia, il signor di Militello, Giovan Luca Squarcialupo, Tristano ed altri signori, a cavallo, andarono per le strade ove maggiore era il tumulto, e con le esortazioni, le minacce, le promesse: con l'autorità del nome e il prestigio di valore e di generosità che specialmente rendeva ben accetto il conte di Golisano, disarmavano gli animi. Ma vi concorrevano anche alcuni religiosi e qualche popolano; quelli con la minaccia di scomuniche, questo con le arguzie.
Niente disarma più è meglio della risata; e mastro Jacopo Piededipapera lo sapeva...


Luigi Natoli: Squarcialupo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1517.
L'opera, pubblicata per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini, è la fedele trascrizione del romanzo a puntate in appendice al Giornale di Sicilia del 1924.
Pagine 684 - Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Sconto 15%, consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi, 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Forense (Via Maqueda 185), Libreria Macajone (Via M.se di Villabianca 102), La Nuova Bancarella (Via Cavour). 

Luigi Natoli: Giovan Luca Squarcialupo, colui che vagheggiò la repubblica siciliana nel 1517. Tratto da: Squarcialupo. Romanzo storico siciliano.

 
Giovan Luca Squarcialupo apparteneva a una di quelle famiglie pisane, che esercitando traffici e tenendo banchi, avevano acquistato ricchezza e nobiltà. Era giovane. Pochi anni innanzi aveva preso moglie; ma dieci mesi dopo era rimasto vedovo. Viveva quasi appartato, badando al banco, e coltivando lo spirito con la lettura. Era stato alunno di un dotto umanista, che gli aveva fatto prendere amore ai grandi scrittori latini; ed egli leggeva con preferenza Livio e Virgilio. Ma leggeva anche certe cronache manoscritte della repubblica di Pisa, e altre del regno normanno e svevo di Sicilia e del Vespro. Abitava nella strada della Loggia dei Pisani, proprio quella che anche oggi conserva l’antico nome. Molte famiglie della “nazione” pisana stavano da quella parte, e nella strada di san Francesco: e gli Squarcialupo venivan da Pisa, e avevano il loro banco nella Loggia. Allora la strada si prolungava, perché la via Marmorea o Cassaro finivano a Sant’Antonio: e dovevan passare cinquant’anni all’incirca, perché fosse prolungato fino alla chiesa di Porto Salvo, tagliando strade, e abbattendo case.

IL PERSONAGGIO

... Disse queste parole con un tono così solenne e profetico, che il vecchio barone lo guardò con maraviglia e ammirazione. Giovan Luca gli sembrò più alto, più grande, con l’aspetto di uno di quei personaggi eroici della storia evocata. Borbottò qualche parola, ma parve rimettersi. Subiva il fascino di quella voce, di quel gesto, di quella passione per la libertà che sfavillava negli occhi del giovane, e lo illuminava di una nuova luce.
... Parlava col volto acceso da una fiamma interna, che rendeva calda e appassionata la parola. Tristano, sebbene avesse gran premura di andarsene, ne rimaneva talvolta preso, e lo ammirava: e gli pareva che Giovan Luca si ingrandisse, e si illuminasse di una luce nuova. Non era più quel pensoso, che pareva sdegnoso di parlare, o parlava breve e a sentenze: pareva qualcosa fra l’oratore e il condottiero; un sovvertitore di popolo e un dominatore. Certamente aveva un’idea, che non rivelava ancora, forse era l’idea madre, dalla quale si generavano tutte le sue azioni, anche caute, quasi saggiature; ma che al momento opportuno, si sarebbero svolte in tutta la loro pienezza. Con tutto ciò appariva agli occhi di Tristano come un uomo nuovo.

"...All’amore per la donna ho sostituito un altro amore, del quale Lucrezia non può essere gelosa: quello per questa terra nostra. Ed è amore grande e puro anche questo, Tristano. Forse più grande dell’altro, perché domanda sacrifizi, e non dona: e tuttavia rende immortali gli uomini".

"...Prima di essere innamorato voi eravate cittadino; e la terra che vi diede i natali, la terra che i vostri occhi videro per la prima, deve seder prima nella vostra mente, nel vostro cuore!... Ah! ecco perchè non sappiamo riprendere l’antica indipendenza: ecco perché non sappiamo esser liberi!... Le anime nostre si sono avvilite nell’egoismo, e al bene comune antepongono il proprio tornaconto... Io credevo di aver forgiato il vostro cuore, Tristano: di avervi trasfuso una parte della fiamma che arde nel mio; pensavo che voi sareste stato domani l’eroe della patria: Bruto o Camillo, Giovan da Procida o Alaimo da Lentini... Ahimè! voi preferite rassomigliare all’eroe di cui portate il nome e languire d’amore!... Levatevi su, Tristano Buondelmonti!... La patria prima di tutto!..."

Giovan Luca attendeva a preparare i modi e i mezzi per attuare quel suo vecchio disegno di riscossa per cacciare lo straniero, e istituire un governo democratico, come quello che fece la gloria di Pisa. Era l’idea accarezzata fin da quando cominciò a leggere le pagine di Livio, maturatasi col progredire negli studi umanistici, fattasi assillante in quei rivolgimenti, e allo spettacolo delle violenze e delle ladronerie del vicerè don Ugo. Che quelli non fossero tempi di repubblica, che questa repubblica vagheggiata da lui era un anacronismo, sfuggiva alla esaltazione del suo spirito, che lo illudeva di speranze e di sogni eroici.



Luigi Natoli: Squarcialupo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1517.
L'opera, pubblicata per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini, è la fedele trascrizione del romanzo a puntate in appendice al Giornale di Sicilia del 1924.
Pagine 684 - Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Sconto 15%, consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
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