mercoledì 18 aprile 2018

Luigi Natoli: Il processo a Francesco Paolo Di Blasi. Tratto da: Calvello il bastardo.


Alle rivelazioni del Teriaca si erano aggiunte le confessioni spontanee o strappate di altri, i quali credevano di sfuggire alla morte accusando i compagni e rivelando il piano della congiura. Il reo principale e maggiore appariva don Francesco Paolo Di Blasi; e su di lui conversero gli sforzi del magistrato; ma per quanto il giudice Artale facesse per conoscere altri possibili complici e se vi fossero relazioni all’estero, non gli si cavò di bocca una parola.
Raccolti gli elementi della causa, il 15 maggio il tribunale assegnò il termine straordinario di difesa a dieci accusati: il Di Blasi, Benedetto La Villa, i due fratelli Giulio e Giovanni Tenaglia, Salvatore Messina, Gaetano Carollo, Bernardo Palumbo, don Gandolfo Bonanno, e maestro Francesco D’Anna e Nunzio Ruvolo; ordinò che altri si spedissero a Napoli, tra essi impunito il Patricola; sopra altri fuggiti pronunziò sentenza di bando e fra questi Corrado Calvello.
L’indomani, 18, si sarebbe discussa la causa; si affermava che la sentenza sarebbe stata di morte.  La discussione della causa ebbe luogo nel pomeriggio del 18. Il Di Blasi fu difeso dai giureconsulti Paolo e Gaspare Leone, gli altri da Felice Ferraloro.
Per impedire al popolo l’accesso furon posti sulla porta otto soldati con baionetta in canna. La discussione durò otto ore; la sentenza fu di morte per quattro: il Di Blasi, Giulio Tenaglia, il La Villa e il Palumbo; per gli altri fu di reclusione nelle orride fosse di Favignana, di Pantelleria, di Lipari. Al Di Blasi, come patrizio, la mannaia; la forca agli altri tre; l’esecuzione avrebbe avuto luogo il 20, nel piano di Santa Teresa.
Ma al Di Blasi era stata anche data altra pena: la tortura. La stessa sera della sentenza gli fu data la corda, e poichè i medici giudicarono che, per malattie, facilmente sarebbe soccombuto, gli fu mutato il genere di tortura, ed ebbe bruciate le piante dei piedi con lardo bollente. Francesco Paolo Di Blasi non tremò dinanzi alla corda, e non tremò dinanzi al fuoco. A mostrare il suo dispregio, denudò da sè stesso i piedi...


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1915. 
Pagine 855 - Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it

martedì 17 aprile 2018

Luigi Natoli: l'addio a Francesco Paolo Di Blasi. Tratto da: Calvello il bastardo.


Quel giorno parve che il governo fosse preso da una paura tremenda. Tutte le truppe furono tenute sotto le armi, nelle caserme; fu rinforzata la guardia nelle carceri e all’arsenale; a Castello a mare e al Palazzo; sui bastioni che guardano la Piazza S. Teresa, e dove è il giardino reale, furono posti dei cannoni, con le bocche rivolte al palco, caricati a mitraglia; altri cannoni furono appostati all’arsenale. L’esecuzione doveva aver luogo verso le quattro pomeridiane. Corrado sentiva battere le ore alle campane degli orologi con una impazienza mista ad apprensioni, a timori, a sospetti; il suo cuore pulsava con violenza e con un’ansia inquieta, che era in lui affatto nuova. La vista di quelle forche, di quella mannaia, orride macchine, alle quali pur era adusato in quei tempi di supplizi feroci e inumani, ora gli metteva dei brividori nelle vene. Pur si padroneggiava; la sua emozione si rivelava al pallore del volto e alla febbrile irrequietezza degli atti. Ciò che più lo stupiva era il fatto che nella piazza, sebbene si avvicinasse l’ora, non si vedesse la solita folla avida di quegli spettacoli di sangue, feroce e compassionevole nel tempo stesso.
La piazza era quasi deserta. Questa solitudine sconcertava il disegno di Corrado, che contava appunto su la folla per poterlo eseguire con minor rischio. Poche persone, e dell’infima plebaglia, circolavano per la piazza, incuriosite; e fra loro scorrevano degli uomini, con uno scapolare indosso, che andavan gridando:
- Per l’anima di questi poverelli.
Erano i confrati della Chiesa degli Agonizzanti, che ogni qualvolta si eseguiva una condanna capitale andavano per le strade, invitando, durante il tempo della triste funzione, con quel lugubre grido i pietosi a pregare per l’anima dei disgraziati, e a dare l’obolo per la celebrazione di messe in loro suffragio. A quel grido s’accompagnavano i rintocchi funerei delle campane.
Attraversata la piazza s’avviarono verso Porta Nuova, dove si erano accalcati i pochi curiosi, per vedere la lugubre processione. I condannati venivano a piedi; dinanzi andava don Francesco Paolo Di Blasi, fra due confrati della Compagnia dei Bianchi; dietro, venivano i suoi compagni di sventura, confortati anch’essi da Bianchi. Erano strettamente circondati da settanta algozini; e di qua e di là compresi in una doppia e fitta siepe di compagni d’arme, di birri, caporali, cavarretti; tutta la sbirraglia era sotto le armi. Per accostarsi ai condannati, bisognava rompere una triplice muraglia vivente ed irta d’armi. Corrado Calvello, che aveva già veduto l’apparato di forze, riconobbe la impossibilità del benchè lieve tentativo. Per veder meglio, montò sopra un sedile, dove stavano altri; confondendosi tra essi per non restar troppo in vista, e aspettò. Quando vide comparire don Francesco Paolo Di Blasi, non potè trattenere un grido di dolore. Il giureconsulto era irriconoscibile; magro, pallido, incanutito; tuttavia fermo e dignitoso. Udì e riconobbe egli quel grido? Sollevò il capo con vivacità, e il suo occhio errò su gli spettatori: vide due occhi umidi che lo guardavano, e una mano agitarsi in segno di supremo saluto; e un sorriso gli illuminò il volto...
L’esecuzione si svolse in quasi due ore. Prima fu decapitato il Di Blasi, poi furono impiccati il Tenaglia, il La Villa e il Palumbo; nessuno di loro tremò dinanzi alla morte; primi martiri della libertà iniziarono in Sicilia la lunga serie di cospirazioni e rivolte che dovevano abbattere la signoria borbonica; e mostrarono come si muore per un’idea. Quando i pochi curiosi cominciarono ad allontanarsi, il cadavere di don Francesco Di Blasi fu trasportato nella vicina chiesa dei teresiani scalzi, e deposto in una cappella, senza che alcuno dei parenti gli rendesse pietoso ufficio. Soltanto fu visto entrare in chiesa un giovane, seguito da due contadini, avvicinarsi alla bara, inginocchiarsi e recitare una breve preghiera.


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1915. 
Prezzo di copertina € 25,00 - Pagine 855
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Nella foto: lapide a Francesco Paolo Di Blasi in piazza Indipendenza a Palermo. 

Luigi Natoli: la compagnia dei Bianchi. Tratto da: Calvello il bastardo.

Questa compagnia, istituita nel 1541, e della quale potevano far parte solamente gentiluomini di provata nobiltà, aveva per ufficio di assistere fino agli ultimi istanti i condannati a morte, di qualunque ceto si fossero, di qualunque delitto rei. Pietoso ufficio che, bisogna dirlo, la nobiltà esercitava con vivo sentimento di carità, in un tempo in cui le condanne capitali erano frequenti; e con una generosità e con una scrupolosità rimaste leggendarie.
Essa aveva il pieno e completo governo del condannato, appena l’avvocato fiscale lo rimetteva in sue mani. Il governatore della Compagnia, o vogliam dire il capo di essa, affidava a quattro confrati l’ufficio di condurre nella cappella di conforto, di assistere e preparare a morir cristianamente il condannato, o, come dicevano, l'afflitto: uno dei quattro prendeva il nome di Capo di Cappella; e stabiliva tutto il da fare, riceveva la confessione segreta e gli ultimi desideri del condannato, e li trascriveva in un libro, detto Scarichi di coscienza, sul quale nessun occhio profano poteva posarsi.
I desideri dell’afflitto erano soddisfatti; le sue ultime volontà eseguite scrupolosamente; il segreto custodito gelosamente. Nei tre giorni, quanto ordinariamente durava la Cappella, il capo di cappella e gli altri confrati si alternavano l’ufficio: non lasciando solo neppur per un istante il condannato; intanto che il cappellano della Compagnia celebrava messe, confessava, amministrava i sagramenti, recitava l’uffizio e le preghiere per gli agonizzanti. Questa lunga agonia di tre giorni, che una malintesa pietà religiosa infliggeva al condannato, per alcuni veniva abbreviata a un giorno soltanto, non per pietà, ma per rigore e per fretta.


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1915
Pagine 855 - Prezzo di copertina € 25,00
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mercoledì 11 aprile 2018

Luigi Natoli: Lorenza entra nella Massoneria. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure.


Cominciai con qualche allusione a destare la curiosità di Lorenza. Sulle prime essa mostrò qualche scrupolo: l’idea di un giuramento, di pratiche che parevano ai suoi occhi una contraffa­zione dei riti religiosi, le riusciva un po’ dura. Ma io la sapevo in verità poco religio­sa; o meglio sapevo che la sua religio­ne, come quella di tutte le donne di Roma e del Regno, era più formale che profondamente intesa. Quando ella aveva ascoltato  messa, e aveva recita­to le sue preghiere la sera e la mattina e s’era confessata a Pasqua, più per forza d’abitudine che per sentimento, credeva di essere buona cristiana cat­tolica. Ai miracoli e ai dogmi credeva per ignoranza e perchè glieli avevano insegnato, ma senza fervore. Del resto la sua morale era elastica, e la cosciente osservanza dei doveri, vacillava in lei al primo urto dei piaceri, per debolezza del suo spirito.
Vinsi dunque facilmente i suoi scrupoli, quando le dissi che v’erano molti cattolici nella loggia e perfino dei preti da messa; e che si sarebbe trovata in una bella e gradita società, dove sarebbe stata onorata.
Contemporaneamente, io persuasi l’abate Granier ad ammettere le donne nell’esercizio della libera muratoria, le logge avrebbero avuto grazia e signorilità dall’intervento di signore; e, pei fini dell’Ordine, la collaborazione delle donne sarebbe stata utilissima. 
Così un mese dopo, nel primo di giugno, Lorenza fu introdotta in Loggia, bendata. 
Ella rispose alle domande, secondo io le avevo suggerito; ma quando fu il momento di giurare, disse che avrebbe prestato il giuramento, purché non si violava la sua religione. L’abate Granier le disse con tono severo: 
- Voi dovete promettere di ubbidire, e non badare a questo; la Massoneria è la base della virtù. 
Allora essa, posando una mano sulla spada del Venerabile giurò; e il Venerabile prese la legaccia dell’ordine, che è una fettuccia sulla quale sono ricamate in oro le parole Unione, Silenzio, Virtù e gliela legò su la gamba sinistra, sopra il ginocchio, ingiungendole di dormir quella notte con la legaccia. 
Nel dover mostrare tutta la gamba – Lorenza aveva le gambe ben fatte – essa arrossì alquanto; ma arrossì di più quando il Venerabile le diede i cinque baci di rito; e quando, condotta in giro per la presentazione, dovette dare e ricevere il bacio di tutti i fratelli. Io credo però che dopo la prima ritrosìa, ella abbia preso gusto al giuoco.
In tal modo Lorenza entrò nell’ordine massonico, e cominciò a prender parte alle adunanze; e fui io il primo a far affiliare le donne alla massoneria militante e a trasformar le logge in miste.


Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure. 
Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914
Pagine 884 - Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Luigi Natoli: la vita del prigioniero. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure.


Da quando era entrato nel forte, ed eran quattro anni, dopo un processo laborioso, Giammaria era la prima persona con la quale discorreva; per quattro anni era stato relegato nel silenzio della segreta, guardato con disprezzo e terrore; oggetto di scherni e di crudeltà, contro le quali non poteva reagire. Nessuno doveva parlare con lui; neppure il barbiere, che una volta al mese radeva i prigionieri, non già per igiene o per decenza, ma perché la barba era segno di giacobinismo.

Aveva dovuto infingere una rassegnazione che non sentiva; ma era forse effetto della debolezza fisica, questa che gli pareva forza di rassegnazione.

La condanna era crudele; oltre alla segregazione in quella piccola, fetida, umida segreta, senza altro mobile che un banco di pietra sul quale era disteso uno schifoso pagliericcio; era obbligatorio il digiuno rigoroso per tre giorni della settimana: pane e acqua negli altri, una minestra di legumi nauseabonda le domeniche. La sua salute ne aveva sofferto; i suoi muscoli, la sua carne se ne erano logorati.

Egli non poteva sorreggersi con la speranza di una liberazione prossima o lontana che fosse.

Gli ultimi quindici giorni

L’arciprete don Marini e il suo coa­diutore, il padre don Filippo Scalini, per quei quindici giorni, a vicenda avevano tentato ogni via per ammolli­re il cuore di quell'uomo, che, per loro, era in preda del demonio. Egli pareva si fosse chiuso in un mutismo, che nè esortazioni, nè preghiere, nè mi­nacce e neppur torture eran valse a vincere. Gli avevan punto le carni, gli avevano storto le braccia per vedere se conservava la sua sensibilità e se quel mutismo fosse un effetto del colpo apo­pletico o di pravità d’animo; egli si era riscosso, aveva mandato un urlo che non aveva nulla di umano, ed era caduto nel suo mutismo. Soltanto i suoi occhi avevano conservato nella profondità dello sguardo, la loro elo­quenza; e spesso alle insistenti doman­de degli ostinati padri, esso si era illu­minato di una superiorità sdegnosa, o di una penetrazione così profonda, che quelli se ne erano sentiti imbarazzare.


Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure. 
Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914. 
Pagine 884 - Prezzo di copertina € 25,00.
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
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Nella foto: La cella del conte di Cagliostro. 

giovedì 1 marzo 2018

Luigi Natoli:da un articolo di William Galt del Giornale di Sicilia dell'epoca la reazione dell'autore alle critiche dei lettori sul Paggio della Regina Bianca.


Dunque una insurrezione?
Come un povero re Manolillo qualunque, il quale venuto in uggia o in dispetto ai sudditi, è mandato a spasso, così, dai miei lettori, in uno scoppio irrefrenabile di indegnazione… letteraria sono stato detronizzato; peggio ancora; come fossi un Luigi XVI sono stato minacciato di impiccagione o decapitazione, o dileggiato da tutti i Simon che formano i tre quinti dei lettori d’appendice.
L’indegnazione è stata suscitata dallo scioglimento inaspettato e impreveduto del Paggio della Regina Bianca; scioglimento che non è andato a verso dei lettori, che si aspettavano, probabilmente, qualche terzetto melodrammatico fra i personaggi principali.
Il direttore mi ha dato un fascio di lettere, provenienti da parecchi paesi della Sicilia; alcune delle quali manifestano la loro indegnazione con forme grammaticali che rivelano la profonda cultura dei loro autori; altre si esprimono con forme di galateo che indicano negli scrittori direi quasi una specie di analfabetismo del galateo. Ora queste in special modo, le impertinenti cioè, firmate o no o con dozzine di nomi, lungi dal provocare in me una reazione di sdegno, mi procurano un momento di irrefrenabile ilarità, e accrescono il mio appetito. E la vita è così poco gioconda, ed ho tante e tante malinconie d’intorno, che io son grato a queste brave persone del momento di allegria che offrono al mio spirito.
Chi vi dice che William Galt non abbia avuto ragioni per troncare repentinamente il romanzo; o meglio per condensare gli ultimi capitoli in uno, e sbrigarsi. Mettiamone una: per esempio, non si sentiva più la voglia di scrivere. Quando qualcuno degli scrittori delle lettere non ha più voglia di giocare a primiera o allo scopone nel patrio circolo, può forse esser costretto a giocar suo malgrado? E quando egli ha pieno lo stomaco, ha forse più la voglia di mangiare un altro piatto di maccheroni? E quando è stanco da lungo e disastroso cammino, e non si sente più le gambe di andare innanzi, non si mette forse a sedere anche per terra? Questo potrebbe essere uno dei casi miei, cari lettori. Come ogni semplice mortale, per quanto William Galt, io avrei potuto essere stanco; e non ci sarebbe nulla di strano. Alla fine ho pubblicato uno dopo l’altro quattro romanzi, che formerebbero, se stampati, cinque grossi volumi di quattrocento pagine per uno, che non è poco; e per quanto romanzi d’appendice, a fondo avventuroso, a grandi tinte, d’effetto, pure c’è in essi una parte, che, forse sfugge alla parte più grossa dei lettori, certo è sfuggita ai venti o trenta scrittori delle lettere, ma coloro che se ne intendono sanno che costa qualche fatica: ed è la ricostruzione storica dell’ambiente e lo studio del costume. Sapessero le cure scrupolose che metto soltanto per la esattezza topografica!... 
Ora tutto ciò costa un grande lavorìo del cervello, e se i lettori pensano che con altri pseudonimi e col nome che mi danno i registri dello Stato Civile, ho in quest’anno scritto e pubblicato altri lavori di importanza maggiore che non siano i romanzi d’appendice; e se riflettono per poco che mentre contemporaneamente ho lavorato intorno a queste tre o quattro opere diverse di contenuto, di forma, di finalità, di intenzione, ho pure ogni giorno scritto e mandato invariabilmente le cartelle per l’appendice della giornata, gli scrittori delle lettere dovrebbero maravigliarsi che non ho pensato a mandare, più presto a quel paese, il Paggio e i suoi compagni. 
Ma, lasciando da parte questa ragione fisiologica, che potrebbe avere il suo peso, e altre ragioni mie che è inutile dire, o che cosa volevano dunque i lettori? Durante la pubblicazione del romanzo c’era chi mi scriveva di farlo finire a un modo, e chi di farlo finire a un altro: chi la voleva cruda e chi la voleva cotta: v’erano i partigiani di Tarsia, di Iana, di Giovannello e di Simone: v’era chi voleva a ogni costo che la regina Bianca diventasse l’amante di Giovannello, mentre essa fu onestissima; chi voleva che Giovannello ridiventasse conte di Modica, mentre quest’ultimo rampollo dei Chiaramonte morì senza lasciar nessuna traccia di sé, come una nube che dilegua al sole… Insomma cento pareri, cento desideri, che ad appagarli, se avessi dovuto preoccuparmene, avrei dovuto scrivere cento Paggi paralleli. 
Fortunatamente io avevo la mia idea. 
L’autore, anche se scrive giorno per giorno la puntata da pubblicare, ha già nel cervello la trama, e sa dove ha da arrivare. Il Paggio non poteva e non doveva avere altro scioglimento che quello che ebbe. Prosaico? Ma… Affrettato? Può essere e l’ho detto. Al pubblico non è piaciuto? Mi rincresce, ma non ho proprio che farci. Fischia? Si accomodi, non gli do torto, ma non riconosco d’averne io. Scrive male parole? Mi diverto io, dopo aver divertito lui con quattro romanzi… e mi apparecchio a divertirlo col quinto. 
Col quale – direbbe l’oramai celebre Oronzio E. Marginati – gli stringo la mano, e a rivederci… col Vespro.  

William Galt.


Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca. Ricostruito nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg. 
Pagine 702 - Prezzo di copertina € 23,00
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mercoledì 28 febbraio 2018

Luigi Natoli: La prigione del Pozzetto. Da: Cagliostro e le sue avventure.


La prigione detta del Pozzetto era la peggiore di tutti: si trovava nella torricella del mastio, a occidente; alta dal suolo circa sessantaquattro braccia, illuminata da un finestrino con triplice inferriata, aperto a meno di tre palmi dal pavimento nudo e limaccioso, nella parete spessa otto palmi. Angusta, umida, semioscura; non aveva porta: vi si entrava dall’alto, per una botola che si apriva esternamente, donde, occorrendo, si calava una scala. Il prigioniero vi era stato calato con una corda; forse per questo, la prigione aveva nome Pozzetto: nessuna fibra, per forte che fosse, avrebbe potuto durare a lungo in quella sepoltura, che la pietà religiosa del sant’uffizio e del papa dava ai prigionieri. Non v’era che un mucchio di paglia per giaciglio, gittata in un angolo, sotto un grosso anello di ferro infisso nella parete per incatenarvi il prigioniero.



Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure. Ricostruito nell'unica versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914. 
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Luigi Natoli: le innovazioni di Cagliostro alla massoneria. Da: Cagliostro e le sue avventure.


Le logge seguivano tutta la stretta osservanza, ed eran sotto la protezione della Corte: sicchè era vano ogni tentativo di modificarle secondo quelle idee, che con la lettura dell’opuscolo di Giorgio Cafton, s’erano venute formando nella mia mente. 
Qualche visita che vi feci mi confermò nella mia idea, che cioè l’illuminismo, che era la dottrina di queste logge, conduceva a una specie di ateismo sterile. Ma dove io concepii la necessità di una riforma, fu a Lipsia, dove udii dalla stessa bocca di Scieffort, la sua dottrina. Essa era un impasto curioso della dottrina del primo fondatore Giovanni Boheme – la quale ammetteva che l’uomo riceveva direttamente da Dio un lume speciale, per cui poteva da sé raggiungere la perfezione – di riti massonici, e dell’ordine fondato da Adamo Weisshaupt, qualche anno prima, che mescolando fra loro la dottrina dell’illuminismo e i riti massonici ne aveva cavato fuori una setta più politica che altro; e che pretendeva poter generare il bene dalle stesse cause che generavano il male. 
Tuttavia io vi riscontravo qualche cosa che poteva servire ai miei scopi. 
Io facevo come l’ape. Andavo suggendo qua e là ciò che mi poteva servire. Dal conte di Saint-Germain, come da Scieffort; da Swedemborg – e da costui presi anzi molto – come da Cofton; dagli alchimisti di cui studiavo i segreti, come dai libri di mastro Altotas; dalle mie conoscenze di medicina come da quelle cognizioni superficiali di storia e della Scrittura; da quella mia forza occulta, come dalle pratiche magiche di cui conoscevo i procedimenti. 
Tutto ciò doveva servirmi nella esecuzione del disegno che già s’era fermato nella mia mente. 
Una voce interna mi chiamava a compiere grandi cose; l’avvenire si schiudeva dinanzi a me; io mi lanciai animosamente nel nuovo cammino, con la sicurezza della vittoria. 
“Tutto ciò che voi credete maraviglioso, e che sia frutto della vostra scienza, è vecchio; io lo appresi in un tempo del quale ho perduto la memoria. Voi tramutate i metalli? Ed io li tramuto da un pezzo; voi credete di possedere la pietra filosofale, ma vi ingannate: nessuno di voi conosce la formula segreta del divino Ermete Trimegisto incise sopra una colonna del tempio; perché nessuno di voi ha passato lunghi anni nella penitenza e nel colloquio con Dio e coi sette Angeli, come li ho passati io tra le rovine di Menfi o dentro le Piramidi misteriose, dove nessun mortale è mai entrato: voi credete di essere immortali, ebbene io dico a voi che non passerà un mese che Scieffort, colpito dall’ira divina, morrà.”

“La mia dottrina, che è la vera, ha uno scopo: la rigenerazione dell’uomo; mira ad aumentare la potenza e la dignità della sua anima; a insegnar loro, che per quanto grandi siano le cose maravigliose che egli può vedere, siano anche i sette angeli che stanno al cospetto di Dio, egli non deve adorarli, ma considerarli per uguali; che nel mondo degli spiriti o egli non deve penetrare, o se vi penetra, deve parlare da maestro e dominatore non già implorante o avvilirsi; poiché egli è stato creato a immagine di Dio, che gli ha dato il diritto di comandare e dominare la natura. Per giungere a questo non sono necessarie le vostre cerimonie; le vostre formule magiche; ma un cuor puro, un animo forte, amare, far del bene e aspettare!”


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Luigi Natoli: il giuramento di Cagliostro nella loggia massonica. Da: Cagliostro e le sue avventure.


Mi legò una benda sugli occhi, così fortemente, che non era possibile veder nulla; e presomi per mano, mi tirò dietro di sé.
Udii tre colpi picchiati a una porta, e alla diversa temperatura capii che entravamo in un’altra sala. 
- Fermatevi qui. 
Passò un istante di silenzio. Una voce diversa, che veniva dal fondo, mi rivolse le domande di rito: 
- Profano, voi avete osato penetrare nel nostro tempio. Chi siete?
Ripetei per la terza volta il mio nome. 
- Che cosa cercate?
- La luce. 
Non vi ripeterò il dialogo che ne seguì, perché sarebbe ozioso: mi si domandò se credevo in Dio, nell’immortalità dell’anima e via via dicendo; e in seguito mi si fecero compiere i viaggi attraverso l’aria e il fuoco. Io sapevo già che questi viaggi erano simbolici; non provai dunque, nel sentirmi lanciare nello spazio, e accaldare il viso, alcuna commozione di spavento: ma alla terza prova, alla quale fui sottoposto, non potei padroneggiare un gesto di ripugnanza. 
Colui che mi accompagnava, mi pose nelle mani una pistola: 
- Quest’arme, – disse, – è carica. Appoggiatela al vostro capo e sparate. 
Come vi ho detto provai un istante di ripugnanza: ma subito pensai giustamente che se la pistola si caricasse veramente, a palla, le logge si potrebbero chiudere per mancanza di socii. Così non esitai a tirare il grilletto. Sentii lo scoppio, e un colpo alla testa, ma naturalmente non morii, né riportai alcuna ferita. Era evidente che il colpo era sparato da altri, e che la percossa era simulata. 
Allora fui fatto inginocchiare, e pronunciai il seguente giuramento: 
“Io Giuseppe Cagliostro alla presenza del grande Architetto dell’Universo e a quella dei miei superiori come pure della rispettabile società in cui mi trovo, mi obbligo di fare tutto quello che mi verrà ordinato dai miei superiori; e perciò mi obbligo sotto le pene stabilite da loro di obbedirli ciecamente, senza ricercarne il perché, e di non rivelare né in voce, né in iscritto, né con gesti il segreto di tutti gli arcani che mi saranno comunicati”. 
Sbendato, mi trovai in una grande sala così sfarzosamente illuminata, che per poco non ne fui accecato; e non fui poco stupito dal vedere che tra i liberi Muratori vi era anche l’amico O’Reilly e v’era Ricciarelli, che era stato ricevuto qualche ora prima di me. 
La cerimonia non terminò col giuramento. Condotto dinanzi al trono del Venerabile, egli, ponendomi la spada sul capo mi diede il battesimo massonico, mi abbracciò e mi baciò, e presentatomi come un fratello, mi fece condurre in giro perché avessi il bacio fraterno. 
Ebbi anche due paia di guanti, uno da uomo, come simbolo che dovessi serbare la purità delle mani, e non macchiarle mai del sangue dei miei fratelli liberi muratori, e uno da donna, da regalare alla donna amata. 
Io li portai a Lorenza. 
Il primo grado massonico è di apprendista; vengono poi quelli di compagno e di maestro. Questo grado è quello del perfetto massone; e non vi si arriva, se non dopo un tirocinio più o meno lungo, e dopo aver dato prova di rettitudine e di segretezza. 
Ma questo tirocinio per me si ridusse a una settimana; alla nuova riunione, io passai a compagno e a maestro, e n’ebbi la patente, il 2 giugno del 1777, firmata dal segretario della loggia Giacomo Helsteim.


Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure. Nell'unica versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914. 
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Luigi Natoli: La società dei Liberi Muratori. Da: Cagliostro e le sue avventure.


Questa società non mi era ignota; nel primo soggiorno in Londra e in Parigi ne avevo sentito parlare; avevo sentito dire che eran tutta una cosa con la setta degli Illuminati, e durante i miei viaggi avevo approfondito queste conoscenze, leggendo qualche opera intorno alle dottrine di Swedenborg che ne fu il predicatore.
Più tardi mi venne fra le mani un libro: le costituzioni della massone­ria, stampato a Londra nel 1723 da William Hunteer, che mi invogliarono a conoscere più intimamente questa società misteriosa, della quale nessuno sapeva i veri fini; ma che a me appariva come la depositaria di qualche verità, non a tutti rivelabile.
La storia che se ne faceva era veramente maravigliosa. 
Risaliva ai tempi di Salomone e alla fabbrica del Tempio di Gerusalemme. Da allora at­traverso il corso dei secoli, ricercata dai cristiani, la verità massonica si era trasmessa intatta, come un sacro deposito fra gli iniziati. Nel Medio Evo essa aveva avuto il suo splendore coi Cavalieri della Tavola Rotonda, con le corporazioni dei fabbricatori delle cat­tedrali, coi cavalieri Templari.
Per tempi e società diverse dunque si era potuta conservare intatta una ve­rità, così alta e divina, che non si poteva accedere senza una lunga iniziazione (20).
Io mi domandavo se per avventura non avessi trovato in essa la spiegazione di quanto ancora in certi fenomeni di divinazioni o d’altro mi accadeva. 
La loggia Speranza era al nume­ro 369 della Royale Taverne. O’ Reilly mi lasciò sull’uscio, dopo avermi date alcune indicazioni, e sparve.
Io picchiai a una porta, che si dischiuse. 
V’era dentro un così fitto buio, che non si vedeva nulla; ma udii na voce domandarmi chi fossi. Diedi il mio nome; e allora di fra le tenebre una mano mi prese per braccio e mi atti­rò; e la porta si richiuse senza far rumore.
Io non vedevo nulla; mi trovavo certamente in una stanza, ma non potevo dire dove fossero le pareti; tutto era nero intorno a me, sopra di me, sotto di me: un nero spaventevole e senza confini; del quale accresceva l’orrore un piccolo e fioco lumicino posato sopra qualche cosa, che a poco a poco riconobbi per un tavolino.
Dovetti stentare un poco, prima di potermi abituare a quell’oscurità; ma poi cominciai a scorgere qualche cosa, tra il nero delle pareti: dei teschi e del­le tibie; e indi m’apparve sulla tavola, come se qualcuno ve lo avesse deposto allora allora un vero teschio, con le occhiaie vuote e il sogghigno beffardo.
Quella vista, quel nero, il silenzio e la solitudine mettevano un senso di raccapriccio. L’aspettazione diventava lunga, io provavo del fastidio, e cercavo di svagarmi pensando ad altre cose, e guardandomi intorno, quando, nel voltarmi vidi corruscare dietro di me qualche cosa che poteva essere una lama....


Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure. Ricostruito nell'unica versione originale pubblicata in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914. 
Pagine 884 - Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

giovedì 15 febbraio 2018

Luigi Natoli: la tragica fine di Paolo Pollastra. Tratto da: Giovan Luca Squarcialupo.


Qualche giorno dopo, la quiete succedeva alla tempesta, almeno in apparenza: Paolo Pollastra e più di cento popolani furono arrestati, non ostante che si domandasse il perdono per tutti. Il viceré, che non aveva saputo o voluto impedire il tumulto e le stragi, ora, a cose quiete volle sfogare le sue vendette; e Paolo Pollastra e trenta popolani furono condannati a morte. Quello, come nobile, doveva esser decapitato, gli altri impiccati.
Lo spettacolo di una così grande giustizia era così nuovo, che la piazza Marina era stipata di curiosi. Il Sant’Offizio aveva offerto supplizi di dieci e più persone in una volta: ma trenta impiccati in uno stesso spettacolo, non si erano mai veduti. Erano state drizzate di qua e di là dal palco per la decollazione, sei forche, con cinque nodi scorsoio per ciascuna.
La folla dunque, era immensa, nella piazza, allora più vasta e con pochi irregolari gruppi di case. Dame e cavalieri a cavallo vi erano intervenuti, e avevano occupato il posto migliore; molti stavano alle finestre dello Steri, il magnifico palazzo chiaramontano, che i Viceré avevano scelto per loro dimora; e vi stava anche il viceré coi giudici della magna Curia.
Come tutti gli altri anche Tristano andò al macabro spettacolo: e se ne stava in un posto donde poteva ammirare le belle dame di Palermo. Accanto a lui si trovava Gian Luca Squarcialupo, che aveva per Tristano la simpatia e la benevolenza di un fratello maggiore. Se Tristano, come un puledro che sente i primi fremiti e con le froge aperte annusa nell'aria l'odore della giumenta, ammirava e aspirava il profumo della bellezza muliebre, Gian Luca guardava torbido lo spettacolo orrendo dei corpi che pendevano dalle travi, ancor guizzanti negli spasmi dell'agonia, dalle travi infami. Paolo Pollastra fu decapitato per ultimo.
- Ecco – diceva – come finiscono questi tumulti senza un piano, senza una meta! E quel disgraziato di Paolo Pollastra che ha creduto davvero di diventare il padrone di Palermo, perché tutta la marmaglia lo ha seguito e lo ha acclamato!… Ora, sconta la sua superbia… Credete quello che vi dico io, Tristano: non si fanno sommosse, senza un piano, senza un pensiero, senza un uomo di conto e autorevole che sappia quel che vuole. E bisognerebbe persuadere gli amici artigiani e i borghesi che non insorgano se non quando la nobiltà scende in campo… Che questa nobiltà si muove solo per difendere i propri interessi, non quelli del popolo…


Luigi Natoli: Squarcialupo. Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 02 febbraio 1924 ed edito per la prima volta in libro a cura de I Buoni Cugini editori. 
Pagine 684 - Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Scontistica riservata per librerie e biblioteche. 

Luigi Natoli: la rivolta di Paolo Pollastra. Tratto da: Squarcialupo


Tristano ritornava a casa, quando dall'alto della piazza di Ballarò veniva una fiumana di gente armata, in mezzo alla quale, un cavaliere a cavallo, agitava la spada sguainata. La folla urlava grida di morte:
- Ammazza gli spagnuoli! Ammazzali! 
Il balenìo delle armi accompagnava ferocemente le parole; e tutto intorno pareva scosso e sollevato dall'odio, come i marosi dal vento.
Tristano si fermò, guardando con stupore e non senza pena. Per quanto gli spagnuoli fossero stranieri, e non si fossero mai cattivato l'amore dei siciliani, per la loro albagia, e i loro arbitrii, e per quanto i soldati, spinti dalla fame, avessero commesso violenze, egli ricordava di aver militato con loro e di aver fra essi buoni compagni. E prevedeva che quel furore popolare avrebbe immerso la città in un lavacro di sangue, tra scene spaventevoli di orrore. Quando la folla fu più vicina riconobbe il gentiluomo che pareva se ne fosse fatto capo.
Era il magnifico Paolo Pollastra, un cavaliere, che nel quartiere dell'Albergheria godeva di grande reputazione di bravura, e fra quella gente rissosa faceva spesso da arbitro, ubbidito e seguito.
La notizia delle prime uccisioni, era giunta subito a lui; che sceso di casa armato, salito a cavallo, a grande voce aveva raccolto a sè i popolani più maneschi: ai quali via via si erano uniti gli altri, e la fiumana ingrossata, scendeva minacciosa.
- È tempo di finirla! – gridava il signor Paolo: – fuori questi barbari! Vogliamo esser padroni in casa nostra!... Fuori gli spagnoli!
E la folla acclamava; ma oltrepassando il pensiero di messer Paolo, invece di limitarsi alla espulsione gridava che bisognava uccidere, bisognava scannarli quegli stranieri odiati. Un nuovo Vespro. A Tristano parve una esagerazione inumana. Facendosi largo si avvicinò a messer Paolo, e fermandogli il cavallo, gli disse:
- Che cosa fate, magnifico? Volete spingere la città alla rivolta?
- È tempo! – rispose il cavaliere – abbiamo tollerato troppo questi stranieri.
La folla scese nel cuore della città, invase la piazza del palazzo pretorio, gridando contro il pretore e i giurati; quand'ecco dall'altro lato, si sentì un mugghio di tempesta: e dai vicoli si vide venire degli spagnoli atterriti, qualcuno con volto insanguinato, che cercavano uno scampo, e dietro a loro torme di plebei furibondi, che li incalzavano urlando:
- Ammazzali! Ammazzali!
Allora quelli che seguivano Paolo Pollastra, eccitati dalla caccia e dal sangue, diedero addosso a quei miseri; l'improvviso scomporsi, sprigionò Tristano, che non potendo, solo com'era, opporsi a quella moltitudine insensata e feroce, si ritrasse nella vicina chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio, detta della Martorana. E giunse appena in tempo; perché il sagrestano, temendo che in quel tumulto potessero invadere la chiesa e saccheggiarla, ne chiudeva le porte.
Ma poco dopo ebbe vergogna, lui soldato, d'aver ceduto all'istinto della salvezza, e poiché il tumulto si era allontanato, non trova alcuna difficoltà a farsi aprire. Uscì col proposito di cercare persone più autorevoli che non lui, giovanissimo, per far cessare la inutile strage. Andando verso la Loggia, si imbattè in un giovane cavaliere che godeva buona reputazione, il signor Giovan Luca Squarcialupo.
Verso sera, Don Pietro Cadorna conte di Golisano, don Federico Patella (veramente si chiamava Abatelli) conte di Cammarata, ai quali si erano uniti il marchese di Licodia, Matteo Santapau, il conte di Geraci Simon Ventimiglia, il signor di Militello, Giovan Luca Squarcialupo, Tristano ed altri signori, a cavallo, andarono per le strade ove maggiore era il tumulto, e con le esortazioni, le minacce, le promesse: con l'autorità del nome e il prestigio di valore e di generosità che specialmente rendeva ben accetto il conte di Golisano, disarmavano gli animi. Ma vi concorrevano anche alcuni religiosi e qualche popolano; quelli con la minaccia di scomuniche, questo con le arguzie.
Niente disarma più è meglio della risata; e mastro Jacopo Piededipapera lo sapeva...


Luigi Natoli: Squarcialupo. Nella edizione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 02 febbraio 1924 e per la prima volta edita in unico volume a cura di: I Buoni Cugini editori. 
Pagine 684 - Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online
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martedì 13 febbraio 2018

Luigi Natoli: Donna Aurora de Ribadeneyra.


Corrado la guardò dapprima con curiosità, poi con interesse, infine con ammirazione.
Donna Aurora aveva forse diciassette o diciotto anni; era piccola, sottile, delicata; pareva una figura di sogno, piuttosto che una donna reale; col suo volto di perla, i capelli di oro, gli occhi grandi, azzurri, di una dolcezza maravigliosa sotto l’arco delle ciglia brune e folte. La bocca, dalle labbra tumidette, aveva una curva tenera e malinconica nel tempo stesso; pareva una bocca fatta per pronunciar dolci parole e sospirar mollemente in un abbandono di tutta la persona. In quel momento, ancor pallida e trepidante, stretta al padre come un uccellino nel nido sotto le ali materne, ella aveva una grazia infantile, che la rendeva ancor più bella e affascinante.
Il sergente la guardava con uno stupore muto discoprendo sempre nuovi incanti che accrescevano sempre la sua ammirazione e gli davano uno strano turbamento.
A un tratto gli occhi della fanciulla si posarono sopra di lui, si incontrarono coi suoi, tremarono, si inumidirono, si chinarono lentamente, mentre una viva fiamma le si diffondeva per le guance; poi si levarono di nuovo, rapidamente, e si abbassarono ancor più rapidamente, e un grande pallore successe alla porpora... Più volte i loro occhi si incontrarono così, e lo stesso turbamento univa in una sensazione comune e misteriosa le loro anime.
Allora pensò alla sua umile condizione; e uno scoramento indicibile dileguò quelle tenui speranze, come un colpo di vento fa delle foglie morte sparse per terra. Donna Aurora, unica erede di quei nonni vecchi e ricchissimi, bella e gentile, doveva certo essere ambita dai primi signori del regno, e il marchese suo padre aveva certo dei grandi sogni su lei; che cosa era egli per osare, soltanto osare, di levar la mente fino a quella fanciulla? Un oscuro sergente!... Sì; certo il sangue che scorreva nelle sue vene poteva essere più illustre anche di quello di un Ribadeneyra, ma aveva egli il diritto di vantarsene? Sopra di lui pesava una fatalità, contro la quale nessuna forza sarebbe valsa. Era la fatalità di una legislazione, che per secoli condannava all'oscurità e bollava con un marchio d'infamia chi non era nato fra le sanzioni della legge. Egli non si poneva dinanzi agli occhi della mente l'ingiustizia sociale che faceva la colpa di un amplesso clandestino o criminoso sopra chi non aveva domandato o desiderato di esser posto al mondo, nè vedeva tutta la crudeltà di un pregiudizio, che immola un innocente in olocausto alla ipocrisia dell’onestà o della reputazione altrui. Egli non poneva dinanzi a sé questo problema insoluto e insolubile, perchè in quel tempo non se ne discuteva neppure; ma ne sentiva tutto il peso, chinandosi sotto di esso, sapendo di non poterglisi ribellare, nè di potersene liberare.
A un tratto un nuovo pensiero balenò nella sua mente. Non aveva egli conquistata donna Aurora col rischio della sua vita? Se egli non fosse soccorso, a quell'ora «don Diego» non avrebbe consumate le violenti nozze, non avrebbe fatta sua la fanciulla, contro ogni divieto, per solo diritto di conquista? E togliendola a quelle nozze aborrite, egli non aveva acquistato per sè quel diritto, al quale si aggiungeva anche, o si sarebbe dovuto aggiungere, il sentimento della riconoscenza? Belle idee, ma intanto donna Aurora e lui erano posti ai due estremi di una scala. Ella ricca, egli povero; ella nobile e di pure origini, egli oscuro e macchiato; ella con un bel nome sonante, egli senza alcun nome!
Intanto entrò il padre guardiano. Corrado gli diede la lettera di raccomandazione. Era dell'archivario del Tribunale della Monarchia, don Andrea Natoli. Quel tribunale, come si sa, aveva giurisdizione sopra tutti i conventi e monasteri di Sicilia; immaginiamo dunque se il padre guardiano fece buon viso alla lettera; specialmente poi quando lesse che la persona raccomandata era il signor don Corrado Maurici, sergente dei fucilieri del reggimento Sicilia...
- Ah! siete voi quel bravo, quell'eroico giovine che ha salvato l'illustrissimo signor marchese?
 
 
Luigi Natoli: Calvello il bastardo.
Pagine 880 - Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online.
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lunedì 12 febbraio 2018

Luigi Natoli: Ferrazzano. Pubblicità dell'epoca.

Questa è la fedele riproduzione del romanzo Ferrazzano pubblicato da Luigi Natoli in appendice al Giornale di Sicilia a partire dal 30 ottobre 1932 con lo pseudonimo di William Galt. In quest’opera lo scrittore palermitano narra di Ferrazzano, comico del ‘700 quale maschera del teatro siciliano. Di lui si sa poco. Forse è anche realmente esistito, e alcune sue storie tramandate dal popolo, Natoli le riporta nel romanzo imbrigliando ad arte il personaggio fra realtà e fantasia...
 
 
 
“Egli era l’anima di tutti, ne interpretava ciò che aveva di più caratteristico, lo spirito, mettendone in caricatura i difetti; or grossolano, or fino e sottile; ora pigliava batoste che mandavano il pubblico in visibilio, or le dava con non minor festa. Era insomma tutto quanto il pubblico”.
 

Luigi Natoli: Ferrazzano. Nell'unica versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 30 ottobre 1932.
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online.
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