lunedì 19 luglio 2021

Luigi Natoli: La Sicilia, ager publicus di Roma. Tratto da: Gli Schiavi.

Nel lungo duello con Cartagine, durato circa un secolo, Roma, insignoritasi dell’isola, se n’era fatta una base per tenere a freno i popoli dell’Africa. La folla dei Romani e degli Italici vi si era accampata come un popolo dentro un popolo, del quale sentiva la superiorità nel vivere civile. Altrove Roma, dove assoggettava popoli barbari o di civiltà inferiore, colonizzava, trasformava, latinizzava; ma in Sicilia, dove trovava Siracusa, Acroganto, Catana, Centuripe, Tauromenio e altre città ricche, splendide, altamente progredite; dove, fiera e rozza com’era, aveva tutto da imparare, attese ad abbassare il livello dei cittadini. E li spogliò. I Siciliani ricchi si dettero ad imitare i nuovi padroni. Considerata come ager publicus, proprietà dello Stato, i conquistatori si diedero ad accrescere le loro terre con la frode e con i ladroneggi, in una gara di rapacità e di invidie. Ma la coltivazione richiedeva un gran numero di braccia; quelle dei Siciliani richiedeva molta spesa; quelle degli schiavi costava assai meno. E Roma inviò in Sicilia grandissimo numero di prigionieri di guerra, altre migliaia ne fornivano i pirati, che facevano continue scorrerie nelle coste dell’Asia e dell’Africa, e anche in quelle della Sardegna e della Sicilia, rapivano i giovanetti e le fanciulle e andavano a venderli a Delo, grande mercato umano. In Sicilia se ne faceva anche allevamento, facendo accoppiare gli schiavi, poiché era legge che i figli procreati dagli schiavi fossero proprietà del padrone.
Così la Sicilia era popolata da pochi ricchi, Romani i più, e da molti poveri, che erano Siciliani, e da schiavi non siciliani. Tutti questi cavalieri e impiegati romani, venendo in Sicilia e trovandosi al cospetto di monumenti bellissimi, di gente facoltosa e amante di bellezza, erano presi dalla febbre di non parere rozzi. Roma infatti non aveva ancora raggiunto lo splendore dell’età imperiale, aveva case di legno, e conservava qualche cosa dell’antica semplicità: ma i ricchi – patrizi e cavalieri – venuti in contatto con altre città della Magna Grecia e della Sicilia, avevano trovato indegno che essi, i dominatori di tante regioni, possessori della ricchezza, vivessero ancora in case disadorne e non si circondassero di lusso. Esagerando come tutti i nuovi arricchiti, profondevano il denaro per fabbricare palazzi e ville sontuose, empirle di statue e di vasi, tenervi corti di musici e di danzatrici, di funamboli, di mimi; sfoggiavano una ricchezza ingiuriosa agli occhi delle popolazioni spogliate. Tuttavia mancava loro qualche cosa: mancava la finezza; compravano statue senza intendimento d’arte; e vasi senza gusto. Doveva ancora passare qualche secolo perché superassero in raffinatezza i popoli stessi dell’Oriente.



Luigi Natoli: Gli Schiavi – Romanzo storico ambientato nella Sicilia del 103 a.c. al tempo della Seconda Guerra Servile. L’opera è ricostruita e trascritta dal romanzo originale, pubblicato con la casa editrice Sonzogno nel 1936. Le note aggiuntive dell’editore sono poste allo scopo di far capire maggiormente al lettore il grande lavoro di ricostruzione del periodo storico del romanzo svolto dall’autore.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 387 – Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
On line su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store.
In libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Nuova Ipsa (Piazza Leoni), Libreria Sellerio (Viale Regina Margherita, Mondello) 

Luigi Natoli: Caio Cecilio Pulcro, latifondista romano. Tratto da: Gli schiavi.

Caio Cecilio Pulcro, cittadino romano e latifondista, una mattina di gennaio, fresca, nitida, rallegrata da un bel sole che pareva annunziasse una primavera anticipata, era disceso dalla sua villa, in riva quasi all’Achitio, per sbrigare i suoi affari con gli edili, ed ora entrava nel Foro. Lo precedevano gli antiambulatori, schiavi che avevano l’incarico di battistrada, e il nomenclatore, che lo annunziava; e lo seguivano circa trenta altri schiavi, alcuni dei quali portavano la lettiga, con cui era venuto in città. Alla sua sinistra, ma un po’ indietro, veniva Atenione, schiavo che godeva di una mezza libertà, ed occupava nella casa di Caio Cecilio, di cui possedeva la fiducia, l’ufficio di attore, che era una specie di intendente. 
Caio Cecilio Pulcro era ricco. Discendeva da una famiglia che da circa mezzo secolo si era trapiantata in Sicilia. Un suo avolo si era arricchito, durante la prima guerra punica, con la fornitura dei viveri all’esercito romano. Accorto, intuendo quello che, cessate le guerre con Cartagine, sarebbe diventata la Sicilia, vi aveva acquistato alcuni terreni. I suoi discendenti li avevano accresciuti con ogni mezzo lecito ed illecito. Il padre di Caio Cecilio, diventato latifondista, s’era risoluto di trasferirsi in Sicilia, dove già una folla di Romani, patrizi e cavalieri, vi si era gettata come uno stormo di corvi sopra una carogna, traendosi dietro una folla di clienti e parassiti.
Cresciuto nella ricchezza, l’aveva aumentata. Non era stato indegno del suo avolo, di cui aveva in più la superbia e la crudeltà. In una delle sue infrequenti gite a Roma, aveva contratto matrimonio con una giovane sabina, Tazia Flammea, e ne aveva avuti un maschio, Manlio Cecilio, che ora toccava i vent’anni; e una femmina, Cecilia, che ne aveva sedici. 
Oltre la villa dell’Atichio, dove trascorreva si può dire tutto l’anno, possedeva una bella casa a Lilibeo, ma vi passava, e non sempre, due mesi: dicembre e gennaio. Vi giungeva trasportato in lettiga dai servi cappadociani, e seguìto da una scorta armata per la poca sicurezza delle strade, infestate da ladroni, quasi sempre impuniti. Erano infatti schiavi addetti alla pastorizia, e lasciati dai padroni ignudi, i quali ricorrevano a quel mezzo per vestirsi. Ad uno d’essi, che una volta s’era lamentato di non avere un cencio di che coprirsi, Caio Cecilio aveva risposto cinicamente:
- O che forse non passano viandanti per le strade?
I pastori approfittarono del consiglio; ma Caio Cecilio, per poter percorrere quella distanza di venticinque stadi, che intercedeva tra la villa e la città, prendeva le sue precauzioni.
La villa di Caio Cecilio Pulcro, come la sua casa, era piena di ricchezze.
Doveva ancora passare qualche secolo perché i romani superassero in raffinatezza i popoli stessi dell’Oriente. Cacio Cecilio Pulcro, sebbene nato in Sicilia, dove il padre aveva finito con lo stabilirsi definitivamente, non era diverso dagli altri Romani che vi piovevano continuamente. La grossolanità l’aveva nel sangue. Le sue case dovevano superare in lusso e in fasto non solo quelle appartenenti ai Romani, ma anche a Siciliani; e a Lilibeo ve n’erano di ricchi…



Luigi Natoli: Gli Schiavi. Romanzo storico ambientato nella Sicilia del 103 a.c. al tempo della Seconda Guerra Servile. L’opera è ricostruita e trascritta dal romanzo originale, pubblicato con la casa editrice Sonzogno nel 1936. Le note aggiuntive dell’editore sono poste allo scopo di far capire maggiormente al lettore il grande lavoro di ricostruzione del periodo storico del romanzo svolto dall’autore.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 387 – Prezzo di copertina € 22,00
Tutti i volumi della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli sono disponibili al sito ibuonicuginieditori.it
È possibile ordinare alla mail ibuonicugini@libero.it, al cell. 3457416697 o inviando un messaggio whatsapp al 3894697296. Consegna a mezzo corriere in tutta Italia
Disponibili su Amazon Prime o al venditore I Buoni Cugini, su Ibs, e in tutti i siti vendita online.
Disponibili a Palermo in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Nuova Ipsa (Via dei Leoni 71), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi n. 15), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella n. 15), Enoteca Letteraria Prospero (Via Marche 8)
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venerdì 16 luglio 2021

Luigi Natoli: Il tesoro dei Ventimiglia. (Latini e Catalani volume 2)


Sono trascorsi otto anni dagli avvenimenti narrati nel romanzo di Mastro Bertuchello (Latini e Catalani volume 1). 

La storia riprende: al centro, questa volta, il tesoro scomparso di Francesco Ventimiglia ed una misteriosa erede. Nel contesto storico la guerra accesa da Matteo Palizzi per mandar via i Catalani, nobili e plebei, dal Regno di Sicilia e la peste: “Quando essi tornarono a Palermo, la città aveva un aspetto di squallore che stringeva i cuori. Le strade erano piene di cadaveri che nessuno andava a seppellire; case deserte e abbandonate, incendi e uccisioni, a ogni passo tragedie e spettacoli di pietà e di orrore…Ah! Non si era mai visto un simile flagello! Ma la vita aveva ripreso il sopravvento sulla morte”. Fanno da contorno le storie di Franceschello Ventimiglia e Venezia Palizzi, legati da un amore profondo ma separati dall’odio fra le rispettive famiglie, di Guglielmo il Rosso e  Maddalena, di Vanni Macaluso... Ritornano vecchi personaggi, un po’ diversi nel loro aspetto:
Mastro Bertuchellopareva più serio e tra i neri capelli gli apparivano precoci ciuffetti bianchi, che gli davano un aspetto maturo ma gli occhi erano sempre vivi e acuti ed il sorriso caustico
Luciaera uno splendore: aveva partorito due figlioli, una femmina e un maschio, e la maternità le aveva dato il pieno rigoglio della donna senza farle perdere nulla delle grazie giovanili. I suoi occhi si erano fatti più sereni, ma più eloquenti ed il suo sorriso rivelava la giocondità dello spirito
Messer PuccioChi si era ingrassato tanto che pareva un otre dipinto era Messer Puccio: la nascita del maschietto di Lucia, al quale egli aveva preteso che fosse posto nome Puccio, finì per consolarlo. Cosicchè da allora attese ad ingrassare ed a crogiolarsi nel mezzo ozio che l’attività di Manetto e anche qualche aiuto di Mastro Bertuchello gli procuravano
Pirruccio da Tusa “In quegli otto anni di vita aspra e dura il suo volto si era fatto più maschio, più vigoroso, come intagliato da un rode scalpello in un pezzo  di granito. Una ruga profonda si apriva diritta tra le sopracciglia, come se un pensiero insistente le contraesse; e gli occhi si erano alquanto incupiti, o lampeggiavano una luce fredda come i riflessi di una lama. Ma spesso la nostalgia della patria lontana addolciva quello sguardo e spianava la ruga, e la mestizia del desiderio gli inteneriva il cuore
Matteo PalizziE ben si conveniva a Matteo Palizzi, che dopo otto anni d’esilio e una condanna di fuoribando ritornava in Sicilia, malgrado la condanna; gesto che agli amici, ai vecchi partigiani, ai Chiaramonte suoi parenti pareva audace. Tornava solo: Damiano o per travagli o per malattie che segretamente lo logoravano e gli accrescevano i dolori e la collera dell’esilio, era morto a Pisa. Quella morte privava Matteo di un consigliere esperto e astuto, di una guida sicura e prudente, e accresceva il suo odio contro il baronaggio catalano. Le accoglienze e le testimonianze di affetto e di devozione lo rinfrancavano e accendevano nei suoi occhi lampi di soddisfazione” 
La famiglia Chiaramonte, in tutta la sua potenza “Pretore, giurati, capitano di Città, giudici della Curia Pretoria ubbidivano alla volontà del Conte di Modica, Manfredi Chiaramonte. Questi, pur non avendo alcun ufficio, né esercitato alcuna violenza per impadronirsi del potere, di fatto signoreggiava su Palermo. La ricchessa, il largo parentado, stretto da interessi comuni più che dal sangue, la magnificenza e la liberalità, i servizi resi durante le guerre per l’indipendenza del regno, la lontananza del Re, l’alto ufficio di Grande Ammiraglio, ereditario nella famiglia, tutto concorreva per fare dei Chiaramonte la famiglia più potente e di Manfredi il signore di Palermo


Luigi Natoli: Latini e Catalani vol. 1 e 2 (Mastro Bertuchello e Il Tesoro dei Ventimiglia) – Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1300, al tempo del regno d’Aragona, del conte di Geraci Francesco Ventimiglia e dei fratelli Damiano e Matteo Palizzi, sullo sfondo della guerra fratricida fra Latini e Catalani. I due volumi sono la trascrizione delle opere originali pubblicate con la casa editrice La Gutemberg rispettivamente negli anni 1925 e 1926.
Mastro Bertuchello – Pagine 575 – Prezzo di copertina € 22,00
Il Tesoro dei Ventimiglia – Pagine 525 – Prezzo di copertina € 22,00
Tutti i volumi della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli sono disponibili al sito ibuonicuginieditori.it
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giovedì 15 luglio 2021

Luigi Natoli: Quel Festino del 15 luglio 1820... Tratto da: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro.

La sera del 15 luglio 1820, la via Toledo sfolgorava di luce, formicolava di gente. Era l’ultimo giorno di quel famoso “Festino” di Santa Rosalia, padrona di Palermo; che per la singolarità degli apparati, per la magnificenza degli spettacoli chiamava a Palermo una folla di isolani e stranieri. Quella sera la luminaria fiammeggiava più delle sere precedenti. Pareva che le lampadine infisse lungo i contorni e i disegni delle “piramidi” avessero una specie di allegrezza luminosa. Le “piramidi” erano assi di legno, ritagliate a foggia di colonne, con vasi, od obelischi, e dipinte a colori, che si piantavan diritte lungo i marciapiedi, per tutta la lunghezza della strada, pieni di lampadine a olio. Con esse, con le lampade colorate pensole dai festoni, distesi pel largo della strada, o attaccate alle ringhiere dei balconi, la via Toledo prendeva un aspetto fantastico: vista da una delle estremità, sembrava sommersa nel fuoco. In fondo alla via, sul limite della piazza Marina, torreggiava in un nembo di luce e d’oro il “Carro”, sul quale tra nuvole di bambagia spiccava il simulacro di Santa Rosalia. 
Quella sera la folla era maggiore, e aveva un aspetto più gaio. Negli occhi, nei gesti, v’era come il riverbero di una gioia, che non si sa né si può nascondere: v’era una irrequietezza, come di chi aspetti una letizia, che sa, e che tarda a venire. Gente si fermava, barattava saluti e parole, con vivacità di tono e di gesti: i più espansivi si abbracciavano. Qua e là si formavan crocchi e capannelli; che si allargavano e ostruivano il passaggio: ma ecco una fiumana d’altra gente fender la folla, urtare, scomporre il crocchio, trascinarne parte con sé.
Curiose fiumane di giovani e vecchi, di frati e preti, di cittadini e di soldati, a braccetto, o tenendosi per mano, affratellati da un sentimento di gioia, che traluceva dai volti, canticchiando e battendo il passo, avevano sul petto, sulle risvolte delle vesti, sulla tonaca una coccarda nera rossa e turchina: alcuni vi avevano aggiunto un nastro giallo con l’aquila siciliana stampata in nero.
Tutta la via Toledo formicolava di queste fiumane, che si raggiungevano, si fondevano, formavano una massa rumorosa, mobile; che scendeva giù, verso la piazza Marina, si fermava dinanzi al “Carro”; guardava in su, l’immagine della “Santa” librata fra le nubi, sulla cui veste candida e luminosa svolazzava un nastro nero, azzurro e rosso. E allora gridavano:
- Viva Santa Rosalia!
Una voce aggiunse:
-  Viva la Costituzione!
Parve il razzo aspettato per dar fuoco alle polveri. Da tutte le bocche proruppe quel grido: - Viva la Costituzione! –; e così terribile che ne tremarono i vetri delle case vicine; migliaia di mani sventolarono in aria cappelli e fazzoletti: il grido si propagò, risalì per la via Toledo, più alto, più entusiastico: la città trasaliva, scossa da quell’irrompere di un sentimento lungamente represso; e pareva che i suoi polmoni si allargassero, come bevendo un’aria nuova e più pura. Il giorno innanzi, 14, con la  feluca di padron Catalano era arrivata da Napoli la grande notizia della rivoluzione, e aveva prodotto un senso di lieto stupore, destando liete speranze. Rivoluzione? Proprio? Se ne domandavano i particolari, che passando di bocca in bocca s’ingrandivano, prendendo proporzioni e atteggiamenti eroici. I nomi dei due ufficiali Morelli e Silvati, che la notte di S. Tebaldo, alla testa di uno squadrone di cavalleria, avevano gridato, a Nola, la costituzione di Spagna, furono circonfusi di gloria, con quelli del colonnello De Concillis e del prete Minichini. Tutti carbonari! La loro marcia su Avellino, la sollevazione di quel presidio, la formazione di un corpo d’esercito costituzionale che si trascinava dietro il popolo: la rapidità con la quale la rivoluzione si diffondeva, sembravan miracoli. E il re? Quel traditore di re Ferdinando? Aveva cominciato dallo spedire il generale Guglielmo Pepe contro i costituzionali; senza sapere che Pepe era carbonaro anche lui! Ed ecco Pepe alla testa dei costituzionali entrare in Napoli, e il re concedere e giurare la costituzione! Una rivoluzione compiuta senza spargimento di sangue! 
Non aveva finito di parlare che dalla strada salì un grido confuso, come di un impeto di vento che s’avvicini e cresca di forza, rotto e dominato con frequenza di raffiche di applausi ed evviva. Tullio disse allora: 
- La dimostrazione! Venite!
Si affacciò al balcone, tirandosi dietro la fidanzata, la suocera, e lo stesso signor Anselmo curioso, ma pavido. Uno spettacolo magnifico si offerse ai loro occhi. Dalla strada Toledo veniva un vero esercito di sotto-ufficiali, e soldati e cittadini a braccetto, con la coccarda tricolore sul vestito. Venivano preceduti da un ufficiale, gridando:
- Viva la Sicilia! Viva la costituzione! Viva l’indipendenza!
Al loro passare le confratie, e le corporazioni artigiane che si recavano al Duomo per prendere parte alla processione di Santa Rosalia, sollevavano ed agitavano gli stendardi, i gonfaloni; e dalle finestre, dai balconi, dai marciapiedi, la folla univa il suo grido a quello dei dimostranti; le donne sventolavano i fazzoletti, gli uomini battevano le mani e agitavano i cappelli; tutti accesi dallo stesso entusiasmo. Ordinato, solenne, grandioso, fra lo scintillare delle lampade e dei lampioni, il corteo procedeva verso il palazzo reale. Pareva celebrasse il trionfo dopo una lunga guerra, e assaporasse i frutti di una vittoria tanto più grande e strepitosa, quanto improvvisa. Nessuno dubitava che la Sicilia riavesse il suo parlamento, da parecchi anni soppresso con la frode; e che le nuove libertà darebbero al regno novello splendore.
Quando la dimostrazione passò sotto il balcone del signor Anselmo, Rosalia e la mamma, trasportate dall’entusiasmo generale, si misero a sventolare anch’esse i fazzoletti, con gli occhi umidi di commozione e Tullio si diede a gridare:
- Viva l’indipendenza!
La testa del corteo aveva appena oltrepassato i Quattro Canti quando improvvisamente si arrestava; e quel movimento ripercosso nella fila di dietro produsse un ondeggiamento, un rigurgito improvviso, grida di minaccia e di spavento di cui quelli che venivano dietro, non sapevano il perché. Parve che diffondessero uno sgomento, un terrore, come se un esercito terribile fosse piombato su la folla inerme...


Luigi Natoli: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro – Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1820, al tempo della Rivoluzione e delle Vendite carbonare; il tutto vissuto attraverso le avventure del protagonista, Tullio Spada. L’opera è la fedele riproduzione del romanzo originale, pubblicato dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930 ed è arricchito dai disegni di Niccolò Pizzorno.

Pagine 342 – Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store online.
In libreria a Palermo presso La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi), Libreria Sellerio (Viale regina Margherita - Mondello), Nuova Ipsa (Piazza Leoni)

martedì 13 luglio 2021

Luigi Natoli: La dominazione angioina in Sicilia. Tratto da: Il Vespro siciliano

Basterebbe soltanto la strage di Agosta per giustificare la vendetta dei siculi, ma della dominazione angioina si può narrare, purtroppo, molto altro. Ecco un quadro, tracciato con vari passi del libro e storicamente accaduti, che descrive come gli angioini si comportavano a Palermo.
I soldati francesi e le lance spezzate: 
Erano in quattro messer giustiziere, e vi so dire che sono i quattro più terribili di tutta la compagnia; le quattro migliori lance spezzate. Cuori di leoni, artigli d’aquila, denti di lupo, impudenza di scimmia. Sono il terrore della città…..”
I soldati francesi erano quasi tutti giovani, prepotenti, insolenti, arditi di lingua e di mano. La potenza e l’impunità di cui godevano li faceva audaci, la viltà dei soggetti soverchiatori. Cavalcavano a gambe larghe, per le vie della città allora strettissime alla usanza degli arabi, come ancora si può vedere da quelle che ne restano, e così costringevano i cittadini o a inchinarsi o a stringersi nei vani delle porte. Spingevano i cavalli addosso ai passanti, se non erano solleciti a scansarli, lanciavano frizzi e galanterie troppo licenziose alle donne che si affacciavano allo scalpitìo dei cavalli” 
Come i cuochi francesi si procuravano il cibo per i loro signori: 
Il cuoco non andava mai al mercato dove si trovava la roba vendereccia, ma ogni mattina, accompagnato da guardie, si recava in casa di questo o di quel cittadino, prendeva senza cerimonie i migliori polli, la migliore selvaggina, i più teneri agnelli, le paste più delicate per la mensa di messer Giustiziere. Pagare? No: ai cittadini, di qualunque ceto o ricchezza fossero, doveva bastare l’onore di servire monsignor di Saint-Remy. L’eccellente cuoco entrava, portava via senza neppur salutare: talvolta si degnava di ingiuriare i “paterini”, se non si mostravano solleciti o soddisfatti. Di ribellarsi al latrocinio  non si parlava; le guardie che accompagnavano il cuoco, oltre a rubare la loro parte, avevano il compito di bastonare chi osasse ribellarsi. Quanto ai vini, li fornivano le cantine dei migliori produttori del Vallo, coi metodi medesimi” 
Quando una dama non cedeva ai corteggiamenti dei cavalieri francesi:
In verità i cavalieri francesi e provenzali non erano tali da sgomentarsi per una ripulsa; quando una dama non cedeva per amore, la prendevano per forza. E con le belle donne del popolo le cose non andavano diversamente. I signori cavalieri francesi, quando ne scoprivano una di loro gusto, perché non potevano penetrare nelle case, difese da una gelosia affatto araba, le assalivano in piena regola; facevano legare i mariti, i padri e costringevano le donne alla resa condizionata. Gli uomini che osavano opporsi o che tentavano di vendicarsi andavano a finire in qualche torre o nelle galere, seppure – come avveniva qualche volta – non erano spediti a raccontare le loro querele all’altro mondo” 
Come si procuravano una casa, un letto o un pranzo:
Non era infrequente infatti vedere in qualcuna delle terre vicine, piombare un nugolo di ufficiali e di serventi del governatore, predarvi gli armenti con un pretesto qualsiasi, o cacciar dalla casa, buttandola in mezzo la strada, tutta una famiglia, oppure avveniva che qualche soldato vi entrasse a viva forza, a prendere per sé il miglior posto nel letto o nella povera tavola. Le lacrime e le imprecazioni di quei tapini facevano ardere di sdegno Giordano
Così Carlo D’Angiò  si procurava gli averi e i soldati per le sue ambizioni
Ogni giorno, dal castello regio più vicino, da una città della corona, partiva una schiera di soldati, piombava sopra i casali, i borghi, i castelli del territorio circostante, frugava, s’impadroniva dapprima dei cavalli, poi dei giovani, legava gli uni e gli altri e via. Né pianti di parenti, né resistenza dei catturati, né proteste dei baroni che vedevano violati i loro diritti, niente arrestava la violenza dei soldati, che approfittavano della circostanza per fare man bassa e rubare quello che potevano. Giungevano così a Palermo, ogni tanto, torme di giovani con le mani legate come malfattori. Tolti agli aratri, strappati alle famiglie, tormentati dalle beffe e dalle ingiurie atroci, affamati, laceri, polverosi, affranti dal lungo cammino, attraversavano la città fra gli sguardi pietosi dei cittadini” 
Un divieto del giustiziere proibiva a tutti i siciliani, di qualunque condizione, anche se cavalieri, di portare armi, con gravi pene per i trasgressori” 
Da tutto questo, e da molto altro ancora, come dice Luigi Natoli, il 31 marzo del 1282 “segna nelle pagine della storia una data terribilmente memoranda”.


Luigi Natoli: Il Vespro sicilianoRomanzo storico ambientato nella Palermo del 1282, al tempo di una delle più famose rivoluzioni della Storia di Sicilia.
L’edizione, interamente restaurata a iniziare dallo stesso titolo, è la fedele trascrizione del romanzo originale, pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1915. Con la sua perizia di grande storiografo e narratore, l’autore ci consegna uno dei capolavori della letteratura popolare mondiale che nulla trascura di quel periodo storico come l’orrenda strage di Agosta, le trame politiche cospirative dei baroni siciliani, l’orgoglioso episodio di Gamma Zita a Catania, la valorosa resistenza della città di Messina al dominio francese degli Angiò. Il romanzo ricco di fatti e personaggi realmente accaduti o esistiti, ci regala l’indimenticabile eroe Giordano De Albellis, intollerante alle ingiustizie, innamorato della sua terra, della libertà e della sua bella Odette.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 945 – Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it. Contattaci inviando una mail a ibuonicugini@libero.it o un messaggio al whatsapp 3894697296
On line su Amazon, Ibs e tutti i siti vendita.
In libreria a Palermo presso La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Nuova Ipsa (Piazza Leoni), Libreria Sellerio (Viale regina Margherita - Mondello) 


venerdì 9 luglio 2021

Luigi Natoli: Francesco Paolo di Blasi, storica figura del romanzo Calvello il bastardo

Accanto a Corrado Calvello vive la figura storica di Francesco Paolo Di Blasi, giureconsulto palermitano e, come lo definisce Natoli, insieme a La Villa, Palumbo e Tenaglia “primi martiri della libertà, iniziarono in Sicilia la lunga serie di cospirazioni e rivolte che dovevano abbattere la signoria borbonica e mostrarono come si muore per un’idea”
Di Francesco Paolo di Blasi, del suo coraggio e  delle sue ideologie liberali e rivoluzionarie, emerge un profilo chiaro da vari passi del romanzo
Il Di Blasi, sebbene fossero noti i suoi sentimenti liberali, non era ritenuto così sospetto. Forse l’amicizia che aveva per lui il Vicerè e l’avere per servizio del governo curato una raccolta di leggi e prammatiche, allontanavano da lui i sospetti, ma gli amici sapevano quali discorsi arrischiati egli facesse, nei quali c’era un sentore lontano di rivoluzione. Qualcuno poi sussurrava che forse il Di Blasi era libero muratore. La massoneria cominciava allora ad essere considerata come nemica della religione e della monarchia non solo per la sua segretezza e per qualche leggenda di giuramenti orrendi e mostruosi che le si attribuivano, ma anche perché le si ascriveva una parte preponderante nella rivoluzione francese. Don Pippo ignorava che il Di Blasi, forse, aveva messo una pulce di massoneria nell’orecchio del Meli, fornendogli anche una nota di libri che ne trattavano di proposito
“Fra le accademie protette da lui aveva dato ombra quella fondata da Don Francesco Paolo Di Blasi, le cui finalità occulte avevano a poco a poco allontanato le anime paurose di ogni novità. Un discorso del Di Blasi, recitato molti anni innanzi, sulla Ineguaglianza degli uomini, imbevuto delle dottrine del Rousseau, faceva considerare il valoroso giureconsulto come uno dei sospetti, nonostante che, in servizio della monarchia e del Vicerè, avesse compilato con dottrina la Raccolta delle prammatiche del Regno di Sicilia. Un suo trattato sulla legislazione criminale, ispirato a dottrine liberali e secondo un nuovo criterio della dignità umana, aveva riconfermato il sospetto che egli tendesse un po’ alle dottrine rivoluzionarie”
Egli aveva creato una Loggia massonica per la divulgazione delle sue idee di eguaglianza e libertà 
“Don Francesco scrisse due o tre biglietti e li spedì ai suoi conoscenti. Convocava la Loggia. Grazie ad una ingegnosa organizzazione, l’invito poteva precedere di qualche ora l’adunanza. Il Venerabile avvertiva con una parola convenzionale l’oratore, il segretario e il tesoriere; il segretario passava l’avviso a due sorveglianti; questi alla loro volta correvano ad avvisare i tre o quattro maestri che avevano i gradi più alti, i quali si incaricavano di convocare gli altri maestri a loro noti e ognuno di essi, subito, l’iniziato, compagno o apprendista che fosse, da lui introdotto. In una o due ore i fratelli erano così invitati” 
  Di cui fanno parte una buona fetta di cittadini sia palermitani che dei paesi vicini
“Il lavorìo della Loggia s’era fatto più attivo, sebbene più guardingo. Fuori di essa, ma concertata e diretta dai maggiorenti della setta segreta, si era stretta una cospirazione, nella quale entravano artigiani, capi d’arte, militare, qualche signore e molti professionisti. Si era anche estesa fuori di città in alcune terre dei dintorni, dalle quali si promettevano aiuti di uomini e d’armi al momento del bisogno. Anima di tutto quel movimento era don Francesco Paolo di Blasi”



Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1789, al tempo della Rivoluzione Francese. Il protagonista Corrado Calvello è affiancato dal patriota e giureconsulto Francesco Paolo Di Blasi. L’opera è la trascrizione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 880 – Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
On line su Amazon, Ibs e tutti gli store.
In libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Nuova Ipsa (Piazza Leoni), Libreria Sellerio (Viale regina Margherita - Mondello) 


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano

Bello e coraggioso, eroico nelle sue imprese
il personaggio di Corrado Calvello, creato da Luigi Natoli nella Palermo del 1794, che racchiude le grandi ideologie di libertè, egalitè e fraternitè. 
In una Palermo che, come lo stesso Natoli ci dice, “sia per il lento sviluppo della cultura, sia perché tagliata fuori dal movimento sociale di quell’epoca, non intese per nulla lo spirito della rivoluzione francese: e se qualche animo generoso della borghesia o, come si diceva, dei civili si aprì al nuovo verbo, l’enorme maggioranza della popolazione non vide nei rivoluzionari che dei banditi assetati di sangue, nemici di Dio e della religione”
Su tutto il romanzo svetta la bandiera della Rivoluzione Francese.
Corrado Calvello è presentato da Luigi Natoli nelle prime pagine del romanzo
“Fra gli spettatori fortunati era un bel giovane di ventisei anni, non molto alto, di membra delicate, strette nell’uniforme turchina dei fucilieri, a risvolte bianche. Pallido, con gli occhi neri, un’aria quasi feminea, ma con lo sguardo tagliente, che lampeggiava talvolta come una lama, il naso lievemente aquilino e la mascella forte, davano un carattere di energia a quel volto e temperavano la mollezza dell’ovale e della dolce e malinconica curva della bocca, rosea e piccola”
Cambia radicalmente ed all’improvviso la posizione di Corrado nella società, ma non mutano i suoi ideali
“Bisognava rifare la coscienza di quella folla vile e miserabile; bisognava aprire la loro mente, serrata dall’ignoranza, alla luce del sapere. L’opera di redenzione doveva cominciare da Palermo, il cervello e il cuore dell’isola. Una propaganda attiva nella borghesia, la diffusione degli studi più moderni, e specialmente delle scienze, avrebbe certo creato una forza rinnovatrice, che avrebbe esercitato una salutare azione sul popolo. Proprio quel popolo del quale egli non ignorava le virtù, lo spirito di sacrificio, il valore, la fede e che egli pensava che sarebbe potuto essere il primo popolo dell’Italia, se aperto al nuovo ideale di libertà e di uguaglianza. Istituì in una casa sua una academia dei nuovi filosofi, il cui titolo destò i sospetti della polizia, tanto più che nessun patrizio vi si iscrisse, ma borghesi, liberi professionisti e maestri”
La reazione del popolo non era quella da lui auspicata
“Erano parole nuove che stupivano quella gente avvezza a considerare il padrone, di cui non vedevano quasi mai l’aspetto, come una specie di semidio e di esse non capivano che una cosa: che avrebbero avuto frumento e legumi e che non dovevano essere poveri. Non comprendevano che quelle generosità potessero non avere un tornaconto personale, e pensarono che probabilmente celavano un’insidia. O pazzo o giacobino. Essere giacobino significava, per quelle menti rozze e imbevute di tutte le superstizioni e di tutti i pregiudizi, essere profanatore della religione, assassino dei re, violatore delle donne, incendiario, cannibale”

Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1789, al tempo della Rivoluzione Francese. Il protagonista Corrado Calvello è affiancato dal patriota e giureconsulto Francesco Paolo Di Blasi. L’opera è la trascrizione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 880 – Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
On line su Amazon, Ibs e tutti gli store.
In libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Nuova Ipsa (Piazza Leoni), Libreria Sellerio (Viale regina Margherita - Mondello) 

mercoledì 7 luglio 2021

Luigi Natoli: Giovanna Bonanno, famosa come La vecchia dell'aceto. Dall'omonimo romanzo storico siciliano.

 
Protagonista unica nel suo genere, Giovanna Bonanno – meglio conosciuta come la Vecchia dell’Aceto – che crea nella Palermo settecentesca un  “giro d’affari”, avente per oggetto la famosa “acqua” dal costo di due onze e sei tarì, “per togliere di mezzo liti e dissapori, impedire mali maggiori e dare la pace alle famiglie” come lei stessa afferma durante il suo interrogatorio del 9 ottobre 1788. 
In realtà Giovanna Bonanno, lo strano personaggio realmente esistito che Luigi Natoli  presenta con la solita diligenza, vendeva ai suoi “clienti” l’aceto per i pidocchi, un  potente veleno che, essendo insapore, poteva essere mescolato al vino ed utilizzato per eliminare qualunque individuo che era in qualche modo d’ingombro ad un altro. I sintomi erano dati da dolori atroci allo stomaco, vomito, e la morte sopravveniva nel giro di ventiquattr’ore. 
Da qui  il  prospero giro d’affari di  Giovanna Bonanno, detta zà Anna, che giustificava così: “Che cos’è la vita di una persona, di fronte alla tranquillità e alla felicità di tante altre? Una donna maritata contrae un’amicizia…siamo di carne e possiamo peccare. Bene: essa vive in peccato mortale e col pericolo che il marito ammazzi lei e l’innamorato. Due morti. Il marito è preso ed impiccato: e son tre; e la casa va in rovina, e se ci sono figlioletti, rimangono in mezzo alla strada…Bene: sacrificando il marito si salvano la moglie e il gano; i quali si sposano e si liberano del peccato, i figli restano con la madre e la pace ritorna in quella casa. Ecco, figlia mia, che io ho fatto del bene…non è vero?” 
Luigi Natoli fa conoscere la Vecchia dell’Aceto, nel suo omonimo romanzo. Dà qualche traccia della biografia, descrivendo gli oscuri affari di Giovanna Bonanno che portano a tantissimi casi di morte per avvelenamento.
“Giovanna Fileccia o la comare Giovanna, come più comunemente era intesa, era vedova due volte, la prima di un Fileccia e la seconda di un Bonanno. Siccome aveva cominciato a far la levatrice al tempo del primo marito, aveva nella professione mantenuto quel nome, che era notorio. Era abile, e si prestava facilmente a pratiche delittuose, che essa compiva con la coscienza di far bene, perché miravano a conservare l’onore e la pace delle famiglie”.
Viene rinchiusa nel carcere dell’Inquisizione per intervento di un nobile:
“Era bastata l’accusa del nobile cavaliere perché l’inquisitore monsignor Ciafaglione senz’altro la facesse arrestare. Un processo fu imbastito; dopo un anno Giovanna Fileccia, con altre due disgraziate fu condotta fra gli sbirri, famuli e confraternite, alla porta della Chiesa di S. Ippolito con una cesta appesa al collo, il bavaglio, le braccia legate dietro le reni e lì fu letta la sentenza che le condannava tutte e tre come fattucchiere al carcere del Sant’Offizio per dieci anni. Dieci anni! Chiusa in una segreta del carcere delle donne, senza luce, senz’aria, con poco nutrimento, peggiorato da digiuni e penitenze.”
Quando esce dal carcere ha un terribile aspetto
“Alcuni ragazzi che si avvoltolavano fra le immondizie, scacciando i maialetti, a vederla comparire si alzarono a guardarla curiosi e cattivi; ella era così brutta che pareva uscita dall’inferno”
E va a vivere in una stamberga in un vicolo dell’Albergheria 
Cominciò ad andare in giro con un saccone sospeso al braccio, accattando alle botteghe qualche po’ di pane, qualche rimasuglio di formaggio e nelle osterie qualche avanzo di pesce o di grassi: talvolta usciva fuori porta S. Agata e andava a raccogliere erbe mangerecce nei campi. L’avere una volta indicato a una donna dei rimedi per guarire un bimbetto lattante, suggeritole dalla sua antica professione, la fece credere una di quelle donne che conoscono i mali meglio dei medici e fabbricano medicine e filtri misteriosi. Da questo a trasformarsi nella credenza del vicinato in fattucchiera non ci volle molto; cominciarono a ricorrere a lei per domandarle incantesimi e disincantesimi, fatture e filtri magici”
Si trasferisce poi in un lurido vicolo del quartiere del Capo
“A una vecchia sua vicina di casa disse di chiamarsi Vanna; quella, un po’ sorda, intese Anna; la chiamò zà Anna  e così ne riferì il nome alle altre comari; nel vicinato la chiamavano zà Anna:essa non rettificò, trovando che la trasformazione del suo nome l’aiutava a far perdere le sue tracce. Sospettosa com’era si chiudeva in casa, e non bazzicava con nessuno e questa sua vita e quelle erbe cominciarono a eccitare intorno a lei a fantasia dei vicini; si cominciò a supporre che fosse una fattucchiera, che facesse malìe e sortilegi; la supposizione divenne certezza e questa fu la seconda trasformazione. L’esser creduta maliarda la circondò se non di rispetto di paura, e la liberò dalle beffe dei monelli. Così erano passati undici anni durante i quali Giovanna Bonanno era sempre più scesa in basso
Per caso, mentre si trovava nella bottega dell’aromatario Saverio La Monica, suo inconsapevole fornitore, scopre gli effetti  dell’aceto  per i pidocchi che incidentalmente una bambina aveva bevuto, e da qui nasce la sua idea: 
“Ella rimase stupita; il lieve rimorso di aver sacrificato quella povera bestia fu vinto, annullato dalla soddisfazione della esperienza riuscita. Ora non c’era più dubbio; il veleno era potente: non mancava che la clientela...” 
Da qui ha inizio la lunga serie di avvelenamenti, con la vendita di caraffine della sua “acqua”, dietro il corrispettivo di due onze e sei tarì...

Luigi Natoli: La vecchia dell’aceto – Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1700. La storia di Giovanna Bonanno, l’avvelenatrice passata alla storia come La vecchia dell’aceto. L’opera è costruita e trascritta dal romanzo originale, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927. 
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 562 – Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Vendita a mezzo corriere in tutta Italia) Contattaci alla mail ibuonicugini@libero.it o al whatsapp 3894697296
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In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi), Nuova Ipsa (Piazza Leoni), Libreria Sellerio (Viale Regina Margherita - Mondello) 

martedì 6 luglio 2021

Luigi Natoli: Don Galcerano e la famiglia Corbera. Tratto da: La dama tragica

Il signor Galcerano era della nobile famiglia dei Corbera; signori di una vasta baronia, che prendeva nome dall’antico castello arabo di Mensil-Sindi, trasmutato sulla bocca popolare in Misilindino o Miserandino. Poteva avere venti anni, ma pareva ne avesse di più; alto di statura, largo e squadrato di spalle e di torace, muscoloso di braccia e di gambe; ma svelto a un tempo ed elegante. Un bel corpo vigoroso di giovane eroe. Era bruno di volto con capelli neri e ricciuti. Nella linea forte della bocca, nella energia della mascella, nella vivacità dello sguardo aveva qualcosa di ardito e di pertinace, che però spesso sparivano sotto una espressione di dolcezza e di ingenuità fanciullesca. 
Il signor Galcerano infilò la strada di S. Onofrio, e piegò per un vicolo buio e angusto dove non era possibile scorgerlo. Egli abitava nella strada della Bandiera, nel vecchio palazzo della sua famiglia; un palazzo non molto vasto che conservava la sua architettura quattrocentesca solida ed elegante, coi merli in cima, le finestre rettangolari geminate da una sottile colonnina, simile allo stelo d’un fiore, e il portone ornato d’una cornice intagliata, forma d’un grande angolo col vertice in alto, dentro il quale si apriva la porta.  I Corbera eran venuti di Spagna fin dal Trecento; ed avevano acquistato in Palermo reputazione e dignità, e nell’isola, vasti possedimenti. In breve si erano naturalizzati; erano stati inscritti nell’ordine senatorio e avevano occupato uffici eminenti. Un Galcerano nel 1449, era stato presidente del regno, cioè aveva tenuto luogo del vicerè assente; un Giuliano, che aveva combattuto valorosamente contro il maresciallo de Lautree era stato Pretore della Città, e vuol dire presso a poco quel che oggi chiamiamo sindaco, ma con maggior dignità, un Pietro, suo figlio aveva militato sotto Carlo V, e n’aveva avuto fama di prode. Non vi mancarono uomini di lettere; fra i quali un Bartolomeno di cui rimane qualche poesia. Facevano per armi cinque corvi neri in campo bianco. Capo della casa era adesso don Antonio nelle cui mani era passato il vasto feudo del Misilindino. Munifico e di grandi idee, Antonio fondava in quei tempi intorno al vecchio castello un paese, quello stesso che poi si chiamò Santa Margherita; il che lo aveva costretto a contrarre molti e gravi debiti, che lo tenevano in liti continue, e ingoiavano gran parte delle entrate. Il giovane Galcerano, al quale quella notte era toccata la strana avventura, era l’erede del vasto patrimonio, e delle virtù guerresche dei suoi maggiori. Troppo giovane  quando don Giovanni d’Austria s’era mosso con l’armata contro il Turco, – aveva appena quindici anni, – non aveva potuto imbarcarsi sulle galere col fiore della gioventù palermitana andata volontaria all’impresa: ma i racconti delle prodezze compiute da Cola d’Odio, che impadronitosi da solo d’una galera turca, vi morì da archibugiata in fronte; di Cola dei Bologna, che ne riportò il soprannome di Valente; dal capitan Giorgio Montisoro, dal suo amico don Geronimo di Giovanni, da cento altri nobili, accorsi come lance spezzate o venturieri sulle galere della città di Palermo, gli accendevano una gran voglia di prender parte a qualche spedizione. Ma in quegli anni il Turco, per la disfatta avuta a Lepanto, stancato dalle due spedizioni di Navarino e di Tunisi, che lo costringevano alla difesa, non osava; guerre in Italia non ce n’erano; anche nelle Fiandre v’era un po’ di tregua; e eran guerricciole e insignificanti. Il signor Galcerano perciò non poteva mostrare il suo valore che nella sua bella sala d’armi o nell’Accademia dei Cavalieri (specie di accademia militare) o nelle giostre; nelle quali, sebbene molto giovane, faceva begli incontri e sfoggiava ricche armature, spade di gran pregio, bardature e gualdrappe di finissimo lavoro.


Luigi Natoli: La dama tragica – Romanzo storico siciliano ambientato a Palermo nel 1560, al tempo del vicerè Marco Antonio Colonna, di donna Eufrosina Corbera e della loro storia d’amore. L’opera è la trascrizione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 604 – Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito ibuonicuginieditori.it (Consegna a mezzo corriere in tutta Italia). Invia un messaggio alla mail ibuonicugini@libero.it o al whatsapp 3894697296
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In libreria a Palermo presso La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), Nuova Ipsa (Piazza Leoni), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Sellerio (Viale Regina Margherita, Mondello) 

Luigi Natoli: Quando Marcantonio Colonna incontra donna Eufrosina Corbera. Tratto da: La dama tragica

Marcantonio Colonna era vestito tutto di raso bianco, con una cappa corta di velluto nero, foderata di raso bianco. Ricami di argento delicatissimi gli ornavano il corpetto, appuntito, sul ventre, e fermato da un cinturino tempestato di gemme, dal quale pendeva un piccolo pugnale dall’elsa di argento e dalla guaina di velluto nero. 
Era elegantissimo, e per la gravità e la nobiltà dell’aspetto, anche imponente.
Tre o quattro sedie più in là, ma sulla stessa fila di essi, era seduta donna Eufrosina Corbera, sotto un grande specchio, che pareva le facesse da cornice.
Marcantonio Colonna fermò un istante il suo sguardo sopra di lei, come cercando nella sua memoria di ricordare chi fosse, e dove l’avesse veduta altra volta. Non gli pareva un volto del tutto nuovo. Una rimembranza imperfetta e confusa era balenata nel suo cervello; ma per quanto frugasse nei più profondi recessi della memoria, non vi scorgeva dove, come e quando avesse conosciuto quella dama. Pensò che forse s’ingannava. Ma o nuova, o veduta, il signor Marcantonio diceva a se stesso che quella donna era veramente bellissima.
Donna Eufrosina se ne stava immobile, con le piccole mani affilate inerti sul grembo, e in quell’atteggiamento, entro la cornice dello specchio, pareva un meraviglioso dipinto. Le grazie del corpo risaltavan maggiormente sotto il vestito, scelto e adattato con un fine senso di civetteria. Indossava una veste di broccato turchino, con ricami d’argento e bottoni di perle; e in testa aveva un berrettino di velluto dello stesso colore, sormontato d’un ciuffetto di piccole piume bianche, che le cadevan leggiadramente sui capelli annodati con un filo di perle.
Donna Eufrosina, girando gli occhi, si accorse in quel momento di essere guardata dal Vicerè e dal Pretore, e divenne rossa. Gli occhi del Vicerè insistettero ancora un po’ come per godere di quel rossore, poi si distolsero lentamente e quasi con rammarico.
E veramente donna Eufrosina era maravigliosa, nel suo vestito di velluto color di viola, che dava un tono pallido d’avorio al suo colorito, e un fulgore più saettante agli occhi neri. Ella era ornata di perle; ne aveva al collo, alle orecchie, nelle mani, ne aveva tra’ capelli, ne aveva lungo i ricami d’oro che le ornavano il giustacuore e la gonna, e le fermavano i rigonfi delle maniche. Anche l’ampio colletto arricciato, e i manichini, avevano un sottil freggio d’oro punteggiato di perline.
Non osava confessarselo, ma in fondo o in cima al suo pensiero stava quella giovane e bellissima dama, alla quale per la prima volta egli poneva mente, e la cui immagine gli stava dinanzi agli occhi interiori con una insistenza che non gli dispiaceva.
Il suo pensiero non andava più oltre di quella contemplazione platonica, nè si fermava sopra qualche vaga e lontana speranza. Marcantonio Colonna non era più giovane; cinquant’anni erano già sonati; era calvo e brizzolato; non poteva dunque illudersi di ferire il cuore di una giovane e bella donna, che aveva un marito giovane, bello e valente. Ma pure non poteva impedire al suo cuore di schiudersi a qualche desiderio, e di vagar dietro qualche sogno. 


Luigi Natoli: La dama tragica – Romanzo storico siciliano ambientato a Palermo nel 1560, al tempo del vicerè Marco Antonio Colonna, di donna Eufrosina Corbera e della loro storia d’amore. L’opera è la trascrizione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 604 – Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito ibuonicuginieditori.it (Consegna a mezzo corriere in tutta Italia). Invia un messaggio alla mail ibuonicugini@libero.it o al whatsapp 3894697296
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lunedì 5 luglio 2021

Luigi Natoli: Mastro Bertuchello (Latini e Catalani volume 1)

Chi era Mastro Bertuchello, protagonista del romanzo? Così lo descrive Luigi Natoli: “L’ometto era piccolo, magro, con i capelli neri che gli scappavano a lunghe ciocche sul collo di sotto la cuffia. Il suo volto lungo, con un muso di faina, raso, aveva un’età indefinibile. Gli si potevano dare venti o quarant’anni. Dal naso al mento, per la piega amara e beffarda delle labbra aveva quarant’anni; ma gli occhi grandi, vivaci, che ridevano anche quando la bocca pareva amara, erano quelli di un giovane di venti anni. La sua cuffia di velluto nero, qua e là spelato, teneva buona compagnia alla zimarra che aveva ai gomiti e al petto una lucentezza, indizio di un’età venerabile e di un lungo servizio; e alle sfilacciature e a qualche strappo mal rammendato rivelava le condizioni economiche dell’ometto, non molto prospere invero. Ma erano cose alle quali egli non badava: pareva anzi che quella povertà fosse indispensabile a quell’aria di sdegnosa fierezza che  gli splendeva sulla fronte ampia e impavida”. Aveva vissuto alla Corte di Messer Francesco  Ventimiglia, Conte di Geraci, dal quale era stato mandato a Bologna a studiare. Ed è al suo ritorno a Geraci che assiste alla distruzione del regno dei Ventimiglia, e Bertuchello è costretto a fuggire e rifugiarsi a Palermo dove fa l’insegnante di grammatica presso la scuola di S. Domenico. 
Da qui la trama del romanzo si “infervora”, come direbbe Natoli, in una giostra di personaggi le cui vite si intrecciano fra amori e tradimenti, verso un finale che lascia col fiato sospeso fino all’ultima pagina. E l’avvincente storia continua con IL TESORO DEI VENTIMIGLIA…
Chi sono i personaggi, storici o nati dalla fantasia dell'autore, che vivono nel romanzo, ognuno con la sua storia, vittime o carnefici? Così  li presenta Luigi Natoli, con i loro reali riferimenti storici.
Francesco Ventimiglia, personaggio storico, signore di Geraci…”Messer Francesco Ventimiglia, conte di Geraci, vantava sangue regio. Era uno dei più possenti signori del reame: il suo vasto dominio si stendeva dal mare fino sopra le Madonie. Al tempo della catastrofe comprendeva una ventina di feudi: Sperlinga, Pollina, Castelbuono, Golisano, Gratteri, Sant’Angelo, Malvicino, le due Petralie, Gangi, San Marco, Belici, ed altre terre minori e casali lo riconoscevano signore: alla sua casa, per diritto ereditario concesso dai re, spettava l’ufficio di Gran Camerario, una delle sei o sette dignità supreme del regno.” 
La famiglia Chiaramonte…”Non erano i Chiaramonte così ricchi quanto i Ventimiglia, né così addentro alle grazie del Re, ma vantavano più alte e più antiche origini. Venuti in Sicilia con i Normanni, erano un ramo dei Clermont. Rinaldo, il famoso paladino, era un Clermont. Si dicevano discendenti di Carlo Magno, e la tradizione di questa discendenza, è istoriata nel soffitto della gran sala dello Steri, da loro fatta dipingere nel 1387”
Costanza Chiaramonte, figlia di Manfredi I Chiaramonte e moglie di Francesco Ventimiglia..”Era così bella, così gentile, così affascinante che messer Francesco non potè non ammirarla. Certamente ella sarebbe stata una degna contessa di Geraci. Avrebbe recato non solo la beltà e la ricchezza, ma anche lo splendore di un nome che in quei giorni sopravanzava su tutti. Il suo orgoglio si destò: l’idea di quelle nozze, che dapprima aveva scacciato come assurda, cominciò a sembrargli conveniente e possibile. Ci pensò sopra.”
Giovanni Chiaramonte, fratello di Costanza …”L’incontro fra Costanza e suo fratello fu commovente. Ella gli si gettò fra le braccia piangendo ed egli non seppe dire nessuna parola di conforto, e pianse anche lui, ma d’ira; e proruppe in amare invettive e in minacce...”
Margherita Consolo, madre dei figli naturali di Francesco Ventimiglia…”Quella fanciulla che pareva timida e vergognosa, doveva possedere qualche incantesimo; e avvenne la cosa più illogica per le abitudini del conte, quella cioè di rimanere fedele a madonna Margherita fino al punto di prenderla con sé e di convivere con lei come se fossero stati marito e  moglie. Questo avvenne intorno al 1313. Io non ero ancora nato; e questi fatti mi vennero raccontati dai più vecchi...” 
Matteo Palizzi, personaggio storico ..”Nel 1322 Matteo aveva circa vent’anni. Di statura media, bruno, pallido in volto, neri i capelli e gli occhi; non era brutto, ma aveva nello sguardo, freddo e tagliente coma la lama di un pugnale, qualche cosa che agghiacciava il sangue e annullava la volontà. Tutti i lineamenti del suo volto, dal naso lievemente aquilino al taglio della bocca, dall’ampiezza della mascella alla durezza del mento prominente, dalla convessità della fronte alla ruga che s’insolcava dritta e profonda tra le sopracciglia nere, rivelavano una volontà tenace, una grande ambizione di dominare, violenza, simulazione e insensibilità di cuore” 
Damiano Palizzi, personaggio storico, fratello di Matteo “Tutto volpe era invece Damiano, anche negli occhi gialli. Egli aveva quattro anni in più di Matteo, sul quale aveva, più che per l’età, acquistato un certo ascendente per la sottigliezza dei suoi suggerimenti, per la ricchezza degli espedienti che la sua mente feconda sapeva trovare per trarsi d’impaccio, per la perfidia tenebrosa dei suoi disegni. Era anche lui ambizioso, ma non soltanto per sé, anche per Matteo, per il quale aveva una certa tenerezza”  Entrambi erano figli di Niccolò Palizzi, prode difensore della città di Messina durante la guerra del Vespro Siciliano contro Carlo d'Angiò e cortigiani di Re Pietro, sul quale esercitavano una grande influenza. 
I Re Federico e Pietro d’Aragona..”il 25 giugno 1337 Re Federico morì. Il peso del regno gravò tutto su Pietro, che già socio del padre, il quale di fatto regnava per tutti e due, ora si trovava tutto solo, dinanzi a responsabilità così gravi e grandi, che lo riempivano di sgomento”
Messer Puccio Cannata:”Messer Puccio Cannata, mercante di Loggia, onesto e pacifico borghese, aveva chiuso il fondaco, s’era vestito di panni di festa e ora spingeva innanzi monna Berta sua moglie. Lucia e Niccoloso, suoi figli, vestiti anch’essi di gala, per andare a vedere l’ingresso del Re”
Lucia Cannata:” Ma il più temibile di questi diavoli graziosi e così seducenti era un diavoletto di tredici anni, che abitava nel vicolo di Sant’Andrea presso la Chiesa di S. Domenico; e quando egli passava s’affacciava alla finestra fra due testi di garofani, meno rossi delle sue labbra che pareva ridessero della zimarra logora, della cuffia spelata e del muso di faina di lui, Bertuchello” 
Il Duca Giovanni d’Aragona, personaggio storico, fratello di Re Pietro..”Giovanni era di tre o quatto anni minore di Re Pietro suo fratello; aveva sposato una donzella di casa Lancia, ed ereditato alla morte del fratello Guglielmo I i ducati di Atene e Neopatria, conquistati alla corona di Sicilia dalla grande compagnia di ventura composta da catalani e siciliani. Per questi ducati egli passò alla storia più col titolo di duca che con quello di marchese. Da quando era morto il padre (Re Federico) egli s’era tenuto lontano dagli intrighi di corte, dominata dai Palizzi” 
Pirruccio da Tusa …”Pirruccio era stato uno dei familiari della corte di Messer Francesco, il quale lo aveva avuto singolarmente caro. Vi era entrato fanciullo, ed era cresciuto con i figli del Conte e con Bertuchello. Al suo ritorno da Bologna, Bertuchello lo aveva trovato signore della torre e villa del Vallone. Poi venne la catastrofe e disperse tutti” 
Serena Ognibene, moglie di Pirruccio..”In quel punto stesso la fanciulla si affacciò alla finestra. Non aveva più il manto: il sole le illuminava il viso e mi pareva che l’accendesse di splendori”..
Matteo Sclafani, personaggio storico, conte di Adernò e amico di Messer Ventimiglia “Questo signor Matteo Sclafani che fu l’ultimo e il più noto della sua stirpe, non primeggia nella storia per gesta; ed anche in quei trambusti il suo nome o non figura o figura tra personaggi secondari ed in fatti di poca importanza. Pure ai suoi tempi dovette godere di una grande reputazione per la sua ricchezza – sembra che venisse secondo dopo i Chiaramonte  - e per la sua liberalità. Gareggiando con qeusti profondeva denari per edificare o decorare chiese ed alcune serbano ancora o nelle lapidi o nei capitelli lo scudo con due gru, arma dello Sclafani. Ma di questa gara rimase esempio il palazzo. Per deridere e mortificare i Chiaramonte, che da trent’anni circa attendevano alla costruzione dello Steri (fu cominciato verso il 1305), Matteo Sclafani costruì il suo in un anno e una lapide sincrona, esistente fino al Settecento e riportata dagli storiografi di quei tempi, attestava il miracolo. Strano destino: i soli palazzi trecenteschi di Palermo rimasti integri nella loro massa, se non intatti, sono appunto lo Steri dei Chiaramonte e il palazzo dello Sclafani” 




Luigi Natoli: Latini e Catalani volume 1 e 2. (Mastro Bertuchello e Il tesoro dei Ventimiglia) Romanzo storico siciliano, ambientato nella Palermo del 1300, al tempo del regno d’Aragona, del conte di Geraci Francesco Ventimiglia e dei fratelli Damiano e Matteo Palizzi, sullo sfondo della guerra fratricida fra Latini e Catalani. I due volumi sono la trascrizione delle opere originali pubblicate con la casa editrice La Gutemberg rispettivamente negli anni 1925 e 1926.
Copertine di Niccolò Pizzorno
Mastro Bertuchello – Pagine 575 – Prezzo di copertina € 22,00
Il Tesoro dei Ventimiglia – Pagine 525 – Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Consegna a mezzo corriere in tutta Italia) Invia un messaggio alla mail ibuonicugini@libero.it o al whatsapp 3894697296
Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store on line.
In libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Nuova Ipsa Editore (Piazza Leoni) Libreria Sellerio (Viale Regina Margherita - Mondello)

giovedì 1 luglio 2021

Luigi Natoli: Manifestazioni di penitenza. Tratto da: Palermo al tempo degli Spagnoli.

 
Ora voglio raccontarvi una delle manifestazioni di penitenza, che avevano luogo quando una sciagura minacciava la città, e per essere più chiari, quando la carestia si affacciava paurosa; il che avveniva più spesso che non si creda. 
Nel 1647 l’annata arida e sconsolata aveva disseccato i frumenti; le provviste del Senato erano consumate; navi cariche non ne venivano; il popolo non trovò altro rimedio che rivolgersi a Dio, con processioni di penitenza. Ho detto il popolo, ma bisogna dire anche il clero. 
Era Vicerè il Los Vélez e arcivescovo don Ferdinando Andrada, che decisero di trasportare dalla Cattedrale alla Chiesa di S. Giuseppe, il Crocifisso miracolosissimo sopra tutti i Crocifissi, perché dicono e spergiurano che fu scolpito da Nicodemo su Gesù quando lo discesero dalla Croce; e il 3 di maggio, con gran pompa, seguito da tutti i nobili e da mercanti e dal Vicerè, fu portato dai confrati di Piedigrotta, alla sua nuova provvisoria sede. Erano tutti scalzi e coronati di spine. Da allora cominciarono le processioni di penitenza. 
Prima i Carmelitani della Chiesa di Montesanto, che si trascinarono tremila uomini, alcuni lacerandosi con battiture, altri portando grosse croci sul dorso; due si piegavano sotto un legno pesante, che alle estremità dei bracci era reso più pesante da grosse pietre. Un altro era da capo a piedi rivestito di spine: un altro andava colle mani legate a un grande sasso che gli batteva ritmicamente le gambe. 
Poi vennero i Carmelitani della Casa principale a Ballarò, e i loro confrati si battevano colle discipline, e uno di essi si faceva tirare da otto uomini, stando disteso per terra, sopra una scala a pioli. 
I nobili della Compagnia della Pace, dentro da Chiesa di S. Giuseppe si trascinarono per terra. Della compagnia dei Maggiordomi, uno andava carponi con basto da mulo addosso. Le prostitute avevano un usbergo d’acciaio: i confrati di S. Lorenzo e quelli di S. Onofrio si trascinavano in chiesa in ginocchio; e le verginelle, ossia le orfane raccolte in un ospizio, andavano col viso velato. E tutti erano coronati di spine con corde al collo, e si battevano a sangue. 
Ma quelli che furono “riguardati con somma pietà e tenerezza” – dice l’Auria – furono i padri di S. Nicolò Tolentino, perché uno di essi aveva il collo stretto in un cilicio e due altri erano così fortemente coronati di spine che “correva molto sangue.” Uno dei confrati aveva nelle carni nude infisse delle tenaglie! 
E i Cappuccini? Andarono vestiti di sacco nero, con uno innanzi che sonava la tromba lugubremente, che pareva quella del Giudizio finale; e il superiore dei confrati era legato in una grossissima corda tenuta dai congiunti, e dietro a lui veniva la bara con Gesù che scagliava tre fulmini, e S. Francesco e la Madonna lo supplicavano di aver pietà! 



Luigi Natoli: Palermo al tempo degli Spagnoli. Opera inedita, costruita e fedelmente copiata dal manoscritto dell’autore privo di data. È lo studio critico e documentato di due secoli di storia della città di Palermo mirabilmente analizzata da Luigi Natoli con una visione del tutto contemporanea senza trascurar nulla, compresi i particolari, anche i più frivoli. Argomenti trattati: La città – Il governo – L’amministrazione – Il popolo – Il Sant’Offizio – Il clero e le confraternite – La giurisdizione e l’arbitrio – Le maestranze – Le rivolte – Le armi e gli armati – Le scuole e i maestri – La stampa – Gli usi e costumi delle famiglie – La vita fastosa – La pietà cittadina – Teatri e feste – I divertimenti cavallereschi e le giostre spettacolose – Banditi, stradari e duelli.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Nella foto: Il Crocefisso della Cattedrale di Palermo. 
Pagine 283 – Prezzo di copertina € 20,00
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