giovedì 14 maggio 2020

Luigi Natoli: Dieci centesimi per una Messa. Tratto da: Palermo al tempo degli Spagnoli.


Quanto costava una messa? Cinque grani, ossia dodici centesimi, e se il lettore non ci crede vada a
leggere l’atto del notar Marchese del 20 di settembre del 1527. E per una messa quotidiana si pagavano tre onze l’anno, secondo l’atto del primo novembre del 1540. Monsignor Palafox nel 1679 visto che il clero per le calamità che gravavano sulla cittadinanza, con quella elemosina irrisoria non poteva campare, volle elevar la messa quotidiana a dieci onze l’anno, e per una messa stabilì la somma di tre carlini. Del resto i preti si rifacevano con proventi delle Quarant’Ore, istituite nel 1607, con diritti di stola, nei funerali, con la vendita della cera bianca, che si cominciò a usare nel 1601, colle festicciuole, e non eran poche, che ordinavano nelle loro chiese in onore dei santi principali. 
La messa si celebrava di mattina, salvo, s’intende, quella notturna per la sera di Natale...



Luigi Natoli: Palermo al tempo degli Spagnoli.
Opera inedita, costruita e fedelmente copiata dal manoscritto dell’autore privo di data. È lo studio critico e documentato di due secoli di storia della città di Palermo mirabilmente analizzata da Luigi Natoli con una visione del tutto contemporanea senza trascurar nulla, compresi i particolari, anche i più frivoli.
Argomenti trattati:
La città – Il governo – L’amministrazione – Il popolo – Il Sant’Offizio – Il clero e le confraternite – La giurisdizione e l’arbitrio – Le maestranze – Le rivolte – Le armi e gli armati – Le scuole e i maestri – La stampa – Gli usi e costumi delle famiglie – La vita fastosa – La pietà cittadina – Teatri e feste – I divertimenti cavallereschi e le giostre spettacolose – Banditi, stradari e duelli.
Pagine 283 – Prezzo di copertina € 20,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere)
Disponibile on line su "lafeltrinelli.it", su Amazon e tutti i siti vendita online.
In libreria presso La Feltrinelli libri e musica - Via Cavour 133 - Palermo.

Luigi Natoli: L'inquisizioni e le leggi contro gli Ebrei in Palermo nel 1500.

L’espulsione dei Giudei decretata nel 1492, nonostante la difesa dei Giurati di Palermo e la bontà del Vicerè don Ferrante de Acuña che la protrasse, divenuta fatale, diede all’Inquisitore largo campo di indagare nelle coscienze, per mantenere intatta e pura la fede cattolica. Poiché moltissimi ebrei, spinti dall’amore per la terra dove erano nati, o sgomenti delle sorti dell’esilio o per ragioni di avidità, s’erano convertiti al Cattolicesimo, nacque il sospetto che essi fossero in apparenza cattolici; e che sotto l’aspetto di credere in Cristo, serbassero fede alla religione dei padri. Onde l’indagine si spinse alacremente favorita da familiari e spie, dal secreto impenetrabile e dalla mancanza di appello. Talchè in un periodo di trent’anni, dieci inquisitori mandarono al rogo in persona o in effigie circa trecento “neofiti giudaizzanti!” 
Della condizione dei neofiti o Giudei convertiti basterebbe riportare il bando di monsignor Calvete, per dimostrare quanto fosse insana. Il degno inquisitore prescriveva che essi “non ponno teniri officio, né beneficio ecclesiastico, né seculari, né essiri medichi, advocati, procuratori, notari, spiziali, banchieri, mizzani, sagnaturi (salassatori), né teniri altro officio di honuri et jurisditioni, né portari sopra di loro pirsuni oro, argento, coralli, perni (perle), petri preziusi, né vesti di sita, grana, jammillottu, né cavalcari cavalli, né portari armi.” Erano dunque dannati ad una inferiorità nella quale non erano sicuri neppur della vita. 
Del fanatismo dei predicatori è esempio il veronese fra’ Girolamo Barbato, che nel 1510 aizzò il popolo contro gli Ebrei, e lo sospinse contro gli inquisiti, facendone lacerare anche gli abiti. E fu il Vicerè don Ugo Moncada e il conte di Golisano, che cavalcando fra il popolo in tumulto, scongiurarono un maggior disastro. 
Ma il popolo non vide mai di buon occhio l’Inquisizione...

Luigi Natoli: Palermo al tempo degli Spagnoli. 
Opera inedita, costruita e fedelmente copiata dal manoscritto dell’autore privo di data. È lo studio critico e documentato di due secoli di storia della città di Palermo mirabilmente analizzata da Luigi Natoli con una visione del tutto contemporanea senza trascurar nulla, compresi i particolari, anche i più frivoli.
Argomenti trattati:
La città – Il governo – L’amministrazione – Il popolo – Il Sant’Offizio – Il clero e le confraternite – La giurisdizione e l’arbitrio – Le maestranze – Le rivolte – Le armi e gli armati – Le scuole e i maestri – La stampa – Gli usi e costumi delle famiglie – La vita fastosa – La pietà cittadina – Teatri e feste – I divertimenti cavallereschi e le giostre spettacolose – Banditi, stradari e duelli.
Pagine 283 – Prezzo di copertina € 20,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere)
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martedì 12 maggio 2020

L'11 maggio 1860. Dal diario inedito del 1860 trascritto da carte di Enrico Albanese. Fa parte di: Documenti e memorie della rivoluzione siciliana

Venerdì 11 maggio 1860.
Al far del giorno fino alle ore 13 si vede qualcuno per le strade. Qualche carrozza percorre la città, talune botteghe sono aperte. Poscia succede un allarme generale; le botteghe si chiudono; i cittadini si ritirano; le carrozze spariscono. La città rimane deserta per tutto il giorno, e sembra come Pompei. La truppa occupa i diversi punti della città, fra i quali la Fieravecchia, il palazzo Aragona e quello del Principe di Cattolica. 
Assicurasi come fatto indubitato che il 10° reggimento di linea abbia gridato: Abbasso il Comandante!
Alle ore 22 1/2 avviene una grande dimostrazione all'Albergheria, all'uscir del Viatico. Ritornando il Santissimo, il popolo, che lo seguiva, comincia a gridare: Viva Maria! Viva l'Italia e Vittorio Emanuele! Vi fu qualche birro ferito. Due soldati che passavano furono costretti dal popolo a gridare: Viva l'Italia!
Alle ore 7 la famiglia del Marchese portasi a Palazzo. Poscia vi si recano Maniscalco e Salzano.
Sono partiti Calabrò, Castrone, Valdina. 

Sabato 12 maggio
La città è in grande entusiasmo. Non circolano più pattuglie di soldati. Le botteghe del Toledo chiuse... Si assicurano verificatisi tre sbarchi: uno presso Marsala...

Il diario di Enrico Albanese fa parte di: 
Documenti e memorie della Rivoluzione siciliana del 1860. A cura di Giuseppe Pitrè, Luigi Natoli, Giuseppe Pipitone Federico. (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860)
La prima parte comprende i documenti della rivoluzione, anteriori e posteriori al 4 aprile 1860 e fino al 27 maggio. La seconda, una scelta degli atti della Dittatura, quelli cioè che propriamente riguardano il periodo rivoluzionario, il rinnovamento politico-amministrativo della Sicilia e uomini e fatti della rivoluzione; la terza, più varia, comprende atti della rappresentanza civica, documenti riferibili alle spedizioni, diari del tempo, memorie, poesie, fra cui le memorie storiche di Filippo e Gaetano Borghese, il diario inedito di Enrico Albanese, le lettere di Giuseppe Bracco al conte Michele Amari, il diario di Antonio Beninati.
Pagine 475 - Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile on line su lafeltrinelli.it, Amazon e tutti i siti vendita online. 
In libreria presso La Feltrinelli libri e musica - Palermo  

L'11 e il 12 maggio. I 65 giorni della Rivoluzione di Palermo nell'anno 1860. Dal diario di Filippo e Gaetano Borghese

38° giorno - 11 maggio
Le squadre molto numerose circondavano Palermo, e par dar l'assalto non aspettavamo che un'insurrezione interna. Si portava certo il disbarco di Garibaldi avvenuto il giorno 9, ma veramente fu questo il giorno che il grande eroe posò il piede sulla Sicilia. Disbarcava a Marsala, accompagnato da 1300 uomini e sei cannoni. Le strade deserte; le sentinelle moltiplicate. 

39° giorno - 12 maggio
Segni d'immensa allegrezza nel popolo per la certa notizia della venuta di Garibaldi. I generali della truppa ordinarono subito il ritorno di tutte le colonne mobili; le strade popolatissime di birri e soldati. Verso sera il comitato faceva circolare il seguente proclama: "Siciliani! Garibaldi è con noi, ed il suo nome suona vittoria. I nostri sforzi sono soddisfatti, compiuti i voti e le speranze. Non sia lordato di sangue il giorno della vittoria; e se nel periglio fummo intrepidi, siamo ora generosi e magnanimi... Offesi ed offensori tiriamo un velo sul passato ed uno sia il grido: Viva l'Italia, viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi! - Il comitato - 12 maggio 1860"



Documenti e memorie della Rivoluzione siciliana del 1860. A cura di Giuseppe Pitrè, Luigi Natoli, Giuseppe Pipitone Federico. (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860)
La prima parte comprende i documenti della rivoluzione, anteriori e posteriori al 4 aprile 1860 e fino al 27 maggio. La seconda, una scelta degli atti della Dittatura, quelli cioè che propriamente riguardano il periodo rivoluzionario, il rinnovamento politico-amministrativo della Sicilia e uomini e fatti della rivoluzione; la terza, più varia, comprende atti della rappresentanza civica, documenti riferibili alle spedizioni, diari del tempo, memorie, poesie, fra cui le memorie storiche di Filippo e Gaetano Borghese, il diario inedito di Enrico Albanese, le lettere di Giuseppe Bracco al conte Michele Amari, il diario di Antonio Beninati.
Pagine 475 - Prezzo di copertina € 22,00
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Luigi Natoli: Re Martino. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca.


Bel maggio quello del 1401; ma a Modica faceva caldo, e sebbene il castello, l’antico castello dei Chiaramonte sorgesse sopra l’alta rupe soprastante al quartiere di San Giovanni, non vi alitava un fiato di vento.
Sotto l’azzurro cupo del cielo l’aria pareva si fosse fermata. Gli alberi stavano immobili, colpiti dalla luce viva e sfolgorante; le acque del torrente parevano lamine di metallo.
Fuori nella campagna circostante era un gran silenzio; nel borgo, silenzio. Ma non era ancora mezzodì. 
Nell’ampia sala da pranzo, le cui finestre dominavano la vallata coperta di boschi, la tovaglia candidissima su la quale trionfavano vasi d’argento e d’oro, aveva anche essa una aspettazione piena di silenzio.
Il seggiolone di quercia, dall’alta spalliera intagliata, coperto di cuoio verde e costellato di borchie di bronzo dorato, era vuoto, dinanzi all’unico posto. Ma dinanzi alla finestra v’eran due personaggi.
Uno era giovane, coi lunghi capelli di un biondo rossiccio che gli cadevano, tagliati tondi, sulla nuca e sulla tempia, di sotto a una berretta bassa, e larga di fondo.
Egli volgeva le spalle alla sala, e non si vedeva in volto; ma dal panno della cioppetta (specie di giubba) che gli scendeva al ginocchio, dalla grossa catena che gli circondava il collo, dalla giarrettiera smaltata che gli cingeva il ginocchio appariva un alto personaggio.
Ma più ciò appariva dall’atteggiamento rispettoso dell’altro, che gli stava un po’ indietro, e a capo scoperto.
Era un uomo di una cinquantina d’anni, alto, vigoroso, coi capelli grigi sulle tempia, gli occhi grigi nei quali era qualche cosa di felino, la mascella forte. Era accuratamente raso, come voleva la moda dei tempi, e indossava la cioppa lunga di seta segno che era un uomo di qualità; le maniche della camicia ricamate di seta erano ai polsi tenute da grossi bottoni di filigrana d’oro.
L’uno e l’altro calzavano scarpe di panno di lira (così detto perché veniva da Liria, città spagnuola) insomellate, cioè, solate, con la punta acuta, e aperte sul malleolo.
Dopo un istante il giovane si voltò, guardò il suo compagno con una espressione di supremo fastidio, e disse:
- Messer Bernardo, mi annoio.
Il vecchio rispose:
- Vostra maestà ordini quel che vuole per cacciar la noia, e metterò sossopra la contea e anche il regno per contentarla; ma non mi trafigga l’anima con quelle parole, perché mi paiono un rimprovero alla devozione che ho per la vostra Celsitudine.
Le parole avevano significato umile e rispettoso; ma il volto del vecchio rimaneva duro e impassibile, quasi astioso. Egli aveva assunto una specie di tutela sul re, giovane, avido di piaceri, uscito da poco tempo dalla tutela del padre, che era andato a cingere la corona aragonese.


Luigi Natoli: Il Paggio della regina Bianca – Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1401, quando è appena tramontata la grande epoca chiaramontana. L’opera è ricostruita e trascritta dal romanzo originale pubblicato della casa editrice La Gutemberg nel 1921.

È la presunta storia di Giovannello Chiaramonte, figlio di Andrea, che cerca di risollevare la gloria del suo casato contro il gran giustiziere Bernardo Cabrera, il re Martino e la regina Bianca di Navarra.
Pagine 702 – Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere)
Disponibile on line al sito lafeltrinelli.it, Amazon e tutti i siti vendita online. 
In libreria presso La Feltrinelli libri e musica - Via Cavour 133 (Palermo) e Libreria La Vardera - Via N. Turrisi 15 (Palermo)

Luigi Natoli: Mastro Cecco di Naro. Tratto da: Il paggio della regina Bianca

Mastro Cecco picchiò alla porta del convento; una piccola porta ogivale, ornata di una cornice intagliata a fogliami, e di quattro colonnine sottili, addossate agli stipiti. Sul vertice dell’ogiva un piccolo scudo recava in bassorilievo l’immagine del cane con la fiaccola in bocca; stemma dei padri domenicani, che avevano voluto, effigiando il sogno simbolico della madre di S. Domenico, celebrar la gloria di lui, fiaccola del mondo.
Il sogno intendeva significare la “fiaccola per illuminare, per diffondere la vera luce nel mondo”; ma più tardi fra Tommaso Torquemada e fra Pietro Arbues dovevano vedervi una fiaccola da ardere roghi…
Nel 1401 la chiesa di San Domenico, che sorgeva presso a poco dove sorge l’odierna, non era molto grande: era stata edificata da cento anni, da quando i frati abbandonarono il piccolo convento di basiliane, che si trovava sul Cassaro, dove fu poi eretta la chiesa di S. Matteo. Della chiesa antica non rimane più nulla, pei successivi rifacimenti e ingrandimenti; ma restano ancora tre lati del chiostro, coi loro piccoli archi acuti sorretti da doppie colonnine varie di forma e di capitelli, come sono i chiostri siciliani di quel tempo.
Mastro Cecco dipingeva una parete del chiostro, per incarico di quei frati. Non era un gran pittore; e nel disegno e nel colore aveva quella ingenuità infantile dei pittori primitivi, in un tempo in cui la pittura aveva avuto Giotto, e s’avviava a quello sviluppo che fece grandi i quattrocentisti.
Un devoto aveva legato una somma al convento, con l’obbligo ai frati di far dipingere in una parete del chiostro, un soggetto tra storico e sacro: il conte Ruggero che libera Palermo dai mussulmani e vi ripristina il culto cristiano.
Mastro Cecco aveva trovato nel tema un vasto campo per sfogarvi la sua fantasia; e tra i guerrieri che si accalcavano intorno al fortunato venturiero normanno aveva raffigurato i fondatori delle grandi case signorili, che la tradizione o la vanità diceva venuti col normanno.
Attraverso il palco di legno, sul quale il pittore lavorava, la sua rappresentazione pittoresca si travedeva a brani. Un lato, quello dove erano Ruggero e i personaggi del suo seguito, era dipinto: il maestro attendeva ora a dipingere i Saraceni, dai volti bruni o neri, secondo la tradizione popolare, coperti di grandi turbanti. Nel mezzo c’era il vescovo Nicodemo, tratto dalle tenebre delle catacombe, per ribenedire e riconsacrare al culto l’antica chiesa cristiana, convertita dai musulmani in moschea.
Il giovane era rimasto meravigliato dinanzi alla vivacità dei colori, profusi con fanciullesca intemperanza sulla parete, sui quali predominavano il rosso, l’azzurro, il verde e il giallo.
Ma la sua attenzione fu attratta da un guerriero, il cui scudo portava per arma tre monti d’argento in campo rosso.
- Non è quello lo stemma dei Chiaramonte, maestro? – domandò vivamente.
- Appunto. Come lo sai?



Luigi Natoli: Il Paggio della regina Bianca – Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1401, quando è appena tramontata la grande epoca chiaramontana. L’opera è ricostruita e trascritta dal romanzo originale pubblicato della casa editrice La Gutemberg nel 1921.
È la presunta storia di Giovannello Chiaramonte, figlio di Andrea, che cerca di risollevare la gloria del suo casato contro il gran giustiziere Bernardo Cabrera, il re Martino e la regina Bianca di Navarra.
Pagine 702 – Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile on line dal sito lafeltrinelli.it, Amazon e tutti i siti vendita online.
In libreria presso La Feltrinelli libri e musica (Palermo) e Libreria La Vardera (Palermo)

lunedì 11 maggio 2020

Luigi Natoli: Don Francesco d'Aquino. Tratto da: Calvello il bastardo


In salone dunque, ancor vivace delle recenti pitture, don Francesco d’Aquino teneva la mattina del 6 maggio la consueta udienza. Aveva oltrepassato allora la cinquantina, ma ne dimostrava di più. Il ritratto, dipinto in quell’epoca, che si trova ancora nel Palazzo reale, lo fa più vecchio d’una diecina d’anni. Giusto di membra, dal volto rubicondo, con un bel naso adunco, simile a un rostro, aveva nell’insieme un aspetto benigno e modi piacevoli; e pareva che le fortune gli avessero aperto il cuore alla benevolenza verso coloro, che non potevano, come lui, sognare di diventar gli amanti di una regina e i rappresentanti di un re.
Egli aveva saputo ingraziarsi la cittadinanza; i nobili, per le sue maniere cerimoniose, da uomo galante che sa conciliare il vivere del mondo con la dignità dell’ufficio; i letterati, per la protezione che egli accordava alle manifestazioni dell’ingegno, forse a provare che non indarno aveva fatto dipingere sul soffitto quell’allegoria, della quale in buona fede credeva di poter essere l’incarnazione; il popolo, perchè non si mostrava impulsivo e miscredente come il Caracciolo, nè vanesio e avverso alle maestranze come don Marcantonio Colonna di Stigliano; e perchè aveva temperato i rigori delle istruttorie processuali.
Stava il vicerè, in tutta la regalità della sua carica, seduto presso una scrivania dorata con una posa un po’ accademicamente studiata, per sembrar maestoso e severo. In una anticamera immediata stavano i gentiluomini di servizio, nell’altra anticamera il maggiordomo che introduceva i sollecitatori. Fuori dall’anticamera, dinanzi la porta, due alabardieri tedeschi, due lacchè di servizio, e poi la folla di coloro che aspettavano di essere ammessi. La priorità non era stabilita dall’ordine di tempo, secondo che ciascuno fosse venuto; ma dal grado, dai diritti di preminenza, dai privilegi concessi da re e confermati da altri re a beneficio di questa o quella famiglia patrizia, di quella tal magistratura, di quella confratria o chiesa. Ah! di questi diritti la società di quei tempi era così piena, e davano origine a tanti conflitti, che sembrano a noi curiosi e anche ridicoli, ma che allora apparivano come serissimi, da trascinarsi perfino in liti e in duelli.


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine Settecento e inizi Ottocento, quando la Rivoluzione Francese porta in tutta Europa le prime idee di libertà dei popoli e nascono le prime Logge. Il protagonista Corrado Calvello è affiancato dal patriota e giureconsulto Francesco Paolo Di Blasi.

L’opera è la trascrizione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 880 – Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere)
Disponibile on line al sito La Feltrinelli, Amazon e tutti i siti vendita online.
Disponibile in libreria presso La Feltrinelli libri e musica (Palermo) e Libreria La Vardera (Palermo)

Luigi Natoli: La foresteria della chiesa di S. Maria di Gesù. Tratto da: Calvello il bastardo.


Lo accompagnarono nella foresteria: due celle in fondo al corridoio, presso l’ampio balcone che dava sul giardino, e dal quale si vedeva la città distendersi giù pel clivo, fino a mare. Il frate che l’accompagnava aprì una di quelle celle, depose sopra un tavolino la lampada di ottone, a due lucignoli, augurò la buona notte e se ne andò.
Corrado esaminò la stanza: era più grande delle celle ordinarie, con una finestra di fronte all’uscio: le pareti bianche; il letto di ferro, modesto, ma pulito e soffice; accanto al letto un inginocchiatoio sormontato da un Crocefisso annerito dal tempo, e una piletta d’acqua santa; addossata ad una parete, una tavola di quercia, e su, in alto, uno scaffalino, a due palchetti, pieno di libri, legati in pergamena, coi titoli scritti a grosse lettere nere, per il lungo del dorso. Ne prese uno, che destò la sua curiosità: era un libro di note manoscritte, che riguardavano la cronaca del convento. Il frate compilatore aveva cominciato col notarvi l’anno della fondazione del primo convento nel 1472, fuori le mura, per opera di Pietro e Giacomo de Bruno e delle elemosine dei cittadini; trasportato poi nel centro della città, e arricchito di rendite e di doni. Seguiva la trascrizione dei documenti; poi la descrizione dei poderi, quella dell’edificio del convento e della chiesa; e le lodi dei quadri del Monocolo da Racalmuto e del Monrealese, del gruppo della Pietà, marmo del 1430, che i “forestieri volevano pagare a peso d’oro”, la tomba di Simone Solito del 1626, e quell’altra più bella assai di Giambattista Romano e Ventimiglia, barone di Resuttano, del 1552. E infine seguivano brevi elogi dei frati insigni, e dei personaggi ragguardevoli che il convento aveva ospitato.
Corrado sfogliava negligentemente, come chi non sa che farsi, senza leggere in verità, ma scorrendo con l’occhio ozioso qua e là sulle pagine, cogliendo qualche parola, qualche titolo; mentre il suo cervello pensava ad altro.
Ad un tratto sentì il sangue dargli un tuffo. Un nome gli cadde sott’occhio, le cui lettere gli parve che formassero una parola a lui già nota. Rilesse: era una noticina che diceva:
“Nota come addì 15 di marzo di questo anno 1766 è stato nostro ospite l’illustrissimo signore don Goffredo Calvello barone e duca di Melia, e uno dei primi titoli del regno; essendo padre guardiano fra Felice, suo consobrino dal lato paterno”.
Gli occhi gli tremolarono, divenne pallidissimo. Goffredo Calvello, tre giorni dopo la nascita di lui, s’era recato a Termini: Goffredo Calvello era il proprietario di quella borsa trovata nel cofanetto; quella borsetta Dorotea aveva indicato con le parole “tuo padre!”; Goffredo Calvello era suo padre, e forse l’uccisore della povera donna!




Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine Settecento e inizi Ottocento, quando la Rivoluzione Francese porta in tutta Europa le prime idee di libertà dei popoli e nascono le prime Logge. Il protagonista Corrado Calvello è affiancato dal patriota e giureconsulto Francesco Paolo Di Blasi.
L’opera è la trascrizione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 880 – Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile on line al sito La Feltrinelli, Amazon e tutti i siti vendita online.
Disponibile in libreria presso La Feltrinelli libri e musica (Palermo) e Libreria La Vardera (Palermo)

domenica 10 maggio 2020

Luigi Natoli: Dedica alla mamma

SUL TUO SEPOLCRO
O MADRE MIA
BENEDICENDO A LA TUA MEMORIA
DEPONGO QUESTO LIBRO.

CHE ALTRO POSS’IO OFFERIRE
A L’OMBRA TUA SACRA
DI PIU’ CARO
CHE QUEGLI STUDI CUI TU M’ANIMAVI
FORTE E SORRIDENTE
NE LE TEMPESTE DE LA VITA?

La dedica è posta su "Giovanni Meli, studio critico" -  Tipografia del giornale “Il tempo”
diretta da Pietro Montaina - Anno 1883
Pubblicato dalla casa editrice I Buoni Cugini nel volume "L'Abate Meli"



venerdì 8 maggio 2020

Luigi Natoli: Messer Francesco Ventimiglia. Tratto da: Mastro Bertuchello.


Messer Francesco Ventimiglia, conte di Geraci, vantava sangue regio. Una tradizione di famiglia, che però non è avvalorata da alcun documento, gli attribuiva discendenza dai principi della Casa d’Altavilla: certo le armi dei Ventimiglia erano quelle stesse dei re normanni di Sicilia: lo scudo d’azzurro traversato da una fascia a scacchi alternati bianchi e rossi.
Messer Francesco era uno dei più potenti signori del reame; il suo vasto dominio si stendeva dal mare fino sopra le Madonie.
Al tempo della catastrofe comprendeva una ventina di feudi, Sperlinga, Pollina, Castelbuono, Golisano, Gratteri, Sant’Angelo, Malvicino, Tusa, Castelluccio, le due Petralie, Gangi, S. Marco, Belici e altre terre minori e casali, lo riconoscevano signore: alla sua casa, per diritto ereditario concesso dai re, spettava l’ufficio di Gran Camerario, una delle sei o sette dignità supreme del regno.
L’amicizia e la protezione di che gli era largo il re Federigo, che lo aveva incaricato di ambasceria pel papa, e lo aveva dato compagno al principe Pietro nella escursione in Toscana, lo avevano fatto conte di Geraci: i servigi resi da lui al re e al regno travagliato dalle continue pretensioni della corte angioina, la ricchezza, l’ampiezza dello stato ne avevano fatto il personaggio più rispettato, più temuto, più invidiato. Non poteva dire di essere amato o di godere salde amicizie. Non se le accattivava. Facile agli impeti, violento, instabile nelle relazioni, vago di piaceri e di novità, superbo della sua nobiltà, spregiatore degli altri, generoso fino alla prodigalità e nel tempo stesso geloso dei suoi diritti, prode, irriflessivo, era un impasto di buone e di cattive qualità.


Luigi Natoli: Mastro Bertuchello. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1300, al tempo del regno d’Aragona, del conte di Geraci Francesco Ventimiglia e dei fratelli Damiano e Matteo Palizzi, sullo sfondo della guerra fratricida fra Latini e Catalani. I due volumi sono la trascrizione delle opere originali pubblicate con la casa editrice La Gutemberg rispettivamente negli anni 1925 e 1926. 
Pagine 575 – Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere)
Disponibile on line su La Feltrinelli, Amazon e tutti i siti vendita online.
Disponibile in libreria presso La Feltrinelli libri e musica

Luigi Natoli: La piccola biblioteca di Mastro Bertuchello. Tratto da: Mastro Bertuchello (Latini e Catalani vol 1)


Allora non c’era la stampa; i libri erano manoscritti o su pergamena o su carta bombicina, e costavano molto per la borsa di un povero studente. Possedere una bibliotechina era indizio di ricchezza. Non potendo acquistare i bei codici miniati, Bertuchello se ne faceva le copie, la notte, al lume della lucernetta. In questo modo si era formata una piccola biblioteca, la quale, oltre alle Glosse di Accursio, al Digesto di Azzo da Bologna, alla Somma di S. Tommaso e agli Otia imperialia di Giovanni di Tilbury, conteneva la Summa dictaminis trattato di retorica di Giovanni di Bonandrea, e le Etimologie di Isidoro, alcuni scrittori latini, quelli che allora eran più divulgati. Possedeva una Eneide di Virgilio; le Metamorfosi di Ovidio, gli Officii di Cicerone, le favole esopiane, qualche opera di Seneca, le Confessioni di S. Agostino, un Boezio, un Quintiliano, la Metafisica di Aristotile. E inoltre qualche cantare romanzesco, la storia di Tristano e Isotta, una raccolta di rime volgari, e la prima parte di un poema, che aveva acquistato celebrità, ma che non correva ancora intero: la Commedia di Dante. Egli aveva potuto trascriversi l’Inferno.
Questi libri, che formavano il suo bagaglio letterario, aveva portato con sé a Geraci, e si erano salvati dal saccheggio, perché li aveva nella casa paterna, e le soldatesche del re, che cercavan danari o roba, non avevan saputo che fare di quegli scartafacci.
A Palermo, nella sua cameretta nel vicolo di S. Michele Arcangelo, Bertuchello li aveva schierati in bell’ordine in una scansia che si era costruita da sé. Aveva certe sue idee da “filosofo”, per le quali diceva che un uomo deve saper provvedere da sé alle cose che gli sono utili: e che se c’erano maestri legnaioli e maestri leutari, questa non era una ragione perché egli non potesse fabbricarsi da sé una scansia pei libri, un banco per scrivere e un liuto per suonare nei momenti di ricreazione. Anche la zimarra s’era cucita da sé, e si sarebbe tessute le calze, se avesse avuto il tempo e gli strumenti.
Donne in casa non ne aveva. Gli teneva compagnia un grosso gatto grigio, baffuto, con gli occhi verdi. Gli era venuto un giorno in camera, che era ancora micino; e vi era rimasto: egli l’aveva battezzato con nomignolo affibbiato dagli studenti a uno dei lettori di Bologna, che aveva le mani come artigli e abitudini da predone: messer Granfia.
Tra lui e il gatto s’era stretta una grande amicizia, forse perché anche messer Granfia aveva abitudini da filosofo. Quando Bertuchello sedeva al suo banco, per studiare, messer Granfia gli si accoccolava su la spalla, e pareva leggesse anche lui. Le notti d’inverno, gli scaldava le ginocchia, e gli si coricava ai piedi del letto. Bertuchello gli faceva dei discorsetti, che mastro Granfia ascoltava ammiccando con gli occhietti verdi, e rispondendo con delle capatine. A tavola, mastro Granfia stendeva la zampa sul piatto di mastro Bertuchello e, tirava tranquillamente la sua porzione di pesce o di carne, che mangiava sul desco, da buon commensale.


Luigi Natoli: Mastro Bertuchello (Latini e Catalani vol, 1)
Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1300, al tempo del regno d’Aragona, del conte di Geraci Francesco Ventimiglia e dei fratelli Damiano e Matteo Palizzi, sullo sfondo della guerra fratricida fra Latini e Catalani. 
I due volumi (Mastro Bertuchello e Il tesoro dei Ventimiglia) sono la trascrizione delle opere originali pubblicate con la casa editrice La Gutemberg rispettivamente negli anni 1925 e 1926. 
Pagine 575 – Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere)
Disponibile on line su La Feltrinelli, Amazon e tutti i siti vendita online.
Disponibile in libreria presso La Feltrinelli libri e musica 

giovedì 7 maggio 2020

Luigi Natoli: Quando Marcantonio Colonna vide per la prima volta donna Eufrosina. - Tratto da: La dama tragica


Tre o quattro sedie più in là, ma sulla stessa fila di essi, era seduta donna Eufrosina Corbera, sotto un grande specchio, che pareva le facesse da cornice.
Marcantonio Colonna fermò un istante il suo sguardo sopra di lei, come cercando nella sua memoria di ricordare chi fosse, e dove l’avesse veduta altra volta. Non gli pareva un volto del tutto nuovo. Una rimembranza imperfetta e confusa era balenata nel suo cervello; ma per quanto frugasse nei più profondi recessi della memoria, non vi scorgeva dove, come e quando avesse conosciuto quella dama. Pensò che forse s’ingannava. Ma o nuova, o veduta, il signor Marcantonio diceva a se stesso che quella donna era veramente bellissima.
Donna Eufrosina se ne stava immobile, con le piccole mani affilate inerti sul grembo, e in quell’atteggiamento, entro la cornice dello specchio, pareva un meraviglioso dipinto. Le grazie del corpo risaltavan maggiormente sotto il vestito, scelto e adattato con un fine senso di civetteria. Indossava una veste d i broccato turchino, con ricami d’argento e bottoni di perle; e in testa aveva un berrettino di velluto dello stesso colore, sormontato d’un ciuffetto di piccole piume bianche, che le cadevan leggiadramente sui capelli annodati con un filo di perle.
Donna Eufrosina, girando gli occhi, si accorse in quel momento di essere guardata dal Vicerè e dal Pretore, e divenne rossa. Gli occhi del Vicerè insistettero ancora un po’ come per godere di quel rossore, poi si distolsero lentamente e quasi con rammarico. 
Non osava confessarselo, ma in fondo o in cima al suo pensiero stava quella giovane e bellissima dama, alla quale per la prima volta egli poneva mente, e la cui immagine gli stava dinanzi agli occhi inte­riori con una insistenza che non gli dispiaceva.
Il suo pensiero non andava più oltre di quella contemplazione platonica, nè si fer­mava sopra qualche vaga e lontana speranza. Marcantonio Colonna non era più giovane; cinquant’anni erano già sonati; era calvo e brizzolato; non poteva dunque illudersi di ferire il cuore di una giovane e bella donna, che aveva un marito giovane, bello e valente. Ma pure non poteva impedire al suo cuore di schiudersi a qualche desiderio, e di vagar dietro qualche sogno.
Marcantonio Colonna era vestito tutto di raso bianco, con una cappa corta di velluto nero, foderata di raso bianco. Ricami di argento delicatissimi gli ornavano il corpetto, appuntito, sul ventre, e fermato da un cinturino tempestato di gemme, dal quale pendeva un piccolo pugnale dall’elsa di argento e dalla guaina di velluto nero.
Era elegantissimo, e per la gravità e la nobiltà dell’aspetto, anche imponente.

Luigi Natoli: La dama tragica. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1580. L'opera è la trascrizione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930.
Pagine 598 - Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (spedizione tramite corriere)
Disponibile su Amazon e tutti i siti vendita online. 
Disponibile nelle librerie indicate al sito www.ibuonicuginieditori.it 


mercoledì 6 maggio 2020

Luigi Natoli: Palermo al tempo degli Spagnoli. Opera inedita.



Opera inedita, costruita e fedelmente copiata dal manoscritto dell’autore privo di data. È lo studio critico e documentato di due secoli di storia della città di Palermo mirabilmente analizzata da Luigi Natoli con una visione del tutto contemporanea senza trascurar nulla, compresi i particolari, anche i più frivoli.

Argomenti trattati:
La città – Il governo – L’amministrazione – Il popolo – Il Sant’Offizio – Il clero e le confraternite – La giurisdizione e l’arbitrio – Le maestranze – Le rivolte – Le armi e gli armati – Le scuole e i maestri – La stampa – Gli usi e costumi delle famiglie – La vita fastosa – La pietà cittadina – Teatri e feste – I divertimenti cavallereschi e le giostre spettacolose – Banditi, stradari e duelli.

Pagine 283 – Prezzo di copertina € 20,00
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere)
Disponibile su Amazon e in tutti i siti vendita online
Disponibile nelle librerie indicate nel sito www.ibuonicuginieditori.it 

martedì 5 maggio 2020

Luigi Natoli: La taverna dello zu' Saverio il Tripposo. Tratto da: La vecchia dell'aceto


Alla Guadagna, sulla sponda del fiume Oreto, presso il ponticello di pietra, c’era, ombreggiata da un gruppo di pioppi, una taverna campestre. Una casa a pianterreno, con un piccolo spazio di terreno vuoto dinanzi sul quale lo zu’ Saverio il “Tripposo”, così detto perché il vaiuolo gli aveva bucherellato il viso come una trippa, disponeva nella buona stagione tre o quattro tavole, banchi e scranne. La taverna aveva due stanze: la seconda delle quali gli serviva da camera, e, occorrendo, da sala riservata per gli “amici” che avevano qualche “discorso” da fare. Per comodo dei quali, la stanza aveva una porticina, che dava sui folti canneti, che, fra gli alberi formavano una fitta muraglia verde dietro la taverna, e si prolungavano lungo le due sponde del fiume, ristretto in quel punto come un ruscello o un canale.
Il sito era pittoresco, anche per lo sfondo verde. Oltrepassato il ponticello, si dilungava una viottola, fra campi aperti; a poca distanza della quale sorgeva una chiesetta, dedicata alla Madonna della Grazia, volgarmente chiamata della Guadagna, e a cui era addossato un edificio, specie di canonica, una volta sede di una Congregazione, già venuta meno nel 1787. Più in là, a monte, sorgeva un antico palazzetto trecentesco, di stile ogivale, mezzo rovinato; antica villa dei Chiaramonte, che paurose leggende popolari avevano fatta denominare la Torre dei Diavoli. In fondo, in giro, la chiostra dei monti, ed il convento di S. Maria di Gesù, biancheggiante alle pendici del Grifone, e più in là il villaggio della Grazia, su quelle dell’Orecchiuta. Un ampio e vasto scenario che si godeva dallo spazio davanti la taverna. Il fiume, in quei pressi, s’incassa fra due ripe alte, di tufo giallastro, nelle quali si aprono grotte scavate in tempi immemorabili, alcune delle quali gli antichi ridussero probabilmente in sale da bagno; vedendosi in alcune di esse, di forma semicircolare, dei sedili lungo le pareti.
La taverna era meta nei pomeriggi dalla primavera all’autunno di artigiani e “galantominicchi”, che vi andavano a bere un vino chiaretto della contrada dei Ciaculli o di Misilmeri; e, secondo la stagione, a mangiarvi qualcuna delle pietanze popolari, o manicaretti stuzzicanti la sete. Ma ciò non toglie che la taverna fosse d’inverno abbandonata: soltanto gli avventori erano scarsi. Questa era la clientela comune, manifesta, insospettabile: ma la taverna del “Tripposo” aveva altra clientela, che, apparentemente non aveva nulla di diverso dall’altra; mangiava, beveva, giocava alla morra o al “tocco”, o sonava la chitarra e cantava canzoni e arie popolari; ma quando non c’era gente entrava nella seconda stanza e si chiudeva in conferenze come un corpo diplomatico o un sinedrio segreto; e quando la gente non se ne andava, essa si allontanava alla spicciolata, prendeva la via della città, ma per svoltare ad un tratto, quando era fuor della vista, gittarsi fra i canneti, e giungere all’usciolo di dietro della taverna, dove entrava non veduta.


Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1700. La storia di Giovanna Bonanno, l'avvelenatrice passata alla storia come La vecchia dell'aceto. 
L'opera è ricostruita e trascritta dal romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927 
Pagine 562 - Prezzo di copertina € 22,00 
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Elaborazione grafica: Maria Squatrito 

Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

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Luigi Natoli: Rosalia. Tratto da: La vecchia dell'aceto.


Era la moglie di don Agostino; una giovane di forse ventidue o ventitrè anni; non perfettamente bella, ma avvenente, e negli occhi neri e vellutati, nella bocca tumida, rivelante una natura sensuale avida di piaceri e di piacere. Nell’aspetto aveva qualcosa di fine, di superiore al suo ceto: le mani erano fine e lunghe, i piedi piccoli: aveva un gusto naturale nell’acconciarsi, una certa eleganza nel camminare. Se avesse preso a marito un avvocato, un giudice o un impiegato del Ministero, ella avrebbe sostenuto benissimo e senza imbarazzo il suo posto di signora. 
Perciò nel Cortigliazzo, dove abitava, le vicine, pettegoleggiando fra loro, la canzonavano, la chiamavano per dileggio la principessa. E veramente ella era figlia d’ignoti: qualcuno appena nata, avvolta in pochi lini e in un pezzo di coperta, l’aveva portata alla Ruota una notte d’aprile. L’aveva ficcata dentro l’ordegno, e datogli un giro, e sonato il campanello se n’era andato. La bimba era stata raccolta dalle donne addette all’Ospizio. Non le trovarono nessun pezzo di carta coi nomi, nè un segno sui lini, non una medaglia; la coperta non aveva nulla di particolare: coloro che l’avevano esposta non volevano dunque che un giorno ella potesse essere riconosciuta. Essa aveva soltanto un piccolo segno o voglia. Poiché quel giorno, nell’Ospedale, avevano consacrato un altarino nuovo a Santa Rosalia, in capo a uno dei corridoi, la superiora non sapendo che nome dare alla piccina, la fece battezzare con quelli di Rosalia Pellegrina.
Ma la piccina, dopo due o tre giorni fu rilevata da una donna che voleva allevare una trovatella per guadagnare qualche cosa. Disse di chiamarsi Anna Pantò; fornì buone informazioni, e portò via la piccina. Se non che Anna Pantò, dopo un mese, ebbe dal marito ubriaco una coltellata mortale; l’assassino fuggì, la povera donna gridò al soccorso, e le vicine accorse giunsero appena in tempo per raccogliere l’ultima parola: – “Rosalia!” – e l’ultimo sospiro.
Una donna che pareva la moglie di un artigiano agiato o di un impiegatuccio, si fermò e più che la morta guardò la piccola Rosalia che piangeva.
Disse dove abitava e portò seco la piccina.
Così Rosalia trovò un’altra mamma, e crebbe in una casa migliore e sebbene modesta, non povera; e fino a tredici anni credette di esser proprio figlia di quei borghesucci. Poi seppe che era una trovatella per la malignità di una compagna di scuola, sua vicina di casa, che probabilmente l’aveva sentito dire in casa, e per bizza lo ripeteva. Ma ciò non raffreddò l’affetto fra lei e la sua madre adottiva, che continuò a considerare come la sua vera mamma. Per educarla più finemente (era così gentile la fanciulla!) a sei anni l’avevano mandata alla scuola del Collegio di Maria dell’Olivella, dove imparava qualche cosa di leggere e far la firma, il cucito, il ricamo, e far trine e passamani di filo, di seta, d’oro e d’argento secondo quanto era prescritto dalle tavole di istituzione del 1721. Rosalia non essendo nobile, né figlia di magistrati, frequentò la sezione riservata alle fanciulle del suo ceto: ma vi fece progressi; era intelligente, svelta, accurata; e aveva gusto. I suoi ricami erano perfetti; le sue trine parevano tessute da dita di fata. Quando morì don Ambrogio, lasciando la moglie e la figlia adottiva nella povertà, che non aveva rendite, questa perizia fu la risorsa delle due donne. Michela raccomandandosi a questo e a quello, e specialmente al suo confessore, poté avere delle commissioni: Rosalia le eseguì, e con tanta bellezza, che cominciò a farsi una clientela, e le commissioni fioccavano. Gliene venivano anche dalle dame; e non era raro che qualche carrozza signorile si fermasse dinanzi alla umile casa della via Grande del Castello, dove la Belviso, dopo la morte del marito, era andata ad abitare. Nè era raro che Rosalia andasse in casa di qualche dama. Si trovò così in contatto con persone ricche, titolate, eleganti, che vivevano nel lusso: e cominciò a essere ambiziosa. Sentiva che avrebbe saputo vestirsi anche lei con una certa eleganza, e abitare in belle case e comandare servitorame, e poiché i mezzi c’erano, cogliendo a pretesto che per una fanciulla che aveva necessità di frequentare case di signori, era vestita maluccio, pretese vestiti più fini e più eleganti. 
Michela fece qualche obiezione: eran povera gente, non dovevano stendere le gambe più del lenzuolo; bisognava pensare a farsi un po’ di dote; ma finalmente cedette alla figlia. La quale non ricorse all’opera della sarta; e dalle sue mani produsse un piccolo capolavoro. Quando indossò la prima volta il suo vestito, per andare da una baronessa, Michela la guardò con ammirazione e quasi con orgoglio, ed esclamò:
- Sembri la figlia di un principe!

Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1700. La storia di Giovanna Bonanno, l'avvelenatrice passata alla storia come La vecchia dell'aceto. 
L'opera è ricostruita e trascritta dal romanzo pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927
Pagine 562 - Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su Amazon e tutti i siti vendita online
Disponibile nelle librerie indicate nel sito www.ibuonicuginieditori.it