venerdì 22 novembre 2019

Luigi Natoli: L'acqua delle sette parrocchie femmine e l'acqua "maritata". Tratto da: La vecchia dell'aceto


L'acqua delle sette parrocchie femmine
Quest’acqua, alla quale si attribuivano virtù meravigliose, non era che l’acqua benedetta raccolta in sette parrocchie dedicate a sante e poste in quartieri di nome femminile. Bisognava dunque in una bottiglia andare a prenderla nelle parrocchie di Santa Lucia, Santa Margherita, Cattedrale, Kalsa, Albergheria, Santa Croce e Olivuzza.

L’acqua maritata
Più d’una volta qualche donna abbandonata dal marito o dall’amante era corsa a lei a domandarle consiglio e opera per far ritornare il traviato al suo nido: essa aveva suggerito quei rimedi ai quali le superstizioni popolari attribuivano virtù prodigiose. Per esempio dar da bene all’uomo nel vino o nel brodo l’acqua maritata: l’acqua maritata era quella attinta alle pile di tre chiese parrocchiali dedicate a tre santi, due maschi e una femina, o due femine e un maschio: Sant’Ippolito, Sant’Antonio e Santa Lucia, o Santa Margherita, Santa Lucia e San Giovanni dei Tartari. O altro rimedio meno ridevole, accompagnato da filastrocche e invocazioni diaboliche da recitarsi o in chiesa durante la messa o in campagna di notte, sotto la luna. Superstizioni e pratiche comuni, che le donnicciuole conoscevano senza essere fattucchiere, ma che nella opinione del popolino confermavano questa fama nella za’ Anna. E ad alimentarla concorreva ancora la vita chiusa e solitaria che ella faceva, in quella stamberga nera, tetra, squallida, dove la sera attraverso la porta socchiusa, spesso si vedeva lei dinanzi al fornello su cui bolliva una pentola, che pareva misteriosa; e il suo volto, ai mobili riflessi della fiamma, ora più ora meno vivace, prendeva espressioni strane e paurose.


Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1700. La storia di Giovanna Bonanno l'avvelenatrice, passata alla storia come La vecchia dell'aceto.
Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927
Pagine 562 - Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile su Ibs (sconto 15%)
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Nella foto: Acquasantiera del Gagini, Cattedrale di Palermo

Luigi Natoli: La farmacia di don Saverio La Monica. Tratto da: La vecchia dell'aceto.


Don Saverio La Monica, aromatario, aveva la sua bottega nella strada della Gioiamia. Aromatario significava, in quel tempo, farmacista. Era un uomo più che maturo, che passava la vita dietro al banco, a pestare, impastare, mescolare, far pillole, cartine di polveri, elettuarî, sciroppi ed emulsioni. Con gli occhiali sul naso, le maniche rimboccate, eseguiva le ricette, barattando una parola con questo, una con quell’altro avventore. E di avventori non ne mancavano, perché in tutto il quartiere del Capo, nessun aromatario godeva tanta buona riputazione, quanto lui, perché aveva la bottega fornita di tutte le medicine prescritte dall’ordinanza del Pretore che rivestiva la carica di proto-medico della città; ma anche perché inventava certe misture efficacissime; e sapeva dare consigli medici.

La bottega si riconosceva la lontano, per il gran mortaio di marmo, posto sopra la soglia su uno sgabello un po’ sporgente in fuori; insegna questa comune a tutte le farmacie del tempo. Ai lati lungo gli stipiti c’erano due tabelle non grandi, rettangolari, in una delle quali un pittore da insegne aveva dipinto il bastone di Esculapio coi due serpenti attorcigliati, e una leggenda latina: Altissimus creavit de terra medicamenta et vir prudens non abhorret ab illis; nell’altra tabella era dipinto Sant’Andrea protettore degli speziali, con la leggenda: Cedite vos, qui consulitis mortabilus artes; vis vestra ex nostraque statque, caditque manu. La stanza, che serviva da bottega, non era molto grande: e aveva uno scaffale in fondo, che occupava tutta la larghezza della parete; in mezzo alla quale in basso era una porticina, donde si passava nel laboratorio.

Altri due scaffali si partivano da quello di fondo, della stessa altezza, ma si arrestavano a metà della stanza. Nello spazio vuoto, da un lato c’era il torchio, indispensabile a ogni aromatario per fabbricare olio di mandorla o di ricino; dalla parte opposta v’erano addossati alla parete alcune sedie molto sudicie e con l’impagliata rotta in qualche punto. Sulla cornice dello scaffale in fondo v’era un quadro che rappresentava la Vergine, dinanzi alla quale ardeva una lampada. Sotto, nel fregio, era dipinto a grandi lettere: Salus Infirmorum, che poteva ben riferirsi alla Vergine come ai medicinali. I quali facevano bella mostra, non di sè, ma dei recipienti in cui erano conservati. Erano vasi smaltati, della stessa grandezza, a vivaci colori, tutti di una forma allungata, che si restringeva dolcemente a metà dell’altezza, per riallargarsi gradatamente alla base; con uno scudo bianco incorniciato di giallo, in mezzo al quale era il nome del medicinale. In dialetto si chiamavano burnii. Nello scaffale laterale, di destra, queste burnie avevano forma di bocce panciute, con un collo breve, ed erano smaltate in bianco e azzurro, col nome del medicinale in nero. Nell’altro scaffale laterale, a sinsitra, erano bocce, bottiglie, boccette di vetro e vasetti bianchi, cilindrici. La ricchezza ed il lusso di una farmacia d’allora erano nei vasi smaltati, ai quali gli antiquari han dato una caccia spoliatrice, approfittando dell’ignoranza dello snobismo dei farmacisti.

Spesso il medicinale non c’era; ma la burnia non mancava. Chi andava per comperare due grani di conserva di rose rosse, poteva leggere sulle bocce e sulle bornie i nomi della Polvere di Guttetta, per guarire la eclampsia dei bambini, del Sebeston, dello sciroppo di vibello, di cicoria, di reobarbaro e di spinapontico; della conserva di fior di persico, del diascordio, dell’elettuario di Giustiniano Imperatore, dell’alckool (sic), fluore, dell’acqua teriacale, della Quarteccia rossa, delle pillole di Lancellotto, e di quelle di tartaro di Bonzo, e delle universali di Becherio; dell’estratto di scilla acoso, della tintura anglicana, del grasso di vipera; dello specifico cefalico Michaele, del sale sedativo di Homberg, dell’impiastro di Simone de Pacello e di quello de Ranis, del trocisco di Aradonis Abbatis, del vitriolo di Marte, e via via dicendo: medicinali nostrani e stranieri; e poi gli olii di mandorla, di lino, di ruta, di scorpione; polveri di assa fetida, agarico: i sief, ossia collirii; e finalmente i veleni, arsenico, laudo liquido, cantaride, ecc.  Insomma la spezieria di don Saverio La Monica non mancava di nulla. Essa era fornita di quanto occorreva pei ricchi e pei poveri, secondo l’ordinanza. Sul banco v’erano le bilancette e i pesi, e la carta tagliata a quadretti per avvolgere le polveri e turare le boccette.

Nella retrobottega, poi, v’erano storte, lambicchi, tubi, matraci, un grande fornello, fornellini portatili, boccioni grandi, recipienti di varia misura di porcellana, di vetro, di rame. Ma dappertutto v’erano le vestigia delle mosche, v’era dell’unto di olii e di pomate; e un odore nauseabondo composto di tanti odori diversi. Non se ne doleva nessuno, perché vi si era avvezzi; e poi, perché don Saverio sapeva con le sue storielle divertire i clienti che erano costretti ad aspettare la manipolazione delle medicine.

Di tanto in tanto qualche medico di passaggio faceva fermare la portantina dinanzi la bottega, e veniva a far quattro chiacchiere con don Saverio, e, chi sa? ad acchiappar qualche cliente: Don Saverio, per questo, si prestava volentieri a procurarne: e i medici gli si mostravano grati mandando i clienti a spedire le ricette da don Saverio alla Gioiamia, che era un aromatario valentissimo. Aveva fatto pratica nella spezieria dell’ospedale, e sostenuto l’esame di abilitazione dinanzi al Nobile e Salutifero Collegio degli Aromatari, magistrato supremo dell’aromataria; e chi volesse vedere il diploma munito di bollo e la licenza di tenere bottega, egli li aveva in due quadretti, appesi di qua e di là sulle pareti.


Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1700. La storia di Giovanna Bonanno l'avvelenatrice, passata alla storia come La vecchia dell'aceto.
Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927
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Luigi Natoli: Come Giovanna Bonanno diviene una "fattucchiera". Tratto da: La vecchia dell'aceto


Se ne andò cercando di quartiere in quartiere, cercando uno di quei pianterreni miserabili che si chiamano “catodi”, ma la notte sopravvenne senza aver trovato nulla; dovette acconciarsi a dormire sotto uno di quei banchi sporgenti dalle botteghe di via Toledo, stringendo le mani sul petto, dove aveva conservato i due scudi avvolti in un cencio. Il domani fu più fortunata: trovò una stamberga in un vicolo dell’Albergheria. Nessuno la conosceva in quella contrada; ella disse di chiamarsi Giovanna Bonanno, che era vedova, sola e povera. Col resto dei due scudi poté da un rivendugliolo comprare un pagliariccio, e una schiavina usata e una tavola. Aveva così una tana dove dormire; ma non una casa per ispirare fiducia e poter riprendere la sua professione. E chi si sarebbe mai affidata a lei così brutta, così ripugnante, così miserabile? E tuttavia bisognava vivere!... Cominciò ad andare in giro, con un sacchetto sospeso al braccio, accattando alle botteghe qualche po’ di pane, qualche rimasuglio di formaggio e nelle osterie qualche avanzo di pesce o di grassi; talvolta usciva fuori porta Sant’Agata, e andava a raccogliere erbe mangerecce nei campi. L’avere una volta indicato a una donna dei rimedi per guarire un bimbetto lattante, suggeritili dalla sua antica professione, la fece credere una di quelle donne che conoscono i mali meglio dei medici e fabbricano medicine e filtri misteriosi. Da questo a trasformarsi nella credenza del vicinato in fattucchiera non ci volle molto: cominciarono allora a ricorrere a lei per domandarle incantesimi e disincantesimi, fatture, filtri, magie; ma Giovanna, scottata dalla prigionia sofferta innocente, non voleva subirne un’altra da rea, e respingeva le richieste, non senza ira; pretendendo che essa non era una strega, che non conosceva “l’arte”, che conosceva appena qualche rimedio per curare i lattanti e le donne sopra parto o puerpere: nient’altro. La lasciassero in pace; era buona cristiana e non aveva nulla in comune coi mali spiriti. Eran parole. Le persone così respinte non la credevano; e se ne andavano più convinte che mai che ella fosse una fattucchiera, che però non voleva aiutare la povera gente.


Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1700. La storia di Giovanna Bonanno l'avvelenatrice, passata alla storia come La vecchia dell'aceto. 
Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927
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mercoledì 13 novembre 2019

Luigi Natoli: Giovanna Bonanno al carcere del sant'Offizio. Tratto da: La vecchia dell'aceto.


Giovanna Fileccia, o la “comare Giovanna” come più comunemente era intesa, era vedova due volte, la prima volta di un Fileccia; la seconda di un Bonanno. Siccome aveva incominciato a far la levatrice al tempo del primo marito, aveva nella professione mantenuto quel nome, che era notorio. Era abile, e si prestava facilmente a pratiche delittuose, che essa compiva con la coscienza di far bene, perché miravano a conservare l’onore e la pace nelle famiglie. Don Gastone aveva ricorso a lei per assistere donna Elisabetta, e, un anno dopo, donna Maria di Altofonte.
Il domani riprese il suo posto di osservazione al mercato, incaponendosi nell’idea di scoprire chi fosse il padrone di Sara. Ma a un tratto due birri del Sant’Offizio la presero per le braccia, la spinsero in una portantina, e via. Ella gridò invano; si fece un po’ di folla, il caporale disse:
- È una fattucchiera che ha dato l’anima al diavolo.
E si segnò; la gente si segnò anch’essa e si scostò. La portantina quindici minuti dopo giungeva nel tenebroso palazzo dell’Inquisizione, e Giovanna era gittata in una di quelle segrete, vere tombe di viventi.
Il giorno dopo un fiscale e un notaro entrarono nella segreta e la interrogarono; essa era accusata di pratiche contro l’onestà delle donne, contro la santa religione e il buon costume, di sortilegio e di fattucchierie. Ce n’era tanto da seppellirla il quel tetro carcere. Si difese, pianse, pregò, gridò invano. La porta si chiuse. Era bastata l’accusa del nobile cavaliere Gastone del Carretto, perché l’Inquisitore monsignor Ciafaglione senz’altro la facesse arrestare. Un processo fu imbastito. Dopo un anno Giovanna Fileccia, con altre due disgraziate fu condotta fra birri, famuli e confraternite, alla porta della chiesa di S. Ippolito, con una cesta appesa al collo, il bavaglio, le braccia legate dietro le reni; e lì fu letta la sentenza che le condannava tutte e tre come fattucchiere al carcere del Sant’Offizio per dieci anni.
Dieci anni! chiusa in una segreta del carcere delle donne, senza luce, senz’aria, con poco nutrimento, peggiorato da digiuni e penitenze, Giovanna andò deperendo fisicamente e accumulando nel suo cuore odio contro gli uomini e contro il cielo. Se veramente avesse potuto fare un patto col diavolo, gli avrebbe venduta l’anima pur di uscire da quel carcere, ed esercitare le sue vendette. Ma sebbene invocato e scongiurato con ridicole e nel tempo stesso orrende bestemmie, il diavolo non le apparve. Essa finì col rinnegarlo e col non credere alla sua esistenza.
Quando, trascorsi quei dieci anni, riconciliata, assolta, comunicata, uscì dal carcere, fu presa da una vertigine; la luce del sole l’abbagliava, il rumore della vita la stordiva. Usciva invecchiata di venti anni; l’umidità le aveva fatto cadere i denti; le era cresciuto un gozzo simile a una vescica, pendente dalle grinze del collo: era orribile e nessuno avrebbe potuto riconoscerla. Usciva povera e senza nessun mezzo per vivere. Il Sant’Offizio le aveva fatto la carità d’una vesticciuola e un paio di scudi; ma dove andare? che fare? Riprendere la sua professione? E chi l’avrebbe più chiamata? La condanna l’aveva diffamata, e l’ozio e i patimenti avevano anche ottuso il suo cervello e intorpidite le mani. Essa era in uno stato di ignoranza, che non sapeva più in che giorno, mese e anno si fosse. E ne domandò: il sentir dire che era il 7 settembre del 1775 le sonò come una data misteriosa, inverosimile. Trascinandosi sulle gambe, che avevano disimparato di camminare si recò verso la casa che aveva abitato, nella strada delle Pergole, vi giunse e provò una commozione, rivedendo la scaletta esterna di legno, che metteva alla porta; ma sulla scaletta sedeva ora una comare, che faceva la calza, discorrendo con una vicina che su un ginocchio piegato dava l’aire al fuso, e torceva il filo che traeva dalla conocchia. Stette un poco a guardare; riconosceva che quella gente era in legittimo possesso di quella casa: e pure provava contro di essa un rancore come se gliel’avessero usurpata.
Dove andare?

Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1700. La storia di Giovanna Bonanno, famosa avvelenatrice passata alla storia come "La vecchia dell'aceto".
Nell'unica versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927
Pagine 562 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile su Amazon 
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giovedì 7 novembre 2019

Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. ll 25° volume della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli edita I Buoni Cugini editori.

Un intreccio diabolico a danno di due neonati. 
La nobiltà delle famiglie palermitane dei Santapau, del Carretto, Ventimiglia, d’Altofonte contrapposte al degrado materiale e morale dei popolani del “Cortigliazzo.” L’inquisizione spagnola e il Vicerè Caracciolo. 
I primi “cristiani” precursori dei mafiosi con la loro distorta concezione dell’onore e poi lei, Giovanna Bonanno, l’avvelenatrice, la vecchia dell’aceto che domina su tutto il romanzo corale, magistralmente intrecciato dal grande Luigi Natoli in una Palermo del 1789 affogata nelle contraddizioni, nei pregiudizi e nell’eterna lotta fra il bene e il male.
Questa ristampa de La vecchia dell’aceto è la fedele riproduzione di quella apparsa a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927. Come editori e studiosi del grande scrittore palermitano, siamo convinti che quest’opera, così diversa da tutte le successive pubblicazioni, sia quella originale e ciò per una serie di motivi che esponiamo brevemente. Innanzitutto perché essendo andato distrutto l’originale manoscritto, questa è la trascrizione dell’unica versione stampata quando lo scrittore era in vita, tutte le altre edizioni sono infatti postume. È soprattutto priva di errori storici che Natoli, da grande studioso delle cose palermitane, non avrebbe mai commesso, come ad esempio cambiare il nome della nobile famiglia dei Santapau in Santapace. Inoltre, è stravolta la punteggiatura, la coniugazione dei verbi e sono alterate le tempistiche; figurano frasi aggiunte e frasi tolte, stessa sorte è riservata a interi paragrafi e a delle parole che cambiano il senso a tutta la frase. Sono sostituite diverse imprecazioni tipiche del periodo e italianizzati molti termini tipicamente siciliani che li svuotano di significato (ad esempio il modo di dire “asciugarselo” inteso come “ucciderlo”, è sostituito con “asciugarlo” nel senso di asciugare dal bagnato che non ha alcuna logica). E poi, ancora, la trascrizione di questo romanzo è più in linea con lo stile narrativo di Natoli riscontrato nelle precedenti opere originali da noi profondamente studiate. 
Per ultimo, questa La Vecchia dell’aceto è priva d’immagini retoriche e frasi che non trovano assoluta corrispondenza col modo di scrivere del narratore siciliano, basti solo confrontare la fine di questo romanzo con quella di precedenti edizioni. Sono differenze notevoli: per tale motivo sosteniamo che quest’opera oggi da noi editata sia l’unica originale, e con orgoglio la riproponiamo.
Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1700. Protagonista è Giovanna Bonanno, l'avvelenatrice passata alla storia come "la vecchia dell'aceto".
Pagine 572 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina: disegno di Niccolò Pizzorno. Elaborazione grafica di Maria Squatrito
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martedì 5 novembre 2019

Luigi Natoli: Una commedia al palazzo del capitano di città. Tratto da: La dama tragica.

La domenica innanzi, quattro giorni prima di questo avvenimento, il signor Vincenzo Bongiorno capitano della città (cioè capo della giustizia di tutto il territorio del Comune, e perciò la principale autorità cittadina, dopo il pretore) per festeggiare meglio il carnevale e offrire uno svago a Sua Eccellenza il vicerè e alla nobiltà, aveva dato in casa sua uno spettacolo veramente signorile. Aveva fatto trasformare il grande salone del suo palazzo in un teatro, e aveva scritturato una compagnia di comici. La commedia si diceva assai divertente.
Sebbene la giornata fosse stata freddina e piovosa tuttavia all’invito del signor Capitano non mancò nessuno. La città non aveva teatri pubblici; le rappresentazioni sacre, fra cui celebre l’«Atto» composto da Teofilo Folengo, il celebre Merlin Cocai, si davano nelle chiese; ma per le commedie non v’era luogo, e i comici si adattavano in magazzini. Due anni dopo, nella vecchia Chiesa dello Spasimo, già convertita in magazzini, si costruì, o si adattò un teatro stabile, il primo che sorgesse nella città. Ma allora alla mancanza di pubblici teatri suppliva la magnificenza dei Signori, alcuni dei quali avevano una vera passione per gli spettacoli scenici. Si capisce perciò con quanto vivo piacere si cogliessero le occasioni non frequenti di andare alla Commedia.
Per tre quarti d’ora, per la strada dei Ferrari, per la piazzetta di S. Francesco, per la piazza della Fiera Vecchia non si videro che processioni di lettighe carrozze e portantine, circondate di staffieri, e schiavi in magnifiche livree. Era una sfilata di velluti e di sete, dai colori vivacissimi, luccicanti di ori e di argenti; sola parte dello spettacolo di cui il popolo poteva godere gratuitamente. Sulle soglie delle botteghe o degli usci, infatti, i curiosi si divertivano a contare e a riconoscere dalle livree e dagli stemmi quali signori passassero: e le donne, più curiose, si spingevano a guardare attraverso le tendine dentro le lettighe e le carrozze, per vedere come fossero vestite le dame.
Dinanzi la casa del signor Capitano la fila dei veicoli non finiva mai. La strada era stretta, le carrozze non v’entravano che una alla volta, e non potendo rigirare, per tornare indietro, appena i signori smontavano essi tiravan via per l’altro capo dalla strada giù verso la piazza della Marina. 
Lo spettacolo non poteva cominciare se prima non fosse arrivato il Vicerè; e il Vicerè naturalmente non sarebbe venuto che ultimo, quando la sala sarebbe stata piena. Aspettandolo, parlavan tutti, a mezza voce, ma empievan l’aria di un vocìo alto e indistinto, che cessò a un tratto, quando il maestro di cerimonie annunciò a voce forte e sonora l’arrivo di Sua Eccellenza.
Il signor Marcantonio entrò dando il braccio alla viceregina, preceduto dal Capitano, che si affaticava a sgombrare il passaggio, e ringraziava con grandi frasi studiate la bontà di tanto principe, che non sdegnava onorargli la casa. E fra gli inchini lo pregava di scusarlo se non aveva saputo far di più, come si conveniva: ma sperava che Sua Eccellenza avrebbe accettato il buon volere.
Quando il signor Marcantonio Colonna e donna Felice Orsini ebbero preso posto in prima fila nei seggioloni di velluto, preparati per loro coi cuscini ai piedi, tra l’illustrissimo Don Ottavio Del Bosco, pretore della città, e il Capitano; gl’invitati che al suo passaggio s’erano schierati per fargli ala, sedettero anch’essi secondo il grado e le ragioni di preminenza, che la vanità e la rigida etichetta volevan rispettati. Immediatamente dietro al Vicerè si eran seduti i suoi congiunti, il signor Pompeo Colonna e il signor Lelio Massimo; e tre o quattro sedie più in là, ma sulla stessa fila di essi, era seduta donna Eufrosina Corbera, sotto un grande specchio, che pareva le facesse da cornice.
Marcantonio Colonna fermò un istante il suo sguardo sopra di lei, come cercando nella sua memoria di ricordare chi fosse, e dove l’avesse veduta altra volta. Non gli pareva un volto del tutto nuovo. Una rimembranza imperfetta e confusa era balenata nel suo cervello; ma per quanto frugasse nei più profondi recessi della memoria, non vi scorgeva dove, come e quando avesse conosciuto quella dama. Pensò che forse s’ingannava. Ma o nuova, o veduta, il signor Marcantonio diceva a se stesso che quella donna era veramente bellissima.
Donna Eufrosina se ne stava immobile, con le piccole mani affilate inerti sul grembo, e in quell’atteggiamento, entro la cornice dello specchio, pareva un meraviglioso dipinto. Le grazie del corpo risaltavan maggiormente sotto il vestito, scelto e adattato con un fine senso di civetteria. Indossava una veste di broccato turchino, con ricami d’argento e bottoni di perle; e in testa aveva un berrettino di velluto dello stesso colore, sormontato d’un ciuffetto di piccole piume bianche, che le cadevan leggiadramente sui capelli annodati con un filo di perle.
Tra una parola e l’altra, il Vicerè domandò, così per curiosità, al Pretore, chi fosse quella dama, lì sotto lo specchio…

Luigi Natoli: La dama tragica. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine '500, al tempo del viceregno di Marco Antonio Colonna. 
Pagine 598 - Prezzo di copertina € 24,00
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930
Copertina di Niccolò Pizzorno
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Luigi Natoli: Un incontro notturno. Tratto da: La dama tragica.

V’era per le strade un segno, e nell’aria un’eco della baldoria carnevalesca, che aveva quel giovedì 4 febbraio 1580 travolto in un vento di follia la città di Palermo. Nel pomeriggio si era corso un pallio singolare ordinato da Sua Eccellenza, con bei premi, e con grande sollazzo del popolo; e dopo il pallio erano usciti alcuni carri mascherati, in uno dei quali c’era Sua Eccellenza stessa.
Sua Eccellenza era il vicerè, cioè il magnifico e illustrissimo signor Marcantonio Colonna, il valoroso capitano delle galere del Papa a Lepanto. Da quando per grazia di sua Maestà cattolica D. Filippo II era stato nominato vicerè e capitan generale del regno di Sicilia, ed erano circa tre anni, vi aveva portato parecchie cose: una corte di signori e clienti romani, un gran rigore che talvolta giungeva alla crudeltà; una familiarità di modi in contrasto col sussiego spagnolo; un complesso di idee di rinnovamento edilizio, e finalmente una gran voglia di divertirsi.
Quello era il terzo carnevale che cadeva sotto il suo viceregno; ed egli aveva voluto che sorpassasse per novità e magnificenza di feste e di spettacoli, i carnevali trascorsi. Giostre, carri, pallii, commedie, balli: ce n’era per tutti; e bisognava divertirsi. Del resto quella ventata di follia era necessaria per sollevare lo spirito della città, che ancora non si era rinfrancata dagli orrori della pestilenza, da cui era stata devastata per due anni. Bisognava dimenticare i guai, mascherarsi e far pazzie: Sua Eccellenza ne dava l’esempio.
Quel giovedì, dunque, era stata la volta del pallio e dei carri mascherati, che avevan percorso su e giù la strada Toledo, (oggi Vittorio Emanuele), gittando confetture, gessetti, carta tagliuzzata, gusci d’uova ripieni d’acque odorose e di polvere d’amido, melarance e lomie. Se li eran tirati fra loro, ne avevan lanciati nelle finestre e nelle logge alle dame; ne avevan gittati alla folla, che, assiepando la strada, quant’era lunga, gridava, schiamazzava, picchiava, aggrovigliandosi in lotte furibonde e ridicole, per contendersi una confettura.
Lo spettacolo era durato fino a un’ora di notte, fra lo splendore delle torce a vento; e, salvo le ammaccature, il popolo ci si era divertito forse più dei signori. Quando i carri si furono ritirati, comitive di maschere si sparsero per la città, invasero le osterie portando ovunque la loro giocondità clamorosa, fino a che la campana di S. Antonio suonò i suoi quaranta rintocchi, per ammonire che era l’ora di andare a casa e di chiudere le botteghe.
L’ora era già suonata da un pezzo; ma ancora s’incontravano qua e là gruppi di maschere o di buontemponi che, facendosi lume con una lanterna e con una torcia resinosa, prolungavan per le strade il divertimento, contrastando spesso coi cani randagi, che insospettiti di quelle strane fogge di vestire, alle quali non eran usi, ringhiavano e abbaiavano. E ogni tanto da una casa venivan suoni e grida e scoppi di risa e dietro le finestre illuminate si vedevan passare ombre gesticolanti.
Due uomini, avvolti nei mantelli e coi cappucci tirati sulla fronte, attraversano la strada di S. Agostino, chiacchierando sommessamente. Dalla sveltezza dell’andatura si vedeva che eran giovani; la spada che sollevava il lembo del mantello, perché non impacciasse le gambe, lasciava supporre che fossero o soldati o gentiluomini. Oltrepassata la chiesa trecentesca, piegavano verso l’edificio della Panneria, quando da un vicolo giunse ai loro orecchi uno scalpiccìo confuso e disordinato misto a lievi gridi mozzi e anelanti, e a uno stridore di lame. Gente che s’azzuffava, certo. A un tratto si udì un grido di donna invocante al soccorso, e altre voci maschili minacciose e brutali…

Luigi Natoli: La dama tragica. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine '500, al tempo del viceregno di Marco Antonio Colonna. 
Pagine 598 - Prezzo di copertina € 24,00
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giovedì 24 ottobre 2019

Luigi Natoli: Gli ebrei costretti a lasciare Palermo. Tratto da: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue

Sotto il viceregno di Ferdinando de Acuna, giunto in Palermo il 28 febbraio 1489, avvenne un fatto memorando per tutti gli stati della monarchia. Era in Spagna e alla Corte divenuto potentissimo fra Tomaso Torquemada, domenicano, fanatico fino alla ferocia, che fisso nell’idea di purificare il cattolicesimo, aveva riformato l’Inquisizione, e creato quel terribile Istituto, che acquistò dominio su tutto il Regno e sui Sovrani stessi. Musulmani ed ebrei eran la lebbra che bisognava distruggere col fuoco. Nell’animo del Re si confusero la superstizione e la necessità di denaro, sì che cedette alle insistenze violente e minacciose del frate, il quale, pretese che il Re cacciasse gli Ebrei da tutti gli Stati. Il bando fu promulgato il 31 marzo del 1492 ed ordinava che uscissero fra tre mesi, ma lasciando denari, vasellami e ogni loro cosa, per quanto misera. I miseri tentarono ottenere la sospensione offrendo grandissima somma, ma il feroce Torquemada non volle: e il Re ubbidì. Circa settantamila ne partirono dall’Aragona: parecchie migliaia che si erano convertiti, forse in apparenza, accusati di professare occultamente la religione degli avi, furono bruciati vivi. (Luigi Natoli)

La giornata era plumbea; tutta la notte era piovuto, e le strade eran rigate da rivoletti fangosi. Le acque della Cala torbide ed agitate si orlavano di una spuma gialliccia; e le galee all’ancora si dondolavano sui fianchi. Per l’aria si sentiva l’umidore freddo della stagione, e tutte le case intorno avevano un color grigio pieno di tristezza. Il castello sorgeva sul porto, coi suoi cannoni massicci, le sue bombarde, i suoi terrapieni coperti di un’erba verde, che nell’ombra grigia di quel mattino invernale metteva una nota di gaiezza primaverile.
Il porto, a Piedigrotta e per la piazza che si estendeva innanzi al Castello, era gremito di gente. I Giudei della Giudeca di Palermo si affrettavano a partire: con loro quelli delle città interne dell’isola, venuti il giorno innanzi in Palermo per quell’esodo doloroso.
Avevano tutti il taled con la rotella rossa sulla spalla, le donne recavano il segno cucito sul petto; aggiravansi in silenzio per la spiaggia, guardandosi mestamente, guardando il mare, le galee, l’orizzonte, poi, dall’altro lato, le torri, le cupole, le case, i monti lontani. Di quando in quando giungeva una frotta di Giudei stanchi, infangati; venivano da qualche lontana Giudeca; i compagni li accoglievano in silenzio, senza muoversi dal posto; si guardavano, scotendo il capo, e ogni nuovo fratello che sopravveniva, aumentava la fierezza del dolore universale.
In disparte gli ufficiali del governo sopraintendevano all’imbarco: i soldati castigliani appoggiati alle alabarde, guardavano senza mostrar commozione alcuna; intorno, frammisti agli ebrei si aggiravano i cittadini, alcuni mossi della curiosità, altri punti da pietoso sentimento, altri dall’amicizia.
Venne l’ora. Essi non avevano robe da caricare sulle galee; il re non aveva lasciato altro a loro che le vesti che avevano indosso, e un miserabile assegno, per non gravarsi la coscienza di averli fatti morire di fame. Qualcuno recava con sé alcune masserizie, legate in un fazzoletto, e reggeva su la spalla l’involto infilato a un bastone.
Cominciarono a entrar nelle barche. Alcuni vinti dall’emozione sentivano empirsi gli occhi di lacrime, e romper in singhiozzi il petto; altri nascondevano la faccia tra le mani; pochi conservavano una certa fierezza, celavano l’ambascia dell’anima. Oh come erano dolorosi gli addii; e come lunghi i baci, e intense le strette di mano!... Essi salutavano i cittadini cristiani, e in quel punto dimenticavansi gli odii religiosi, le differenze di razza, e si abbandonavano al dolore profondo della sventura, che colpiva coloro che per quattordici secoli erano vissuti insieme.
- Perché non vi fate cristiano e non rimanete con noi? – chiedeva qualcuno.
Il Giudeo levava alteramente il capo, e il volto lacrimoso prendeva subito una espressione di fiera rassegnazione.
- Tradire i miei fratelli, la mia fede?
- Ma altri l’han fatto...
- Peggio per loro! Dio li sperderà!...


Luigi Natoli: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue. Raccolta di storie e leggende, nella versione originale pubblicata dalla casa editrice Pedone-Lauriel nel 1892 con il titolo "Storie e Leggende"
Pagine 305 - Prezzo di copertina € 21,00
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mercoledì 23 ottobre 2019

La Repubblica: articolo di Amelia Crisantino sul teatro di Luigi Natoli

La giornalista Amelia Crisantino su La Repubblica Palermo e Società scrive un lungo articolo su Luigi Natoli non solo autore dei Beati Paoli ma anche dei suoi inediti, in particolare degli scritti per il teatro.
Da sei anni è per noi una grande gioia dare vita agli inediti di Luigi Natoli; le raccolte sul teatro in italiano e in siciliano, Cappa di Piombo e Suruzza!, sono il frutto di un lungo e paziente lavoro, ma oggi arriva una bella e inaspettata soddisfazione.
Grazie a La Repubblica e alla giornalista Amelia Crisantino

Luigi Natoli: Mastro Cecco affresca il chiostro di San Domenico. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca.

Mastro Cecco picchiò alla porta del convento; una piccola porta ogivale, ornata di una cornice intagliata a fogliami, e di quattro colonnine sottili, addossate agli stipiti. Sul vertice dell’ogiva un piccolo scudo recava in bassorilievo l’immagine del cane con la fiaccola in bocca; stemma dei padri domenicani, che avevano voluto, effigiando il sogno simbolico della madre di S. Domenico, celebrar la gloria di lui, fiaccola del mondo.
Il sogno intendeva significare la “fiaccola per illuminare, per diffondere la vera luce nel mondo”; ma più tardi fra Tommaso Torquemada e fra Pietro Arbues dovevano vedervi una fiaccola da ardere roghi…
Nel 1401 la chiesa di San Domenico, che sorgeva presso a poco dove sorge l’odierna, non era molto grande: era stata edificata da cento anni, da quando i frati abbandonarono il piccolo convento di basiliane, che si trovava sul Cassaro, dove fu poi eretta la chiesa di S. Matteo. Della chiesa antica non rimane più nulla, pei successivi rifacimenti e ingrandimenti; ma restano ancora tre lati del chiostro, coi loro piccoli archi acuti sorretti da doppie colonnine varie di forma e di capitelli, come sono i chiostri siciliani di quel tempo.
Mastro Cecco dipingeva una parete del chiostro, per incarico di quei frati. Non era un gran pittore; e nel disegno e nel colore aveva quella ingenuità infantile dei pittori primitivi, in un tempo in cui la pittura aveva avuto Giotto, e s’avviava a quello sviluppo che fece grandi i quattrocentisti.
Un devoto aveva legato una somma al convento, con l’obbligo ai frati di far dipingere in una parete del chiostro, un soggetto tra storico e sacro: il conte Ruggero che libera Palermo dai mussulmani e vi ripristina il culto cristiano.
Mastro Cecco aveva trovato nel tema un vasto campo per sfogarvi la sua fantasia; e tra i guerrieri che si accalcavano intorno al fortunato venturiero normanno aveva raffigurato i fondatori delle grandi case signorili, che la tradizione o la vanità diceva venuti col normanno.
Attraverso il palco di legno, sul quale il pittore lavorava, la sua rappresentazione pittoresca si travedeva a brani. Un lato, quello dove erano Ruggero e i personaggi del suo seguito, era dipinto: il maestro attendeva ora a dipingere i Saraceni, dai volti bruni o neri, secondo la tradizione popolare, coperti di grandi turbanti. Nel mezzo c’era il vescovo Nicodemo, tratto dalle tenebre delle catacombe, per ribenedire e riconsacrare al culto l’antica chiesa cristiana, convertita dai musulmani in moschea.
Il giovane era rimasto meravigliato dinanzi alla vivacità dei colori, profusi con fanciullesca intemperanza sulla parete, sui quali predominavano il rosso, l’azzurro, il verde e il giallo.
Ma la sua attenzione fu attratta da un guerriero, il cui scudo portava per arma tre monti d’argento in campo rosso.
- Non è quello lo stemma dei Chiaramonte, maestro? – domandò vivamente.
- Appunto. Come lo sai?


Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1400.
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921
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Luigi Natoli: Mastro Cecco di Naro. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca

Il maestro fece un gesto, come per dire “che domanda!”.
- Quale? il nostro, il vero conte, per la croce di Dio!... il magnifico messer Andrea Chiaramonte!...
Il giovane era pallidissimo. Per nascondere la sua commozione, addentò il pane; ma il boccone gli si raggirava fra i denti, senza poter andar giù.
- L’avete conosciuto? – domandò al maestro.
Il maestro alzò la mano e indicò lo Steri:
- Ho lavorato lì dentro, io, giovinotto; quando era vivo il magnifico Manfredi… Sono maestro Cecco di Naro, dipintore… Ho dipinto il soffitto col mio compagno mastro Simone… Quelli erano signori!... Mah!..
Il giovane lo guardò con una viva commozione; pareva che sulla sua fronte si raccogliessero memorie sopite, lontane immagini d’altri tempi, ritornate dal fondo misterioso del passato, vive e fresche. Interrogò con voce un po’ alterata:
- E quando… quando il conte fu… ucciso, c’eravate voi?
(Nella foto: Il tetto del salone dello Steri dipinto da Mastro Cecco di Naro)


Luigi Natoli: Il Paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1400.
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martedì 22 ottobre 2019

Luigi Natoli: Un giovane sconosciuto. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca

La piazza Marina, così detta perché da prima era seno di mare, da più d’un secolo era prosciugata; essa era chiusa dalla parte di mezzogiorno dalle mura della Kalsa, qua e là abbattute, e dalla parte di levante da uno sprone di terra, (ancor visibile nello stereobate su cui sorgono l’Hotel de France, e il palazzo dell’Intendenza,) il quale finiva sulla Cala, con una chiesa, sotto la quale si agganciava la catena da chiudere il porto; dal che la chiesa prese il nome di S. Maria della Catena.
Questo sprone, nei tempi antichissimi formava un molo naturale, difendeva e proteggeva, il porto profondo, a cui la città doveva il suo nome greco: Panormo (tutto porto). Dalla parte esterna, sul mare, al limite del quartiere arabo della Kalsa, e cioè dove ora corre la via Butera, su questo sprone era un borgo di Greci, con la loro chiesa di S. Nicolò. Da loro prese il nome la porta, che, rifatta, serba fino ad oggi il nome di Porta dei Greci.
La piazza Marina era dunque compresa fra questo sprone più elevato, la parte alta della Kalsa, e giungeva fin presso allo sbocco della via del Parlamento, comprendendo la via Bottai e l’area del palazzo delle Finanze; il porto, dal lato ove è la chiesa di S. Sebastiano, penetrava ancora un po’ di più, e giungeva fino all’Arsenale, il Tercianatus dei vecchi documenti, che ha lasciato il nome alla piazzetta di Terzana.
Sullo sprone non v’erano edifici notevoli, salvo che lo Steri, l’antica e nobile dimora dei Chiaramonte, accanto a cui la casa men bella dei conti di Cammarata e la chiesa di S. Maria della Catena.
Dietro lo Steri sorgevano la chiesetta di S. Antonio, ancora esistente, e la chiesa di S. Nicolò, or da un secolo circa distrutta.
Le altre case intorno eran piccole dimore, frammezzate da orti e giardini, tra i quali, dalla parte opposta allo Steri, sorgeva nella sua bella architettura ogiva la chiesa di S. Francesco dei Chiovari e accanto a essa si innalzava bruna, massiccia , fiera nei suoi merli, con finestrette simili a feritoie, la torre di Maniace o volgarmente di Manau.
Fra quelle case v’era qualche taverna, sulla cui porta una fronda di alloro rinsecchita serviva d’insegna.
L’erba cresceva nella piazza; e delle capre dal pelo lungo e dalle corna lunghe, a spirale, pascolavano tranquillamente.
L’odore delle alghe marine, deposte sulla riva dall’alterna vicenda dei flutti, impregnava l’aria silenziosa.
Fra le barche tirate a secco alcuni marinai col berretto rosso in capo, come si vedono ancora nel promontorio sorrentino, stendevano le reti al sole; da un focolare improvvisato con due sassi, si levava una spirale di fumo azzurro, che si allargava e si sperdeva in alto.
Oltre le barche, nel vasto specchio d’acqua del porto si scorgevano alcune galee e barconi e feluche; qualcuna aveva già spiegate le vele e si accingeva a prendere il largo. Più in là ancora il Castello a mare distendevasi con le sue torri massicce, l’ampia cortina merlata, armata di bombarde, accanto alle quali, si vedevano biancheggiare le grosse palle di pietra.
Più in fondo ancora Monte Pellegrino disegnava nel cielo la sua massa rocciosa, coi fianchi verdeggianti di boschi, e le cime indorate dal primo sole.
V’era una gran pace, una tranquillità dolce e solenne a un tempo nell’aria fine e trasparente, per la quale volteggiavano stormi di rondini, salutando il sole con piccoli gridi festosi.
Un giovinetto s’era fermato con un senso di meraviglia e una certa commozione in mezzo alla piazza, guardando il palazzo chiaramontano.
Poteva avere sedici o diciassette anni, e vestiva poveramente; il suo farsetto aveva qualche strappo ai gomiti, e le sue calze erano sdrucite. La tasca che portava appesa con una cordicella, rivelava la rotondità di un pane. Le sue scarpe erano rotte e impolverate, come di chi viene da lungo viaggio. Aveva in mano un grosso bastone, e infilato alla cintura un pugnale con la guaina di cuoio.
Non era bello: il suo volto aveva qualcosa di irregolare, ma nell’insieme era piacevole ed espressivo. V’era un non so che di fiero e di malinconico a un tempo, ma una malinconia silenziosa e pacata; e gli occhi grandi, neri, acuti, mobili, investigatori, contrastavano col color dei capelli tra biondi e castani.
Doveva esser bianco di carnagione, e si vedeva dalla sommità della fronte, quando con un gesto che pareva volesse scacciar qualche torbido pensiero, egli sollevava il berretto e scostava i capelli. Ma il sole aveva abbronzato il suo volto e le sue mani.
Sebbene poveramente vestito e sporco di polvere il suo aspetto aveva qualche cosa di fine e delicato, che non sfuggiva neppure a uno sguardo superficiale e distratto... 


Luigi Natoli: Il Paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano, ambientato nella Palermo del 1401. Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921.
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giovedì 10 ottobre 2019

Luigi Natoli: La scuola pubblica nel chiostro di San Domenico. Tratto da: Latini e Catalani vol. 1 - Mastro Bertuchello


Benché fosse di dicembre, c’era fuori un bel sole, che empiva di luce quella stanza nuda, con le pareti bianche e il soffitto di legno a grossi travi grossolanamente squadrati, del colore naturale un po’ annerito. La luce entrava da un’ampia finestra, che dava sul chiostro pieno di sole.
Da un pezzo il Comune di Palermo teneva nel chiostro di S. Domenico, a proprie spese, una pubblica scuola; e vi stipendiava un maestro, magister puerorum, perché vi insegnasse grammatica. Grammatica in quel tempo voleva dire la lingua latina. Era il primo grado di insegnamento. Allora non si conosceva nelle scuole altra lingua letteraria, fuor che quella. Il volgare, che era prima assurto a lingua d’arte illustre nella corte dell’imperatore Federico, e nel quale Dante aveva già scritto il suo poema, non cominciò a essere studiato privatamente che nel secolo XVI; e non divenne insegnamento scolastico che nel secolo XVIII. Allora non si usava che per comporre qualche poesia, o qualche cronaca o scrittura ascetica per gli “idioti”, gli ignoranti cioè. La scienza usava come sua lingua propria il latino; ma era un latino che aveva poco da vedere con quello ciceroniano.
Da due anni circa il Comune aveva scelto a insegnar grammatica un chierico; non “chierico” perché appartenesse alla chiesa; ma perché aveva percorso tutti gli studi fino alla teologia, e portava ancora la zimarra degli uomini di chiesa, come d’ordinario i maestri, ancorchè laici. 
Si chiamava Mastro Bertuchello. 



Luigi Natoli: Latini e Catalani vol. 1 - Mastro Bertuchello. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1300.
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mercoledì 9 ottobre 2019

Luigi Natoli: Mastro Bertuchello. Tratto da: Latini e Catalani vol. 1


L’ometto era piccolo, magro, coi capelli neri, che gli scappavano a lunghe ciocche sul collo da sotto la cuffia. Il suo volto lungo con un muso di faina, raso, aveva un’età indefinibile. Gli si potevano dare venti o quarant’anni. Dal naso al mento, pei solchi che si affondavano sulle guance, per la piega amara e beffarda delle labbra aveva quarant’anni; ma gli occhi grandi, vivaci, che ridevano anche quando la bocca pareva più amara, eran quelli di un giovane a venti anni.
La sua cuffia di velluto nero, qua e là spelato, teneva buona compagnia alla zimarra, che aveva ai gomiti e sul petto una lucidità, indizio di una età venerabile e di un lungo servizio; e alle sfilacciature e a qualche strappo mal rammendato rivelava le condizioni economiche dell’ometto, non molto prospere, in vero. Ma eran cose alle quali egli non badava: pareva anzi che quella povertà fosse indispensabile a quell’aria di sdegnosa fierezza che gli splendeva sulla fronte ampia e impavida. Si chiamava Mastro Bertuchello. Nessuno, neppur lui sapeva perché avesse questo nome. Era forse un soprannome? Un’ ingiuria? Da bambino lo chiamavano Bertuchello; e continuavano a chiamarlo così, ed egli stesso si sottoscriveva “Mastro Bertuchello” sebbene la sua mamma gli avesse detto che egli era stato battezzato dalla chiesa madre di Geraci, col nome di Giovanni e che a suo padre, Maso Mangialavacca, “borgese” di Geraci, era stato tramandato quel curioso nome da uno zio canonico del duomo di Cefalù.
Mastro Bertuchello era veramente giovane; aveva ventitré anni ed era venuto in Palermo da pochi mesi, dopo più d’un anno dalla catastrofe del conte suo signore. Egli era stato uno dei familiari della casa del conte. Messer Francesco lo aveva tenuto a sue spese allo studio di Bologna; e pensava forse di fargli ottenere qualche ufficio nella Curia, o di farne un notaro, dacché Bertuchello aveva dichiarato di non sentir nessuna vocazione per la chierica o pel saio. Ma la rovina del conte, la confisca dei beni, le persecuzioni, le prigionìe, i supplizi con cui furono perseguitati i congiunti, i seguaci, i familiari del nobile signore, lo balestrarono da prima a Cefalù, e da Cefalù a Palermo. A Palermo c’era per altro un lontano parente di sua madre, chierico di san Michele Arcangelo. Bertuchello andò a trovarlo: e per suo mezzo, nel novembre del 1338 ottenne dal Comune l’incarico di insegnar grammatica ai fanciulli, nella scuola di S. Domenico.
E così mastro Bertuchello, se non potè essere scriba nella Curia o notaro, diventò maestro di scuola; e vi era già da un anno.
Per altro quest’ufficio non gli spiacque. Stando allo studio di Bologna Bertuchello aveva preso amore agli studi letterari. Oltre agli studi di diritto e di teologia, ai quali era obbligato, ne faceva altri per suo conto, procurandosi libri, e copiandoseli in bella scrittura. Nella baraonda degli studenti, che convenivano in quell’Archiginnasio, da ogni parte d’Italia, ve n’erano che preferivano leggere Virgilio e Ovidio, e che scrivevano rime volgari per le loro belle, e satire latine contro i loro maestri. Tra le sbornie, i tumulti, le coltellate e le lezioni di diritto, Bertuchello acquistava così una cultura più larga e più umana; che diventava passione, di mano in mano che egli capitava qualche autore latino, e che se lo ricopiava.

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