giovedì 9 maggio 2019

Luigi Natoli: La festa della Madonna Assunta ai Cappuccini. Tratto da: L'Abate Meli

La Madonna Assunta che si venera nella chiesa dei Cappuccini 
a Palermo
Era il pomeriggio. La via era affollata di gente, perché era la vigilia dell’Assunta, festa solenne dei Cappuccini. Gente che andava e gente che veniva: un viavai continuo: portantine di tutti i colori e carrozze padronali, carretti, pedoni; questi in maggior numero, uomini in giamberga e in giacca, donne col manto chiuso nel naso, lasciando liberi gli occhi neri e fulgidi; ragazzi che empivano la strada dei loro cicalecci; venditori di acqua, che la portavano sul fianco, coi bicchieri infilati in un ordegno di ferro; o di semi di zucca, o di ceci abbrustoliti: tutta gente che vociava, nel lungo tratto di strada.
Allo svolto della strada che conduceva ai Cappuccini, la folla era più fitta. Delle baracche cucinavano, delle altre facevano focaccie, qui una tenda vendeva dolciumi, lì una tavoletta esponeva Madonne di argilla, coricate con le mani stese ed aperte, vestite di bianco col manto azzurro; grandi e piccole; più in qua l’“incatena corone”, torcendo i fili di ottone intorno ai grani del rosario; e fra tutti, le piccole bare, con madonne di cera, illuminate, portate da quattro ragazzi che gridavano con le vocine squillanti: “viva Maria”. Ma su tutto ondeggiava un odore di fritto, tra il fumo delle padelle, nelle cucine improvvisate.
Fra questa folla varia e multiforme andava il Meli discorrendo col giovane che gli camminava a fianco.
- Al Convento non vi ho visto mai. Come vi chiamate?
- Mi chiamo Gerlando, ai suoi comandi. Gerlando Disa... Sono venuto da poco; il frate ortolano è mio parente...
- E siete intimo di fra Francesco?
- Sono il suo buon servitore, perché mi ha beneficato, quando ero, per così dire, nell’altro mondo!
- Come sarebbe a dire?
- Dunque voscenza non m’ha guardato?
- Che cosa volete che vi guardi?
- E mi guardi ora...
E il giovane si scoprì, voltandosi verso di lui e mostrando la testa. Aveva una cicatrice, piuttosto lunga, che gli correva dalla fronte e gli partiva i capelli, come una scrimatura.
- Questa – disse – me la fece un colpo di spada, una sera; e debbo a Fra Francesco se tornai dalla morte alla vita. Fu un signore. Credeva che volessi dare una lettera ad una delle sue donne e mi conciò a questo modo. Per poco non sono morto.
- Ma dimmi un po’, – disse sorridendo Meli, – tu non destasti sospetto? Non ti si era veduto con qualche signora?
- Oh! ma che va dicendo voscenza! Io non faccio il mezzano. Chi sa poi per chi m’ha preso quel signore.
Chiacchierando così, e scansando il continuo andirivieni, erano giunti al convento. La folla era più fitta e bisognava fermarsi. Dalla croce di legno, alta sopra uno zoccolo, fino a quella specie di portico pieno zeppo di... miracoli o “ex voto”, dipinti da pittori da strapazzo, la gente si ammassava. La chiesa era piccola e non c’entrava tutta; gran parte sostava. Un frate raccoglieva l’elemosina.
Eppure in quel viavai di gente allegra, in mezzo a quel cicaleccio, a quelle grida continue, nel convento un uomo moriva. E aspettava con l’ansia di chi teme di non fare in tempo.
Il convento piccolo e all’aspetto povero, si mostrava aderente alla chiesa; alto due piani, con le finestrelle piccole; e sovrastava alle famose sepolture o catacombe, ove i cadaveri, ridotti in scheletri vestiti di sacco o di roboni, stanno schierati in più ordini. Spettacolo triste e nel contempo riprovevole e ridicolo dell’uomo, in atteggiamenti, che tolgono all’onestà della morte ogni grandezza ed ogni profondità di mistero. Ma in quei tempi, pareva rendere ai vivi l’orrore della vita, con lo spettacolo orrendo di quel che diverremo: ossa e null’altro. L’illusione che sotto la pietra e dentro la bara, il corpo rimanga intatto, si distrugge; le ossa sono tutte simili e noi non riconosciamo le fattezze amate nei sogghigni dei teschi.
Il Meli attraversò il portico dinanzi la chiesetta, piegò la testa, vedendo nella navata l’immagine della Madonna, coricata fra le candele accese; e salì le scale del convento.
Era quasi deserto. La festa chiamava i frati nella chiesa e nella cucina: solo qualche vecchio con la barba bianca e lunga errava nei corridoi.


Luigi Natoli: L'abate Meli. Il volume comprende:
L'Abate Meli, romanzo nella versione originale pubblicata a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia dal 30 settembre 1929
Giovanni Meli, studio critico pubblicato nel 1883
Le poesie di Giovanni Meli pubblicate da Luigi Natoli su Musa Siciliana, con traduzione a fronte in italiano a cura di Francesco Zaffuto
Prefazione e presentazione dell'opera a cura di Francesco Zaffuto.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile presso La Feltrinelli Libri e Musica Palermo
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
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Luigi Natoli: Entra in scena il protagonista... L'Abate Meli

La vigilia dell’Assunta del 1795, don Giovanni Meli, se ne stava nel suo studio modestamente arredato scartabellando un volume di medicina per una consulta che doveva fare. Era medico.
In quel tempo abitava una casa dietro il coro della Chiesa dell’Olivella, casa modesta, dove erano vissuti suo padre, sua madre, due zie che erano morte, e l’avevano lasciato con due fratelli, Stefano e Tommaso che si era fatto frate nei domenicani e una sorella pazza.
Giovanni era il dotto della famiglia, e il suo nome era famoso in tutta la Sicilia, come quello di un gran poeta.
Era un uomo di circa 50 anni, di statura media, bruno di volto, coi capelli quasi neri, con parecchi fili d’argento tirati indietro e legati con un nastro, gli occhi nerissimi, vivaci; un’aria modesta, non curante di sè, ma pulita. Vestiva di nero, alla guisa degli abati ed infatti lo chiamavano “l’abate Meli”. Ma non lo era, anzi non era neppure chierico, nè aveva i quattro ordini e la tonsura, che prese l’ultimo anno di sua vita per ottenere l’abazia che non ottenne. Era semplicemente il “dottor Meli”, e si vestiva da abate per avere libero accesso nei monasteri, dove non si entrava, se non si apparteneva alla Chiesa, in un modo qualunque.
Di tanto in tanto in quella che scartabellava, guardava, pensando, nella parete di contro, ove era una libreria con pochi volumi di medicina e molti di letteratura.
In quegli sguardi forse c’era un pensiero medico, per la consulta che doveva farsi, o piuttosto c’era un’immagine poetica che egli perseguiva e che si frammezzava alla medicina? In uno di questi momenti la vecchia domestica, entrando senza cerimonie, gli annunziò una visita.
- Non so chi sia: dice che ha da parlarle.
- Fatelo entrare.
Il nuovo venuto era un giovane nè di civile condizione, nè di popolare; un chè di mezzo; si sarebbe detto un agricoltore agiato o un impiegato ai dazi. In quei tempi c’era poca differenza nel vestire dell’uno e dell’altro ceto: un cappello a larghe falde, una veste senza coda, calze di cotone bianco e scarponi. Entrando, salutò con riverenza.
- Bacio le mani a voscenza...
Il “voscenza” era di prammatica nel popolo rispetto alle persone civili e il Meli era anche dottore.
- Bacio le mani a voscenza. Mi manda fra Francesco...
- Chi fra Francesco?
- Fra Francesco da Palermo... Il cappuccino... Voscenza è stato il suo medico ed è suo amico.
- Ah! ebbene, è ammalato?
- Si è improvvisamente ammalato... Credo che sia più in là che qua. Mi ha fatto chiamare... Mi ha detto... – Va da don Giovanni Meli, che abita dietro l’Olivella, e digli che sono ammalato, come vuole il Signore; e che si affretti a venire.
- Oh buon Dio! ma non m’ha detto nulla.
- Se le dico che è stato improvvisamente!
- Bene, più tardi verrò.
- No, signore, voscenza ha da venire subito.
- Ma ho da studiare un caso.
- Sarà, ma io ho l’ordine di non muovermi, se non verrà con me.
Meli si alzò senza dire una parola, prese il cappello e il bastone e mormorando un “sia fatta la volontà di Dio” disse al giovane:
- Andiamo!
Presero una portantina e si avviarono: Meli dentro e il giovane a piedi, fuori; l’ombra dei platani che fiancheggiavano la strada che da Porta Nuova menava ai Cappuccini li difendeva dai raggi solari. Quegli alberi, piantati da M. A. Colonna di Paliano, percorrevano la via sino al convento. Ora non restano che pochi avanzi presso Porta Nuova; non c’erano allora tutte le cose che ingombrano i due marciapiedi ed erano lieti delle ombre che rinfrescavano i cittadini. Di qua e di là lungo il corso, si aprivano cinque emicicli, con in mezzo fontane di pietra grigia. Di contro all’imboccatura della strada che conduceva ai Cappuccini (ora si chiama Via Pindemonte) c’era un’altra fontana più monumentale, mista di marmi bianchi e pietra grigia, che s’alzava maestosa, e dava acqua ai vicini. Ora fu distrutta, per dar luogo alla Via Cuba e non si sa che se ne sia fatto, così delle altre fontane nessuna più ne esiste, per ingordigia degli abitanti o per altre ragioni, salvo una a fianco dell’Educandato Maria Adelaide, chiusa da un cancello.


Luigi Natoli: L'abate Meli. Il volume comprende:
L'Abate Meli, romanzo nella versione originale pubblicata a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia dal 30 settembre 1929
Giovanni Meli, studio critico pubblicato nel 1883
Le poesie di Giovanni Meli pubblicate da Luigi Natoli su Musa Siciliana, con traduzione a fronte in italiano a cura di Francesco Zaffuto
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Luigi Natoli: il fantasma di donna Costanza... - Tratto da: L'Abate Meli

Una casa a un piano, con tre balconi ornati di un motivo settecentesco, e con le ringhiere di ferro, a collo di cigno; con un mascherone satiresco nel portone logoro e spento; coi muri anneriti dal tempo e dalla muffa, con un aspetto lugubre, diffondeva la sua tristezza nella strada che prendeva il nome dal palazzo dei marchesi Lungarini.
I vetri rotti, gli scuri serrati, i ragnateli che si stendevano nell’arco del portone, tra i ferri della raggera sovrapposti ai balconi, rivelavano l’abbandono in cui la casa era lasciata.
Lo stesso abbandono mostravano due o tre alberi che si alzavano dietro il muro di un giardino inselvatichito.
Non un segno di vita.
Il sole stesso, che la illuminava di sbieco e per poche ore, pareva avesse fretta di andarsene; perché la sua luce, facendo meglio apparire le crepe e i buchi, accresceva l’orrore di quella casa.
L’ombra e il silenzio eran quelli che gli convenivano. Si sarebbe detto che, per qualche delitto commesso in tempi remoti, sentisse sopra di sè il peso di una terribile maledizione; per cui la gente la fuggisse con terrore.
La gente del vicinato la guardava pavida e sospettosa; e quando era costretta a passarvi d’innanzi, affrettava il passo, come per paura che qualche essere soprannaturale e diabolico dovesse uscirne per afferrarla.
Difatti era comune credenza che quella casa abbandonata dagli uomini fosse abitata da spiriti; e c’era chi affermava di aver veduto una notte attraverso le fessure errare un lume; chi curioso, si era arrampicato sul muro del giardino; di là era balzato sul balcone, e aveva posto l’occhio alla vetrata; ma era subito fuggito e così spaventato, che per poco non era precipitato giù.
Aveva veduto una “malombra” tutta bianca, con una candela accesa in mano, che veniva verso la vetrata. Era spaventevole.
La notizia si sparse subito: l’uomo fu interrogato, se ne volevano i particolari; ma egli non poteva e non sapeva dir altro che la “malombra” aveva la faccia nera, ed era tutta avvolta in un lenzuolo bianco.
La curiosità vinse altri: ma la paura li trattenne dall’andare sui balconi a guardare. Quelli che abitavano nelle case di fronte, e che mai si erano accorti di lumi od altro, forse perché andavano a letto prima che il fantasma apparisse, vegliarono, e dalle loro finestre socchiuse tennero gli occhi sulla casa sfitta.
A mezzanotte videro le imposte del balcone aprirsi lentamente e nel quadrato buio della stanza la “malombra” bianca, che dileguò a poco a poco.
Non vollero vedere altro. Si segnarono, recitarono degli scongiuri e il domani confermarono che nella casa v’erano gli spiriti: e li avevano veduti.
Allora si cercò come e donde vi fossero venuti: uno dei più vecchi della contrada disse:
- Non vi scervellate. Quella è l’anima di donna Costanza, che fu uccisa e morì sul colpo, saranno cinquant’anni addietro. Fu uccisa dai fratelli per vendetta dell’onore offeso.
La storia era breve e tragica.
Donna Costanza Giordano apparteneva ad una famiglia di “arrendatari” cioè che viveva di rendita, virgulto di cadetti di vera nobile ed antica casa baronale, della quale oramai non aveva che il cognome e le relazioni; non le ricchezze ed il titolo.
Era figlia unica di don Placido, ma non sola: aveva due fratelli: don Mario, il maggiore, e don Paolo, l’ultimo nato.
Quando ella toccava i quindici anni, i genitori morirono un dopo l’altro, nello spazio di pochi mesi. Don Mario rimase capo della famiglia. Era un uomo autoritario; troppo chiuso, troppo serio per la sua età; pretendeva cieca obbedienza a qualunque costo, senza transazioni, senza debolezze di sorta, senza neppur cedere alla ragione, quando pur riconosceva di aver torto o di pretendere una cosa ingiusta. Non mai un lampo di tenerezza nel suo sguardo, nè una parola dolce nella sua bocca. Le passioni che agitavano il suo petto, non trasparivano fuori: la sua stessa collera non aveva scatti: era fredda, ma inesorabile.
Don Paolo gli ubbidiva ciecamente, sia perché educato a riconoscere l’autorità del primogenito, al quale, seguendo le antiche usanze, dava del voi; sia per l’imperio che questi esercitava sopra di lui.
Donna Costanza, che aveva l’indole della madre, dolce e sentimentale, cresceva fra questi due fratelli; come un tenero fiore desideroso di aria e di luce, costretto a vivere nell’ombra.
Senza essere propriamente una bellezza, donna Costanza aveva occhi meravigliosi; sotto l’arco delle sopracciglia nere, ombreggiati da lunghe ciglia vellutate che parevan segnate col bistro, le pupille nerissime e profonde avevano un fascino che incantava. Il loro sguardo scendeva nel cuore e lo turbava; rimescolava il sangue, ne accelerava il ritmo, faceva scorrere pei nervi un brivido. Ella, però, ignorava questa potenza, ma don Mario se ne era impensierito. Quegli occhi erano capaci di innamorare di primo acchito. E questo egli voleva impedire.
Certamente, non pensava che donna Costanza dovesse rimaner nubile; ma voleva sposarla a chi gli pareva più conveniente; voleva trovarle un marito ricco, non troppo giovane, capace di guidarla. Ed ella doveva accettare il marito proposto senza discutere. Le ragioni del cuore non entravano nel sistema di don Mario.
La mattina del 1754 essi andarono, come solevano, a S. Francesco dei Chiodari, per assistere alle funzioni religiose…




Il volume comprende: 
L'Abate Meli, romanzo nella versione originale pubblicata a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia dal 30 settembre 1929
Giovanni Meli, studio critico pubblicato nel 1883
Le poesie di Giovanni Meli pubblicate da Luigi Natoli su Musa Siciliana, con traduzione a fronte in italiano a cura di Francesco Zaffuto
Prefazione e presentazione dell'opera a cura di Francesco Zaffuto

giovedì 2 maggio 2019

Luigi Natoli: La loggia delle donne. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure


In fondo io eccitavo la loro vanità. Prendevo dalle dottrine degli Illuminati quanto esse dicevano sulla superiorità spirituale della donna, di cui è un simbolo l’Annunciazione. Non fu laVergine di Nazareth la eletta per redimere l’uman genere? Non si chinò dinanzi a lei l’angelo Gabriele? La donna doveva dunque uscire da quello stato di servitù e di menzogna in cui era tenuta, sotto la maschera della galanteria, della devozione degli uomini. 
Nel mio rituale della Massoneria egiziana avevo assegnato alla donna una parte importantissima nell’opera di rigenerazione, sviluppando il bene della Bibbia, che essa era la predestinata a calpestare la testa del serpente. 
Quando io scrivevo questa parte del rituale, sentiva dentro di me, veramente la grande verità che vi si nascondeva, perché scrivevo sotto una ispirazione. Molte dame, dunque, mi stavano attorno, ascoltavano i miei discorsi, ne bevevano le dottrine, se ne infatuavano, mi sollecitavano di iniziarle. Io eludevo sempre di rispondere, e allora esse si rivolsero a Lorenza, pressandola vivamente, per ottenere non una loggia d’adozione, dove esse potevano intervenire senza avere una vera missione, come figure ornamentali, sibbene una loggia propria, dalla quale fossero esclusi gli uomini, e dove anche loro potessero venire iniziate agli alti misteri della teurgia. 
Trentasei nomi, dei più belli e più noti di Parigi erano scritti in una lista; ne ricordo alcuni. Vi figuravano le contesse de Brienne, de Dessalles, de Polignac, le marchese de Genlis, de Lomènie, de Bercy, Baussan, le dame de Boursenne, de Trèvières, de la Blanche, de Monichenise, d’Ailly, d’Auret, d’Evreux, d’Erlach, de la Fare, madama d’Espresmesnil, madama Boissenier, madama Duval, madama Billet, madame de Lautret ed altre, i cui nomi mi sfuggono. 
Per desiderio di esse e anche perchè non fossero i lavori disturbati prendemmo a pigione una casa al punto opposto della via S. Claudio, nella via del Chemin Vert, sobborgo S. Onorato, quasi all’angolo della via del Sobborgo; un luogo quasi deserto, verdeggiante di orti e di giardini, oltre i quali si stendeva il vasto piano del Corso della Regina, detto dei Campi Elisi. 
La casa era isolata, aveva una piccola villetta dinanzi, una dietro più vasta, con un parco. Pareva un nido di amori e di misteri. Io battezzai la nuova loggia col nome di Isis.
Raccolte in una vasta sala, con la dolce ansia aspettante di quel meraviglioso che si promettevano, empivano l’aria del loro dolce sussurrìo. E sorridevano fra loro. Erano quasi tutte giovani, belle, ardenti. 
Alle undici entrarono nella sala, del guardaroba, dove, secondo era stato loro insegnato, ciascuna si spogliò delle proprie vesti, e indossò una tunica bianca, di leggera stoffa.che aderiva alla persona, come quelle che si vedono nelle statue antiche; e strinsero la tunica sui fianchi con una sciarpa colorata. Ogni gruppo di sei aveva una sciarpa dello stesso colore; rosa, celeste, verde, nero, violetto, fantasia. In capo un gran velo. 
Così vestite entrarono nel tempio, coperte le pareti di stoffa scura, intorno alle quali erano disposti trentasei seggioloni tappezzati di seta nera; e in fondo un trono rilucente d’oro. 
Poche lampade opache lasciavano nella penombra la sala, allora, vestita di bianco, con le insegne del suo grado, e una specie di corona sul capo, uscì Lorenza. La seguivano due giovani donne, vestite alla maniera dei guerrieri egiziani, le quali si posero ai due lati del trono. 
Lorenza ordinò alle dame di scoprire ciascuna la gamba sinistra, nuda, oltre il ginocchio; e di alzare il braccio destro, e appoggiarlo alla colonna vicina. Le due dame in costume egiziano allora con un cordone di seta, legarono fra loro per le gambe e per le braccia le dame; e quando questa operazione fu compiuta, Lorenza recitò un discorso, che ne spiegava il significato mistico. 
Io mi presentai in costume di Gran Cofto, e tenni loro un discorso, a guisa di preambolo sulla scienza ermetica della quale esse avrebbero appreso i principi, e le leggi e il fine della massoneria egiziana, che era il benessere dell’unità. 
- Vivete felici, – conchiusi, – amate la pace e l’armonia, temprate le vostre anime ai dolci sentimenti; amate, operate il bene; il resto è ben poca cosa!


Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure. 
Nell'unica versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914
Prezzo di copertina € 25,00 - Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
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Luigi Natoli: Il palazzo d’Orviellers ovvero la casa del conte di Cagliostro a Parigi. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure


La strada di S. Claudio non è molto lunga. Può essere di circa duecento passi geometrici; comincia dalla strada di S. Luigi e mette sul boulevard. Non vi sono edifici notevoli salvo il convento delle Filles du Sacrement e il palazzo d’Orviellers. Questo era all’angolo opposto; una delle sue facciate dava sul boulevard del Tempio. Era un edificio a due piani, di belle e nobili forme; il cui portone si apriva all’angolo del boulevard. La corte, chiusa tra le ali del palazzo, aveva un aspetto grave e solenne, con un portico lastricato, sotto il quale si partiva la scala con un passamano di ferro, che conduceva al primo piano. Una scala segreta portava al secondo: una terza scala stretta e tortuosa, dalla parte del boulevard, era scavata nello spessore del largo muro, e serviva alle grandi sale, i cui finestrini s’aprivano sopra una terrazza con la ringhiera di ferro. Giù, al pianterreno erano le scuderie e la rimessa (54). 
Mi piacque, e fui anche soddisfatto della magnificenza e della ricchezza dell’arredamento. 
Avevo due carrozze nella rimessa, una comune per le mie escursioni, l’altra di lusso, con dorature, pitture, tende di seta, frange e stemmi di argento battuto e cesellato; un ricco e bellissimo vasellame d’argento, in gran parte, doni di ammiratori e di riconoscenti; molta argenteria da tavola, porcellane, stoffe. Nelle pareti, quadri di buon autore; negli stipi e sulle consolle gingilli e oggetti curiosissimi, trovati qua e là nelle botteghe di antiquari, acquistati da marinai levantini, fabbricati o modificati da me: piccoli idoli di bronzo, scarabei, lampadine, triangoli mistici, occhi di vetro, vetri antichi; tutta roba alla quale io davo un valore simbolico, misterioso. Altri emblemi e stelle raggianti, e animali imbalsamati, fra cui un piccolo coccodrillo e un ibis, erano posti qua e là; e fra essi, sopra una parete, una tavola di marmo nero, incisa a lettere d’oro la preghiera di Pope, che comincia col verso: “Padre dell’Universo, intelligenza suprema che governa i mondi, ecc”.
Ciò dava un carattere singolare alla mia casa, che era così non soltanto la dimora di un gran signore, ma anche quella di un personaggio misterioso. 
Avevo una servitù numerosa; valletti, lacchè, cocchieri, indossavano livree da quattrocento lire per una. Lusso che produceva una grande impressione; tanto maggiore, in quanto io vestivo ordinariamente con una grande semplicità, e talvolta anche con trascuratezza. 
Il piede di lusso era per me a Parigi una necessità; perché aveva una grande efficacia in sé e mi guadagnava i parigini, i quali si lasciano prendere facilmente da ciò che è nuovo, inaspettato, straordinario.


Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure. 
Nell'unica versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914
Prezzo di copertina € 25,00
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Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure

Il conte di Cagliostro nell'immaginario collettivo ha sempre avuto un posto di tutto rispetto. Lo crediamo potente, ricco, furbo, nobile, alchimista, viaggiatore, taumaturgo, medico e anche martire data la sua fine disgraziata in un orribile carcere, e in massima parte è vero, ma è pur vero che Coepis et Magnas (Piglia e mangia) fu il motto della sua giovinezza di furfante ed Ego sum qui sum, quello della sua maturità massonica di gran Cofto e fondatore della loggia: "Io volli aprire nei primi dell’anno 1782 una loggia egiziana, in tutta la pompa dei simboli, per guadagnare al mio rito tutti i Liberi Muratori di Strasburgo... Quando la sala fu piena... io mi vestii delle insegne che avevo immaginato e fatto eseguire. Tunica di seta nera ornata di geroglifici rossi; cuffia egiziana, con le bande pieghettate di tela d’oro, fermata su la fronte da un cerchio d’oro tempestato di gemme. Un cordone verde smeraldo, seminato di scarabei e di caratteri dipinti di metallo cesellato, scendeva sul petto. Dalla cintura di seta rossa pendeva una larga spada da cavaliere, con l’elsa a forma di croce. Sotto queste vesti avevo un aspetto venerabile e imponente, e il mio sguardo appariva così terribilmente maestoso, che al mio ingresso corse per tutte le vene un fremito, e si fece un silenzio profondo e religioso. Questo apparato potrebbe sembrarvi in contraddizione coi miei principi di rigenerazione fisica e morale; ma io so per esperienza che niente agisce con così pronta efficacia e con tanta persuasione sulle anime, quanto uno spettacolo straordinario ed illusivo... Io vidi che gli spiriti di disponevano già allo straordinario".
Nel romanzo,  l'autore assume la parte di Giuseppe Balsamo conte di Cagliostro raccontando in prima persona, come se si trattasse di un diario, tutte le avventure del protagonista, partendo dalla tentata fuga dal carcere di S. Leo e la successiva morte, e tornando indietro, alla gioventù del palermitano Giuseppe Balsamo, fino all'ascesa a Conte di Cagliostro, taumaturgo dall'età indefinibile che parlò perfino con Gesù, Gran Cofto e inventore del rito massonico egiziano. Il lettore, oltre al famoso conte, conoscerà personaggi come la moglie Lorenza, la zarina Caterina II, la regina Maria Antonietta di Francia e il famoso caso della "collana" di madame Giovanna di Saint-Remy e del cardinale de Rohan. 
Un romanzo di circa 900 pagine denso di emozioni e dal linguaggio scorrevole e moderno,  dove ogni aneddoto storico (e sono tanti!) viene specificato dall'autore con relativa nota. 
L'edizione de I Buoni Cugini editori dal titolo Cagliostro e le sue avventure, riproduce fedelmente il romanzo pubblicato a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia, nel 1914. L'edizione, profondamente diversa dalle precedenti, è da ritenersi l'unica originale in quanto curata dallo scrittore in persona nelle pagine del quotidiano, e presenta notevoli differenze con le altre pubblicate successivamente. 
Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure.
Pagine 876 - Prezzo di copertina € 25,00
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lunedì 29 aprile 2019

Luigi Natoli: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue.

Questo volume è la fedele riproduzione della raccolta "Storie e leggende" pubblicata da Luigi Natoli nel 1892 con la casa editrice Pedone Lauriel. 
Il lavoro è ben illustrato dall'autore nell'Avvertenza iniziale: 
Per non turbare la narrazione, e per non schiacciare il lettore sotto il peso di una spaventevole erudizione, ho soppresso in questo libro ogni e qualsiasi nota.
Per coloro però che volessero sapere donde ho tratto la materia di queste novelle storiche o leggendarie che siano, noto qui le fonti alle quali, con maggiore o minore larghezza, secondo lo svolgimento drammatico, ho attinto.
Il Piede del Crocifisso ho desunto in parte da una monografia di Vincenzo Auria (Il vero e originale ritratto di Cristo N.S. in croce – Palermo 1669) e in parte da una tradizione orale.
Le Gesta di Galeazzo, dalla Sicilia Ricercata di Antonino Mongitore (Palermo 1742).
Un Eroe, oltre che dal citato libro del Mongitore, dalle storie del Sabellico (Deca III, libr. 9) del Cepio (Rebus Venetis libro II) del Maurolico (Sicaniarum Rorum, lib. V, VII).
Fuga d’amore, l’Esodo, il Caso di Sciacca ho tratto dalle Storie Siciliane di Isidoro La Lumia (v. I quattro Vicari, gli Ebrei in Sicilia – La Sicilia sotto Carlo V, nei vol. II e III – Palermo 1883).
Per I Santapau, sebbene le ricerche fatte da ch. Signor A. Flandina nell’Archivio e pubblicate nell’Archivio Storico Siciliano (anno III, fascicolo IV, Palermo 1679) modifichino lo svolgimento di quel tragico fatto, ho voluto seguire invece la cronachetta manoscritta, raccolta dal Villabianca nei suoi Opuscoli che si conservano alla Comunale, la quale mi è parsa più poetica.
Nella leggenda della Baronessa di Carini ho seguito lo stupendo poema popolare edito dal dotto S. Salamone Marino (Palermo 1873 – V ediz.) quantunque l’acuta opinione ultimamente espressa dall’illustre G. Pitrè (vedi la nuova edizione dei Canti Popolari Siciliani Palermo C. Clausen edit. 1891) sia degna di considerazione.
Ed è a proposito dell'acuta opinione dell'illustre G. Pitrè che noi editori siamo intervenuti, aggiungendo al volume la novella "La signora di Carini", pubblicata da Luigi Natoli sul Giornale di Sicilia del 31 agosto 1910, che narra "il caso" secondo la teoria del Pitrè. 
E poiché figura centrale della raccolta è appunto la Baronessa di Carini abbiamo aggiunto, oltre alle novelle, Un poemetto siciliano del XVI secolo, trascrizione di un Estratto dagli Atti della Reale Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Palermo serie III Vol. IX  Palermo 1910. In questo piccolo saggio, Luigi Natoli studia il "caso" della Baronessa sia da un punto di vista storico che da un punto di vista letterario, dando ampia spiegazione alle origini e alla composizione del famosissimo poemetto della Baronessa di Carini. Infine, a conclusione di tutti gli studi che l'autore fece sul "caso" abbiamo inserito "Storia della Baronessa di Carini" tratto da Musa Siciliana di Luigi Natoli, opera pubblicata con la casa editrice Caddeo nel 1922. 
Per migliore analisi del lettore, ad ogni leggenda è stato affiancato il contesto storico, tratto da Storia di Sicilia dalla Preistoria al Fascismo di Luigi Natoli(Ciuni 1935). 
Un volume prezioso dunque, che non può mancare ai collezionisti di opere del grande scrittore e storiografo palermitano. 

Luigi Natoli: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue. 
Prezzo di copertina € 21,00
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martedì 16 aprile 2019

Luigi Natoli: Rolando. Tratto da: Alla guerra!

Guy cercava Rolando: domandava ai soldati della sua compagnia se l’avessero veduto.
Il sergente, che, ferito a una gamba, si avviava sorretto da due soldati verso l’ambulanza, gli disse:
- Sì, signor tenente; il poveretto è malamente ferito: forse lo troverà morto... È appoggiato a un albero, laggiù... a destra....
Addolorato da quella notizia, visti due porta-feriti con una barella, li chiamò:
- Venite; c’è un ferito grave...
Trovarono Rolando che si lamentava con mugolii bassi e lunghi, come un cagnolino, pallido, gli occhi umidi di lagrime, l’espressione di sgomento. A vederlo intriso di sangue, Guy si sentì stringere il cuore, ed sclamò:
- Ah povero ragazzo! Lo prevedevo!...
E dando alla voce un tono sorridente e incoraggiante, aggiunse:
- Su, animo!... Non son ferite gravi!...
Rolando sorrise pallidamente. I militi della Croce Rossa lo sollevarono, lo adagiarono su la barella, lo trasportarono via. Guy lo accompagnò, tenendosegli a fianco, e di quando in quando gli rivolgeva qualche parola di conforto, alla quale Rolando rispondeva con lievi sorrisi.
Quando giunse alla prima ambulanza per la medicatura più urgente, tra’ soldati si sparse la voce che Maisonbrulèe era stato ferito gravemente; e fu uno stupore, un dolore. Come? Quel povero ragazzo? Ah! ma gli doveva finir così; era troppo audace. Cercavano tutti di vederlo, chi gli si poteva avvicinare, gli rivolgeva una parola affettuosa, con una voce piena di tenerezza. Bravo Maisonbrulèe! Gli era nulla, venti, trenta giorni di cura, e poi nuovamente al fuoco. Pim! pam! Vero?
E allora un lampo illuminava gli occhi di Rolando, e le sue labbra sorridevano men tristemente. Ma quando i soldati si voltavano scotevano il capo. No, non l’avrebbe scampata! Peccato! Era così allegro, così nuovo in tutte le sue cose, così semplice!... Nessuno in quel momento osava dire “sciocco”: invece tutti conchiudevano:
- Che coraggio!... La sua audacia l’ha ucciso!...
E il compianto accompagnò il carro automobile, che lo trasportò a Suippes.
- Bisogna amputargli subito le gambe – aveva detto il medico.
- Tutte e due?
- Tutte e due, povero figlio! E speriamo che viva.
Guy si sentì un rimescolio nel sangue, che gli distese un’ombra sugli occhi; e volle accompagnare il ferito a Suippes. Pensava a quella povera madama Maisonbrulèe, e per associazione, pensò anche alla sua mamma, e poi a tutte le mamme orbate dei figli, a quella guerra imposta al Belgio e alla Francia dalla pazzia di un uomo, dalla barbarie d’una casta, dall’interesse dei capitalisti; a quell’assassinio di una nazione, premeditato lungamente, tentato improvvisamente e con ferocia selvaggia e primitiva.
Intanto la notizia si diffondeva. Maisonbrulèe è stato gravemente ferito! e dovunque destava lo stesso dolore. Quel ragazzo era diventato famoso e gli volevan bene tutti: anche quelli che non lo conoscevano e che avevano sentito raccontare le sue prodezze e le sue semplicità. Si domandava dove, come e quando fosse stato ferito; ma si sapeva ben poco; qualcuno disse che era stato raccolto sul campo, più innanzi di tutti gli altri caduti. Guy diede qualche particolare: narrò come fosse stato salvato, magnificò l’eroismo di Rolando; e allora, nella eccitazione degli animi il giovane assurse in una figurazione quasi leggendaria, e quando giunse a Suippes la fama lo aveva già preceduto.
La barella fu tolta con grande precauzione dalla vettura, e trasportata nella sala operatoria. Michaud che vi si trovava non fu meno stupito e addolorato di vedere Rolando in quelle condizioni. Volle sapere come fosse andata. Guy dovette ancora una volta narrare l’episodio che lo riguardava; e allora tutti, medici, infermieri, ufficiali circondarono la barella, e il maggiore medico, guardando di fra gli occhiali quel fanciullone pallido e sorridente, gli gridò commosso:
- Bravo, figlio! La patria ti benedirà.
Gli occhi di Rolando scintillarono, il suo volto si colorò di una fiamma improvvisa; fece un gesto col capo, come se avesse voluto sollevarsi, ma non potendo, levò il capo e gridò:
- Viva la Francia!
E svenne.
Dopo circa un’ora egli era adagiato sul letto di una sala. Egli? No, il suo troncone. Gli avevano amputate tutte e due le gambe. Betty gli stava al capezzale; Michaud si era fermato ai piedi del letto, guardandolo con un vivo interesse. Più tardi venne il colonnello a visitare il ferito. Voleva rimproverarlo di aver disubbidito; ma al vederlo così pallido e sereno, con la spalla e un braccio e il capo bendato, non osò; strinse le labbra per non mostrar la sua commozione, e rimase un po’ in silenzio, senza poter dire nulla; e finalmente non disse altro che:
- Ebbene, ragazzo mio, come è andata?
- Lo vedete mio colonnello!... – rispose Rolando.



Luigi Natoli: Alla guerra! Romanzo storico ambientato nella Francia del 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale.
Nell'unica versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia del 1914. Raccolto in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori.
Pagine 956 - Prezzo di copertina € 31,00
Sconto del 25% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
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Luigi Natoli: La distruzione della Cattedrale di Reims. Tratto da: Alla guerra!

Il 124. e il 125., incorporati nella stessa divisione, si trovavano alle Argonne, tra S. Menehould e Clermont; essi dunque dovevano percorrere lo stesso itinerario, almeno fino al comando della Divisione.
Ma Michaud aveva voluto prima di andare al campo, fermarsi un giorno a Reims per compiere un pellegrinaggio di cordoglio alla cattedrale. Tutti i giornali del mondo, tutti gli uomini colti, tutte le associazioni letterarie e artistiche avevano protestato contro quel selvaggio bombardamento; salvo i dotti tedeschi, che approvavano l’opera nefanda e barbarica dello stato maggiore; il Kaiser, che fingeva di spargere qualche lagrima di coccodrillo; e i generali bombardatori, che cinicamente affermavano nessun monumento d’arte, nessuna creazione di genio, per quanto unica, gloriosa, veneranda, valevano l’ultimo fantaccino tedesco. Le polemiche sorte per giustificare lo scempio, le descrizioni della grande rovina, tenevan viva la fiamma dello sdegno in tutta la Francia; e avevano spinto Michaud a quel viaggio. Egli vi si recava col cuore stesso col quale i primi pellegrini si recavano al sepolcro di Cristo caduto in potere dei musulmani; con pietà religiosa, odio pei profanatori, desiderio di vendetta.
- Barbari i turchi? Non è vero. Se voi mi dite che essi fanno la guerra da selvaggi, scannando i vecchi, violando e ammazzando le donne, infilzando i fanciulli con le baionette e con le scimitarre, uccidendo in massa gli inermi, mutilando i feriti, bruciando i villaggi e le città, cose tutte che fanno orrore alle genti civili; io vi domando se i tedeschi nel Belgio e in Francia non han commesso le medesime scelleratezze, e anche peggio!... Ma i Turchi, quando espugnaron Costantinopoli non bruciarono Santa Sofia, perdio!... E i tedeschi invece hanno bombardato e distrutto Louvain, Malines, la cattedrale di Reims. Capite?... La cattedrale di Reims, vuol dire un miracolo d’arte!... Sì, un miracolo. Guardate: prima ancora che il Rinascimento traesse dalla tomba la bellezza antica; prima ancora di Donatello, gli ignoti scultori che decorarono la cattedrale di Reims, avevano dato ai loro santi di marmo, la grazia ellenica! Come? dove l’attinsero? dov’erano i modelli? Chi insegnò loro a drappeggiare le figure con tanta nobiltà e con tanta verità di pieghe, e con tanta trasparenza del corpo?... Non c’è in tutta la statuaria del medioevo in Francia, in Europa, nulla che rassomigli o che abbia una parentela con quelle statue. La parentela è con la statuaria greca. Forse quegli ignoti artefici possedevano alcune di quelle leggiadre terrecotte, raccolte ora ne’ musei? Avevano in Grecia nutriti gli occhi con le reliquie di quella statuaria? Attingevano nel loro spirito?... Chi lo sa?... Son venuto più volte in Reims per godimento mio; e sempre mi son fermato lunghe ore in contemplazione dinanzi le statue dei tre portali, che mi paiono fra le più belle... V’è da imparare anche oggi... E i barbari del 1914 hanno lanciato con pazza voluttà su questi fiori dell’arte nostra, che non eran più nostri ora, ma appartenevano al mondo... Non hanno distrutto soltanto una nostra gloria, ma una gloria del genio dell’uomo!...
Così, per tutto il viaggio, Michaud, ora descrivendo, ora esaltandosi; alternando le notizie storiche sulla fabbrica della cattedrale con quelle sulla fioritura architettonica ogivale germogliata nell’Ile de France tra il XII e il XIII secolo, e diffusa da ignoti e misteriosi maestri per tutta l’Europa, e chiamata, non si sapeva perché, gotica; tenne vivo il discorso, e finì con l’attirare e interessare Guy, distogliendolo dai suoi pensieri.
Ma quando sceso dal treno, inoltratosi nella città, cominciò a vedere gli effetti del bombardamento, Michaud ammutolì. Qua e là case crollate, o ridotte mucchi informi di macerie annerite dagli incendi; altre traforate da mille buchi, senza tetto, coi travi di ferro contorti: il palazzo di città pareva un immenso crivello; quello della sottoprefettura era raso al suolo.
Via via che si avvicinava alla piazza, Michaud si faceva più pallido e sgomento; il suo cuore pulsava violentemente con un ritmo più celere: che cosa avrebbe trovato? Quali devastazioni nella cattedrale? Si fermò allo sbocco come arrestato da una forza maggiore, stropicciandosi gli occhi per veder più chiaro. A prima vista gli sembrò che l’edificio non ne avesse sofferto gran che; la sua mole torreggiava ancora; ma quando, lentamente, cominciò ad avvicinarsi, la rovina gli si andò svelando. Qualche cosa mancava dietro la chiesa... Sì; uno dei campanili. Era crollato sotto le bombe!... E l’abside? Era solcata da profonde ferite; alcuni contrafforti erano stati portati via, massi enormi, che avevano resistito per secoli a tutte le tempeste, giacevan per terra. Le navate non avevan più il bel tetto di legno, dalle travi di quercia scolpite; ma le pareti nereggianti rivelavano l’incendio distruttore.
Ahimè! il maraviglioso edificio non era che una carcassa vuota!...
Michaud si sentiva soffocare; non diceva una parola, non poteva; girava intorno allo scempio, guardando con gli occhi spalancati in uno sbalordimento angoscioso, fermandosi dove maggiori erano i guasti: guglie e pinnacoli atterrati o mozzati, pezzi di trine marmoree divelti, statue decapitate o monche, cornici spezzate a mezzo, rosoni sforacchiati, colonne stroncate a mezzo; una devastazione orrenda, una rovina!...
Michaud corse al portico: ah le belle statue, quelle delle quali aveva parlato con tanto entusiasmo, in quali miserande condizioni eran ridotte! Quasi tutte scheggiate, deformate dallo scoppio delle granate, mutilate!... Quel bianco popolo di Santi, immobili, con gli occhi spenti, pareva mostrasse le ferite aperte dai barbari!
Michaud si sentì empire gli occhi di lagrime. Nessuna scena di pietà gli aveva strappato una lagrima, chè aveva saputo dominare i suoi nervi, e difenderli con quell’abito scettico e mordace sul quale aveva ritemprato il suo spirito: ma dinanzi a quella immane rovina, l’artista ferito ebbe il sopravvento sull’uomo.
Guy, che lo seguiva, guardava anch’esso con doloroso stupore; non piangeva certamente, perché la sua commozione non aveva radici così profonde come quella dell’artista, ma ne provava sdegno, e di tanto in tanto, si lasciava sfuggire qualche vivace esclamazione di collera.
- Andiamo! andiamo! – disse Michaud con voce che rivelava l’interno affranto – andiamo! È una vista che non si può sopportare!... No! no!... Quale infamia! quale infamia!...
E tuttavia guardava. Ah le belle vetrate istoriate donde pioveva nelle navi una luce blanda e piena di dolce mistero! Tutte infrante! Perchè? per quale insania? per qual furore di matta bestialità?
- Ve lo dico io perché! – sclamava rispondendo a sé stesso; – perché quei miserabili non hanno nulla di così bello, nella loro Prussia goffa e beota; non hanno nulla che possa anche venir dietro, come una ancella dietro la padrona, ai miracoli architettonici delle Fiandre e della nostra bella Francia... I loro cervelli di barbari inferiori e invidiosi non possono tollerar la bellezza altrui... Distruggono perché nulla rimanga che mostri al paragone la loro inferiorità estetica; distruggono perché ogni segno della grandezza e della gloria degli altri sia cancellato!... Ma perdio! Ogni guglia spuntata, ogni pietra strappata, ogni statua mozza griderà nei secoli contro la barbarie di questo popolo che vanta la sua cultura superiore!... Ogni ferita di questo sacro e venerando edificio smentirà terribilmente la leggenda della superiorità spirituale dei boches... Eh no! non bisogna restaurarla, quando che sia, non bisogna restaurarla la cattedrale, come non bisogna restaurare, reintegrare alcuno dei monumenti devastati dalla supercultura tedesca... Bisogna che essi rimangano così, nella loro spaventevole rovina, accusatori perenni della più grande barbarie... Perché né i pacifici borghesi fucilati, né le vergini vilipese, né i fanciulli baionettati possono uscire dal sepolcro, e gridar vendetta;... la vita riprodurrà nuove forme: i fiori cresceranno sopra le fosse; del delitto contro gli uomini, della ferocia sanguinaria non rimarrà alcuna traccia... ma queste pietre frantumate, queste immagini decapitate, e che stendono i moncherini, queste trine di marmo spezzate, tutto ciò che non si rifà, che non si rinnova, che rimane rudere, con l’impronta della devastazione, del sacrilegio, tutto ciò grida e griderà nei secoli contro la barbarie; ed è l’unico segno, dal quale si possono anche arguire le stragi e le scelleratezze compiute... E bisogna che questi ruderi rimangano tali, perché duri nel sangue l’odio e la maledizione non si spenga sulle labbra!...
Parlava con voce veemente, quasi con enfasi, infiammato dallo sdegno; e la sua piccola persona pareva s’ingrandisse. Guy lo guardava con curiosità e ammirazione, perché lo scultore gli si rivelava sotto un aspetto nuovo. Altri, venuti forse come loro a visitare e a rammaricarsi dinanzi la rovina, si fermarono accanto a quel milite della Croce Rossa, che parlava con parole così iraconde; assentivano con gesti del capo; mormoravano:
- Che barbarie!... Prendersela con la casa di Dio!...
- E osa invocarlo ogni istante, Dio, quel brigante!...
- Eh! ma il suo Dio, non è il nostro, non è quello dei cristiani; è un vecchio dio, probabilmente uno di quelli delle antiche orde senza legge che erravano nelle foreste teutoniche!...
Sulla porta di mezzo v’era un picchetto di soldati francesi, attraverso la porta si vedevano altre rovine; l’arco dell’abside strappato; una gran buca nella volta, massi rotolati sul pavimento, frantumi marmorei; gli alti steli della navata di mezzo anneriti dal fumo, e per terra mucchi neri, e fra le pietre, rimasugli della travatura, pezzi di confessionali, le tracce raccapriccianti dell’incendio. Un caporale narrava i particolari del bombardamento. Era cominciato il venerdì sera, 18; ed era continuato il sabato. Le bombe piovevano, scoppiavano, frantumavano. Una forò l’abside; una buca immensa. Il fuoco si accese ad alcune impalcature che servivano per restauri; si comunicò alle travi; una trave, cadendo sulla paglia che era distesa per terra, dentro la chiesa, vi diede fuoco. E allora bruciò tutto!...
- E c’eran più di cento feriti, sopra la paglia; e tutti tedeschi... ma non li abbiamo fatti arrostire, come avrebbero fatto quei banditi, se si fossero trovati al nostro posto, e se i feriti fossero stati francesi!... Oh no!... Li abbiamo salvati fino all’ultimo, cacciandoci in mezzo alle fiamme e al fumo, mentre le bombe sibilavano, cadevano, scoppiavano... Ah! vi so dire che non era una cosa piacevole!...
Qualcuno domandò:
- Non c’era dunque la bandiera della Croce Rossa?
- Come no? Ce n’era una, sulla torre più alta, che si sarebbe veduta a cento chilometri... I boches avevano piantato le batterie a Nogent l’Abesse, a otto chilometri, e vedevan bene la cattedrale; ma che cosa è la bandiera della Croce Rossa per loro? Che cosa rispettano?...

La voce dei giornalai, che gridavano le notizie più recenti, lo distolse da quella occupazione. Comprò il Petit Journal. Conteneva la smentita del generalissimo Joffre alle affermazioni mendaci con le quali lo stato maggiore tedesco aveva tentato di giustificare il bombardamento della cattedrale di Reims avvenuto otto o nove giorni innanzi.
Quella lettura rinnovò la collera e il dolore dell’artista. Giustificare? o forse si potevano giustificare le distruzioni di Louvain, di Malines, di Reims? Non forse il furore medesimo della distruzione, l’accanimento contro ogni opera d’arte, ogni monumento di bellezza e di storia, dimostravano con evidenza il partito preso di distruggere, e solamente per distruggere? Ah la bella cattedrale, con le sue torri, coi suoi portali, con le sue statue dalle pure linee, con le sue trine di marmo delicate e trasparenti, con le sue grandi rose e le grandi finestre dai vetri colorati!... Come si erano accaniti gli obici e i mortai tedeschi, contro quella mirabile opera, forse la più bella chiesa ogivale
del mondo! V’era stato nei loro colpi l’astio invidioso di chi, non potendo rubare e trasportar via il maraviglioso monumento, lo distrugge, perché non lo abbiano gli altri. Era lo stesso livore, la stessa invidia cieca e selvaggia che aveva atterrato in Fiandra tutto quanto vi era di glorioso per bellezza d’arte e per memorie cittadine.
Col ferro e col fuoco! Così, come lo avevano fatto i loro antichi progenitori, quando coperti di pelle, orridi d’aspetto e d’istinti, calavan giù dalle Alpi, o scendevan lungo le valli del Rodano, in Italia o nelle Gallie. Anzi peggio. Non avevano forse quei barbari antichi risparmiato Milano, vinti dalla bellezza dei monumenti latini? Non si erano arrestati dinanzi alla maestà e alla magnificenza di Roma? Ma i loro discendenti?... Perdio! bisognava confessare che la cultura tedesca, quella sopracultura di cui tanto si vantavano per affermare la loro superiorità sugli altri popoli del mondo, produceva questo miracolo, di renderli più bestiali dei loro progenitori!...
- Selvaggi!... selvaggi!... Ah no! non è vero che essi abbiano senso d’arte! Saranno un popolo di pedanti scrittori di estetica, ma un popolo che senta la bellezza, no! perdio! Non la sentono neppure i loro esteti!... Selvaggi!... selvaggi!
Rinnovava i suoi sdegni, la sua collera, il suo odio…


Luigi Natoli: Alla guerra! Romanzo storico ambientato nella Francia del 1914, allo scoppio della Prima Guerra mondiale. 
Nell'unica versione originale, pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914. Raccolto in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori e arricchito dalle illustrazioni di Niccolò Pizzorno. 
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Luigi Natoli descrive la Parigi del 1914. Tratto da: Alla guerra!

Era notte; i fanali accesi, le strade piene di gente e di veicoli; di venditori ambulanti e di guardie di città; all’angolo del boulevard de Courcelles presero posto in un omnibus, senza alcuna scelta, che li condusse sul lungo Senna del Louvre, dove scesero per fare un po’ di strada a piedi, lungo il fiume, senza badare al via vai. Come se un comune istinto li avesse condotti, si avviarono pel ponte delle arti, come se qualcosa li spingesse verso quel quartiere latino, dove trascorsero la loro prima giovinezza; ma si fermarono un po’ a contemplare la città che si distendeva alle due rive, sotto il cielo cupo della notte.
Le lampade elettriche diffondevano sul lungo Senna la loro luce pallida, sotto la quale formicolava la gente. I palazzi si dilungavano, inondati dalla luce chiara e violenta da vicino, più incerta da lontano; via via che essi fuggivano dallo sguardo pareva si avvolgessero in una specie di vapore opaco, nel quale le lampade più lontane apparivano come stelle offuscate da un’alona. L’acqua appariva nera, fra i muraglioni; ma le lampade vi si rispecchiavano con lunghi zig-zag, interrotti di quando in quando dalla massa bruna di una barca.
Dinanzi, come in uno scenario, si succedevano l’un dopo l’altro i ponti; sui quali vigilavano le lampade in fila; e l’acqua ne rifrangeva il riflesso ondulante come un serpe di fuoco, e tutto il grembo della Senna pareva agitato da migliaia di serpi fiammeggianti, in file ordinate, le une dopo le altre. Gente, carrozze, qualche automobile, omnibus, passavano sui ponti; l’acqua pareva percorsa da riverberi di fosca luce, nei quali si intravedevano le ombre nere dei pedoni che andavan lungo i parapetti.
Da una riva e dall’altra dei ponti giungeva il rumore della vita; ma giù, il fiume scorreva silenzioso; le barche, non facevan rumore, e l’ansare delle macchine dei battelli a vapore si sperdeva sulla superficie del fiume. Soltanto contro i piloni, un dolce gorgoglìo pareva la voce della Senna, che dicesse:
- Io vado.
Andava da secoli, da centinaia di secoli per la stessa strada, con lo stesso silenzio solenne, e aveva veduto ai suoi fianchi trasformarsi via via le povere case di fango delle prime genti raccolte intorno all’isoletta, in edifici, in palazzi, che avevano nei fastigi la storia del mondo. Appoggiati coi gomiti al parapetto, Benoist e Michaud guardavano quelle acque che scorrevano sotto i loro sguardi, e ognuno vi attingeva sensazioni diverse, e seguiva un corso di pensieri diversi. Per lo scultore erano sensazioni di colori e di forme, la penetrazione nell’intima vita di ogni cosa che si moveva dinanzi agli occhi suoi, nell’acqua, sulla terra, nel cielo: interpretazione di quell’anima secreta delle cose, che del paesaggio fa qualche cosa di vivente in sé. Per Benoist era l’evocazione della storia.
Due fiumi gli apparivano sacri nella storia della civiltà universale: due fiumi destinati da quella specie di provvidenza che pare dirigga le umane vicende, a essere le sedi della grandezza umana: il Tevere e la Senna; il mondo antico con la concezione maravigliosa del diritto, l’eterna legge dei rapporti della società civile; il mondo cristiano con la concezione di una legge morale che oltrepassa, abolisce quasi, le creazioni artificiose dei riti e dei culti; il mondo moderno con tutte le sue libertà politiche e con la visione netta e precisa dei grandi problemi della storia.
Quali altri grandi fiumi avevan veduto compiersi fra le loro sponde fatti di tanta e così profonda universalità? V’erano sì, sparse pel mondo città illustri: il Gange, l’Eufrate, il Nilo videro svolgersi all’ombra dei loro sacri palmeti meravigliose civiltà; ma non esercitarono nella storia del mondo quell’ufficio augusto e solenne che ebbe il Tevere nell’antichità. La Senna era l’erede del Tevere: Parigi continuava l’universalità civile di Roma.
Benoist passava.
Da quando dal puro sonante latino rampollarono come rivoli freschi le nuove lingue, ecco diffondersi dalla Francia la nuova epopea delle genti latine, e la dolce passione d’amore attingere tra le azzurre piagge della Provenza il nuovo linguaggio: e l’una e l’altro si fan cittadini del mondo latino: mondo di eroismo e di gentilezza, di pietà, di fede, di cortesia: entro il quale Parigi a poco a poco, andava maturando il suo destino, che doveva essere il destino del nuovo mondo. Parigi, città eterna, che sotto l’apparente spensieratezza della vita, serba intatta la fiamma di tutte le rivoluzioni, e non per sé, ma per tutti i popoli; Parigi, l’immenso spirito animatore della vita moderna…
La Senna scorreva, accesa da mille fiamme, che dalle due rive, dai ponti, ne salutavano il passaggio. Andava al mare. Così da secoli, trascinando e seppellendo nell’infinito tutte le cose vecchie, tristi, caduche. Acqua lustrale, nel cui grembo si detersero e si detergono gli errori dei secoli; dove, non potè mai fermare le sue sedi la barbarie, come non le fermò sul Tevere. Il Tevere e la Senna rimasero i sacri fiumi della latinità, e rimarranno; simili a due confini inabolibili, contro i quali invano, da secoli, i barbari hanno urtato.
Ed ecco quel Kaiser, vivente anacronismo ripullulato dalle vecchie cronache leggendarie, dalla loro fosca e selvaggia mitologia, ritentare l’antico sforzo contro quel sentimento profondo di latinità; gittare la violenza delle armi e la crudeltà dei cuori su quanto di puro e di gentile ha eternato lo spirito latino…
Non saran forse a lui quelle acque fatali, quel che furono le onde del mar Rosso al Faraone?...
Certo la vecchia Francia si scoteva; quei ponti, quelle lunghe banchine fiammeggianti avevano un aspetto un po’ diverso; l’effervescenza spumosa era vanita; restava la bevanda con la sua forza intrinseca.
V’era qualche cosa di più grave nella folla: una calma fiduciosa e sicura; un eroismo consapevole; uno spirito di sacrificio sorridente alla certezza della vittoria immancabile. 


Luigi Natoli: Alla guerra! Romanzo storico ambientato nella Francia del 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale. 
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domenica 14 aprile 2019

Il 14 aprile del 1857 nasceva Luigi Natoli


Il 14 aprile del 1857 nasceva il professore, storiografo, romanziere, critico letterario Luigi Natoli. 
Noi Buoni Cugini, che da cinque anni portiamo avanti il progetto di pubblicare tutte le sue opere, offriamo alla Sua memoria la pubblicazione delle Opere Teatrali, la maggior parte delle quali mai pubblicate, divise in due volumi: il primo, Cappa di piombo, appena pubblicato, raccoglie tutte le opere in italiano mentre  Suruzza! di imminente pubblicazione, raccoglierà tutte quelle in dialetto siciliano, con testo in italiano a fronte. Porteremo avanti il nostro progetto affinché gli amanti del professore Luigi Natoli, (che non sono soltanto siciliani, molti collezionisti acquistano i suoi libri da tutta Italia e dalla Francia) possano avere la possibilità di conoscerlo nella sua totalità: dai romanzi alle opere teatrali, dagli scritti storici a quelli letterari, dalle poesie alle guide turistiche, senza dimenticare gli articoli di attualità, storia, tradizione, cultura, fantasia. 
Grazie, professore Natoli, per quello che ha dato e continua a dare, a 162 anni dalla nascita, a tutti i suoi appassionati lettori. – I Buoni Cugini editori.

venerdì 12 aprile 2019

Luigi Natoli: Cappa di Piombo e altre opere inedite per il teatro

Silvano (c.s. imperioso) Tu non farai nulla!... (un istante di pausa, Silvano dominandosi, riprende con amarezza) Cosicché io sarei un vile e un disonorato. Per non essere l’uno o l’altro, avrei dovuto uccidere. (a mano a mano si va infiammando, e la freddezza riserbata cede alla passione) Appostarmi, nascondermi agli occhi di tutti... e aspettando, nella mia casa, nella mia camera, dove ancor vagavano i miei sogni feriti, sanguinanti... Aspettarli, per lunghe ore, con un’arma in pugno, e colpirli alla schiena insieme là, senza misericordia!... (gesti di assentimento feroce di Manlio) E gettarli in pascolo alla curiosità altrui, morti nella loro impudicizia... (pausa) Se avessi fatto questo agli occhi tuoi apparirei un altro: più alto... Un eroe…
Dalla lettura di Il figlio e Cappa di Piombo possiamo affermare con certezza che il primo è un lavoro preparatorio del secondo. Il figlio ha solo quattro personaggi e il principale protagonista è Manlio, figlio di Silvano. Su di lui si snoda tutto il dramma, ma più si procede nella lettura del manoscritto più le correzioni, le cancellature e gli appunti aumentano progressivamente fino alla conclusione dell’opera. Giunti alla fine si capisce con facilità che Natoli non doveva essere soddisfatto del risultato. Noi crediamo che lo scrittore, sicuro di non essere stato incisivo nel suo messaggio, e non volendo scendere nell’ovvietà della commedia siciliana del tempo, abbia modificato l’opera con il colpo di genio di capire l’errore trascrivendola in un dattiloscritto, lasciando inalterata la struttura, i personaggi, e la maggior parte dei dialoghi, ma con la sostanziale differenza di togliere la parte di protagonista al figlio e affidarla a Silvano, il padre. In tal modo, Natoli trova uno stupefacente finale degno della migliore avanguardia teatrale dell’epoca, donandole una sicilianità universale. Basta confrontare le due opere, per rendersi conto delle differenze fra le commedie e di quanto da noi affermato. A rafforzo di questa tesi la frase “Cappa di Piombo” è ripetuta nelle ultime pagine da Silvano, e per tutta la durata dell’opera si ha la reale sensazione di essere avvolti da una “cappa di piombo” che grava su tutto il dramma, in particolare nel terzo atto.


Luigi Natoli: Cappa di piombo e altre opere inedite per il teatro. 
Tutte le opere sono la fedele riproduzione dei manoscritti conservati presso la Biblioteca Comunale di Palermo. Ad eccezione de Il conte di Geraci e Il numero 570 tutte le altre (Cappa di piombo, L'ironia della gloria, Quannu curri la sditta, non sono mai state pubblicate). 
Prezzo di copertina € 21,00
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martedì 2 aprile 2019

Luigi Natoli: la verità storica sul Risorgimento siciliano. Tratto da: Rivendicazioni.

Io non mi sarei tanto indugiato a raccogliere prove e testimonianze, e a ristabilire la verità storica, se si fosse trattato di uno scrittorello insignificante; ma poichè le antiche e stolide accuse, spiegabili in tempi di passioni e di gelosie, nei quali pareva non poter affermare i propri meriti verso la Patria, se non avvilendo gli altri (prova ne sia la guerra invereconda di cui fu vittima Giuseppe La Masa) poichè, dico, queste accuse, vengono sempre rimesse in giro, dopo tanto tempo, e tanto lume di critica, e da uomini che, in fatto di storia, sono tenuti meritatamente autorevoli, era doveroso ribatterle.
L’ho fatto con serenità; e, più che servirmi di storici moderni, facendo riudire le voci di quelli che furon testimoni dei fatti, e che il Luzio stesso cita. Se avessi voluto, avrei potuto moltiplicare queste voci; e avrei potuto raccogliere nuove e più dolorose prove di malevoglienze e di ingiurie e di falsità; avrei anche potuto ribattere ingiurie con ingiurie. Ma nè io, nè alcuno degli scrittori siciliani pensarono mai di rilevare gli atti di viltà che fecero giudicare diciannove dei volontari salpati da Quarto, indegni di fregiarsi della medaglia commemorativa. Nè le colpe di costoro, nè la fuga di qualche capitano a bordo di una nave francese, generalizzammo a danno e scherno di tutti; come per la istantanea confusione di pochi picciotti inesperti di guerra, fecero contro tutte le squadriglie, anzi contro tutto il contributo di forze dato dalla Sicilia alla campagna del 1860, come fecero alcuni scrittori del continente.
L’opera delle squadre, le condizioni di Palermo, i fattori del successo, la parte presa dalla città all’alba del 27 maggio, ho già dimostrata. Potrei qui continuare narrando quel che il popolo di Palermo e le squadre fecero in tre giorni di combattimento; e far sapere, a chi non lo sa, o ricordarlo a chi l’ha dimenticato, che tutti gli episodi svoltisi nei vari punti della città, e nei quali i narratori non videro che solamente i legionari di Garibaldi, ebbero il concorso eroico del braccio e del cuore siciliano.
I legionari da soli non avrebbero potuto far nulla. Scrive sul proposito l’Eber:
“La città è troppo grande e i guerrieri che dalla penisola condusse Garibaldi, sono troppo pochi per mandarsi in tutti i punti, e la loro vita è troppo preziosa per esporla, tranne nei momenti di assoluto bisogno. Per la qual cosa sono gli insorti quelli che formano il grosso dei combattenti nella più parte dei luoghi”.
E appresso:
“I giovani Siciliani sembra che provino un gran diletto nello snidare i soldati dalle loro posizioni e lo facevano con una ostinazione di volontà tale da mostrare un talento per la tattica; giovandosi d’ogni destro per girarli e prendere alle spalle le loro posizioni”.
Non vi era un piano prestabilito di attacchi; questi erano suggeriti dal bisogno. Si sapeva di dover respingere i regi, e tenerli lontani dal quartier generale di Garibaldi; si sapeva che bisognava espugnare il Palazzo Reale, sede del nemico. La necessità e l’importanza di questa espugnazione era nella tradizione rivoluzionaria di Palermo. Dal 1647 in poi, tutte le rivoluzioni ebbero questo obbiettivo principale: impadronirsi del Palazzo Reale. Così si fece al 1820, così al 1848; così bisognava fare al 1860; e così tentossi anche nella infausta sommossa del 1866.
Ora il Luzio non crederà che ogni Garibaldino avesse la carta topografica di Palermo in tasca; essi dunque erano guidati dai Palermitani…


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento. Raccolta di scritti storici e storiografici che riproducono esattamente le edizioni originali. 
Il volume comprende: La rivoluzione siciliana nel 1860 (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910) Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI) I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento Italiano - 1931) Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927) 
Pagine 525 - Prezzo di copertina € 24,00
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