giovedì 8 febbraio 2024

Luigi Natoli: Spogliati di ogni avere, i Giudei dovevano lasciare la città (L'Esodo) Tratto da: La baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue.

Oppressi dalla sventura, pallidi, disperati non osavan guardarsi, tanta era l’ambascia che ciascuno provava vedendo nel volto degli altri la propria miseria. E che potevano ormai sperare? L’università di Palermo, con ardito linguaggio aveva protestato contro l’iniqua sentenza che bandiva gli Ebrei dagli stati cattolici. Il Pretore e i Giurati di Palermo, con la tradizionale generosità, avevano chiamato la maestà regale alla osservanza della costituzione e dei capitoli del Regno, l’indipendenza del quale l’atto arbitrario e dispotico veniva a colpire: soli, nell’universale abbandono, si levarono in difesa della razza maledetta; e in nome della libertà dello stato, della religione, degli interessi economici, chiesero la revoca dell’editto. Lo stesso Vicerè don Ferdinando de Acugna sentiva stringersi di pietà: ma i baroni non si mossero dai loro castelli, ma il Parlamento non si riunì per difendere i figli di Giuda: e l’editto non fu revocato.
Spogliati di ogni avere, senza altra ricchezza che una irrisoria elemosina lasciata loro per non morir di fame, i Giudei dovevano immancabilmente lasciare la città il 12 gennaio 1493. Per andar dove? E per vivere come?
Pensava ciascuno entro di sé a questo dubbio avvenire, paragonandolo al passato tranquillo e confidente; e torbide e dolorose visioni passavan per la mente. A un tratto la voce di Moisè Abbanascia disse fiocamente:
- Fratelli!... prepariamoci a questa pasqua del dolore!...
E alzando le mani su tutta la moltitudine aggiunse con voce tremante:
- E Iddio ne protegga!...
Uscirono i Giudei dalla Sinagoga per tornare alle case dolenti, e ciascuno volgevasi con occhi lacrimosi a guardare per l’ultima volta il caro tempio della sua fede, dei suoi affetti, della sua nazionalità.
I cittadini che vedevano passare l’afflitta turba tacevano, e soffocavan nell’anima la pietà, perché non trasparisse di fuori.
Dopo una mezz’ora, le galee con le vele gonfie si mossero, lentamente, dondolandosi, spinte dai remi, che tonfavano cupamente nell’acqua.
Sulla tolda, ritti, i Giudei guardavano la terra, guardavano la gente, guardavano tutto quello che lasciavan per sempre, e allora l’ultima larva di speranza, il miracolo nel quale si rifuggiavano in quel supremo momento, cadde; tutta la grandezza della miseria presente, l’orror dell’avvenire, la felicità passata apparvero, ed un gemito lungo, angoscioso, straziante, risonò fra le vele e le corde delle galee, e un altro gemito ugualmente lungo, angoscioso rispondeva dalla spiaggia...
E nel mentre le navi uscivano dal porto, i famuli del Sant’Officio arrestavano un giovane che aveva sputato in viso a un frate domenicano.


Luigi Natoli: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue. Raccolta di leggende a sfondo storico trascritte dal volume originale Storie e leggende, pubblicato in Palermo dalla casa editrice Pedone Lauriel nel 1892. Alla raccolta è stata aggiunta la novella "La signora di Carini" pubblicata nel Giornale di Sicilia nel 1910 con pseudonimo di Maurus, "Un poemetto siciliano del secolo XVI" estratto dagli Atti della reale accademia di scienze, lettere ed arti di Palermo (serie III - vol. IX - Palermo 1910) e "Storia della Baronessa di Carini (sec XVI) estratto da "Musa siciliana" con note dell'autore - Casa editrice Caddeo 1922.
Pagine 305 - Prezzo di copertina € 21,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso: 
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro) La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Macajone (Via M.se di Villabianca 102), Libreria Forense (Via Maqueda 185). 

Luigi Natoli: Vi hanno obbligato a cucire la rotella rossa sul taled, come segno d'infamia... (L'Esodo) Tratto da: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue

 
Raccolti nella sinagoga, ascoltavano i Giudei il rabbi Moisè Abbanascia; intorno a lui sedevano i rabbi, indi i Proti, i dodici Eletti, e Balii, gli Auditori dei Conti, il Percettore, tutti i magistrati della Giudeca; più in là i Leviti mesti e taciturni. I Rabbi, col taled quadrangolare sul capo, guardavano le alte pareti della sinagoga, presaghi del futuro; e con uno stringimento doloroso del cuore, vedevano con la mente la distruzione del loro tempio, già desolato, e sulle rovine sorgere la chiesa cristiana. 
Gravava la tristezza nell’aria; e nel silenzio profondo rompeva talvolta un singhiozzo mal soffocato...
- “Nulla, nulla è giovato – diceva Moisè Abbanascia – e nulla più ci rimane, né meno i nostri averi: la sentenza è improrogabile... Noi lasceremo e per sempre queste terre dove siam nati, dove son nati i nostri padri, dove la nostra nazione ha inteso meno che altrove i dolori dell’esilio!... Che cosa abbiamo fatto noi? Non abbiamo pagato la gesia statuita dal glorioso Ruggero? Non abbiamo soddisfatto le gabelle? Ci siamo rifiutati ai donativi? Giammai; né per divisi che siano stati i nostri interessi da quelli dei regnicoli, abbiamo negato il nostro aiuto, quando le guerre han minacciato l’indipendenza del Regno...
“E l’università di Palermo non ha riscosso sempre il diritto di jugalia e il censo e le altre imposizioni?... Ecco ora che il vento impetuoso strappa le verdi fronde della foresta, e travolge nel turbine le foglie... Eccoci dispersi come gregge colpito dalla folgore, o assalito alla pastura dal lupo vorace: eccoci dannati a trascinare la nostra miseria per estranee contrade, fra genti nuove, aspettati forse da ignote servitù e da più fiere miserie... E i nostri padri che noi abbiamo seppellito nelle campagne bagnate dall’Oreto? Aimè! La vanga del cristiano romperà il sasso che chiude le venerate ossa, e le disperderà ai venti, come le ossa dei figli di Caino!...
“Perché? Vi hanno obbligato a cucire la rotella rossa sul taled, come segno d’infamia, come la sillaba che Dio scrive sulla fronte dei colpiti dal suo furore... e voi avete obbedito; vi hanno costretto a non fabbricar le vostre case di là da un certo limite, e voi avete obbedito... E avete anche gittato nella voragine di costoro, profonda come l’eternità, la vostra ricchezza, il frutto del vostro assiduo lavoro; non chiedendo in cambio dell’obbedienza e dell’oro che la tranquillità oscura, che la pace ignorata, nelle nostre case, nei nostri banchi, nel nostro tempio!... Amare, lavorare, pregare secondo il nostro cuore, i nostri bisogni, la nostra fede!...
“Ma Iddio ha suscitato contro di noi frati ignoranti, fanatici, sanguinarii... Oh, ricordatevi le stragi di Taormina, e di Modica, l’assassinio di Bitone, le prediche di fra Giovanni Pistoria, le persecuzioni minute, incessanti, feroci del Sant’Offizio, le calunnie sul nostro rito...
“Oh la mite, e feconda tolleranza d’altri tempi, quando il nostro tempio sorgeva accanto alla moschea e alla chiesa; e a noi erano accordati privilegi e libertà!... Perché dunque, o Dio potente e sterminatore, non mandi i tuoi angeli, nella notte tenebrosa, per disperdere gli empii sacerdoti, i fabbricatori di idoli d’oro e d’argento?...
“Vano e sterile pianto è il nostro! Quando i nostri padri, tratti nella schiavitù per settant’anni, sedettero sui fiumi di Babilonia, lasciata diserta e rovinosa Sionne, il canto dei Profeti mitigò l’aspra servitù augurando il ritorno nella patria e la riedificazione del tempio... Ma a noi, nati lontano dalla patria antica, cacciati dalla patria antica, cacciati dalla patria di adozione, non il canto dei Profeti, non l’augurio del ritorno... Abbandoneremo questa terra alta e rigogliosa come un palmizio, che il nostro lavoro, la nostra ricchezza hanno resa più grande, come le acque del Iabok crescono in magnificenza il sacro Giordano... Oh che l’anima tua sterile, o Tomaso Torquemada, ululi pel terrore, come vedova lupa assetata di libidine nel caldo maggio! Che la mano di Dio ti strappi dal seno dei tuoi fratelli, come è divelto il loglio di tra’ frumenti dall’agricoltore! Che il tuo fianco sia prostrato nella polvere, come la quercia dalla folgore!... Ah!... sfavillano i primi roghi in Granata, e dalla ampia catasta si sprigionano le scintille, come rubini scagliati in alto da uno scrigno; e su quella catasta, e tra le fiamme che s’attorcono come draghi, urlano e muoiono tra gli spasimi vecchi cadenti, fragili donne, innocenti bambini... Urlano, mentre le fiamme si apprendono alle carni, e le carni si gonfiano, scoppiano, colan sangue e sanie gorgogliante... E questa è la sorte riservata a noi!...
“Acabbo  e Gezabele ebbero sete della vigna di Iezrael e fecero morire il buon Nabor; ma la collera di Dio li raggiunse, e i cani divorarono le loro carni là dove avean lambito il sangue di Nabor. Tal sia dell’avaro Ferdinando e della crudele Isabella!...


Luigi Natoli: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue. Raccolta di leggende a sfondo storico trascritte dal volume originale Storie e leggende, pubblicato in Palermo dalla casa editrice Pedone Lauriel nel 1892. Alla raccolta è stata aggiunta la novella "La signora di Carini" pubblicata nel Giornale di Sicilia nel 1910 con pseudonimo di Maurus, "Un poemetto siciliano del secolo XVI" estratto dagli Atti della reale accademia di scienze, lettere ed arti di Palermo (serie III - vol. IX - Palermo 1910) e "Storia della Baronessa di Carini (sec XVI) estratto da "Musa siciliana" con note dell'autore - Casa editrice Caddeo 1922.
Pagine 305 - Prezzo di copertina € 21,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso: 
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro) La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Macajone (Via M.se di Villabianca 102), Libreria Forense (Via Maqueda 185). 

Luigi Natoli: Quando il 28 febbraio del 1489 il vicerè Ferdinando de Acuna cacciò gli ebrei dalla Sicilia... (L'Esodo) Tratto da: La baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue.

 

Sotto il viceregno di Ferdinando de Acuna, giunto in Palermo il 28 febbraio 1489, avvenne un fatto memorando per tutti gli stati della monarchia. Era in Spagna e alla Corte divenuto potentissimo fra Tomaso Torquemada, domenicano, fanatico fino alla ferocia, che fisso nell’idea di purificare il cattolicesimo, aveva riformato l’Inquisizione, e creato quel terribile Istituto, che acquistò dominio su tutto il Regno e sui Sovrani stessi. Musulmani ed ebrei eran la lebbra che bisognava distruggere col fuoco. Nell’animo del Re si confusero la superstizione e la necessità di denaro, sì che cedette alle insistenze violente e minacciose del frate, il quale, pretese che il Re cacciasse gli Ebrei da tutti gli Stati. Il bando fu promulgato il 31 marzo del 1492 ed ordinava che uscissero fra tre mesi, ma lasciando denari, vasellami e ogni loro cosa, per quanto misera. I miseri tentarono ottenere la sospensione offrendo grandissima somma, ma il feroce Torquemada non volle: e il Re ubbidì. Circa settantamila ne partirono dall’Aragona: parecchie migliaia che si erano convertiti, forse in apparenza, accusati di professare occultamente la religione degli avi, furono bruciati vivi. 
(Luigi Natoli)

La giornata era plumbea; tutta la notte era piovuto, e le strade eran rigate da rivoletti fangosi. Le acque della Cala torbide ed agitate si orlavano di una spuma gialliccia; e le galee all’ancora si dondolavano sui fianchi. Per l’aria si sentiva l’umidore freddo della stagione, e tutte le case intorno avevano un color grigio pieno di tristezza. Il castello sorgeva sul porto, coi suoi cannoni massicci, le sue bombarde, i suoi terrapieni coperti di un’erba verde, che nell’ombra grigia di quel mattino invernale metteva una nota di gaiezza primaverile.
Il porto, a Piedigrotta e per la piazza che si estendeva innanzi al Castello, era gremito di gente. I Giudei della Giudeca di Palermo si affrettavano a partire: con loro quelli delle città interne dell’isola, venuti il giorno innanzi in Palermo per quell’esodo doloroso.
Avevano tutti il taled con la rotella rossa sulla spalla, le donne recavano il segno cucito sul petto; aggiravansi in silenzio per la spiaggia, guardandosi mestamente, guardando il mare, le galee, l’orizzonte, poi, dall’altro lato, le torri, le cupole, le case, i monti lontani. Di quando in quando giungeva una frotta di Giudei stanchi, infangati; venivano da qualche lontana Giudeca; i compagni li accoglievano in silenzio, senza muoversi dal posto; si guardavano, scotendo il capo, e ogni nuovo fratello che sopravveniva, aumentava la fierezza del dolore universale.
In disparte gli ufficiali del governo sopraintendevano all’imbarco: i soldati castigliani appoggiati alle alabarde, guardavano senza mostrar commozione alcuna; intorno, frammisti agli ebrei si aggiravano i cittadini, alcuni mossi della curiosità, altri punti da pietoso sentimento, altri dall’amicizia.
Venne l’ora. Essi non avevano robe da caricare sulle galee; il re non aveva lasciato altro a loro che le vesti che avevano indosso, e un miserabile assegno, per non gravarsi la coscienza di averli fatti morire di fame. Qualcuno recava con sé alcune masserizie, legate in un fazzoletto, e reggeva su la spalla l’involto infilato a un bastone.
Cominciarono a entrar nelle barche. Alcuni vinti dall’emozione sentivano empirsi gli occhi di lacrime, e romper in singhiozzi il petto; altri nascondevano la faccia tra le mani; pochi conservavano una certa fierezza, celavano l’ambascia dell’anima. Oh come erano dolorosi gli addii; e come lunghi i baci, e intense le strette di mano!... Essi salutavano i cittadini cristiani, e in quel punto dimenticavansi gli odii religiosi, le differenze di razza, e si abbandonavano al dolore profondo della sventura, che colpiva coloro che per quattordici secoli erano vissuti insieme.
- Perché non vi fate cristiano e non rimanete con noi? – chiedeva qualcuno.
Il Giudeo levava alteramente il capo, e il volto lacrimoso prendeva subito una espressione di fiera rassegnazione.
- Tradire i miei fratelli, la mia fede?
- Ma altri l’han fatto...
- Peggio per loro! Dio li sperderà!... 
Dopo una mezz’ora, le galee con le vele gonfie si mossero, lentamente, dondolandosi, spinte dai remi, che tonfavano cupamente nell’acqua. 
Sulla tolda, ritti, i Giudei guardavano la terra, guardavano la gente, guardavano tutto quello che lasciavan per sempre, e allora l’ultima larva di speranza, il miracolo nel quale si rifuggiavano in quel supremo momento, cadde; tutta la grandezza della miseria presente, l’orror dell’avvenire, la felicità passata apparvero, ed un gemito lungo, angoscioso, straziante, risonò fra le vele e le corde delle galee, e un altro gemito ugualmente lungo, angoscioso rispondeva dalla spiaggia... 
Questa fu l’uscita degli Ebrei da Palermo, e di loro oggi non resta che una memoria sola; il nome di Meschita quasi moschea, dato al cortile dove sorgeva un tempo la Sinagoga maggiore.


Luigi Natoli: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue. Raccolta di leggende a sfondo storico trascritte dal volume originale Storie e leggende, pubblicato in Palermo dalla casa editrice Pedone Lauriel nel 1892. Alla raccolta è stata aggiunta la novella "La signora di Carini" pubblicata nel Giornale di Sicilia nel 1910 con pseudonimo di Maurus, "Un poemetto siciliano del secolo XVI" estratto dagli Atti della reale accademia di scienze, lettere ed arti di Palermo (serie III - vol. IX - Palermo 1910) e "Storia della Baronessa di Carini (sec XVI) estratto da "Musa siciliana" con note dell'autore - Casa editrice Caddeo 1922.
Pagine 305 - Prezzo di copertina € 21,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso: 
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mercoledì 7 febbraio 2024

Luigi Natoli: Carnevale. Tratto da: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie.

Febbraio è il mese del carnevale.
Che cos’è il carnevale?
È un periodo di giorni, nei quali, per antichissima usanza, è permesso agli uomini di mascherarsi, di travestirsi buffonescamente, e di far baldoria per le strade.
Nelle case si balla. L’ultimo giovedì di carnevale, e gli ultimi tre giorni che seguono (la domenica, cioè, il lunedì e il martedì), che si dicono grassi, la tavola è più abbondante del solito: si mangiano manicaretti e dolciumi speciali; e si beve.
Tirati i conti, che cos’è il carnevale?
Una pazzia che assai spesso finisce con scorpacciate, che ti guastano lo stomaco; e con sbornie, che, se non ti fanno commettere qualche mala azione, ti rendono ridicolo.
Per divertirsi, ha bisogno l’uomo di mettersi un brutto viso posticcio di cartone? di travestirsi da pulcinella, da arlecchino o da antico spagnolo, o, più ridicolosamente, rivoltando il vestito? di mettersi una gobba? di contraffare insomma quelle sembianze che gli diede Dio, e quell’aspetto che gli diede la società in cui vive? e ha bisogno di empirsi il ventre con intemperanza?
Certamente, specie per chi lavora, un po’ di svago ci vuole: ma non c’è bisogno di aspettare il carnevale, e di far pazzie che rovinano lo stomaco. L’uomo può onestamente divertirsi quando vuole, e anche con utile del corpo e dello spirito.
C’è tanti divertimenti, tanti giuochi adatti ai fanciulli, ai grandi! Gare ginnastiche, giuochi col pallone, tiri al bersaglio, gite in campagna, teatri, cinematografi, feste da ballo... Oh non ne mancano, e se ne possono inventare, senza danno della salute, della tasca e del proprio decoro.

Un proverbio dice: Di carnevale, ogni scherzo vale. Il carnevale è infatti il tempo delle burle; e l’usanza vuole che di esse nessuno si tenga offeso; ma non bisogna abusarne. Certo, tra amici e parenti è permessa qualche beffa spiritosa, purché essa non trascenda in villania, non pregiudichi la reputazione, non apporti danno alla roba.
Uno scherzo comune tra i ragazzi è quello di appendere una striscia di carta o un cencio o qualcosa di simile dietro le spalle o alle falde del vestito delle persone, e gridare: 'u calò! Ovvero:  'u calaiu! – come dire ca l’hai. È uno scherzo sguaiato.
Un altro è quello di gittar sulle persone pezzetti minutissimi di carta, che una volta si dicevano pittiddi, mentre ora, che si fanno con lo stampo, a piccoli dischi, si dicono coriandoli; e l’uso s’è propagato. È uno scherzo innocente.
Meno innocente è lo scherzo di far scoppiare, schiacciandoli fortemente dietro le spalle delle persone, gozzi di polli rigonfi d’aria. È poi addirittura riprovevole il far scattare, fra i piedi di chi va, bombette, salterelli carichi di polvere accesa; peggio ancora, incendiare piccoli razzi appesi dietro il vestito delle persone. Non far mai questi scherzi villani, che possono anche recar danno alla salute.
Gli scherzi carnevaleschi, innocenti o no, se si possono tollerare fra uguali, tu non li userai coi vecchi e con le persone autorevoli, che vanno rispettati; ed è sguaiataggine da ragazzacci esporli alle beffe e alle risa altrui.
La vecchiaia è sempre onoranda.


Luigi Natoli: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie. 
L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato dalle Industrie Riunite Editoriali Siciliane nel 1925, corredato con le foto dell'epoca. Attraverso un viaggio immaginario che parte da Catania e finisce a Messina, passando per tutte le città della Sicilia, l'autore spiega ai fanciulli dell'epoca storia, attività economiche, tradizioni e leggende della Sicilia. Una lettura resa piacevole dal modo gentile e semplice con cui il professore Natoli si rivolge ai ragazzi. Il volume è impreziosito dalle foto dell'epoca. 
Pagine 274 - Prezzo di copertina € 19,00
La copertina di Nicolò Pizzorno riproduce esattamente il volume originale. 
Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store online e in libreria presso: 
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), La Feltrinelli libri e musica (Punto vendita centro commerciale Conca d'Oro) Libreria Nike (Via Marchese Ugo 56), Libreria Macaione (Via Marchese di Villabianca 102), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15)

Luigi Natoli: La festa di S. Agata e le "attuppateddi". Tratto da: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie.


Il 5 febbraio in Catania celebrano la festa di sant’Agata, che è la patrona della città.
Sant’Agata era una giovinetta bellissima e di puri costumi, vissuta al tempo di un imperatore romano che perseguitava crudelmente i cristiani. Allora dominava una religione falsa, detta pagana: non si adorava un solo Dio, creatore dell’universo e padre di tutti gli uomini, ma tanti dèi; e qualche volta si proclamava dio anche un imperatore, se pur malvagio.
Il cristianesimo, ossia la religione predicata dal Gesù Cristo, non era ancora molto diffuso, ma i suoi seguaci aumentavano ogni giorno; e siccome combattevano i falsi idoli, e predicavano l’amore fra gli uomini, erano ritenuti nemici dello Stato e degli iddii. Perciò erano perseguitati, arrestati e gittati in pasto alle belve, o sottoposti a crudelissimi supplizi, se non rinunciavano alla loro fede.
La giovinetta Agata fu dal governatore di Catania con ogni lusinga di ricchezze, di grande stato, di matrimoni, tentata a rendere onore agli dèi; ma essa tutto rifiutò, salda nella fede in Gesù. Che cosa erano i beni materiali in confronto dei beni promessi da Gesù nell’altra vita? Sdegnosa resistette a ogni lusinga e a ogni minaccia; e per questo fu dal crudele governatore fatta prima tormentare col taglio dei seni, e poi decapitare.
Essa sostenne il supplizio con animo invitto: perché soltanto una fede viva e profonda dà forza e serenità all’animo contro gli orrori della morte atroce. La Chiesa ascrisse la verginella Agata fra le sante martiri, e ne assegnò la festa al 5 di febbraio.
Fra le usanze della festa ve n’era una curiosa. Le donne di Catania, uscendo di casa, solevano avvolgersi con un lungo e vistoso manto, che scendeva loro dal capo; e lo facevano con tanta grazia, che ne erano ammirate.
Ora, per la festa si teneva nella città una fiera: le donne, signore e popolane, in questa occasione uscivano sole, ma chiudevano il manto sul viso, lasciando scoperti solo gli occhi, sicché erano irriconoscibili; e così celate si chiamavano attuppateddi. Andando per le vie, se incontravano un parente, o un amico o un conoscente, lo conducevano, senza svelarsi, in una bottega, e domandavano un regalo: ciò che gli uomini facevano cortesemente, senza pretendere di conoscere la donna, cui essi donavano quella specie di strenna. Ne avvenivano poi, se si riconoscevano, graziose sorprese. 
Ora l’usanza è morta: forse perché le donne non indossano più il manto; o perché queste tradizioni di antica origine vanno sparendo. 
Il nome di “attuppateddi” viene da attuppari, che, voi lo sapete, vuol dire turare; e si dice di certe grosse chiocciole, che durante il letargo si coprono di un velo, così come le donne si coprivano col manto.


Luigi Natoli: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie. 
L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato dalle Industrie Riunite Editoriali Siciliane nel 1925, corredato con le foto dell'epoca. Attraverso un viaggio immaginario che parte da Catania e finisce a Messina, passando per tutte le città della Sicilia, l'autore spiega ai fanciulli dell'epoca storia, attività economiche, tradizioni e leggende della Sicilia. Una lettura resa piacevole dal modo gentile e semplice con cui il professore Natoli si rivolge ai ragazzi. Il volume è impreziosito dalle foto dell'epoca. 
Pagine 274 - Prezzo di copertina € 19,00
La copertina di Nicolò Pizzorno riproduce esattamente il volume originale. 
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venerdì 26 gennaio 2024

Luigi Natoli: Lilibeo e la vendita degli schiavi. Tratto da: Gli Schiavi. Romanzo storico siciliano

Lilibeo offriva ancora lo spettacolo di una città mista nei suoi edifici di elementi cartaginesi e di elementi greco-romani. Per quanto da un secolo circa appartenesse a questi ultimi, la più che secolare dimora fattavi da quelli, per i quali era una base di domini in Sicilia, aveva lasciato molto della sua vita nella struttura di qualche tempio, in una parte del Foro, in parecchie case, cupe come le loro anime.
Il Foro era situato nel bel mezzo della città, nelle vicinanze del mare. Era una piazza piuttosto lunga che larga, circondata di colonne, e dentro i portici era piena di botteghe. Ivi erano gli orafi, i mercanti, i granai; ivi i macellai, i fornai, i vinai; ivi si commerciava. A un capo della piazza v’era la magistratura, accanto v’era il palazzo del questore; di fronte, il tempio trasformato romanamente, e dedicato a Giove.
La vita pubblica si svolgeva nel Foro, e anche la privata nelle sue relazioni sociali. I cittadini, oltre che per acquistarvi ogni cosa utile a vivere, vi convenivano per chiacchierare, discutere, concludere gli affari; perché ancora non era invalso l’uso dei bagni a luoghi di ritrovo, come oggi sono i caffè e i circoli. Le notizie si apprendevano nel Foro, nelle taverne argentarie, negli unguentari e simili botteghe, frequentate dai cavalieri romani, dai ricchi siciliani, dalle donne che amavano i profumi.
Caio Cecilio fendè la folla, che gli antiambulani avevano diviso in due ali, e si avvicinò alla catasta. Gli schiavi erano tutti giovani, nessuno dei quali toccava ancora i venticinque anni. Il cartello che pendeva sul petto di ognuno diceva la patria, l’età e le attitudini. Erano tutti gente scelta; v’erano Sirii e Liburni, abili portatori; Frigi, Lici, Greci d’Asia buoni per servire a tavola; Numidi atti a far da messaggeri e da corrieri; vi erano buoni pastori, palafrenieri, bagnini, tonsori; e fra le donne: orlatrici, cinstore e perfino una ostetrica.
Erano alla mercè dei visitatori: che li palpavano, li esaminavano da ogni parte, ne provavano la forza e l’agilità, ne valutavano il prezzo, ma il più delle volte se ne andavano senza acquistarne.
Caio Cecilio andava osservando ad uno ad uno quei poveri schiavi; li osservava e domandava al mercante le loro qualità e perché fossero schiavi. Si fermò dinanzi ad un giovane di circa vent’anni. Era alto e muscoloso e mostrava di possedere una forza fisica superiore agli altri, una forza morale, quasi la conoscenza del proprio valore, e un rispetto verso di sé, da non aver confronti. Era di carnagione abbronzata dal sole, ma bianca in se stessa, con i capelli castani e sul volto una leggera lanugine bionda; il naso diritto, la bocca bella ma sdegnosa, il mento quadrato; ma gli occhi scuri e grandi avevano una finezza e nel tempo stesso un fascino tale che attirava la simpatia di chi lo mirava.
Caio Cecilio lo guardò in silenzio, lesse il cartello: “Bionte, soprannominato Elio, nacque in Cirene, nel 632 di Roma, atto a qualunque ufficio”. Poi si volse al mercante:
- Compro costui se mi accomoda…
- Oh, puoi esaminarle quanto vuoi, domine. Non v’è schiavo migliore di lui.
Caio Cecilio lo tastava da ogni lato, gli faceva aprire la bocca e guardava i denti: bianchi, solidi e forti; gli metteva la mano sul cuore.
- Non ha difetti occulti?
- Oh, per Ercole! Che dici tu! È sanissimo. Te lo do con ogni malleveria. Non è fuggitivo perché avrebbe se non altro, rasa la metà dei capelli. Per questo, non lo cedo per meno di centomila sesterzi.
- Caro – replicò Caio Cecilio: – per diecimila sesterzi…
- Oh santi Numi; e tu Ermete fa che questo illustre padrone si persuada! Mi offre diecimila sesterzi! Ma ne vale duecentomila! È buono, anzi eccelle in tutto! Mettilo a bifolco, è capace di domare il più riottoso dei tori; mettilo a un’arte, e ti farà stipi o chiavi incredibili; mettilo a contabile e ti farà trovare i conti in regola. Non ti dico della sua forza…


Luigi Natoli: Gli Schiavi. Romanzo storico siciliano ambientato in Sicilia al tempo della seconda guerra servile, nel 103 a.C.
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice Sonzogno nel 1935.
Pagine 387 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 15%, consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi, 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo, 56), Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca, 102), Libreria Forense (Via Maqueda 185)

Luigi Natoli: Gli schiavi non si difendevano, si offrivano alla morte, generosa a chi moriva in guerra, ma ignominiosa a chi moriva in supplizio.

Atenione intanto si preparava alla battaglia.
Giova qui ricordare questa battaglia, ricostruendola sui dati forniti da Diodoro Siculo e che fu la maggiore, se non la decisiva, combattuta in quella seconda guerra servile.
L’esercito degli schiavi, uscito da Triocala, si aggirava intorno a quarantamila uomini, pei quali sopraffare diciassettemila Romani doveva essere un giuoco. Percorrendo una via tra valli e monti lungo l’Alba e, costeggiando quella che oggi dicesi Gran Montagna, guadando fiumicelli, si accampò alle radici dei monti Sicani, in un luogo che offriva modo di schierarsi. Il campo dei Romani era a dodici stadi di distanza. Il luogo era aperto, le foreste di querce e di faggi erano lontane; e più lontano ancora si levavano nel cielo nitido le creste dei monti detti oggi Genuardo e Trione.
Salvio divise il grosso delle truppe affidandolo a valorosi capitani. I frombolieri pose innanzi per affrontare i primi il nemico, dispose ai lati la cavalleria per appoggiare le truppe; duecento cavalieri scelti sotto il comando di Atenione stavano presso il re, per accorrere dove si manifestasse il bisogno. Salvio ordinò sacrifici agli Dei, che furono diversi, come diverso era il paese degli schiavi, ognuno pregando quella divinità a cui credeva. Iremisul pei Galli, Astarte pei Cartaginesi, Ares o Apollo pei Greci.I Romani, di poco più di un terzo degli schiavi, formavano tre legioni, appoggiate dai Bitini, Tessali e Acarniani, e più dagli ottocento Lucani e dai Siculi, posti sotto Clepso valoroso ed esperto. Lucilio Lucullo ordinò propizi sacrifici a Giove, perché favorisse le loro armi, e interrogò gli aruspici. Le risposte furono come al solito sibilline, ma i Romani le interpretarono secondo le proprie aspirazioni.
Per più giorni i frombolieri dall’una parte e dall’altra si proiettavano ghiande di piombo, con iscrizioni: quelli di Salvio, per esempio, dicevano: “Pigliati questo”, o “A che venisti?” o “Viva Trifone!”; quelli di Lucullo invece: “Va’ alla malora”, ovvero “Schiavo, pensaci”. Con i frombolieri si alternavano i veliti, armati alla leggera, che facevano delle scorrerie: preparazione necessaria, alla battaglia.
La quale finalmente eruppe come un fiume contenuto da un pezzo entro angusti confini, e che, cresciuto da piogge, improvvisamente dilaga. Prima i veliti attaccarono, seguiti dai frombolieri, i quali avevano ordine di ritirarsi dietro gli astari, quando questi si avanzavano. Da una parte e dall’altra si spiegavano i vessilli e le insegne; più numerosi e più ordinati quelli dei Romani atti alla guerra, sprezzanti del pericolo, persuasi che si battevano perché così voleva Roma, senza domandare il perché del loro sacrificio; si avanzavano disciplinati, fermi in cuore, sicuri. Erano pieni di spirito.
Gli schiavi non avevano questa unità. Patrie diverse, diversi i linguaggi e i costumi, essi non combattevano che per conservare quella libertà che avevano conquistato a prezzo di sangue e di rapine. Era la disperazione che presiedeva le loro azioni; sapevano di non trovare grazia presso i Romani: o la morte sul campo o crocifissi.
Il primo scontro fu tremendo; ogni Romano aveva contro più di due schiavi. Lucullo da un canto e Salvio dall’altro correvano a cavallo tra le file dei propri soldati, incoraggiandoli. Il Pretore aveva a fianco Cleone, i cui capelli grigi e il viso asciutto, solcato dai patimenti, aveva una espressione di fierezza, che poteva molto nei soldati. S’erano fermati, e guardavano l’esito della pugna, che era incerto. Dietro a loro stavano un mille uomini di riserva.
- Che te ne pare del combattimento? – domandò Lucullo a Cleone.
Questi gli indicò a sinistra: la legione cedeva a poco a poco: si trattava di un aggiramento tentato dagli schiavi; riuscendo, i Romani erano perduti. Intuì il Pretore.
Si rivolse ai suoi e:
- Avanti voi! – gridò.
E si lanciò alla sinistra.
La valanga umana, rovesciatasi da quella parte, trattenne le schiere che indietreggiavano, le incoraggiò, le voltò all’offensiva. Fu una ripresa violenta, irresistibile; spade e lance si cozzavano, si respingevano con furore cadevano da una parte e dall’altra, ma più erano gli schiavi; le armi romane non ferivano invano, il Pretore e Cleone correvano dove più era il pericolo; le loro spade non erano inoperose, il sangue rosseggiava sulle lame. Sotto l’infuriare della ripresa del combattimento gli schiavi cominciarono alla loro volta a venir meno alla difesa. Questo movimento a ritroso si propagò man mano nelle altre schiere, al centro e all’altra estremità.
Queste inutilmente avevano urtato i Romani. Sebbene più numerose, non potevano offrire che una fronte più ristretta; e non potevano distendersi per aver modo di combattere più agevolmente. Il fronte dei Romani era duro e non cedeva. Quando alla loro destra videro i propri compagni cedere ai colpi dei Romani, gli schiavi sentirono venir meno la loro fede nella vittoria. Cominciarono a ritirarsi: poi a fuggire.
Ma Atenione esclamò:
- Vedremo fuggire i nostri dinanzi ai Romani?
E gridato ai duecento cavalieri: – A me! – si gittò come una furia contro i fuggenti rampognandoli fieramente. – Vergogna!… E che racconterete ai figli, che siete fuggiti in quarantamila contro diciassettemila?
Quei duecento cavalli, galoppanti in ordine serrato, arrestarono i fuggenti, si opposero alle legioni vittoriose, le assalirono. L’impeto li gettò contro di esse disperatamente; le spade si affondarono, spezzarono le loriche, percossero, piagarono, seminando la morte. Quei cavalieri parvero cosa meravigliosa, moltiplicatasi all’infinito. E avvenne l’effetto contrario a quello che prima si era manifestato; i Romani alla loro volta indietreggiarono; ma non si diedero per vinti. Intorno ad Atenione si affollarono i più per ucciderlo; molti sotto la sua spada caddero; egli fu ferito alle ginocchia da due soldati romani che volevano scavalcarlo e finirlo. Ma Atenione uccise i soldati e non cadde, pure non si sentiva più sicuro in sella. V’era intorno un mucchio di morti e di feriti, i cui gemiti si confondevano con le grida dei combattenti; e il mucchio aumentava. Atenione, sanguinante, lacero, pareva il genio della morte e della distruzione.
Lucullo, vedendo i suoi vacillare, corse in loro aiuto:
- Uccidetemi quell’uomo!
Atenione, assalito da ogni parte, colpito al petto, cadde col suo cavallo; altri caddero con lui.
- Dov’è Atenione? – Lo cercarono invano, poi una voce disse: – “È morto!”. – E allora lo scoramento improvviso si impadronì degli schiavi. Mancato l’animatore, l’invincibile, il coraggio venne meno; i cavalieri indietreggiarono, i fanti fuggirono. Nella fuga generale trascinarono cavalli e cavalieri. Per le vicende della battaglia i romani ripresero l’offensiva. Gli schiavi non si difendevano, si offrivano alla morte, generosa a chi moriva in guerra, ma ignominiosa a chi moriva in supplizio.
Era l’ora ottava; la fuga, nella quale il re Salvio che invano tentava radunare i suoi e ricondurli alla pugna, fu travolto, sottrasse parte dell’esercito alla carneficina, ma si contarono ben ventimila schiavi sul terreno; i Romani celebrarono il loro trionfo sul campo, ma non raccolsero il frutto della vittoria. Erano stanchi, rinunziarono a inseguire i fuggiaschi, e non riuscirono a sedare del tutto la ribellione.


Luigi Natoli: Gli Schiavi. Romanzo storico siciliano ambientato in Sicilia al tempo della seconda guerra servile, nel 103 a.C.
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice Sonzogno nel 1935.
Pagine 387 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
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venerdì 12 gennaio 2024

Luigi Natoli: Giunse a piazza Ballarò, era fervida di gente armata... Tratto da: Chi l'uccise? Romanzo storico siciliano

 
La città lo sorprendeva; barricate nei punti più strategici, squadre, uomini e donne, bandiere dappertutto, e su questa confusione, schioppettate, cannonate, bombe, squilli di tromba, campane. Si battevano intorno alla Piazza Reale, i commissariati, il Castello. Si cercava di rompere le comunicazioni tra il Palazzo Reale e il Castello e il commissariato e la caserma dei gendarmi al Noviziato. Queste notizie Corrado raccoglieva per via; ma la vista degli uomini armati che incontrava a ogni passo, delle squadre che andavano a battersi, delle case scoperchiate dalle bombe, dei feriti che erano portati negli ospedali, tutto questo non destava nel suo cuore la vergogna di essere un estraneo al dovere verso la patria. Egli giovane, vigoroso, che avrebbe potuto essere utile, non si sentiva diminuito di fronte a quei popolani che andavano a combattere e a morire per la loro terra. Ma nel cuore di Corrado non v’era altro che Maurizia. 
Giunse a Piazza Ballarò; era fervida di gente armata, e i bottegai facevano a gara per rifocillarla. Era venuta dai paesi dei dintorni. Egli si fermò per vedere se vi fosse Concetta, dal punto in cui era l’avrebbe veduta. Aspettò. Il suo pensiero immaginava la gioia di Maurizia nel vederlo libero e di stringerla al cuore. Ma Concetta non veniva. La piazza mutava d’aspetto con le ore del giorno, ora più, ora meno; folle di armati andavano e venivano fra il continuo sonare a distesa delle campane. Ma Corrado non vi badava; s’impensieriva di non vedere Concetta. Era morta? era stata cacciata? 
Se ne tornò a casa sconsolato. 
Lo scoppio d’una bomba caduta poco distante dalla sua casa, e le grida disperate di povere donne, la mattina dopo destarono improvvisamente Corrado. Si levò in fretta e uscì per vedere che cosa fosse caduto. La bomba aveva fatto più spaventi che danni, era caduta in una stalla vuota, e un calcinaccio aveva ferito alla testa un ragazzo. Corrado se ne andò; voleva persuadersi se Concetta fosse ancora al servizio del Cantelli. Aveva scritto una lettera di fuoco, ed era risoluto di inviarla a ogni costo a Maurizia. Per via eccoti il Monforte, armato d’un fucile, con una sciaboletta al fianco. 
- Venivo di casa vostra, ma ho fatto tardi. Su, andate ad armarvi.
Corrado arrossì; in vero non pensava a rendersi utile in quei momenti; rispose: 
- Ora non posso, verrò a raggiungervi. Ditemi dove vi troverò.
- A Noviziato. Venite?
- Verrò; ma non ho uno schioppo. 
- Non ci pensate; ne prenderemo uno ai caduti. Arrivederci. 
Corrado lo vide allontanarsi svelto e allegro; scosse il capo e riprese il cammino. Giunto alla piazza di Ballarò, ebbe appena il tempo di cacciarsi dentro una porta, che passò Paolo. 
Si stupì a vederlo in vesti da cacciatore e col fucile; anche lui andava a combattere? Si fregò le mani per la gioia insperata. Che lettera! andava lui stesso a portarle i baci che le mandava per iscritto. 
Affrettò il passo...


Luigi Natoli: Chi l'uccise? Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1848, al tempo della rivoluzione. 
Pagine 122 - Prezzo di copertina € 13,50
Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia - sconto 15%)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (via M.se Ugo 56), Libreria Forense (Via Maqueda 185), Libreria Macaione (Via Marchese di Villabianca 102). 

Luigi Natoli: Prega Dio che questa rivolta si tramuti in vera rivoluzione, perchè da essa dipenderà la tua salvezza... Tratto da: Chi l'uccise?

L’alba del dodici gennaio in piazza della Fieravecchia un numero sparuto di cittadini incominciava la rivolta. L’alba era fredda, e il cielo coperto di nubi, gli animi pieni di ansia nel vedere quei venti cittadini intorno a una bandiera tricolore, sparare un colpo di fucile. Era la rivoluzione che cominciava. Due ore dopo erano cento, e i colpi spesseggiavano in vari punti.
Maurizia fu svegliata improvvisamente dagli spari vicini, che la atterrirono, non sapendo a chi attribuirli. La sera innanzi la serva aveva portato a casa provviste di pane, di pasta, di legumi, di formaggi. Aveva domandato perché suo padre avesse ordinato tutta quella roba, e la serva aveva risposto:
- C’è la guerra, signorina: c’è la guerra!
Ora udiva le fucilate e si domandava se fossero i soldati quelli che sparavano; e stava trepida in ascolto. Fuori, nella piazza, la gente fremeva e ferveva; ella si affacciò nel balcone, e vide qualche cencio tricolore, e, più in là qualche uomo che incitava altri uomini ad armarsi. Rientrò subito; suo padre si aggirava per le stanze con le mani cacciate nelle tasche, il sigaro spento in bocca, gli occhi fissi sotto le sopracciglia aggrondate. Poi si fermava dietro i vetri del balcone e guardava la piazza, la via, la chiesa del Carmine. Tutto a un tratto disse a Maurizia:
- Vado per vedere di che si tratta.
- Dove va? Non sente le fucilate?
Egli alzò le spalle con noncuranza e uscì; Maurizia lo rincorse:
- Papà!... Papà!... Torni!... Oh Dio!
E afferrato uno scialle, corse giù per le scale: ma il padre non si vedeva più tra la folla che gremiva ora la piazza, ed ella fu presa dalla paura di cacciarsi in quella folla, e risalì. La serva ancora stupiva.
- Gliel’ho detto, che era una pazzia uscire! – le disse.
Ella non rispose. Verso venti ore suo padre rientrò senza dir nulla, ed ella non fece parola, ma con gli occhi lo interrogava. Paolo era andato in qualche casa, dove gli avevano indicato che stesse il comitato rivoluzionario, e non aveva trovato che tre o quattro signori, dai quali non aveva potuto attingere altre notizie che la rivoluzione “camminava”. Si era recato al tribunale, ma lo trovò sprangato; era andato dove sentiva sparare le fucilate, e si era stupito di non vedere le truppe scendere per le vie. E se ne era andato a casa. Quando fu ora di coricarsi Paolo disse:
- Prega Dio che questa rivolta si tramuti in vera rivoluzione, perché da essa dipenderà la tua salvezza.
Ella pensò a Corrado; gli aveva pensato sempre, ma non sapeva che era stato condannato, perché suo padre aveva taciuto, né aveva permesso che altri avesse portato la notizia a casa. Ora le parole del padre le mettevano un nuovo spavento che la faceva tremare. Che c’entrava la rivoluzione con Corrado? Non era chiuso nel carcere? E non potè dormire.



Luigi Natoli: Chi l'uccise? Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1848, al tempo della rivoluzione. 
Pagine 122 - Prezzo di copertina € 13,50
Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia - sconto 15%)
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giovedì 4 gennaio 2024

Luigi Natoli: Le strenne. Tratto da: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie.

 
Capo d’anno ed Epifania sono giorni in cui si fanno regali. L’usanza è antica e gentile. Questi regali si chiamano strenne.
In molti paesi i fanciulli credono che quelle notti il Bambino Gesù porti loro chicche, giocattoli e altri doni; e preparano una calza, una scarpa, un cestino. In altri paesi, questi doni sono portati da una vecchia, chiamata la Befana, la notte dal 5 al 6 gennaio.
Or vedete un po’ la fantasia popolare come trasforma le cose! Il 6 gennaio la Chiesa celebra la visita dei Magi a Gesù; e questa, con la parola greca, si dice festa dell’Epifania. I Magi, voi lo sapete, offersero al Bambino oro, incenso e mirra. Ora questa parola Epifania diventò Pifània, e poi Befana; e il popolo, non sapendo cosa fosse questa Befana, la immaginò come una vecchia, che porta i doni ai bambini.
In molti paesi della Sicilia la parola strenna si trasformò in strina; e la strina diventò anch’essa, come la befana, una vecchia, che porta i doni per la festa di Capo d’anno.


Luigi Natoli: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie. 
L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato dalle Industrie Riunite Editoriali Siciliane nel 1925, corredato con le foto dell'epoca. Attraverso un viaggio immaginario che parte da Catania e finisce a Messina, passando per tutte le città della Sicilia, l'autore spiega ai fanciulli dell'epoca storia, attività economiche, tradizioni e leggende della Sicilia. Una lettura resa piacevole dal modo gentile e semplice con cui il professore Natoli si rivolge ai ragazzi. Il volume è impreziosito dalle foto dell'epoca. 
Pagine 274 - Prezzo di copertina € 19,00
La copertina di Nicolò Pizzorno riproduce esattamente il volume originale. 
Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store online e in libreria presso:
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Luigi Natoli: Gennaio. Tratto da: Almanacco del fanciullo siciliano.

Gennaio è il primo dei dodici mesi dell’anno: è mese invernale, freddo e nevoso. In Sicilia le nevi non sono abbondanti: sulle parti piane e presso il mare cadono raramente; ma sulle montagne alte dell’interno, come le Madonie, sono più frequenti e durano. Sul monte Etna sono perpetue.
Spesso gennaio in Sicilia è sereno, asciutto, sorriso da un bel sole. Il proverbio dice: Jinnaru siccu, burgisi riccu. Gennaro secco, cioè non piovoso, arricchisce l’agricoltore, se però è piovuto in dicembre; perché nelle nostre contrade favorisce lo sviluppo delle sementi e promette rigogliose le messi.
Si dice che gennaio è potatore; perché infatti si potano le vigne. Pota alla luna di gennaio, se vuoi la botte piena, dice l’adagio. E un altro adagio aggiunge: A buon potatore, buona vigna. Oh! Hanno di che lavorare i contadini in questo mese! Bisogna zappare le fave, che cominciano a mettere le foglie; trapiantare le piante dal vivaio; attendere a tante altre faccende, se il tempo lo permette.
La zappa di gennaio, dicono i contadini, ha il miele in bocca.
Anche nelle officine si lavora. Di buon mattino gli operai si recano alle fabbriche; gli artigiani si pongono al banco o al deschetto; la buona massaia si leva per attendere le faccende di casa: è ancor buio, e bisogna accendere la lampada elettrica, a petrolio o anche a olio.
Il freddo intorpidisce le mani; ma chi ha voglia di lavorare, e ha la coscienza tranquilla, non teme il freddo: lavora e canta.
I pescatori, se il mare è tranquillo, si mettono in barca prima che spunti il sole, per gittare le reti; e, con le gambe e le braccia nude, sfidano i rigori della stagione, e non si ammalano mai, al contrario dei fanciulli freddolosi, che si coprono di maglie e mantelli, e hanno paura dell’acqua fredda!
Proverbi di gennaio

Capo d’anno, salute e denari, ma pensa bene a quello che hai da fare.
Annata nevosa, covone gravoso.
A S. Antonio, massaio buono.



Luigi Natoli: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie. 
L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato dalle Industrie Riunite Editoriali Siciliane nel 1925, corredato con le foto dell'epoca. Attraverso un viaggio immaginario che parte da Catania e finisce a Messina, passando per tutte le città della Sicilia, l'autore spiega ai fanciulli dell'epoca storia, attività economiche, tradizioni e leggende della Sicilia. Una lettura resa piacevole dal modo gentile e semplice con cui il professore Natoli si rivolge ai ragazzi. Il volume è impreziosito dalle foto dell'epoca. 
Pagine 274 - Prezzo di copertina € 19,00
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giovedì 28 dicembre 2023

Luigi Natoli: Capo d'anno. Tratto da: Almanacco del fanciullo siciliano.

Il primo giorno del mese di gennaio, è anche il primo dell’anno, – per cui comunemente si chiama Capo d’anno – è festa in tutto il mondo cristiano. Festa di augurii, di speranze, di bei proponimenti. Comincia un nuovo anno. Ogni cuore lo saluta come l’incominciamento di una vita nuova; e spera che non soffrirà i dolori dell’anno trascorso. Questo augura a sé e agli altri. Un proverbio dice: Anno nuovo, vita nuova.
Ma che vuol dire questa vita nuova?
Vuol dire che tu devi esaminare quello che hai fatto durante l’anno trascorso; devi riconoscere i tuoi mancamenti; proporti di correggerti, e mantenere saldamente i tuoi propositi.
Sei stato ozioso? Lavora: la prima nobiltà dell’uomo è il lavoro; la prima medicina dell’anima è il lavoro. Chi lavora con zelo e con assiduità non ha il tempo di contrarre cattive abitudini. La zappa adoperata sempre non prende ruggine.
Hai sciupato tempo? Rifatti, con maggiore assiduità, del tempo che hai perduto.
La buona massaia, quando sloggia, prima di entrare nella casa nuova, la spazza, la lava, toglie i ragnateli e le fuliggini, la imbianca.
Così devi fare tu, col nuovo anno. La casa che tu devi ripulire e rimettere a nuovo è il tuo cuore. Devi toglierne tutte quelle manchevolezze quei difettucci e quelle cattive abitudini che vi riconosci, o che i tuoi genitori, i tuoi maestri ti fanno riconoscere.
Sei stato negligente? Devi essere diligente. Hai disubbidito? Devi essere ubbidiente. Hai nutrito rancore, ti sei inimicato contro qualcuno? Devi amarlo. E così tu potrai dire veramente di cominciare una vita nuova.


Luigi Natoli: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie. 
L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato dalle Industrie Riunite Editoriali Siciliane nel 1925, corredato con le foto dell'epoca. Attraverso un viaggio immaginario che parte da Catania e finisce a Messina, passando per tutte le città della Sicilia, l'autore spiega ai fanciulli dell'epoca storia, attività economiche, tradizioni e leggende della Sicilia. Una lettura resa piacevole dal modo gentile e semplice con cui il professore Natoli si rivolge ai ragazzi. Il volume è impreziosito dalle foto dell'epoca. 
Pagine 274 - Prezzo di copertina € 19,00
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Luigi Natoli: Messina, la città dei grandi eroismi!Tratto da: Almanacco del fanciullo siciliano.

Il treno passa per una serie di paesi posti in mezzo a campagne fertilissime; poi penetra in una lunga galleria, che attraversa un colle; e quanto riesce dall’altra parte, un magnifico panorama si spiega agli occhi del viaggiatore. Giù, a piè del colle, ecco Messina, il mare, i monti della Calabria; e di qua e di là, campagne verdeggianti. Messina, la regina del Faro, è la città tante volte provata dalle forze crudeli della natura, e tante volte risorta: la città dei grandi eroismi!...
Questa che vediamo è una città nuova; l’altra, bella, ricca di monumenti, fu atterrata da uno spaventevole terremoto la notte del 28 dicembre 1908. Bastarono pochi secondi, perché la città diventasse un cumolo di rovine, e seppellisse sotto le macerie centomila persone. Non una casa restò in piedi. Lo spettacolo, che all’alba il sole illuminò, faceva inorridire.
C’era sul mare una superba fila di palazzi, che si chiamava la Palazzata; c’era un Duomo, che era un capolavoro; c’erano musei, istituti, chiese... Nulla rimase, nulla!...
Nessun terremoto, a memoria d’uomo, era mai stato così terribile come questo.
Ma la città è risorta, con belle e spaziose strade, come il viale San Martino, con piazze vastissime. Ha ripreso la sua vita, piena di traffico; le ultime vestigia del disastro si van cancellando. Ma pur troppo i suoi monumenti sono perduti per sempre.
Ampio e profondo è il porto, formato naturalmente da una lingua di terra che si protende come una falce, e che si chiama il braccio di San Ranieri. Qui sorgeva una fortezza, detta la Cittadella, che era ai suoi tempi imprendibile; ma ora la distruggono, perché queste antiche fortificazioni son diventate giocarelli di fronte ai tremendi mezzi in uso nelle guerre moderne.
Una volta questo porto era il più frequentato fra quelli di Sicilia, appunto perché era il più sicuro, e perché Messina era lo scalo di tutte le navi per andare in Oriente: oggi il porto siciliano più frequentato è quello di Palermo, che è anche uno dei principali d’Italia; occupando il terzo posto, dopo Genova e Napoli.
Ora vedremo in uno specchietto il traffico dei porti siciliani principali.


Luigi Natoli: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie. 
L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato dalle Industrie Riunite Editoriali Siciliane nel 1925, corredato con le foto dell'epoca. Attraverso un viaggio immaginario che parte da Catania e finisce a Messina, passando per tutte le città della Sicilia, l'autore spiega ai fanciulli dell'epoca storia, attività economiche, tradizioni e leggende della Sicilia. Una lettura resa piacevole dal modo gentile e semplice con cui il professore Natoli si rivolge ai ragazzi. Il volume è impreziosito dalle foto dell'epoca. 
Pagine 274 - Prezzo di copertina € 19,00
La copertina di Nicolò Pizzorno riproduce esattamente il volume originale. 
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mercoledì 27 dicembre 2023

Luigi Natoli: I fasti della marina siciliana nel XVI secolo. Tratto da: La civiltà siciliana nel XVI secolo

 
Se gli storici non narrano i fasti della marina siciliana, la colpa non è certo di essa; la vittoria di Capo Corvo, riportata dall’ammiraglio palermitano Ottavio d’Aragona, su la flotta turca, è tale da gloriarsene ogni nazione. Le galere erano costruite in Sicilia, e il principe Filiberto di Savoia, venuto a capo di una flottiglia spagnuola in Messina, restò maravigliato de la bellezza delle navi siciliane; onde disse che le avrebbe tolte a modello. Le dieci galere nostre nel 1535 presero parte all’impresa di Tunisi, insieme a due del marchese di Terranova e due del marchese di Grotteria; all’impresa di Algeri, nel 1541 figurarono fra le migliori le galere del regno seguite da cinquanta navi onerarie; con le cinquantaquattro galere che mossero alla conquista di Tripoli si trovava la flotta siciliana, due galere del marchese di Terranova, due col conte Cicala, una di Federico Staiti, due del vicerè duca di Medinaceli; nel 1570, alla difesa della Goletta, con le undici galee napolitane e le quattro maltesi, era la squadra di Sicilia; ventidue galere siciliane presero parte alla battaglia di Lepanto nel 1571, e contribuirono grandemente alla vittoria, resistendo e arrestando Ulucch Alì, che già vinceva il corno destro dell’armata cristiana. 
Sulle galere di Sicilia montava il terzo delle fanterie spagnuole di presidio nel Regno; numero esiguo che era accresciuto però dalle compagnie assoldate in Sicilia e dai cavalieri e dalle lance spezzate che volontariamente s’imbarcavano. 
Il valore siciliano era rifulso in molte occasioni: alla presa della Goletta, il 1535, fu l’ericino Salvatore Bulgarella il primo a salire su gli spaldi e a piantare la cesarea bandiera; nella medesima guerra d’Africa Francesco ed Andrea Palizzolo compirono atti di valore tali da meritare speciali benemerenze da Carlo V. Son noti Francesco Salomone e Guglielmo Albimonte, che furono dei tredici di Barletta, e combatterono a Ravenna e a Parma. Pietro Cardona, conte di Golisano, morì da prode alla Bicocca; Gian Paolo Perollo fu capitano di Luigi XII; il capitano Coza difese per Carlo III contro i francesi il castello d’Avigliano, e vi perdette la vita da prode. 
A Malta, assediata nel 1565 da poderosa armata turca, comandata dal fiero Draguth, due palermitani si offersero di condurre rinforzi, attraversando l’armata e l’esercito nemico. Impresa audace, alla quale si erano rifiutati i vecchi capitani spagnuoli. Don Francesco Omodei e capitan Giorgio Montisoro, con quattro galee ed ottocento uomini levati in Sicilia, compirono con grande ardimento lo sbarco, e salvarono Malta già in procinto di rendersi. La storia raccolse i nomi dei prodi morti in quell’impresa: furono Pietro Antonio Barrese e Girolamo Bonanno palermitani; Giovanni Montalto, Francesco Daniele, Nicolò Settimo, Vincenzo Perno siracusani; Giovanni Patti, Girolamo Balsamo, Antonio Saccano, messinesi; Girolamo Speciale, Giovanni Antonio Landolina e Bernardino Sortino, notigiani; Vespasiano Celestri licatese; Alessandro Alessi di Nicosia; tutti gentiluomini, ai quali bisogna aggiungere i nomi dei popolani, che la storia ingiusta non raccolse. A Lepanto, Cola di Bologna, palermitano, compì tali prodezze che fu chiamato d’allora in poi Cola il Valente; il capitano Cola Antonio Oddo saltò solo in una galea turca, e se ne impadronì; ma vi perdette la vita colpito in fronte da archibugiata; don Geronimo di Giovanni si diportò così valorosamente, che l’anno appresso, nel 1572, all’impresa di Navarino don Giovanni d’Austria lo volle colonnello, e volle anche dal senato i capitani Giorgio Montisoro e Pietro di Vita, le prodesse dei quali ricordan le gesta dei paladini. Né meno valorosi furono don Berlinghieri Requesenz che combattè strenuamente alle Gerbe; il marchese di Licodia, Ambrogio di Santapau, vincitore dei turchi a Torre di Faro. Nelle Fiandre altri forti cavalieri seguirono il vincitore di Lepanto: Ottavio d’Aragona vi fece le sue prime armi; don Gastone Spinola, palermitano, vi fu colonnello, e a Maestricht si diportò mirabilmente e perdette un occhio: altri come Garzia Branciforti, il cav. Platamone, don Ferrante e don Antonio Spinola chiesero di combattere nelle prime file; l’ottennero; caddero da prodi. 
Questi fatti, il prestigio che la monarchia siciliana conservava anche sotto la soggezione straniera, illustravano il nome della Nazione siciliana, ed essa potevasi vantare che i suoi ambasciatori alla corte del papa avevano posto dopo quelli dell’Alemagna, della Francia, della Spagna e dell’Inghilterra; e prima di quelli di Scozia, Ungheria, Boemia, Polonia e della medesima Venezia; potevasi vantare di avere delegati i propri concili; di vedere le porte della reggia di Granata aprirsi a due battenti innanzi ai suoi ambasciatori. 



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Prosa e prosatori siciliani del secolo XVI (Palermo, Remo Sandron editore - 1904)

La poesia siciliana del secolo XVI (Estratto da Musa Siciliana, Milano, Casa editrice Caddeo - 1922)

Un poemetto siciliano del secolo XVI (Estratto dagli Atti della Reale Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Palermo serie III Vol. IX - Palermo 1910)

Hortensio Scammacca e le sue tragedie - Studio (Tip. editr. Giannone e La Mantia, 1885 - Palermo)

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