mercoledì 7 settembre 2022

Luigi Natoli: Don Raimondo Albamonte, duca della Motta, membro della deputazione del Regno. Tratto da: I Beati Paoli.

Il duca della Motta, membro della deputazione del Regno, principalissimo istituto, al quale spettava la esecuzione delle leggi e la difesa dei capitoli o statuti della monarchia, stava nel suo ampio studio, seduto in un seggiolone a bracciuoli, tappezzato di cuoio verde a fiorami d’oro, dinanzi a una grande scrivania i cui quattro piedi, tra un complicato accartocciarsi di fogliame rappresentavano dei grifoni dalle zampe leonine. Fasci di carte, quali chiuse in custodie di cartone foderato di pergamena, quali legati con nastrini verdi, stavano ammonticchiati di qua e di là, lasciando appena libero lo spazio a un vassoio, sul quale troneggiava un calamaio di bronzo. Altre carte, un po’ più ordinatamente, giacevano sopra un altro tavolino, posto presso il finestrone. Intorno alle pareti si elevavano grandi scaffali di legno intagliato, pieni di libri grandi e piccoli rilegati in pergamena o in cuoio; quali col titolo scritto per lungo in caratteri neri gotici, quali in caratteri d’oro. Sopra gli scaffali qualche mezzo busto, riproduzione di antichi marmi, qualche globo ingiallito; e su l’alto delle pareti, vecchie tele annerite, nelle quali lampeggiava qualche tono chiaro di carni color di avorio, o di lini bianchi. Il colore del legno e delle tappezzerie, la severità degli intagli, la luce velata e il silenzio, davano alla sala un senso di austero raccoglimento, come in un tempo. Vi era come l’odore delle alte cose dell’intelligenza; quel non so che di indefinibile che soggioga lo spirito e lo invita a pensare, e gli infonde la febbrile curiosità di sapere.
Don Raimondo Albamonte duca della Motta aveva reputazione di dottrina giuridica, e pareva l’erede di quella grande tradizione di giuristi siciliani che risplendeva dei nomi di Giovanni Naso, del Tiperano, di Luca Barbieri, di Vincenzo Percolla, del Corsetto, e del Muta e del Cutelli, raccoglitori e commendatori del diritto patrio. Chiamato a volta a volta a coprire gli alti uffici della magistratura era stato presidente della Gran Corte Civile e di quella Criminale e ora, da due anni, assunto alla deputazione del regno, per la protezione del vicerè don Carlo Antonio Filippo Spinola e Colonna marchese de Los Valvases, al quale era stato di grande aiuto nei processi dei torbidi del 1708. 
Nei quindici anni trascorsi, il suo volto si era fatto più severo, più pallido, gli occhi più tenebrosi. La pratica dei processi criminali e delle torture aveva accentuato maggiormente la durezza della sua mascella, e immobilizzata la maschera fredda del suo volto impassibile. La rigidità delle sue maniere, la inflessibilità del suo volere, nei rapporti di uffici, verso gli uguali e gli inferiori, gli avevano acquistata una reputazione di integrità, della quale egli si gloriava; pronto per altro a deporla nel gabinetto del vicerè, e, senza parere, a tramutarsi in strumento della volontà regia.
Divenuto duca, per mancanza di eredi diretti del fu suo fratello, e raccolta nelle sue mani una ingente eredità l’aveva accresciuta con due ricchi matrimoni, e mettendo a profitto anche la sua carica, in quanto gli dava modo di gittar le mani sopra qualche patrimonio contestato o di acquistar per poco beni confiscati. Ma sapeva, anche in questi casi, serbare la sua apparenza austera, e nessuno dubitava della sua reputazione, alla quale egli teneva.
Alla vigilia dei grandi avvenimenti che si sarebbero svolti nel regno, egli teneva a conservare quella reputazione, mirando a ben più alto posto. Infatti con tutte le forze, tutti i raggiri della sua ambizione, lavorava per esser nominato presidente del real Patrimonio.
Don Raimondo Albamonte duca del­la Motta era dunque in quei giorni grandemente affaticato, ma quella mat­tina aveva altre ragioni per impensie­rirsi; sulla sua scrivania aveva tro­vato una lettera stranissima della qua­le nessuno seppe dire la provenienza, nè chi l’avesse portata. La lettera non conteneva che alcuni brevi versetti:

“Quid detur tibi, aut quid apponatur tibi ad linguam dolosam?
“Sagittae potentis acutae; cum carbonibus desolatoriis
“Custodiens parvulus Dominus
“Dominus solvit compeditos
“Dominus pupillum suscipiet, et vias peccatoris disperdit.
Ricordati di Emanuele.

La lettura di questo nome gli aveva dato la chiave per spiegarsi le allu­sioni di quei versetti staccati dai salmi e messi insieme, ma gli aveva nel tempo stesso fatto correre un brivi­do nel sangue. Già da qualche tempo, ogni tanto, gli giungeva una lettera misteriosa, con una frase, un motto, una minaccia: naturalmente le attri­buiva allo spirito di vendetta di co­loro che dalle sue sentenze venivano colpiti, e non ne faceva caso; ma quel nome lanciato ora, come una bomba, gli spiegava l’occulta e persistente per­cuzione, e lo sgomentava. C’era qual­cuno che possedeva il suo segreto?


Luigi Natoli: I Beati Paoli. Il grande romanzo storico siciliano considerato il capolavoro dell'autore. 
L'opera è la fedele ricostruzione del romanzo originale pubblicato in dispense con la casa editrice La Gutemberg nel 1931.
Pagine 938 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store online.
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica, La Nuova Bancarella e nelle migliori librerie. 

martedì 6 settembre 2022

Luigi Natoli: I Beati Paoli editi da I Buoni Cugini editori e la copertina realizzata da Niccolò Pizzorno.

 
La scelta della copertina realizzata da Niccolò Pizzorno, si basa sulle indicazioni dell'autore riguardo la "modalità di consegna" di un messaggio da parte de I Beati Paoli:

L’algozino vi gettò gli occhi sopra, senza neppure aprirla, e disse con si­curezza:
- So donde viene...
- Sì?
- Conosco la carta e i segni...
- Quali segni?
- Guardi.
Gli mostrò sulla cera del sugello una piccola croce attraversata diagonalmen­te da due spade.
- Ebbene? – domandò il duca.
- Questa lettera la mandano i Beati Paoli.
- I Beati Paoli? – esclamò il duca. 
- Eccellenza sì. Mutano sempre il sigillo: ma io li riconosco.
Don Raimondo si chiuse in un ­momento di silenzio: infine domandò:
- Credete voi dunque che vera­mente esistano i Beati Paoli?
- Come no?...
- E dove sono?
- Questo lo sa Dio: sono dap­pertutto, invisibili, introvabili, e sem­pre presenti. Quando meno si pensa, li abbiamo ai fianchi, a le spalle, in chiesa, per la strada, forse anche in casa; e non ce ne accorgiamo... Nes­suno può guardarsene...
I Beati Paoli apparivano ed erano nel fatto come una forza di reazio­ne, moderatrice: essi insorgevano per difendere, proteggere i deboli, impedire le ingiustizie e le violenze: era­no uno stato dentro lo stato, formi­dabile perchè occulto; terribile perchè giudicava senza appello, puniva senza pietà, colpiva senza fallire. E nessuno conosceva i suoi giudici e gli esecu­tori di giustizia. Essi parevano appar­tenere al mito più che alla realtà. Era­n dappertutto, udivan tutto, sapeva­n tutto; e nessuno sapeva dove fos­sero, dove s’adunassero. L’esercizio del loro ufficio di tutori e di vendicatori si palesava per mezzo di moniti, di let­tere, che capitavano misteriosamente. L’uomo al quale giungevano, sapeva di aver sospesa sul capo una condan­na di morte...
Quindi una lettera, minacciosamente appesa dietro la bella porta di una stanza nobiliare, fermata da un coltello sporco di sangue. Abbiamo volutamente evitato la figura del Beato Paolo, già presente in tante edizioni, che Luigi Natoli descrive così: 
In fondo alla stanza v’era una spe­cie di altare di pietra, sul quale sorgeva un Cristo in croce, fra due candele accese, e a piè della Croce era aperto un libro. Dinanzi all’altare, c’era un tavolino, al quale sedevano tre uomini mascherati, vestiti di una specie di sacco nero: di qua e di là sopra scran­ne sedevano altri sei uomini, anch’essi insaccati e mascherati. Sotto le ma­schere nere gli occhi brillavano sini­stramente.
Zi’ Rosario s’avvicinò alla parete, cacciò le mani in una nicchia, ne ca­vò un involto, e un istante dopo an­ch’egli vestito del sacco e mascherato non fu più riconoscibile degli altri. Allora quegli che pareva presiedere l’adunanza fece un segno: uno dei sei si alzò e uscì; per rientrare quasi subito, traendo per mano l’uomo bendato.
Uomini con maschera nera, vestiti di un sacco nero, che la notte rendeva invisibili...

Luigi Natoli: I Beati Paoli. Grande romanzo storico siciliano. 
L'opera è la fedele ricostruzione del romanzo originale, pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1931.
Pagine 938 - Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Feltrinelli.it, Ibs, Amazon Prime e tutti gli store online.
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica, La Nuova Bancarella e nelle migliori librerie.

Luigi Natoli: Nota esplicativa dell'editore sulla ricostruzione del romanzo e sulle differenze tra l'edizione originale e le successive.

Luigi Natoli ha sempre pubblicato i suoi romanzi a puntate in appendice al Giornale di Sicilia. 
In seguito, alcuni sono stati raccolti in dispense e venduti direttamente dal Giornale o dalla casa editrice La Gutemberg, che li pubblica anche in edizione economica per essere rilegati come un libro. 
Dopo la morte dello scrittore, la casa editrice La Madonnina inizia a ristampare in dispense la maggior parte dei suoi romanzi, il più delle volte apportando modifiche sia nel linguaggio (ammodernandolo o adeguandolo alla morale della comunità sempre in evoluzione) sia nelle dinamiche della storia stessa (per fortuna non sempre). 
Dopo le pubblicazioni La Madonnina, per alcuni romanzi si sono avvicendate altre edizioni fino ai giorni nostri, riportando le modifiche fatte precedentemente al testo, o apportandone a loro volta. 
Anche il romanzo I Beati Paoli ha fatto tale percorso e subito queste violenze con aggiunzioni, soppressioni o rielaborazioni delle frasi; ne riportiamo qualcuna astenendoci dal commento e precisando che nel testo sono moltissime. 

Alla domanda di Coriolano della Floresta su chi fossero i due impiccati ai Quattro Canti, lo staffiere risponde: Edizione Gutemberg pagina 483: Due bricconi matricolati in prigione, e ora si espongono (Non si fa alcun riferimento alla setta dei Beati Paoli e per matricolati si intende strangolati prima dell'impiccagione) Edizione Madonnina pag. 307: Due bricconi matricolati, due della setta dei Beati Paoli. Sono stati strangolati in prigione e ora li espongono. (Correzione molto grave, perchè anticipa che i personaggi facevano parte della setta de I Beati Paoli)

Alla pagina 549 de La Gutemberg il testo dice: “La duchessa era alquanto pallida e non si accorse di Blasco se non nel ripassare dinanzi alla statua” Diventa: “La duchessa era alquanto pallida e pareva che un’ombra di tristezza le oscurasse la fronte e lo sguardo; pareva così preoccupata, che non si accorse di Blasco, se non nel ripassare dinanzi alla statua” La Madonnina pag. 430
Alla pagina 619 della Gutemberg (terza parte inizio terzo capitolo) è stato eliminato questo dialogo:“- La bambina è priva di sensi – disse piano uno dei rapitori; – tanto meglio. Buttiamo via queste coperte che c’imbarazzano e possono comprometterci.
- Ma avrà freddo, la poverina… e poi…”
Importante invece, perché mette in evidenza il rispetto per il prossimo dei Beati Paoli con la cattiveria del padre di Violante.
Il tutto è sostituito con la domanda: “Non ci sono dei mantelli? 

Alla pagina 1038 della Gutemberg nella parte “e si slanciò per la strada di Porto Salvo che l’avrebbe condotto subito nella piazzetta dove era il portone della casa di donna Gabriella”. È stata aggiunta la frase: “e si sentì sollevare quando lo vide entrare nella strada dei Crocifissari”. (correzione Madonnina pag. 813) Che poi non si capisce di chi si sta parlando. In realtà è stato eliminato un intero paragrafo: “Egli arrivò molto prima della carrozza, vide le imposte serrate, si persuase di averla preceduta; per non farsi vedere si cacciò su pei gradini della tribuna di S. Domenico donde avrebbe potuto sorvegliare la piazzetta e tutti i suoi sbocchi, e poco dopo infatti vide venir la carrozza, vide Blasco baciar la mano di donna Gabriella, e si sentì sollevare, quando lo vide entrare nella strada dei Crocifissari”. (correzione Madonnina pag. 813) Che si conclude appunto con la frase aggiunta nella pagina precedente

Alla pagina 1048 Gutemberg la parte: “non è di ciò che mi lamento. Parlo di donna Gabriella, verso la quale mi sento legato oltre che dalla riconoscenza anche da una stima e da una profonda divozione!...” diventa: “- Non è di ciò che mi lamento; sono ancora riconoscente a donna Gabriella, e sento di avere per lei quella stima e devozione che sempre ho avuto per lei!”(Madonnina pag. 820) Tra l’altro, correzione scritta malissimo. A questa frase detta da Blasco nella edizione Gutemberg Coriolano risponde: “Ecco una cosa che mi stupisce, ma che dice già, abbastanza. È dunque una cosa seria questa volta?” nella edizione La Madonnina risponde: “Ecco una cosa che non mi stupisce, ma che dice già abbastanza, badiamo, purché non perdiate, verso la duchessa, quel rispetto che avete usato per tutte le belle dame. È dunque una cosa seria questa volta?” Frase aggiunta, inutile e stupida. 

Includiamo anche alcuni sistematici esempi delle molteplici sostituzioni:

“Baje” diventa “Bah” – “Come vi aggrada” diventa “Come credete” – “Suggello” diventa “Sigillo” – “Ciò” diventa “Il che” – “Perdio!” diventa “Perdinci” – “Servigio” diventa “Servizio” – “Alle corte” diventa “In breve” – “Rifugio” diventa “Ricovero” – “Per cagione” diventa “A causa”. 
Non si capisce per quale motivo in tutto il libro l’aggettivo “fiero”, usato molto spesso dall’autore in tutti i suoi romanzi e tipico del linguaggio dell'epoca, è sempre sostituito da altri o che non c’entrano niente o che non rendono l’idea o che cambiano anche il significato della frase. 
Tralasciamo volutamente di trascrivere altro avvisando il lettore che nell’edizione La Madonnina c’è anche uno sconsiderato e sistematico cambio di punteggiatura e coniugazione dei verbi. Le differenze annotate tra l’edizione Gutemberg e le successive, sono solo una piccola parte rispetto a quelle reali. Se avessimo dovuto annotarle tutte, si sarebbe fatto un altro libro. La nostra edizione riproduce fedelmente l’opera pubblicata in dispense da La Gutemberg nel 1931, quando l’autore era in vita: l’unica da ritenersi ufficiale, dato che il manoscritto è andato irrimediabilmente perduto. 
Le modifiche che abbiamo apportato al testo sono consistite nel togliere i refusi evidenti, nell’uniformare qualche parola trascritta in due modi diversi (ad esempio Savoja in Savoia oppure San Tomaso in San Tommaso). Abbiamo introdotto le virgolette alte per contraddistinguere il pensiero del personaggio all’interno dei dialoghi, perché questi ultimi nella versione originale sono preceduti o intervallati dal trattino del discorso diretto, ingenerando confusione nella lettura; infine abbiamo messo in corsivo i contenuti delle missive, perchè, anche in questo caso, possono confondere il lettore. 
Tutto il resto è stato rispettato: quindi si può godere del linguaggio dell’epoca fatto di elisioni, suffissi nominali, preposizioni e parole oramai non più usate nel nostro vocabolario moderno o modificate, alcune delle quali possono anche sembrare errori (per esempio: capo d’anno – pur troppo) inoltre molti verbi sono coniugati con trapassato remoto ai nostri giorni non più usato.
Abbiamo infine aggiunto il contesto storico dell’opera, tratto da: Storia di Sicilia sempre di Luigi Natoli (edizione I Buoni Cugini 2020).

I Buoni Cugini editori 

Luigi Natoli: I Beati Paoli. Romanzo storico siciliano. 
Pagine 938. Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su La Feltrinelli.it, Ibs, Amazon prime e tutti gli store on line.
Disponibile presso La Feltrinelli Libri e musica, La Nuova Bancarella e nelle migliori librerie. 

lunedì 5 settembre 2022

Luigi Natoli: L'aceto dei pidocchi. Tratto da: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano.

Quel giorno nella bottega di don Saverio La Monica, essa aveva seguito dapprima con curiosità, poi con meraviglia e con attenzione, il racconto di quell’avvelenamento con l’acqua pei pidocchi; e tornandosene a casa ci ripensava. Quell’acqua che costava tre, quattro grani, aveva una potenza micidiale che poteva spacciare un uomo alla sua insaputa e irreparabilmente. Foschi pensieri le scomponevano e ricomponevano la fitta rete di rughe che le solcavano il viso per ogni verso; e le accendevano tristi lampi negli occhi; la bocca le si moveva, come se biascicasse parole non dette. Ricordava lontane storie di veleni potenti: l’acqua di Teofania d’Adamo; i veleni di Francesca La Sarda, quelli della za’ Chiavedda, che era stata impiccata due anni prima che Giovanna Bonanno nascesse: acque misteriose anch’esse, che facevano morire senza lasciar tracce. Come mai quelle donne si erano lasciate scoprire e prendere? Dovevano essere state imprudenti; se avessero saputo fare le cose bene, avrebbero potuto arricchire. Forse si erano prestate a vendette: e ciò era male. Avrebbero dovuto somministrare i veleni soltanto a fin di bene: c’eran infatti nel mondo tanti imbrogli, tante disonestà, tante condizioni familiari così tristi, che soltanto la morte di uno poteva far cessare, e dar la pace e la tranquillità a molti. Così esse avrebbero commesso un delitto, e almeno dal buon Dio, che vede il cuore, potrebbero essere perdonate... E poi... perché i signori specialmente pagherebbero con fior di denaro un simile servizio; certo si poteva vivere senza stenti, senza bisogno di andare elemosinando, e trascinare una vita miserabile, in una vecchiaia squallida, senza altra prospettiva che la morte in quel canile, priva di aiuto, sola, abbandonata.
Questi pensieri le ruminavano per la mente, anche quando, giunta a casa, si mise a preparare un po’ di minestra d’erbe. Sì, un po’ di quell’acqua terribile mescolata nel brodo, o nel vino... Ma era poi certo che la morte fosse rapida e sicura? Bisognava provare. Su chi? Ecco! Un cane randagio, solito a ricevere i rifiuti di quel povero desco, entrò nella stamberga. La fronte della vecchia si rischiarò: aveva trovato su chi fare l’esperimento. Il domani andò a comperare da don Saverio La Monica una caraffina d’acqua pei pidocchi. Tre grani; piccola spesa. Tornata a casa prese del pane rinsecchito e lo immollò in un tegamino con acqua, nella quale versò il medicinale. Aspettò che il cane venisse; e quando lo vide entrare, lo accarezzò…

Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano.
L'opera è la fedele ricostruzione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927.
Pagine 580 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su La Feltrinelli.it, Ibs, Amazon Prime e tutti gli store online.
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica e nelle migliori librerie. 

lunedì 22 agosto 2022

Luigi Natoli: La banda di Angelo Sicco. Tratto da: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano

La banda di Angelo Sicco non rubava che quando aveva bisogno di denaro, e rubava o i ricchi signori o il corriere del governo; non parendo grave colpa ritogliere ai signori e al governo quello che essi toglievano alla povera gente per tributi feudali o per gabelle.
Del resto parte delle somme, talvolta, andava a profitto della povera gente. La casa di una contadina vedova, con tre creature, era rovinata da un uragano, gittando quei miserelli in mezzo alla strada? Angelo Sicco rifabbricava la casa. Qualche vecchio contadino era spogliato dal fisco, per non poter pagare? Angelo Sicco faceva bastonare gli algozini, ma nel tempo stesso sovveniva il vecchio, perché si aggiustasse col fisco e riscattasse la roba. Un povero mulattiere era depredato da ladruncoli di campagna? Angelo Sicco gli faceva restituire fino all’ultimo denaro e infliggeva una punizione ai malandrini che usavano rubare la povera gente.
Di questi tipi di briganti non era scarsa l’isola. Avventurosi, ferocî, magnanimi, animati da un certo sentimento di giustizia, qual maraviglia se nella fantasia e nel sentimento popolare si ingrandivano e assurgevano all’eroismo, circondandosi non soltanto dell’ammirazione e della simpatia, ma anche del favore occulto, sincero, devoto quanto spontaneo e disinteressato degli umili? Questa era la loro invulnerabilità.
Il nome non fece più sembrare straordinario agli occhi di Corrado e di Pietro quello che il bandito aveva fatto: da lui non si poteva attendere altro. Corrado lo rimproverò:
- Dal momento che voi eravate nell’osteria, perché non siete venuto fra noi? Sarei stato contento di offrirvi un bicchiere di vino.
Angelo Sicco rispose con un sorriso significantissimo, scotendo il capo in segno di diniego. Poi si rimise il cappuccio dello “scapolare”, pose il fucile sotto il braccio, come per andarsene; ma Corrado, quasi per un presentimento, gli disse:
- Non ve ne andate; forse potrei aver bisogno dell’opera vostra...
- Pronti! – rispose il bandito, e sedette sopra un altro sasso.
- Aspetto qualcuno, – aggiunse Corrado: – un amico.
Quasi nel tempo stesso una mano spinse la porta, ed entrò zi’ Francesco, intabarrato, che guardò con sorpresa quel terzo personaggio, che non si aspettava di trovare, e del quale non vedeva il volto, celato dal cappuccio.
Si alzò, usci fuori dalla vecchia torre, e modulò quel fischio che aveva insegnato a Corrado. Un folto canneto si agitò violentemente e una specie di contadino, poveramente vestito, ne uscì e si avvicinò alla torre: mentre di fra le canne altri visi si affacciavano e qualche fucile luccicava.
Angelo Sicco parlò brevemente, rapidamente e imperiosamente; poi fece un gesto e il contadino partì. I volti e le canne di fucile sparvero nel canneto, e Angelo Sicco rientrò nella torre.
- Per giungere in città occorrono venti minuti; – disse sedendosi, – e venti per ritornare, e son quaranta; e un’ora per le indagini, fanno un’ora e quaranta; mettiamo due ore; a ventitrè ore noi sapremo qualche cosa...
Intanto zi’ Francesco, chinatosi all’orecchio di Pietro, gli domandava chi era quel personaggio, così umile in apparenza, e così straordinario; sottovoce Pietro glielo disse; e quel nome leggendario dipinse subito sul volto del popolano una specie di ammirazione e di stupore.
Per un istante il silenzio chiuse quelle quattro bocche in una specie di raccoglimento. Poi Corrado, impaziente, domando:
- È un uomo sicuro, quello che avete mandato?
- Il più abile per attingere informazioni... Vossignoria ha veduto se sono informato bene...
- Difatti, – confermò il giovane; – ed è una cosa stupenda...
Il bandito fece un cenno come per dire che, per lui, era cosa più ovvia e più semplice: l’uomo che aveva spedito era un ex birro, che, prima di far il birro, era stato in galera: da birro, non potendo dimenticare le amicizie contratte nella galera, e certe idee che costituivano il codice di quella gente: si prestava di buon animo a informare segretamente i latitanti, i banditi, e in generale tutti coloro, che, colpiti dalla giustizia, cercavano uno scampo nelle campagne. Poi, scoperta la sua complicità in un grosso furto commesso in Palermo, prese il largo e diventò un gregario della banda di Angelo Sicco. Il capobanda, da principio diffidente, lo fece sorvegliare dai più fidati e gli commise le imprese più arrischiate per provarlo. I risultati dissiparono la sua diffidenza; e l’ex birro per le sue relazioni con gli antichi compagni di mestiere, diventò un elemento prezioso per la banda. Egli conosceva intimamente due o tre spie, di quelle che tenevano il sacco ai ladri e ai sopraffattori della città; e poteva, volendo, mandarli in galera: il che, aggiunto a qualche sommerella, li rendeva fedeli e segreti.


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine settecento,  contagiata dalle idee rivoluzionarie francesi, che muove con Francesco Paolo Di Blasi i primi moti d'insurrezione anelanti la libertà.
L'opera è la fedele ricostruzione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913. 
Pagine 880 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su La Feltrinelli.it, Ibs, Amazon e tutti gli store online.
In libreria presso La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour, Palermo) e nelle migliori librerie. 

Luigi Natoli: Le catacombe di S. Michele Arcangelo. Tratto da: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano

Sei o sette minuti dopo, la carrozza svoltava, si fermava. Lì presso era un baccanale simile al precedente. La mano dello Spagnuolo prese pel braccio la duchessa:
- Vostra eccellenza scenda, e guai a dire una parola.
Ella provò un brivido al contatto di quella mano, che le parve ruvida e pesante; tremando, lasciandosi trascinare, piuttosto che scendere, si sentì condurre per pochi passi; udì un fischio sommesso, poi sentì una ventata umida in volto. Camminò.
- Badi; ora ci sono degli scalini e si scende - le disse lo Spagnuolo.
Ella tremava per tutta la persona, presa da un terrore che la rendeva un automa. Scendeva per una scala lubrica, sentendo sotto le sue scarpette un attaccaticcio come di fango rappreso. Più scendeva e più sentiva un umidore e un tanfo di muffa, come di cantina o di sotterraneo.
A un certo punto si fermarono. Lo Spagnuolo la fece sedere e le tolse la benda.
Ella guardò. Una fiaccola infissa a una parete illuminava intorno con riflessi sanguigni. Si trovava in un sotterraneo scavato nel tufo; era una specie di corridoio, nelle cui pareti da una parte e dall’altra erano scavate delle nicchie orizzontali, l’una sopra l’altra, parallele, che si sprofondavano nere nell’ombra. Alla sua destra il corridoio metteva in una specie di rotonda, sulla quale si capiva che mettevano altri corridoi: da uno di essi veniva un barlume, segno che era illuminato; gli altri si perdevano in un tenebrore fitto e pauroso. Dinanzi a lei stavano due uomini, con la maschera sul volto, armati, immobili.
Ella udì un brusìo di voci sommesse dall’altro corridoio, ma non distingueva nessuna parola. Si chiedeva dove fosse, guardando ogni cosa con uno spavento che le gelava il sangue.
Erano le catacombe di S. Michele Arcangelo.
V’è sotto la città di Palermo una città sotterranea, scavata nel tufo, nota agli antichi, ora inaccessibile; ed è formata di antiche catacombe cristiane. Un gruppo di esse si distende per tutta quella contrada che dall’antica chiesa di S. Michele Arcangelo va sotto la chiesa di Casa Professa fino a quella dei SS. Quaranta Martiri. Un altro gruppo si trova nel quartiere del Capo, presso S. Agata la Guilla, ed era il ritrovo di una setta famosa tra il cadere del secolo XVII e il principio del seguente: quella dei Beati Paoli.
Altre catacombe si trovano fra Porta S. Agata e l’antica Porta Mazara; altre fuori Porta d’Ossuna.
Queste ultime, scoperte, sono ancora visibili; le altre per ordini viceregi furono chiuse in varî tempi, e sono ora inaccessibili e ignorate.
Le catacombe di S. Michele Arcangelo furono delle più celebri nei secoli andati, giacchè al loro gruppo appartenne una grotta che si disse abitata da San Calogero, nella quale fu eretta una cappella, oggetto di venerazione da parte dei fedeli. Su di essa più tardi sorse la chiesa dei padri Gesuiti, Casa Professa, intitolata appunto a S. Maria della Grotta.
L’ombra che avvolgeva lo sfondo delle gallerie, i loculi scavati da ambo le parti, qualche scheletro che nella penombra mostrava le orbite vuote e spaventevoli, quegli uomini armati, quel brusìo che pareva lontano, quel sentirsi separata dalla vita, e trasportata in un mondo dove la morte pareva avesse la sua sede, tutto ciò circondava d’orrore l’anima della duchessa.
A un tratto risonò un fischio. Allora i due uomini mascherati, le ingiunsero:
- Alzatevi e venite.
Ma ella non poteva alzarsi: le sue gambe si rifiutavano. Fu necessario che quei due la sorreggessero per le ascelle. La condussero così fino alla rotonda, e svoltarono pel corridoio nel quale essa aveva scorto i riflessi di un lume. Si trovò di fronte ad una specie di areopago spaventevole.
Erano circa una ventina di uomini col volto coperto da una maschera, armati, seduti lungo le pareti, e intorno a un tavolo di pietra. Dietro a questo sedeva un uomo, giovane a giudicare dalla freschezza del mento e dalla vivacità dei gesti. Quattro fiaccole ficcate in buchi delle pareti illuminavano la scena.
Ritto dinanzi al tavolo con le mani legate dietro le reni stava un uomo, tremante, fra due mascherati.
A un cenno del giovane che pareva il capo, i due che conducevano la duchessa si fermarono; la duchessa vedeva soltanto le spalle dell’uomo dalle mani legate, ma ne udì tosto la voce e rabbrividì...


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine settecento,  contagiata dalle idee rivoluzionarie francesi, che muove con Francesco Paolo Di Blasi i primi moti d'insurrezione anelanti la libertà.
L'opera è la fedele ricostruzione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913. 
Pagine 880 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su La Feltrinelli.it, Ibs, Amazon e tutti gli store online.
In libreria presso La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour, Palermo) e nelle migliori librerie. 

giovedì 18 agosto 2022

Luigi Natoli: Era la vigilia dell'Assunta del 1795... Tratto da: L'abate Meli. Romanzo storico siciliano.

Meli si alzò senza dire una parola, prese il cappello e il bastone e mormorando un “sia fatta la volontà di Dio” disse al giovane:
- Andiamo!
Presero una portantina e si avviarono: Meli dentro e il giovane a piedi, fuori; l’ombra dei platani che fiancheggiavano la strada che da Porta Nuova menava ai Cappuccini li difendeva dai raggi solari. Quegli alberi, piantati da M. A. Colonna di Paliano, percorrevano la via sino al convento. Ora non restano che pochi avanzi presso Porta Nuova; non c’erano allora tutte le cose che ingombrano i due marciapiedi ed erano lieti delle ombre che rinfrescavano i cittadini. Di qua e di là lungo il corso, si aprivano cinque emicicli, con in mezzo fontane di pietra grigia. Di contro all’imboccatura della strada che conduceva ai Cappuccini (ora si chiama Via Pindemonte) c’era un’altra fontana più monumentale, mista di marmi bianchi e pietra grigia, che s’alzava maestosa, e dava acqua ai vicini. Ora fu distrutta, per dar luogo alla Via Cuba e non si sa che se ne sia fatto, così delle altre fontane nessuna più ne esiste, per ingordigia degli abitanti o per altre ragioni, salvo una a fianco dell’Educandato Maria Adelaide, chiusa da un cancello.
Era il pomeriggio. La via era affollata di gente, perché era la vigilia dell’Assunta, festa solenne dei Cappuccini. Gente che andava e gente che veniva: un viavai continuo: portantine di tutti i colori e carrozze padronali, carretti, pedoni; questi in maggior numero, uomini in giamberga e in giacca, donne col manto chiuso nel naso, lasciando liberi gli occhi neri e fulgidi; ragazzi che empivano la strada dei loro cicalecci; venditori di acqua, che la portavano sul fianco, coi bicchieri infilati in un ordegno di ferro; o di semi di zucca, o di ceci abbrustoliti: tutta gente che vociava, nel lungo tratto di strada.
Allo svolto della strada che conduceva ai Cappuccini, la folla era più fitta. Delle baracche cucinavano, delle altre facevano focaccie, qui una tenda vendeva dolciumi, lì una tavoletta esponeva Madonne di argilla, coricate con le mani stese ed aperte, vestite di bianco col manto azzurro; grandi e piccole; più in qua l’“incatena corone”, torcendo i fili di ottone intorno ai grani del rosario; e fra tutti, le piccole bare, con madonne di cera, illuminate, portate da quattro ragazzi che gridavano con le vocine squillanti: “viva Maria”. Ma su tutto ondeggiava un odore di fritto, tra il fumo delle padelle, nelle cucine improvvisate.
Fra questa folla varia e multiforme andava il Meli discorrendo col giovane che gli camminava a fianco.
- Al Convento non vi ho visto mai. Come vi chiamate?
- Mi chiamo Gerlando, ai suoi comandi. Gerlando Disa... Sono venuto da poco; il frate ortolano è mio parente...
- E siete intimo di fra Francesco?
- Sono il suo buon servitore, perché mi ha beneficato, quando ero, per così dire, nell’altro mondo!
- Come sarebbe a dire?
- Dunque voscenza non m’ha guardato?
- Che cosa volete che vi guardi?
- E mi guardi ora...
E il giovane si scoprì, voltandosi verso di lui e mostrando la testa. Aveva una cicatrice, piuttosto lunga, che gli correva dalla fronte e gli partiva i capelli, come una scrimatura.
- Questa – disse – me la fece un colpo di spada, una sera; e debbo a Fra Francesco se tornai dalla morte alla vita. Fu un signore. Credeva che volessi dare una lettera ad una delle sue donne e mi conciò a questo modo. Per poco non sono morto.
- Ma dimmi un po’, – disse sorridendo Meli, – tu non destasti sospetto? Non ti si era veduto con qualche signora?
- Oh! ma che va dicendo voscenza! Io non faccio il mezzano. Chi sa poi per chi m’ha preso quel signore.
Chiacchierando così, e scansando il continuo andirivieni, erano giunti al convento. La folla era più fitta e bisognava fermarsi. Dalla croce di legno, alta sopra uno zoccolo, fino a quella specie di portico pieno zeppo di... miracoli o “ex voto”, dipinti da pittori da strapazzo, la gente si ammassava. La chiesa era piccola e non c’entrava tutta; gran parte sostava. Un frate raccoglieva l’elemosina.
Eppure in quel viavai di gente allegra, in mezzo a quel cicaleccio, a quelle grida continue, nel convento un uomo moriva. E aspettava con l'ansia di chi teme di non fare in tempo.
Il Meli attraversò il portico dinanzi la chiesetta, piegò la testa, vedendo nella navata l’immagine della Madonna, coricata fra le candele accese; e salì le scale del convento.
Era quasi deserto. La festa chiamava i frati nella chiesa e nella cucina: solo qualche vecchio con la barba bianca e lunga errava nei corridoi.


Luigi Natoli: L'Abate Meli. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine settecento. L'opera è la fedele ricostruzione del romanzo originale, pubblicato a puntate sul Giornale di Sicilia dal 19 settembre 1929, e comprende inoltre la trascrizione dell'opera "Giovanni Meli. Studio critico" pubblicato dalla tipografia del giornale "Il tempo" diretta da Pietro Montaina del 1883 e la raccolta di poesie di Giovanni Meli tratte da Musa Siciliana pubblicato dalla casa editrice Caddeo nel 1922; tutte le poesie sono corredate di traduzione in italiano a fronte a cura del prof. Francesco Zaffuto.
Pagine 727 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon Prime, Ibs, La Feltrinelli e tutti gli store online.
Disponibile presso: La Feltrinelli libri e musica e nelle migliori librerie. 

martedì 2 agosto 2022

Luigi Natoli: La vita del prigioniero e i suoi ultimi giorni... Tratto da: Cagliostro e le sue avventure.

Da quando era entrato nel forte, ed eran quattro anni, dopo un processo laborioso, Giammaria era la prima persona con la quale discorreva; per quattro anni era stato relegato nel silenzio della segreta, guardato con disprezzo e terrore; oggetto di scherni e di crudeltà, contro le quali non poteva reagire. Nessuno doveva parlare con lui; neppure il barbiere, che una volta al mese radeva i prigionieri, non già per igiene o per decenza, ma perché la barba era segno di giacobinismo.
Aveva dovuto infingere una rassegnazione che non sentiva; ma era forse effetto della debolezza fisica, questa che gli pareva forza di rassegnazione.
La condanna era crudele; oltre alla segregazione in quella piccola, fetida, umida segreta, senza altro mobile che un banco di pietra sul quale era disteso uno schifoso pagliericcio; era obbligatorio il digiuno rigoroso per tre giorni della settimana: pane e acqua negli altri, una minestra di legumi nauseabonda le domeniche. La sua salute ne aveva sofferto; i suoi muscoli, la sua carne se ne erano logorati.
Egli non poteva sorreggersi con la speranza di una liberazione prossima o lontana che fosse.

La prigione detta del Pozzetto era la peggiore di tutti: si trovava nella torricella del mastio, a occidente; alta dal suolo circa sessantaquattro braccia, illuminata da un finestrino con triplice inferriata, aperto a meno di tre palmi dal pavimento nudo e limaccioso, nella parete spessa otto palmi. Angusta, umida, semioscura; non aveva porta: vi si entrava dall’alto, per una botola che si apriva esternamente, donde, occorrendo, si calava una scala. Il prigioniero vi era stato calato con una corda; forse per questo, la prigione aveva nome Pozzetto: nessuna fibra, per forte che fosse, avrebbe potuto durare a lungo in quella sepoltura, che la pietà religiosa del sant’uffizio e del papa dava ai prigionieri. Non v’era che un mucchio di paglia per giaciglio, gittata in un angolo, sotto un grosso anello di ferro infisso nella parete per incatenarvi il prigioniero. 
L’arciprete don Marini e il suo coa­diutore, il padre don Filippo Scalini, per quei quindici giorni, a vicenda avevano tentato ogni via per ammolli­re il cuore di quell'uomo, che, per loro, era in preda del demonio. Egli pareva si fosse chiuso in un mutismo, che nè esortazioni, nè preghiere, nè mi­nacce e neppur torture eran valse a vincere. Gli avevan punto le carni, gli avevano storto le braccia per vedere se conservava la sua sensibilità e se quel mutismo fosse un effetto del colpo apo­pletico o di pravità d’animo; egli si era riscosso, aveva mandato un urlo che non aveva nulla di umano, ed era caduto nel suo mutismo. Soltanto i suoi occhi avevano conservato nella profondità dello sguardo, la loro elo­quenza; e spesso alle insistenti doman­de degli ostinati padri, esso si era illu­minato di una superiorità sdegnosa, o di una penetrazione così profonda, che quelli se ne erano sentiti imbarazzare...


Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure. Romanzo storico
L'opera è la fedele ricostruzione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914. 
Pagine 884 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon Prime, Ibs, La Feltrinelli.it e tutti gli store online.
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica e nelle migliori librerie di Palermo. 

Luigi Natoli: La fortezza di San Leo e il prigioniero. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure.

San Leo s’adagiava sulla cresta di Montefeltro, colle staccato dalle giogaie dell’Appennino, cinto di valli, arduo a salire, e da una parte tagliato a picco. Sulla vetta più alta, a oriente del borgo, da cui è separata da un pendìo sparso di macchie e di cespugli, si alza la fortezza, che dal lato opposto domina la rupe a picco. Da questo lato, che non ha salita, e dove bisognerebbe aver ali per giungere, la fortezza appare come un insieme di fabbricati massicci, addossati gli uni sugli altri; ma dalla parte del borgo, essa si presenta in un aspetto guerresco, con due grandi torri circolari di qua e di là dalla cortina merlata, e il mastio massiccio in mezzo, difeso da torricelle quadrangolari.
La fortezza o castello era come l’acropoli del vecchio borgo, che, più a valle, era difeso anche da muraglia e da altri fortilizi a tramontana e a occidente, prime sentinelle in difesa dell’inespugnabile castello.
La prigione dell’ “eretico” era nel mastio; era una cella larga tre passi, o poco più, con la volta alta una statura d’uomo e mezza; e una finestretta a quattro palmi dal suolo. Il prigioniero poteva quindi affacciarvisi comodamente e guardare lo spazio libero ed ampio. L’occhio scendeva giù fra le macchie, errava sui tetti e per le strade del borgo sottostante, si fermava a guardare il duomo e l’alta torre; poi scorreva oltre, guardava i due fortilizi, dei quali sapeva già il nome: il Palazzetto e il Casino; e vedeva indi come un taglio, come una grande fenditura, che isolava il monte. Indovinava che in fondo vi correva il fiume: più oltre ne vedeva fra poggi e boscaglie luccicare l’argento delle acque.
E più lontano ancora poggi e colli si succedevano come in uno scenario, degradando in tinte più azzurrine e più sfumate; e sull’orizzonte si disegnava di qua la Carpegna, di là, più in fondo la linea degli Appennini.
L’occhio non poteva scorgere che meno della metà dell’orizzonte; ma quanti desideri tormentosi! Fra quei colli, sopra un monte era S. Marino, la piccola repubblica; più oltre, a occidente, lo stato di Toscana; alle sue spalle l’Adriatico. Erano la libertà e la salvezza!... 
Il prigioniero era un uomo di una cinquantina d’anni, dai lineamenti energici, ma d’aspetto logoro ed emaciato; la fronte ampia e piana, il naso leggermente curvo all’apice e largo alla base, gli occhi neri, profondi, con un lampeggiare strano fra le ciglia nere e spesse; la mascella quadrata, parevano gli avanzi di una bellezza maschia e dominatrice; simili ai ruderi di un antico nobile edificio, rovinato dalle ingiurie degli uomini e del tempo. 
A giudicarne dallo spazio occupato nel letto, doveva essere di statura piuttosto bassa; ma aveva l’ossatura delle spalle larga e il petto ampio sebbene scarno. Nell’insieme rivelava una costituzione forte e vigorosa, resistente ancora ai patimenti che ne consumavano la carne e ne scoloravano il sangue. 


Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure. Romanzo storico
L'opera è la fedele ricostruzione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914. 
Pagine 884 - Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon Prime, Ibs, La Feltrinelli.it e tutti gli store online.
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica e nelle migliori librerie di Palermo. 

lunedì 27 giugno 2022

Luigi Natoli: Miracoli, superstizioni, pregiudizi... Tratto da: Palermo al tempo degli Spagnoli 1500-1700

Usa anche ora veder portare in casa di un ammalato popolare un’immagine sacra scolpita, alta credo cinquanta centimetri, che rappresenta un’Immacolata o un San Francesco o un Sant’Antonio da Padova o altro santo taumaturgo, allo scopo di guarirlo. Ma ben inteso che l’immagine sia quella tale, di tale confraternita, perché l’Immacolata della confraternita A è più miracolosa di quella della confraternita B. 
Immaginiamo quello che fosse nel Cinque e Seicento, quando la religione era più inquinata da elementi pagani e si credeva più alle virtù delle cose che alla spiritualità che esse rappresentavano. Il credere che un Ecceomo esposto in una via fosse più miracoloso di un altro Ecceomo, come se non figurassero lo stesso Gesù, che la Madonna dipinta in una edicola avesse la facoltà di far grazie più di un’altra Madonna, e il raccogliere dinnanzi a loro più ceri e più lampade che fosse, e lasciare le altre al buio, erano cose comuni che non si giudicavano pregiudizievoli della religione. Certe immagini si credeva che avessero la facoltà di preannunziare un avvenimento, come quella di San Giovanni di Dio dipinta in un quadro e sospesa con una corda al soffitto dell’Ospedale dei frati Benfratelli annunziasse la morte di un degente col voltarsi verso lui. 
Credere ai miracoli nelle invocazioni era una cosa stabilita, e l’intervento di un santo o beato era cosa giurata e divulgata e trasmessa nel tempo, specialmente in caso di malattia o di un disastro. Così si attribuiva all’intervento della patrona Santa Cristina e poi di Santa Rosalia la cessazione del morbo pestilenziale del 1557 e del 1575 e del 1624, e non già alle prescrizioni mediche e igieniche. Quando si scoperse il corpo di Santa Rosalia, si disse che la peste fu di un subito cessata perché la Santuzza mostrasse il suo patrocinio: la peste durò ancora un anno e cessò quando aveva fatto il suo ciclo. 
Spesso una leggenda sognata o ripullulata nel cervello di un isterico, si tramutava in una miracolosa realtà; come avvenne di quella di Sant’Oliva. Un’antica leggenda diceva che trovato in Palermo il corpo della vergine, il sangue sarebbe corso a fiumane: “ pi santa oliva lu sangu a lavina.” Come fu e come non fu, nel Seicento si sparse la notizia che il corpo della santa si trovava sepolto nella via dove si trovava la chiesa di San Michele Arcangelo, e precisamente innanzi alla chiesa stessa. E allora si rovesciò l’armata di picconi e di vanghe, e zappa e scava per lungo, per largo, in basso e non trovò che acqua. Ragione per cui il 15 ottobre del 1606 il cardinale Doria minacciò la scomunica a chi, sapendolo, occultasse o  nascondesse dove era il corpo di Sant’Oliva. 
Che dire dei miracoli? Quanti ne fece San Francesco Borgia in un attimo, non li hanno fatti cento nel corso della loro vita. 
Ma uno spettacolo più stupendo ci tramanda Vincenzo Auria, che lo vide con gli occhi suoi. Nell’inondazione del 1668, tra l’infuriare della piena che trascinava tutto quanto trovava rovinando, vide una statuetta di Santa Rosalia alta un palmo procedere dritta senza deviare o traballare o ondeggiare; segno evidente – dice l’Auria – che la  vergine romita proteggeva la città!
Il 22 gennaro del 1689 vi fu una tempesta di tuoni che mai s’era sentita simile; e dopo acque da non si credere, tanto da allagare le vie e far ricordare le inondazioni del 1557 e del 1667. E dice l’Auria che (e seguo le sue parole) “assalita all’improvviso la Città della giusta ira di Dio, si diè mano al suono delle Campane, implorando da Dio clemenza onde tutto il popolo... piangeva le sue colpe per mitigare lo sdegno di Dio, ed ottenere perdono.”
Altro miracolo. Nel processo per beatificare il padre Girolamo di Palermo, si narra che avendo il padre Firmatura baciata la mano di lui morto, si sentì stringere in modo affettuoso...
(Nella foto: Santa Cristina ai Quattro Canti - Palermo) 


Luigi Natoli: Palermo al tempo degli Spagnoli 1500-1700. Opera inedita. 
Argomenti trattati: La città – Il governo – L'amministrazione – Il popolo – Il Sant'Offizio – Il clero e le confraternite – La giurisdizione e l'arbitrio – Le maestranze – Le rivolte – Le armi e gli armati – Le scuole e i maestri – La stampa – Gli usi e costumi delle famiglie – La vita fastosa – La pietà cittadina – Teatri e feste – I divertimenti cavallereschi e le giostre spettacolose – Banditi, stradari e duelli.
Pagine 332 - Prezzo di copertina € 20,00
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon Prime, Ibs, La Feltrinelli.it e tutti gli store online.
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica e nelle migliori librerie. 

Luigi Natoli: Manifestazioni di penitenza. (A proposito di annate aride...) Tratto da: Palermo al tempo degli Spagnoli 1500-1700

Ora voglio raccontarvi una delle manifestazioni di penitenza, che avevano luogo quando una sciagura minacciava la città, e per essere più chiari, quando la carestia si affacciava paurosa; il che avveniva più spesso che non si creda. 
Nel 1647 l’annata arida e sconsolata aveva disseccato i frumenti; le provviste del Senato erano consumate; navi cariche non ne venivano; il popolo non trovò altro rimedio che rivolgersi a Dio, con processioni di penitenza. Ho detto il popolo, ma bisogna dire anche il clero. 
Era Vicerè il Los Velez e arcivescovo don Ferdinando Andrata, che decisero di trasportare dalla Cattedrale alla Chiesa di San Giuseppe, il Crocifisso miracolosissimo sopra tutti i Crocifissi, perché dicono e spergiurano che fu scolpito da Nicodemo su Gesù quando lo discesero dalla Croce; e il 3 di maggio, con gran pompa, seguito da tutti i nobili e da mercanti e dal Vicerè, fu portato dai confrati di Piedigrotta, alla sua nuova provvisoria sede. Erano tutti scalzi e coronati di spine. Da allora cominciarono le processioni di penitenza. 
Prima i Carmelitani della Chiesa di Montesanto, che si trascinarono tremila uomini, alcuni lacerandosi con battiture, altri portando grosse croci sul dorso; due si piegavano sotto un legno pesante, che alle estremità dei bracci era reso più pesante da grosse pietre. Un altro era da capo a piedi rivestito di spine: un altro andava colle mani legate a un grande sasso che gli batteva ritmicamente le gambe. 
Poi vennero i Carmelitani della Casa principale a Ballarò, e i loro confrati si battevano colle discipline, e uno di essi si faceva tirare da otto uomini, stando disteso per terra, sopra una scala a pioli. 
I nobili della Compagnia della Pace, dentro da Chiesa di San Giuseppe si trascinarono per terra. Della compagnia dei Maggiordomi, uno andava carponi con basto da mulo addosso. Le prostitute avevano un usbergo d’acciaio: i confrati di San Lorenzo e quelli di Sant’Onofrio si trascinavano in chiesa in ginocchio; e le verginelle, ossia le orfane raccolte in un ospizio, andavano col viso velato. E tutti erano coronati di spine con corde al collo, e si battevano a sangue. 
Ma quelli che furono “riguardati con somma pietà e tenerezza” – dice l’Auria – furono i padri di San Nicolò Tolentino, perché uno di essi aveva il collo stretto in un cilicio e due altri erano così fortemente coronati di spine che “correva molto sangue.” Uno dei confrati aveva nelle carni nude infisse delle tenaglie! E dietro a loro veniva sopra una bara, la Madonna, che versava latte dalle due mammelle scoperte, e un filo ne cadeva sopra un pane tenuto da San Nicolò, e l’altro sopra un mazzo di spine, tenuto da Santa Monica. Quando poi entrò nella chiesa di San Giuseppe, la Madonna, passando dinanzi al Crocifisso, per mezzo di fili, s’inchinò tre volte!!!
E i Cappuccini? Andarono vestiti di sacco nero, con uno innanzi che sonava la tromba lugubremente, che pareva quella del Giudizio finale; e il superiore dei confrati era legato in una grossissima corda tenuta dai congiunti, e dietro a lui veniva la bara con Gesù che scagliava tre fulmini, e San Francesco e la Madonna lo supplicavano di aver pietà! 
Nel mese di marzo del 1688 si fecero le processioni di penitenza, che durarono otto giorni, dal 27 di marzo al 3 di aprile, e vi presero parte dodici conventi, seicento preti, ottanta confraternite e due congregazioni; e i conventi non erano tutti. 
(Nella foto il Crocifisso oggi esposto in Cattedrale)


Luigi Natoli: Palermo al tempo degli Spagnoli 1500-1700. Opera inedita.
Argomenti trattati: La città – Il governo – L'amministrazione – Il popolo – Il Sant'Offizio – Il clero e le confraternite – La giurisdizione e l'arbitrio – Le maestranze – Le rivolte – Le armi e gli armati – Le scuole e i maestri – La stampa – Gli usi e costumi delle famiglie – La vita fastosa – La pietà cittadina – Teatri e feste – I divertimenti cavallereschi e le giostre spettacolose – Banditi, stradari e duelli.
Pagine 332 - Prezzo di copertina € 20,00
Copertina di Niccolò Pizzorno 
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mercoledì 22 giugno 2022

Luigi Natoli: Veleno sparso dal Governo? Tratto da: I morti tornano... Romanzo storico siciliano

Egli non affermava che il colera fosse veleno sparso dal Governo, come diceva qualcuno; né che l’avesse mandato il Re per decimare la Sicilia, come sosteneva Giovanni; ma certo quel colera che aveva fatto il giro dell’Europa, e che dall’anno innanzi mieteva Napoli, nessuno capiva che malattia fosse; nemmeno i medici di Parigi, che era tutto dire, ci avevano trovato un rimedio. Era una pestilenza nuova e strana che piombava in Palermo per la prima volta. Del resto non importava approfondire quel mistero; importava salvare la pelle. Veleno? non andrebbero a spargerlo in campagna, dove i contadini farebbero buona guardia, e con due schioppettate ti somministravano il contravveleno. Infezione d’aria? E in campagna si respirava aria pura.
- Quanto a me, – protestò nonna Angelina, – qui sono nata e qui voglio morire. Voi andatevene pure, e Dio vi accompagni e custodisca; ma io, son ottant’anni che vivo fra queste pareti, e ci ho tutti i miei ricordi... E poi, la mia vita è arrivata alla fine; e se è volontà del Signore che io muoia, morirò anche in campagna... andatevene voialtri... 
Allora don Giuseppe dichiarò che non l’avrebbe lasciata sola. Nemmeno lui si moverebbe da Palermo: non poteva disertare l’ufficio. E poi con che cuore vivrebbe lontano, sapendo di lasciare tra i pericoli il suo primogenito, padre don Ciccio, che era obbligato alla parrocchia? Padre don Ciccio combattuto dalla paura del morbo e da quella non meno forte dei disagi, che avrebbe dovuto soffrire, dava ragione debolmente a suo padre. Ma Leopoldo non ebbe esitazioni e scrupoli. Egli partiva con Nenè: tutte quelle erano belle ragioni, ma quando si hanno figli, bisogna metterle da parte. 
- La vita dei figli prima di tutto! – diceva con calore e non confessava che la sua gli premeva, forse, un poco di più; che pensava, rabbrividendo, sè disteso immobile fra quattro ceri. E volgendosi a Giovanni che s’era rimesso a passeggiare, muto, con le labbra incurvate di sdegno e commiserazione, gli domandò:
- E tu perché non dici nulla? 
- Io resto, – rispose duramente, – non fuggo! 
Giovanni pensava dal canto suo, che in fondo, in quel che dicevano i suoi fratelli, c’era una parte di ragione: perché egli era padrone di disporre di sé, ma non degli altri. Certo per le sue idee, per alcune ragioni esagerate, gli pareva una viltà andarsene: ma Rosalia? ma sua madre? ma le sorelle e Pippo? La strada dove abitavano, nel cuore della città, vecchia strada, angusta, fra vecchie case, era nei pianterreni abitata da povera gente, che formicolava nel sudiciume delle lavature e dei rifiuti, gettati sul selciato mal connesso. Se vi penetrava il colera, che strage!... E non risparmiava nessuno; e si moriva orribilmente. Quale spettacolo terrificante la vista di tutti quei morti, agli occhi della famiglia!... Quando non vi fossero altre ragioni, basterebbe questa per consigliare di andarsene altrove. D’altra parte egli non sapeva adattarsi all’idea di mandare lontana la famiglia: una disgrazia, Dio liberi! a qualcuno dei suoi o a lui, come accorrere per soccorsi di medici e di medicine in tempo utile? E quel colera agiva improvviso e subitaneo.


Luigi Natoli: I morti tornano... Romanzo storico siciliano. 
Pagine 384. Prezzo di copertina € 22,00
Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
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Luigi Natoli: Si tratta di Colera... Tratto da: I morti tornano... Romanzo storico siciliano

Per la stanza si diffuse un senso di pavido stupore all’annunzio della improvvisa sventura scatenata sulla città: e tutti si strinsero intorno a Giovanni, che, buttando il cappello sopra una seggiola con collera pensosa, aveva portato la notizia.
- Colera? dove? quando? chi glielo aveva detto? Al Borgo da due giorni; e avevano celato la notizia, gli assassini! – Ma era poi vero? In quella stagione le coliche erano frequenti. L’anno innanzi non ne aveva forse patita una don Giuseppe, che Dio ne scampi? – Don Giuseppe, che era rimasto, allibito, si attaccò a questa speranza, e rincalzò che non era possibile con tanti provvedimenti del Magistrato di Salute che il colera fosse entrato in Palermo; dovevano essere voci messe in giro dai soliti mali intenzionati, che, purtroppo! ce n’erano.
- Carbonari! – mormorò padre don Ciccio, che s’era sentito sommuovere il ventre enorme.
Ma Giovanni stizzito gridò:
- Ma che Carbonari! che malintenzionati! che coliche! Si tratta di colera. Due morti al Borgo: due che avevano avuto pratica col capitano dell’ “Archimede”... L’han dichiarato i medici che han fatto l’autopsia, per ordine del Magistrato di Salute. Capite? Volete che i medici, e che medici! si siano ingannati? È colera!... È il regalo che ci ha fatto il Re!...
- Il Re! il Re! – brontolò lamentosamente protestando don Giuseppe – non metterci di mezzo il Re!... Che c’entra lui?
- E che c’entro io? – ribattè Giovanni. – Chi ha ordinato che si togliessero i cordoni sanitari? Chi ha ordinato che si ammettessero in libera pratica i bastimenti di Napoli? Ma per Cristo; piuttosto che morire sul pitale, morremo sulle barricate!
- Vuoi star zitto? – gridò don Giuseppe spaventato. – Che discorsi son codesti? Vuoi tirarci addosso qualche altro guaio con la Polizia?
- E ce ne può essere uno peggiore di questo? Ma non capisci che si vuole la distruzione della Sicilia?Allora la vecchia serva, che era rimasta fin lì a bocca aperta, guardando or l’uno or l’altro, cominciò a picchiarsi le tempie gemendo:
- Amari noi! Amara me!... Madonna del Carmine, aiutateci voi!
Parve che non s’aspettasse altro: gemiti, lamenti, invocazioni fino allora trattenuti irruppero: donna Caterina battendo ad intervalli le palme, dondolando il capo, a ogni battuta ripeteva: - E come faremo? – Le fanciulle mugolavano come cagnolini, nonna Angelina biascicava preghiere; Rosalia guardava pallida e stupita con i grandi occhi che non conoscevano lacrime.
Padre don Ciccio che per la paura e lo sbalordimento era rimasto in mezzo alla stanza, con l’ampio fazzoletto turchino in una mano, e fra le dita dell’altra la presa non annusata, disse con tono cadenzato come fosse stato in chiesa – “A peste Libera nos, Domine!”.
- Schioppettate ci vogliono! – esclamò Giovanni, che passeggiava concitato, – non piagnistei e invocazioni. Schioppettate!...
- Ma finiscila! – urlò più stizzoso don Giuseppe.


Luigi Natoli: I morti tornano... Romanzo storico siciliano. 
Pagine 384. Prezzo di copertina € 22,00
Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it. Consegna a mezzo corriere in tutta Italia.
Disponibile online su Amazon Prime, Ibs, La Feltrinelli.it 
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