lunedì 27 aprile 2015

Luigi Natoli in Braccio di ferro avventure di un carbonaro: Salvatore Meccio

 
Il Meccio, anima della cospirazione e ordinatore del piano, appariva ai due giovani come uno di quei personaggi maravigliosi dell’antica storia, condottiero e legislatore, dall’occhio acuto, dallo spirito pronto, dalla mente vasta e capace. Come dubitare del trionfo?
Ah il bel sogno! Cacciar gli Austriaci da Palermo, proclamare l’indipendenza e la costituzione, chiamar tutta l’Isola al riscatto: Messina, Messina stessa fatta più accorta della esperienza, deposte le antiche sciocche gelosie, avrebbe seguito e appoggiato il moto di Palermo. E allora Napoli, ancor fremente e mal tollerante l’occupazione austriaca e il tradimento del re borbonico, si sarebbe sollevata; e da Napoli il movimento rivoluzionario si sarebbe propagato nello stato della Chiesa; e poi Milano e Torino, tutta la penisola insomma, scossa da quell’impeto di tempesta rivoluzionaria, tutta in arme per la libertà!
Nella foto: quarta di copertina del volume: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro, I morti tornano..., Chi l'uccise? Tre romanzi del risorgimento italiano. Disegno di Niccolò Pizzorno.  

Luigi Natoli in Braccio di ferro avventure di un carbonaro: La rivolta dei "berretti rossi"

Università di Torino, teatro della strage capitanata dal generale Thaon de Revel dei "berretti rossi" - così erano chiamati gli studenti - insorti contro il governo straniero nel 1821.

Braccio di Ferro avventure di un carbonaro - I morti tornano... - Chi l'...


Luigi Natoli in Braccio di ferro avventure di un carbonaro: i simboli della Carboneria


Buon Cugino Spada, è necessario che voi conosciate il significato simbolico di ognuno dei nostri emblemi. Il tronco dell’albero che voi vedete, indica la superficie della terra, sulla quale sono sparsi i Buoni Cugini; simboleggia anche il firmamento che si stende ugualmente sopra di noi; le radici indicano la sua stabilità e il verde fogliame la sua perenne giovinezza. Come Adamo ed Eva dovettero celare il loro peccato nella foresta, così i Buoni cugini debbono celare i falli dei loro compagni.

“Il pannolino bianco, sul quale vi siete inginocchiato per pronunciare il giuramento, è il prodotto di una pianta. Con la macerazione e col lavoro la pianta è divenuta pannolino; così noi con sforzi continui dobbiamo purificarci e migliorarci.

“Un pannolino ci avvolge quando veniamo alla vita, e ci riceve di nuovo quando nasciamo alla vera luce. L’acqua che ci lava quando veniamo al mondo, ci insegna a purificarci dalle macchie del vizio, per godere i piaceri della virtù. Il sole, che impedisce la corruzione delle cose, ci esorta a salvare il nostro cuore dalla corruzione del mondo; la corona di spine bianche posta sul nostro capo, ci ammonisce a essere prudenti e fermi nei nostri propositi e nelle nostre azioni; la croce ci esorta a seguire l’esempio di Gesù Cristo, nostro Gran Maestro, che patì là in croce per la salvezza dell’umano genere; la terra, dove il nostro corpo sarà sepolto nell’eterno oblìo, è simbolo del segreto che deve essere sepolto in fondo ai nostri cuori.

“Essa è il simbolo più importante: i pagani cercano dividerci, calunniando la nostra istituzione, che è strumento di redenzione e di felicità: se penetrassero i nostri segreti ci obbligherebbero a sostenere una lotta ineguale. La scala insegna al Buon Cugino Carbonaro che la virtù si raggiunge grado a grado; il fascio di legna simboleggia i Buoni Cugini stretti in un patto, concordi e in pace: i nostri tricolori indicano le virtù cardinali; il nero o carbone, è il simbolo della fede; il turchino, o fumo, è il simbolo della speranza; il rosso, o fuoco, è simbolo della carità.

“Questo pezzo di legno, pendente da un nastro tricolore, di cui siamo ornati, si chiama Echantillon; è il nostro segno. La matassa di filo, simboleggia la mistica catena che ci lega; la scure, la zappa e la pala sono gli strumenti dei nostri sacri travagli.
 
nella foto: Coccarda carbonara esposta al Museo di Storia patria di Palermo.

Luigi Natoli in Braccio di ferro avventure di un carbonaro: l'adesione di Tullio Spada alla Carboneria


- Credo dunque, Tullio Spada, sia stata la Provvidenza che vi ha guidato qui; perché voi sarete un Carbonaro o, come diciamo fra noi, e come avete udito, un “Buon Cugino” dei più validi. La nostra società ha bisogno d’uomini forti e coraggiosi, e soprattutto onesti pel raggiungimento del nostro fine.
-  Qual è questo fine?
- La liberazione degli uomini dalla schiavitù… Che cosa siamo noi? Degli schiavi. Che cosa vogliamo essere? Uomini liberi. Questo è il fine comune di tutti i Buoni Cugini sparsi nel mondo. Per noi Siciliani vi è ancora un altro fine da raggiungere; l’indipendenza dell’isola, la restaurazione della sua autonomia violata, calpestata dal vecchio Borbone traditore. Noi vogliamo la indipendenza e la libertà; indipendenza da Napoli con governo nostro, e costituzione come quella spagnuola. Questo programma, compie l’altro, comune a tutti i Carbonari, che è quello del perfezionamento umano… Andiamo incontro a grandi pericoli, a persecuzioni, a supplizi: la morte sta quasi perennemente sospesa sopra il nostro capo, ma che importa? Essa non può nè deve arrestarci. Siate dei nostri, Tullio Spada: non negate il vostro braccio alla santa causa…
 
- Noi – continuò il Buon Cugino, – siamo alla vigilia di un grande avvenimento. Palermo è piena di “Vendite”; abbiamo “Vendite” a Messina, a Catania, a Siracusa, perfino in piccoli paesi. La verità si fa strada. Su tutto il regno di Napoli le “Vendite” hanno distesa una rete di cospirazioni, se così vi piace chiamare i nostri lavori; l’esercito è con noi. Vi sono “Vendite” a Roma e in tutto lo Stato Pontificio; nel Piemonte, in Lombardia, in Francia… Dappertutto si lavora, contro la tirannia e l’oscurantismo.
Disegno di Niccolò Pizzorno.
 

Luigi Natoli in Braccio di ferro avventure di un carbonaro: giuramento di Tullio Spada alla Carboneria

Dal romanzo "Braccio di Ferro avventure di un carbonaro" di Luigi Natoli il giuramento di Tullio Spada alla Carboneria:
“Io Tullio Spada, giuro e prometto sotto gli stabilimenti dell’ordine in generale e su questo ferro punitore degli spergiuri, di custodire scrupolosamente il segreto della rispettabile Carboneria; di non scrivere, incidere o dipingere cosa alcuna appartenente alla Carboneria, senza averne ottenuto il permesso in iscritto. Giuro di soccorrere i Buoni Cugini Carbonari in caso di bisogno, e di non tentare l’onore delle loro famiglie. E se divento spergiuro, consento che il mio corpo sia fatto a pezzi, bruciato, e le mie ceneri sparse al vento, affinchè il mio nome serva di esempio a tutti i Buoni Cugini sparsi sulla terra. Così Dio mi aiuti”.
www.ibuonicuginieditori.it
Disegno di Niccolò Pizzorno

Luigi Natoli in Braccio di Ferro avventure di un carbonaro: indipendenza o morte!

Dal romanzo "Braccio di Ferro avventure di un carbonaro" di Luigi Natoli:
"Giuriamo di essere costanti e forti! Indipendenza o morte!
Questo giuramento, in quell'ora, fra le lampade che splendevano nei balconi, sulle piramidi, sugli archi, aveva qualcosa di grande e di suggestivo; si ripercosse, volò, si diffuse; agitò gli animi, sollevò entusiasmi e ardori guerreschi..."
www.ibuonicuginieditori.it
Nella foto: coccarda carbonara presso Museo di Storia Patria - Palermo

giovedì 2 aprile 2015

Luigi Natoli: Ferrazzano. Prefazione di Rosario Palazzolo.



Nel senso che prima o poi, io, me l’aspettavo, una cosa del genere, così odiosa, che qualcuno bussasse e mi dicesse, un giorno, Senti, siccome ti stimo eccetera eccetera e allora volevo chiederti una prefazione eccetera eccetera. Ché mai io avrei scritto prefazioni, pensavo – e probabilmente mai più ne scriverò, beninteso –, neanche sotto tortura ne avrei scritte, ché non mi figuravo proprio, io, nell’atto di scrivere prefazioni, ecco, e non perché io abbia mai avuto una particolare idiosincrasia nei confronti delle prefazioni, magari solo un pochino, e pure la parola “prefazione”, ora che ci penso, non l’ho mai sentita particolarmente minacciosa, magari solo un pochino, è che sicuramente avrei dovuto scrivere bene, di quel libro lì, nella prefazione, ché mica avrei potuto scrivere ciò che pareva a me, e insomma avrei dovuto fare buon viso a cattivo gioco, come si dice, per favorire colui che mi aveva proposto una cosa del genere, ossia la prefazione, e così non avrei potuto scrivere Che schifezza di libro, signori lettori, per esempio, e Proprio non lo comprate, compratene uno di Palazzolo, mettiamo, se tenete ai vostri soldi, e perciò, nell’ipotetica prefazione, qualora il libro m’avesse dato il voltastomaco, avrei dovuto giocare di fino, inserire sotterfugi semiologici affinché i più avveduti comprendessero che Va bene il libro fa schifo ma tu certo non potevi mica dirlo, che fa schifo, d’accordo, intesi, non lo compreremo, ma poveraccio che non sei altro, dovevi non scriverla, questa prefazione, rifiutarti, visto e considerato. E insomma era un problema di libertà, il mio, il solito problema della libertà, che viene omessa, il più delle volte, per cortesia, specie quando si parla di opere letterarie, di roba fatta di parole, di arte. E perciò, io, nell’attesa che ciò capitasse, che qualcuno mi proponesse di scrivere una prefazione, pregustavo il momento in cui avrei rifiutato, il momento in cui avrei detto Mi spiace, ma io non scrivo prefazioni, è risaputo, ne scrivessi direi certamente sì. Ma poi è arrivato Ferrazzano. Ed è arrivato nel momento meno opportuno, quello in cui oramai avevo abbassato la guardia poiché Si sarà sparsa la voce che non amo scrivere prefazioni, pensavo, fra me e me, con un ottimismo che non sapevo di possedere. E in un istante – vi giuro in un istante – io ho risposto Sì, va bene, la faccio, la prefazione. Ciò è accaduto perché doveva accadere, ché maledizione le cose accadono a prescindere dalla tua volontà, certe volte, e spesso accadono quando hai ormai acquisito la consapevolezza necessaria che ti fa dire Questa cosa sarà così, caschi il mondo, ché poi, puntualmente, quella cosa non è così e il mondo, incredibilmente, non casca. Nel mio caso è successo che l’autore di Ferrazzano, quel Luigi Natoli che leggete in copertina, era l’autore preferito da mio padre, e perciò in un attimo ho pensato a tutte le volte che mio padre, quando ero ragazzo, mi diceva Sei inflessibile e testardo anzi zuccone, e mi diceva Leggi Natoli, è bravo Natoli, è appassionante Natoli, a tutte le volte che avevo rifiutato l’invito preferendogli i classici e i contemporanei e chissà chi, bastava solo che fossero particolarmente eversivi e sgominatori di luoghi comuni e trasfiguratori del buon senso e io li leggevo, e Figuriamoci se ora perdo il mio tempo con Natoli, mi dicevo, Con uno che parla di Palermo e dintorni e racconta di come la gente viveva a Palermo e dintorni e intesseva trame fittissime piene di dintorni ché poi erano proprio tutti ’sti dintorni che non sopportavo, e difatti mai letto Natoli, in vita mia, nonostante abbia ereditato l’intera opera sua, io, di mio padre, da quasi diciotto anni. E invece ho detto sì, stavolta, perché sebbene io sia dichiaratamente allergico a ogni forma di romanticismo, certo non potevo che dire sì, stavolta, ché è stato come se lui, mio padre, m’avesse dato l’ultima possibilità di dire sì, ché era così, mio padre, ostinato. E dunque Ferrazzano è un romanzo che parla di Palermo, è vero, e che non ci fa mancare la solfa dei dintorni, dei dintorni sviscerati e anatomizzati e poltiglizzati, dei dintorni che dopo un po’ pensi Sì, va bene, l’ho capito, va’ pure avanti, Natoli bello… ma poi capita improvvisamente il contrario, capita che lui, Natoli, dopo un po’, comincia a ignorarli, i dintorni, e tu che leggi è come se li pretendessi, adesso, è come se ti mancassero quelle descrizioni di facce e stati d’animo e palazzi e strade, ché ti paiono delle dilatazioni temporali appropriate, adesso, Ché doveva essere proprio così il tempo di allora, se paragonato al nostro, pensi, Un tempo vuoto di necessità, esoterico e lattiginoso, come se la gente avesse troppa poca vita a disposizione, e che fosse pertanto necessario dilatarla, quella vita, particolareggiarla. E Natoli fa questo, ci porta nel ’700, ci dice le strade e i palazzi, ci racconta di duchi e principi, di duchesse e di marchesi, ci parla di cavalier serventi, criticando un’etica che non c’era e un’estetica che pretendeva di essere in ogni luogo, proprio come oggi, più o meno, e lo fa con Ferrazzano, un uomo che è forse esistito o forse no, che forse è colui che è esistito o forse no, un comico esilarante e picaresco, comunque, che la gente ama, ma che di esilarante e picaresco ha ben poco, stando alla narrazione di Natoli, un uomo ordinario, furbo quanto basta, che vorrebbe solo una quotidianità serena, in compagnia della figlia acquisita Floristella, un uomo che è invece invischiato in una trama arditissima, piena di colpi di scena, con un finale degno di un noirista contemporaneo, e dunque, giunti qui, alla fine, sono sempre del parere che scrivere prefazioni sia una vera afflizione, tutto sommato, e che se fossi in voi non leggerei mai le prefazioni, come del resto faccio io ché per me non sono mai esistite, le prefazioni, e che tutto sommato si può dire quello che si vuole, nelle prefazioni, e nella maniera in cui si vuole, solo se si finge che non siano delle prefazioni, ecco tutto, solo se le si legge a prescindere dalla parola “prefazione”, e così si può provare persino piacere dalle prefazioni, secondo me, e che mio padre aveva ragione, infine, concludo, tutto sommato, sul signor Natoli scrittore, e che avrei dovuto ascoltarlo di più, ma una prefazione del genere, tutto sommato, credo basti a pagare lo scotto, a pareggiare, nonostante non sia proprio una prefazione, pur essendo una prefazione, quasi come una prefazione, insomma, ma non proprio una prefazione, e così via. 
Rosario Palazzolo

Luigi Natoli: Ferrazzano.



….E Natoli fa questo, ci porta nel ’700, ci dice le strade e i palazzi, ci racconta di duchi e principi, di duchesse e di marchesi, ci parla di cavalier serventi, criticando un’etica che non c’era e un’estetica che pretendeva di essere in ogni luogo, proprio come oggi, più o meno, e lo fa con Ferrazzano, un uomo che è forse esistito o forse no, che forse è colui che è esistito o forse no, un comico esilarante e picaresco, comunque, che la gente ama, ma che di esilarante e picaresco ha ben poco, stando alla narrazione di Natoli, un uomo ordinario, furbo quanto basta, che vorrebbe solo una quotidianità serena, in compagnia della figlia acquisita Floristella, un uomo che è invece invischiato in una trama arditissima, piena di colpi di scena, con un finale degno di un noirista contemporaneo.
Rosario Palazzolo
Copertina di Niccolò Pizzorno.  

martedì 31 marzo 2015

Luigi Natoli: Squarcialupo - Il Booktrailer


Luigi Natoli: Giovan Luca Squarcialupo

Giovan Luca Squarcialupo non va a caccia di favori e di premi e non vende l’opera sua.
 
 
 
Noi siamo stanchi; il malgoverno è giunto al suo estremo limite, oltre il quale non vi è pazienza umana che possa sopportarlo. Tollerarlo ancora è un delitto; bisogna spezzare le catene: bisogna ricordarsi del Vespro, se non vogliamo che questa nostra terra precipiti in un abisso dal quale non potrà più rilevarsi.

Luigi Natoli: Squarcialupo. La chiesa dell'Annunziata

 
La chiesa dell'Annunziata, oggi non più esistente perché bombardata durante la seconda guerra mondiale: cornice della parte centrale del romanzo Squarcialupo di Luigi Natoli.
 
La chiesa dell’Annunziata era stata eretta da pochi anni sulle rovine di un’altra chiesa distrutta nel secolo XIV; e accanto ad altra, dello stesso titolo, appartenente a confrati, che però l’avevano abbandonata, e avevano trasportato il loro archivio, il sagramento, i vasi, tutto insomma nella nuova; che esiste tutt’ora,(*) nella sua graziosa forma originale, accanto all’edifizio del Conservatorio di Musica, dentro il quale si trovano il portico e gli avanzi della chiesa dei confrati. Allora questo portico e la chiesa abbandonata comunicavano con la nuova.
 
(*) Nel 1924
 
 


Luigi Natoli - Squarcialupo dopo 91 anni in libreria.

Squarcialupo: grande romanzo storico siciliano di Luigi Natoli.
Apparve per la prima volta a puntate in appendice al Giornale di Sicilia il 02 febbraio 1924.


Ritorna oggi, dopo novantuno anni, per la prima volta in libro edito da I Buoni Cugini Editori di Ivo Tiberio Ginevra.

 
 

Ebbene, non si può estendere a tutta la Sicilia, e fare del regno una grande Repubblica? Questo è il mio sogno; ma forse voi non ne vedete tutta la bellezza, perchè le vostre idee sono diverse dalle mie, quanto alla forma del governo.


Luigi Natoli - Chi era Giovan Luca Squarcialupo?

Giovan Luca Squarcialupo apparteneva a una di quelle famiglie pisane, che esercitando traffici e tenendo banchi, avevano acquistato ricchezza e nobiltà. Era giovane. Pochi anni innanzi aveva preso moglie; ma dieci mesi dopo era rimasto vedovo. Viveva quasi appartato, badando al banco, e coltivando lo spirito con la lettura. Era stato alunno di un dotto umanista, che gli aveva fatto prendere amore ai grandi scrittori latini; ed egli leggeva con preferenza Livio e Virgilio. Ma leggeva anche certe cronache manoscritte della repubblica di Pisa, e altre del regno normanno e svevo di Sicilia e del Vespro.
 
Abitava nella strada della Loggia dei Pisani, proprio quella che anche oggi conserva l’antico nome. Molte famiglie della “nazione” pisana stavano da quella parte, e nella strada di san Francesco: e gli Squarcialupo venivan da Pisa, e avevano il loro banco nella Loggia. Allora la strada si prolungava, perché la via Marmorea o Cassaro finivano a Sant’Antonio: e dovevan passare cinquant’anni all’incirca, perché fosse prolungato fino alla chiesa di Porto Salvo, tagliando strade, e abbattendo case.
 
Il personaggio.
 
... Disse queste parole con un tono così solenne e profetico, che il vecchio barone lo guardò con maraviglia e ammirazione. Giovan Luca gli sembrò più alto, più grande, con l’aspetto di uno di quei personaggi eroici della storia evocata. Borbottò qualche parola, ma parve rimettersi. Subiva il fascino di quella voce, di quel gesto, di quella passione per la libertà che sfavillava negli occhi del giovane, e lo illuminava di una nuova luce.
 
... Parlava col volto acceso da una fiamma interna, che rendeva calda e appassionata la parola. Tristano, sebbene avesse gran premura di andarsene, ne rimaneva talvolta preso, e lo ammirava: e gli pareva che Giovan Luca si ingrandisse, e si illuminasse di una luce nuova. Non era più quel pensoso, che pareva sdegnoso di parlare, o parlava breve e a sentenze: pareva qualcosa fra l’oratore e il condottiero; un sovvertitore di popolo e un dominatore. Certamente aveva un’idea, che non rivelava ancora, forse era l’idea madre, dalla quale si generavano tutte le sue azioni, anche caute, quasi saggiature; ma che al momento opportuno, si sarebbero svolte in tutta la loro pienezza. Con tutto ciò appariva agli occhi di Tristano come un uomo nuovo.

...All’amore per la donna ho sostituito un altro amore, del quale Lucrezia non può essere gelosa: quello per questa terra nostra. Ed è amore grande e puro anche questo, Tristano. Forse più grande dell’altro, perché domanda sacrifizi, e non dona: e tuttavia rende immortali gli uomini.
 
...Prima di essere innamorato voi eravate cittadino; e la terra che vi diede i natali, la terra che i vostri occhi videro per la prima, deve seder prima nella vostra mente, nel vostro cuore!... Ah! ecco perchè non sappiamo riprendere l’antica indipendenza: ecco perché non sappiamo esser liberi!... Le anime nostre si sono avvilite nell’egoismo, e al bene comune antepongono il proprio tornaconto... Io credevo di aver forgiato il vostro cuore, Tristano: di avervi trasfuso una parte della fiamma che arde nel mio; pensavo che voi sareste stato domani l’eroe della patria: Bruto o Camillo, Giovan da Procida o Alaimo da Lentini... (*) Ahimè! voi preferite rassomigliare all’eroe di cui portate il nome e languire d’amore!... Levatevi su, Tristano Buondelmonti!... La patria prima di tutto!...
 
Giovan Luca attendeva a preparare i modi e i mezzi per attuare quel suo vecchio disegno di riscossa per cacciare lo straniero, e istituire un governo democratico, come quello che fece la gloria di Pisa. Era l’idea accarezzata fin da quando cominciò a leggere le pagine di Livio, maturatasi col progredire negli studi umanistici, fattasi assillante in quei rivolgimenti, e allo spettacolo delle violenze e delle ladronerie del vicerè don Ugo. Che quelli non fossero tempi di repubblica, che questa repubblica vagheggiata da lui era un anacronismo, sfuggiva alla esaltazione del suo spirito, che lo illudeva di speranze e di sogni eroici.

(*) Giovanni da Procida e Alaimo da Lentini sono gli eroi del Vespro Siciliano.


Luigi Natoli - Squarcialupo.



 
 
La cospirazione di Giovan Luca Squarcialupo, nata da generosi sentimenti, si svolse con mezzi inadeguati e senza un fine determinato: egli ne fu biasimato, e i suoi persecutori lodati. Ma con questa dello Squarcialupo comincia la serie delle sommosse, delle cospirazioni, delle rivoluzioni contro la Spagna, segno di irrequietezza per la perduta indipendenza. - Luigi Natoli.
 
Nella foto: la via Squarcialupo a Palermo, dove si trovano il Conservatorio Vincenzo Bellini e la Chiesa di Santa Cita. In questa strada vi era la chiesa dell'Annunziata, dove si svolge la parte centrale del romanzo: oggi non più esistente perché bombardata durante la seconda guerra mondiale.
 
 
 
 
 

Luigi Natoli - Il piede del Crocifisso - La baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue...


Il Crocifisso della Cattedrale di Palermo, protagonista della leggenda "Il piede del Crocifisso" di Luigi Natoli inserita nel volume "La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue..." edito da I Buoni Cugini Editori.

lunedì 30 marzo 2015

Luigi Natoli - La Baronessa di Carini - La famosa impronta della mano sul muro.


La famosa impronta sul muro lasciata dalla mano della baronessa al momento della sua morte.
E' stata disegnata per noi in copertina da Niccolò Pizzorno.



Luigi Natoli - La Baronessa di Carini - Il castello


Il castello La Grua, teatro della tragedia di Carini nel 1563.

Luigi Natoli - La Baronessa di Carini - Un poemetto siciliano del secolo XVI; trattato storico sul Caso di Carini

Il signor Pietro Barcellona di Carini, raccogliendo in un grosso volume di varia materia, le memorie della sua terra natale, e rifacendo secondo la sua fantasia o leggenda o “storia vera” della baronessa di Carini, praticò delle ricerche in quell’archivio  parrocchiale, già frugato dal Salomone-Marino; e trovò nel registro dei morti dall’anno 1559 al 1575, a carte 38, verso, sotto il mese di dicembre, le due noterelle conosciute oramai dagli studiosi, ma che giova riprodurre: 

A di 4 dicembre, VII ind. 1563, fu morta la Baronessa
Laura La Grua. Seppellio a la matri ecl.” 



A scanso di equivoci noto qui, che alla dizione “fu morto, fu morta” non do, come ha fatto qualcuno, il significato toscano di “fu ucciso”. Essa è la traduzione del latino mortus, mortua est, ed equivale a “morì”. È la forma usata in Sicilia, in tutti gli atti di morte e dai cronisti.
 
 
E immediatamente sotto: 

“Eodem, fu morto Ludovico Vernagallu ecc.” 

Eodem, cioè lo stesso giorno.
 
La data è identica a quella del diario del Paruta; ma il nome della donna non è quello dato dall’Auria, né quello del poemetto; invece di “Caterina” essa di chiama “Laura”; e il Vernagallo, morto lo stesso giorno – si noti bene – non è quel Vincenzo che se ne andò in Spagna e di cui favoleggia il poemetto, ma un Ludovico, diverso dal padre di Vincenzo, il marito di Elisabetta La Grua, che già era morto sette anni prima, come afferma il Salomone-Marino.
Nessuna delle figlie di Vincenzo La Grua si chiama Laura, e nessuno dei fratelli di Vincenzo Vernagallo si chiama Ludovico...
(Tratto da "Un poemetto siciliano del secolo XVI di Luigi Natoli" , trattato storico del 1910 pubblicato nel volume "La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue". )

domenica 29 marzo 2015

Luigi Natoli: I Santapau de "La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue...


I.
 
Il ballo della morte.
 

Cavalcava nel cuor della notte, solo, fra le orride gole dei monti e le pianure interminate; attraversava boschi aspri e selvaggi e campi di frumento ancor tenero; e al trotto concitato del suo cavallo fuggiva un cerbiatto, spiccava il volo una upupa, s’appiattava un lepre. Né la paura di incogliere dei malandrini che infestavano le campagne, né la stanchezza, il bisogno di dormire o di rifocillarsi arrestavano il suo viaggio. L’idea che lo tormentava, l’ira e il dolore che gli sconvolgevano l’anima, gli infondevano una lena e un vigore straordinario.
Egli non vedeva nulla intorno a sé; gli alberi, le rocce, le torri sparivano come fantasmi da un lato e l’altro della via; un bisogno solo urgevagli: arrivar presto, improvviso nel castel di Militello, piombar nelle stanze, come un fulmine, e infrangere la vita di coloro che avevano infranta l’anima sua.
Non vedeva che il suo castello, il magnifico signor Antonio Barresi, e nel castello non vedeva che una camera, e in quella camera non vedeva svolgersi che una scena, una orribile scena!... E spronava il cavallo, che sbuffava e nitriva dolorosamente, affranto da quella corsa continua di dodici ore.
Pure, talvolta, il barone Antonio Barresi dubitava.
- Possibile?... ma è possibile? – si chiedeva affannosamente – Come? Quando? Perché? – E ritornava con la mente a ripetersi il fatto che gli era stato svelato da quella lettera infame. Egli era arrivato da un giorno a Palermo dall’Aragona, dove era stato per ambascerie presso il re Giovanni: ed ecco che gli recarono una lettera: da chi era scritta? Dai suoi fratelli, proprio eran essi firmati giù sotto l’accusa formidabile: “don Niccolao, don Luigi”... E se i suoi fratelli mentivano?... Mentire? E per qual ragione? Che cosa potevano aver loro con donna Aldonza? Doveva esser vero... Vero?!... Morte e dannazione!... Oh perché invece di scrivergli quella lettera, essi, i suoi fratelli, non piantarono uno stile nel cuore di quei turpi traditori?
Pure la lettera non recava alcun particolare, alcuna prova... nemmeno un indizio; l’accusa era breve e laconica “mentre voi andate nelle Spagne pel servizio di Sua Maestà, donna Aldonza vi tradisce vergognosamente col segreto”. E col segreto poi! un vassallo, un servo, un miserabile! Oh quale ondata di fango insozzava le sbarre di argento del suo scudo!...
E mentre pensava, mentre tutti questi dubbi gli tumultuavano nell’anima, e ruggivano mille passioni nel suo petto, egli stringeva le redini nel pugno nervoso, ficcava gli sproni nel ventre del suo cavallo, e lo spingeva al galoppo. E il generoso animale, sbuffando, nitrendo, fremeva, spumeggiava e galoppava...
Luigi Natoli