lunedì 24 ottobre 2022

Luigi Natoli: Il magnifico signor Antonio Barresi, barone di Militello: un Otello siciliano. Tratto da: La Baronessa di Carini e altri fatti di sangue.

Cavalcava nel cuor della notte, solo, fra le orride gole dei monti e le pianure interminate; attraversava boschi aspri e selvaggi e campi di frumento ancor tenero; e al trotto concitato del suo cavallo fuggiva un cerbiatto, spiccava il volo una upupa, s’appiattava un lepre. Né la paura di incogliere nei malandrini che infestavano le campagne, né la stanchezza, il bisogno di dormire o di rifocillarsi arrestavano il suo viaggio. L’idea che lo tormentava, l’ira e il dolore che gli sconvolgevano l’anima, gli infondevano una lena e un vigore straordinario.
Egli non vedeva nulla intorno a sé; gli alberi, le rocce, le torri sparivano come fantasmi da un lato e l’altro della via; un bisogno solo urgevagli: arrivar presto, improvviso nel castel di Militello, piombar nelle stanze, come un fulmine, e infrangere la vita di coloro che avevano infranta l’anima sua. 
Non vedeva che il suo castello, il magnifico signor Antonio Barresi, e nel castello non vedeva che una camera, e in quella camera non vedeva svolgersi che una scena, una orribile scena!... E spronava il cavallo, che sbuffava e nitriva dolorosamente, affranto da quella corsa continua di dodici ore. 
Pure, talvolta, il barone Antonio Barresi dubitava.
- Possibile?... ma è possibile? – si chiedeva affannosamente – Come? Quando? Perché? – E ritornava con la mente a ripetersi il fatto che gli era stato svelato da quella lettera infame. Egli era arrivato da un giorno a Palermo dall’Aragona, dove era stato per ambascerie presso il re Giovanni: ed ecco che gli recarono una lettera: da chi era scritta? Dai suoi fratelli, proprio eran essi firmati giù, sotto l’accusa formidabile: “don Niccolao, don Luigi”... E se i suoi fratelli mentivano?... Mentire? E per qual ragione? Che cosa potevano aver loro con donna Aldonza? Doveva esser vero... Vero?!... Morte e dannazione!... Oh perché invece di scrivergli quella lettera, essi, i suoi fratelli, non piantarono uno stile nel cuore di quei turpi traditori? 
Pure la lettera non recava alcun particolare, alcuna prova... nemmeno un indizio; l’accusa era breve e laconica “mentre voi andate nelle Spagne pel servizio di Sua Maestà, donna Aldonza vi tradisce vergognosamente col segreto”. E col segreto poi! un vassallo, un servo, un miserabile! Oh quale ondata di fango insozzava le sbarre di argento del suo scudo!...
E mentre pensava, mentre tutti questi dubbi gli tumultuavano nell’anima, e ruggivano mille passioni nel suo petto, egli stringeva le redini nel pugno nervoso, ficcava gli sproni nel ventre del suo cavallo, e lo spingeva al galoppo. E il generoso animale, sbuffando, nitrendo, fremeva, spumeggiava e galoppava. 
Certo fu spaventevole l’ingresso del barone Antonio Barresi nel suo castello. Il Bellopede era legato sul dorso di una mula, livido e pesto, dietro venivano i familiari del barone con la fronte bassa, tremanti, muti, atterriti dalla collera del padrone. Donna Aldonza, che aveva veduto venire la comitiva, ed era venuta a pie’ della scala a ricevere il suo signore e marito, visto il Bellopede in quello stato, levò un grido di spavento. 
Antonio Barresi sorrise ferocemente. 
- Ve lo riconduco, donna Aldonza, non certo come speravate voi!
Ella guardò il marito, senza intendere nulla, e lo seguì nelle stanze, mentre due schiavi, due mori alti e robusti, toglievano Bellopede dalla mula e lo trasportavano nella soffitta della gran torre. 
Calava già il sole dietro i monti, e spandeva una luce sanguigna per tutta la campagna. Le mura del castello rosseggiavano tristamente; ed intorno ad esse pesava un silenzio fosco e pieno di paure. Sulla terrazza della gran torre, Antonio Barresi aveva fatto trascinare il povero segreto. 
- Ebbene, Bellopede, non sei tu commosso del grido di dolore della tua padrona?
Bellopede non rispose; soffriva orribilmente per le staffilate ricevute la notte innanzi e per le torture inflittegli dal padrone lungo il viaggio. 
- Non rispondi, Bellopede?... Vuoi tu che chiami donna Aldonza?... E dimmi dunque... non sei stato tu felice?
Bellopede guardò il padrone fisso negli occhi; misurò lo stato in cui si trovava; comprese che la morte lo attendeva, e allora, il desiderio di vendicarsi gli accese sinistramente gli occhi; volle, morendo, vibrare un colpo di pugnale nell’anima del padrone, e sorreggendosi sui pugni, levata in alto la faccia rispose: 
- Io non ho commesso tal peccato, o signore, e non m’è venuto in mente di commetterlo; ma se l’avessi fatto, giuro a Dio, che ritornerei volentieri a farlo!...
Quella fu una terribile notte: quando il misero avanzo di Bellopede compiè il giro delle strade di Militello, insanguinando le rocce e i ciottoli, tra gli urli degli schiavi ebbri pel feroce spettacolo, e fu abbandonato sullo stradale come una carogna; e quando si spense nella campagna deserta l’ultimo ululato di disperazione della povera madre, impazzita da quella orrenda catastrofe; il magnifico signore Antonio Barresi ritornò al castello, dove donna Aldonza, muta, esterrefatta, chiusa nella sua camera, attendeva la spiegazione del terribile mistero...


Luigi Natoli: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue. Raccolta di leggende a sfondo storico trascritte dal volume originale Storie e leggende, pubblicato in Palermo dalla casa editrice Pedone Lauriel nel 1892. Alla raccolta è stata aggiunta la novella "La signora di Carini" pubblicata nel Giornale di Sicilia nel 1910 con pseudonimo di Maurus, "Un poemetto siciliano del secolo XVI" estratto dagli Atti della reale accademia di scienze, lettere ed arti di Palermo (serie III - vol. IX - Palermo 1910) e "Storia della Baronessa di Carini (sec XVI) estratto da "Musa siciliana" con note dell'autore - Casa editrice Caddeo 1922. Il volume raccoglie quindi, a parte le altre leggende su famosi "casi" siciliani come "Il caso di Sciacca" o dei "Santapau" tutto quanto Luigi Natoli scrisse sul famoso "caso" della Baronessa di Carini.
Pagine 310 - Prezzo di copertina € 21,00
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store online e nelle migliori librerie. 

giovedì 20 ottobre 2022

Luigi Natoli: Giovanna di Saint-Remy de Valois. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure. Romanzo storico siciliano

Mentre io ero a Bordeaux, si ordiva a Parigi la tela di un intrigo, il cui epilogo doveva empire di rumore l’Europa, per un gran processo, nel quale io fui, senza alcuna ragione, e per malvagità altrui, coinvolto e travagliato.
Ne fu protagonista quella contessa de la Motte, che il cardinale m’aveva presentato a Strasburgo nel 1781, della cui vita voglio qui, per memoria del singolare personaggio tracciarvi quanto venne a conoscersi durante il famoso processo. 
La contessa de la Motte si chiamava Giovanna di Saint-Remy de Valois. Il nome de Valois non era tolto a imprestito; suo padre discendeva in linea retta mascolina da quell’Enrico di Saint-Remy, che il re Enrico II ebbe dalla baronessa Nicoletta de Savigny, e che riconobbe come suo figlio. Il padre di Giovanna era Giacomo, barone di Luz e Valois. Egli sedusse e poi sposò una contadina Maria Iassel, che serviva nel castello. N’ebbe quattro figli: Giovanna era la seconda, l’ultima era Margherita Anna, minore di due anni e mezzo o tre. 
Il barone possedeva un castello a Luzette; ma la moglie era una dissipatrice e lo ridusse al verde; i figlioli crebbero senza alcuna educazione, abbandonati a sé stessi, quasi selvaggi. Giovanna dovette acconciarsi ad accompagnare il gregge alla pastura, a piedi nudi, coi capelli arruffati, ricompensata dalla madre a colpi di forca. 
Venduto l’ultimo lembo di terra, l’ultimo mattone del castello, cacciati via dai creditori i Saint-Remy, a piedi abbandonarono Luzette, e dopo qualche pietosa avventura giunsero a Parigi; ma non trovando di che vivere si ritirarono a Boulogne. 
Ivi Maria Iessel mise a profitto la sua bellezza di contadina robusta e avvenente. Trovò un soldato, certo Raymond, sardo, se ne fece l’amante, e cacciò via il marito che era ammalato. Giacomo di Saint-Remy e Valois, raccolto dalla pietà di qualche passante, fu condotto a Parigi, ricoverato all’Hotel-Dieu, dove morì di malattia, di miseria, di dolore. 
La coppia bestiale e delittuosa sfogò il suo odio sui poveri fanciulli. Raymond legava Giovanna ai piedi del letto, e la madre la batteva con una verga, che spesso si rompeva nelle tenere membra della piccina. 
Poi un giorno le due piccine Giovanna e Margherita Anna furon cacciate. Giovanna si pose in collo la sorellina, e andò per le strade elemosinando: 
- Date per carità un soldo a una fanciulla che discende dai Valois!... 
- Fate l’elemosina a una figlia di Valois. 
La gente rideva, e ingiuriava; le due fanciullette lottavano con la miseria e con la malvagità altrui. 
Un giorno del 1763 esse si trovavano presso una villa della marchesa di Boulainvilliers, nei dintorni di Passy. Questa dama udì il grido della piccola Giovanna; non rise; le domandò chi fosse; e saputo tutto, prese con sé le due abbandonate, e le portò in un istituto di educazione a Passy. Qualche anno dopo Margherita Anna morì di vaiolo. 
A quattordici anni Giovanna fu tolta dall’istituto e collocata a Parigi presso una delle grandi sarte: ma ella non era nata per un mestiere o per soggiacere a una disciplina. Il suo sangue si ribellava. Aveva bisogno di aria, di libertà, di agire. Ogni tanto la marchesa di Boulainvilliers la conduceva in sua casa; Giovanna fu a volta a volta lavandaia, stiratrice, cuciniera, tutto, salvo che felice e considerata per la sua origine. 
In questo tempo la marchesa volle conoscere se veramente Giovanna era una Saint Remy de Valois; e assicuratasene, fece venire a sé un’altra sorella di Giovanna, Anna Maria, che era in casa di un antico fattore del barone, e pose le due ragazze nel pensionato dell’abbadia di Verres, per educarvisi come nobili fanciulle, e ottenne dal re Luigi XVI una pensione per collocare le due fanciulle nel convento di Longchamp, dove erano allevate le principessine e le duchessine. 
Giovanna aveva allora circa vent’anni, ed era bella; Anna Maria ne aveva diciassette ed era bella anch’essa. Quando la marchesa, nelle solennità le conduceva a Passy nella sua villa, le due fanciulle erano circondate e insidiate da tutti i giovani eleganti, e bevevano le frasi sensuali d’uso in quei tempi di frivoli amori, e vedevano un nuovo mondo schiudersi dinanzi ai loro occhi avidi. Il matrimonio della figlia della marchesa finì con incantare le due fanciulle, che allora rifiutarono di prendere il velo...


Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure. Romanzo storico siciliano. 
Il volume, restaurato dal titolo all'indice, è la ricostruzione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914.
Pagine 884 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e nelle migliori librerie. 

venerdì 14 ottobre 2022

Luigi Natoli: Odio materno. Tratto da: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano.


Rimasta sola, la duchessa stese le braccia al cielo con un gesto disperato e deprecativo. Poi si mise a passeggiar per la stanza, pensando a quel passato così lontano, che l’evocazione di quella donna le faceva apparire recentissimo, abolendo quasi tutti gli avvenimenti della sua vita in quei ventisei anni.
Ella rivide quella cameretta povera e nuda, l’ampio letto, duro per le carni abituate alle mollezze, dove soffrì, per l’unica volta in vita sua, i dolori della maternità, senza gustarne le gioie, anzi sopprimendole, volontariamente. Non aveva provato nessun dolore nel separarsi da una creatura, la cui apparizione l’aveva fatta rabbrividire di spavento e di vergogna. Come era venuta? E perchè? Ricordava. A diciassette anni l’avevano maritata al duca di Falconara, che ne aveva trentotto: un bell’uomo, freddo, rigido. Dopo due anni di matrimonio infecondo era stato chiamato in corte e poi in missione all’estero. Ella si era chiusa nel palazzo, aspettando il ritorno del marito, pudica e fedele come Penelope; sorvegliata per altro dalla vecchia suocera.
Ma erano così fredde le ampie sale del Palazzo Falconara! Erano così vuote le giornate, e così desolanti le notti nel letto vasto e deserto, dove i suoi sensi avevane intraveduto un mondo nuovo, ed era germogliata una fioritura di desideri consapevoli! La vecchia suocera non la lasciava mai sola, ma le faceva pesare la compagnia con interminabili prediche morali sui doveri di una moglie, durante l’assenza del marito, e con le lamentazioni sui tempi corrotti, talchè ella per sottrarsi a quel supplizio desiderava giungesse presto la fredda e solitaria notte. Un bel mattino fu trovata la suocera nel letto morta di accidente avuto nella notte. Se ne fecero funerali sontuosi, e un corriere fu spedito al duca per annunciargli la disgrazia.
Passati nove giorni di lutto stretto rigoroso, ella, per tutelar meglio la sua reputazione se ne andò nella casa paterna... E lì... Ricordava l’incontro con l’uomo fatale, sette mesi dopo. Il duca non ritornava; quell’uomo era giovane, bello, elegante, valoroso e appassionato... Come avvenne? Non sapeva; fu una specie di ubbriachezza; ma certo, una notte, le sue mani tremanti apersero, senza far rumore, le vetrate del balcone che dava sul giardino; e accolse quell’uomo; e... e così anche le altre notti!...
Poi un bel giorno improvvisamente trasalì; aveva sentito dentro di sé agitarsi qualcosa... Ah quale spavento! quale odio fu quel piccolo essere germogliato in silenzio, che veniva a un tratto ad avvelenare la sua felicità! Quali tentativi per spegnere quella nuova vita accusatrice!... Indarno. Trionfava. Venne il tempo in cui non potè celare le sue condizioni. Allora si confidò alla madre. Qual colpo per la povera donna!... Bisognava nascondere agli occhi di tutti l’orribile colpa. La ricondussero nel suo palazzo, relegandola in una camera, dando a credere che fosse ammalata. Poi, perchè ogni cosa rimanesse nel mistero, si avvisarono di mandarla nei suoi stati, col pretesto di mutar aria; in realtà per far disparire ogni traccia... Oh! come tutto pareva alla sua memoria vivo e recente!...
A trent’anni vedova, bella, ricca, padrona di sè, riaperse la sua casa; si circondò di una piccola corte, scelse un cavalier servente galante ma circospetto; si lasciò adulare e corteggiare; ma corazzandosi di freddezza contro ogni possibile sorpresa del cuore; concedendo alla moda e alla libertà fin dove le era possibile, e con tutte le precauzioni, per non compromettersi; vivendo una vita di finzione, nel falso sentimentalismo del tempo; felice nel suo egoismo di quella sua condizione, senza desideri di affetti, senza altra passione che quella di sè stessa! Ella amava sè, amava il fasto e le raffinatezze della vita che soddisfacevano il suo egoismo. Aveva dunque una cura meticolosa di conservar quella ricchezza, che dava alla sua beltà e al suo grado, alla sua condizione, tutte le gioie dell’impero.
Ecco ora quel figlio, improvvisamente apparso dal fondo oscuro del passato, minacciarla nella sua fama intatta, nel suo dominio, nella sua ricchezza. Era la verità che insorgeva contro la menzogna, contro l’inganno. Quella donna, quel testimonio di un passato, se fosse venuta in potere dei congiunti diseredati, sarebbe stata l’arma potente per strapparle la pingue eredità, per gittarla nella miseria e nell’onta. Nella miseria, perchè la sua dote era una irrisione, e l’avrebbe costretta a vivere come una borghesuccia, nell’ombra. Il suo palazzo vasto e magnifico, le sue carrozze, le sue portantine, i suoi cavalli, le ventisei persone di servizio, il parrucchiere, l’abate, la sua loggia al teatro di Santa Cecilia, gli inviti alle feste di corte, gli omaggi, tutto sarebbe finito!... Invece gli scherni, il disprezzo, la vergogna, la solitudine! Aveva odiato quel figlio nel suo concepimento, nella sua nascita; l’odiò con maggiore acerbezza ora che le ricompariva dinanzi minaccioso; odiò quella donna che possedeva il suo segreto, che era più potente di lei, che l’aveva in pugno, e poteva perderla con un cenno...
L’onda dell’odio le si distese sul volto, le coperse gli occhi; voltandosi e vedendo la sua immagine in uno specchio, ella apparve terribile a sè stessa. Strinse i pugni, con un gesto oscuro di minaccia e restò lì, ferma dinanzi allo specchio, sotto il peso di un pensiero terribile.
Un sorriso perfido le errò sul volto diventato pallidissimo sotto lo strato della cipria e del belletto. Doveva sacrificar sè, la sua vita, a una donna ignota, a un giovane sconosciuto? e perchè?


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Grande romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine Settecento, quando il vento di libertà della Rivoluzione francese soffiava in tutta Europa. 
Pagine 880 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina e disegni di Niccolò Pizzorno.
Disponibile su tutti gli store online e nelle migliori librerie. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia) 

Luigi Natoli: Il casotto delle vastasate. Tratto da: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano.

Quella sera, sabato, si recitava al Casotto delle Vastasate una delle tre commedie popolari più fortunate e più originali: il Cortile degli Aragonesi. Bisognava sentire Marotta, il celebre comico creatore della parte di ‘Nofrio, e Giuseppe Sarci, biondo e femineo d’aspetto e di voce, nelle vesti di Lisa e il Montera nei panni di don Litterio il notaio messinese, e il Corpora sotto le spoglie di Caloriu il Ciancianese. Che risate!... La recita diurna aveva riempito la cassetta; non un posto vuoto: e di gente ne era rimasta fuori, e non si era mossa da lì, aspettando la recita notturna, per prendere i posti migliori, e rifarsi della lunga attesa. Laura stava alla finestra con un vaso intimo in mano, mentre il Barone, fradicio di un liquido che non era nanfa, minacciava con la canna in pugno, e Lisa gridava, e ‘Nofrio si sganasciava dalle risa. La folla batteva le mani, rideva, urlava, fischiava, si abbandonava a una ilarità tempestosa che faceva tremare la baracca.
Il Casotto era lontano: giù a Piazza Marina, quasi un miglio di strada. Era il teatro popolare, o, come si diceva anche, nazionale, dacchè la Sicilia era una “Nazione” per sè, e il dialetto era considerato come lingua nazionale.
Poiché i Signori avevano per loro i teatri di Santa Cecilia e di Santa Lucia, alcuni popolari avevano verso il 1780 fondato un teatro per loro; ed avevano costruito una grande baracca, nella piazza Marina, nella quale recitavano commedie in dialetto, spesso improvvisate, e delle quali i personaggi principali erano i facchini di piazza.
Facchino, in dialetto, si dice vastasu, vocabolo prettamente greco; vastasate si chiamarono quelle commedie, e Casotto delle vastasate il teatro.
Attori e commedie levarono grido.
Fino allora a Palermo non s’era mai visto nulla di simile. C’erano state vecchie commedie, recitate da comici di mestiere, nelle quali il tipo buffo siciliano era rappresentato dal solito Travaglino, o dal vieto Nardo; due maschere oramai insipide i cui lazzi e le cui buffonerie si ripetevan sempre gli stessi. Del resto le commedie non eran molte, e per riudirle bisognava aspettare qualche compagnia di comici randagi e disperati. Figurarsi dunque la sorpresa e il piacere di vedere sul palco non piú quelle maschere, ma personaggi vivi, che si vedevan ogni giorno: gli artigiani, i provinciali, e più i facchini di piazza col loro linguaggio, coi loro gesti, con le loro bestialità, i loro pettegolezzi, le loro baruffe, i loro piccoli intrighi! Un mondo nuovo!
E non eran mica del mestiere, gli attori; tutt’altro. Gente che di mattina attendeva ad altro ufficio, spesso in aperto dissidio con Talia: Giuseppe Marotta che era il capocomico, ed era un vero creatore di tipi, era portiere del giudice della Monarchia; Giuseppe Sarcì portiere dell’Imprese del Lotto; degli altri chi era operaio, chi sarto, chi povero azzeccagarbugli; e pure quanta verità, quanto sapore di arte spontanea in quei comici improvvisati!
Si capisce che la fortuna della Compagnia aveva acceso cupidigie ed emulazioni. Intorno al teatro del Marotta ne eran sorti degli altri; e altre compagnie si eran formate, ma invano: Marotta non ce n’era che uno, e don Biagio Perez che era il poeta comico della Compagnia, non aveva competitori.
Fra gli spettatori fortunati era un bel giovane di ventisei anni, non molto grande, di membra delicate, strette nell’uniforme dei fucilieri, turchina, a risvolte bianche. Pallido, con gli occhi neri, un’aria quasi feminea; ma lo sguardo tagliente, che lampeggiava talvolta come una lama, il naso lievemente aquilino e la mascella forte, davano un carattere di energia a quel volto; e temperavano la mollezza dell’ovale, e della dolce e malinconica curva della bocca, rosea e piccola.
Si vedeva bene che egli aveva una gran cura della bella uniforme turchina, dei calzoni bianchissimi e delle lunghe uose nere; e in generale di tutta la persona, forse un po’ troppo attillata. A non guardarlo in volto, poteva parere un vagheggino; ma lo sfolgorìo degli occhi e la vigorìa delle mascelle avvertivano che sotto quella lindura quasi feminea c’era un cuore che non tremava, e che quella mano sottile e bianca, sapeva render pericolosa la spada, dall’impugnatura dorata, che gli batteva sui polpacci.
Egli stava lì, allo spettacolo, ma non pareva che ne godesse; nel suo volto era steso un velo di melanconia, e il suo sguardo distratto correva evidentemente dietro qualche idea...


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Grande romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine Settecento, quando il vento di libertà della Rivoluzione francese soffiava in tutta Europa. 
Pagine 880 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile su tutti gli store online e nelle migliori librerie. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia) 

giovedì 13 ottobre 2022

Luigi Natoli: Mariquita. Tratto da: Il capitan Terrore. Romanzo storico siciliano.

In fondo alla via detta della Bandiera, quasi allo sbocco della via di S. Andrea, in una casa a un sol piano, abitava la signora Mariquita di Siviglia, una spagnola come ce n’eran tante, attirate dal terzo di Sicilia, che così si chiamava il reggimento spagnolo venuto in presidio. La casa era di apparenza modesta, con un portoncino minuscolo, sopra il quale si apriva una finestretta a sesto acuto, che ora avrebbe fatto gola ad un antiquario, ed accanto, curiosa compagnia, si apriva un balconcino con la ringhiera di ferro di gusto contemporaneo, se di gusto può parlarsi. Per compenso vi ricorreva una cornice della stessa epoca della finestra, intagliata, con pigne e grappoli e foglie intrecciate fra loro; e sotto il balconcino si vedeva ancora l’arco a sesto acuto spezzato per dar luogo alla nuova apertura. 
La signora Mariquita abitava sola con la serva, una cinquantenne, Miguela, anche lei di Siviglia, ma che stava in Palermo da venticinque anni. Essa aveva servito da introduttrice e sistematrice di Mariquita nella società dei giovani… e anche dei vecchi. Si capisce da ciò perché era andata ad abitare presso S. Andrea, dove di solito andavano ad alloggiare le sue consorelle, che davano tanto da dire ai frati di S. Domenico, da spingerli spesso a ricorrere al Pretore. Però ella era una donna privilegiata, tanto che si meritava il titolo di “signora”.
Era di un genere elevato, come, a parte la letteratura, Tullia Aragona. Frequentavano la sua casa poeti, letterati, pittori, scultori, ed in genere uomini di sapere. Ella li riceveva con grazia, mescolando parole spagnole e siciliane con un sapore delizioso. E poi era bella; gli occhi grandi, le sopracciglia folte, la bocca rossa e carnosa che invitava i baci, aggiungevano nuovo fascino alle grazie della persona. E poi aveva solo ventitré anni. 
Ma era orgogliosa, aveva a modo suo un certo onore, e guai ad offenderla, si rivoltava, e spariva la distinzione; l’Andalusa insorgeva col suo sangue moresco, e diventava terribile e feroce. 
Quanto a Miguela poteva nascondere una diecina di anni, perché, nonostante i suoi cinquanta suonati, era ben conservata. Aveva i capelli rossi e gli occhi azzurri, la pelle fina, e il corpo ben portante. Non era né bella né brutta, un viso che non diceva nulla; ma era molto scaltra e prudente. Ella aveva un’amicizia con un certo Geronimo Colloca, che si faceva chiamare il Re della “Bocceria”, ossia del macello (da boucherie) ed era amico, nientemeno, del vicerè duca di Medinaceli; la qualcosa lo rendeva assai temuto. 
Quella sera stessa la bella Mariquita era rientrata di buon umore. Era andata allo spettacolo insieme a Geronimo, bene ammantata così da nascondere il viso, per non cadere in contravvenzione. Un bando vietava alle donne come lei di frequentare i luoghi pubblici. Invero, trovandosi alla spalla di Geronimo, ella poteva ridersi della contravvenzione; i mastri di “Sciurta” o i maestri di piazza o quelli di mondezza o i conestabili non avrebbero ardito arrestare Mariquita, ma ella non voleva approfittarne. Aveva trovato un buon posto nello spazio riservato ai pedoni, e per difendersi dalle dita pruriginose di qualcuno, s’era messo dietro lo stesso Geronimo. 
Mariquita dunque era di buon umore; lo spettacolo con le sue rappresentazioni, coi suoi cavalieri, i suoi duelli, l’aveva eccitata, ed essa aveva manifestato la gioia con piccole grida. Entrando, e gittando la mantiglia alla serva esclamava: 
- Che spettacolo, Miguela! che spettacolo! E poi… Avresti dovuto vederlo! Oh come era bello!
Se ne andò nella sua stanza. 
Non poteva immaginarsi una camera come quella dentro una casa di aspetto così meschino; pur non essendo tappezzata, aveva tutte le caratteristiche di una buona casa borghese, con le sue pareti tinte di color verdino allietato da un fregio color rosso antico; il letto di ferro dorato ma dentro l’alcova, coi cortinaggi di seta rossa, e di seta era la coltre, e ricamate di seta erano le lenzuola. Un inginocchiatoio con un Cristo e una Madonna, innanzi ai quali pendeva una lampada, quattro quadretti di santi, l’acquasantiera con un ramo d’olivo, uno specchio intagliato, e non privo di gusto, davano alla camera un aspetto assai decoroso. 
Mariquita si spogliò dopo aver fatto le sue orazioni e si coricò sempre meditabonda. Le parole di Miguela le sonavano nell’orecchio. Certo, se avesse detta una parola, Miguela si sarebbe fatta in quattro per portarle in casa Galvano. Perché non glielo aveva detto? Perché mentre era bramosa di vederlo, di parlargli, provava una ritrosia, una vergogna, un pudore alla idea di essergli vicina. Avrebbe voluto poter essere non d’altri che di lui; portargli intatta la sua persona, come intatto era l’animo suo e non poteva. Era questa la ragione della sua vergogna. 
I suoi pensieri senza volerlo, si sospingevano indietro negli anni, e le rappresentavano il passato. 
Ella si vedeva a Siviglia; l’ombra della Firalda si proiettava sulla sua casa e sul suo cuore. Aveva sedici anni, ed era un fiore ancor chiuso, che spandeva intorno a sé la fragranza delle cose intatte. Passava i giorni tra la sua bella cattedrale e la casa, ignara dell’amore e cantava, cantava con voce di flauto. 
Poi aveva conosciuto Frascuelo. Era stato in chiesa; egli la guardava con desiderio, ma lei non se n’accorgeva; uscendo, egli aveva dato l’acqua benedetta alla madre di lei, che aveva detto: – Molto compìto quel caballero! – E allora ella lo aveva guardato arrossendo. Le era parso di amarlo. Poi una notte egli se l’era portata via col suo cavallo. 
Per sei mesi era vissuta fra le ebbrezze della passione; poi aveva incominciato a riflettere che non aveva fatto bene ad abbandonare la casa paterna. Intanto era nato un figlio, e allora Frascuelo, alla sua volta, l’aveva abbandonata. 
Ella era ritornata a quella casa che aveva lasciata; sua madre al vederla comparire pallida e poveramente vestita, si era commossa e l’avrebbe accolta come il figlio prodigo, ma il padre, no. 
- Va via! non c’è casa per le svergognate come te! Va via! 
- Sì, andrò via! 
Il bimbo era morto; ella era rimasta sola, in balia del caso…
Una picchiata lunga e precipitosa. 
- È lui – disse Miguela, alzandosi e andando a tirare il saliscendi. 
Entrò Geronimo Colloca.


Luigi Natoli: Il capitan Terrore. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1560. 
L'ultimo romanzo scritto dall'autore, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1938 e fedelmente ricostruito in questo volume. 
Pagine 477 - Prezzo di copertina € 21,00
Copertina e disegni di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia).
Disponibile su tutti gli store online e nelle migliori librerie. 

Luigi Natoli: Palermo nel 1560. Tratto da: Il capitan Terrore.

La città di Palermo in quel tempo non era quale diventò circa mezzo secolo dopo. Ancora serbava presso a poco la forma dei tempi normanni, di una città dentro un’altra. La più antica, circondata da mura, è ancora visibile; le due strade che la percorrevano a destra e a sinistra e costeggiavano le mura esistono; sono a destra le vie Biscottai, G.M. Puglia, Giuseppe d’Alessi; comprendevano il monastero della Martorana, e per la via degli Schioppettieri giungevano a S. Antonino; a sinistra la via dell’Incoronazione, la via Celso, la salita Castellana, il vicolo S. Antonio, dove si congiungeva con l’altra. Queste due strade comprendevano la città antica. Sorsero di poi altre parti della città, che presero nome di Albergheria, Kalsa a destra; e di Seralcadia, Conceria e Loggia a sinistra; dall’una parte e dall’altra, fra la città antica e i nuovi quartieri, nelle bassure, si riconosceva il letto di due fiumicelli, l’uno, a destra, era quello detto dai greci Kemonia e dagli arabi Ainzar, tradotto in Cannizzaro, e nel tempo del presente racconto era asciutto e petroso, con poche case, divenuto dopo “strada dei Tedeschi”; poi via Castro; l’altro, a sinistra, era stato il fluviolo, che dalla palude del Papireto scendeva giù per il Macello e per la Conceria, ma era anch’esso disseccato, e vi sorgevano già edifici come la Panneria (oggi Monte di Pietà) palazzi e case signorili. 
La via principale, detta dai Normanni via Marmorea, ma che pel popolo si chiamò Cassaro (dall’arabo Kars, il castello) e cominciava dove sorse il Palazzo Reale, presso a poco la via Vittorio Emanuele giungeva alla parrocchia di S. Antonio, ed era chiusa da mura, sotto le quali si apriva la porta dei Patitelli, già mezzo diruta; di là dalla porta si stendeva la città verso il mare. Anche qui erano magnifici palazzi, e si apriva la vasta Piazza Marina col palazzo dei Chiaramonte, che a quel tempo non apparteneva al Sant’Offizio, il quale abitava invece il Castello a mare. E oltre ai palazzi, c’erano chiese e conventi. Di chiese ne sorgevano per altro dappertutto, come la Cattedrale, S. Agostino, S. Domenico e S. Francesco, e così monasteri, come il Salvatore, il Cancelliere, la Martorana, S. Caterina, la Pietà, le Vergini, dovunque c’era un terreno adatto se ne trovavano. 
Ma fra tutte le strade la più notevole era quella del Cassaro. Era acciottolata, e aveva i marciapiedi di mattoni; le case non oltrepassavano il terzo piano, e i prospetti erano quasi uguali, con i medesimi ornati; cosicchè parevano da un capo all’altro un palazzo solo. Non v’erano i Quattro Canti, non essendosi ancora tagliata la via Maqueda. Non vi era la magnifica fonte Pretoria; e la piazza del Palazzo pretorio o senatorio era molto più vasta; a questo Palazzo si accedeva da una porta a mezzogiorno, ora murata, innanzi alla quale erano due statue antiche, di cui una, salvata per miracolo, è conservata in una sala del Palazzo stesso. 
Galvano abitava in un vicolo della città antica, quasi rimpetto al monastero dell’Origlione, che aveva parecchie strade intorno; da una, si andava al Salvatore, da un’altra si scendeva al conservatorio di Saladino, presso la porta di Bosuè (l’antica Base es Sudan) oramai cadente, che non serviva a nessuno, di fronte v’era la via che ora si dice del Protonotaro, e poi altri vicoli che s’intrecciavano come in un labirinto. Fra Ludovico invece stava di casa a S. Agata la Guilla, presso la Commenda. 
C’erano dunque tutte le possibilità di appostare Galvano e sparire per una delle vie e viuzze che s’aprivano dinnanzi all’assassino, il quale poteva ritrovarsi nel Cassaro, anche prima che accorresse gente per aiutare il caduto. 


Luigi Natoli: Il capitan Terrore. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1560. 
L'ultimo romanzo scritto dall'autore, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1938 e fedelmente ricostruito in questo volume. 
Pagine 477 - Prezzo di copertina € 21,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia).
Disponibile su tutti gli store online e nelle migliori librerie. 

Luigi Natoli: Il Carnevale a Palermo nel 1560. Tratto da: Il capitan Terrore.

Quel giorno era l’ultimo giovedì di carnevale, e la città era in festa più degli altri anni, perché Sua Eccellenza il Vicerè, che era il duca di Medinaceli, maritava le due figlie, e già si erano avuti cinque giorni di festeggiamenti; quel pomeriggio doveva aver luogo in Piazza Marina il grandioso spettacolo della caccia intrecciata con una rappresentazione e con una giostra. 
Allora la fantasia e il tripudio si sbizzarrivano oltre che con maschere isolate, con vere mascherate complesse, raffiguranti avvenimenti storici. Una si componeva di quattro o cinque personaggi forniti di una scala e un tamburo. Dove pareva loro che fosse il caso, si fermavano, e al rullo del tamburo, appoggiavano la scala a una finestra a cui si affacciassero donne ridenti e un uomo si arrampicava. Che dico un uomo? una specie d’uomo coperto da una finta faccia rossa come un gambero cotto, con certe labbra da asino, grossi zigomi anch’essi animaleschi, coperto il capo da un elmo o da qualcosa che arieggiava l’elmo impennacchiato di fiori di canna, armato di una spada di legno, il quale braveggiava strepitando buffonescamente e facendo sbellicar dalle risa la folla che lo seguiva e le persone affacciate. A un tratto precipitava senza però farsi nulla di male, perché gli altri compari gli tenevano una coperta sotto. E qui nuove risa, nuovi schiamazzi e gettito di pezzetti di carta tagliata minutamente, che dicevano “pittiddi”, forse dal francese “petit”, e chiamati ora coriandoli. 
Quella maschera aveva un’origine storica, della quale si era perduto il significato: doveva rappresentare il vecchio Bernardo Cabrera che dava l’assalto allo Steri per impadronirsi della giovane e bella vedova regina Bianca, della quale si era innamorato. Ora si chiamava la mascherata del “Maestro di campo”, come dire del Generale. Si sa che la regina Bianca, sorpresa nella notte dagli armati di Bernardo, fuggì seminuda, e che Bernardo trovando vuoto il letto, si arrabbiò ma poi involtandosi nelle coperte ancor tiepide, esclamò: – “Non importa che la pernice sia fuggita, il nido è ancora caldo”.
Il popolo s’era vendicato, mettendolo in burletta, ma nel corso di un secolo e mezzo la memoria del fatto si era contaminata. 
In altro punto, dove era una piazza levavano da terra un castello di legno dipinto a conci, con merli, tra i quali apparivano schierati Mori o Turchi, armati di spade e lance, che, gridando, le agitavano al sole. Contro di loro erano Cristiani. La folla degli spettatori, enorme e fluttuante, aspettava schiamazzando. Era il “gioco del Castello”, che forse rievocava i fasti della conquista normanna, forse la presa di Palermo o d’altra città, verità storica alteratasi romanticamente, o intrecciatasi con altre imprese. Cominciava col mandare gli ambasciatori, seguiva con le varie fasi del combattimento; e finiva con la presa e col trionfo dei Cristiani e con un balletto generale. 
Una carrozza saliva pel Cassaro. Chi immagina le carrozze d’allora simili a quelle che si vedevano un trent’anni fa, o come quelle che fanno pompa di sé nel Museo nostro, s’inganna. Erano grandi come queste, a forma di casse aperte ai lati, con sedili. Non avevano molti ornamenti, solo una frangia di seta in cima allo sportello; non vetri, non fanali, non molle; il cocchiere sedeva su una gualdrappa ornata dello stemma della padrona. Dico padrona perché in quel tempo le carrozze, erano adoperate soltanto dalle signore. 
La carrozza dunque saliva pel Cassaro lentamente tra la folla delle maschere che facevano un chiasso tale che il cocchiere era costretto a frenare i cavalli che con le orecchie affilate, nitrendo, intridevano di spuma il freno. Accanto alla carrozza cavalcava un gentiluomo giovane e bello, il cui mantello era così lungo ed ampio da coprire il cavallo. Egli scambiava delle parole con colei che stava dentro la carrozza e che era una giovane donna avvolta anch’essa in un manto scuro col cappuccio da cui era coperto il suo capo, ma non sì che il volto grazioso e vivace non ne apparisse interamente. Si chiamava donna Laura Serra, e il cavaliere, don Galvano di Valverde. 
Egli l’accompagnò dinnanzi il portone di don Cola Bologna, che era in un vicolo (allora si diceva “strada”) corrispondente a quello detto di Castelnuovo; e lì, sceso da cavallo, e aiutata anche lei a discendere, salutatala con un inchino cerimonioso, risalì in arcione, e tornò indietro. Il Cassaro (allora si chiamava così, perché nel 1560 non era stato ancora prolungato, e giungeva a Sant’Antonio) era gremito di gente, per lo più mascherata, che faceva un chiasso assordante. Le maschere si prendevano libertà non consentite in tempi ordinari e forse risalenti agli antichi saturnali; e venivano a frotte. 
Le oche, vestite di bianco con due sottane, aprivano gli enormi becchi innanzi agli altri, come se volessero ingoiarli; e quelli arretravano ridendo. Una “mamma Lucia” andava correndo, e fingeva di somministrare con un grosso mestolo una minestra ipotetica da un pignattone; in realtà cacciava sotto il naso di chi incontrava la polvere contenuta nel mestolone per farli starnutare. Le maschere si succedevano; erano per lo più caricature della vita contemporanea come il Dottore con un berrettone, l’Astrologo col cappello altissimo a punta, i Mori… Ma tutte erano d’accordo nel fare un baccano straordinario; alcune osavano perfino montare in groppa ai cavalieri che incontravano, o fermare una lettiga, una carrozza, sberrettandosi poi e facendo smorfie. 
Galvano procedeva e spronava, ma il cavallo era più giudizioso di lui; nitriva, e con la testa respingeva di qua e di là i pedoni. Tutti erano allegri pel vino bevuto, ma molti erano addirittura ubriachi; qualcuno si fermava innanzi al cavallo con le gambe larghe, e intonava una canzone; qualche altro si adirava e inveiva contro cavallo e cavaliere: il nobile animale scansava l’uno e l’altro, e i meno ubriachi li tiravano da parte. Ma Galvano non pareva cosciente del pericolo. Aveva dinanzi agli occhi l’immagine deliziosa di donna Laura, del suo sorriso, che le scavava due fossette, e scopriva appena gli incisivi bianchi come perle piccoli, adorabili. E gli occhi? Corvini con riflessi di oro, che quando parlava, si accendevano e sfolgoravano; e suscitavano nel cuore una commozione, un languore, un annullamento della volontà, per cui l’uomo pareva di essersi fuso con lei, di non pensare che con lei, di non respirare che la stessa aria di lei. Lei! sempre lei!


Luigi Natoli: Il capitan Terrore. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1560. 
L'ultimo romanzo scritto dall'autore, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1938 e fedelmente ricostruito in questo volume. 
Pagine 477 - Prezzo di copertina € 21,00
Copertina e disegni di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia).
Disponibile su tutti gli store online e nelle migliori librerie. 

Luigi Natoli: Il vulcano alzava su Lipari un pino gigantesco di fuoco... Tratto da: Il capitan Terrore.

Galvano si prefiggeva di allontanarsi da Palermo come se volesse andare a Napoli, poi deviare, costeggiare le isole Eolie, avviarsi lungo le coste della penisola, dove era facile nascondersi tra gli scoscendimenti delle rocce, per spiccare poi il volo contro il “Fano”, quando questo, come era costume dei pirati di fare si avvicinasse alle terre per predare. Il combattimento sarebbe stato feroce, ma Galvano non dubitava della vittoria. 
Ma, oltrepassate Alicudi e Filicudi, nella notte si offerse uno spettacolo straordinario: l’orizzonte era in fiamme, il vulcano alzava su Lipari un pino gigantesco di fuoco tra le nuvole rosse, e involgeva la città e i monti e tutto intorno in quel suo immenso manto di fiamme. Era un quadro raccapricciante e grandioso nel tempo stesso. 
Lo “Sparviero” si mosse; lo spettacolo si faceva preciso; si scorgeva la popolazione fuggire; parevano formiche sorprese da un pericolo. Nel fondo rosso dell’incendio gli uomini si staccavano nereggianti. La lava scendeva tra i boati, rovesciandosi dal pino come una pioggia, che investiva tutto quel che incontrava. Gli alberi sentendo il calore dapprima fremevano, poi si accartocciavano tremando, infine al contatto della lava ardevano e sparivano. Così i vigneti. Tutto un fianco del monte s’era mutato in una vasta fiamma. 
Ma gli abitanti facevano pietà, via via che lo “Sparviero” avvicinandosi permetteva di scorgerli meglio. 
Sorpresi nel sonno da un tremore della terra, e balzati dal letto, avevano visto rosseggiare intorno, ed erano fuggiti dalle case; ora vedevano spaventati quel rovesciarsi di lapilli, e le fiamme divoratrici, che scoperchiavano, bruciavano, annientavano i miserabili casolari. 
Ora Galvano udiva le grida, i pianti della povera gente. Pochi restavano inebetiti a guardare la pioggia, come se non capissero il pericolo che li minacciava, o preferirebbero immolarsi con le case e con le terre. Perché vivere? Colpiti, rimanevano vittime del fuoco. I più fuggivano verso la spiaggia, si gettavano nelle barche, le sopraccaricavano; e accadeva che una barca si capovolgesse e quelli che avevano creduto di salvarsi, naufragavano; spettacolo più raccapricciante di folle egoismo, coloro che avevano occupato una navicella, ne vietavano agli altri l’accesso, e pestavano loro le mani, respingendoli nell’acqua. 
Galvano si tenne al largo, non per mancanza di cuore, ma perché temeva che avvicinandosi, la galera fosse presa da una folla stragrande e minacciasse di affondare, ma non si rifiutò di porgere un aiuto a quei naufraghi che poteva trasportare in una vicina isoletta. 
Impiegò questo tragitto buona parte della notte. 
Ah! il giorno dopo quale spettacolo di desolazione! Pezzi di tavole infrante, suppellettili galleggianti, una madia, che aveva visto per più anni le braccia nude delle massaie intridervi il buon pane fresco; e ora, come una navicella nuda, galleggiava in balìa dell’acqua quasi curando quelle braccia; eccole lì poco discoste, larghe sul busto tumefatto di una giovane: ella aveva i capelli sciolti che erravano intorno al capo come una medusa. Era una annegata e pareva che chiedesse al monte fumante e terribile la grazia di una sepoltura. 
Galvano incontrò i ricoverati che non avevano voluto essere trasportati in altre isole, e sperando di poter ritornare presto, vollero restare a bordo. Essi erano ventiquattro, fra i quali un giovinetto di quattordici anni...


Luigi Natoli: Il capitan Terrore. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1560. 
L'ultimo romanzo scritto dall'autore, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1938 e fedelmente ricostruito in questo volume. 
Pagine 477 - Prezzo di copertina € 21,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia).
Disponibile su tutti gli store online e nelle migliori librerie. 
 

mercoledì 7 settembre 2022

Luigi Natoli: Don Raimondo Albamonte, duca della Motta, membro della deputazione del Regno. Tratto da: I Beati Paoli.

Il duca della Motta, membro della deputazione del Regno, principalissimo istituto, al quale spettava la esecuzione delle leggi e la difesa dei capitoli o statuti della monarchia, stava nel suo ampio studio, seduto in un seggiolone a bracciuoli, tappezzato di cuoio verde a fiorami d’oro, dinanzi a una grande scrivania i cui quattro piedi, tra un complicato accartocciarsi di fogliame rappresentavano dei grifoni dalle zampe leonine. Fasci di carte, quali chiuse in custodie di cartone foderato di pergamena, quali legati con nastrini verdi, stavano ammonticchiati di qua e di là, lasciando appena libero lo spazio a un vassoio, sul quale troneggiava un calamaio di bronzo. Altre carte, un po’ più ordinatamente, giacevano sopra un altro tavolino, posto presso il finestrone. Intorno alle pareti si elevavano grandi scaffali di legno intagliato, pieni di libri grandi e piccoli rilegati in pergamena o in cuoio; quali col titolo scritto per lungo in caratteri neri gotici, quali in caratteri d’oro. Sopra gli scaffali qualche mezzo busto, riproduzione di antichi marmi, qualche globo ingiallito; e su l’alto delle pareti, vecchie tele annerite, nelle quali lampeggiava qualche tono chiaro di carni color di avorio, o di lini bianchi. Il colore del legno e delle tappezzerie, la severità degli intagli, la luce velata e il silenzio, davano alla sala un senso di austero raccoglimento, come in un tempo. Vi era come l’odore delle alte cose dell’intelligenza; quel non so che di indefinibile che soggioga lo spirito e lo invita a pensare, e gli infonde la febbrile curiosità di sapere.
Don Raimondo Albamonte duca della Motta aveva reputazione di dottrina giuridica, e pareva l’erede di quella grande tradizione di giuristi siciliani che risplendeva dei nomi di Giovanni Naso, del Tiperano, di Luca Barbieri, di Vincenzo Percolla, del Corsetto, e del Muta e del Cutelli, raccoglitori e commendatori del diritto patrio. Chiamato a volta a volta a coprire gli alti uffici della magistratura era stato presidente della Gran Corte Civile e di quella Criminale e ora, da due anni, assunto alla deputazione del regno, per la protezione del vicerè don Carlo Antonio Filippo Spinola e Colonna marchese de Los Valvases, al quale era stato di grande aiuto nei processi dei torbidi del 1708. 
Nei quindici anni trascorsi, il suo volto si era fatto più severo, più pallido, gli occhi più tenebrosi. La pratica dei processi criminali e delle torture aveva accentuato maggiormente la durezza della sua mascella, e immobilizzata la maschera fredda del suo volto impassibile. La rigidità delle sue maniere, la inflessibilità del suo volere, nei rapporti di uffici, verso gli uguali e gli inferiori, gli avevano acquistata una reputazione di integrità, della quale egli si gloriava; pronto per altro a deporla nel gabinetto del vicerè, e, senza parere, a tramutarsi in strumento della volontà regia.
Divenuto duca, per mancanza di eredi diretti del fu suo fratello, e raccolta nelle sue mani una ingente eredità l’aveva accresciuta con due ricchi matrimoni, e mettendo a profitto anche la sua carica, in quanto gli dava modo di gittar le mani sopra qualche patrimonio contestato o di acquistar per poco beni confiscati. Ma sapeva, anche in questi casi, serbare la sua apparenza austera, e nessuno dubitava della sua reputazione, alla quale egli teneva.
Alla vigilia dei grandi avvenimenti che si sarebbero svolti nel regno, egli teneva a conservare quella reputazione, mirando a ben più alto posto. Infatti con tutte le forze, tutti i raggiri della sua ambizione, lavorava per esser nominato presidente del real Patrimonio.
Don Raimondo Albamonte duca del­la Motta era dunque in quei giorni grandemente affaticato, ma quella mat­tina aveva altre ragioni per impensie­rirsi; sulla sua scrivania aveva tro­vato una lettera stranissima della qua­le nessuno seppe dire la provenienza, nè chi l’avesse portata. La lettera non conteneva che alcuni brevi versetti:

“Quid detur tibi, aut quid apponatur tibi ad linguam dolosam?
“Sagittae potentis acutae; cum carbonibus desolatoriis
“Custodiens parvulus Dominus
“Dominus solvit compeditos
“Dominus pupillum suscipiet, et vias peccatoris disperdit.
Ricordati di Emanuele.

La lettura di questo nome gli aveva dato la chiave per spiegarsi le allu­sioni di quei versetti staccati dai salmi e messi insieme, ma gli aveva nel tempo stesso fatto correre un brivi­do nel sangue. Già da qualche tempo, ogni tanto, gli giungeva una lettera misteriosa, con una frase, un motto, una minaccia: naturalmente le attri­buiva allo spirito di vendetta di co­loro che dalle sue sentenze venivano colpiti, e non ne faceva caso; ma quel nome lanciato ora, come una bomba, gli spiegava l’occulta e persistente per­cuzione, e lo sgomentava. C’era qual­cuno che possedeva il suo segreto?


Luigi Natoli: I Beati Paoli. Il grande romanzo storico siciliano considerato il capolavoro dell'autore. 
L'opera è la fedele ricostruzione del romanzo originale pubblicato in dispense con la casa editrice La Gutemberg nel 1931.
Pagine 938 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store online.
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica, La Nuova Bancarella e nelle migliori librerie. 

martedì 6 settembre 2022

Luigi Natoli: I Beati Paoli editi da I Buoni Cugini editori e la copertina realizzata da Niccolò Pizzorno.

 
La scelta della copertina realizzata da Niccolò Pizzorno, si basa sulle indicazioni dell'autore riguardo la "modalità di consegna" di un messaggio da parte de I Beati Paoli:

L’algozino vi gettò gli occhi sopra, senza neppure aprirla, e disse con si­curezza:
- So donde viene...
- Sì?
- Conosco la carta e i segni...
- Quali segni?
- Guardi.
Gli mostrò sulla cera del sugello una piccola croce attraversata diagonalmen­te da due spade.
- Ebbene? – domandò il duca.
- Questa lettera la mandano i Beati Paoli.
- I Beati Paoli? – esclamò il duca. 
- Eccellenza sì. Mutano sempre il sigillo: ma io li riconosco.
Don Raimondo si chiuse in un ­momento di silenzio: infine domandò:
- Credete voi dunque che vera­mente esistano i Beati Paoli?
- Come no?...
- E dove sono?
- Questo lo sa Dio: sono dap­pertutto, invisibili, introvabili, e sem­pre presenti. Quando meno si pensa, li abbiamo ai fianchi, a le spalle, in chiesa, per la strada, forse anche in casa; e non ce ne accorgiamo... Nes­suno può guardarsene...
I Beati Paoli apparivano ed erano nel fatto come una forza di reazio­ne, moderatrice: essi insorgevano per difendere, proteggere i deboli, impedire le ingiustizie e le violenze: era­no uno stato dentro lo stato, formi­dabile perchè occulto; terribile perchè giudicava senza appello, puniva senza pietà, colpiva senza fallire. E nessuno conosceva i suoi giudici e gli esecu­tori di giustizia. Essi parevano appar­tenere al mito più che alla realtà. Era­n dappertutto, udivan tutto, sapeva­n tutto; e nessuno sapeva dove fos­sero, dove s’adunassero. L’esercizio del loro ufficio di tutori e di vendicatori si palesava per mezzo di moniti, di let­tere, che capitavano misteriosamente. L’uomo al quale giungevano, sapeva di aver sospesa sul capo una condan­na di morte...
Quindi una lettera, minacciosamente appesa dietro la bella porta di una stanza nobiliare, fermata da un coltello sporco di sangue. Abbiamo volutamente evitato la figura del Beato Paolo, già presente in tante edizioni, che Luigi Natoli descrive così: 
In fondo alla stanza v’era una spe­cie di altare di pietra, sul quale sorgeva un Cristo in croce, fra due candele accese, e a piè della Croce era aperto un libro. Dinanzi all’altare, c’era un tavolino, al quale sedevano tre uomini mascherati, vestiti di una specie di sacco nero: di qua e di là sopra scran­ne sedevano altri sei uomini, anch’essi insaccati e mascherati. Sotto le ma­schere nere gli occhi brillavano sini­stramente.
Zi’ Rosario s’avvicinò alla parete, cacciò le mani in una nicchia, ne ca­vò un involto, e un istante dopo an­ch’egli vestito del sacco e mascherato non fu più riconoscibile degli altri. Allora quegli che pareva presiedere l’adunanza fece un segno: uno dei sei si alzò e uscì; per rientrare quasi subito, traendo per mano l’uomo bendato.
Uomini con maschera nera, vestiti di un sacco nero, che la notte rendeva invisibili...

Luigi Natoli: I Beati Paoli. Grande romanzo storico siciliano. 
L'opera è la fedele ricostruzione del romanzo originale, pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1931.
Pagine 938 - Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Feltrinelli.it, Ibs, Amazon Prime e tutti gli store online.
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica, La Nuova Bancarella e nelle migliori librerie.

Luigi Natoli: Nota esplicativa dell'editore sulla ricostruzione del romanzo e sulle differenze tra l'edizione originale e le successive.

Luigi Natoli ha sempre pubblicato i suoi romanzi a puntate in appendice al Giornale di Sicilia. 
In seguito, alcuni sono stati raccolti in dispense e venduti direttamente dal Giornale o dalla casa editrice La Gutemberg, che li pubblica anche in edizione economica per essere rilegati come un libro. 
Dopo la morte dello scrittore, la casa editrice La Madonnina inizia a ristampare in dispense la maggior parte dei suoi romanzi, il più delle volte apportando modifiche sia nel linguaggio (ammodernandolo o adeguandolo alla morale della comunità sempre in evoluzione) sia nelle dinamiche della storia stessa (per fortuna non sempre). 
Dopo le pubblicazioni La Madonnina, per alcuni romanzi si sono avvicendate altre edizioni fino ai giorni nostri, riportando le modifiche fatte precedentemente al testo, o apportandone a loro volta. 
Anche il romanzo I Beati Paoli ha fatto tale percorso e subito queste violenze con aggiunzioni, soppressioni o rielaborazioni delle frasi; ne riportiamo qualcuna astenendoci dal commento e precisando che nel testo sono moltissime. 

Alla domanda di Coriolano della Floresta su chi fossero i due impiccati ai Quattro Canti, lo staffiere risponde: Edizione Gutemberg pagina 483: Due bricconi matricolati in prigione, e ora si espongono (Non si fa alcun riferimento alla setta dei Beati Paoli e per matricolati si intende strangolati prima dell'impiccagione) Edizione Madonnina pag. 307: Due bricconi matricolati, due della setta dei Beati Paoli. Sono stati strangolati in prigione e ora li espongono. (Correzione molto grave, perchè anticipa che i personaggi facevano parte della setta de I Beati Paoli)

Alla pagina 549 de La Gutemberg il testo dice: “La duchessa era alquanto pallida e non si accorse di Blasco se non nel ripassare dinanzi alla statua” Diventa: “La duchessa era alquanto pallida e pareva che un’ombra di tristezza le oscurasse la fronte e lo sguardo; pareva così preoccupata, che non si accorse di Blasco, se non nel ripassare dinanzi alla statua” La Madonnina pag. 430
Alla pagina 619 della Gutemberg (terza parte inizio terzo capitolo) è stato eliminato questo dialogo:“- La bambina è priva di sensi – disse piano uno dei rapitori; – tanto meglio. Buttiamo via queste coperte che c’imbarazzano e possono comprometterci.
- Ma avrà freddo, la poverina… e poi…”
Importante invece, perché mette in evidenza il rispetto per il prossimo dei Beati Paoli con la cattiveria del padre di Violante.
Il tutto è sostituito con la domanda: “Non ci sono dei mantelli? 

Alla pagina 1038 della Gutemberg nella parte “e si slanciò per la strada di Porto Salvo che l’avrebbe condotto subito nella piazzetta dove era il portone della casa di donna Gabriella”. È stata aggiunta la frase: “e si sentì sollevare quando lo vide entrare nella strada dei Crocifissari”. (correzione Madonnina pag. 813) Che poi non si capisce di chi si sta parlando. In realtà è stato eliminato un intero paragrafo: “Egli arrivò molto prima della carrozza, vide le imposte serrate, si persuase di averla preceduta; per non farsi vedere si cacciò su pei gradini della tribuna di S. Domenico donde avrebbe potuto sorvegliare la piazzetta e tutti i suoi sbocchi, e poco dopo infatti vide venir la carrozza, vide Blasco baciar la mano di donna Gabriella, e si sentì sollevare, quando lo vide entrare nella strada dei Crocifissari”. (correzione Madonnina pag. 813) Che si conclude appunto con la frase aggiunta nella pagina precedente

Alla pagina 1048 Gutemberg la parte: “non è di ciò che mi lamento. Parlo di donna Gabriella, verso la quale mi sento legato oltre che dalla riconoscenza anche da una stima e da una profonda divozione!...” diventa: “- Non è di ciò che mi lamento; sono ancora riconoscente a donna Gabriella, e sento di avere per lei quella stima e devozione che sempre ho avuto per lei!”(Madonnina pag. 820) Tra l’altro, correzione scritta malissimo. A questa frase detta da Blasco nella edizione Gutemberg Coriolano risponde: “Ecco una cosa che mi stupisce, ma che dice già, abbastanza. È dunque una cosa seria questa volta?” nella edizione La Madonnina risponde: “Ecco una cosa che non mi stupisce, ma che dice già abbastanza, badiamo, purché non perdiate, verso la duchessa, quel rispetto che avete usato per tutte le belle dame. È dunque una cosa seria questa volta?” Frase aggiunta, inutile e stupida. 

Includiamo anche alcuni sistematici esempi delle molteplici sostituzioni:

“Baje” diventa “Bah” – “Come vi aggrada” diventa “Come credete” – “Suggello” diventa “Sigillo” – “Ciò” diventa “Il che” – “Perdio!” diventa “Perdinci” – “Servigio” diventa “Servizio” – “Alle corte” diventa “In breve” – “Rifugio” diventa “Ricovero” – “Per cagione” diventa “A causa”. 
Non si capisce per quale motivo in tutto il libro l’aggettivo “fiero”, usato molto spesso dall’autore in tutti i suoi romanzi e tipico del linguaggio dell'epoca, è sempre sostituito da altri o che non c’entrano niente o che non rendono l’idea o che cambiano anche il significato della frase. 
Tralasciamo volutamente di trascrivere altro avvisando il lettore che nell’edizione La Madonnina c’è anche uno sconsiderato e sistematico cambio di punteggiatura e coniugazione dei verbi. Le differenze annotate tra l’edizione Gutemberg e le successive, sono solo una piccola parte rispetto a quelle reali. Se avessimo dovuto annotarle tutte, si sarebbe fatto un altro libro. La nostra edizione riproduce fedelmente l’opera pubblicata in dispense da La Gutemberg nel 1931, quando l’autore era in vita: l’unica da ritenersi ufficiale, dato che il manoscritto è andato irrimediabilmente perduto. 
Le modifiche che abbiamo apportato al testo sono consistite nel togliere i refusi evidenti, nell’uniformare qualche parola trascritta in due modi diversi (ad esempio Savoja in Savoia oppure San Tomaso in San Tommaso). Abbiamo introdotto le virgolette alte per contraddistinguere il pensiero del personaggio all’interno dei dialoghi, perché questi ultimi nella versione originale sono preceduti o intervallati dal trattino del discorso diretto, ingenerando confusione nella lettura; infine abbiamo messo in corsivo i contenuti delle missive, perchè, anche in questo caso, possono confondere il lettore. 
Tutto il resto è stato rispettato: quindi si può godere del linguaggio dell’epoca fatto di elisioni, suffissi nominali, preposizioni e parole oramai non più usate nel nostro vocabolario moderno o modificate, alcune delle quali possono anche sembrare errori (per esempio: capo d’anno – pur troppo) inoltre molti verbi sono coniugati con trapassato remoto ai nostri giorni non più usato.
Abbiamo infine aggiunto il contesto storico dell’opera, tratto da: Storia di Sicilia sempre di Luigi Natoli (edizione I Buoni Cugini 2020).

I Buoni Cugini editori 

Luigi Natoli: I Beati Paoli. Romanzo storico siciliano. 
Pagine 938. Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su La Feltrinelli.it, Ibs, Amazon prime e tutti gli store on line.
Disponibile presso La Feltrinelli Libri e musica, La Nuova Bancarella e nelle migliori librerie. 

lunedì 5 settembre 2022

Luigi Natoli: L'aceto dei pidocchi. Tratto da: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano.

Quel giorno nella bottega di don Saverio La Monica, essa aveva seguito dapprima con curiosità, poi con meraviglia e con attenzione, il racconto di quell’avvelenamento con l’acqua pei pidocchi; e tornandosene a casa ci ripensava. Quell’acqua che costava tre, quattro grani, aveva una potenza micidiale che poteva spacciare un uomo alla sua insaputa e irreparabilmente. Foschi pensieri le scomponevano e ricomponevano la fitta rete di rughe che le solcavano il viso per ogni verso; e le accendevano tristi lampi negli occhi; la bocca le si moveva, come se biascicasse parole non dette. Ricordava lontane storie di veleni potenti: l’acqua di Teofania d’Adamo; i veleni di Francesca La Sarda, quelli della za’ Chiavedda, che era stata impiccata due anni prima che Giovanna Bonanno nascesse: acque misteriose anch’esse, che facevano morire senza lasciar tracce. Come mai quelle donne si erano lasciate scoprire e prendere? Dovevano essere state imprudenti; se avessero saputo fare le cose bene, avrebbero potuto arricchire. Forse si erano prestate a vendette: e ciò era male. Avrebbero dovuto somministrare i veleni soltanto a fin di bene: c’eran infatti nel mondo tanti imbrogli, tante disonestà, tante condizioni familiari così tristi, che soltanto la morte di uno poteva far cessare, e dar la pace e la tranquillità a molti. Così esse avrebbero commesso un delitto, e almeno dal buon Dio, che vede il cuore, potrebbero essere perdonate... E poi... perché i signori specialmente pagherebbero con fior di denaro un simile servizio; certo si poteva vivere senza stenti, senza bisogno di andare elemosinando, e trascinare una vita miserabile, in una vecchiaia squallida, senza altra prospettiva che la morte in quel canile, priva di aiuto, sola, abbandonata.
Questi pensieri le ruminavano per la mente, anche quando, giunta a casa, si mise a preparare un po’ di minestra d’erbe. Sì, un po’ di quell’acqua terribile mescolata nel brodo, o nel vino... Ma era poi certo che la morte fosse rapida e sicura? Bisognava provare. Su chi? Ecco! Un cane randagio, solito a ricevere i rifiuti di quel povero desco, entrò nella stamberga. La fronte della vecchia si rischiarò: aveva trovato su chi fare l’esperimento. Il domani andò a comperare da don Saverio La Monica una caraffina d’acqua pei pidocchi. Tre grani; piccola spesa. Tornata a casa prese del pane rinsecchito e lo immollò in un tegamino con acqua, nella quale versò il medicinale. Aspettò che il cane venisse; e quando lo vide entrare, lo accarezzò…

Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano.
L'opera è la fedele ricostruzione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927.
Pagine 580 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su La Feltrinelli.it, Ibs, Amazon Prime e tutti gli store online.
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica e nelle migliori librerie.