"I nostri romanzi sono una lettura eletta ed altamente appassionante, essi sono opera del grande WILLIAM GALT"
lunedì 24 ottobre 2022
Luigi Natoli: Il magnifico signor Antonio Barresi, barone di Militello: un Otello siciliano. Tratto da: La Baronessa di Carini e altri fatti di sangue.
giovedì 20 ottobre 2022
Luigi Natoli: Giovanna di Saint-Remy de Valois. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure. Romanzo storico siciliano
Ne fu protagonista quella contessa de la Motte, che il cardinale m’aveva presentato a Strasburgo nel 1781, della cui vita voglio qui, per memoria del singolare personaggio tracciarvi quanto venne a conoscersi durante il famoso processo.
venerdì 14 ottobre 2022
Luigi Natoli: Odio materno. Tratto da: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano.
Ella rivide quella cameretta povera e nuda, l’ampio letto, duro per le carni abituate alle mollezze, dove soffrì, per l’unica volta in vita sua, i dolori della maternità, senza gustarne le gioie, anzi sopprimendole, volontariamente. Non aveva provato nessun dolore nel separarsi da una creatura, la cui apparizione l’aveva fatta rabbrividire di spavento e di vergogna. Come era venuta? E perchè? Ricordava. A diciassette anni l’avevano maritata al duca di Falconara, che ne aveva trentotto: un bell’uomo, freddo, rigido. Dopo due anni di matrimonio infecondo era stato chiamato in corte e poi in missione all’estero. Ella si era chiusa nel palazzo, aspettando il ritorno del marito, pudica e fedele come Penelope; sorvegliata per altro dalla vecchia suocera.
Ma erano così fredde le ampie sale del Palazzo Falconara! Erano così vuote le giornate, e così desolanti le notti nel letto vasto e deserto, dove i suoi sensi avevane intraveduto un mondo nuovo, ed era germogliata una fioritura di desideri consapevoli! La vecchia suocera non la lasciava mai sola, ma le faceva pesare la compagnia con interminabili prediche morali sui doveri di una moglie, durante l’assenza del marito, e con le lamentazioni sui tempi corrotti, talchè ella per sottrarsi a quel supplizio desiderava giungesse presto la fredda e solitaria notte. Un bel mattino fu trovata la suocera nel letto morta di accidente avuto nella notte. Se ne fecero funerali sontuosi, e un corriere fu spedito al duca per annunciargli la disgrazia.
Passati nove giorni di lutto stretto rigoroso, ella, per tutelar meglio la sua reputazione se ne andò nella casa paterna... E lì... Ricordava l’incontro con l’uomo fatale, sette mesi dopo. Il duca non ritornava; quell’uomo era giovane, bello, elegante, valoroso e appassionato... Come avvenne? Non sapeva; fu una specie di ubbriachezza; ma certo, una notte, le sue mani tremanti apersero, senza far rumore, le vetrate del balcone che dava sul giardino; e accolse quell’uomo; e... e così anche le altre notti!...
Poi un bel giorno improvvisamente trasalì; aveva sentito dentro di sé agitarsi qualcosa... Ah quale spavento! quale odio fu quel piccolo essere germogliato in silenzio, che veniva a un tratto ad avvelenare la sua felicità! Quali tentativi per spegnere quella nuova vita accusatrice!... Indarno. Trionfava. Venne il tempo in cui non potè celare le sue condizioni. Allora si confidò alla madre. Qual colpo per la povera donna!... Bisognava nascondere agli occhi di tutti l’orribile colpa. La ricondussero nel suo palazzo, relegandola in una camera, dando a credere che fosse ammalata. Poi, perchè ogni cosa rimanesse nel mistero, si avvisarono di mandarla nei suoi stati, col pretesto di mutar aria; in realtà per far disparire ogni traccia... Oh! come tutto pareva alla sua memoria vivo e recente!...
A trent’anni vedova, bella, ricca, padrona di sè, riaperse la sua casa; si circondò di una piccola corte, scelse un cavalier servente galante ma circospetto; si lasciò adulare e corteggiare; ma corazzandosi di freddezza contro ogni possibile sorpresa del cuore; concedendo alla moda e alla libertà fin dove le era possibile, e con tutte le precauzioni, per non compromettersi; vivendo una vita di finzione, nel falso sentimentalismo del tempo; felice nel suo egoismo di quella sua condizione, senza desideri di affetti, senza altra passione che quella di sè stessa! Ella amava sè, amava il fasto e le raffinatezze della vita che soddisfacevano il suo egoismo. Aveva dunque una cura meticolosa di conservar quella ricchezza, che dava alla sua beltà e al suo grado, alla sua condizione, tutte le gioie dell’impero.
Ecco ora quel figlio, improvvisamente apparso dal fondo oscuro del passato, minacciarla nella sua fama intatta, nel suo dominio, nella sua ricchezza. Era la verità che insorgeva contro la menzogna, contro l’inganno. Quella donna, quel testimonio di un passato, se fosse venuta in potere dei congiunti diseredati, sarebbe stata l’arma potente per strapparle la pingue eredità, per gittarla nella miseria e nell’onta. Nella miseria, perchè la sua dote era una irrisione, e l’avrebbe costretta a vivere come una borghesuccia, nell’ombra. Il suo palazzo vasto e magnifico, le sue carrozze, le sue portantine, i suoi cavalli, le ventisei persone di servizio, il parrucchiere, l’abate, la sua loggia al teatro di Santa Cecilia, gli inviti alle feste di corte, gli omaggi, tutto sarebbe finito!... Invece gli scherni, il disprezzo, la vergogna, la solitudine! Aveva odiato quel figlio nel suo concepimento, nella sua nascita; l’odiò con maggiore acerbezza ora che le ricompariva dinanzi minaccioso; odiò quella donna che possedeva il suo segreto, che era più potente di lei, che l’aveva in pugno, e poteva perderla con un cenno...
L’onda dell’odio le si distese sul volto, le coperse gli occhi; voltandosi e vedendo la sua immagine in uno specchio, ella apparve terribile a sè stessa. Strinse i pugni, con un gesto oscuro di minaccia e restò lì, ferma dinanzi allo specchio, sotto il peso di un pensiero terribile.
Un sorriso perfido le errò sul volto diventato pallidissimo sotto lo strato della cipria e del belletto. Doveva sacrificar sè, la sua vita, a una donna ignota, a un giovane sconosciuto? e perchè?
Luigi Natoli: Il casotto delle vastasate. Tratto da: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano.
Il Casotto era lontano: giù a Piazza Marina, quasi un miglio di strada. Era il teatro popolare, o, come si diceva anche, nazionale, dacchè la Sicilia era una “Nazione” per sè, e il dialetto era considerato come lingua nazionale.
Poiché i Signori avevano per loro i teatri di Santa Cecilia e di Santa Lucia, alcuni popolari avevano verso il 1780 fondato un teatro per loro; ed avevano costruito una grande baracca, nella piazza Marina, nella quale recitavano commedie in dialetto, spesso improvvisate, e delle quali i personaggi principali erano i facchini di piazza.
Facchino, in dialetto, si dice vastasu, vocabolo prettamente greco; vastasate si chiamarono quelle commedie, e Casotto delle vastasate il teatro.
Attori e commedie levarono grido.
Fino allora a Palermo non s’era mai visto nulla di simile. C’erano state vecchie commedie, recitate da comici di mestiere, nelle quali il tipo buffo siciliano era rappresentato dal solito Travaglino, o dal vieto Nardo; due maschere oramai insipide i cui lazzi e le cui buffonerie si ripetevan sempre gli stessi. Del resto le commedie non eran molte, e per riudirle bisognava aspettare qualche compagnia di comici randagi e disperati. Figurarsi dunque la sorpresa e il piacere di vedere sul palco non piú quelle maschere, ma personaggi vivi, che si vedevan ogni giorno: gli artigiani, i provinciali, e più i facchini di piazza col loro linguaggio, coi loro gesti, con le loro bestialità, i loro pettegolezzi, le loro baruffe, i loro piccoli intrighi! Un mondo nuovo!
E non eran mica del mestiere, gli attori; tutt’altro. Gente che di mattina attendeva ad altro ufficio, spesso in aperto dissidio con Talia: Giuseppe Marotta che era il capocomico, ed era un vero creatore di tipi, era portiere del giudice della Monarchia; Giuseppe Sarcì portiere dell’Imprese del Lotto; degli altri chi era operaio, chi sarto, chi povero azzeccagarbugli; e pure quanta verità, quanto sapore di arte spontanea in quei comici improvvisati!
Si capisce che la fortuna della Compagnia aveva acceso cupidigie ed emulazioni. Intorno al teatro del Marotta ne eran sorti degli altri; e altre compagnie si eran formate, ma invano: Marotta non ce n’era che uno, e don Biagio Perez che era il poeta comico della Compagnia, non aveva competitori.
Fra gli spettatori fortunati era un bel giovane di ventisei anni, non molto grande, di membra delicate, strette nell’uniforme dei fucilieri, turchina, a risvolte bianche.
Si vedeva bene che egli aveva una gran cura della bella uniforme turchina, dei calzoni bianchissimi e delle lunghe uose nere; e in generale di tutta la persona, forse un po’ troppo attillata. A non guardarlo in volto, poteva parere un vagheggino; ma lo sfolgorìo degli occhi e la vigorìa delle mascelle avvertivano che sotto quella lindura quasi feminea c’era un cuore che non tremava, e che quella mano sottile e bianca, sapeva render pericolosa la spada, dall’impugnatura dorata, che gli batteva sui polpacci.
Egli stava lì, allo spettacolo, ma non pareva che ne godesse; nel suo volto era steso un velo di melanconia, e il suo sguardo distratto correva evidentemente dietro qualche idea...
giovedì 13 ottobre 2022
Luigi Natoli: Mariquita. Tratto da: Il capitan Terrore. Romanzo storico siciliano.
In fondo alla via detta della Bandiera, quasi allo sbocco della via di S. Andrea, in una casa a un sol piano, abitava la signora Mariquita di Siviglia, una spagnola come ce n’eran tante, attirate dal terzo di Sicilia, che così si chiamava il reggimento spagnolo venuto in presidio. La casa era di apparenza modesta, con un portoncino minuscolo, sopra il quale si apriva una finestretta a sesto acuto, che ora avrebbe fatto gola ad un antiquario, ed accanto, curiosa compagnia, si apriva un balconcino con la ringhiera di ferro di gusto contemporaneo, se di gusto può parlarsi. Per compenso vi ricorreva una cornice della stessa epoca della finestra, intagliata, con pigne e grappoli e foglie intrecciate fra loro; e sotto il balconcino si vedeva ancora l’arco a sesto acuto spezzato per dar luogo alla nuova apertura. Luigi Natoli: Palermo nel 1560. Tratto da: Il capitan Terrore.
Luigi Natoli: Il Carnevale a Palermo nel 1560. Tratto da: Il capitan Terrore.
Luigi Natoli: Il vulcano alzava su Lipari un pino gigantesco di fuoco... Tratto da: Il capitan Terrore.
mercoledì 7 settembre 2022
Luigi Natoli: Don Raimondo Albamonte, duca della Motta, membro della deputazione del Regno. Tratto da: I Beati Paoli.
“Sagittae potentis acutae; cum carbonibus desolatoriis
“Custodiens parvulus Dominus
“Dominus solvit compeditos
“Dominus pupillum suscipiet, et vias peccatoris disperdit.
Ricordati di Emanuele.
La lettura di questo nome gli aveva dato la chiave per spiegarsi le allusioni di quei versetti staccati dai salmi e messi insieme, ma gli aveva nel tempo stesso fatto correre un brivido nel sangue. Già da qualche tempo, ogni tanto, gli giungeva una lettera misteriosa, con una frase, un motto, una minaccia: naturalmente le attribuiva allo spirito di vendetta di coloro che dalle sue sentenze venivano colpiti, e non ne faceva caso; ma quel nome lanciato ora, come una bomba, gli spiegava l’occulta e persistente percuzione, e lo sgomentava. C’era qualcuno che possedeva il suo segreto?
martedì 6 settembre 2022
Luigi Natoli: I Beati Paoli editi da I Buoni Cugini editori e la copertina realizzata da Niccolò Pizzorno.
Luigi Natoli: Nota esplicativa dell'editore sulla ricostruzione del romanzo e sulle differenze tra l'edizione originale e le successive.
Alla pagina 1048 Gutemberg la parte: “non è di ciò che mi lamento. Parlo di donna Gabriella, verso la quale mi sento legato oltre che dalla riconoscenza anche da una stima e da una profonda divozione!...” diventa: “- Non è di ciò che mi lamento; sono ancora riconoscente a donna Gabriella, e sento di avere per lei quella stima e devozione che sempre ho avuto per lei!”(Madonnina pag. 820) Tra l’altro, correzione scritta malissimo. A questa frase detta da Blasco nella edizione Gutemberg Coriolano risponde: “Ecco una cosa che mi stupisce, ma che dice già, abbastanza. È dunque una cosa seria questa volta?” nella edizione La Madonnina risponde: “Ecco una cosa che non mi stupisce, ma che dice già abbastanza, badiamo, purché non perdiate, verso la duchessa, quel rispetto che avete usato per tutte le belle dame. È dunque una cosa seria questa volta?” Frase aggiunta, inutile e stupida.
Includiamo anche alcuni sistematici esempi delle molteplici sostituzioni:
I Buoni Cugini editori








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