lunedì 12 febbraio 2018

Luigi Natoli: Il teatro dei Travaglini oggi teatro Bellini. Tratto da: Ferrazzano.


Era questo detto dei Travaglini o più modernamente dal nome del proprietario, di S. Lucia; dove recitavano le compagnie dei comici; e che poi rifatto, abbellito e prevalso il secondo nome, si adattò a teatro d’opera, rivaleggiando con quello più grande dei musici detto di S. Cecilia; finchè ingrandito prese il nome di Carolino; e fu il solo e glorioso teatro d’opera di Palermo, anche quando, mutato il regime, fu intitolato al nome imperituro di Bellini. Allora, nel 1775, era un piccolo teatro che di fuori non annunziava punto che nascondesse una sala da spettacoli. Una tettoia difendeva la porta sulla quale una tabella di legno portava dipinto lo scritto: “Teatro di Travaglini”; un corridoio senza luce, umido, con le pareti grommose, conduceva all’ingresso del teatro, in fondo a un breve spazio. Una sala capace di trecento persone e tre file di palchi; non vi erano poltrone, che allora non si usavano, ma sedie numerate; una grande lumiera pendeva dal soffitto. Di giorno bisognava abituarsi al buio per potersi movere e non inciampare in qualche sedia, ma di sera si illuminava e si vedeva bene la fioritura delle belle vesti e la bianchezza delle carni sull’addobbatura rosso cupo dei palchetti. L’illuminazione era a cera nella lumiera e nei trionfi dei palchetti, ad olio sul palcoscenico. Il quale era più tosto angusto; aveva in giro gli stanzini degli attori, piccoli e malmessi, alcuni, invece di porta, erano difesi da una tendina; gli uomini stavano da una parte in tre stanzini comuni, le donne in due, pochi stanzini erano privilegiati. L’attrezzatura si componeva di tre o quattro scene con le rispettive quinte; le scene erano arrotolate in alto e trattenute da corde che penzolavano da un lato.
In quel tempo vi agiva una compagnia condotta da un siciliano, che godeva grande opinione di buon attore, e recitava nelle parti di padre nobile: si chiamava Domenico Minniti, era nato per così dire in teatro, perché era figlio di comici. I suoi attori erano siciliani, ma il “Tiranno” e la moglie erano napoletani, Antonio Zardo e Giuliana Buzelle, che in arte recitava da Beatrice. Era quasi tutta una famiglia, chè fra loro erano imparentati: padri, madri e figli recitavano o prendevano parte della compagnia come attrezzisti o trovarobe. Ma Floristella no; era una trovatella o per essere più esatti, una figlia dell’arte trovata in un angolo della porta di casa di Ferrazzano una sera al ritorno dal teatro.
Si rappresentava il “Don Chisciotte”, commedia tutta da ridere, che era il melodramma di Apostolo Zeno ridotto a commedia non certe innovazioni dal Minniti. Molte scene si facevano a braccio, fra cui quelle del Minniti e quelle del Ferrazzano. I personaggi avevano subito anche loro delle trasformazioni, e in generale lo spirito della commedia era reso più allegro dell’originale. Il duca aveva preso un nome, si chiamava “Asdrubale”, ed era rappresentato da Antonio Zardo; la duchessa si chiamava “Doralinda” e la sosteneva una attrice, Anna Saverino, “Don Chisciotte” era il Minniti, “Sancio Panza” il Ferrazzano, “Rosaura” Giuliana Buzzelle, “Lauretta” Stefania Corona, “Don Alvaro” Vincenzo Migliocco, “Florindo” Nino Pollione, “Donna Filomena” Carmela Grassa.
 
 
 
Luigi Natoli: Ferrazzano. Nell'unica versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 30 ottobre 1932.
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online.
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Luigi Natoli: La scoperta delle origini. Tratto da: Calvello il bastardo.


Del resto da quel punto incominciava per lui una vita nuova: Corrado Maurici, nonostante quel documento notarile, era morto, con Dorotea. Lo stesso giorno in cui se ne affermava l'esistenza legale, incominciava la vita Corrado figlio di ignoti: e Corrado figlio di ignoti, anche lui seme gittato al vento della vita, doveva separarsi interamente dal passato. Separarsi? E non era lì, in quel passato, il mistero della sua nascita, e della morte di Dorotea? Povera Dorotea! Non poteva pensare a lei senza sentir dentro di sè l'oscuro sospetto di un sacrificio grandissimo.

Il giorno dopo, uscendo dal quartiere, invece di recarsi dal notaio, andò a trovare don Biagio Perez. Il bravo uomo gl'ispirava una grande fiducia, per la simpatia che gli dimostrava; una simpatia paternamente affettuosa. Don Biagio, che era un uomo colto e aveva larghe conoscenze, poteva dargli uno schiarimento che desiderava. Lo trovò in casa, nello studio, intento a gettar giù la tela di una nuova commedia. 
Don Biagio lo accolse con cordiale espansione:
- Oh, caro sergente! che buon vento?
Ma si accorse del volto pallido e grave del giovane e dei segni di lutto sulla divisa.
- Che cos'è? Che v'è accaduto?
- Mia madre! – rispose tristamente.
Don Biagio, con una sorpresa dolorosa e compassionevole in volto, strinse le mani di Corrado, come per condolersi ed infondergli coraggio; poi sospirò e mormorò la solita frase:
- È un passo al quale tutti siamo costretti. Bisogna sopportare il dolore con fortezza.   
Stettero un minuto in quel silenzio pieno di parole che non si dicono; poi Corrado domandò:
- Avete conoscenza di araldica?
- Un po'.
- Se vi mostrassi uno stemma, riconoscereste a quale famiglia appartiene?
- Se è di nobiltà nostra, di Palermo, sì, certamente.
- Guardate.
Trasse dalla tasca della sottoveste la borsetta di seta, e la porse al Perez.
- L'avete trovata? – domandò, prendendola.
- Sì...
- E allora non vi sarà difficile restituirla. Scudo d'argento, con sbarra traversata all'angolo e squadra nera col vertice sopra... È 1'arme dei Calvello....
- Dei Calvello?
- Nobiltà di prim'ordine. Andrea Calvello coronò re Ruggero II, da allora in poi i Calvello acquistarono il diritto di portar sul cuscino la corona regale nelle solennità delle coronazioni. Non lo sapete?
- Calvello !... – ripetè Corrado sbalordito.
- Sono duchi di Melia e baroni dell'Arenella. Oggi rappresenta la casa don Goffredo Calvello e Eschero, che ha per moglie donna Laura Castello e Giglio. Il loro palazzo è alla Gancia... Un gran signore. Don Antonio, suo primogenito e futuro erede, sposò donna Rosa Caracciolo di Napoli...
Ma Corrado non udiva; dentro di sè ripeteva quel nome con uno sgomento del quale non sapeva darsi ragione...
 


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Nell'unica versione originale riveduta e corretta dall'autore e pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913

Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online.
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
 








Luigi Natoli: Il casotto delle Vastasate. Tratto da: Calvello il bastardo.


Il Casotto era lontano: giù a piazza Marina, quasi un miglio di strada. Era il teatro popolare, o, come si diceva anche, nazionale, dacchè la Sicilia era una “Nazione” per sè, e il dialetto era considerato come lingua nazionale.
Poiché i Signori avevano per loro i teatri di Santa Cecilia e di Santa Lucia, alcuni popolari avevano verso il 1780 fondato un teatro per loro; ed avevano costruito una grande baracca, nella piazza Marina, nella quale recitavano commedie in dialetto, spesso improvvisate, e delle quali i personaggi principali erano i facchini di piazza.
Facchino, in dialetto, si dice vastasu, vocabolo prettamente greco; vastasate si chiamarono quelle commedie, e Casotto delle vastasate il teatro.
Attori e commedie levarono grido.
Fino allora a Palermo non s'era mai visto nulla di simile. C'erano state vecchie commedie, recitate da comici di mestiere, nelle quali il tipo buffo siciliano era rappresentato dal solito Travaglino, o dal vieto Nardo; due maschere oramai insipide i cui lazzi e le cui buffonerie si ripetevan sempre gli stessi. Del resto le commedie non eran molte, e per riudirle bisognava aspettare qualche compagnia di comici randagi e disperati. Figurarsi dunque la sorpresa e il piacere di vedere sul palco non piú quelle maschere, ma personaggi vivi, che si vedevano ogni giorno: gli artigiani, i provinciali, e più i facchini di piazza col loro linguaggio, coi loro gesti, con le loro bestialità, i loro pettegolezzi, le loro baruffe, i loro piccoli intrighi! Un mondo nuovo!
E non eran mica del mestiere, gli attori; tutt'altro. Gente che di mattina attendeva ad altro ufficio, spesso in aperto dissidio con Talia: Giuseppe Marotta che era il capocomico, ed era un vero creatore di tipi, era portiere del giudice della Monarchia; Giuseppe Sarcì portiere dell’Imprese del Lotto; degli altri chi era operaio, chi sarto, chi povero azzeccagarbugli; e pure quanta verità, quanto sapore di arte spontanea in quei comici improvvisati!
Si capisce che la fortuna della Compagnia aveva acceso cupidigie ed emulazioni. Intorno al teatro del Marotta ne erano sorti degli altri; e altre compagnie si eran formate, ma invano: Marotta non ce n'era che uno, e don Biagio Perez, che era il poeta comico della Compagnia, non aveva competitori.
A questo teatro popolare si recava spesso Corrado, verso sera, quando era la stagione; e di solito lo diceva alla mamma, che talvolta lo accompagnava.
 
 
 
Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Nell'unica versione originale riveduta e corretta dall'autore e pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913.
Pagine 880 - Prezzo di copertina € 25,00.
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online.
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it

mercoledì 7 febbraio 2018

Luigi Natoli: Calvello il bastardo.

Calvello il bastardo è il primo grande romanzo storico di Luigi Natoli, pubblicato con lo pseudonimo di William Galt. Così come in tutti gli altri che seguiranno, l'azione si svolge in Sicilia ed è proprio la Palermo borbonica del 1792 a fare da sfondo alle avventurose vicende di Corrado Maurici, che lo portano da semplice sergente dei fucilieri nelle milizie reali, a erede, sebbene bastardo, di una delle più blasonate famiglie nobiliari di Sicilia: i Calvello. Nobiltà antichissima che aveva il privilegio, ancor prima della dominazione spagnola, di portare il cuscino con la corona nelle cerimonie d'incoronazione dei reali. Un grande nome, un grandissimo peso che condiziona la vita di Corrado facendola diventare avventurosa in tutte le sfaccettature del bene e del male. Una vita costellata da un grande amore, intorno al quale ruotano forti passioni, inestinguibili odi, amicizie saldissime, idee liberali e feroci vendette.
In questo romanzo compaiono tutti i temi cari a Natoli, in particolare quelli di eguaglianza e giustizia, di libertà e amore. Un amore assoluto per il popolo siciliano, perseguito e affamato dalla tirannide borbonica, e che da sempre insofferente alle dominazioni straniere e contagiato dalle idee rivoluzionarie francesi, muove con Francesco Paolo Di Blasi i primi moti d'insurrezione anelanti la libertà. Compare anche il netto contrasto fra la frivola e ricca nobiltà palermitana e la popolazione allo stremo delle forze, soggiogata da preconcetti e superstizioni secolari che il Natoli disprezza e combatte cercando di instillare l'orgoglio di appartenenza al grande popolo siciliano, democratico, libero e giusto.
E infine c'è l'amore dello scrittore per i grandi sentimenti positivi spesso messi a stridente confronto con i loro opposti, e così i binomi di odio e amore, pietà e malvagità, onestà e ingiustizia, prepotenza e altruismo, animano le pagine di questo romanzo fantasioso e al contempo reale, carico di colpi di scena con un finale del tutto imprevedibile e amaro. Un grande romanzo popolare, unanimemente riconosciuto fra i più belli e perfetti del genere. Dopo Calvello il bastardo seguiranno altri 26 romanzi, senza che il lettore percepisca che è la sua opera prima. Non troverà, infatti, un autore acerbo e pronto a maturare negli scritti successivi; non troverà alcuna evoluzione di pensiero o d’espressione stilistica, e questo perché Natoli, così come i veri geni dell'umanità, confeziona subito un romanzo perfetto che nulla ha da invidiare ai seguenti, non facendo trasparire alcuna crescita dello scritto o delle idee perché già maturo così. Creando gesta ed eroi che si imprimono indelebili nella memoria del lettore.

Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Grande romanzo storico siciliano.
Pagine 880 - Prezzo di copertina € 25,00.
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Grande romanzo storico siciliano.

Calvello il bastardo, il primo grande romanzo storico siciliano di Luigi Natoli, pubblicato a puntate dall'aprile al settembre del 1907 in appendice al Giornale di Sicilia con pseudonimo di William Galt, e in seguito riveduto e corretto dall'autore e pubblicato dalla casa editrice La Gutemberg in dispense nel 1913. Ed è in questa ultima ed unica versione originale che torna, dopo più di cento anni, in tutte le librerie e i siti di vendita online, ad opera della casa editrice I Buoni Cugini.
Pagine 880 - Prezzo di copertina € 25,00.
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it.
Scontistica riservata per librerie e biblioteche.
Copertina: disegno di Niccolò Pizzorno. Grafica di Daniele Calabrese. 

Luigi Natoli: I mille e un duelli del bel Torralba.

La prima e la seconda puntata, pubblicate sul Giornale di Sicilia il 1 febbraio 1926. 

Tranne qualche rara eccezione, tutti i romanzi di Luigi Natoli furono pubblicati in appendice al Giornale di Sicilia con lo pseudonimo di William Galt. Alcuni di questi ebbero la fortuna di essere stampati in libro grazie all'interesse di qualche casa editrice, mentre altri rimasero nelle ingiallite pagine del Giornale di Sicilia abbandonati ad un ingrato oblìo. A partire dal 2014 la nostra casa editrice, dopo un complesso lavoro di ricerca e ricostruzione, ha pubblicato questi romanzi dimenticati e finalmente lavori come Squarcialupo, Alla guerra!, Gli ultimi saraceni, sono stati restituiti al pubblico, alcuni anche a distanza di cent'anni. 
I mille e un duelli del bel Torralba è l'ultima di queste opere da noi strappata all'abbandono, ed oggi, a novantadue anni dalla sua prima apparizione sul Giornale di Sicilia, rivive per la prima volta in un libro incontrando nuovi lettori proprio come se si trattasse di un inedito. 


Pagine 456 - Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Luigi Natoli: Viene il re! Tratto da: I mille e un duelli del bel Torralba


Il mare formicolava di barchette piene di gente, e come già l’aria si annerava, si accendevano fiaccole, che punteggiavano di stelle rosse l’oscurità, e coi lunghi tremolanti riflessi frugavano dentro la cupa profondità dell’acqua. 
Aspettavano. 
Le torri di guardia avevano nella mattinata segnalato una flotta che inalberava vessillo reale, segno che v’era persona regia a bordo; il Vicerè, il Pretore, avevano subito mandato l’Aurora comandata dal capitano Giovanni Bausan, a vedere di che si trattava, e l’Aurora aveva portato la gran notizia; viene il re con tutta la famiglia reale!  
La notizia si sparse in un lampo per la città: il re! Viene il re!... Da sessantaquattro anni i Palermitani non avevano visto un re: i vecchi ricordavano Carlo III e le feste della incoronazione: di questo Ferdinando, non sapevano che faccia avesse, se non attraverso le monete. Non era mai venuto a conoscere i suoi sudditi siciliani. 
- Eh! – dicevano i saputi con sufficienza: – si è persuaso finalmente a venire; soltanto con la sua presenza può avere il denaro che gli bisogna!
- Sì ma ci son voluti più di due anni per persuadersene. 
- E non è una cosa confortante che egli venga per spremerci nuovo sangue! 
- Infine viene! È il re!... il nostro re!... e viene!
Le allusioni erano al parlamento, tenuto nel settembre che aveva votato due milioni di scudi, per spese di guerra; milioni che al re eran parsi insufficienti, sì che l’aveva rifiutati e aveva ordinato alla Deputazione del Regno (la quale eseguiva le leggi e sostituiva il Parlamento, quando le sessioni erano chiuse) di elevare la somma; ma la Deputazione aveva nettamente dichiarato che non avrebbe fatto cosa contraria ai deliberati del Parlamento. Fra le condizioni sotto forma di preghiere, che accompagnavano il milione c’era anche quella che il Re venisse in Sicilia. 
Ma le altre allusioni più amare si riferivano agli ultimi editti di Monsignor Lopez y Rojo arcivescovo di Palermo e luogotenente del regno, nell’aprile scorso, coi quali imponeva la requisizione di tutti gli ori e gli argenti dei privati, delle chiese, dei conventi di tutte le case pie o religiose, salvo i vasi strettamente necessari al culto, le posate e i gioielli personali, delle donne e degli uomini. 
Tutto l’argento, tutto l’oro doveva portarsi alla zecca: pena a coloro che non ubbidissero agli ordini sovrani, che occultassero quel che possedevano: premi ai delatori. Naturalmente questi editti colpivano i ricchi: non osando ribellarsi apertamente, s’erano sfogati con una pasquinata, che odorava di giacobinismo. Fecero infatti trovare il 16 aprile, alla colonna del Palazzo di città, e alle porte dei Ministri un cartello con questi quattro versi:

O v’aggiustati, tiranni la testa
O di li morti faremu la festa. 
E chi vuliti ‘mpuviriri a tutti?
Chi oru? Chi argentu?! Un ....

E dove son puntini, una frase sconcia. Ma i malumori, le minacce, la povertà, le tasse gravose, tutto spariva all’annunzio che veniva il re. Avere il re in Palermo, era un’altra cosa; gli si poteva parlare, gli si potevan mostrare le condizioni del paese, i bisogni, i mali. Era un fiorire di speranze, nelle quali si mescolava la soddisfazione di avere finalmente il re; di vedere da vicino questo personaggio, che fino allora era stato un mito. 
Purtroppo, in quel primo diffondersi della notizia, nessuno sapeva o pensò che quel re fuggiva vilmente dalla sua reggia, dalla sua città, prima ancora che vi giungessero le baionette francesi; che abbandonava Napoli nell’anarchia, in potere della plebaglia dei lazzari. Ma poi nel corso della giornata qualche cosa cominciò a buccinarsi; le mezze parole portate dal Bausan, diventarono a furia di commenti, di supposizioni, di deduzioni, racconti esagerati; la notizia che a bordo c’era un figlio del re morto, per cui questi ordinava che non si sparassero cannonate a salve, né si facessero feste, fece galoppare le fantasie; Napoli apparve come un covo di giacobini, nemici del re; la pietà per questo re che veniva a cercare la salvezza in Sicilia, toccò le corde della istintiva generosità; nessuno pensò alle gravezze, alla povertà, ai bisogni; tutti i cuori furono pervasi da un sentimento cavalleresco di offrirsi per la difesa del Re. E per questo la gente accorreva, empiva da porta dei Greci al Molo, si gettava sulle barche, aspettava da lunghe ore. 
Finalmente di dietro il faro, si videro scorrere nell’aria nera i fanali issati negli alberi dei vascelli reali; questi svoltarono un po’ al largo; poi entrarono in porto lentamente e maestosamente; l’Aurora, rimorchiava un grosso vascello su cui, nell’oscurità, si vedeva sventolare il vessillo reale. Era il Vanguardia. Da tutte le barchette si levò un applauso e grida di Viva il Re, a cui risposero dal lido altre grida di giubilo. 
La folla supponeva che i sovrani e la famiglia reale sarebbero sbarcati subito, e aspettava; ma da bordo fu detto che il Re era stanco e non sbarcava. La Regina sì. C’erano sul Molo i ministri del Governo di Sicilia, il Pretore, molti Signori. La Regina con la famiglia, il cavaliere Aiton, sir e lady Hamilton, e poca servitù, scese di bordo a mezzanotte. Appena pose piedi a terra, disse: – Son venuta fra voi; se non mi volete torno a Napoli! 
- No! no! viva la Regina! Viva il Re! – gridarono i signori agitando i cappelli, e ripetè la folla con un frenetico sventolìo di fazzoletti, cappelli e berretti. 
Maria Carolina sorrise mestamente; salì nella carrozza del Vicerè, e senza apparati, senza solennità ufficiali ma accompagnata dalla folla con le torce, si recò alla reggia per riposarsi degli strapazzi dell’orribile viaggio e dar tregua al dolore materno.
La folla stette ancora un poco, curiosando, poi cominciò a rientrare in città; ma gran parte invece di andarsene a dormire, rimase per le strade, improvvisando dimostrazioni e luminarie, applaudendo al Re, e battendo le mani anche alle carrozze dei signori che tornavano ai loro palazzi, preceduti dai volanti con le torce accese.
Fra coloro che erano corsi al Molo c’era il conte don Placido di Torralba, pari del regno, ricchissimo signore di parecchi feudi; il quale aveva condotto con sé il suo primogenito don Francesco, che sperava quella volta stessa, presentare al Sovrano. Egli aveva anche permesso che i due cadetti Fabrizio e Rodrigo andassero al Molo...




Luigi Natoli: I mille e un duelli del bel Torralba. 
Edito in unico volume dalla casa editrice I Buoni Cugini dopo 92 anni dalla prima ed unica pubblicazione a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 1 febbraio 1926. 
Un complesso lavoro di ricerca e ricostruzione che riporta alla luce un grande romanzo per offrirlo ai lettori di oggi proprio come se si trattasse di un inedito. Un inedito di lusso. 
Pagine 456 - Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

martedì 6 febbraio 2018

Luigi Natoli: Madonna Margherita Consolo. Tratto da:Mastro Bertuchello (Latini e Catalani vol. 1)


Una mattina, ascoltando messa nella chiesa di S. Maria Maddalena, alla Galca, messer Francesco vide entrare una giovinetta assai bella, e con certi occhi che trapassavan come dardi il cuore di chi la mirava. Era accompagnata da una vecchia, la nutrice forse o la nonna, ché poteva essere l’una o l’altra. Mastro Bertuchello che era un ragionatore conseguenziario, assicurava che quell’incontro fu la causa prima della quale, per filo di logica, dipesero tutti gli avvenimenti successivi. Che bisogno aveva il conte, allora giovane e avido di piaceri, innamorarsi sul serio di quella giovane? Bella, sì, lo era: ma anche le altre donne di cui egli si era incapricciato eran belle, e tuttavia messer Francesco non si era perduto dietro a loro. Prendeva e lasciava. Quella volta, no. Madonna Margherita Consolo non fu così facile a cedere: era una fanciulla modesta e riserbata; arrossiva quando vedeva il conte, e il suo volto si illuminava d’un sorriso di gioia: ma non osava neppure parlargli dalla finestra.
- Il pudore non è sempre una virtù angelica; – diceva mastro Bertuchello, quando ricordava i casi del conte; – qualche volta, anzi il più delle volte è un suggerimento del diavolo, per perdere gli uomini: perché l’uomo è la bestia più singolarmente caparbia in amore; e più si vede negato di cogliere il frutto, più si ostina a volerlo cogliere, a costo di commettere le più grosse corbellerie. Il conte perdette il giudizio. Diede qualche colpo di spada per sbarazzarsi di qualche competitore: e una notte entrò violentemente dalla finestra nella camera della fanciulla, e non ne uscì che all’alba. Voi crederete che soddisfatta la voglia e il puntiglio di messer Francesco fosse votato alla ricerca di qualche altro fiore? Nossignori! Quella fanciulla che pareva timida e vergognosa, doveva possedere qualche incantesimo; e avvenne la cosa più illogica per le abitudini del conte, quella cioè di rimaner fedele a madonna Margherita, fino al punto di toglierla con sé, in una sua casa, e convivere con lei, come fossero stati marito e moglie. Questo avvenne intorno al 1312. Io non ero ancora nato; e questi fatti mi vennero raccontati dai più vecchi. 
Nacque un primo figlio, al quale madonna Margherita volle che fosse posto il nome del padre, vezzeggiandolo in Franceschello. Il conte aveva giù toccato i trent’anni, l’età in cui gli affetti cominciano a diventar più saldi; quel figlio fu la sua gioia e il suo orgoglio; ma la bella Margherita gliene regalò un secondo, e si chiamò Aldoino, e poi un terzo, Manuele… il conte si vide crescere intorno una famiglia, che appunto perché illegale, lo circondava di carezze e di cure.
Certo la stirpe dei Ventimiglia non si sarebbe estinta; ma i conti di Geraci, i signori feudali sarebbero cessati con lui. Madonna Margherita non era nobile: e re Federigo, il quale vagheggiava pel suo favorito un gran maritaggio, non era disposto a riconoscere quella figliolanza.

Franceschello veniva su bello e vigoroso, che poteva essere insignito del vessillo e delle insegne comitali....
Quando il conte un po’ impacciato le annunziò la necessità di quelle nozze con madonna Costanza Chiaramonte, chinò il capo rassegnata, il conte non vide il lampo che quei begli occhi sfolgorarono prima di chinarsi, né le lagrime che luccicavano tra le palpebre. Vide quella sommissione inaspettata, quella mansuetudine silenziosa, e se ne commosse. Balbettò qualche parola:
- Tu intendi, Margherita, che…
Ma essa gli troncò la parola:
- Che bisogno avete di darmi una spiegazione? Voi siete il mio signore, e io vi debbo obbedienza, e far la volontà vostra… Solo… – e qui le tremò la voce – vi raccomando i miei figli, che sono pur vostri…
- Ma io non ti abbandonerò, io ti amerò per sempre, questa sarà sempre casa mia, e di questi figli li terrò sempre cari come la pupilla degli occhi miei…


Luigi Natoli: Latini e Catalani vol. 1 - Mastro Bertuchello. 
Pagine 575 - Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
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Nella foto: La dama velata di Raffaello Sanzio. 

Luigi Natoli: re Salvio e il tempio degli dei Palici. Tratto da: Gli schiavi.


Il tempio sorgeva in riva al lago sacro ad essi, che oggi si chiama di Nafta. Lago misterioso e terribile, come erano i due fratelli. Si stendeva in mezzo a una pianura, allora coperta di boschi, e circondata ogni intorno di monti. Le acque or sì or no cresciute, secondo le piogge, esalano un gas idrosolforoso per due zampilli, segno che trattasi di fenomeni vulcanici. La tinta fosca per l’argilla che ne costituisce il fondo, e l’odore bituminoso che il vento spande intorno, allontanano gli uomini e le bestie. Se talvolta pecore, lepri e conigli vengono per dissetarsi, vi muoiono. Questa virtù letale lo fece sacro agli antichi Siculi, che immaginarono nei due zampilli i numi dei due fratelli Palici, nati gemelli dalle viscere della Terra. E innalzarono un tempio, che coi suoi portici e con altri edifici durò sotto i Greci e sotto i Romani, venerato, oggetto di riti antichi e tremendi. Chi invocava la protezione dei Palici e si ricoverava nel loro tempio acquistava il diritto d’asilo: e non poteva essere non che rimosso, ma neppure toccato. Gli schiavi lo sapevano: fuggiti dai padroni correvano nel santuario, e non ne uscivano, se non quando i padroni giuravano migliori trattamenti; e la promessa fatta innanzi ai Gemelli era mantenuta.
A questi dei si recava Salvio, prima di metter piede in quella Triocala, che destinava a  capitale del suo regno. Non era lontano. Quando vi arrivarono, si celebravano solennemente due riti. Era costume dei Siculi, adottato dai Greci, di richiamarsi ai Palici per giustificare un fatto, di cui non potevano fornire altre prove, chiamandoli testimoni e giudici. Anche oggi si ricorre al giuramento per provare checchessia. Si trattava di due cittadini, uno di Catana, uno d’Agrigento. Quello di Catana era accusato d’avere rubato una pecora. Non v’erano testimoni, e il padrone della pecora, convinto che il ladro fosse quello, invocò gli dei Palici. Ed erano venuti. Il Catanese, in tunica e coronato di lauro, pronunziava la sua denegazione, al cospetto dei sacerdoti. 
- Chiamo gli Dei, veraci Gemelli, che se io mentisco, mi trascinino agli Inferi!
Indi, dette queste parole, si fece innanzi e si chinò, fino a toccare i due zampilli; ma si chinò troppo, impallidì, e, tra l’orrore degli astanti cadde nell’acqua e sparve. Le esalazioni, che si alzavano di tre palmi sul livello del lago, l’avevano ucciso; ma allora si credette che i Palici  avevano testimoniato e giudicato il ladro. 
L’Agrigentino era condotto agli dei Palici, perché dicesse se la sua testimonianza era vera. La vista della tragica fine del Catanese gli fece preferire l’altro rito. Scrisse egli ciò che aveva detto prima in una tavoletta, e chiamando i Palici, gittò la tavoletta nel lago. Sparve questa, fra mille giri, ma subito emerse, ondeggiando lievemente. L’Agrigentino aveva detto il vero. Allora risuonarono applausi ed evviva, e per poco non fu portato in trionfo. 
Salvio attese che le due testimonianze si compissero, e che i famuli cercassero di pescare il corpo del morto; intanto volgeva gli occhi per il vasto piano, sul tempio, sugli edifici annessi. Oltre la boscaglia, sul colle più vicino, scorse le macerie di una città. Era lontano dai suoi occhi, e non poteva discernere quello che rimaneva in piedi: non vedeva che un ammasso di pietre e qualche colonna diritta, che stagliava l’azzurro del cielo. E pensava. Quelle erano le rovine di Nea, la città di Ducezio, re dei Siculi insorti contro la supremazia dei Greci. Nea pareva destinata a raccogliere le aspirazioni dei Siculi, a ordinarle, a disciplinarle. Sorta all’ombra degli dei Palici, pareva dovesse conservare la forza e la terribilità. Era un regno e una religione: quello era sparito, questa subiva le trasformazioni greche.
Pensando Salvio alla sua gente, che aveva cento patrie, lontane l’una dall’altra, con città diverse, con iddii diversi, con lingue diverse, si domandava se con questa poteva far nascere un nuovo regno in Sicilia, quando dell’antico omogeneo di Ducezio non esistevano che rovine.


Luigi Natoli: Gli schiavi.
Pagine 387 - Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
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Luigi Natoli: Atenione e la seconda guerra servile. Tratto da: Gli schiavi.


Atenione intanto si preparava alla battaglia.
Giova qui ricordare questa battaglia, ricostruendola sui dati forniti da Diodoro Siculo e che fu la maggiore, se non la decisiva, combattuta in quella seconda guerra servile. 
L’esercito degli schiavi, uscito da Triocala, si aggirava intorno a quarantamila uomini, pei quali sopraffare diciassettemila Romani doveva essere un giuoco. Percorrendo una via tra valli e monti lungo l’Alba e, costeggiando quella che oggi dicesi Gran Montagna, guadando fiumicelli, si accampò alle radici dei monti Sicani, in un luogo che offriva modo di schierarsi. Il campo dei Romani era a dodici stadi di distanza. Il luogo era aperto, le foreste di querce e di faggi erano lontane; e più lontano ancora si levavano nel cielo nitido le creste dei monti detti oggi Genuardo e Trione.
Salvio divise il grosso delle truppe affidandolo a valorosi capitani. I frombolieri pose innanzi per affrontare i primi il nemico, dispose ai lati la cavalleria per appoggiare le truppe; duecento cavalieri scelti sotto il comando di Atenione stavano presso il re, per accorrere dove si manifestasse il bisogno. Salvio ordinò sacrifici agli Dei, che furono diversi, come diverso era il paese degli schiavi, ognuno pregando quella divinità a cui credeva. Iremisul pei Galli, Astarte pei Cartaginesi, Ares o Apollo pei Greci.
I Romani, di poco più di un terzo degli schiavi, formavano tre legioni, appoggiate dai Bitini, Tessali e Acarniani, e più dagli ottocento Lucani e dai Siculi, posti sotto Clepso valoroso ed esperto. Lucilio Lucullo ordinò propizi sacrifici a Giove, perché favorisse le loro armi, e interrogò gli aruspici. Le risposte furono come al solito sibilline, ma i Romani le interpretarono secondo le proprie aspirazioni.
Per più giorni i frombolieri dall’una parte e dall’altra si proiettavano ghiande di piombo, con iscrizioni: quelli di Salvio, per esempio, dicevano: “Pigliati questo”, o “A che venisti?” o “Viva trifone!”; quelli di Lucullo invece: “Va’ alla malora”, ovvero “Schiavo, pensaci”. Con i frombolieri si alternavano i veliti, armati alla leggera, che facevano delle scorrerie: preparazione necessaria, alla battaglia.
La quale finalmente eruppe come un fiume contenuto da un pezzo entro angusti confini, e che, cresciuto da piogge, improvvisamente dilaga. Prima i veliti attaccarono, seguiti dai frombolieri, i quali avevano ordine di ritirarsi dietro gli astari, quando questi si avanzavano. Da una parte e dall’altra si spiegavano i vessilli e le insegne; più numerosi e più ordinati quelli dei Romani atti alla guerra, sprezzanti del pericolo, persuasi che si battevano perché così voleva Roma, senza domandare il perché del loro sacrificio; si avanzavano disciplinati, fermi in cuore, sicuri. Erano pieni di spirito.
Gli schiavi non avevano questa unità. Patrie diverse, diversi i linguaggi e i costumi, essi non combattevano che per conservare quella libertà che avevano conquistato a prezzo di sangue e di rapine. Era la disperazione che presiedeva le loro azioni; sapevano di non trovare grazia presso i Romani: o la morte sul campo o crocifissi.
Il primo scontro fu tremendo; ogni Romano aveva contro più di due schiavi. Lucullo da un canto e Salvio dall’altro correvano a cavallo tra le file dei propri soldati, incoraggiandoli. Il Pretore aveva a fianco Cleone, i cui capelli grigi e il viso asciutto, solcato dai patimenti, aveva una espressione di fierezza, che poteva molto nei soldati. S’erano fermati, e guardavano l’esito della pugna, che era incerto. Dietro a loro stavano un mille uomini di riserva. 
- Che te ne pare del combattimento? – domandò Lucullo a Cleone.
Questi gli indicò a sinistra: la legione cedeva a poco a poco: si trattava di un aggiramento tentato dagli schiavi; riuscendo, i Romani erano perduti. Intuì il Pretore.
Si rivolse ai suoi e:
 - Avanti voi! – gridò.
E si lanciò alla sinistra.
La valanga umana, rovesciatasi da quella parte, trattenne le schiere che indietreggiavano, le incoraggiò, le voltò all’offensiva. Fu una ripresa violenta, irresistibile; spade e lance si cozzavano, si respingevano con furore cadevano da una parte e dall’altra, ma più erano gli schiavi; le armi romane non ferivano invano, il Pretore e Cleone correvano dove più era il pericolo; le loro spade non erano inoperose, il sangue rosseggiava sulle lame. Sotto l’infuriare della ripresa del combattimento gli schiavi cominciarono alla loro volta a venir meno alla difesa. Questo movimento a ritroso si propagò man mano nelle altre schiere, al centro e all’altra estremità.
Queste inutilmente avevano urtato i Romani. Sebbene più numerose, non potevano offrire che una fronte più ristretta; e non potevano distendersi per aver modo di combattere più agevolmente. Il fronte dei Romani era duro e non cedeva. Quando alla loro destra videro i propri compagni cedere ai colpi dei Romani, gli schiavi sentirono venir meno la loro fede nella vittoria. Cominciarono a ritirarsi: poi a fuggire.
Ma Atenione esclamò:
 - Vedremo fuggire i nostri dinanzi ai Romani?
E gridato ai duecento cavalieri: – A me! – si gittò come una furia contro i fuggenti rampognandoli fieramente. – Vergogna!… E che racconterete ai figli, che siete fuggiti in quarantamila contro diciassettemila?
Quei duecento cavalli, galoppanti in ordine serrato, arrestarono i fuggenti, si opposero alle legioni vittoriose, le assalirono. L’impeto li gettò contro di esse disperatamente; le spade si affondarono, spezzarono le loriche, percossero, piagarono, seminando la morte. Quei cavalieri parvero cosa meravigliosa, moltiplicatasi all’infinito. E avvenne l’effetto contrario a quello che prima si era manifestato; i Romani alla loro volta indietreggiarono; ma non si diedero per vinti. Intorno ad Atenione si affollarono i più per ucciderlo; molti sotto la sua spada caddero; egli fu ferito alle ginocchia da due soldati romani che volevano scavalcarlo e finirlo. Ma Atenione uccise i soldati e non cadde, pure non si sentiva più sicuro in sella. V’era intorno un mucchio di morti e di feriti, i cui gemiti si confondevano con le grida dei combattenti; e il mucchio aumentava. Atenione, sanguinante, lacero, pareva il genio della morte e della distruzione.
Lucullo, vedendo i suoi vacillare, corse in loro aiuto:
- Uccidetemi quell’uomo!
Atenione, assalito da ogni parte, colpito al petto, cadde col suo cavallo; altri caddero con lui.
- Dov’è Atenione? – Lo cercarono invano, poi una voce disse: – “È morto!”. – E allora lo scoramento improvviso si impadronì degli schiavi. Mancato l’animatore, l’invincibile, il coraggio venne meno; i cavalieri indietreggiarono, i fanti fuggirono. Nella fuga generale trascinarono cavalli e cavalieri. Per le vicende della battaglia i romani ripresero l’offensiva. Gli schiavi non si difendevano, si offrivano alla morte, generosa a chi moriva in guerra, ma ignominiosa a chi moriva in supplizio.
Era l’ora ottava; la fuga, nella quale il re Salvio che invano tentava radunare i suoi e ricondurli alla pugna, fu travolto, sottrasse parte dell’esercito alla carneficina, ma si contarono ben ventimila schiavi sul terreno; i Romani celebrarono il loro trionfo sul campo, ma non raccolsero il frutto della vittoria. Erano stanchi, rinunziarono a inseguire i fuggiaschi, e non riuscirono a sedare del tutto la ribellione.


Luigi Natoli: Gli schiavi. 
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venerdì 2 febbraio 2018

Luigi Natoli: nasce l'idea di creare un nuovo ordine massonico. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure.


Io passavo da una sorpresa all’altra, ritrovando in quel manoscritto una gran quantità di simboli, allusioni, verità nascoste e riferimenti ai dialoghi di Ermete Trimegisto e al vangelo di S. Giovanni, che avevo letto anche nei manoscritti del maestro Altotas, e pezzi dei salmi di David, e sentenze di Salomone, il tutto confuso con cognizioni di storia e di scienze ermetiche, in un curioso guazzabuglio, e con più curiose spiegazioni degli antichi riti egiziani e della missione dell’Oriente nella rigenerazione umana.
Non era un sistema, ma una regola; ma uno zibaldone di dottrina, di infantilità, di superstizioni, che se da una parte mi faceva sorridere, dall’altra mi aprirono uno spiraglio di luce; io vidi in un baleno che c’era da trarne partito, che tutto quell’arruffìo di cose poteva bene dipanarsi, e con l’aiuto dei libri di maestro Altotas, e attingendo dalla dottrina dello stesso Swe­denborg e ai riti della massoneria, se ne poteva cavare qualcosa di nuovo, di impressionante, di magnifico.
Quale? Non si determinava ancora nettamente. Forse un nuovo ordine. Era una cosa che bisognava pensare; e mi ci messi a pensare; tanto che ripresi la lettura dei manoscritti, e cominciai a leggere quello che fino allora non avevo ancora letto. 
Le logge seguivano tutta la stretta osservanza, ed eran sotto la protezione della Corte: sicchè era vano ogni tentativo di modificarle secondo quelle idee, che con la lettura dell’opuscolo di Giorgio Cafton, s’erano venute formando nella mia mente.
Qualche visita che vi feci mi confermò nella mia idea, che cioè l’illuminismo, che era la dottrina di queste logge, conduceva a una specie di ateismo sterile. Ma dove io concepii la necessità di una riforma, fu a Lipsia, dove udii dalla stessa bocca di Scieffort, la sua dottrina. Essa era un impasto curioso della dottrina del primo fondatore Giovanni Boheme – la quale ammetteva che l’uomo riceveva direttamente da Dio un lume speciale, per cui poteva da sé raggiungere la perfezione – di riti massonici, e dell’ordine fondato da Adamo Weisshaupt, qualche anno prima, che mescolando fra loro la dottrina dell’illuminismo e i riti massonici ne aveva cavato fuori una setta più politica che altro; e che pretendeva poter generare il bene dalle stesse cause che generavano il male.
Tuttavia io vi riscontravo qualche cosa che poteva servire ai miei scopi.
Io facevo come l’ape. Andavo suggendo qua e là ciò che mi poteva servire. Dal conte di Saint-Germain, come da Scieffort; da Swedemborg – e da costui presi anzi molto – come da Cofton; dagli alchimisti di cui studiavo i segreti, come dai libri di mastro Altotas; dalle mie conoscenze di medicina come da quelle cognizioni superficiali di storia e della Scrittura; da quella mia forza occulta, come dalle pratiche magiche di cui conoscevo i procedimenti.
Tutto ciò doveva servirmi nella esecuzione del disegno che già s’era fermato nella mia mente.
Una voce interna mi chiamava a compiere grandi cose; l’avvenire si schiudeva dinanzi a me; io mi lanciai animosamente nel nuovo cammino, con la sicurezza della vittoria...
 
Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure.
Pagine 880 - Prezzo di copertina € 25,00
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