lunedì 27 settembre 2021

Si aggiunge il trentaduesimo volume alla Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli: Viva l'Imperatore!

Ed ecco il trentaduesimo volume della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli edita I Buoni Cugini editori, nonchè ventitreesimo romanzo storico... Viva L'Imperatore! 
Ben 129 puntate pubblicate in appendice al Giornale di Sicilia, dal 29 gennaio 1925 al 13 luglio dello stesso anno, fedelmente trascritte, danno vita al volume di 527 pagine, impreziosito dalla bellissima copertina di Niccolò Pizzorno. 
Luigi Natoli, conosciuto anche con lo pseudonimo di William Galt, nonostante sia stato un fecondo letterato, storico, drammaturgo, brillante conferenziere e altro ancora è celebre al grande pubblico grazie al suo romanzo I Beati Paoli. L'opera, apparsa a puntate giornaliere in appendice al Giornale di Sicilia tra il 1909 e il 1910, creò nei lettori una sorta di aspettazione e dipendenza che accrebbe, soprattutto a Palermo, la fama dello scrittore. Conscio di questo e ubbidendo anche a delle necessità economiche, Natoli pubblicò quasi tutti i suoi romanzi in appendice al quotidiano della città, divenendo per molti anni il beniamino dei lettori. Appare chiaro che, quando il grande letterato all'età di settantadue anni si apprestò a pubblicare un nuovo attesissimo romanzo, il Giornale di Sicilia diede ampio risalto all'evento accrescendo così il desiderio della comunità. Infatti, a partire dall'11 gennaio 1925 e fino al 29 dello stesso mese, per ogni giorno, il Giornale reclamizzava "la pubblicazione in appendice dell'interessantissimo romanzo storico di William Galt: VIVA L'IMPERATORE!" e lo faceva con queste parole ridondanti che si riportano per intero

VIVA L'IMPERATORE!


è fra' romanzi di William Galt il più ricco di avventure. Con Federico II si chiude il tempo della cavalleria: i suoi poeti si possono considerare come gli ultimi trovatori: e, però il romanzo ha un suo non so che, che lo avvicina ai romanzi cavallereschi. Amori, audaci imprese, cortesie e crudeltà si intrecciano con una varietà mirabile e attraente, aumentando l'interesse del lettore. 

VIVA L'IMPERATORE!

con questo nuovo romanzo William Galt viene illustrando un altro periodo della nostra storia, seguendo un suo disegno. VIVA L'IMPERATORE! si inserisce fra GLI ULTIMI SARACENI IL VESPRO SICILIANO: è l'epoca di Federico II. Quando, come ha in animo, avrà illustrato la conquista araba e poi la normanna; e, risalendo più in su; la Sicilia Greca, la romana e la bisantina; e infine, per chiudere il ciclo, la Sicilia del primo ventennio del XIX secolo; egli potrà dire di avere illustrato tutta la storia di Sicilia; e allora, vista nel suo complesso e ordinata cronologicamente, apparirà quest'opera sua veramente monumentale e prodigiosa. 

VIVA L'IMPERATORE!

Rinaldo del Landro, Vanna, madonna Elena, madonna Eufemia, messer Paganello, Gualtiero di Urziliana, prete Matteo, prete Demetrio, l'Imperatore Federico, papa Gregorio IX, frati, suore, ed altri ed altri... Quanti personaggi in questo nuovo romanzo di William Galt! 

VIVA L'IMPERATORE!

è destinato a un grande successo! 

Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon, Ibs e tutti gli store online.
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi), Nuova Ipsa (Piazza Leoni) 

sabato 25 settembre 2021

Luigi Natoli nella parte del professore destituito Mauro Valdipena ne L'ironia della gloria: una commedia dal sapore autobiografico.

Ma sai tu perché questa inchiesta? Perché un professore farabutto che avevo smascherato, denunciò al Ministero che io durante l’anno scolastico non avevo fatto nulla a scuola… E quell’ispettore, che probabilmente aveva ricevuto l’imbeccata, si scandolezzò perché io avevo assegnato soltanto sedici temi di componimento invece di diciotto, quanti avrebbero dovuto essere; e mostrò un grande orrore nel constatare che non usavo segnar gli errori con la matita azzurra!... Una cosa che gli avrebbe fatto drizzare i capelli, se li avesse avuti!... Io gli dissi che non davo alcun valore a quei segni inutili, e che non trovavo alcuna relazione fra i segni azzurri e la mia capacità intellettuale e professionale. Egli mi diede dell’ignorante; e io, naturalmente, gli detti del cretino… E non mentivo!... Al vedersi riconosciuto, l’ispettore montò in bestia: mi intimò di uscire: io persi la pazienza, e gli tirai il calamaio in faccia… Ma me ne son doluto, poi… 
Mi son doluto di avere sciupato sopra un imbecille tanto inchiostro, col quale si sarebbero potuto scrivere bellissime cose. 
Lavorerò: vivrò del mio lavoro; del lavoro che amo, e pel quale son noto. Ho dati troppi anni al Ministero; i più belli, i più vigorosi; gli ho dato probabilmente il mio avvenire; perché sballottato di qua e di là, per paesetti dove non trovi neppur un libro, son diventato un vero ignorante; e perché nell’insegnamento mi sono incanaglito e ho spenta la mia fantasia. Ora voglio un po’ rifarmi; voglio rivivere i miei sogni… 
La lontananza dai centri di cultura, e la scuola mi han costretto a un lungo silenzio, nel quale sono stato dimenticato… Ora sono apparso come un uomo nuovo, a quarantasei anni, in mezzo ai giovani che han fretta di farsi innanzi, e che ti guardano con diffidenza o con compassione. Scrivo perché ho bisogno di dare una espressione ai fantasmi che mi si affollano nel cervello. E non sono io che li chiamo, vengon da sé, e picchian forte per uscire rivestiti di forme… E poi son quelli i momenti in cui godo: perchè vivo la vita delle mie creature, mi caccio nelle loro avventure, piango, rido, amo, odio con loro… e dimentico la realtà che mi circonda con tutte le sue miserie. Parlo con te, che intendi questi misteri dello spirito…


L'ironia della gloria (commedia in tre atti) fa parte di Cappa di PiomboOpera inedita che raccoglie tutte le opere teatrali in italiano, mai pubblicate prima ad esclusione de “Il conte di Geraci”. Un’ampia premessa dell’editore spiega il lavoro di ricostruzione dell’opera, costruita e fedelmente copiata dai manoscritti dell’autore.
Il volume comprende:
Il conte di Geraci - scene medievali in due atti
Cappa di Piombo - commedia in tre atti
L’ironia della Gloria - commedia in tre atti
Quannu curri la sditta! - sceni di vita paisana, commedia in quattro atti
Il numero 570 - scene drammatiche in due atti
Pagine 312 – Prezzo di copertina € 21,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon, Ibs e tutti gli store online.
In libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Nuova Ipsa (Piazza Leoni), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15)

 


giovedì 23 settembre 2021

Luigi Natoli: Re Martino e il cavaliere dal cuore sanguinante. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca

 
Allora squillarono più alto le trombe, e improvvisamente, fra gli applausi della moltitudine, entrò nell’arena il re, sfolgorante nelle armi, con la visiera alzata, la sciarpa tricolore alla cintura, la lancia sulla coscia. Il suo cavallo veniva col passo largo, battendo le zampe con superbo fragore, facendo ondeggiare la gualdrappa purpurea, guarnita di ricami d’oro, e squassando la criniera arricciata, e ornata di nappe di seta.
Il re era bello. La giovinezza e la maestà si fondevano sul suo volto; l’ardire e il desiderio di gloria brillavano nei suoi occhi.
Entrando nell’arena, i suoi occhi corsero alla loggia reale, dove la regina lo seguiva trepidando e commossa di piacere, di gioia, di orgoglio, di amore.
Preceduto dagli araldi, seguito da scudieri, Martino cavalcò di trotto per l’arena, percotendo l’arma di messer Sancho de Lihori, che s’era mostrato il migliore cavaliere, e pareva dovesse essere il trionfatore del torneo.
Era una distinzione onorifica che il re concedeva al prode catalano, da lui elevato alla dignità di grande almirante, e riserbato ad altri e più lucrosi benefizi.
Per tutto il teatro corse un palpito di trepidazione, quando i due cavalieri, abbassate le lance, corsero l’uno contro l’altro. L’incontro parve terribile; le lance, arrestatesi violentemente alla goletta, si spezzarono, senza che nessuno dei due cavalieri avesse dato segno di vacillare. Essi parvero fusi in un pezzo coi loro cavalli.
Spezzarono così tre lance per uno; ma alla terza, messer Sancho de Lihori si piegò alquanto indietro sull’arcione, senza per questo uscire dagli arcioni. Bastava.
Da abile cortigiano, egli smontò dal cavallo, e inginocchiatosi dinanzi al re, gli porse la sua spada.
Allora da tutta quella folla si levò una vera tempesta di applausi e di evviva al re.
Quello spettacolo empiva di maraviglia il paggio Esteban; e la sua attenzione in quel momento era attirata da quello stendardo nero e da quel palvese lugubre, che finora erano rimasti soli, intatti, tristi, come fossero stati un segno di morte. Egli e mastro Cecco di Naro, nell’entusiasmo generale, erano i soli che guardavano quello stendardo, sebbene l’uno con una intenzione diversa dall’altro. Mastro Cecco era accigliato, e sotto l’aspetto torbido, nascondeva la sua inquietitudine; Esteban era soltanto stupito, non sapendo spiegarsi che cosa significasse; ma ecco a un tratto balzar fuori sull’arena un nuovo cavaliere, e portando alla bocca un corno, soffiandovi forte, alla maniera antica.
Tutti si voltarono.
Il cavaliere lasciato cadere il corno al suo fianco, abbassò rapidamente la visiera, e alzò in aria la lancia.
Nere le piume ondeggiavano sul cimiero; nera la veste, nera una grande sciarpa che gli cingeva i fianchi: la bordatura e la gualdrappa del suo cavallo erano anch’esse nere. Soltanto sullo scudo aveva il cuor sanguinante attraversato dalla banda nera.
Lo scudiero che gli portava dietro le lance di ricambio, era anch’esso vestito di nero.
Un fremito di stupore e quasi di terrore percorse le logge e le gradinate. Quell’apparizione aveva qualcosa di fantastico, di misterioso, di superumano.
Esteban rabbrividì: Giaimo aggrottò le sopracciglia e non trovò la facezia; Tarsia sentì il cuore batterle con violenza; la Regina Bianca impallidì.
Solo mastro Cecco di Naro mandò un sospiro di soddisfazione:
- Finalmente!
A quel primo senso di stupore, tenne dietro quasi subito un movimento di curiosità:
- Chi è? chi è?
Ma non trovarono altra risposta che quella dipinta sotto il palvese: il cavaliere dal cuor sanguinante...


Il Paggio della regina Bianca – Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1401, quando è appena tramontata la grande epoca chiaramontana. L’opera è ricostruita e trascritta dal romanzo originale pubblicato della casa editrice La Gutemberg nel 1921.
È la presunta storia di Giovannello Chiaramonte, figlio di Andrea, che cerca di risollevare la gloria del suo casato contro il gran giustiziere Bernardo Cabrera, il re Martino e la regina Bianca di Navarra.
Pagine 702 – Prezzo di copertina € 22,00
Tutti i volumi della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli sono disponibili al sito ibuonicuginieditori.it
È possibile ordinare alla mail ibuonicugini@libero.it, al cell. 3457416697 o inviando un messaggio whatsapp al 3894697296. Consegna a mezzo corriere in tutta Italia
Disponibili su Amazon Prime o al venditore I Buoni Cugini, su Ibs, e in tutti i siti vendita online.
Disponibili a Palermo in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Nuova Ipsa (Via dei Leoni 71), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi n. 15), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella n. 15), Enoteca Letteraria Prospero (Via Marche 8)
Per qualsiasi informazione: ibuonicugini@libero.it – Cell. 3457416697 – Whatsapp 3894697296
Le librerie possono acquistare contattandoci alla mail oppure possono rivolgersi al nostro distributore Centro Libri (Brescia)

martedì 21 settembre 2021

Luigi Natoli: Le teorie sulla medicina del Conte di Cagliostro. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure.

 
Le malattie son dentro; s’annidano nelle viscere, nel sangue, nei nervi, in tutto quello che è celato ai nostri occhi, e di cui non possiamo avere la visione precisa. Ma l’anima di chi è ammalato vede e sa dove il corpo è ammalato e di che; bisogna dunque, più che l’invisibile del corpo, leggere nell’anima, domandare all’anima la sede delle sofferenze, ricercare nel suo muto linguaggio la rivelazione di ciò che è celato ai nostri sensi limitati. 
Questo io facevo. Mi bastava guardare fisso negli occhi l’ammalato perché una luce si facesse nella mia mente, e io vedessi il suo male, e acquistassi la sicurezza di vincerlo. Questa sicurezza passava dal mio spirito in quello dell’ammalato: egli se ne andava con la medicina da me somministrata, pienamente certo di guarire. 
Ho detto che io somministravo le medicine; di fatto io non davo le ricette scritte; poiché queste costituivano già un segreto, non era conveniente né utile metterle in mano di uno speziale, che avrebbe potuto servirsene per fabbricare specifici a suo benefizio: i quali, oltre al danno materiale, me ne avrebbero recato uno morale molto maggiore, giacchè somministrati a caso, senza conoscer veramente la natura del male, cui io adottavo la medicina, avrebbero con l’insuccesso e anche, forse, con la morte, messo in discredito i miei rimedi e me. Io mi provvedevo delle erbe, degli estratti, delle polveri, di tutto ciò che era necessario; fabbrica­vo da me, coi processi alchimici l’olio di zucchero; componevo le me­dicine, in forma di beveraggi o di pillole, la cui formula, per ciò, rimaneva un mio segreto. Il che per altro ne aumentava il valore. Se la gente avesse saputo che, per esempio, in quelle pillole mira­colose c’entrava della polvere di radici di cicoria, di indivia, di calcitropia,  o anice o aloe, o altre cose così semplici e di niun costo, avrebbe perduto la fede nella mia medicina, e l’avrebbe disprezzata. Il mistero del segreto invece le dava maggior credito e mi permetteva di farla pagare ai ricchi un prezzo veramente favoloso. I ricchi pagavano pei veramente poveri, ai quali som­ministravo gratuitamente i medicinali. 
A nessuno domandavo un compen­so per le mie visite. Naturalmente i veri poveri rimuneravano la mia gene­rosità con benedizioni sincere; i bor­ghesi, per la natural albagia spagnola, non volendo parere ingrati o pitocchi, mi ricambiavano con regali  di polli, salsicce, formaggi, vini, stoffe, sicchè non spendevo più nulla per il mio vitto quotidiano; i ricchi, i signori, si di­sobbligavano magnificamente con regali di gioielli e di argenteria. Nella preparazione dei medicinali non mi facevo aiutare da nessuno, sal­vo che un po’ da Lorenza. Io li preparavo di notte. 
Io non avevo bisogno di interrogare gli ammalati per capire qual fosse la loro malattia; se rivolgevo qualche domanda era per seguir l’usanza dei medici, e per dare una soddisfazione agli ammalati stessi: ma in verità mi bastava guardarli fissi, perché la natura delle loro sofferenze mi si rivelava come in un libro. Era una specie di divinazione, che stupiva anche me stesso. Così non sentivo il bisogno di ricorrere a medicine: invocavo l’ispirazione del cielo, imponevo le mani sul capo dell’ammalato, gli dicevo: 
- Va tu sei guarito. 
Come avvenisse non so; il fatto è che se ne andavano veramente guariti. Ciò aveva del miracoloso; il popolo diceva che io ero un santo o un mago. Ma un mago non invoca Dio, e non compie opere di carità. Io oltre a guarire i poveri, davo loro dei soccorsi di danaro; dunque ero un santo!... 
Voi non potete immaginare la folla che assediava la mia casa; empiva l’ingresso, la corte, il vestibolo, il salone. Centinaia di sventurati privi d’ogni soccorso. Io li ascoltavo a uno a uno, senza perdere una parola; entravo nel laboratorio per un istante e ne ritornavo con una quantità di medicine, che dispensavo, dando a ciascuno la sua e ripetendogli quel che egli aveva riferito del suo male. La mia memoria era veramente prodigiosa. 
Donde e come nascesse non so, ma ero animato da uno spirito di carità straordinario. A una povera donna, venuta a implorare il mio soccorso, perché aveva il marito in prigione per debiti, diedi il denaro per liberarlo. Questo e altri fatti simili e la mia generosità verso gli ammalati poveri, rialzarono la mia figura e davano un prestigio d’evangelo alle mie parole; cosicchè il mio apostolato per diffondere la massoneria egiziana, ed essere riconosciuto come il Gran Cofto, trovava un terreno favorevole.



Luigi Natoli:  Cagliostro e le sue avventure – Romanzo storico siciliano ambientato nel 1700. È la storia di Giuseppe Balsamo, alias Conte di Cagliostro, narrata dal protagonista come la lettura di un Diario. L’opera, in una edizione totalmente restaurata dal titolo all’indice, è costruita e trascritta dal romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914.
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Pagine 881 – Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store on line
In libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Nuova Ipsa (Piazza Leoni), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi) 

Luigi Natoli: Le origini del conte di Cagliostro. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure

 
Per restringere la mia parentela, e perchè sappiate che il titolo di Caglio­stro non è meno mio di qualunque al­tro, voglio farvi un breve albero ge­nealogico della mia famiglia.
Anche nella Bibbia e nei Vangeli si comincia con l’albero genealogico. Io non risalgo ad Abramo e Noè, la pa­rentela dei quali per altro non respin­go; ma scendo a tempi assai più vicini.
Carlo Matteo Martello ebbe due fi­glie, una, Maria andò sposa di don Giu­seppe Bracconieri, morto nel 1754; l’altra, Vincenza, si maritò in don Giuseppe Cagliostro di Novara Sicula, e fu la mia buona madrina.
Dal matrimonio di Maria col Brac­conieri nacquero quattro figli, due ma­schi Antonino e Matteo, miei zii, e due femine; Felicia Bracconieri, mia madre, che andò in moglie a don Pie­tro Balsamo, e Maria che fu sposata al signor Filippo Abate di Termini.
Dicono che il mio nonno paterno Antonino Balsamo fosse un libraio molto noto in Palermo. Non so, e non mi importa saperlo. Mio padre era un mercante.
Le nozze di Felicia Bracconieri e di Pietro Balsamo furono feconde di due figliuoli: Giovanna Giuseppa Maria, mia sorella, che poi – a quanto ne ho saputo – si è sposata con un Giovan Battista Capotummino, ed io.
Io nacqui a Palermo, il 2 giugno 1743 nella casa paterna, in un vicolo che allora prendeva il nome da una ce­lebre taverna detta della Perciata, nelle vicinanze dell’ospedale dei frati Benfratelli. Fui battezzato sei giorni dopo alla Cattedrale dal parroco don Diego Mezzopane e fui tenuto a battesimo da don Giovan Battista Barone e dalla zia Vincenza Cagliostro che, non potendo venire personalmente, si fece rappre­sentare per procura.
Nel battesimo ebbi imposti i nomi di Giuseppe, Giovan Battista, Vincen­zo, Pietro, Antonino e Matteo.
Troppi nomi per un uomo solo. I miei mi chiamarono sempre col primo.
Se nel corso della mia vita io assun­si cognomi diversi non c’è dunque da stupirsi. Dal momento che era piaciuto ai miei parenti di caricarmi di tutti quei nomi che io non domandavo, per­chè mai non potevo io concedermi di mia volontà quelli che mi piacevano?
Questi particolari sulla mia nascita risulterebbero dalla fede di battesimo, che fu domandata in occasione del mio matrimonio; ma io ho sempre dato uno scarsissimo valore a questo docu­mento insignificante per la vita di un uomo.
Per un pezzo io stesso credetti di essere nato a Termini o a Messina o a Malta; ma poi mi son persuaso che, per quanto la fede di battesimo assicuri il luogo e la data della mia nascita, è da sciocchi cercare quando o dove la mia personalità abbia avuto origine. Io l’ignoro. Io sono stato sempre e la mia patria è il mondo.



Luigi Natoli:  Cagliostro e le sue avventure – Romanzo storico siciliano ambientato nel 1700. È la storia di Giuseppe Balsamo, alias Conte di Cagliostro, narrata dal protagonista come la lettura di un Diario. L’opera, in una edizione totalmente restaurata dal titolo all’indice, è costruita e trascritta dal romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914.
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Pagine 881 – Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store on line
In libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Nuova Ipsa (Piazza Leoni), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi) 


mercoledì 1 settembre 2021

Luigi Natoli: La morte del prigioniero. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure.

Era morto alle tre del mattino del 26 agosto; e nel pomeriggio lo manda­vano a seppellire. Come eretico e sco­municato, non gli toccava sepoltura cristiana, tanto meno accompagna­mento di prete o lume acceso. E nep­pure una bara.
- Bara? – aveva esclamato con fiero sdegno il governatore Semproni; – un cane di quella specie volete tra­sportarlo in una bara? Se mai, ficcatelo in una cesta, in un sacco e andate a buttarlo dove sia!... È anche trop­po, questo.
Giammaria, sebbene anche lui so­praffatto dall’orrore superstizioso per quella morte fuor del grembo della Chiesa, ebbe nondimeno un senso di pietà. Pregò i quattro inservienti di adagiare il cadavere su quella mezza imposta; cosa che essi fecero perchè tornava loro più comodo.
Così vestito come era, e, per dileg­gio, come aveva ordinato il governato­re, con la barba posticcia in volto, lo portavan dunque a seppellire fuori del castel­lo, fuori della città, sul pendio a occi­dente, fra le due torri di vedetta che sorgevano quasi sul ciglio della collina.
Non un cencio lo copriva. Era uso portare i cadaveri scoperti; ma quello del prigioniero faceva orrore.
La gente, al passaggio del triste corteo, si allontanava con un senso di terrore o di ribrezzo. Qualcuno si se­gnava come per cacciare il demonio: qualcuno più audace, per curiosità, si pose a seguire i seppellitori.
Il caldo era grande, per essere la strada saettata dal sole; e il cammino faticoso, per essere in pendìo, fra le macchie, sasso­so, e con un peso indosso. I seppellitori sudavano.
Giù, presso una delle torri, v’era una osteria, che prendeva nome da un pozzetto lì accanto. I seppellitori si die­dero la voce; deposero la mezza impo­sta col morto sul parapetto del pozzo, ed entrarono nell'osteria a bere, ce­liando.
I curiosi si fermarono a guardare il cadavere di quel prigioniero che era stato oggetto di terrore, e sul cui volto giallo, disfatto, mostruoso con quella barba posticcia, ronzavano e vi posava­no le mosche: guardavano con una va­ga paura, ma soprattutto con curiosità, e con un senso di stupore, non veden­do nulla di straordinario e di terribile in quella miserabile parvenza d’uomo.
I seppellitori, ristoratisi, uscirono, e risollevarono il morto su le spalle, con moto uniforme, ripresero il cammino.
Dovevan seppellirlo sul ciglione, fra le due torri, che si chiamavano il Palazzetto e il Casino, a eguale distanza dall’una e dall’altra. Il punto preciso era stato già segnato.
Ivi giunti, posta per terra l’imposta, due portatori, con zappe e vanghe che avevan portato, scavarono una fossa non molto profonda; indi sollevata la mezza imposta pei quattro angoli, e piantatisi alle estremità della fossa, ve la calarono giù.
Uno dei seppellitori prese un sasso e l’adagiò come un guanciale sotto il capo del prigioniero; e gli distese sul volto un vecchio fazzoletto.
Queste le ultime pie onoranze: poi le vanghe buttarono terra e terra e copersero il corpo, e colmarono la fossa.
Tutti e quattro calcarono coi piè quella terra perché diventasse più compatta; poi se ne andarono zufolando, e dietro a loro i pochi curiosi che li avevano seguiti.
Quello stesso giorno con un corriere straordinario al legato pontificio d’Urbino e al cardinal vicario in Roma monsignor Francesco Saverio Zelada, fu dato annuncio della morte del prigioniero.
Giammaria domandò il favore di essere scelto per andare a Roma; ma il governatore Semproni, per un capriccio, si oppose. Il giovane guardaciurma se ne dolse vivamente, e sembrando il suo, atto di ribellione, ne ebbe la prigionia. Fu peggio. Gli parve che il governatore gli impedisse di far fortuna: gli parve che l’odio che aveva perseguitato il prigioniero, perché voleva arricchire i poveri, ora perseguitasse lui che era sul punto di arricchire: e il suo animo si rivoltò.
Non avendo potuto ottenere l’incarico di andare a Roma, né potendo ottenere una licenza, appena uscito di prigione, Giammaria, col pretesto di far una passeggiata, uscì da San Leo, discese giù nella valle, e a piedi, col manoscritto del prigioniero legato al cinto, prese la strada di Roma.



Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure – Romanzo storico siciliano ambientato nel 1700. È la storia di Giuseppe Balsamo, alias Conte di Cagliostro, narrata dal protagonista come la lettura di un Diario.
L’opera, in una edizione totalmente restaurata dal titolo all’indice, è costruita e trascritta dal romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914.
Pagine 881 – Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store on line.
In libreria presso La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella), Nuova Ipsa (Piazza Leoni) 

Luigi Natoli: La prigione di San Leo. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure. Romanzo storico

S
an Leo s’adagiava sulla cresta di Montefeltro, colle staccato dalle giogaie dell’Appennino, cinto di valli, arduo a salire, e da una parte tagliato a picco. Sulla vetta più alta, a oriente del borgo, da cui è separata da un pendìo sparso di macchie e di cespugli, si alza la fortezza, che dal lato opposto domina la rupe a picco. Da questo lato, che non ha salita, e dove bisognerebbe aver ali per giungere, la fortezza appare come un insieme di fabbricati massicci, addossati gli uni sugli altri; ma dalla parte del borgo, essa si presenta in un aspetto guerresco, con due grandi torri circolari di qua e di là dalla cortina merlata, e il mastio massiccio in mezzo, difeso da torricelle quadrangolari.
La fortezza o castello era come l’acropoli del vecchio borgo, che, più a valle, era difeso anche da muraglia e da altri fortilizi a tramontana e a occidente, prime sentinelle in difesa dell’inespugnabile castello.
La prigione dell’ “eretico” era nel mastio; era una cella larga tre passi, o poco più, con la volta alta una statura d’uomo e mezza; e una finestretta a quattro palmi dal suolo. Il prigioniero poteva quindi affacciarvisi comodamente e guardare lo spazio libero ed ampio. L’occhio scendeva giù fra le macchie, errava sui tetti e per le strade del borgo sottostante, si fermava a guardare il duomo e l’alta torre; poi scorreva oltre, guardava i due fortilizi, dei quali sapeva già il nome: il Palazzetto e il Casino; e vedeva indi come un taglio, come una grande fenditura, che isolava il monte. Indovinava che in fondo vi correva il fiume: più oltre ne vedeva fra poggi e boscaglie luccicare l’argento delle acque.
E più lontano ancora poggi e colli si succedevano come in uno scenario, degradando in tinte più azzurrine e più sfumate; e sull’orizzonte si disegnava di qua la Carpegna, di là, più in fondo la linea degli Appennini. L’occhio non poteva scorgere che meno della metà dell’orizzonte; ma quanti desideri tormentosi! Fra quei colli, sopra un monte era S. Marino, la piccola repubblica; più oltre, a occidente, lo stato di Toscana; alle sue spalle l’Adriatico. Erano la libertà e la salvezza!...
Il prigioniero era un uomo di una cinquantina d’anni, dai lineamenti energici, ma d’aspetto logoro ed emaciato; la fronte ampia e piana, il naso leggermente curvo all’apice e largo alla base, gli occhi neri, profondi, con un lampeggiare strano fra le ciglia nere e spesse; la mascella quadrata, parevano gli avanzi di una bellezza maschia e dominatrice; simili ai ruderi di un antico nobile edificio, rovinato dalle ingiurie degli uomini e del tempo. A giudicarne dallo spazio occupato nel letto, doveva essere di statura piuttosto bassa; ma aveva l’ossatura delle spalle larga e il petto ampio sebbene scarno. Nell’insieme rivelava una costituzione forte e vigorosa, resistente ancora ai patimenti che ne consumavano la carne e ne scoloravano il sangue. Da quando era entrato nel forte, ed eran quattro anni, dopo un processo laborioso, Giammaria era la prima persona con la quale discorreva; per quattro anni era stato relegato nel silenzio della segreta, guardato con disprezzo e terrore; oggetto di scherni e di crudeltà, contro le quali non poteva reagire. Nessuno doveva parlare con lui; neppure il barbiere, che una volta al mese radeva i prigionieri, non già per igiene o per decenza, ma perché la barba era segno di giacobinismo.
Aveva dovuto infingere una rassegnazione che non sentiva; ma era forse effetto della debolezza fisica, questa che gli pareva forza di rassegnazione.
La condanna era crudele; oltre alla segregazione in quella piccola, fetida, umida segreta, senza altro mobile che un banco di pietra sul quale era disteso uno schifoso pagliericcio; era obbligatorio il digiuno rigoroso per tre giorni della settimana: pane e acqua negli altri, una minestra di legumi nauseabonda le domeniche. La sua salute ne aveva sofferto; i suoi muscoli, la sua carne se ne erano logorati. Egli non poteva sorreggersi con la speranza di una liberazione prossima o lontana che fosse...



Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure. Romanzo storico ambientato nel 1700. È la storia di Giuseppe Balsamo, alias Conte di Cagliostro, narrata dal protagonista in prima persona. L'autore si "immerge" in modo tale nel personaggio da rendere il romanzo un'autobiografia. L’opera, in una edizione totalmente restaurata dal titolo all’indice, è costruita e trascritta dal romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914. 
Pagine 881 – Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store on line.
In libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella), Nuova Ipsa (Piazza Leoni) 

martedì 24 agosto 2021

Luigi Natoli e i due romanzi Il Vespro siciliano e Alla guerra!: stessi atti di ferocia commessi nel 1282 e nel 1914

Luigi Natoli dal 17 ottobre 1914 al 9 ottobre 1915, pubblica in 204 puntate in appendice al Giornale di Sicilia il romanzo Alla Guerra! (pubblicato per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori nel 2014). Il romanzo non è ambientato in Sicilia, ma nella Francia e nel Belgio invasi dalla Germania. Nello stesso periodo riprende “Il Vespro siciliano” che pubblica nel 1915 in dispense con la casa editrice La Gutemberg, in una versione “riveduta, corretta, rifatta, ampliata, aggiunta”. Perché?
L’autore nota diverse similitudini tra i fatti storici narrati: l’invasione della Sicilia da parte dei francesi nel 1269 e l’invasione del Belgio da parte dell’esercito tedesco nel 1914. E conclude con la nota numero sette (soppressa nelle precedenti edizioni) la descrizione della strage di Agosta: Questo commisero nel duecento, tempi di ferocia, Francesi e Provenzali ad Agosta; questo han commesso nel novecento, tempi di civiltà, i soldati della civilissima Germania nel Belgio, in nome del loro “vecchio Dio!”
Nel romanzo Alla guerra! tanti sono i tragici episodi descritti dall’autore durante l’invasione tedesca, a partire dalla presa di Charleroi. “Grosse pattuglie percorrevano le strade ingombre di macerie, di mobili fracassati, di cadaveri, che non si era avuto il tempo di portar via: coi calci dei fucili percotevano le porte chiuse; più spesso le atterravano: gli ufficiali con le rivoltelle in pugno, i soldati coi fucili spianati, gridando minacciosamente entravano; frugavano perfino sotto i letti, dentro i grandi armadi, dentri i camini! scassinavano i mobili a colpi di baionetta, intascavano quel che trovavano; intanto che l’ufficiale o un sottoufficiale interrogava minacciando, i poveri abitanti, per lo più donne, vecchi e fanciulli, raccolti in una stanza atterriti e tremanti”.
Il furto del cibo ai civili: “C’era però qualche cosa da portar via negli armadi, nelle casse, nella credenza!... Chi giungeva pel primo prendeva. Quei poveri soldati avevan sempre fame e sete; dovunque assalivano prima di tutto le credenze e le cantine; e avevan le tasche ampie; come i loro stomachi: c’entrava sempre roba!... Quella che non c’entrava si rompeva, si lacerava, si bruciava, si distruggeva. Bisognava far sentire a Charleroi quanto pesasse il pugno tedesco in collera: Charleroi aveva per due giorni infranti gli sforzi tedeschi, e meritava una punizione. Tutta la città ancora fumante, era in-vasa da orde di saccheggiatori: qua e là rimbombavano colpi di fucile o di rivoltella: un francese scovato? No: qualche borghese che aveva protestato; qualche donna che aveva forse difeso il suo pudore. Un colpo, e via!... Le case erano molte, e c’era da lavorare. Le fatiche del combattimento non avevano spossati i saccheggiatori”.

Proprio come facevano a Palermo i cuochi al servizio di messer Giustiziere: “Il cuoco non andava mai al mercato dove si trovava la roba vendereccia, ma ogni mattina, accompagnato da guardie, si recava in casa di questo o di quel cittadino, prendeva senza cerimonie i migliori polli, la migliore selvaggina, i più teneri agnelli, le paste più delicate per la mensa di messer Giustiziere. Pagare? No: ai cittadini, di qualunque ceto o ricchezza fossero, doveva bastare l’onore di servire monsignor di Saint-Remy. L’eccellente cuoco entrava, portava via senza neppur salutare: talvolta si degnava di ingiuriare i “paterini”, se non si mostravano solleciti o soddisfatti. Di ribellarsi al latrocinio non si parlava; le guardie che accompagnavano il cuoco, oltre a rubare la loro parte, avevano il compito di bastonare chi osasse ribellarsi. Quanto ai vini, li fornivano le cantine dei migliori produttori del Vallo, coi metodi medesimi”
E le violenze sulle donne dei soldati tedeschi: “Le donne non capivano il tedesco: videro il sergente e i soldati avvicinarsi e stesero le mani supplichevoli. Il sergente, forse per veder meglio, prese per le braccia una giovinetta, e la tirò da parte; francesi non ce n’erano; ma quella giovinetta era così graziosa nel suo terrore!... E il sergente era così allegro!... e i suoi nervi così eccitati... Se la prese fra le avide braccia, e la rovesciò per terra. Allora, come un branco di lupi, quei soldati, si gittarono sulle donne. Grida, gemiti, lotte brevi, rapide, di corpi che tentavano disperatamente divincolarsi dalle strette bestiali; un ansare mo-struoso; un percotere di pugni feroci, per abbattere le resistenze. La bestia concupiscente trionfava...
Rossi, con le nari dilatate, ancora ansanti, lasciavan la preda abbandonata per terra, priva di sensi; sopra la quale altri si gittavano, come assetati a una fonte di acqua. Una fanciulla era morta: aveva il petto squarciato da un colpo di baionetta; il sangue che le sgorgava su le vesti scomposte, non aveva impedito la profanazione.
Il sottotenente non aveva detto una parola. Aveva alzato le spalle, bisognava pure che quei poveri ragazzi, che avevan combattuto da tre giorni, trovassero uno svago. Un soldato gli aveva offerto una fanciulletta di quindici anni, che pareva un giglio; ma egli non aveva nessuna voglia. Aveva rifiutato”.
Sono uguali a quelle compiute dai soldati francesi nella strage di Agosta: “Cominciò un’opera orrenda. Allo squassare delle torce, delle quali il vento torceva e soffocava le fiamme, quelle torme avide di sangue e di stragi, armate di spade, scuri, picche, si lanciavano all’assalto delle case, al grido di guerra: Monjoie! Abbattevano le porte, salivano nelle stanze, ferivano, uccidevano ciecamente e pazzamente. Sorpresi, seminudi, sparsi per le case, gli Agostani non rendendosi ancora conto di come il nemico fosse entrato; presi da terrore, non combattevano, non fuggivano; il ferro nemico li coglieva nello stupore, inermi e smarriti. Scampo non v’era. L’ordine di Re Carlo era preciso: nessun agostano doveva sopravvivere, ma tutti dovevano essere passati a fil di spada. Con acute e pazze grida di terrore donne e uomini di ogni età ed ogni condizione cercavano di sottrarsi alla fuga con la morte; scansavano un branco di belve umane e cadevano in un altro; e presi fra due bande erano trucidati, fatti a pezzi, per voluttà rabbiosa di sangue, non per necessità di guerra. Soltanto le giovani donne e belle stornavano per un momento la ferocia delle armi, ma per un maggiore scempio. Tre o quattro soldati si gettavano sopra una fanciulla, la trascinavano sugli altari, la violavano, ne facevano strazio; l’ultimo, satollata la libidine, la scannava lì, sull’altare profanato. Strappavano i fanciulli alle madri e li sgozzavano, e recidevano le innocenti teste e se le palleggiavano orrendamente! Questa gente che il papa aveva benedetto e assolto da ogni peccato; e che serviva la Chiesa e Dio!”
Invitiamo il lettore a leggere entrambi i romanzi per scoprire il continuo paragone che l’autore fa tra la crudeltà francese del 1282 e quella tedesca del 1914, che nella nota successiva esprime così:
“I tedeschi d’oggi pur troppo dimostrano che queste predonerie non si compievano soltanto in quei tempi semibarbari!...”

Luigi Natoli: Alla guerra! Opera inedita. Romanzo storico ambientato nella Francia del 1914, all’inizio della Prima Guerra Mondiale. L’opera, mai pubblicata in libro, è costruita e trascritta dal romanzo originale, pubblicato unicamente a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia, nel 1914. Dopo cento anni riprende vita in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori. 
Pagine 954 – Prezzo di copertina € 31,00
Luigi Natoli: Il Vespro siciliano. Romanzo storico ambientato nella Sicilia del 1282, al tempo della famosa rivoluzione. Restaurato dal titolo all'indice, l'opera è la fedele riproduzione del romanzo originale pubblicato in dispense con la casa editrice La Gutemberg nel 1915. 
Pagine 945 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertine e illustrazioni interne (Alla guerra!) di Niccolò Pizzorno
Disponibili dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibili su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store on line.
Il libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15) La Nuova Ipsa (Piazza Leoni) Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella 15)

Luigi Natoli: Quel 31 marzo 1282... Tratto da: Il Vespro siciliano

 
E con rapidità fulminea, presogli dal fianco il pugnale, glielo cacciò nella gola due volte, lo levò in alto insanguinato e gridò: - Muoiano! Muoiano questi francesi, perdio!
Un urlo simile allo scatenarsi di un uragano gli rispose; si videro lampeggiare venti, trenta lame, si udì l’urlo formidabile e tremendo della vendetta. In quel momento le campane della torre della chiesa di Santo Spirito suonavano a Vespro... 
Suonavano a Vespro le campane, per invitare i fedeli alla preghiera, e l’ignoto fraticello, salito sulla torre indorata dal sole cadente, non sapeva che quello squillo di campana avrebbe segnato nelle pagine della storia una data terribilmente memoranda… Aveva suonato, come sempre, l’ora della dolce e raccolta preghiera. Ma giù nel piano, quel rintocco che feriva l’aria sul colpo di pugnale che atterrava il sire Droetto, suonò come uno squillo di tromba; come un segno aspettato, come una voce di comando ed esortazione. Crescendo il rumore, chinato lo sguardo, gli occhi gli si spalancarono di stupore, un fremito gli passò per il sangue e il suo braccio, quasi mosso da una forza ignota, continuò a suonare, a suonare con nuovo vigore: squilli serrati, violenti, di guerra e di strage sopra il tumulto e il balneare dei ferri e il rosseggiare del sangue. 
Quella improvvisa zuffa, quelle grida, il cozzo delle armi, si propagarono in un baleno per la pianura. A un tratto tende e baracche furono rovesciate, tutta quella folla di uomini, come sospinta da un segno d’intesa, da un ordine, si levò in piedi. Molte donne traevano dal seno i coltelli e li porgevano agli uomini: chi non aveva il coltello impugnava un bastone, toglieva le aste dalle tende, fracassava i banchi delle baracche, raccattava sassi. Tra le grida di qua di spavento, là di coraggio e di incitamento, la folla accorreva. E su tutte le bocche risuonava il grido ferocissimo  - Muoiano! Muoiano!
Cadevano i sergenti, l’uno sull’altro; cadevano popolani e la morte confondeva i caduti e mesceva due rivi di sangue in uno, che scendeva alla morte, dove hanno tregua gli odi e le vendette. Non uno riuscì a fuggire: quei duecento un’ora innanzi superbi e prepotenti nelle loro belle vesti, nelle loro armature, fidenti nella loro potenza, sicuri della sottomissione di un popolo inerme, fiduciosi nella tollerante viltà che per diciassette anni aveva piegato il collo, giacevano ora per la pianura a gruppi, ammonticchiati, sparsi, immersi nel loro sangue, con gli occhi sbarrati o chiusi, il volto spaventato o ancora iracondo. Giacevano pesti, disarmati, tra le tende sbrindellate e insanguinate, le baracche distrutte, le mense scompigliate...
Dove si sapeva che fosse una casa di francesi, quella tempesta piombava, folgorava, uccideva; non età, non sesso, non condizione; pagavano i fanciulli innocenti dei dominatori per i fanciulli sgozzati di Agosta; pagavano i vecchi e le donne per i vecchi e per le donne uccisi dappertutto dalla feroce voluttà di malfare. Pareva che dal fondo oscuro della memoria sorgessero le immagini delle vittime immolate per diciassette anni, senza ragioni, per libidine di ricchezze, di dominio, di sensi, e s’adunassero in ogni cuore, e insegnassero le strade e guidassero le braccia.
Pure tra le efferatezze della vendetta il popolo serbò un vivo sentimento di giustizia e rese onore alla virtù. Messer Guglielmo Porcelet, signore di Calatafimi, la cui fama e bontà era diffusa, fu accompagnato fino al mare e finchè non salpò il popolo vittorioso gli dimostrò con atti e con parole dignitose la sua riconoscenza.
Due giorni dopo Palermo, Corleone, forte città di gente originariamente lombarda, insorgeva anch’essa: abbatteva le insegne angioine, inalberava il proprio gonfalone, proclamava libero il comune e inviava i suoi deputati a Palermo, per stringere il patto di fratellanza e di difesa.


Luigi Natoli: Il Vespro siciliano. Romanzo storico ambientato nella Sicilia del 1282. 
Restaurato dal titolo all'indice, l'opera è la fedele riproduzione del romanzo originale pubblicato in dispense con la casa editrice La Gutemberg nel 1915. Con la sua perizia di grande storiografo e narratore, l’autore ci consegna uno dei capolavori della letteratura popolare mondiale che nulla trascura di quel periodo storico come l’orrenda strage di Agosta, le trame politiche cospirative dei baroni siciliani, l’orgoglioso episodio di Gamma Zita a Catania, la valorosa resistenza della città di Messina al dominio francese degli Angiò. Il romanzo ricco di fatti e personaggi realmente accaduti o esistiti, ci regala l’indimenticabile eroe Giordano De Albellis, intollerante alle ingiustizie, innamorato della sua terra, della libertà e della sua bella Odette. 
Pagine 945 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile su Amazon, Ibs e tutti gli store on line.
In libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Ipsa (piazza Leoni), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella 15)

giovedì 29 luglio 2021

Luigi Natoli: Il "casotto delle vastasate" il teatro del popolo dove i facchini di piazza diventavano attori. Tratto da: Calvello il bastardo

Quella sera, sabato, si recitava al Casotto delle Vastasate una delle tre commedie popolari più fortunate e più originali: il Cortile degli Aragonesi. Bisognava sentire Marotta, il celebre comico creatore della parte di ‘Nofrio, e Giuseppe Sarci, biondo e femineo d’aspetto e di voce, nelle vesti di Lisa e il Montera nei panni di don Litterio il notaio messinese, e il Corpora sotto le spoglie di Caloriu il Ciancianese. Che risate!... La recita diurna aveva riempito la cassetta; non un posto vuoto: e di gente ne era rimasta fuori, e non si era mossa da lì, aspettando la recita notturna, per prendere i posti migliori, e rifarsi della lunga attesa. La folla batteva le mani, rideva, urlava, fischiava, si abbandonava a una ilarità tempestosa che faceva tremare la baracca. Laura stava alla finestra con un vaso intimo in mano, mentre il Barone, fradicio di un liquido che non era nanfa, minacciava con la canna in pugno, e Lisa gridava, e ‘Nofrio si sganasciava dalle risa. Il Casotto era lontano: giù a Piazza Marina, quasi un miglio di strada. Era il teatro popolare, o, come si diceva anche, nazionale, dacchè la Sicilia era una “Nazione” per sè, e il dialetto era considerato come lingua nazionale.
Poiché i Signori avevano per loro i teatri di Santa Cecilia e di Santa Lucia, alcuni popolari avevano verso il 1780 fondato un teatro per loro; ed avevano costruito una grande baracca, nella piazza Marina, nella quale recitavano commedie in dialetto, spesso improvvisate, e delle quali i personaggi principali erano i facchini di piazza.
Facchino, in dialetto, si dice vastasu, vocabolo prettamente greco; vastasate si chiamarono quelle commedie, e Casotto delle vastasate il teatro. 
Attori e commedie levarono grido. 
Fino allora a Palermo non s’era mai visto nulla di simile. C’erano state vecchie commedie, recitate da comici di mestiere, nelle quali il tipo buffo siciliano era rappresentato dal solito Travaglino, o dal vieto Nardo; due maschere oramai insipide i cui lazzi e le cui buffonerie si ripetevan sempre gli stessi. Del resto le commedie non eran molte, e per riudirle bisognava aspettare qualche compagnia di comici randagi e disperati. Figurarsi dunque la sorpresa e il piacere di vedere sul palco non piú quelle maschere, ma personaggi vivi, che si vedevan ogni giorno: gli artigiani, i provinciali, e più i facchini di piazza col loro linguaggio, coi loro gesti, con le loro bestialità, i loro pettegolezzi, le loro baruffe, i loro piccoli intrighi! Un mondo nuovo!
E non eran mica del mestiere, gli attori; tutt’altro. Gente che di mattina attendeva ad altro ufficio, spesso in aperto dissidio con Talia: Giuseppe Marotta che era il capocomico, ed era un vero creatore di tipi, era portiere del giudice della Monarchia; Giuseppe Sarcì portiere dell’Imprese del Lotto; degli altri chi era operaio, chi sarto, chi povero azzeccagarbugli; e pure quanta verità, quanto sapore di arte spontanea in quei comici improvvisati! 
Si capisce che la fortuna della Compagnia aveva acceso cupidigie ed emulazioni. Intorno al teatro del Marotta ne eran sorti degli altri; e altre compagnie si eran formate, ma invano: Marotta non ce n’era che uno, e don Biagio Perez che era il poeta comico della Compagnia, non aveva competitori.
A questo teatro popolare si recava spesso Corrado, verso sera, quando era la stagione; e di solito lo diceva alla mamma, che talvolta lo accompagnava.
Agata dunque si era avviata di buon passo verso la piazza Marina, sperando di trovarvi il bel sergente.



Luigi Natoli: Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine Settecento e inizi Ottocento, quando la Rivoluzione Francese porta in tutta Europa le prime idee di libertà dei popoli e nascono le prime Logge. Il protagonista Corrado Calvello è affiancato dal patriota e giureconsulto Francesco Paolo Di Blasi. L’opera è la fedele riproduzione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913.
Pagine 880 – Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (spedizioni a mezzo corriere in tutta Italia) Puoi acquistare inviando una mail a ibuonicugini@libero.it o al whatsapp 3894697296
Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store on line.
In libreria a Palermo presso La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Nuova Ipsa editore (Piazza Leoni), Libreria Sellerio (Viale regina Margherita, Mondello), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15)

venerdì 23 luglio 2021

Luigi Natoli: "Allo Steri! Allo Steri!" - Tratto da: Squarcialupo. Romanzo storico siciliano.

A un tratto squilla alla vicina chiesa della Gancia un tocco. L’avemaria? La gente si scopre per recitare la salutazione angelica: ma a quel tocco ne seguono altri più violenti; e la chiesa della Catena, e la chiesa di san Nicolò della Kalsa, rispondono: e poi altre chiese più lontane. E sulla città passa come un rombo di tempesta lontana. Campane a stormo! Il popolo esce dalle case: gli uomini si armarono; un invito corre di bocca in bocca:
- Allo Steri! Allo Steri!
L’ombra notturna che già era calata si rompe alle finestre fumose delle torce, che illuminano a sprazzi biechi profili di gente che ha una rivincita da prendere, una vendetta da esercitare. Il tumulto si tramutava in sommossa. Giovan Luca guardò la folla che veniva armata da ogni parte e se ne compiacque. Mastro Iacopo gli disse:
- Che vi diceva io? La bestia sonnecchiava, ora si è svegliata.
E già intorno allo Steri ondeggiava ora una folla, che pareva cozzasse contro le mura incrollabili, come i marosi contro gli scogli. Alcuni preso un trave, se ne servivano come di ariete di guerra, e cozzavano contro la porta per sfondarla; e ai colpi sonori si mescolavano gli urli e la minaccia. I di Benedetto, Girolamo Fàssaro, Iacopo Girgenti aizzavano la folla: i più feroci propositi esaltavano gli animi dinanzi alla resistenza della porta. Finalmente essa cedette, e un grand’urlo di trionfo ne salutò lo spalancarsi fragoroso: un torrente furioso si rovesciò nel varco; pareva che tutti avessero fretta di entrare; ognuno cercava di oltrepassare l’altro, per arrivar primo, i portici, la scala s’empirono; tutto il palazzo pareva tremare e gridare. Dov’erano i giudici? Dov’era il luogotenente? Li volevano nelle mani Nicola Cannarella, Tommaso Paternò, Gerardo Bonanno, Priamo Cavozzi, il conte di Adernò, don Giovanni de Luna, Blasco Lanza... tutti odiati mortalmente, perché partigiani di don Ugo, perché si ernao sfogati in rappresaglie e vendette, sotto la protezione del duca di Monteleone, che li secondava. Li cercavano per tutto il palazzo. In uno stanzino appartato scovarono il duca.
- Eccone uno!... Abbiamo preso don Ettore!...
Egli non offrì nessuna resistenza; si lasciò spingere, trascinare fra le minacce, pallido e tremante. Gli gridavano intorno che era un assassino, che proprio lui aveva scritto al re per far uccidere i conti; che aveva ordinato ai giudici di essere feroci contro la povera gente, che voleva opprimere e distruggere il popolo coi balzelli. Qualcuno gli metteva i pugni sotto il viso: qualche altro gli faceva balenare dinanzi agli occhi la lama di un coltellaccio. Egli vedeva già prossima l’ultima sua ora, e recitava mentalmente le sue orazioni per raccomandar l’anima a Dio. Ma un clamore più alto e uno spettacolo più miserando fermò coloro che lo spingevano
La folla ubriacata dal sangue, corse altrove. Bisognava trovare gli altri giudici, due vittime sole non bastavano: dov’era Gerardo Bonanno? Qualcuno si accorse di un uomo che cercava di appiattarsi, lo rincorse:
- È Bonanno! – gridò.
- Bonanno! – È preso! È preso! – ripetè la folla precipitandosi. Il malcapitato s’era travestito per non essere riconosciuto, ma non gli valse: una mazzata gli ruppe il cranio, e lo abbattè. Allora un uomo gli si precipitò addosso, gli fregò le vesti, lo mutilò; e alzando quel miserabile trofeo di carne sanguinante, gridò al cadavere:
- Va’ ora a disonorare le povere figlie nostre!
Cercavano, invano, Blasco Lanza, Giovanni de Luna e Priamo Capozzo. Giovanni de Luna, all’avvicinarsi della procella, non aveva voluto lasciarsi prendere in gabbia: era fuggito dallo Steri, a cavallo, e varcata la Porta dei Greci, s’era messo in salvo. Il conte di Adernò s’era allontanato qualche giorno prima; Blasco Lanza era scappato appena saputo che i congiurati erano nella chiesa della Catena. Il popolo gli attribuiva la più parte dei mali, se non tutti, lui consigliere di don Ugo; lui difensore di lui, e accusatore dei conti; lui suggeritore del duca di Monteleone. Frugarono tutto lo Steri, senza trovarlo.
- Deve essere andato a nascondersi a san Domenico!...
Nella chiesa di san Domenico c’era la sepoltura dei Lanza: la folla vi si recò in furia: invase la chiesa e il convento; cercò nella sepoltura: non vi trovò Blasco, ma vi trovò il suo tesoro...




Luigi Natoli: Squarcialupo – Opera inedita. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1517, quando Giovan Luca Squarcialupo, patriota, sognò e realizzò anche se per poco, un governo repubblicano. L’opera, mai pubblicata in libro, è costruita e trascritta dal romanzo originale, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1924.
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia) Per acquistare scrivi alla mail ibuonicugini@libero.it o al whatsapp 3894697296.
On line su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store.
In libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Nuova Ipsa Editore (Piazza Leoni), Libreria Sellerio (Viale Regina Margherita, Mondello) 

Luigi Natoli: "Col nome di Dio e della gloriosa santa Cristina, andiamo!" - Tratto da: Squarcialupo. Romanzo storico siciliano.

E quella era la giornata, finalmente!... 
Intanto arrivavano altri cavalieri, e infine Giovan Luca Squarcialupo, che contò i convenuti: erano ventidue.
- Orsù, – disse: – col nome di Dio e della gloriosa santa Cristina, andiamo.
E la cavalcata si mosse verso la città. 
 Entrarono dalla Porta Nuova, come una comitiva di amici; la porta era aperta, i gabellieri al loro posto, tranquilli; nessun indizio di sospetti. Poiché non era ancora l’ora del vespro, Giovan Luca entrò coi compagni nella vicina chiesa di San Giacomo, che era deserta. E là concertarono ancora quale dovesse essere l’opera di ognuno e di tutti. Piombare nel Duomo, con le armi in pugno, sorprendere il duca di Monteleone, impadronirsene, uccidere chi osasse resistere, e i giudici che tanto odii avevano suscitato: insignorirsi del potere, ma non ripetere la sciocchezza commessa l’anno innanzi, quando fu cacciato don Ugo.
Ed ecco il campanone del Duomo sonare a Vespro: e ogni colpo rimbombava nel cuore di ognuno, e farlo balzare. È l’ora. Si scambiano uno sguardo; e taciti, pensosi di quel che fra un istante avverrebbe scendono verso il Duomo. La grande porta è spalancata; il sole illumina il bel prospetto e ravviva la patina dorata distesa dal tempo sulla pietra e sul marmo. Si sente il canto snodarsi lento e solenne; in quel momento, pensano, il luogotenente si è seduto nel soglio. Entrano, corrono verso l’abside maggiore, tra i fedeli stupiti di quella irruzione a mano armata; ma quale delusione! V’erano i canonici, v’era l’arcivescovo; non c’era né il luogotenente generale, né i magistrati, né il senato.
Come? Perché?
Un sagrista, che al vederli entrare armati, s’era messo a gridare: – Sono qui! Sono qui! – cercando di fuggire; raggiunto, spiegò loro che il duca aveva saputo che volevano ammazzarlo, e non era uscito dallo Steri. Questa risposta stupefece tutti: l’aveva saputo? Da chi? c’era un traditore dunque fra loro? Giovan Luca guardò con occhi lampeggianti d’ira i suoi compagni – Chi è il Giuda? – gridò.
Ma tutti protestarono vivacemente e fieramente. Il traditore non era fra loro: essi erano tutti lì pronti a ogni rischio, e Giovan Luca aveva torto ad offenderli. Ma Vincenzo Di Benedetto, fratello di Cristoforo, si diede un pugno sulla testa, e sclamò:
- Ah il gesuato! Il gesuato!... deve essere stato lui!...
E raccontò che due giorni innanzi si era confidato con un frate dell’ordine dei Gesuiti, il quale si doleva di quel che facevano i giudici e i partigiani di don Ugo, che ancor rimanevano; e lui lo aveva creduto uno dei nostri, che sarebbe stato utile per levare il popolo: ciò che il frate aveva promesso.
- Non ho tradito, ho avuto forse troppa fiducia, se credete che io sia colpevole, punitemi! Ma non mi dite traditore.
Giovan Luca si rattristò. Certo la confessione di Vincenzo Di Benedetto così spontanea e sincera, lo purgava dall’accusa di tradimento: ma la sua facilità a confidare il giorno e l’ora della rivolta, aveva mandato a monte la sorpresa e compromessa la riuscita. Ah! avere quel frate nelle mani. A ogni modo il dado era tratto: bisognava andare innanzi, alla vittoria o alla morte. Uscendo dalla chiesa, Giovan Luca, levando in alto la spada, gridò:
- A morte i traditori!... Cittadini, all’armi!
E i compagni ripeterono il grido. Ma nessuno uscì dal Duomo per seguirli, e la gente che si affacciava sulle soglie delle botteghe e delle case, o che andava per le vie, guardava meravigliata, non sapendo che fosse, Vincenzo di Benedetto agitava la spada, gridando, e gli altri con lui, invano:
- Viva il re! Muoiano i traditori!...
Scesero per la via Marmorea: soli, senza seguito, il popolo guardava e li lasciava passare, senza neppure secondare quel grido. Era una cosa inconcepibile: mastro Iacopo se ne sdegnava: apostrofava gli imbelli, che stavano a vedere, come fossero a uno spettacolo; li sferzava con male parole:
- E che? siete sordi? Che aspettate, che vi impicchino, figli di cani? Siete diventati dunque tante carogne, che non vi sentite fremere il sangue? Il re di Fiandra fa morire i Conti, quei Conti che andavano là per difendervi, e voi ve ne state con le mani alla cintola? Puh! Vili!
Ma nessuno si moveva: quei ventidue cavalieri percorrevano la via Marmorea, gridando, come anime sperdute. Avessero almeno trovato una resistenza! Ma dove erano le milizie spagnole? Dove il luogotenente generale?
In verità il duca di Monteleone aveva perduto la testa. Sapendo che i congiurati dovevano calare dalle campagne, non aveva per prima cosa ordinato la chiusura delle porte della città; non aveva chiamato le fanterie spagnole del Castello a mare: si era invece chiuso coi giudici, coi più odiati partigiani di don Ugo, nello Steri: abbandonando così la città a quei ventidue che, ironia! non trovavano seguito e potevano essere schiacciati in mezz’ora. 
I congiurati proseguivano, chiamando il popolo alle armi, quando da una viuzza videro uscire un dabben uomo, archiviario del comune, Paolo Caggio, che al grido e alla vista, spaventato si diede a fuggire. Vincenzo di Benedetto, che ardeva più degli altri di menar le mani, lo rincorse e lo uccise. Povera vittima incolpevole, e inutile, l’archiviario versò il primo sangue, solo perché Vincenzo di Benedetto aveva bisogno di mostrare che non aveva tradito! Ma quel sangue non fomentò le ire: destò compianto; e non diede seguito ai congiurati, che percorsero tutta la via Marmorea, uscendo nel quartiere della Loggia; giunsero fino alla Chiesa della Catena, senza aver altri che li seguisse che un giovinotto novizio dei Dominicani, che doveva esser più tardi il loro storico: Tommaso Fazello.



Luigi Natoli: Squarcialupo – Opera inedita. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1517, quando Giovan Luca Squarcialupo, patriota, sognò e realizzò anche se per poco, un governo repubblicano. L’opera, mai pubblicata in libro, è costruita e trascritta dal romanzo originale, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1924.
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Prezzo di copertina € 24,00 - Pagine 684
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