"I nostri romanzi sono una lettura eletta ed altamente appassionante, essi sono opera del grande WILLIAM GALT"
martedì 6 luglio 2021
Luigi Natoli: Don Galcerano e la famiglia Corbera. Tratto da: La dama tragica
Luigi Natoli: Quando Marcantonio Colonna incontra donna Eufrosina Corbera. Tratto da: La dama tragica
lunedì 5 luglio 2021
Luigi Natoli: Mastro Bertuchello (Latini e Catalani volume 1)
giovedì 1 luglio 2021
Luigi Natoli: Manifestazioni di penitenza. Tratto da: Palermo al tempo degli Spagnoli.
Nel 1647 l’annata arida e sconsolata aveva disseccato i frumenti; le provviste del Senato erano consumate; navi cariche non ne venivano; il popolo non trovò altro rimedio che rivolgersi a Dio, con processioni di penitenza. Ho detto il popolo, ma bisogna dire anche il clero.
Era Vicerè il Los Vélez e arcivescovo don Ferdinando Andrada, che decisero di trasportare dalla Cattedrale alla Chiesa di S. Giuseppe, il Crocifisso miracolosissimo sopra tutti i Crocifissi, perché dicono e spergiurano che fu scolpito da Nicodemo su Gesù quando lo discesero dalla Croce; e il 3 di maggio, con gran pompa, seguito da tutti i nobili e da mercanti e dal Vicerè, fu portato dai confrati di Piedigrotta, alla sua nuova provvisoria sede. Erano tutti scalzi e coronati di spine. Da allora cominciarono le processioni di penitenza.
Prima i Carmelitani della Chiesa di Montesanto, che si trascinarono tremila uomini, alcuni lacerandosi con battiture, altri portando grosse croci sul dorso; due si piegavano sotto un legno pesante, che alle estremità dei bracci era reso più pesante da grosse pietre. Un altro era da capo a piedi rivestito di spine: un altro andava colle mani legate a un grande sasso che gli batteva ritmicamente le gambe.
Poi vennero i Carmelitani della Casa principale a Ballarò, e i loro confrati si battevano colle discipline, e uno di essi si faceva tirare da otto uomini, stando disteso per terra, sopra una scala a pioli.
I nobili della Compagnia della Pace, dentro da Chiesa di S. Giuseppe si trascinarono per terra. Della compagnia dei Maggiordomi, uno andava carponi con basto da mulo addosso. Le prostitute avevano un usbergo d’acciaio: i confrati di S. Lorenzo e quelli di S. Onofrio si trascinavano in chiesa in ginocchio; e le verginelle, ossia le orfane raccolte in un ospizio, andavano col viso velato. E tutti erano coronati di spine con corde al collo, e si battevano a sangue.
Ma quelli che furono “riguardati con somma pietà e tenerezza” – dice l’Auria – furono i padri di S. Nicolò Tolentino, perché uno di essi aveva il collo stretto in un cilicio e due altri erano così fortemente coronati di spine che “correva molto sangue.” Uno dei confrati aveva nelle carni nude infisse delle tenaglie!
mercoledì 30 giugno 2021
Luigi Natoli: Il Vespro siciliano e i suoi personaggi storici
Carlo D'Angiò conte di Provenza, fratello di Luigi IX re di Francia a cui il papa Clemente IV, francese, formalmente concedette il regno di Sicilia a Carlo d’Angiò, come feudo della Chiesa, contro il pagamento dell’annuo censo di ottomila once e il servigio militare e altre trentasei condizioni di minor conto, come si può leggere nella Bolla papale del marzo 1265. Coi denari delle decime, coi prestiti, con le somme del papa, coi gioielli della moglie, Carlo d’Angiò, raccolti trentamila uomini, tra’ quali il fior dei banditi e dei ribaldi di Provenza, venne in Italia...
Guglielmo d'Estendart ferocissimo interprete di crudeli ordini, piombò nella Sicilia come un lupo affamato in una mandra. Cominciò con gli incendi, le stragi, le barbarie a sottomettere le città ribelli; e a disperdere coi tradimenti e – dove questi non giovavano – con la corruzione i capi della ribellione e i venturieri sbarcati nell’isola.
Messer Giorgio di Bissano, "aveva desiderato e sollecitato invano il comando di una schiera di duecento uomini; che gli Anziani non avevano voluto affidargli, perchè una volta egli, spinto dalla sua presunzione, aveva portato al macello una squadra di cittadini, senza nessun pro. Approvò con vivo calore undisegno: e ottenne l’incarico di tenere una postierla. Un diabolico sorriso gli illuminò il volto; e fu creduta soddisfazione della vanità di comandar nuova impresa...
Gamma Zita, la giovane catanese, famosa per aver preferito la morte
alla violenza del francese suo persecutore “Gamma
Zita aveva quattordici anni ed era esile come un giglio; la femmina non osava
ancora impadronirsi del suo corpo sul quale i seni e i fianchi tondeggiavano
timidamente. Ella pareva davvero una creatura angelica dalle lunghe vesti
ondeggianti, che i pittori effigiavano intorno alla Vergine… Tesseva al telaio
impiantato in un angolo della prima stanza e viveva sottomessa e rispettosa
verso i nonni, dei quali era la consolazione e la gioia… Gamma era veramente la
più bella fanciulla di Catania. Come mai il sire di Saint Victor non l’aveva
veduta prima? Se l’avesse conosciuta un mese prima egli si sarebbe fatto amare
ed avrebbe ottenuto per amore quello che ora le avrebbe tolto per forza… Un
grido ferì l’aria e nel tempo stesso la massa bianca della fanciulla sparì
nella bocca del pozzo!... I capelli
neri disciolti le scendevano ancora umidi e rappresi sopra le spalle e sul
petto, incorniciandole il volto cereo, soffuso di quell’indefinibile dolore
della morte..”
Messer
Palmerio Abate “A quei tempi era
signore del Castello di Carini messer Palmerio Abate, di nobile famiglia; uno
dei pochi sul quale non era calata la mano dei dominatori…Messer Palmerio del
resto usava la più grande prudenza e non faceva nessun rumore intorno al suo
nome. Era umano e generoso. Non giungeva viandante, povero o ricco, uomo di
plebe o di cavaliere, che nel castello non trovasse larga ospitalità, e se
povero non partisse con qualche dono. Messer Palmerio aveva varcato la
quarantina, ed aveva i capelli precocemente bianchi che davano al suo volto
un’espressione di maestà. Giordano parve preso da una certa soggezione al
vederne l’aspetto signorile e dignitoso”
Messer Ruggero di Mastrangelo “Cittadino e primario dovizioso, era stato baiulo, cioè giudice del
regno di Sicilia in Palermo nel 1272, e appaltatore della Zecca del regno a
Messina, nel 1280…Messer Ruggero,
uscendo in quell’istante dalla Chiesa, con uno sguardo capì il gran momento, e
raccolte le armi di un cavaliere caduto, alzando la spada gridò – Popolo! Alla
riscossa! Muoiano tutti i francesi!...E intorno a loro si strinsero popolani e
borghesi, armati o no, ripetendo quel grido, cosicchè messer Ruggero, noto per
gli uffici tenuti, per la ricchezza, per l’autorità, diventò senza volerlo il
capo, il condottiero di tutta quella moltitudine che, buttata la pelle di
agnello rassegnato, appariva formidabile come belva sitibonda di sangue
Messer Alaimo da Lentini nella città di Messina e marito di Madonna
Macalda “All’entrare dei due giovani, e
vedendo uno dei due in saio di frate, messer Alaimo fece cenno che gli si
avvicinassero e guardatili benignamente domandò loro chi fossero e in cosa
potesse giovarli”..”Ai racconti di
Giordano, Alaimo corrugava la fronte e si faceva scuro. Qualche
volta stringeva i pugni….” Era Messer
Alaimo da Lentini, che tornava a Messina. Egli salutava la folla con gesto
benevolo. Ben visto, onorato, noto cavaliere prestante e valoroso e cittadino
saggio e prudente, messer Alaimo pareva venuto per disegno della provvidenza
alla difesa di Messina”
Re Pietro d’Aragona, nuovo Re di Sicilia, personaggio storico “Era il 4 settembre del 1292, e la capitale dell’Isola, l’antica sede dei Normanni e degli Svevi era in festa. Da più giorni si era preparata ad accogliere il nuovo Re, Pietro di Aragona e lo aveva aspettato… essa aveva, spiegandosi alla meglio, magnificato il valore del re, che era il principe più animoso e prode della cristianità, e che veniva pieno di fiducia nella sua causa, di liberare il regno di Manfredi, di cui si riteneva legittimo erede, dall’usurpatore angioino. Si raccontavano di lui magnifiche gesta, che riempivano di ammirazione il popolo. Il re cavalcava, lieto in volto, fra i suoi maggiori baroni, coi quali discorreva familiarmente. Gli cavalcava accanto messer Palmerio Abate, che dopo averlo ricevuto a Trapani sotto un baldacchino di tela d’oro sorretto dai principali signori, e salutatolo - re mandato dal cielo per liberare l’isola dall’atroce nemico – aveva voluto accompagnarlo a Palermo…Così fu celebrato il primo atto del nuovo regno; fu legalizzata la intromissione della Casa d’Aragona nella contesa fra la Sicilia e la Corte d’Angiò; fu ancora una volta riconfermato nel regno il diritto, già altre volte usato, della libera elezione del re per volontà nazionale ”
giovedì 24 giugno 2021
Luigi Natoli: Palermo, via Toledo nel 1820. Tratto da: Braccio di ferro, avventure di un carbonaro.
Che folla pel Toledo! Eh sì, che quell’anno – 1820 – il mese di giugno era in Palermo più arroventato del solito. Ma era giorno di festa e la folla aspettava il passaggio di una processione promossa dai Gesuiti in onore di S. Luigi Gonzaga, alla quale prendevano parte tutti i giovanetti delle loro scuole. La processione doveva percorrere la lunga, diritta e bella strada, che dal cinquecento in poi era stata chiamata col nome del vicerè don Garsia de Toledo e lo serbò fino al 1860, quando gli sostituirono quello di Vittorio Emanuele. Era allora la strada principale della città; la via Maqueda che la taglia in croce, bella e lunga ugualmente, non avea che il secondo posto. Le più ricche botteghe, i palazzi più cospicui, le chiese più belle erano – e sono ancora – sulla via Toledo; in essa palpitava la vita della città: ma l’aspetto era allora un po’ diverso da quello d’oggi, perché molte botteghe avevan sulla porta una pensilina – con voce dialettale “pinnata” – che talvolta era sorretta da pilastrini e avevano la porta divisa in due palmi ineguali da una colonna: dalla parte minore sporgeva per circa due palmi sul marciapiedi il banco; e pensiline e banchi ingombravano e impedivano alla vista di correr liberamente. In compenso offrivan ombra e sedili alla folla nei giorni di sole e riparo in quelli piovosi.
Quel giorno, sotto le pensiline e sui banchi si assiepava la folla. Era un alternarsi, un sovrapporsi, un confondersi di vesti bianche, rosa, cilestri trasparenti e vaporose; di scialletti di crespo di seta che parevan tessuti di nuvola; di cuffie bianche e di cappelloni di paglia; uno sventolìo di piccoli ventagli d’osso e d’avorio luccicanti di pagliette d’argento; interrotto, frammezzato dalle macchie turchine o verdi o color di foglia secca, che mettevano i vestiti maschili fra quelli donneschi. La stessa folla di colori si vedeva agli sbocchi dei vicoli, lungo la via, su nei balconi; e per tutto era un cicaleccio, un ronzio confuso, sul quale a quando a quando interrompevano più forti e distinte le grida dei venditori ambulanti d’acqua gelata, di semi di zucca, di fave tostate, di ciliege e di dolciumi.
Quelle grida cadenzate, musicali, metaforiche e gioiose sgorgavano sul ronzio afoso come freschi zampilli nell’arsura del sole. Ai Quattro Canti la folla era più densa, trattenuta dai granatieri, schierati di qua e di là, per lasciar libero il passo alla processione, e sorvegliata dai birri armati di bastone: ma si accalcava intorno ai palchetti rizzati sulle fontane, dai quali i musici avrebbero intonato “la cantata”; e dinanzi al Caffè di Sicilia, dove si faceva un gran sorbire di gremolate e di acquetta di amarena.
Tullio Spada, come ogni buon cittadino palermitano amante di feste e di spettacoli, attraversati i Quattro Canti andò a fermarsi a pochi passi di lì, quasi all’angolo della “Calata dei Musici”, che metteva in comunicazione la piazzetta Pretoria con la via Toledo; si chiamava così perché vi era il convegno dei professori d’orchestra e dei virtuosi di canto e, per dirla con una parola moderna, la borsa di lavoro o il sindacato di quei disperati.
Egli aveva tre ragioni di fermarsi in quel luogo; prima di tutto perché i Quattro Canti erano il punto di riunione, di sosta, di ritrovo di tutti i cittadini e dei “regnicoli”, ossia dei provinciali che venivano a Palermo; il cuore, e per certi aspetti, anche il cervello della città; poi, perché, essendo un bel giovane elegante, non gli dispiaceva essere ammirato; e infine – questa era la vera ragione principale e più forte – perché di lì guardando un balcone al primo piano d’un palazzo di fronte, poteva vagheggiare Rosalia.
Rosalia era la sua fidanzata, e stava al balcone aspettandolo. Una simpatica e graziosa fanciulla, di sedici o diciassette anni, capelli neri che incorniciavano l’avorio del volto ovale, ed occhi nerissimi che avevano nella profondità appassionata dello sguardo qualcosa di timido e dolce. Quel giorno, sebbene festivo, non era uno di quelli assegnati per la visita, e Tullio doveva contentarsi di veder la sua Rosalia da lontano, scambiar con lei qualche sorriso, qualche gesto furtivo, e dirsi con gli occhi tutte le parole tenere che le bocche non potevan pronunziare. La gente, che aspettava la processione, non gli badava: qualche amico, passando, e dato uno sguardo, barattava una parola, salutava, e tirava innanzi per non essere di troppo; ma due cadetti di cavalleria, che si eran già fermati anch’essi in quei paraggi a poca distanza da Tullio, ed avevan sorpreso qualche segno telegrafico delle dita, cominciarono fra loro a ridere e a fare delle smorfie canzonatorie, che fecero più volte aggrondar le sopracciglia e arrossir il giovane per la stizza...
martedì 22 giugno 2021
Luigi Natoli: L' astrologo Giafar e il suo discorso sul re Ruggero. Tratto da: Gli ultimi saraceni
Luigi Natoli: Majone da Bari. Tratto da: Gli ultimi saraceni.
Guglielmo l'ebbe a compagno di avventure, prima che si fosse associato al regno del padre; l'ebbe consigliere e ministro durante gli ultimi anni del regno di Ruggero; ne fu preso e gli si affidò. Il giorno in cui, dopo la morte di Ruggero, Guglielmo fu solennemente incoronato nella cappella del duomo, il 4 aprile del 1154, Majone già divenuto Cancelliere, fu promosso Almirante degli Almiranti, cioè primo ministro. La parola Almirante, divenuta poi Ammiraglio, derivata da el emir, non designava allora comando di flotta; era titolo di ufficio civile e militare, indifferentemente. L’Almirante degli Almiranti, o più comunemente il Grande Almirante era su per giù quel che oggi è il presidente del Consiglio dei ministri ma con maggior autorità.
- Ah! tu non intendi. Or bene sai tu quale sia uno dei godimenti dell’Almirante? Egli scende nelle prigioni delle donne, e così legate e indifese come sono, le disonora!...
lunedì 21 giugno 2021
Luigi Natoli: Giovannello Chiaramonte. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca.
Questo sprone, nei tempi antichissimi formava un molo naturale, difendeva e proteggeva, il porto profondo, a cui la città doveva il suo nome greco: Panormo (tutto porto). Dalla parte esterna, sul mare, al limite del quartiere arabo della Kalsa, e cioè dove ora corre la via Butera, su questo sprone era un borgo di Greci, con la loro chiesa di S. Nicolò. Da loro prese il nome la porta, che, rifatta, serba fino ad oggi il nome di Porta dei Greci.
La piazza Marina era dunque compresa fra questo sprone più elevato, la parte alta della Kalsa, e giungeva fin presso allo sbocco della via del Parlamento, comprendendo la via Bottai e l’area del palazzo delle Finanze; il porto, dal lato ove è la chiesa di S. Sebastiano, penetrava ancora un po’ di più, e giungeva fino all’Arsenale, il Tercianatus dei vecchi documenti, che ha lasciato il nome alla piazzetta di Terzana.
Sullo sprone non v’erano edifici notevoli, salvo che lo Steri, l’antica e nobile dimora dei Chiaramonte, accanto a cui la casa men bella dei conti di Cammarata e la chiesa di S. Maria della Catena.
Dietro lo Steri sorgevano la chiesetta di S. Antonio, ancora esistente, e la chiesa di S. Nicolò, or da un secolo circa distrutta.
L’erba cresceva nella piazza; e delle capre dal pelo lungo e dalle corna lunghe, a spirale, pascolavano tranquillamente.
L’odore delle alghe marine, deposte sulla riva dall’alterna vicenda dei flutti, impregnava l’aria silenziosa.
Fra le barche tirate a secco alcuni marinai col berretto rosso in capo, come si vedono ancora nel promontorio sorrentino, stendevano le reti al sole; da un focolare improvvisato con due sassi, si levava una spirale di fumo azzurro, che si allargava e si sperdeva in alto.
Oltre le barche, nel vasto specchio d’acqua del porto si scorgevano alcune galee e barconi e feluche; qualcuna aveva già spiegate le vele e si accingeva a prendere il largo. Più in là ancora il Castello a mare distendevasi con le sue torri massicce, l’ampia cortina merlata, armata di bombarde, accanto alle quali, si vedevano biancheggiare le grosse palle di pietra.
Più in fondo ancora Monte Pellegrino disegnava nel cielo la sua massa rocciosa, coi fianchi verdeggianti di boschi, e le cime indorate dal primo sole.
V’era una gran pace, una tranquillità dolce e solenne a un tempo nell’aria fine e trasparente, per la quale volteggiavano stormi di rondini, salutando il sole con piccoli gridi festosi.
Un giovinetto s’era fermato con un senso di meraviglia e una certa commozione in mezzo alla piazza, guardando il palazzo chiaramontano.
Poteva avere sedici o diciassette anni, e vestiva poveramente; il suo farsetto aveva qualche strappo ai gomiti, e le sue calze erano sdrucite. La tasca che portava appesa con una cordicella, rivelava la rotondità di un pane. Le sue scarpe erano rotte e impolverate, come di chi viene da lungo viaggio. Aveva in mano un grosso bastone, e infilato alla cintura un pugnale con la guaina di cuoio.
Non era bello: il suo volto aveva qualcosa di irregolare, ma nell’insieme era piacevole ed espressivo. V’era un non so che di fiero e di malinconico a un tempo, ma una malinconia silenziosa e pacata; e gli occhi grandi, neri, acuti, mobili, investigatori, contrastavano col color dei capelli tra biondi e castani.
Doveva esser bianco di carnagione, e si vedeva dalla sommità della fronte, quando con un gesto che pareva volesse scacciar qualche torbido pensiero, egli sollevava il berretto e scostava i capelli. Ma il sole aveva abbronzato il suo volto e le sue mani.
Sebbene poveramente vestito e sporco di polvere il suo aspetto aveva qualche cosa di fine e delicato, che non sfuggiva neppure a uno sguardo superficiale e distratto.
Egli stette un poco fermo in mezzo alla piazza, guardando lo Steri; poi volse gli occhi intorno a sé, come uno che voglia riconoscere qualche cosa o qualche luogo: accortosi di una taverna a pochi passi dallo Steri, vi si avvicinò, e sedette sopra una panchetta di legno, accanto alla porta.
Aveva fame; tirò la saccoccia dinanzi a sé, e ne trasse un pane da contadini, tondo e bruno, che addentò vigorosamente.















