mercoledì 26 giugno 2019

Luigi Natoli: Gli storici e la spedizione dei Mille in Sicilia


Ma che non dissero gli storici? Uno, più grave perché uso a non affermar nulla senza documentazione, accolse come verità le fanfaronate di uno dei Mille, che fra le altre cose affermava che Palermo pareva una città di morti, e che i Garibaldini, il 27 maggio erano costretti a snidare i Palermitani “per far fare loro la rivoluzione?”

 Questi storici hanno anche un altro torto: quello di credere che la spedizione dei Mille sia tutta la rivoluzione siciliana; o che, forse, questa sia scoppiata per virtù di quella. Per cui essi, appena appena si degnano di dare uno sguardo all’episodio del 4 aprile, allo stato insurrezionale durato fino al 27 maggio, alla spedizione di Rosalino Pilo e di Giovanni Corrao; e pare non sospettino neppure che senza questa e quello, né Garibaldi né i Mille sarebbero salpati da Quarto.

Ora a tanti anni di distanza, quando i fatti storici si possono guardare con maggior serenità, e altri documenti son venuti in luce, è bene ristabilire la verità storica, senza esagerazioni, cadute ormai nel dominio dei luoghi comuni, e senza reticenze inutili. E appunto per questo non bisogna fondarsi unicamente sulle testimonianze raccolte da una parte sola: per quanto meritevoli di credito esse vanno riscontrate con altre testimonianze, e saggiate sulla pietra di paragone dei documenti. I Mille che seguirono Garibaldi sono veramente mille eroi, e l’impresa alla quale si accinsero, fu meravigliosa e miracolosa; ma per esser tali non è necessario tacere, travisare e qualche volta calunniare il potentissimo aiuto che direttamente e indirettamente ebbero in Sicilia dai Siciliani; non è necessario tacere l’efficacia risolutiva dello ambiente; giacchè è bene affermarlo ancora una volta e chiaramente, se la spedizione dei Mille non avesse trovato, neppure il solo concorso morale di tutto un popolo in rivoluzione (dico rivoluzione, non ribellione) Garibaldi e i Mille avrebbero incontrato la sorte dei fratelli Bandiera e di Carlo Pisacane. Anzi, per rimanere in tema garibaldino, la campagna di Sicilia del 1860, non avrebbe avuto esito diverso della campagna dell’Agro Romano del 1867, che pure si compiè in condizioni numeriche e d’armamento superiori. Vincitori, anche, a Calatafimi, i Mille avreb­bero avuta a Palermo una Mentana assai più disastrosa.

Ora gli esperti di cose militari, che studiano le cose senza lirismo, hanno oramai riconosciuto che la marcia trionfale da Marsala a Palermo e le vittorie strepitose dei legionari, oltre che al valore di essi e all'azione dell’ambiente, si debbono anche agli errori innumerevoli e madornali del comando generale delle truppe borbo­niche; e questi errori madornali furono l’effetto della paura. Paura di combattere in un paese nemico in rivo­luzione; paura di vedersi assaliti da ogni parte dalla popolazione; paura di vedersi tagliate le comunicazioni e la ritirata; paura di mancare – come mancarono – ­di viveri, di ospedali, di medicine, di tutto.

Il che risulta dai documenti, che hanno maggior valore delle lettere di un esaltato.

Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.
Raccolta di scritti storici e storiografici pubblicati nelle versioni originali dell'epoca. 
Pagine 525 - Prezzo di copertina € 24,00
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Luigi Natoli: La morte di Rosolino Pilo. Tratto da Rivendicazioni


Il 21 di maggio, mentre Garibaldi studiava la sua marcia strategica, le squadre di Pilo erano attaccate da tre forti colonne borboniche. I nostri non eran più di trecento cinquanta; i borbonici oltre un migliaio; ed eran padroni di alture. Corrao sosteneva il fuoco; ma il pericolo d'essere soverchiato era imminente; Pilo ac­corso con Calvino, salito, contro il consiglio di Corrao, in alto per vedere le posizioni, riconosciuto il pericolo pensò di rivolgersi a Garibaldi, per aver aiuti: Calvino e Corrao, stavano in basso; e voltavan le spalle al Pilo, che aveva con sè Andrea Soldano, di Lipari.

Veramente, per accorrere in aiuto delle squadre, non era forse necessario domandarlo. Gli avamposti garibaldini si spingevano presso la Boarra, e, oltre la loro estrema punta, a Lenzitti era la squadra di Pietro Piediscalzi, attaccata anch'essa dai regi. Il combatti­mento dunque si svolgeva poco lontano. Nondimeno il Piediscalzi a Lenzitti, Pilo e Corrao alla Niviera furon lasciati soli, senza soccorso, a sostenere il fuoco dei regi, che movevano da Monreale e da Palermo. Era una necessità dolorosa, non un abbandono, badiamo; e la rilevo qui, perchè questo fatto d'arme, nel quale, con altri, lasciarono la vita Pietro Piediscalzi e Rosalino Pilo appaia veramente quello che fu: un olocausto, una immolazione per impedire che il campo garibaldino fosse assalito, e rendere possibile a Garibaldi la sua stra­tegica diversione. Rosalino Pilo fu colpito alla testa, mentre scriveva, in piedi, fra due rocce, appoggiando la carta sulle spalle del Soldano. Alle grida del quale accorsero il Corrao, il Calvino e altri, sollevarono il Pilo boccheggiante, e lo portarono nella casa della Neviera, d'onde poi l'abate Castelli, avvertito, lo fece di sera trasportare nel monastero di S. Martino. 

La morte dell'eroe fu avvolta di tristi voci: la ver­sione più ovvia, più naturale, che egli sia stato ucciso da palla borbonica, (non essendo i regi, che eran ben armati, più lontani di 700 metri; ed avendo egli il capo scoperto); questa versione, che consacrava il suo mar­tirio, si è voluta scartare, e si cominciò col l'accusare di averlo ucciso a tradimento Giovanni Corrao, che invece – e risulta da testimonianze, – stava in basso col Calvino e volgendogli le spalle: e l’invereconda e infame accusa contro chi era stato il compagno, il fra­tello di Rosalino, e che pel coraggio leonino, per la fran­chezza, per tutta la sua vita, non avrebbe mai com­messa una viltà, aveva forse il fine partigiano e astioso di offuscare l'eroica figura del fiero popolano repubbli­cano, alla cui lealtà Garibaldi rese omaggio e allora e poi.

Scartata, perchè bugiarda e ignominiosa, l’accusa contro il Corrao, si volle ucciso Rosalino Pilo ora da un Morrealese, or da uno di Capaci, e ora da uno di Carini: per quale insania, io non so; forse, per quelle stesse ragioni che dissero Carlo Mosto, une dei Mille caduto alla fazione di Parco, ucciso da uno di quei terrazzani; quando il Rivalta, che gli era vicino, lo vide morire per mano dei regi! Questa nostra rivoluzione era così incol­pevole, gli entusiasmi le davano tanta purezza, che occorreva forse gittare un'ombra oscura su quelle squa­dre e su quelle popolazioni, che pur davano il loro sangue, agevolavano e salvavano la marcia di Garibaldi.

 Con la morte di Pilo finisce l’azione autonoma delle squadre durata dal 5 aprile al 21 maggio: da questo momento esse seguono la fortuna dei Mille, e di loro gli storici non terranno parola, o forse per dileggiarle: dimenticando che senza di esse e senza la rivoluzione i Mille non avrebbero potuto fare un passo, e sarebbero rimasti vittime della loro audacia. 


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento. 
Raccolta di scritti storici e storiografici nelle versioni originali dell'epoca.
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martedì 25 giugno 2019

Luigi Natoli: Fabrizio di Torralba al teatro Carolino. Tratto da I mille e un duelli del bel Torralba

Per un’opera nuova Zenobia in Palmira del maestro Anfossi, che si dava al teatro Santa Lucia, e nella quale furoreggiava una cantante attempatella, ma di voce ancor fresca e aggraziata, Anna Davì, alla quale seguiva un balletto, come da consuetudine, era stata scritturata una ballerina, che si faceva chiamare madamigella Bellucci; la quale aveva subito attirato l’attenzione e gli omaggi della gioventù, non tanto per l’agilità e la bravura delle sue gambe, quanto per la sua bellezza e per la sua affascinante civetteria.
Poiché la sua bellezza era diventata il soggetto della conversazione, la baronessa Martini comperò un palco, e vi andò, e pretese che Fabrizio ve l’accompagnasse. Fabrizio non aveva potuto più sostenere la bugia della sua partenza: avrebbe dovuto eclissarsi, il che equivaleva a rinunziare alla sua libertà. Aveva detto, ciò che in fondo era vero, che la sua partenza era stata rinviata ancora: e donna Costanza ne aveva approfittato con gioia, obbligandolo ad accompagnarlo quella sera stessa al teatro.
Il teatro Santa Lucia o Santa Caterina non era così grande, come fu poi ridotto dall’architetto don Nicolò Puglia nel 1808, quando prese il nome di Carolino, convertito dopo il ’60 in quello di Bellini. Aveva però subito una prima trasformazione; e da teatro per commedie e farse di buffi detti Travaglini – donde il suo primo nome – era stato trasformato in teatro d’opere, con l’aggregarsi di una casa del marchese di Santa Lucia di casa Valguarnera, da cui prese il nome: si chiamava però anche di Santa Caterina per la vicinanza del monastero, e forse per battezzarlo col nome di una santa in contrapposto a quello di Santa Cecilia. Col quale teatro cominciò a rivaleggiare, e a contendersi il pubblico, offrendo buone opere e scritturando buone e belle cantanti e ballerine. Madamigella Bellucci era un buon richiamo: ed infatti le prime file di sedie della platea (allora non c’erano poltrone) erano affollate di giovani della nobiltà o della borghesia denarosa.
Fabrizio confessò che essa meritava davvero gli omaggi che le si tributavano; la baronessa invece li giudicò esagerati, non trovando nella ballerina tutta la bellezza che se ne diceva; si accese una discussione, nella quale fu chiamato arbitro il barone: il quale strizzando l’occhio a Fabrizio disse che sua moglie aveva ragione. Ma colto il momento opportuno, chinatoglisi all’orecchio, gli sussurrò:
- Vi ho dato torto, per non farla ingelosire: ma sono del vostro parere.
Fabrizio sorrise: la baronessa infatti voleva abbassare la bellezza di madamigella Bellucci, proprio per gelosia. Ma donna Costanza aveva voglia di esser gelosa! Fabrizio la sera dopo ritornò a teatro per applaudire la bella ballerina; e la trovò più bella. Ella serbava nel volto e nel sorriso la grazia incantevole e pudica di una vergine, che, naturale o finta che fosse, esercitava un fascino particolare, e la rendeva più apprezzabile in mezzo a compagne liriche o danzatrici, sfacciate e libertine. Era perciò circondata di adoratori, che facevano a gara per conquistarla con regali e assoldavano gente per applaudirla, o per bastonare chi non pareva persuaso della valentia di lei. Madamigella Bellucci accettava tutto, commossa, ma pareva che ignorasse quel che in contraccambio domandassero i suoi adoratori; concedeva sorrisi, strette di mano, si lasciava baciare, ma non dava preferenza a nessuno, e nessuno poteva dire in verità di aver espugnato la piazza. Di che un puntiglio, un sordo malcontento, un guardarsi in cagnesco, un sospettar l’uno dell’altro, un sorvegliarsi geloso, un proporsi di non permettere la vittoria al presunto rivale. 


Luigi Natoli: I mille e un duelli del bel Torralba. Nella versione originale pubblicata per la prima ed unica volta a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1926. Raccolto e pubblicato in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori
Pagine 460 - Prezzo di copertina € 24,00
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martedì 18 giugno 2019

Luigi Natoli: Il Castellammare. Tratto da: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891





Uscendo dalla porta Felice e voltando a mancina, si lascia l’antemurale che difende il seno della Cala, e l’ufficio di Sanità Marittima che sorge sul sito dove era un fortino detto la Garita; e si costeggia la Cala, che al lato opposto alla Sanità era difesa dal forte di Castellammare – Questa fortezza pare che sia preesistita alla venuta degli Arabi; infatti è chiamata spesso Castrum vetere, per distinguerla dal Kassr, detto Castrum novum. Dagli Arabi e dai Normanni fu restaurato ed afforzato, ed altre opere vi furono fatte nei secoli XV e XVI, che cancellarono ogni vestigio e della moschea musulmana e delle opere antiche. Fu da questo Castello che piovvero nel 1848 e nel 1860 le bombe sterminatrici della città in rivoluzione. 
A piè della Fortezza e sulla banchina della Cala sorge la piccola Chiesa di Piedigrotta, edificata nel secolo XVI e così detta per una piccola grotta che resta ora chiusa in una cappella. In questa chiesa si conserva appeso ex voto il grande fanale a forma d’aquila, che illuminava la poppa della galera capitana di Sicilia alla battaglia di Capo Corvo, vinta da Ottavio d’Aragona, ammiraglio palermitano, sopra i turchi nel 1613. 
Costeggiando la via esterna tra il Castello e la città e risalendo sulla linea degli antichi bastioni si trova a sinistra il 
Monumento delle tredici vittime, (P. G5) consistente in un obelisco di marmo bianco, con palme di bronzo agli spigoli e una stella di bronzo al vertice; esso non è di belle forme: fu eretto in memoria dei tredici fucilati del 14 aprile 1860, i nomi dei quali si trovano iscritti in tavole marmoree che circondano il basamento. Sul muro del bastione, dove furono addossate le vittime della tirannide borbonica, si trova una lapide che reca i nomi dei fucilati e ricorda l’insurrezione del 4 aprile. 
Accanto a questo monumento si apriva la antica porta di San Giorgio che venne abbattuta; entrando per essa nella via Squarcialupo si lascia a destra l’Ospedale Militare (P.41 G5), nel convento di Santa Cita: a sinistra si trova la Chiesa di S. Giorgio dei Genovesi...
(Nota dell'editore: Sia il Castellammare che la chiesa di Piedigrotta oggi non esistono più, in quanto distrutti dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Nella foto il Castellammare oggi).


Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891. Nella versione originale pubblicato dall'editore Clausen in occasione della Esposizione Nazionale, con le pubblicità dell'epoca e il pieghevole della cartina di Palermo nel 1891. Un documento storiografico prezioso, un "fermo storico" che fotografa la nostra città di quel periodo, ma validissimo per chi vuole oggi utilizzarlo come guida turistica. 
Prezzo di copertina € 19,00
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Luigi Natoli: La chiesa di S: Maria della Catena. Tratto da Guida di Palermo e suoi dintorni 1891


Proseguendo nella stessa linea della via Vittorio Emanuele a poca distanza dalla chiesa di Porto Salvo s’incontra un gioiello prezioso dell’architettura siciliana ed è la 
Chiesa di S. Maria della Catena (P.6 E6) – Nel sito stesso che segnava la punta dello sprone che dalla Kalesa si allungava fino alla Cala, chiudendo il bacino di Piazza Marina, sorgeva anticamente una chiesetta denominata della Catena perché ivi si annodava la catena che chiudeva il porto e che nel 1063 fu rotta dalle navi pisane alleate del conte Ruggero contro i musulmani. L’antica chiesa è ricordata in diplomi del 1330. Distrutta, fu riedificata nel principio del secolo XVI così come oggi si vede. Elegante e di bellissimo effetto è il portico ad archi scemi, sorretti da due piloni che s’innalzano svelti e leggiadri come torri, coronati da arabeschi di gustosissimo disegno. Questo fregio gira intorno per la chiesa. L’interno, a tre navi, è stato recentemente restaurato, toltine i pesanti stucchi che deturpavano le ogive e nascondevano le finestrette archiacute. Di opere d’arte nell’interno sono notevoli alcune storie a rilievo che si credono d’uno dei Gagini, una statua della Madonna e un San Gaetano del Novelli. Peccato che le tre absidi siano miseramente nascoste da fabbriche mostruose; quel che se ne vede rende più sdegnoso il viaggiatore contro il barbaro seppellimento.
 Il fabbricato che copre le tre absidi della chiesa della Catena è occupato dalla Sopraintendenza agli Archivi di Stato, la quale fu fondata nel 1843 nella casa dei PP. Teatini, cui apparteneva la chiesa, che al 1810 era servita di ospedale alle truppe inglesi. Gli Archivi di Stato Siciliani sono importantissimi così per le pergamene greche, arabe e latine, alcune delle quali del secolo XI; come pei volumi e per le filze che vengono dal secolo XIII fino a noi, e contengono tutti i documenti della storia e della civiltà della Sicilia. Agli Archivi è annessa una Scuola di paleografia e una Biblioteca, oltre una sala per gli studiosi. 
Accanto alla sopraintendenza agli Archivi sorge il Conservatorio di S. Spirito, destinato ai trovatelli. Un tempo questo edificio fu Ospedale di S. Bartolomeo; nel 1826 l’ospedale fu rimosso e riunito all’Ospedale Civico; e vi fu stabilita una ruota per gli esposti. I maschi ai sette anni sono mandati all’Ospizio di Beneficenza, le femine son trattenute e istruite nel Conservatorio stesso. L’Affresco che decora il prospetto è di Vincenzo Riolo, e rappresenta la Carità.
Poco discosta dal Conservatorio e al limite della via Vittorio Emanuele si trova la Porta Felice…

Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891.
Nella versione originale pubblicata dall'editore Clausen in occasione della Esposizione Nazionale del 1891 e corredata delle pubblicità dell'epoca e di pieghevole della cartina di Palermo del 1891. 
Prezzo di copertina € 19,00 - Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
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mercoledì 5 giugno 2019

Luigi Natoli: L'ironia della gloria. Tratto da Cappa di Piombo e altre opere inedite per il teatro

La terza delle opere teatrali di  Cappa di piombo è L'Ironia della gloria, manoscritto privo di data mai pubblicato o rappresentato.
Siamo a Roma. Protagonista è Mauro Valdipena, un personaggio che rappresenta quasi un'autobiografia dell'autore: cinquant'anni, grigio, barbuto; gran nobiltà nel volto triste, ma sdegnoso. Un professore che vive in una difficile situazione economica perchè destituito a causa di una lite con un ispettore mandato dal Ministero: E quell’ispettore, che probabilmente aveva ricevuto l’imbeccata, si scandalizzò perché io avevo assegnato soltanto sedici temi di componimento invece di diciotto, quanti avrebbero dovuto essere; e mostrò un grande orrore nel constatare che non usavo segnar gli errori con la matita azzurra!... ; e all'accusa della moglie Dare del cretino a un ispettore mandato dal Ministero per un'inchiesta, è una sciocchezza che gli costa il pane!... Lui risponde senza scomporsi Ma non è stato per questo, sì bene perchè gli ho tirato il calamaio in faccia, e mi son doluto di avere sciupato sopra un imbecille tanto inchiostro, col quale si sarebbero potuto scrivere bellissime cose… Anche lui, proprio come Luigi Natoli nella sua carriera di insegnante e poi di direttore afferma: Ho dati troppi anni al Ministero; i più belli, i più vigorosi; gli ho dato probabilmente il mio avvenire; perché sballottato di qua e di là, per paesetti dove non trovi neppur un libro, son diventato un vero ignorante; e perché nell’insegnamento mi sono incanaglito e ho spenta la mia fantasia. Ora voglio un po’ rifarmi; voglio rivivere i miei sogni… Ed ha un sogno infatti, Mauro Valdipena: è  uno scrittore… di opere teatrali, che desidera poter mettere in scena, ma non trova un capocomico disposto a farlo. E così, per vivere si arrangia dando lezioni private, ma non rinuncia alla sua passione e come lui stesso dice: Scrivo perché ho bisogno di dare una espressione ai fantasmi che mi si affollano nel cervello. E non sono io che li chiamo, vengon da sé, e picchian forte per uscire rivestiti di forme... E poi son quelli i momenti in cui godo: perchè vivo la vita delle mie creature, mi caccio nelle loro avventure, piango, rido, amo, odio con loro... e dimentico la realtà che mi circonda con tutte le sue miserie. 
Personaggio, Mauro Valdipena,  autobiografico senz'altro, che vive il dramma della povertà sacrificando una delle sue opere. Accanto a lui la moglie Paolina, il fedele allievo Franco Speri, l'opportunista Agostino Sapio, l'affezionata figlioccia nonché attrice Lalla Alteni.
All'interno della commedia, e precisamente nel secondo atto,  si sviluppa un po' il tema del "teatro nel teatro": si rappresenta infatti "Urbe", un dramma ambientato nella Roma antica. Ma nel dramma che gli attori mettono in scena si intreccia quello di Mauro Valdipena e della sua opera, della sua "creatura" come egli stesso dice.
Nel terzo atto la spiegazione del titolo: L'Ironia della gloria.


Luigi Natoli: Cappa di Piombo e altre opere inedite per il teatro.
Pagine 312 - Prezzo di copertina € 21,00
Disegno in copertina di Niccolò Pizzorno - Elaborazione grafica di Maria Squatrito
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Nella foto: Il manoscritto.

giovedì 23 maggio 2019

Luigi Natoli: Cappa di piombo. Tratto da: Cappa di Piombo e altre opere inedite per il teatro

La seconda opera che dà il nome alla raccolta è Cappa di Piombo, commedia in tre atti, dattiloscritto del secolo XX. Si tratta di un inedito assoluto, che noi editori abbiamo copiato direttamente dal dattiloscritto originale. Unica traccia per la data: secolo XX.
Una commedia in tre atti, uno stile innovativo per l'epoca che fa conoscere Luigi Natoli sotto un aspetto nuovo.
Dalle ricerche fatte in biblioteca siamo risaliti alla "storia" di Cappa di Piombo, perchè si tratta della seconda edizione di un'opera che Luigi Natoli aveva precedentemente scritto con il titolo de Il Figlio. 
Conclusione: Il Figlio è un lavoro preparatorio a Cappa di Piombo. 
Al centro di entrambe le opere un dramma familiare, una moglie infedele, un marito apparentemente rassegnato alla lunga infedeltà della coniuge, un figlio ventenne che scopre tutto. 
L'opera Il Figlio ha solo quattro personaggi, ed il principale protagonista è Manlio, figlio di Silvano. Su di lui si snoda tutto il dramma, ma più si procede nella lettura del manoscritto e più le correzioni, le cancellature, gli appunti, aumentano progressivamente fino alla conclusione dell'opera. Giunti alla fine, si capisce facilmente che l'autore non era soddisfatto del risultato.
Forse non voleva scendere nell'ovvietà della commedia siciliana del tempo, o forse non era sicuro di essere stato incisivo nel suo messaggio. Sta di fatto che riscrive tutto da capo, in un dattiloscritto, lasciando inalterata la struttura, i personaggi, la maggior parte dei dialoghi, ma con la sostanziale differenza di togliere la parte di protagonista al figlio per affidarla al padre, Silvano. In tal modo, l'autore trova uno stupefacente finale degno della migliore avanguardia teatrale dell'epoca.
Il nuovo titolo "Cappa di Piombo" calza perfettamente con la nuova elaborazione dell'opera, perchè la frase è ripetuta spesso nelle ultime pagine da Silvano e durante la lettura si ha la sensazione di essere avvolti da una "cappa di piombo" che grava su tutto il dramma.
Nel manoscritto "Il Figlio" il seguente appunto: "cominciato il 23 dicembre 1910 alle 4 del mattino, terminato il 5 gennaio 1911 alle 07,20. Ripreso il 17 dicembre 1917 indi il 22 gennaio 1923 terminato definitivamente".


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Luigi Natoli: Il conte di Geraci. Tratto da: Cappa di piombo e altre opere inedite per il teatro.

La prima opera della raccolta Cappa di Piombo è Il Conte di Geraci, scene medievali siciliane in due atti scritta per la festa del Cav. E. Dominici il 27 novembre 1884. 
Protagonista del dramma è Francesco Ventimiglia, conte di Geraci, e l'opera descrive appunto le ultime ore di vita del conte, dal momento in cui il re Pietro d'Aragona con i fratelli Palizzi e i Chiaramonte entrano nella contea fino alla fuga e alla fatidica fine. Il lettore attento di Luigi Natoli ricorderà benissimo che questa parte di storia della Sicilia è ampiamente narrata nel romanzo storico Latini e Catalani volume 1: Mastro Bertuchello. Il romanzo infatti, ha inizio proprio con la storia di Francesco Ventimiglia, conte di Geraci.
L'opera è scritta in bellissima grafia, e il frontespizio è corredato da un valido disegno dello stesso autore. Questo ci fa pensare che Luigi Natoli doveva avere una particolare predilezione per Il Conte di Geraci. Dei particolari indicati abbiamo inserito le foto nella prefazione, per il principio di condividere con voi lettori l'emozione di tutte queste piccole scoperte sull'autore: era un artista sia nel disegno che nella grafia. Un altro aspetto da aggiungere ai tanti che già conosciamo. 
Il linguaggio utilizzato richiama molto quello dei poemi epici. Così, ad esempio, si esprime il Conte dinanzi a una possibilità di fuga: "Una viltà mi addita: me non salva obbrobriosa fuga; ribelle io sono e da ribelle e da forte cadrò. Fuggire! E poi? Il tradimento mi circonda; ovunque io porrò piede, sorgerà una spia che mi darà a’ Palizzi: e tu, tu stessa consigliatrice de la fuga, in ceppi tratto a Palermo me vedresti, innanzi a giudici nemici, e sul mio capo sfolgoreggiar vedresti di sinistra luce la scure; e intorno al palco, accolti oscenamente lieti Chiaramonte e Palizzi!... Ah, non io, non io per questo lo stendardo levai de la rivolta e quaranta città meco divisero gli aspri perigli de la guerra. Il Conte di Geraci non fugge: io vedrò prima rovinar queste torri, e ne l’incendio funestamente divampare, e tutto travolgersi in macerie orride e tetre... Ma in mezzo a le rovine, io sol pugnando, nel mio vessillo avvolto da latino e da conte cadrò". 
Ciò non significa che l'opera sia pesante o noiosa: a parte il fatto che non è molto lunga (sono due scene), si legge con interesse e con piacere così come tutte le altre, come fossero piccoli romanzi…



Luigi Natoli: Cappa di piombo e altre opere inedite per il teatro.
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Luigi Natoli: Cappa di Piombo e altre opere inedite per il teatro

L'ultimo volume della Collana dedicata a Luigi Natoli edita i Buoni Cugini editori è Cappa di Piombo, che raccoglie le sue opere teatrali in italiano. Il secondo, Suruzza! (di prossima uscita) raccoglierà tutte le opere in dialetto siciliano con testo a fronte in italiano e diverse note che spiegano antiche terminologie e modi di dire.  
Il lavoro per la realizzazione di questo volume è stato per noi editori lungo e faticoso, poiché siamo partiti dall'unico documento certo che avevamo per le nostre ricerche, ovvero l'indicazione data nel testamento "Alla Biblioteca comunale lascio tutti i manoscritti, appunti, versi, ecc. chiusi nelle buste di cartone. Ciò voglio più presto che sia possibile".
Siamo partiti quindi dalla Biblioteca Comunale, e lì fortunatamente abbiamo trovato tutti gli appunti e i manoscritti delle opere teatrali, così come l'autore li aveva lasciati. Di tutto questo abbiamo reso partecipe il lettore nella lunga e minuziosa prefazione che precede entrambe le opere, con le foto di particolari emozionanti come l'appunto del giorno e persino dell'ora in cui inizia e termina il lavoro, o le sbarre decise con cui cancellava una parte per lui non buona. 
Molti dei manoscritti teatrali sono semplici bozze, ricche quindi di correzioni, tagli, rimandi in piccola grafia (vedi L'ironia della gloria). Altri invece sono trascritti in bella grafia, perchè magari destinati ad una lettura in pubblico o a una rappresentazione (vedi Il conte di Geraci). Dalle lunghe ricerche in Biblioteca abbiamo recuperato cinque opere: Il conte di Geraci (già edito Flaccovio), Cappa di Piombo, L'ironia della gloria, Quannu curri la sditta, Il numero 570 (già pubblicato da noi precedentemente).
Diamo quindi ai lettori, amanti di Luigi Natoli, un'opera unica, assolutamente inedita, non noiosa, snella e scorrevole, a tratti geniale. Un'opera che mette in evidenza altri aspetti dell'autore: Luigi Natoli drammaturgo e Luigi Natoli commediografo, in un linguaggio moderno, libero dagli schemi del romanzo di appendice o delle ricerche storiche. In queste opere l'autore è se stesso. 

Luigi Natoli: Cappa di Piombo. Raccolta di opere inedite per il teatro in italiano. 
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mercoledì 15 maggio 2019

Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella o La Caduta di Messina.

Nel 1908 Luigi Natoli pubblicò in 154 puntate sul Giornale di Sicilia I cavalieri della stella o la caduta di Messina. Tutte le successive pubblicazioni del romanzo furono postume e riportano profonde differenze nello stile letterario del suo autore con quella del 1908 che oggi proponiamo fedelmente. 
Al centro del romanzo storico, tra i più lunghi e articolati scritti dall'autore, è la rivolta che insanguinò la città di Messina per ben cinque anni, dal 1672 al 1679 e le ripercussioni politiche che ebbe in tutta Europa. Intorno al tema centrale, ruotano altri aneddoti storico come l'Accademia della Stella e le vicissitudini dell'ordine dei Cavalieri, i "partiti" politici dei Merli e dei Malvizzi (due uccelli che diventano simbolo di guerra), il Senato (poichè Messina era l'unica città della Sicilia ad avere un Senato e ad essere una Repubblica), il crudele Stratigò, la filanda Cicca Musco, la misteriosa Setta e la carestia che devastò la città nel 1679. Nei fatti storici si muovono i personaggi nati dalla penna dello scrittore: il nobile Galeazzo de Gotho e il suo fedele cugino Antonello, il crudele don Gregorio Fiordimonte barone del Gibiso, le figure femminili di Laura de Gotho e Cassandra Abate, il coraggioso Totonno e molti altri. 
La seconda parte del titolo, "La Caduta di Messina" proprio perchè il 7 gennaio del 1679, il viceré conte di Santo Stefano soppresse la Repubblica di Messina con l’Accademia della Stella, abolì tutti i privilegi della città, confiscò i suoi beni dichiarandola civilmente morta, fece togliere il capannone, dove si riunivano i cittadini e demolire il Palazzo di città, arando il terreno e cospargendolo di sale affinché non crescesse più nulla.
Così finiva la rivoluzione di Messina che avrebbe potuto conseguire anche l’indipendenza della Sicilia dalla Corona di Spagna e mentre la città dello stretto moriva assassinata, faceva vedere che il colosso spagnolo era con i piedi di creta, segno della sua prossima caduta.
In questi anni di fiera ribellione Luigi Natoli intreccia le vite di personaggi magnifici e immaginari nel rigore di un’attenta ricostruzione storica creando gesta ed eroi che s’imprimono indelebili nella memoria del lettore. 
Pagine 954 - Prezzo di copertina € 26,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
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Luigi Natoli: La signora Clara Stella. Tratto da I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina

All’angolo della strada di S. Sebastiano, dove essa finisce sotto le mura della Torre della Vittoria, v’era una casa a un piano, di modesta apparenza, con due balconi dalla ringhiera di ferro battuto e un portoncino nè grande nè piccolo, ornato di un mascherone di stucco. Ai giovani di Messina quella casa non era ignota: bisognerebbe anzi dire non era stata ignota; giacché se da prima la frequentavano con assiduità, da quattro o cinque mesi picchiavano invano al portoncino, che non si apriva se non per una sola persona, l’illustrissimo signor don Gregorio Fiordimonte, barone del Gibiso.
Bisogna però dire che dopo qualche tentativo infruttuoso, quando si seppe che la signora Clara Stella era sotto la protezione del barone del Gibiso, nessuno pensò più a sollecitare il favore di essere ricevuto.
La signora Clara Stella era un bel prodotto di seme iberico in terreno italico; era cioè nata in Napoli da padre spagnuolo e da madre napoletana; dal padre aveva ereditato il colorito roseo della carnagione, il biondo rossiccio dei capelli, caratteri forse delle antiche stirpi celtiche, l’orgoglio e l’ingordigia; dalla madre l’opulenza delle forme, gli occhi neri, vellutati, le grazie del parlare e quel fascino particolare che hanno le donne di Napoli. Erano le sole cose che si sapevano di lei; come fosse vissuta nella giovinezza, perché fosse venuta a Messina non si sapeva.
Era capitata un anno innanzi, durante le feste della Madonna della Lettera, –  diceva lei per sciogliere un voto alla miracolosa immagine –  diceva qualcuno per seguirvi un bel tenente della guarnigione spagnuola, che però s’era ammalato di febbri perniciose appena giunto in Messina e ne era morto.
La signora Clara Stella non diede nessuna pubblica manifestazione di un dolore senza conforti; ma trovò che l’aria di Messina le si confaceva, che v’era della gente molto ricca e ambiziosa, e non troppi rigori: e rimase. Poiché aveva ventiquattro anni, era bella, aggraziata e promettente, trovò ben presto dei cuori disposti a consolarne la vedovanza: ciò che ella accettò, ma, probabilmente per non patire altri dolori, non si legò a nessuno ma variò con saggia scelta, come si conveniva a una signora del merito. Aveva in tal modo allargata la cerchia delle sue amicizie fra i giovani del patriziato e dei grandi mercanti, e anche fra i padri, che non sdegnavano, con tutta la prudenza necessaria, passar qualche oretta dalla signora Clara Stella. Ella era così graziosa, così piena di vezzi, e diceva tante paroline tenere e dolci in quel suo dialetto armonioso e suggestivo, che non c’era di meglio per cacciar le malinconie della vita monotona.
Del resto la signora Clara Stella pareva preferisse i padri; e non aveva forse torto; erano più prudenti, più sicuri, meno esigenti, e più generosi.
Da cinque mesi aveva conosciuto il signor Don Gregorio Fiordimonte, il quale aveva sentito parlarne tanto, che s’era risoluto finalmente di farle una visita. L’effetto fu superiore all’aspettativa; quell’uomo di quarantacinque anni fu così preso dai vezzi sapienti di quella donnina di venticinque anni, che ritornò a visitarla con entusiasmo giovanile. Comunicò il suo entusiasmo alla bella napoletana? La conclusione fu che qualche giorno dopo il primo incontro, il signor barone del Gibiso fu il solo uomo al quale si aprisse il portoncino della strada di S. Sebastiano. La casa si vide adornata di bella tappezzeria e di mobili nuovi; e se esternamente conservò il suo aspetto modesto, internamente acquistò l’aria di agiatezza e di benessere delle case signorili; la signora Clara Stella ebbe una schiava bianca per servirla, e uno schiavo moro per custodirla; servitori fedelissimi di don Gregorio, che compivano anche un ufficio di polizia segreta a sicurtà della sospettosa gelosia del barone del Gibiso.
Egli era infatti geloso: una gelosia fatta di paure e di sospetti; che però egli sapeva celare sotto le sue maniere di padrone assoluto, abituato a comandare.
Clara Stella non aveva avuto bisogno di grande studio per conoscere a fondo il suo amico. Col fine intuito delle donne s’era accorta che don Gregorio s’era perdutamente innamorato di lei; e che sotto quelle apparenze imperiose di padrone, e in quello sfoggio di volontà, v’era tutta la debolezza di un amore senile, dalla quale poteva trarre partito. Nella sua mente cominciarono a balenare dei pensieri confusi, delle torbide ambizioni di ricchezza e di possanza, che ancora non prendevan forma determinata, ma ronzavano inquieti intanto, tormentando il suo spirito.
Si mostrava umile, sottomessa, servizievole, accarezzando la vanità dispotica del suo don Gregorio; inebbriandolo nel tempo stesso di carezze e di tenere parolette, acuendone i desideri con improvvisi e ben simulati pudori, e riducendoselo, senza parere, umile e supplichevole come un bambino. Quando egli le faceva qualche ricco dono, ella si mortificava, se ne sdegnava quasi.
- Perché? che bisogno c’è mio grazioso signore? dunque credi che io abbia bisogno di regali per volerti bene? No, no, mio tesoro; io ti voglio bene tanto tanto, per te, unicamente per te!...
Egli arrossiva di piacere; ma col suo tono imperioso rispondeva:
- Taci! non voglio osservazioni; lo sai. Quando io ti regalo qualche cosa, tu devi accettarla, senza discutere. Voglio così: te l’ho detto...
Quel pomeriggio, col quale incomincia la nostra storia, don Gregorio Fiordimonte era andato, come di consueto a visitare la signora Clara Stella. Vi si recava la mattina, e vi si tratteneva qualche ora; nel pomeriggio spesso vi ritornava e non rincasava che a notte alta. La mattina la signora Clara Stella, fingendo un’aria di mistero e di verecondia gli aveva detto che aveva una gran cosa da comunicargli: e per quanto don Gregorio avesse insistito, essa con grazia, ma con fermezza irremovibile, si era rifiutata...



Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina. - Romanzo storico siciliano ambientato nella Messina del 1600
Nella versione originale pubblicata in 156 puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1908
Prezzo di copertina € 26,00 - Pagine 954 
Copertina di Niccolò Pizzorno
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Luigi Natoli: Il casato dei Fiordimonte, baroni di Gibiso. Tratto da: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina

Era una vasta sala da pranzo, dai mobili di quercia, massicci, di quello stile pieno di volute e di cartoni che piacque tanto nel pieno seicento. Un’ampia tavola in mezzo e dei seggioloni dalle alte spalliere, coperti di cuoio nero con borchie di bronzo dorato; due grandi credenze o armadi su due pareti; dentro le quali splendevano le porcellane e il vasellame d’argento: in alto, su le pareti, in giro, panoplie di antiche armi, che al lume delle candele avevano bagliori sanguigni. C’era una grande semplicità, quasi austera nell’arredamento; ma nel tempo stesso una fine eleganza e una grande ricchezza intrinseca. Non era necessario un grande sforzo per capire che quella era la casa di un gran signore. E infatti l’illustrissimo signor don Gregorio Fiordimonte barone del Gibiso, era uno dei più ricchi signori di Messina. La sua nobiltà durava dalla venuta di Pietro d’Aragona. Un cavaliere, Jago de Florimont, segnalatosi nella battaglia del golfo di Napoli, e più tardi a quella della Falconara, aveva avuto in dono alcune terre fra Taormina e Sant’Alessio. Estintosi nel secolo XV il ramo primogenito, e per via di matrimoni passati i titoli principali in altre mani, era a don Pietro II, del ramo cadetto, rimasta la baronia del Gibiso, e ne era venuta una nuova dinastia, che aveva restituito alla casa l’antico splendore, vuoi per ricchi maritaggi, vuoi per una industria alla quale, seguendo il loro naturale, i Fiordimonte si erano dati sul finire del secolo decimosesto e nel seguente. Armavano navi da corsa, e davan la caccia alle navi barbaresche, – qualche volta anche a quelle francesi o inglesi. Guidate da capitani esperti, veri lupi di mare, nello sfidare le procelle, audaci e prudenti a un tempo nell’assalire il nemico, armate di ciurme che pareva vivessero di combattimenti, queste navi leggere e veloci, erano sfuggite sempre a una cattura, ed eran tornate a Messina, il più delle volte, traendosi dietro qualche galeone mercantile; la cattura del quale liberava dal remo qualche centinaio di cristiani, gittava negli ergastoli o nel mercato di Messina altrettanti barbareschi o greci, e nei magazzini del palazzo Fiordimonte grano, stoffe preziose, vasellami, oro, gemme: una vera ricchezza. Così i Fiordimonte erano diventati straordinariamente ricchi.
Don Gregorio, in gioventù, aveva voluto correre il mare, ed era stato fortunato; alla morte del padre però, posto a capo di una casa considerevole, aveva abbandonata la vita avventurosa e pericolosa, pensando che oramai era tempo di godersi l’ingente patrimonio, in quel suo palazzo che era celebrato come una reggia. Di trentacinque anni, nel 1660 aveva preso moglie; donna Laura de Gotho, di antica e provata nobiltà, minore di lui di venti anni: e già ne eran trascorsi dieci, ma non certo lieti o per lo meno contenti. Nessun figliuolo era venuto a rallegrare quelle nozze così disparate, nelle quali don Gregorio era entrato con tutta l’esperienza di un uomo, cui non eran mancate avventure; e donna Laura con tutte le trepidazioni di un’anima che, a un tratto dalle spensieratezze infantili si vedeva gittare nel mondo serio e così diverso della donna. Ella non aveva avuto il tempo di sognare né di pensare al matrimonio. Seguendo le usanze, il padre, l’illustrissimo signor don Tommaso, aveva trattato il matrimonio col nobile barone del Gibiso, sicuro di dare alla figliuola uno stato invidiabile, e lieto di collocarla così presto. Ma non fu lieta donna Laura. Ella non seppe del matrimonio che gl’impeti brutali del marito, che le davano una soggezione, quasi un senso di paura e di sgomento. Quell’uomo alto, robusto, abbronzato, coi capelli grigi e ruvidi, gli occhi verdastri, la voce grossa, le maniere rudi, che non le aveva mai detto una parola graziosa, che non le aveva mai suscitato il desiderio e il sentimento dell’amore; che la riguardava come una cosa, cui chiedeva soltanto, violentemente, un erede che non veniva, la faceva rabbrividire, ogni qual volta, con un gesto imperioso la faceva avvicinare a sè. Dopo cinque anni infruttuosi, i loro rapporti cessarono quasi del tutto; ciò che non spiacque a donna Laura, né addolorò don Gregorio. Ma la giovine signora, già cosciente, sentiva ora il gran vuoto nel quale viveva il suo cuore: nella solitudine in cui era lasciata qualcosa di indefinito, una aspirazione segreta, il desiderio di un affetto assai diverso da quelli conosciuti fino allora, le oscuravano la fronte di una profonda malinconia. Due persone mitigavano quella triste solitudine: il fratello Galeazzo, minore di lei di tre anni, bello, elegante, valoroso e gentile, e la piccola Cassandra Abate.
La piccola Cassandra Abate, attualmente educanda fra le Benedettine di S. Paolo, era una nipote di don Gregorio, orfana dei genitori; che spesso, in occasione di feste pubbliche, lo zio conduceva in casa. Cassandra Abate s’era affezionata a quella sua zia giovine e bella, come a una sorella maggiore; e donna Laura provava una tenera simpatia per quella fanciulla bellissima che le ricordava la sua fanciullezza, e proprio il tempo in cui anch’ella fu tolta da quel medesimo monastero, per passare fra le braccia di un marito nè amato nè conosciuto. 
Dopo qualche giorno, che la Cassandra Abate era venuta a passare, per la prima volta, le feste carnevalesche in casa dello zio, era venuto da Barcellona un cugino, Antonello Pirruccio, figlio di una sorella del magnifico signor don Tommaso de Gotho; e la storia di questo giovinetto, che a un tratto s’era trovato nel mondo, solo, povero, senz’altro che il suo nome, la sua spada e una chitarra, l’aveva interessata profondamente.



Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina. - Romanzo storico siciliano ambientato nella Messina del 1600
Nella versione originale pubblicata in 156 puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1908
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Luigi Natoli: La festa della Madonna della Lettera. Tratto da: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina


Era questa una delle feste più solen­ni che si celebravano in Messina, e dopo quella dell'Assunta, era la più importan­te, come quella che celebrava, niente­meno! il giorno in cui la Madre di Gesù, proprio lei, inviava ai Messinesi con una lettera, scritta di suo pugno, una ciocca dei suoi biondi capelli. La lettera scritta il 3 giugno dell'an­no 42, fu data a due ambasciatori che i Messinesi, volendo convertirsi alla nuo­va fede avevano spedito alla madre di Gesù in Gerusalemme.
L'autenticità di questa lettera e della ciocca dei capelli non fu messa menoma­mente in dubbio; nessuno volle accor­gersi dello strafalcione cronologico che essa contiene; e dire che la lettera fu fab­bricata dall'umanista Lascaris nel secolo XV, pare anche oggi una bestemmia ai fedeli Messinesi; peggio poi pensare a qual capo poté essere tolto il capello che custodito in un'urna di cristallo di rocca, è per così dire, il palladio della città.
Si capisce come, aggiustando fede a una impostura, la festa che celebrava un avvenimento unico, orgoglio di Mes­sina, della quale la Vergine stessa si di­chiarava protettrice (Protectricem nos esse volumus) dovesse venire celebrata con le maggiori magnificenze.
Tutte le strade si addobbavano di drappi e di arazzi, magnifici di disegni e di ricami d'oro e d'argento quelli pen­denti alle finestre dei palazzi e dei mona­steri, rallegrati da ghirlande e da festoni di fiori quelli poveri delle umili case po­polari. Sopra antenne rizzate di proposi­to, sventolavano bandiere variopinte, e qua e là, nei crocicchi si elevavano archi di trionfo. Ogni tanto un altare ornato riccamente, con una immagine della Madonna; e intorno altri arazzi, altri fe­stoni, e fiori e sete e oggetti preziosi.
Le botteghe degli orafi e dell'arte della seta, vale a dire delle due maestran­ze più ricche e più potenti, si tramutava­no in gallerie fantastiche, che offrivano spettacoli meravigliosi di magnificenza, per le ricchezze che vi si mettevano in mostra. E poi, da per tutto, nelle finestre, nei balconi, dinanzi alle porte, intrec­ciati tra i festoni, lumi, lumi e lumi, che accesi la sera, spandevan tanta luce da fare, come scrive un cronista del tempo, “scorno al più fitto meriggio”. Ma ciò che formava la singolarità di quella festa era la esposizione di quadri, di statue, di nuova invenzione, ogni an­no; e che talvolta avevan argomento reli­gioso, ma più spesso erano allegorie, il si­gnificato delle quali non sfuggiva al popolo.
Quella era una delle processioni più strepitose, che si svolgeva per una lunga teoria di confraternite, di conventi e di preti, col capitolo del Duomo, il Sena­to, gli ufficiali della città, un lungo segui­to di gentiluomini e i Cavalieri della Stel­la, che godevano lo speciale privilegio di condurre la reliquia anche per la loro fe­sta, che cadeva il 6 gennaio, giorno dell'Epifania. I famosi capelli della Madonna nel­la loro custodia di cristallo, eran portati sopra un fercolo o macchina di argento, splendente di ceri, sotto un baldacchino di seta, tra i canti del clero e il fumo degli incensi e il rullìo dei tamburi, mentre su pel cielo squillavano le campane delle chiese.



Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina. - Romanzo storico siciliano ambientato nella Messina del 1600
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giovedì 9 maggio 2019

Luigi Natoli: L'abate Meli. Sconto del 20% dal sito della casa editrice

Luigi Natoli: L'abate Meli. Il volume comprende:
L'Abate Meli, romanzo nella versione originale pubblicata a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia dal 30 settembre 1929
Giovanni Meli, studio critico pubblicato nel 1883
Le poesie di Giovanni Meli pubblicate da Luigi Natoli su Musa Siciliana, con traduzione a fronte in italiano a cura di Francesco Zaffuto
Prefazione e presentazione dell'opera a cura di Francesco Zaffuto.
Copertina di Niccolò Pizzorno
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