martedì 19 marzo 2019

Luigi Natoli: Parla l'autore. Tratto da: Fioravante e Rizzeri

Fioravante e Rizzeri sono come Buovo d’Antona e come Orlando una parte dei “Reali”, e, come quelli, la più popolare. Non è il caso di investigare se Andrea da Barberino abbia attinto ad altri poemi, di cui era ricca la Marca Trivigiana e di cui si servivano i cantafavole nelle piazze; chi ha la pazienza di leggere lo studio che precede il “Fioravante”, nella Collezione dei testi di lingua, e gli studi sulla Epopea francese e sull’ “Orlando” di Pietro Raina, e i maggiori scrittori della storia letteraria d’Italia, può farlo; per noi il romanzo di Andrea da Barberino è tutto; noi non facciamo dell’erudizione; prendiamo quello che con tanta grazia e ingenuità narra lo scrittore toscano; e se di una cosa ci maravigliamo, è appunto che esso non sia letto oggi più dei romanzi gialli.
Io lo lessi giovanotto e ricordo che non potevo, se non difficilmente tralasciare la lettura; lo rilessi ora, e provai il medesimo diletto al racconto delle avventure subite e affrontate da Fioravante e da Rizzeri suo compagno e maestro, primo paladino di Francia e uomo senza macchia e senza paura. Comincia Fioravante con una monelleria, che lo spinge a lasciare il tetto paterno del re Fiorello; e di là si partono le sue avventure. Liberazione di giovanette, uccisione di nemici della fede, perdita di armatura rubatagli da un ladrone, prigioniero del re di Scondia, innamoramento con Drusolina, il suo valore come incognito e via via quello che gli succede da re, le persecuzioni di sua madre Biancadoro, che voleva dargli moglie, le avventure di Drusolina, che sola abbandonata, dà alla luce due gemelli, uno dei quali le viene rubato, e il duello dei due fratelli che non si conoscono, tutto ciò frammezzato di tanti episodi forma il romanzo, che spira un senso di giustizia e solleva gli animi nelle regioni del sogno. I nomi delle contrade non si sa dove trovarli, le distanze di parecchie migliaia di chilometri si percorrono in un tempo irrisorio, gli eserciti sono così innumerevoli da superare il numero degli abitanti delle città che li armano... Che importa? Siamo nelle sfere del sogno, nel quale ci piace navigare.
Qualche volta, passando per una stradetta, sopra una porta, vedo pendere un cartellone con dipinti in quadri alcuni episodi di quello che si rappresentava la sera nel teatro delle marionette; e vi leggevo i nomi di Fioravante e di Rizzeri. La storia di Andrea da Barberino si era rifugiata lì: Fioravante e Rizzeri erano tramutati in teste di legno, come tutti gli altri campioni del valore e della fede; ma anche in quelle vesti che destano in noi un sapore di cose nuove. In un quadro v’erano due guerrieri, che abbassavano le armi e un leone fra loro in atto di separarli; in un altro, una folla di popolo e una regina condotta al rogo: i cavalieri erano vestiti con le armature del cinquecento, con un salto di mille e duecento anni. Non importa nulla. Pel popolo abituato a quel teatro e pel puparo, ossia per l’ “oprante” tutte queste differenze sparivano nell’antico, in cui tutto accadeva senza distinzione di tempo, di luoghi, di costumi: ma l’onda di poesia che scaturiva anche da quelle piccole teste di legno era possente e riecheggiava nelle anime semplici degli spettatori.
Ora anche adesso questo giornale si ispira alle avventure di Fioravante, e lo riproduce attraverso un “oprante”; e intreccia l’antico con il moderno; e le avventure di Lillì fanno contrasto con quelle di Drusolina, e quell’onesto puparo sembra foggiato con l’anima dei suoi pupi. C’è riuscito? È quello che vedrà il lettore. Ma se non è immodestia dirlo, coloro che mi hanno seguito attraverso i diciotto o venti romanzi, da me pubblicati su questo giornale, sanno per prova che un certo interesse so trovarlo.

Luigi Natoli 
(Da un articolo del Giornale di Sicilia del 16 dicembre 1936)


Luigi Natoli: Fioravante e Rizzeri. Romanzo moderno ambientato nella Palermo del 1920
Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 31 dicembre 1936.
Prezzo di copertina € 19,00
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Luigi Natoli: il teatro di don Calcedonio. Tratto da Fioravante e Rizzeri

Il teatro era vuoto; si costituiva di una stanza, anzi di un piccolo magazzino, col soffitto di travi, imbiancato; nelle due pareti si vedevano due palchi, uno di fronte all’altro. Palchi egli li chiamava; il realtà erano due corridoi pensili larghi appena da potervi star seduti: tinti di color cilestrino, con dei disegni in rosso, che non si sapeva bene cosa rappresentassero. Dei banchi erano disposti in fila nella platea, e in quel momento erano sparsi di armature, di vesti, di pupi. Perché – e forse è superfluo dirlo – il teatro di don Calcedonio era la spettabile “Opera dei Pupi”, o, come si leggeva dipinto sulla porta d’ingresso, “Teatro di marionette”.
V’era, in fondo, il palcoscenico vuoto, desolante come quello di un teatro vero nelle ore del giorno, quando si fa la pulizia. Non scene, non sipario; l’ombra avvolgeva tutte le cose; nello sfondo apparivano il muro senza intonaco, i travicelli dell’armatura scoperti, e di qua e di là appesi, alla rinfusa una grande quantità di pupi, maschi e femmine, cristiani e saraceni che tra l’ombra mandavano dei bagliori, dove le armature prendevano luce in riflesso. I lumi della ribalta spenti, mostravano nelle spelature della tinta esterna del riverbero, la meschinità della latta. E tutto v’era meschino, il frontespizio o vuoi dire la bocca d’opera, dipinta di un color cenere, con delle strisciole bianche e grigie che fingevano cornici di stucco; i panneggi rossi che incorniciavano la scena, dipinta in modo spaventevole, e che pur formava la delizia degli occhi del minuscolo popolo degli spettatori; l’aria stessa che vi si respirava.
Quella mattina aveva lucidato l’armatura di Fioravante; elmo, corazza, schienali, bracciali e cosciali di nichel, rabescati d’ottone dorato, risplendevano come argento e oro. Fioravante era disteso su un’altra panca, i tre fili di ferro che gli reggevano il capo e le braccia, congiunti insieme, gli davano una posa da guerriero aspettante; la visiera alzata gli scopriva il viso immobile con gli occhi fissi; la veste, corta al ginocchio, verde, color della speranza, ornata di tre file di passamani d’oro, gli pendeva in pieghe simmetriche; e la spada, la terribile Durlindana, che poi avrebbe ereditato Orlando, gli giaceva al fianco. Oh, era un bel paladino Fioravante. Tutta la mattina don Calcedonio l’aveva occupata con lui. Non conosceva risparmio per i paladini; egli vi spendeva anche più che non potessero le sue forze; alcune armature gli costavano fino a cinquecento lire: quella di Orlando per esempio, tutta dorata, con i gomiti, le spallacce, le ginocchiere che parevano argento, e lo scudo con la croce d’oro, che rifulgeva come un sole. Ma Orlando era il paladino maggiore, e conveniva vestirlo meglio degli altri; la sua veste bianca pareva intessuta di gigli e i ricami parevano una pioggia di botton d’oro. Peccato, che avesse gli occhi storti!
Ma don Calcedonio non pensava a lui. Pur continuando a contare le travi del soffitto, la sua mente era piena di Fioravante e di Mambrino, del quale aveva nella mattinata ripulito l’armatura. Questa era diversa da quella di Fioravante, perché Mambrino era saraceno, e i saraceni, si sa, vanno vestiti diversamente. Hanno l’elmo senza visiera, con un turbante attorcigliato e una specie di chiodo in cima, donde scaturiscono le piume. E hanno le brache corte fino al ginocchio, e la scimitarra.
Veramente i romanzi di cavalleria che egli leggeva, dicevano che i guerrieri saraceni erano vestiti come i cristiani; le stesse armature, come lo stesso linguaggio cavalleresco, gli stessi usi; la differenza era che i cristiani giuravano per Gesù e per la Vergine Maria, i saraceni per Macone, Maometto, Apolline, Belial. Ma don Calcedonio vestiva i cavalieri cristiani come i giostranti del secolo XVI, e i saraceni come i turchi dei secoli posteriori. Era tutt’uno per lui!
Aveva ripulita la corazza di Finaù, figlio del re Balante, che regnava in Scondia; una bell’armatura, tersa e lucente, che faceva abbagliare a mirarla, con un sole raggiante in mezzo, e l’elmo sormontato da una pennacchiera rossa, che ondeggiava al minimo movimento.
Quella sera Fioravante avrebbe combattuto Finaù; era un duello mortale; si sapeva che Finaù sarebbe stato ucciso, nondimeno il duello si presentava agli spettatori dubbio, nonostante fossero in due a combatterlo, Fioravante e Tibaldo di Lima. L’armatura di questo cavaliere era già pronta dal giorno innanzi. Era di ottone, e pareva d’oro, ma rimaneva di minor valore di quella di Fioravante; anche il gonnellino non aveva i ricami di quello; era pavonazzo, filettato di oro.
Don Calcedonio teneva gli occhi al soffitto, ma la sua mente si perdeva dietro ai paladini; correva dietro a loro e studiava le parole più sonanti e i gesti più appropriati. Dove li metterebbe? Fioravante a destra, Finaù a sinistra, Tibaldo in mezzo. Combattevano. Ta ta tata, ta ta tata, ta ta tata, ta ta ta, ta a a a. Don Calcedonio a poco a poco si addormentò, e nel sonno continuava il combattimento. I pupi erano sul palcoscenico illuminato; la scena rappresentava una boscaglia, nella quale erano schierati gli eserciti, da una parte cristiani dall’altra saraceni. Folla. Erano vestiti poveramente, elmi e turbanti, e in mano avevano la lancia. Stavano immobili; poi i saraceni sarebbero fuggiti, e le lancie e le spade ne avrebbero fatto scempio.
Don Calcedonio dormiva e seguiva il gesto della mano che segnava le battute dei piedi dei combattenti. Ta ta tata… 
(Nella foto illustrazione del pittore Amorelli nella prima puntata di Fioravante e Rizzeri pubblicata sul Giornale di Sicilia del 1936)


Luigi Natoli: Fioravante e Rizzeri. Romanzo ambientato tra la  Palermo del 1920 e la storia dei Paladini di Francia nella parte del re Fioravante e del primo paladino Rizzeri, dove protagonista è don Calcedonio, puparo dell'epoca. 
Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 31 dicembre 1936.
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mercoledì 13 marzo 2019

Luigi Natoli: La morte del Conte di Cagliostro. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure

Per tutta la giornata non si parlò d’altro che di quell’avvenimento: la barba finta del prigioniero, portata come un trofeo, gironzolò per tutto il castello; l’arciprete volle vederla, la portò a vedere agli altri preti della curia: la videro nel paese tutti i magistrati del comune, maravigliandosi come il prigioniero avesse potuto procurarsela o fabbricarla, e qualcuno vedendoci, naturalmente, l’opera del demonio.
E intanto che tutte queste chiacchiere accresciute via via di nuove invenzioni, come un rivo, che, ingrossato nel suo corso da torrenti, diventa fiume, circondavano di leggende il prigioniero, il governatore ordinava che venisse bastonato; e, perchè gli passasse la voglia di fuggire, fosse trasportato nella prigione del Pozzetto, ed ivi incatenato per un piede a un grosso anello, infisso nella parete della prigione.
Egli non mandò un lamento: torvo, chiuso in un dolore disperato, lasciò compiere contro di sè le crudeli rappresaglie. Fu calato con le corde da una botola dentro la nuova prigione ed ivi abbandonato.
La prigione detta del Pozzetto era la peggiore di tutti: si trovava nella torricella del mastio, a occidente; alta dal suolo circa sessantaquattro braccia, illuminata da un finestrino con triplice inferriata, aperto a meno di tre palmi dal pavimento nudo e limaccioso, nella parete spessa otto palmi. Angusta, umida, semioscura; non aveva porta: vi si entrava dall’alto, per una botola che si apriva esternamente, donde, occorrendo, si calava una scala. Il prigioniero vi era stato calato con una corda; forse per questo, la prigione aveva nome Pozzetto: nessuna fibra, per forte che fosse, avrebbe potuto durare a lungo in quella sepoltura, che la pietà religiosa del sant’uffizio e del papa dava ai prigionieri. Non v’era che un mucchio di paglia per giaciglio, gittata in un angolo, sotto un grosso anello di ferro infisso nella parete per incatenarvi il prigioniero.
Giammaria sollevò la botola, e sporse il capo dentro la cella.
Il prigioniero stava seduto sulla paglia, per terra.
Giammaria stentò a conoscerlo: pareva invecchiato di dieci anni, e le lividure del volto gli davano un aspetto spaventevole.
Il prigioniero alzò gli occhi sul giovane, guardandolo con quello sguardo che produceva un certo rimescolìo e soggiogava.
Lo sguardo solo era il medesimo.
L’arciprete don Marini e il suo coadiutore, il padre don Filippo Scalini, per quei quindici giorni, a vicenda avevano tentato ogni via per ammollire il cuore di quell’uomo, che, per loro, era in preda del demonio. Egli pareva si fosse chiuso in un mutismo, che nè esortazioni, nè preghiere, nè mi nacce e neppur torture eran valse a vincere. Gli avevan punto le carni, gli avevano storto le braccia per vedere se conservava la sua sensibilità e se quel mutismo fosse un effetto del colpo apo pletico o di pravità d’animo; egli si era riscosso, aveva mandato un urlo che non aveva nulla di umano, ed era caduto nel suo mutismo. Soltanto i suoi occhi avevano conservato nella profondità dello sguardo, la loro elo quenza; e spesso alle insistenti doman de degli ostinati padri, esso si era illu minato di una superiorità sdegnosa, o di una penetrazione così profonda, che quelli se ne erano sentiti imbarazzare.
Don Marini aveva anche indetto pubbliche preghiere; aveva nel duomo esposto il Sagramento, e fatte suo nare le campane, perché Dio misericordioso toccasse il cuore indurito nella perversità. Ma invano...
Era morto alle tre del mattino del 26 agosto; e nel pomeriggio lo mandavano a seppellire. Come eretico e scomunicato, non gli toccava sepoltura cristiana, tanto meno accompagna mento di prete o lume acceso. E neppure una bara.


Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure. Romanzo storico dove protagonista è Giuseppe Balsamo, alias Conte di Cagliostro.
Nell'unica versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914
Pagine 884 Prezzo di copertina € 25,00
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Luigi Natoli: La condanna del prigioniero. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure

La condanna era crudele; oltre alla segregazione in quella piccola, fetida, umida segreta, senza altro mobile che un banco di pietra sul quale era disteso uno schifoso pagliericcio; era obbligatorio il digiuno rigoroso per tre giorni della settimana: pane e acqua negli altri, una minestra di legumi nauseabonda le domeniche. La sua salute ne aveva sofferto; i suoi muscoli, la sua carne se ne erano logorati.
Egli non poteva sorreggersi con la speranza di una liberazione prossima o lontana che fosse.
La pietà del papa lo aveva condannato in quella prigione, fin che gli rimanesse un respiro di vita. Era una morte lenta e disperata, sostituita a quella violenta, per mano del carnefice.
E la chiamarono grazia!
Da quando era entrato nel forte, ed eran quattro anni, dopo un processo laborioso, Giammaria era la prima persona con la quale discorreva; per quattro anni era stato relegato nel silenzio della segreta, guardato con disprezzo e terrore; oggetto di scherni e di crudeltà, contro le quali non poteva reagire. Nessuno doveva parlare con lui; neppure il barbiere, che una volta al mese radeva i prigionieri, non già per igiene o per decenza, ma perché la barba era segno di giacobinismo.
Aveva dovuto infingere una rassegnazione che non sentiva; ma era forse effetto della debolezza fisica, questa che gli pareva forza di rassegnazione.
La fortezza o castello era come l’acropoli del vecchio borgo, che, più a valle, era difeso anche da muraglia e da altri fortilizi a tramontana e a occidente, prime sentinelle in difesa dell’inespugnabile castello.
La prigione dell’ “eretico” era nel mastio; era una cella larga tre passi, o poco più, con la volta alta una statura d’uomo e mezza; e una finestretta a quattro palmi dal suolo.
Il prigioniero poteva quindi affacciarvisi comodamente e guardare lo spazio libero ed ampio. L’occhio scendeva giù fra le macchie, errava sui tetti e per le strade del borgo sottostante, si fermava a guardare il duomo e l’alta torre; poi scorreva oltre, guardava i due fortilizi, dei quali sapeva già il nome: il Palazzetto e il Casino; e vedeva indi come un taglio, come una grande fenditura, che isolava il monte. Indovinava che in fondo vi correva il fiume: più oltre ne vedeva fra poggi e boscaglie luccicare l’argento delle acque.
E più lontano ancora poggi e colli si succedevano come in uno scenario, degradando in tinte più azzurrine e più sfumate; e sull’orizzonte si disegnava di qua la Carpegna, di là, più in fondo la linea degli Appennini.
L’occhio non poteva scorgere che meno della metà dell’orizzonte; ma quanti desideri tormentosi! Fra quei colli, sopra un monte era S. Marino, la piccola repubblica; più oltre, a occidente, lo stato di Toscana; alle sue spalle l’Adriatico. Erano la libertà e la salvezza!...
Si potevano raggiungere tutti questi luoghi in mezza giornata, anche in minor tempo, camminando per boschi, quasi sicuro di non esser veduto, di poter sfuggire a un inseguimento.
Uscire da quel recinto!...
L’aveva tentato quella notte famosa; e per poco non era riuscito. Per sei lunghi mesi aveva lavorato a segare le spranghe della finestretta, con la pazienza e la continuità di un tarlo. La provvidenza gliene aveva fatto scoprire lo strumento.
Un giorno mentre, pensando, scalzava con la punta del piede il terriccio accumulato dinanzi al banco di pietra; senza neppur avvedersene ecco balzar fuori una punta metallica, che dapprima era sfuggita alla sua attenzione; la cui resistenza all’urto del piede, destò la sua curiosità; si chinò e la tolse, e con suo stupore riconobbe un mozzicone di piccola lima.
Qualche altro prigioniero ve l’aveva certamente nascosta. Egli si sentì rimescolare, parendogli quella una rivelazione della volontà del cielo, che gli indicava la via per uscire da quella prigione. Una fede operosa gli accese l’animo, la speranza lo incorò; egli credette nella sua fortuna, nel suo avvenire: sentì quasi aleggiargli sul volto la fresca aria degli Appennini.
Lavato più volte quel pezzo di acciaio, per toglierne il terriccio che v’era attaccato, e asciugatolo lo conservò dentro il pagliericcio; e la sera, seduto sulla soglia nella finestra, cominciò dolcemente a grattare il ferro delle spranghe.
Quel lavoro durò sei mesi, in capo ai quali le spranghe furon segate da tre parti. Il prigioniero aspettò la sera per tirar a sé l’inferriata, e aprirsi un varco.
Disteso sul largo spessore del muro, spinse il capo fuori di quel varco, e guardò fuori. Non s’aspettava che la finestra fosse così alta; e che fra il mastio e la cortina si interponesse un tratto di terreno.
Bisognava scendere giù per la muraglia, approfittando dei buchi e dei cespugli di capperi e violaciocche; ma per farlo con successo era necessario studiare la muraglia. Ogni sera, prima che annottasse, egli, da quell’osservatorio, interrogava la muraglia; poi rimetteva l’inferriata a posto in modo che nessuno se ne accorgesse.
Quando gli parve di esser sicuro, approfittando di una notte senza luna, tentò di evadere.
L’impresa era ardua, pericolosa, pazza: ma non era preferibile cadere e sfracellarsi e morire d’un colpo, piuttosto che spegnersi a poco a poco in quell’antro?
Cautamente, senza far rumore, cominciò a calarsi. La finestra rimaneva protetta da una delle torricelle del mastio: la sentinella stava sonnecchiando nel torrione opposto, e non poteva vederlo. Guadagnò la spianata: il cuore gli scoppiava dalla commozione, un sudor freddo gli bagnava la fronte. Raccolse le sue forze, e rapidamente corse al muro della cortina e scavalcò il parapetto.
La sentinella destatasi e accortasene, gridò:
- Chi va là?
Egli ebbe paura d’essere scoperto, e si smarrì. Credette di non poter aver scampo che nell’affrettarsi a scendere, e mise un piede in fallo.
Precipitò nel fossato. La sentinella sparò.
Così quel tentativo, fino a quel punto riuscito bene, andò a vuoto per un miserabile sassolino.
Bisognava ritentare la fortuna…


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sabato 9 marzo 2019

Luigi Natoli e il Palazzo Municipale: da quel balcone si affacciò Garibaldi. Tratto da: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento

La notizia della conferenza si era già diffusa in un baleno per la città; e una folla immensa, tutto un popolo, “picciotti” delle squadre, volontari, donne, vecchi, signori e plebei si accalcava, si pigiava nella piazza del palazzo di città, su per la fontana, tra le macerie, nella via Maqueda fino e oltre i Quattro Canti. Un bollettino era stato redatto, stampato e divulgato, che aveva commosso e infiammato gli animi. Riferiva che le trattative, contenendo fra i patti una condizione “umiliante per la brava popolazione di Palermo” dal Generale rigettata, erano rotte, e il domani si sarebbero riprese le ostilità. Ma la folla voleva vedere il Generale; ed egli si affacciò dal balcone posto nell’angolo del palazzo, dalla parte di via Maqueda; accanto a lui era il maggiore Bosco andato come parlamentario del Lanza. Un alto e profondo silenzio si fece subito su quella immensa folla, ansiosa e fremente, sopra la quale squillò la bella voce del Generale, come tromba di guerra.
- “Popolo di Palermo, il nemico mi ha fatto proposte ignominiose per te; ed io sapendoti pronto a farti seppellire sotto le rovine della tua città, le ho rifiutate!”.
Un urlo formidabile, tremendo, scoppiò da centomila bocche – “Guerra! guerra!... grazie, Generale!...” tutte le mani si tesero a lui; e parve in quel momento che Garibaldi e il popolo non avessero che un’anima sola.
V’erano in quella moltitudine uomini e donne quasi seminude, scampate all’incendio e alle bombe, che avevan loro distrutta la casa, uccisi i parenti; v’eran vecchi e fanciulli digiuni da tre giorni, senza casa, senza domani; e pure nessuno ebbe un attimo di debolezza; nessuno pensò che della città non sarebbe rimasta una pietra, che la guerra sarebbe stata d’esterminio; nessuno tremò: le rovine e i patimenti e le morti avevano tramutato tutta una popolazione in un esercito di eroi.
- “Guerra! guerra!”.
Il maggiore Bosco impallidì e si ritrasse.
La popolazione si preparò alla ripresa della lotta, che sarebbe riuscita micidiale alle truppe, per le formidabili barricate e per la trasformazione d’ogni casa; ma che avrebbe ridotta la città un cumulo di rovine. Fortunatamente il disastro fu scongiurato. Il generale Letizia e il colonnello Bonopane, venuti da Napoli, espressamente, il 31 proposero a Garibaldi, senza che il Lanza ne sapesse nulla, il prolungamento dell’armistizio. Si vociferò di tradimenti, si infamò questo o quell’onesto generale: e la verità, rimasta tanto tempo celata, è oggi palese per la pubblicazione della corrispondenza tra il re Francesco II e il generale Lanza(137). Il Letizia e il Bonopane avevano ricevuto l’incarico dal re; al cui animo ripugnava lo spargimento del sangue e l’orrore del bombardamento. Egli volle l’armistizio; persuaso per altro che la Sicilia oramai era perduta; e che la corona doveva salvarsi a Napoli.
O la fortuna assisteva davvero il genio di Garibaldi, l’audacia dei suoi compagni d’armi, la tenacia e il valore di tutto un popolo!


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento. 
Una raccolta di scritti storici e storiografici rigorosamente nella originalità dei documenti:
Storia di Sicilia dalla Preistoria al Fascismo (Ed. Ciuni anno 1935 - Per la parte di storia siciliana che va dal 1820 al 1860) La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione. (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910) Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille. (Estratto mensile "Rassegna storica del Risorgimento Anno XXV Fasc. II Febbraio 1938 - XVI) I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto da "La Sicilia nel Risorgimento italiano - anno 1931") Rivendicazioni. Attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927).
Prezzo di copertina € 24,00
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venerdì 8 marzo 2019

Luigi Natoli all'interno del Palazzo Municipale: Lapide al Comitato rivoluzionario. Tratto da: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana del 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano.



(1848) Un vero Comitato provvisorio della Piazza d’Armi, fu costituito in piazza Fieravecchia coi nomi del La Masa, di Giuseppe Oddo-Barone, barone Bivona, di Tommaso Santoro, di Salvatore Porcelli, di Damiano Lo Cascio, di Sebastiano Corteggiani, di Giulio Ascanio Enea, di Mario Palizzolo, di Pasquale Bruno, dei tre fratelli Cianciolo, di Giacinto Carini, di Rosario Bagnasco, di Leonardo Di Carlo, del principe di Villafiorita, di Giovanni Faija, di Rosolino Pilo, dei fratelli d’Ondes; ai quali poi si aggiunsero Salvatore Castiglia, Filippo Napoli, Ignazio Calona, Vincenzo Fuxa, il principe di Grammonte e qualche altro.
Il giorno dopo cominciarono ad arrivare le squadre dei dintorni, e si ripresero i combattimenti per espugnare i Commissariati e i posti avanzati, come quelli delle Finanze e della vicina gendarmeria. Intanto, essendo necessario provvedere ai bisogni della città e della rivoluzione, fu convocata, dal pretore marchese di Spedalotto, la municipalità con l’intervento dei membri del Comitato della Fieravecchia e di altri cittadini, e si convenne la costituzione di un grande Comitato, diviso in quattro Comitati minori, uno per la guerra e la sicurezza, presieduto dal Principe di Pantelleria, il secondo per l’annona, presieduto dal Pretore, il terzo per raccogliere le somme, presieduto dal marchese di Rudinì, il quarto per le notizie, la stampa, la propaganda, presieduto da Ruggero Settimo, il quale fu posto anche a capo del Comitato generale, con Mariano Stabile segretario. Si istituirono inoltre ospedali pei feriti nella Casa Professa dei Gesuiti e nei conventi di S. Domenico e Sant’Anna; il fiore dei medici offerse l’opera sua, gratuitamente. Due Commissioni, delle quali una di donne, attesero alla beneficenza. Si davano intanto disposizioni per le elezioni dei deputati al Parlamento, che si riapriva sulla base della Costituzione del 12, essendo stata respinta l’idea sostenuta dal Crispi e da qualche altro di un’Assemblea Nazionale, apparsa troppo radicale e perciò inadatta; e potè forse l’influenza dei nobili, che non volevan perdere il ritiro alla Patria. Le elezioni dei rappresentanti dei Comuni si svolsero nella prima metà di marzo; e il 25, festa dell’Annunziata, tra l’entusiasmo della città, il tonare delle artiglierie, lo squillare a festa delle campane, esso si inaugurò al tempio di san Domenico. Ruggero Settimo vi lesse un discorso, nel quale riassumendo l’opera del Comitato in circa due mesi e mezzo, e deponendo l’ufficio suo e dei colleghi, terminava invocando la benedizione di Dio sulla Sicilia, per congiungerla “ai grandi destini della Nazione italiana, libera, indipendente, unita”. Le due Camere s’adunarono in due grandi sale del convento di san Francesco, ed elessero Ruggero Settimo Presidente del Governo provvisorio; Stabile ministro degli esteri e del commercio; Riso, della guerra e della marina; Amari (lo storico) delle finanze; Gaetano Pisano, del culto e della giustizia; Calvi, repubblicano, dell’interno e della sicurezza; il principe di Butera dell’istruzione e dei lavori pubblici. Il Riso rinunciò alla carica, e in sua vece fu assunto Giuseppe Paternò, già colonnello di cavalleria nell’esercito regio. La rivalità fra Stabile e Calvi ruppe in dissidio: nessuno dei due sarebbe dovuto entrare nel ministero, per le prove negative già date.
Primo compito del governo avrebbe dovuto essere la formazione di un saldo esercito e di colonne mobili di Guardia Nazionale; quello per continuare la guerra e cacciare i regi dalla Cittadella, senza di che non poteva la Sicilia dirsi sicura; queste per la tutela delle provincie. Occorreva organizzare una polizia per dar la caccia ai malviventi liberati dal Governo borbonico anche dagli ergastoli del Continente, e fatti venire in Sicilia per mettervi l’anarchia...

(Dopo il 1848) Il prete Domenico Mastruzzi compose un fervido proclama, che venne in potere della polizia; onde egli fu preso, e martoriato dal tenente dei gendarmi De Simone, maestro di crudeltà; e mandato a giudizio con altri, ne avevano condanna ai ferri. Ciò non impedì che si costituisse un comitato centrale esecutivo, in relazione col comitato di Londra di cui era anima il Mazzini, e fedeli interpreti France­sco Crispi e Rosolino Pilo, infaticabili sempre; e coi comitati degli esuli di Genova, Marsiglia, Parigi e Malta: e già concertata ogni cosa per insorgere, si provvede­vano i mezzi finanziari, quando per la troppa fiducia di uno dei cospiratori e di un prete, la polizia ebbe nelle mani le fila della vasta trama: il prete, un tal Papanno, ottuagenario, ne morì di cordoglio nelle prigioni, dove molti altri marcirono. Ma per venti cospiratori arrestati, altri cinquanta sorgevano a prenderne il posto; ché i pro­cessi mostruosi imbastiti su semplici indizi, e le prigionie crudeli e le torture non sgomentavano e non intiepidi­vano i cuori.
Le carte degli archivii contengono i nomi di questi generosi, molti dei quali noi conoscemmo vecchi, sem­plici e modesti, vivere dimenticati nell'ombra, senza van­terie e senza lamentele. 
(1853) Si costituivano qua e là comitati, e uno più numeroso in Palermo, con antichi e nuovi elementi: del quale faceva parte G. Vergara di Craco, Luigi La Porta, Salvatore Spinuzza, Francesco Bentivegna, Vittoriano Lentini, Enrico Amato, Pietro Lo Squiglio, Mario Emanuele di Villabianca; e molti altri; v’entravan pure i fratelli Sant’Anna, i fratelli Botta e di Termini il dottor Arrigo e Giuseppe Oddo, da Girgenti i fratelli Grammitto. Mazzini incorava con le sue lettere di fuoco; e l’opera di propaganda e di preparazione era andata così alacremente innanzi, che s’aspettava per insorgere l’invio di quattrocento uomini, dal Mazzini promessi per guidare la rivoluzione. L’annunzio del prossimo viaggio del re Ferdinando arrestò il lavoro dei liberali, non le repressioni della polizia; anzi, avendo essi, di notte, listato di sangue il servile proclama del decurionato, che annunziava la venuta del re, il De Simone, il Pontillo e altri uguali strumenti del Maniscalco furono sguinzagliati in caccia di quanti erano sospetti amatori di libertà o secreti agitatori. E le carceri si empirono di nuovi arrestati, che tuttavia sfidando i pericoli della rigida vigilanza, corrispondevano coi compagni rimasti liberi.  
(1856) Il comitato s’era ricostituito per impulso di Salvatore Cappello, e ne facevano parte Onofrio Di Benedetto, Tomaso Lo Cascio, Salvatore Buccheri e Giacomo Lo Forte. Si era posto in relazione coi fratelli Agresta di Messina, i fratelli Caudullo e Tomaso Amato di Cata­nia, i fratelli La Russa e Mario Palizzolo di Trapani, agitatori e anima anch’essi dei comitati di quelle città: corrispondeva in Marsiglia con Rosario Bagnasco, in Malta con Giorgio Tamaio e Fabrizi, in Genova coi fratelli Orlando, che lo mettevano in relazione con Crispi, Rosolino Pilo e Mazzini.
(1859) Il comitato direttivo di Palermo si era in quei giorni ricostituito con l’architetto Tomaso Di Chiara, col dot­tore Onofrio Di Benedetto, coi fratelli Salvatore e Raffaele De Benedetto, Salvatore Cappello, conte Antonino Fe­derico e Salvatore Buccheri: ad esso facevan indi capo per legame con questo o con quello dei membri, Gio­vanni Faija (non Emanuele o Antonino come altri scrisse), Domenico Corteggiani, Andrea Rammacca, Giovan Bat­tista Marinuzzi, Rosario Ondes-Reggio, Giuseppe Campo, il barone Pisani, Martino Beltrami-Scalia; e, allargan­dosi ancor più le fila, Francesco Perrone-Paladini, En­rico Albanese, Giuseppe Bruno-Giordano, Andrea d’Ur­so, Antonino Colina, molti altri, quasi tutti provati nella rivoluzione del 1848.
Altro convegno di liberali, senza formar per questo un vero comitato, s’adunava in casa del dottor Gaetano La Loggia, e vi convenivano, oltre il Pisani, Ignazio Federico, Antonino Lomonaco-Ciaccio, il barone Ca­marata-Scovazzo, i quali ben presto, per mezzo dei co­muni amici, entrarono e si fusero con quel comitato.


Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento siciliano
Una raccolta di scritti storici e storiografici rigorosamente nella originalità dei documenti: 
  • Storia di Sicilia dalla Preistoria al Fascismo (Ed. Ciuni anno 1935 - Per la parte di storia siciliana che va dal 1820 al 1860) La rivoluzione siciliana nel 1860. Narrazione. (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910) Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille. (Estratto mensile "Rassegna storica del Risorgimento Anno XXV Fasc. II Febbraio 1938 - XVI) I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto da "La Sicilia nel Risorgimento italiano - anno 1931") Rivendicazioni. Attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927). 
Prezzo di copertina € 24,00
Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
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Luigi Natoli e il Palazzo Municipale: Il Bollettino della Vittoria

Entrando, sulla destra, si trova la lapide del Bollettino della Vittoria. 
Rileggi il Bollettino col quale il generale Diaz dava l'annunzio della vittoria. Ogni italiano deve tenerlo a mente: non per vanagloriarsi, ma per trarne ammaestramento, e adoperarsi ad accrescere grandezza alla patria con una vita virtuosa, degna di coloro che soffersero e morirono per farci liberi e grandi. Per questa vittoria l'Italia ora è tutta quanta libera da ogni soggezione: la catena delle Alpi è tutta nostra; e nessuno straniero può valicarla e accamparsi nelle nostre terre. 
Quanti sacrifizi, però, quanto sangue è costata l'unità nazionale!

Luigi Natoli

Luigi Natoli: Il Palazzo Municipale. Tratto da Guida di Palermo e suoi dintorni 1891


Dai documenti trovati dal signor Pollaci risulta che questo palazzo fu eretto nel 1463, essendo pretore il magnifico Pietro Speciale, per “conservare le munizioni e custodire insieme i privilegi palermitani e radunarsi i cittadini a parlamento”. Pur restando nella sua massa quale oggi si trova, il palazzo subì varie trasformazioni, specie nel secolo XVII e ai giorni nostri. Il prospetto attuale, di stile del secolo XV è dell’architetto Damiani. Due lapidi ricordano l’ingresso di Garibaldi e il trionfo della rivoluzione e il plebiscito.
Nel cortile a sinistra, si trovano due affreschi mediocri dell’Albina; a destra una fonte sormontata da due statue al naturale, rappresentanti un uomo e una donna. Sono mediocrissimo lavoro di scalpello romano, che si trovavano un tempo all’angolo della chiesa di S. Francesco e furono trasportate al Palazzo del Comune nel 1563. Sotto il portico, in una piccola nicchia, vi è un’urna cineraria sormontata da un Giano, e ornata di due rozze figurine che si danno la mano. Una iscrizione ritenuta giustamente apocrifa, dice che il console Cecilio Metello accordò alla repubblica palermitana l’aquila e il Pretore. A sinistra del portico, e a piè dello scalone costruito nel 1596, c’è una colonna di porfido con capitello, sormontata da una conca elegante di marmo, su cui la statuina del Genio di Palermo con suoi emblemi; a piè della colonna sono altre due statuine sedute; il tutto opera del secolo XV. Una iscrizione corre intorno alla conca, ed è il motto di Palermo: Panormus, conca aurea, suos devorat, alienos nutrit.
Nell’interno notevole la Scala delle Lapidi, così detta per le numerose lapidi che ne rivestono le pareti, e che ricordano avvenimenti e fatti e personaggi della storia di Sicilia – vi si trovano tutti i gonfaloni dell’isola e i mezzibusti marmorei di alcuni sindaci.
In una sala vicina, entro una nicchia, una statua greca battezzata per un Antinoo; nella sala gialla un quadro dello Sciuti rappresentante i Funerali di Timoleone e uno del Padovani, la Rinunzia del feudalismo. Le iscrizioni romane più importanti furono trasportate al Museo. Molti uffici municipali, pei cresciuti servizi e l’espansione della città, si sono allogati altrove. L’importantissimo Archivio municipale è stato situato nel convento di S. Nicola, ivi prossimo.
Al palazzo municipale si legano tutti i ricordi storici di Palermo; accanto alla porta d’ingresso si trova la campana, che in altri tempi chiamava il popolo o i consoli delle maestranze al generale consiglio.
In esso sedettero i governi provvisori delle rivoluzioni del 48 e del 60.
Il lato orientale della piazza Pretoria è formato dalla
Chiesa di S. Caterina, (P.7 E 4) il cui ingresso principale è nella prossima Piazza del teatro Bellini…


Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891. 
Nella versione originale pubblicata nel 1891 in occasione dell'Esposizione Nazionale dall'editore Clausen. Un "fermo immagine" di Palermo dell'epoca, con le pubblicità delle aziende partecipanti alla Esposizione, le indicazioni utili per i viaggiatori dai mezzi di trasporto agli alberghi, a tutti i servizi con i relativi prezzi e il pieghevole della cartina della città a fine libro. 
Prezzo di copertina € 19,00
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mercoledì 6 marzo 2019

Luigi Natoli: Don Galcerano Corbera conosce Giovan Giorgio Lancia. Tratto da: La dama tragica.

Con la spada sguainata fra i denti, le pistole in pugno, spronò il cavallo e si avanzò all’aperto, animosamente, gridando:
- Giovan Giorgio!... Io sono qui!...
- Guardatevi, signore! – gli rispose una voce.
Galcerano si ricordò della lettera. Istintivamente si voltò; vide due cavalleggeri, che staccatisi dai loro posti, e venendogli dai fianchi lo prendevano di mira con gli archibugi. Egli voltò il cavallo e lo impennò. Si udì a un tempo stesso una doppia scarica. Il cavallo di Galcerano diede un guizzo e cadde pesantemente trascinandolo nella caduta.
I banditi levarono un grido di vittoria;  i cavalleggeri, visto cadere il loro capo, credendolo morto, voltarono i cavalli e fuggirono nel bosco. Lo scontro durò appena mezz’ora.
Stordito dalla caduta Galcerano, che non aveva potuto, armato com’era, saltare in tempo, era rimasto un po’ privo di sentimento. La spada e le pistole gli erano sfuggite di mano; e una gamba gli era rimasta sotto il peso del cavallo. Ritornato in sè, e sentendo ancora dei colpi, credette che il combattimento continuasse, e cercò, ma invano, di liberare la gamba, imprigionata. Ma si vide attorniato da uomini armati che non erano certamente i suoi cavalleggeri, e che lo guardavano con aria minacciosa.
Uno di essi, che aveva una sciarpa rossa cinta ai fianchi, come un capitano, gli si avvicinò, e levatosi il cappello, gli disse:
- Vostra Signoria può dire d’averla scampata per miracolo. Spero che cadendo non si sia spezzata una gamba, e che possa rimontare a cavallo; non sul suo, perché la povera bestia ha preso le palle che toccavano a Vostra Signoria.
E voltosi ai suoi uomini ordinò:
- Su, toglietegli quel peso.
E intanto che quattro banditi afferrando il cavallo per le zampe e per la coda lo trascinavano da parte, Giovan Giorgio Lancia riprese:
- Vostra Signoria si contenti per ora di restar mio prigioniero. Non abbia alcun timore, che non le sarà torto un capello.
Galcerano s’era rimesso in piedi. La gamba era sana, ma così indolenzita che egli mal si reggeva, e dovette appoggiarsi al braccio d’uno dei banditi che l’avevano aiutato. Tuttavia le ultime parole di Gian Giorgio lo punsero: alzò il capo fieramente, e guardando negli occhi il bandito, disse con fierezza.
- Vi pare che io abbia paura?
- Vostra signoria, – disse il bandito, – è un giovane di gran coraggio. L’ho veduto. Ma io volevo rassicurarla soltanto di questo, che sarà rispettata, come merita il suo grado e il suo coraggio... E dico questo, perché le signorie loro, quando prendono qualcuno di noi, che pur ha dato prove di valore, lo impiccano, e credono di essere nel loro diritto: e se io usassi questa rappresaglia, eserciterei un diritto di guerra. Ma per questa volta invertiamo le parti. Vostra Signoria avrà veduto che nei militi della giustizia vi sono assassini peggiori di noi banditi.
Indicò con la mano i due cavalleggeri stesi per terra in una pozza di sangue.
- Ma i traditori vanno puniti! – conchiuse il bandito, battendo sul calcio dello schioppo.
Galcerano rivide balenare la scena; aggrottò le sopraciglia, e zoppicando si avvicinò ai cavalleggeri. Uno di loro era morto, l’altro agonizzava, e ogni tanto sbarrava gli occhi con una espressione di spavento. Galcerano si chinò su lui, e con voce iraconda gli domandò:
- Perchè mi volevi uccidere? perché?... Parla!...
Il moribondo lo guardò con terrore supplichevole; aprì le labbra come per parlare.
- Chi t’ha dato l’incarico?... Parla!...
- Il... il... – soffiò il cavalleggero rantolando.
- Il? – ripetè Galcerano con l’orecchio presso la bocca del moribondo, come per non perderne nessun lieve suono.
- Il s...
La voce si spense in un sibilo; diede un guizzo e reclinò la testa.
Galcerano sì rialzò, pallido, con la fronte madida. Guardò lo sciagurato, e dinanzi a quel volto sul quale si stendeva la calma solenne della morte, si scoprì e disse:
- Che il Signore ti perdoni!...
E a quell’atto, a quelle parole, tutti i banditi che si eran raccolti intorno si scoprirono e si segnarono divotamente; e il prete, postasi sul collo una vecchia stola, pronunciò le parole di rito, con una solennità di parola e una sincerità di sentimento, che contrastavano fieramente con le vesti e con l’aspetto. Nè s’accorgeva che quello strano miscuglio di pietà religiosa e di delinquenza erano un sacrilegio.


Luigi Natoli: La dama tragica. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1500, al tempo di Marco Antonio Colonna. 
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1920.
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Luigi Natoli: Si narra del bandito Vincenzo Agnello. Tratto da: La dama tragica

Com’era lunga quella notte! E come era misteriosa una notte passata nel cuore d’un bosco, in un’ombra fitta, che la fantasia popolava di tutte le immagini più strane, e dove il più lieve fruscìo di fronde, pareva il respiro di un essere ignoto e favoloso! Incuteva un sentimento di terrore religioso; come se vi si sentisse la presenza della divinità. La bragia coperta di cenere non segnava per terra che delle macchie, rosee, senza luce; non si vedevan più i corpi dei militi; ma se ne udiva il respiro, col suo ritmo calmo e uguale; e si sentiva ogni tanto sbruffare qualche cavallo. Pareva che l’ombra vivesse.
Il tempo trascorreva così. Poi anche il caporale si svegliò, stirò le braccia sbadigliò. Galcerano ne fu lieto perchè poteva almeno sentire una voce umana. Si misero a parlare. Il caporale raccontava storie vecchie di banditi. Era giovane, quando si assoldò nella compagnia del capitan Frisone per dar la caccia a Vincenzo Agnello. Il capitan Frisone era degno di stare a petto dell’Agnello. Proprio, come si narrava dei paladini, quando avvenne lo scontro, essi si cercarono e si affrontarono.
- Se a Vincenzo Agnello non fallivan le armi, il capitano era bello e spacciato. Ma nessuna delle pistole del bandito prese fuoco. Egli si gittò sul capitano con la spada levata; e il capitano gli mosse incontro. I cavalli si urtarono. Fu un momento terribile. Un compagno d’arme piombò a le spalle dell’Agnello, e gli diede un furioso colpo in testa col calcio del fucile. Così l’Agnello tramortito cadde, e fu finito... Era un uomo valoroso... Anche i suoi compagni, Cosentino, Gregorio, La Russa... Ah, se vossignoria avesse veduto Gregorio La Russa! Era il più bell’uomo che Dio avesse creato! Fu preso l’anno dopo, dal capitan Villefrate, ma a tradimento, e fu impiccato a Palermo. Se non era pel tradimento, non l’avrebbe preso. Gregorio valeva quanto Vincenzo Agnello!... Io, per me, se fossi stato il Vicerè avrei dato il « guidativo» a questi valorosi; avrei armato loro un paio di galere, e li avrei mandati in corsa contro i barbareschi. Avrebbero compiuto imprese maravigliose!...
Tra questi ragionamenti, che empivano la fantasia di Galcerano, di banditi, di combattimenti, di duelli, venne finalmente l’alba. In breve i cavalleggeri furono in ordine e ripresero la marcia attraverso il bosco. Procedevano cauti, sparsi fra gli alberi, aprendosi il passo faticosamente fra i cespugli e i viluppi dei rami. Ma il bosco pareva deserto. Fuor che la fuga di qualche volpe spaurita, e il frullare degli uccelli fra i rami, non vi era altro segno di vita.
Dov’era dunque la banda di Gian Giorgio Lancia?


Luigi Natoli: La dama tragica. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1500, al tempo di Marco Antonio Colonna. 
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1920. 
Prezzo di copertina € 24,00 - Copertina di Niccolò Pizzorno
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Luigi Natoli: Alla ricerca di Gian Giorgio Lancia. Tratto da: La dama tragica.

Il secolo XVI fu  in Sicilia il periodo classico del banditismo. Storici e cronisti lasciarono memoria delle gesta compiute da alcuni banditi, forse i più famosi, nei tre Valli della Sicilia. In quel Caso di Sciacca, che rimase nella tradizione popolare, una banda di Albanesi fu assoldata dal conte don Sigismondo de Luna; in un altro caso, che fu detto dei Barresi, men celebre del primo, un nobile signore di Naro, Enrico Giacchetto, era a capo d’una banda di cento cavalli, coi quali, dice un cronista dei tempi, «faceva allo spesso gesti eroici e singolari». Durante il viceregno del duca di Medinaceli empì il regno di ammirazione e spavento un bandito, Vincenzo Agnello, che comandava una banda di quaranta cavalli, con suo trombetta e suo alfiere; e aveva nello stendardo dipinta l’immagine della Morte. Innamoratosi di una schiava, e fattala sua, dimenticò sè stesso negli amori, fu sorpreso dal capitan d’arme Frisone, e ucciso in combattimento. Era valorosissimo e audace fino al punto da venire fin sotto le mura di Palermo per punire un cavaliere di casa d’Afflitto. E una volta, andando il Vicerè in visita del regno, con seguito di cavalleggeri, Vincenzo Agnello gli volle rendere onore: schierò i suoi quaranta cavalieri sopra un poggio, spiegò l’insegna e fe’ dare nella tromba, che era poi una buccina.
Ai tempi di Marcantonio Colonna s’era formata un’altra banda, di vecchi briganti, avanzi di altre bande, sfuggiti alla giustizia, e di nuovi; e s’era raccolta intorno a un giovane di Randazzo, Gian Giorgio Lancia, contadino, gittatosi in campagna, come pur troppo avviene il più spesso, per aver voluto vendicare una sopraffazione, un torto, un’offesa all’onore.
La fama del valore di Gian Giorgio faceva accorrere sotto di lui quanti erravano nei boschi, vivendo di ladronecci e di assassinii.
Nel suo maggior fiorire, cioè alcun anni dopo, la banda si componeva di duecento uomini a cavallo, che davan battaglia alle compagnie dei cavalleggeri mandate contro di loro. In quei primi anni la banda aveva poco meno di un centinaio di uomini: due trombetti, uno stendardo, un segretario, che era un prete datosi alla campagna, per aver ucciso il seduttore di sua sorella. Segretario e Cappellano. Campo alle imprese era il Val Demona; ma in quei giorni, valicato il Salso, la banda scorazzava nel Val Mazzara, incutendo terrore. Viveva imponendo tributi ai signori, saccheggiando i castelli e le terre di coloro che si rifiutavano o non eran solleciti; depredando gli armenti e le greggi dei ribelli agli ordini di Gian Giorgio. Dormivano nei feudi, sicuri da ogni sorpresa; sapevano di trovare dovunque di che banchettare, alla maniera degli eroi omerici...
La banda si era spinta nel territorio di Corleone, e si era impadronita delle riscossioni del fisco, che si mandavano a Palermo; Don Galcerano doveva appunto andare a debellarla. Impresa pericolosa e dubbia. Molti capitan d’arme in Val Demone avevano perseguitato la banda. Vi lasciavano morti parecchi cavalleggeri, senza riuscire a circondare e a prendere i banditi, che a ogni insuccesso della giustizia, diventavano più audaci.
Questi insuccessi appunto spronavano il giovane cavaliere. Era un andare a guerra, dato il numero e l’ordinamento della banda e le attitudini strategiche di Gian Giorgio Lancia.
Galcerano era partito da Palermo con sessanta cavalleggieri, gente reclutata per lo più fra gli avanzi delle galere, nei bassi fondi della delinquenza, spesso tra banditi stessi; la quale non aveva altra allettativa che quella di guadagnare le grosse taglie promesse dal Vicerè; del resto senza fede e senza onore…
Luigi Natoli: La dama tragica. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1500, al tempo del vicerè Marco Antonio Colonna. 
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1920. 
Prezzo di copertina € 24,00 - Copertina di Niccolò Pizzorno. 
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mercoledì 27 febbraio 2019

Luigi Natoli: Palazzo Ajutamicristo. Tratto da: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891

Palazzo Ajutamicristo, (P.47 D5) eretto nel 1490 dall’architetto Matteo Carnilivari di Noto, per commissione del nobile Guglielmo Aiutamicristo barone di Misilmeri. Dall’antica fabbrica rimane ancora la imponente e bruna massa merlata, qualche frammento di arabeschi e le vestigia degli archi delle finestre all’esterno; e un lato del portico dell’atrio all’interno. Peccato che l’imponente e severa eleganza sia guastata dai pesanti balconi del secolo XVII. Oggi vi si trova in parte la Procura Generale e in parte i moderni possessori: ma in questo palazzo alloggiarono nel 1500 la regina di Napoli, Giovanna, moglie del re don Ferrante, l’Imperatore Carlo V nel 1535, Muley Hasan re di Tunisi nel 1544 e don Giovanni d’Austria, il vincitore di Lepanto nel 1574. Vi ebbe sede nel 1507 l’Accademia dei Cavalieri, onde fu detto anche Palazzo della Cavalleria.
Salendo ancora per la via Garibaldi, dato uno sguardo alla lapide che ricorda la casa di Tommaso Natale, oltrepassata la Chiesa di Montesanto, si trova il sito dell’antica Porta di Termini, la quale fu distrutta nel 1852 dal governo borbonico per misure strategiche. Su questa porta c’era l’Oratorio della Pace. Il nome alla porta venne non già perchè da essa comincia la via che conduce a Termini, ma da antiche terme, delle quali si trovano avanzi nei giardini prossimi all’Oreto. Questo sito è però consacrato alla storia pel miracoloso ingresso dei Mille, condotti da Garibaldi l’alba del 27 maggio 1860; il che è ricordato nell’apposita lapide.
Presso al sito della porta di Termini, s’apre la via della Magione, così detta perché conduce alla
Chiesa della Magione...



Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891. Nella versione originale pubblicata in occasione dell'Esposizione Nazionale dall'editore Carlo Clausen. Corredata dalle foto delle pubblicità dell'epoca e dalla cartina della città ripiegata a fine testo. 
Prezzo di copertina € 19,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it e online su Amazon Prime.
Disponibile presso Librerie Feltrinelli Palermo. 

Luigi Natoli: Piazza Croce dei Vespri. Tratto da Guida di Palermo e suoi dintorni 1891

Piazza Croce dei Vespri, (P. E5) che deve il suo nome a una leggenda. Vi è nel mezzo, una graziosa colonna sormontata da croce, e custodita da un cancello di ferro che si finge di armi antiche intrecciate. 
Vuole la tradizione che ivi fossero stati seppelliti alquanti francesi caduti nell’eccidio del 31 marzo 1282. Si volle anche che il fabbricato ove era il convento di S. Anna, e oggi è il Liceo Umberto I, sia stato il palazzo di Giovanni di Saint-Remy, giustiziere di Val di Mazara, ed una lapide vi fu posta. Ma la verità è che in quel sito esisteva un’antica chiesa della Misericordia, e che nell’area ceduta i Bonet alzarono il loro palazzo, che fu poi ceduto ai frati del terz’ordine di S. Francesco. Le vestigia antiche appartengono dunque al palazzo dei Bonet, sorto nel secolo XV, e la leggenda del combattimento è a rilegarsi fra le favole.
Dalla piazza, per un vicolo tra il Palazzo Valguarnera e il palazzo Ganci, si giunge nella piazza del Teatro di S. Cecilia, fondato nel 1692 dall’Unione dei Musici, e restaurato nel 1850. Ritornando indietro e continuando a procedere, si trova a destra la breve via Aragona che mette nella Piazza della Rivoluzione…


Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891. Nella versione originale pubblicata in occasione della Esposizione Nazionale del 1891 dall'editore Carlo Clausen. Arricchita dalle foto delle pubblicità dell'epoca e dalla cartina della città di Palermo nel 1891 (ripiegata a fine testo). 
Prezzo di copertina € 19,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
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giovedì 21 febbraio 2019

Luigi Natoli: La rivolta continua... verso lo Steri - Tratto da: Squarcialupo

Scesero per la via Marmorea: soli, senza seguito, il popolo guardava e li lasciava passare, senza neppure secondare quel grido. Era una cosa inconcepibile: mastro Iacopo se ne sdegnava: apostrofava gli imbelli, che stavano a vedere, come fossero a uno spettacolo; li sferzava con male parole:
- E che? siete sordi? Che aspettate, che vi impicchino, figli di cani? Siete diventati dunque tante carogne, che non vi sentite fremere il sangue? Il re di Fiandra fa morire i Conti, quei Conti che andavano là per difendervi, e voi ve ne state con le mani alla cintola? Puh! Vili!
Ma nessuno si moveva: quei ventidue cavalieri percorrevano la via Marmorea, gridando, come anime sperdute. Avessero almeno trovato una resistenza! Ma dove erano le milizie spagnole? Dove il luogotenente generale? In verità il duca di Monteleone aveva perduto la testa. Sapendo che i congiurati dovevano calare dalle campagne, non aveva per prima cosa ordinato la chiusura delle porte della città; non aveva chiamato le fanterie spagnole del Castello a mare: si era invece chiuso coi giudici, coi più odiati partigiani di don Ugo, nello Steri: abbandonando così la città a quei ventidue che, ironia! non trovavano seguito e potevano essere schiacciati in mezz’ora. 
I congiurati proseguivano, chiamando il popolo alle armi, quando da una viuzza videro uscire un dabben uomo, archiviario del comune, Paolo Caggio, che al grido e alla vista, spaventato si diede a fuggire. Vincenzo Di Benedetto, che ardeva più degli altri di menar le mani, lo rincorse e lo uccise. Povera vittima incolpevole, e inutile, l’archiviario versò il primo sangue, solo perché Vincenzo Di Benedetto aveva bisogno di mostrare che non aveva tradito! Ma quel sangue non fomentò le ire: destò compianto; e non diede seguito ai congiurati, che percorsero tutta la via Marmorea, uscendo nel quartiere della Loggia; giunsero fino alla Chiesa della Catena, senza aver altri che li seguisse che un giovinotto novizio dei Domenicani, che doveva esser più tardi il loro storico: Tommaso Fazello.
Giovan Luca entrò nella chiesa, scoraggiato, avvampando di sdegno contro l’inerzia del popolo; si lasciò cadere sopra un banco, delle lagrime gli rigarono il volto, il suo sogno vaniva: aveva spinto quei suoi compagni alla morte, fidando nel popolo; e il popolo li lasciava soli! Che avevano fatto dunque quei popolani che eran con lui, e che passavano per capipopolo? E mastro Iacopo? Nessuno rispondeva alle querimonie di Giovan Luca si guardavano muti e squallidi e disanimati: lo stesso Piededipapera si grattava il capo, non sapendo fare altro.
Ma poco dopo, superata quella crisi di abbattimento, Giovan Luca si alzò, pareva trasfigurato:
- Signori – disse – abbiamo giurato di andare o alla vittoria o alla morte. La vittoria ci è mancata; andiamo a morire; per la Sicilia e per la libertà! Avanti!...
Uscì pel primo, e quel manipolo lo seguì, ripetendo il suo grido di morte. Lo Steri sorgeva lì a pochi passi con la sua massa bruna, le sue belle trifore, le sue decorazioni bicromatiche; e torreggiava nel cielo serotino, sopra le case basse e sparse in giro della vasta piazza. Della gente, curiosi i più, si accodò a quel manipolo, che correva verso lo Steri; la porta del quale, che non era dove è oggi, ma dalla parte che guarda lo spiazzo della Dogana, era serrata. I congiurati cominciarono a gridare:
- A morte i traditori!
Ma le grida si perdevano nello spazio: alcuni picchiavano fortemente al portone, vi tiravano dei sassi; intanto altra gente accorreva, per la voce che di quel tumulto s’andava diffondendo per la città; e ciò, alimentando le speranze dei congiurati, aumentava i loro sforzi. Allora a una finestra si affacciò il duca di Monteleone, pallido e pauroso... 


Luigi Natoli: Squarcialupo. Romanzo storico ambientato nella Palermo del 1500, dove protagonista è Giovan Luca Squarcialupo, il patriota che sognava e che per qualche giorno riuscì a realizzare la Repubblica siciliana.
Nella versione originale pubblicata unicamente a puntate sul Giornale di Sicilia nel 1924. Raccolto ed edito in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori. Pagine 700 - prezzo di copertina € 24,00.
Disponibile su Amazon Prime e Librerie Feltrinelli. Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Luigi Natoli: L'inizio della rivolta: da Porta Nuova alla Cattedrale. Tratto da: Squarcialupo.

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E quella era la giornata, finalmente!...
Intanto arrivavano altri cavalieri, e infine Giovan Luca Squarcialupo, che contò i convenuti: erano ventidue.
- Orsù, – disse: – col nome di Dio e della gloriosa santa Cristina, andiamo.
E la cavalcata si mosse verso la città.
Entrarono dalla Porta Nuova, come una comitiva di amici; la porta era aperta, i gabellieri al loro posto, tranquilli; nessun indizio di sospetti. Poiché non era ancora l’ora del vespro, Giovan Luca entrò coi compagni nella vicina chiesa di San Giacomo, che era deserta. E là concertarono ancora quale dovesse essere l’opera di ognuno e di tutti. Piombare nel Duomo, con le armi in pugno, sorprendere il duca di Monteleone, impadronirsene, uccidere chi osasse resistere, e i giudici che tanto odii avevano suscitato: insignorirsi del potere, ma non ripetere la sciocchezza commessa l’anno innanzi, quando fu cacciato don Ugo.
Ed ecco il campanone del Duomo sonare a Vespro: e ogni colpo rimbombare nel cuore di ognuno, e farlo balzare. È l’ora. Si scambiano uno sguardo; e taciti, pensosi di quel che fra un istante avverrebbe scendono verso il Duomo. La grande porta è spalancata; il sole illumina il bel prospetto e ravviva la patina dorata distesa dal tempo sulla pietra e sul marmo. Si sente il canto snodarsi lento e solenne; in quel momento, pensano, il luogotenente si è seduto nel soglio. Entrano, corrono verso l’abside maggiore, tra i fedeli stupiti di quella irruzione a mano armata; ma quale delusione! V’erano i canonici, v’era l’arcivescovo; non c’era né il luogotenente generale, né i magistrati, né il senato.
Come? Perché?
Un sagrista, che al vederli entrare armati, s’era messo a gridare: – Sono qui! Sono qui! – cercando di fuggire; raggiunto, spiegò loro che il duca aveva saputo che volevano ammazzarlo, e non era uscito dallo Steri. Questa risposta stupefece tutti: l’aveva saputo? Da chi? c’era un traditore dunque fra loro? Giovan Luca guardò con occhi lampeggianti d’ira i suoi compagni – Chi è il Giuda? – gridò.
Ma tutti protestarono vivacemente e fieramente. Il traditore non era fra loro: essi erano tutti lì pronti a ogni rischio, e Giovan Luca aveva torto ad offenderli. Ma Vincenzo Di Benedetto, fratello di Cristoforo, si diede un pugno sulla testa, e sclamò:
- Ah il gesuato! Il gesuato!... deve essere stato lui!...
Giovan Luca si rattristò. Certo la confessione di Vincenzo Di Benedetto così spontanea e sincera, lo purgava dall’accusa di tradimento: ma la sua facilità a confidare il giorno e l’ora della rivolta, aveva mandato a monte la sorpresa e compromessa la riuscita. Ah! avere quel frate nelle mani. A ogni modo il dado era tratto: bisognava andare innanzi, alla vittoria o alla morte. Uscendo dalla chiesa, Giovan Luca, levando in alto la spada, gridò:
- A morte i traditori!... Cittadini, all’armi!
E i compagni ripeterono il grido. Ma nessuno uscì dal Duomo per seguirli, e la gente che si affacciava sulle soglie delle botteghe e delle case, o che andava per le vie, guardava meravigliata, non sapendo che fosse, Vincenzo Di Benedetto agitava la spada, gridando, e gli altri con lui, invano:
- Viva il re! Muoiano i traditori!...

Luigi Natoli: Squarcialupo. Romanzo storico ambientato nella Palermo del 1500, dove protagonista è Giovan Luca Squarcialupo, il patriota che sognava e che per qualche giorno riuscì a realizzare la Repubblica siciliana.
Nella versione originale pubblicata unicamente a puntate sul Giornale di Sicilia nel 1924. Raccolto ed edito in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori. 
Pagine 700 - prezzo di copertina € 24,00
Disponibile su Amazon Prime e Librerie Feltrinelli. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 


Luigi Natoli: La festa di S. Cristina. Tratto da: Squarcialupo

Era la sera del 22 luglio 1517, antivigilia della festa di Santa Cristina, patrona della città(9) che i Palermitani si affaccendavano a celebrare, come facevano ogni anno, nella maniera più sontuosa, imbiancando cioè i muri delle case, e appendendovi festoni di fronde; innalzando per le strade che la processione doveva percorrere archi trionfali, anch’essi di verdi fronde; e preparando coperte e panni e, chi li aveva, arazzi, da stendere sulle finestre, e lanterne e torce resinose per far la luminaria.
Questa era la festa principale, e più solenne per la città; cominciava la vigilia, col Vespro solenne che si cantava nel Duomo, e si svolgeva il giorno della festa, cioè il 24, con la “cappella reale” e la messa cantata, di mattina, e immediatamente dopo la processione. Cappella reale significava che alla funzione religiosa interveniva il vicerè o il luogotenente, come rappresentante del sovrano, in gran pompa; sedeva sul trono e riceveva l’incenso nelle forme prescritte dal cerimoniale. Tanto nell’andare al Vespro solenne, quanto alla messa cantata, l’intervento del vicerè era per se stesso uno spettacolo che attirava la folla: perché egli vi andava con le insegne della carica, con gran seguito di cavalieri e di creati: ed era ricevuto alla porta del Duomo dall’Arcivescovo: e perché andando il vicerè in veste ufficiale, a esercitare un atto di sovranità, ci si recavano anche le alte magistrature del regno, e il Senato, anch’esso in gran pompa.
Il popolo, dunque, faceva i preparativi per addobbare le strade specialmente quelle che la processione avrebbe percorso, come prescriveva il bando del Senato. E quell’anno era prescelto il quartiere del Capo, o come si diceva, di Civalcari.
Qua e là, dove c’era gente che o imbiancava, o sul bianco dipingeva certi ornati rossi e turchini, che parevano ai riguardanti bellissimi, si formavano crocchi, che ciaramellavano delle cose più disparate; uno più numeroso se n’era fatto presso la chiesa di Sant’Agostino, dove addobbavano di verdi fronde d’arancio e di palme un arco trionfale; ma un uomo vestito da frate, messosi a parlare ad alta voce sui gradini della chiesa, aveva attirato a sé quel crocchio, che era man mano diventato folla, e pareva che prendesse gusto al discorso del frate.
Il quale era mastro Iacopo, camuffatosi a quel modo per poter percorrere le vie, senza intoppi. Lì s’era fermato e pareva predicasse. Una predica buffa, che faceva ridere. Ora egli continuava a dire:
- Dovete sapere, amici miei, che una volta, saranno cento e cento e cento anni, i Cristiani andavano nel paese dei Turchi per togliere loro i Luoghi Santi, dove nostro Signore Gesù Cristo fu crocifisso da quei cani di giudei. E combatti oggi, combatti domani, vinsero la battaglia, e liberarono il Santo Sepolcro. E che trovarono!... Tutti gli strumenti della Passione di nostro Signore!... – Dicono: – “questi per non litigare fra noi, dobbiamo portarli al Papa, e penserà lui a dividerli”. Detto fatto: portarono ogni cosa al Papa, il quale composta una bella nota di tutti i regnanti e principi fece la distribuzione e mandò ad ognuno una reliquia, come vi dirò. Voi mi domanderete: E tu come li sai quanti regnanti e principi c’erano in quel tempo? – Io non li sapevo, ma l’ho udito nominare dal padre lettore di San Francesco. Dunque, all’Imperatore mandò la Croce; al re di Francia la Corona di spine; al re di Castiglia la colonna dove Gesu fu flagellato; al re di Navarra la Catena, al re d’Inghilterra i tre chiodi; al re d’Ungheria il Martello; al re di Cipro la Scala, al re d’Aragona la lancia; al re di Scozia la spugna, al re di Boemia il velo; al re d’Apollonia la corda; al Delfino di Francia la camicia; al principe di Taranto i trenta denari; al Duca di Scozia la fanara di fuoco; al Duca di Calabria i dati; al Duca di Borgogna il guanto di ferro; al Duca di Bretagna la canna; al Duca di Milano la lanterna; al Duca d’Orleans le tanaglie; al Gran Maestro di Malta la trombetta; al Conte di Armaniaceo il secchio; al Conte di Tusca la borsa(10). E i flagelli con cui il povero Gesù fu ridotto una piaga dalla testa ai piedi? I flagelli, amici miei, li lasciò al Vicerè di Sicilia; sapendo che voi, come tanti Cristi legati alla colonna, vi lasciate flagellare, senza parlare. Pigliateveli dunque in pace i colpi che vi portano via la pelle a pezzo a pezzo, e bene vi stia!...
La gente che dapprima ascoltava ammirando tutta quella filastrocca, alla fine inaspettata, e dalla quale capiva l’arguzia ironica, mormorava, e commentava. Qualcuno diceva:
- Eh! frate mio, hai torto, perché sai bene che a don Ugo gliel’abbiam strappato il flagello…


Luigi Natoli: Squarcialupo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1500, dove protagonista è Giovan Luca Squarcialupo, patriota. 
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