giovedì 13 ottobre 2022

Luigi Natoli: Mariquita. Tratto da: Il capitan Terrore. Romanzo storico siciliano.

In fondo alla via detta della Bandiera, quasi allo sbocco della via di S. Andrea, in una casa a un sol piano, abitava la signora Mariquita di Siviglia, una spagnola come ce n’eran tante, attirate dal terzo di Sicilia, che così si chiamava il reggimento spagnolo venuto in presidio. La casa era di apparenza modesta, con un portoncino minuscolo, sopra il quale si apriva una finestretta a sesto acuto, che ora avrebbe fatto gola ad un antiquario, ed accanto, curiosa compagnia, si apriva un balconcino con la ringhiera di ferro di gusto contemporaneo, se di gusto può parlarsi. Per compenso vi ricorreva una cornice della stessa epoca della finestra, intagliata, con pigne e grappoli e foglie intrecciate fra loro; e sotto il balconcino si vedeva ancora l’arco a sesto acuto spezzato per dar luogo alla nuova apertura. 
La signora Mariquita abitava sola con la serva, una cinquantenne, Miguela, anche lei di Siviglia, ma che stava in Palermo da venticinque anni. Essa aveva servito da introduttrice e sistematrice di Mariquita nella società dei giovani… e anche dei vecchi. Si capisce da ciò perché era andata ad abitare presso S. Andrea, dove di solito andavano ad alloggiare le sue consorelle, che davano tanto da dire ai frati di S. Domenico, da spingerli spesso a ricorrere al Pretore. Però ella era una donna privilegiata, tanto che si meritava il titolo di “signora”.
Era di un genere elevato, come, a parte la letteratura, Tullia Aragona. Frequentavano la sua casa poeti, letterati, pittori, scultori, ed in genere uomini di sapere. Ella li riceveva con grazia, mescolando parole spagnole e siciliane con un sapore delizioso. E poi era bella; gli occhi grandi, le sopracciglia folte, la bocca rossa e carnosa che invitava i baci, aggiungevano nuovo fascino alle grazie della persona. E poi aveva solo ventitré anni. 
Ma era orgogliosa, aveva a modo suo un certo onore, e guai ad offenderla, si rivoltava, e spariva la distinzione; l’Andalusa insorgeva col suo sangue moresco, e diventava terribile e feroce. 
Quanto a Miguela poteva nascondere una diecina di anni, perché, nonostante i suoi cinquanta suonati, era ben conservata. Aveva i capelli rossi e gli occhi azzurri, la pelle fina, e il corpo ben portante. Non era né bella né brutta, un viso che non diceva nulla; ma era molto scaltra e prudente. Ella aveva un’amicizia con un certo Geronimo Colloca, che si faceva chiamare il Re della “Bocceria”, ossia del macello (da boucherie) ed era amico, nientemeno, del vicerè duca di Medinaceli; la qualcosa lo rendeva assai temuto. 
Quella sera stessa la bella Mariquita era rientrata di buon umore. Era andata allo spettacolo insieme a Geronimo, bene ammantata così da nascondere il viso, per non cadere in contravvenzione. Un bando vietava alle donne come lei di frequentare i luoghi pubblici. Invero, trovandosi alla spalla di Geronimo, ella poteva ridersi della contravvenzione; i mastri di “Sciurta” o i maestri di piazza o quelli di mondezza o i conestabili non avrebbero ardito arrestare Mariquita, ma ella non voleva approfittarne. Aveva trovato un buon posto nello spazio riservato ai pedoni, e per difendersi dalle dita pruriginose di qualcuno, s’era messo dietro lo stesso Geronimo. 
Mariquita dunque era di buon umore; lo spettacolo con le sue rappresentazioni, coi suoi cavalieri, i suoi duelli, l’aveva eccitata, ed essa aveva manifestato la gioia con piccole grida. Entrando, e gittando la mantiglia alla serva esclamava: 
- Che spettacolo, Miguela! che spettacolo! E poi… Avresti dovuto vederlo! Oh come era bello!
Se ne andò nella sua stanza. 
Non poteva immaginarsi una camera come quella dentro una casa di aspetto così meschino; pur non essendo tappezzata, aveva tutte le caratteristiche di una buona casa borghese, con le sue pareti tinte di color verdino allietato da un fregio color rosso antico; il letto di ferro dorato ma dentro l’alcova, coi cortinaggi di seta rossa, e di seta era la coltre, e ricamate di seta erano le lenzuola. Un inginocchiatoio con un Cristo e una Madonna, innanzi ai quali pendeva una lampada, quattro quadretti di santi, l’acquasantiera con un ramo d’olivo, uno specchio intagliato, e non privo di gusto, davano alla camera un aspetto assai decoroso. 
Mariquita si spogliò dopo aver fatto le sue orazioni e si coricò sempre meditabonda. Le parole di Miguela le sonavano nell’orecchio. Certo, se avesse detta una parola, Miguela si sarebbe fatta in quattro per portarle in casa Galvano. Perché non glielo aveva detto? Perché mentre era bramosa di vederlo, di parlargli, provava una ritrosia, una vergogna, un pudore alla idea di essergli vicina. Avrebbe voluto poter essere non d’altri che di lui; portargli intatta la sua persona, come intatto era l’animo suo e non poteva. Era questa la ragione della sua vergogna. 
I suoi pensieri senza volerlo, si sospingevano indietro negli anni, e le rappresentavano il passato. 
Ella si vedeva a Siviglia; l’ombra della Firalda si proiettava sulla sua casa e sul suo cuore. Aveva sedici anni, ed era un fiore ancor chiuso, che spandeva intorno a sé la fragranza delle cose intatte. Passava i giorni tra la sua bella cattedrale e la casa, ignara dell’amore e cantava, cantava con voce di flauto. 
Poi aveva conosciuto Frascuelo. Era stato in chiesa; egli la guardava con desiderio, ma lei non se n’accorgeva; uscendo, egli aveva dato l’acqua benedetta alla madre di lei, che aveva detto: – Molto compìto quel caballero! – E allora ella lo aveva guardato arrossendo. Le era parso di amarlo. Poi una notte egli se l’era portata via col suo cavallo. 
Per sei mesi era vissuta fra le ebbrezze della passione; poi aveva incominciato a riflettere che non aveva fatto bene ad abbandonare la casa paterna. Intanto era nato un figlio, e allora Frascuelo, alla sua volta, l’aveva abbandonata. 
Ella era ritornata a quella casa che aveva lasciata; sua madre al vederla comparire pallida e poveramente vestita, si era commossa e l’avrebbe accolta come il figlio prodigo, ma il padre, no. 
- Va via! non c’è casa per le svergognate come te! Va via! 
- Sì, andrò via! 
Il bimbo era morto; ella era rimasta sola, in balia del caso…
Una picchiata lunga e precipitosa. 
- È lui – disse Miguela, alzandosi e andando a tirare il saliscendi. 
Entrò Geronimo Colloca.


Luigi Natoli: Il capitan Terrore. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1560. 
L'ultimo romanzo scritto dall'autore, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1938 e fedelmente ricostruito in questo volume. 
Pagine 477 - Prezzo di copertina € 21,00
Copertina e disegni di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia).
Disponibile su tutti gli store online e nelle migliori librerie. 

Luigi Natoli: Palermo nel 1560. Tratto da: Il capitan Terrore.

La città di Palermo in quel tempo non era quale diventò circa mezzo secolo dopo. Ancora serbava presso a poco la forma dei tempi normanni, di una città dentro un’altra. La più antica, circondata da mura, è ancora visibile; le due strade che la percorrevano a destra e a sinistra e costeggiavano le mura esistono; sono a destra le vie Biscottai, G.M. Puglia, Giuseppe d’Alessi; comprendevano il monastero della Martorana, e per la via degli Schioppettieri giungevano a S. Antonino; a sinistra la via dell’Incoronazione, la via Celso, la salita Castellana, il vicolo S. Antonio, dove si congiungeva con l’altra. Queste due strade comprendevano la città antica. Sorsero di poi altre parti della città, che presero nome di Albergheria, Kalsa a destra; e di Seralcadia, Conceria e Loggia a sinistra; dall’una parte e dall’altra, fra la città antica e i nuovi quartieri, nelle bassure, si riconosceva il letto di due fiumicelli, l’uno, a destra, era quello detto dai greci Kemonia e dagli arabi Ainzar, tradotto in Cannizzaro, e nel tempo del presente racconto era asciutto e petroso, con poche case, divenuto dopo “strada dei Tedeschi”; poi via Castro; l’altro, a sinistra, era stato il fluviolo, che dalla palude del Papireto scendeva giù per il Macello e per la Conceria, ma era anch’esso disseccato, e vi sorgevano già edifici come la Panneria (oggi Monte di Pietà) palazzi e case signorili. 
La via principale, detta dai Normanni via Marmorea, ma che pel popolo si chiamò Cassaro (dall’arabo Kars, il castello) e cominciava dove sorse il Palazzo Reale, presso a poco la via Vittorio Emanuele giungeva alla parrocchia di S. Antonio, ed era chiusa da mura, sotto le quali si apriva la porta dei Patitelli, già mezzo diruta; di là dalla porta si stendeva la città verso il mare. Anche qui erano magnifici palazzi, e si apriva la vasta Piazza Marina col palazzo dei Chiaramonte, che a quel tempo non apparteneva al Sant’Offizio, il quale abitava invece il Castello a mare. E oltre ai palazzi, c’erano chiese e conventi. Di chiese ne sorgevano per altro dappertutto, come la Cattedrale, S. Agostino, S. Domenico e S. Francesco, e così monasteri, come il Salvatore, il Cancelliere, la Martorana, S. Caterina, la Pietà, le Vergini, dovunque c’era un terreno adatto se ne trovavano. 
Ma fra tutte le strade la più notevole era quella del Cassaro. Era acciottolata, e aveva i marciapiedi di mattoni; le case non oltrepassavano il terzo piano, e i prospetti erano quasi uguali, con i medesimi ornati; cosicchè parevano da un capo all’altro un palazzo solo. Non v’erano i Quattro Canti, non essendosi ancora tagliata la via Maqueda. Non vi era la magnifica fonte Pretoria; e la piazza del Palazzo pretorio o senatorio era molto più vasta; a questo Palazzo si accedeva da una porta a mezzogiorno, ora murata, innanzi alla quale erano due statue antiche, di cui una, salvata per miracolo, è conservata in una sala del Palazzo stesso. 
Galvano abitava in un vicolo della città antica, quasi rimpetto al monastero dell’Origlione, che aveva parecchie strade intorno; da una, si andava al Salvatore, da un’altra si scendeva al conservatorio di Saladino, presso la porta di Bosuè (l’antica Base es Sudan) oramai cadente, che non serviva a nessuno, di fronte v’era la via che ora si dice del Protonotaro, e poi altri vicoli che s’intrecciavano come in un labirinto. Fra Ludovico invece stava di casa a S. Agata la Guilla, presso la Commenda. 
C’erano dunque tutte le possibilità di appostare Galvano e sparire per una delle vie e viuzze che s’aprivano dinnanzi all’assassino, il quale poteva ritrovarsi nel Cassaro, anche prima che accorresse gente per aiutare il caduto. 


Luigi Natoli: Il capitan Terrore. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1560. 
L'ultimo romanzo scritto dall'autore, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1938 e fedelmente ricostruito in questo volume. 
Pagine 477 - Prezzo di copertina € 21,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia).
Disponibile su tutti gli store online e nelle migliori librerie. 

Luigi Natoli: Il Carnevale a Palermo nel 1560. Tratto da: Il capitan Terrore.

Quel giorno era l’ultimo giovedì di carnevale, e la città era in festa più degli altri anni, perché Sua Eccellenza il Vicerè, che era il duca di Medinaceli, maritava le due figlie, e già si erano avuti cinque giorni di festeggiamenti; quel pomeriggio doveva aver luogo in Piazza Marina il grandioso spettacolo della caccia intrecciata con una rappresentazione e con una giostra. 
Allora la fantasia e il tripudio si sbizzarrivano oltre che con maschere isolate, con vere mascherate complesse, raffiguranti avvenimenti storici. Una si componeva di quattro o cinque personaggi forniti di una scala e un tamburo. Dove pareva loro che fosse il caso, si fermavano, e al rullo del tamburo, appoggiavano la scala a una finestra a cui si affacciassero donne ridenti e un uomo si arrampicava. Che dico un uomo? una specie d’uomo coperto da una finta faccia rossa come un gambero cotto, con certe labbra da asino, grossi zigomi anch’essi animaleschi, coperto il capo da un elmo o da qualcosa che arieggiava l’elmo impennacchiato di fiori di canna, armato di una spada di legno, il quale braveggiava strepitando buffonescamente e facendo sbellicar dalle risa la folla che lo seguiva e le persone affacciate. A un tratto precipitava senza però farsi nulla di male, perché gli altri compari gli tenevano una coperta sotto. E qui nuove risa, nuovi schiamazzi e gettito di pezzetti di carta tagliata minutamente, che dicevano “pittiddi”, forse dal francese “petit”, e chiamati ora coriandoli. 
Quella maschera aveva un’origine storica, della quale si era perduto il significato: doveva rappresentare il vecchio Bernardo Cabrera che dava l’assalto allo Steri per impadronirsi della giovane e bella vedova regina Bianca, della quale si era innamorato. Ora si chiamava la mascherata del “Maestro di campo”, come dire del Generale. Si sa che la regina Bianca, sorpresa nella notte dagli armati di Bernardo, fuggì seminuda, e che Bernardo trovando vuoto il letto, si arrabbiò ma poi involtandosi nelle coperte ancor tiepide, esclamò: – “Non importa che la pernice sia fuggita, il nido è ancora caldo”.
Il popolo s’era vendicato, mettendolo in burletta, ma nel corso di un secolo e mezzo la memoria del fatto si era contaminata. 
In altro punto, dove era una piazza levavano da terra un castello di legno dipinto a conci, con merli, tra i quali apparivano schierati Mori o Turchi, armati di spade e lance, che, gridando, le agitavano al sole. Contro di loro erano Cristiani. La folla degli spettatori, enorme e fluttuante, aspettava schiamazzando. Era il “gioco del Castello”, che forse rievocava i fasti della conquista normanna, forse la presa di Palermo o d’altra città, verità storica alteratasi romanticamente, o intrecciatasi con altre imprese. Cominciava col mandare gli ambasciatori, seguiva con le varie fasi del combattimento; e finiva con la presa e col trionfo dei Cristiani e con un balletto generale. 
Una carrozza saliva pel Cassaro. Chi immagina le carrozze d’allora simili a quelle che si vedevano un trent’anni fa, o come quelle che fanno pompa di sé nel Museo nostro, s’inganna. Erano grandi come queste, a forma di casse aperte ai lati, con sedili. Non avevano molti ornamenti, solo una frangia di seta in cima allo sportello; non vetri, non fanali, non molle; il cocchiere sedeva su una gualdrappa ornata dello stemma della padrona. Dico padrona perché in quel tempo le carrozze, erano adoperate soltanto dalle signore. 
La carrozza dunque saliva pel Cassaro lentamente tra la folla delle maschere che facevano un chiasso tale che il cocchiere era costretto a frenare i cavalli che con le orecchie affilate, nitrendo, intridevano di spuma il freno. Accanto alla carrozza cavalcava un gentiluomo giovane e bello, il cui mantello era così lungo ed ampio da coprire il cavallo. Egli scambiava delle parole con colei che stava dentro la carrozza e che era una giovane donna avvolta anch’essa in un manto scuro col cappuccio da cui era coperto il suo capo, ma non sì che il volto grazioso e vivace non ne apparisse interamente. Si chiamava donna Laura Serra, e il cavaliere, don Galvano di Valverde. 
Egli l’accompagnò dinnanzi il portone di don Cola Bologna, che era in un vicolo (allora si diceva “strada”) corrispondente a quello detto di Castelnuovo; e lì, sceso da cavallo, e aiutata anche lei a discendere, salutatala con un inchino cerimonioso, risalì in arcione, e tornò indietro. Il Cassaro (allora si chiamava così, perché nel 1560 non era stato ancora prolungato, e giungeva a Sant’Antonio) era gremito di gente, per lo più mascherata, che faceva un chiasso assordante. Le maschere si prendevano libertà non consentite in tempi ordinari e forse risalenti agli antichi saturnali; e venivano a frotte. 
Le oche, vestite di bianco con due sottane, aprivano gli enormi becchi innanzi agli altri, come se volessero ingoiarli; e quelli arretravano ridendo. Una “mamma Lucia” andava correndo, e fingeva di somministrare con un grosso mestolo una minestra ipotetica da un pignattone; in realtà cacciava sotto il naso di chi incontrava la polvere contenuta nel mestolone per farli starnutare. Le maschere si succedevano; erano per lo più caricature della vita contemporanea come il Dottore con un berrettone, l’Astrologo col cappello altissimo a punta, i Mori… Ma tutte erano d’accordo nel fare un baccano straordinario; alcune osavano perfino montare in groppa ai cavalieri che incontravano, o fermare una lettiga, una carrozza, sberrettandosi poi e facendo smorfie. 
Galvano procedeva e spronava, ma il cavallo era più giudizioso di lui; nitriva, e con la testa respingeva di qua e di là i pedoni. Tutti erano allegri pel vino bevuto, ma molti erano addirittura ubriachi; qualcuno si fermava innanzi al cavallo con le gambe larghe, e intonava una canzone; qualche altro si adirava e inveiva contro cavallo e cavaliere: il nobile animale scansava l’uno e l’altro, e i meno ubriachi li tiravano da parte. Ma Galvano non pareva cosciente del pericolo. Aveva dinanzi agli occhi l’immagine deliziosa di donna Laura, del suo sorriso, che le scavava due fossette, e scopriva appena gli incisivi bianchi come perle piccoli, adorabili. E gli occhi? Corvini con riflessi di oro, che quando parlava, si accendevano e sfolgoravano; e suscitavano nel cuore una commozione, un languore, un annullamento della volontà, per cui l’uomo pareva di essersi fuso con lei, di non pensare che con lei, di non respirare che la stessa aria di lei. Lei! sempre lei!


Luigi Natoli: Il capitan Terrore. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1560. 
L'ultimo romanzo scritto dall'autore, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1938 e fedelmente ricostruito in questo volume. 
Pagine 477 - Prezzo di copertina € 21,00
Copertina e disegni di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia).
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Luigi Natoli: Il vulcano alzava su Lipari un pino gigantesco di fuoco... Tratto da: Il capitan Terrore.

Galvano si prefiggeva di allontanarsi da Palermo come se volesse andare a Napoli, poi deviare, costeggiare le isole Eolie, avviarsi lungo le coste della penisola, dove era facile nascondersi tra gli scoscendimenti delle rocce, per spiccare poi il volo contro il “Fano”, quando questo, come era costume dei pirati di fare si avvicinasse alle terre per predare. Il combattimento sarebbe stato feroce, ma Galvano non dubitava della vittoria. 
Ma, oltrepassate Alicudi e Filicudi, nella notte si offerse uno spettacolo straordinario: l’orizzonte era in fiamme, il vulcano alzava su Lipari un pino gigantesco di fuoco tra le nuvole rosse, e involgeva la città e i monti e tutto intorno in quel suo immenso manto di fiamme. Era un quadro raccapricciante e grandioso nel tempo stesso. 
Lo “Sparviero” si mosse; lo spettacolo si faceva preciso; si scorgeva la popolazione fuggire; parevano formiche sorprese da un pericolo. Nel fondo rosso dell’incendio gli uomini si staccavano nereggianti. La lava scendeva tra i boati, rovesciandosi dal pino come una pioggia, che investiva tutto quel che incontrava. Gli alberi sentendo il calore dapprima fremevano, poi si accartocciavano tremando, infine al contatto della lava ardevano e sparivano. Così i vigneti. Tutto un fianco del monte s’era mutato in una vasta fiamma. 
Ma gli abitanti facevano pietà, via via che lo “Sparviero” avvicinandosi permetteva di scorgerli meglio. 
Sorpresi nel sonno da un tremore della terra, e balzati dal letto, avevano visto rosseggiare intorno, ed erano fuggiti dalle case; ora vedevano spaventati quel rovesciarsi di lapilli, e le fiamme divoratrici, che scoperchiavano, bruciavano, annientavano i miserabili casolari. 
Ora Galvano udiva le grida, i pianti della povera gente. Pochi restavano inebetiti a guardare la pioggia, come se non capissero il pericolo che li minacciava, o preferirebbero immolarsi con le case e con le terre. Perché vivere? Colpiti, rimanevano vittime del fuoco. I più fuggivano verso la spiaggia, si gettavano nelle barche, le sopraccaricavano; e accadeva che una barca si capovolgesse e quelli che avevano creduto di salvarsi, naufragavano; spettacolo più raccapricciante di folle egoismo, coloro che avevano occupato una navicella, ne vietavano agli altri l’accesso, e pestavano loro le mani, respingendoli nell’acqua. 
Galvano si tenne al largo, non per mancanza di cuore, ma perché temeva che avvicinandosi, la galera fosse presa da una folla stragrande e minacciasse di affondare, ma non si rifiutò di porgere un aiuto a quei naufraghi che poteva trasportare in una vicina isoletta. 
Impiegò questo tragitto buona parte della notte. 
Ah! il giorno dopo quale spettacolo di desolazione! Pezzi di tavole infrante, suppellettili galleggianti, una madia, che aveva visto per più anni le braccia nude delle massaie intridervi il buon pane fresco; e ora, come una navicella nuda, galleggiava in balìa dell’acqua quasi curando quelle braccia; eccole lì poco discoste, larghe sul busto tumefatto di una giovane: ella aveva i capelli sciolti che erravano intorno al capo come una medusa. Era una annegata e pareva che chiedesse al monte fumante e terribile la grazia di una sepoltura. 
Galvano incontrò i ricoverati che non avevano voluto essere trasportati in altre isole, e sperando di poter ritornare presto, vollero restare a bordo. Essi erano ventiquattro, fra i quali un giovinetto di quattordici anni...


Luigi Natoli: Il capitan Terrore. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1560. 
L'ultimo romanzo scritto dall'autore, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1938 e fedelmente ricostruito in questo volume. 
Pagine 477 - Prezzo di copertina € 21,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
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mercoledì 7 settembre 2022

Luigi Natoli: Don Raimondo Albamonte, duca della Motta, membro della deputazione del Regno. Tratto da: I Beati Paoli.

Il duca della Motta, membro della deputazione del Regno, principalissimo istituto, al quale spettava la esecuzione delle leggi e la difesa dei capitoli o statuti della monarchia, stava nel suo ampio studio, seduto in un seggiolone a bracciuoli, tappezzato di cuoio verde a fiorami d’oro, dinanzi a una grande scrivania i cui quattro piedi, tra un complicato accartocciarsi di fogliame rappresentavano dei grifoni dalle zampe leonine. Fasci di carte, quali chiuse in custodie di cartone foderato di pergamena, quali legati con nastrini verdi, stavano ammonticchiati di qua e di là, lasciando appena libero lo spazio a un vassoio, sul quale troneggiava un calamaio di bronzo. Altre carte, un po’ più ordinatamente, giacevano sopra un altro tavolino, posto presso il finestrone. Intorno alle pareti si elevavano grandi scaffali di legno intagliato, pieni di libri grandi e piccoli rilegati in pergamena o in cuoio; quali col titolo scritto per lungo in caratteri neri gotici, quali in caratteri d’oro. Sopra gli scaffali qualche mezzo busto, riproduzione di antichi marmi, qualche globo ingiallito; e su l’alto delle pareti, vecchie tele annerite, nelle quali lampeggiava qualche tono chiaro di carni color di avorio, o di lini bianchi. Il colore del legno e delle tappezzerie, la severità degli intagli, la luce velata e il silenzio, davano alla sala un senso di austero raccoglimento, come in un tempo. Vi era come l’odore delle alte cose dell’intelligenza; quel non so che di indefinibile che soggioga lo spirito e lo invita a pensare, e gli infonde la febbrile curiosità di sapere.
Don Raimondo Albamonte duca della Motta aveva reputazione di dottrina giuridica, e pareva l’erede di quella grande tradizione di giuristi siciliani che risplendeva dei nomi di Giovanni Naso, del Tiperano, di Luca Barbieri, di Vincenzo Percolla, del Corsetto, e del Muta e del Cutelli, raccoglitori e commendatori del diritto patrio. Chiamato a volta a volta a coprire gli alti uffici della magistratura era stato presidente della Gran Corte Civile e di quella Criminale e ora, da due anni, assunto alla deputazione del regno, per la protezione del vicerè don Carlo Antonio Filippo Spinola e Colonna marchese de Los Valvases, al quale era stato di grande aiuto nei processi dei torbidi del 1708. 
Nei quindici anni trascorsi, il suo volto si era fatto più severo, più pallido, gli occhi più tenebrosi. La pratica dei processi criminali e delle torture aveva accentuato maggiormente la durezza della sua mascella, e immobilizzata la maschera fredda del suo volto impassibile. La rigidità delle sue maniere, la inflessibilità del suo volere, nei rapporti di uffici, verso gli uguali e gli inferiori, gli avevano acquistata una reputazione di integrità, della quale egli si gloriava; pronto per altro a deporla nel gabinetto del vicerè, e, senza parere, a tramutarsi in strumento della volontà regia.
Divenuto duca, per mancanza di eredi diretti del fu suo fratello, e raccolta nelle sue mani una ingente eredità l’aveva accresciuta con due ricchi matrimoni, e mettendo a profitto anche la sua carica, in quanto gli dava modo di gittar le mani sopra qualche patrimonio contestato o di acquistar per poco beni confiscati. Ma sapeva, anche in questi casi, serbare la sua apparenza austera, e nessuno dubitava della sua reputazione, alla quale egli teneva.
Alla vigilia dei grandi avvenimenti che si sarebbero svolti nel regno, egli teneva a conservare quella reputazione, mirando a ben più alto posto. Infatti con tutte le forze, tutti i raggiri della sua ambizione, lavorava per esser nominato presidente del real Patrimonio.
Don Raimondo Albamonte duca del­la Motta era dunque in quei giorni grandemente affaticato, ma quella mat­tina aveva altre ragioni per impensie­rirsi; sulla sua scrivania aveva tro­vato una lettera stranissima della qua­le nessuno seppe dire la provenienza, nè chi l’avesse portata. La lettera non conteneva che alcuni brevi versetti:

“Quid detur tibi, aut quid apponatur tibi ad linguam dolosam?
“Sagittae potentis acutae; cum carbonibus desolatoriis
“Custodiens parvulus Dominus
“Dominus solvit compeditos
“Dominus pupillum suscipiet, et vias peccatoris disperdit.
Ricordati di Emanuele.

La lettura di questo nome gli aveva dato la chiave per spiegarsi le allu­sioni di quei versetti staccati dai salmi e messi insieme, ma gli aveva nel tempo stesso fatto correre un brivi­do nel sangue. Già da qualche tempo, ogni tanto, gli giungeva una lettera misteriosa, con una frase, un motto, una minaccia: naturalmente le attri­buiva allo spirito di vendetta di co­loro che dalle sue sentenze venivano colpiti, e non ne faceva caso; ma quel nome lanciato ora, come una bomba, gli spiegava l’occulta e persistente per­cuzione, e lo sgomentava. C’era qual­cuno che possedeva il suo segreto?


Luigi Natoli: I Beati Paoli. Il grande romanzo storico siciliano considerato il capolavoro dell'autore. 
L'opera è la fedele ricostruzione del romanzo originale pubblicato in dispense con la casa editrice La Gutemberg nel 1931.
Pagine 938 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store online.
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica, La Nuova Bancarella e nelle migliori librerie. 

martedì 6 settembre 2022

Luigi Natoli: I Beati Paoli editi da I Buoni Cugini editori e la copertina realizzata da Niccolò Pizzorno.

 
La scelta della copertina realizzata da Niccolò Pizzorno, si basa sulle indicazioni dell'autore riguardo la "modalità di consegna" di un messaggio da parte de I Beati Paoli:

L’algozino vi gettò gli occhi sopra, senza neppure aprirla, e disse con si­curezza:
- So donde viene...
- Sì?
- Conosco la carta e i segni...
- Quali segni?
- Guardi.
Gli mostrò sulla cera del sugello una piccola croce attraversata diagonalmen­te da due spade.
- Ebbene? – domandò il duca.
- Questa lettera la mandano i Beati Paoli.
- I Beati Paoli? – esclamò il duca. 
- Eccellenza sì. Mutano sempre il sigillo: ma io li riconosco.
Don Raimondo si chiuse in un ­momento di silenzio: infine domandò:
- Credete voi dunque che vera­mente esistano i Beati Paoli?
- Come no?...
- E dove sono?
- Questo lo sa Dio: sono dap­pertutto, invisibili, introvabili, e sem­pre presenti. Quando meno si pensa, li abbiamo ai fianchi, a le spalle, in chiesa, per la strada, forse anche in casa; e non ce ne accorgiamo... Nes­suno può guardarsene...
I Beati Paoli apparivano ed erano nel fatto come una forza di reazio­ne, moderatrice: essi insorgevano per difendere, proteggere i deboli, impedire le ingiustizie e le violenze: era­no uno stato dentro lo stato, formi­dabile perchè occulto; terribile perchè giudicava senza appello, puniva senza pietà, colpiva senza fallire. E nessuno conosceva i suoi giudici e gli esecu­tori di giustizia. Essi parevano appar­tenere al mito più che alla realtà. Era­n dappertutto, udivan tutto, sapeva­n tutto; e nessuno sapeva dove fos­sero, dove s’adunassero. L’esercizio del loro ufficio di tutori e di vendicatori si palesava per mezzo di moniti, di let­tere, che capitavano misteriosamente. L’uomo al quale giungevano, sapeva di aver sospesa sul capo una condan­na di morte...
Quindi una lettera, minacciosamente appesa dietro la bella porta di una stanza nobiliare, fermata da un coltello sporco di sangue. Abbiamo volutamente evitato la figura del Beato Paolo, già presente in tante edizioni, che Luigi Natoli descrive così: 
In fondo alla stanza v’era una spe­cie di altare di pietra, sul quale sorgeva un Cristo in croce, fra due candele accese, e a piè della Croce era aperto un libro. Dinanzi all’altare, c’era un tavolino, al quale sedevano tre uomini mascherati, vestiti di una specie di sacco nero: di qua e di là sopra scran­ne sedevano altri sei uomini, anch’essi insaccati e mascherati. Sotto le ma­schere nere gli occhi brillavano sini­stramente.
Zi’ Rosario s’avvicinò alla parete, cacciò le mani in una nicchia, ne ca­vò un involto, e un istante dopo an­ch’egli vestito del sacco e mascherato non fu più riconoscibile degli altri. Allora quegli che pareva presiedere l’adunanza fece un segno: uno dei sei si alzò e uscì; per rientrare quasi subito, traendo per mano l’uomo bendato.
Uomini con maschera nera, vestiti di un sacco nero, che la notte rendeva invisibili...

Luigi Natoli: I Beati Paoli. Grande romanzo storico siciliano. 
L'opera è la fedele ricostruzione del romanzo originale, pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1931.
Pagine 938 - Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Feltrinelli.it, Ibs, Amazon Prime e tutti gli store online.
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica, La Nuova Bancarella e nelle migliori librerie.

Luigi Natoli: Nota esplicativa dell'editore sulla ricostruzione del romanzo e sulle differenze tra l'edizione originale e le successive.

Luigi Natoli ha sempre pubblicato i suoi romanzi a puntate in appendice al Giornale di Sicilia. 
In seguito, alcuni sono stati raccolti in dispense e venduti direttamente dal Giornale o dalla casa editrice La Gutemberg, che li pubblica anche in edizione economica per essere rilegati come un libro. 
Dopo la morte dello scrittore, la casa editrice La Madonnina inizia a ristampare in dispense la maggior parte dei suoi romanzi, il più delle volte apportando modifiche sia nel linguaggio (ammodernandolo o adeguandolo alla morale della comunità sempre in evoluzione) sia nelle dinamiche della storia stessa (per fortuna non sempre). 
Dopo le pubblicazioni La Madonnina, per alcuni romanzi si sono avvicendate altre edizioni fino ai giorni nostri, riportando le modifiche fatte precedentemente al testo, o apportandone a loro volta. 
Anche il romanzo I Beati Paoli ha fatto tale percorso e subito queste violenze con aggiunzioni, soppressioni o rielaborazioni delle frasi; ne riportiamo qualcuna astenendoci dal commento e precisando che nel testo sono moltissime. 

Alla domanda di Coriolano della Floresta su chi fossero i due impiccati ai Quattro Canti, lo staffiere risponde: Edizione Gutemberg pagina 483: Due bricconi matricolati in prigione, e ora si espongono (Non si fa alcun riferimento alla setta dei Beati Paoli e per matricolati si intende strangolati prima dell'impiccagione) Edizione Madonnina pag. 307: Due bricconi matricolati, due della setta dei Beati Paoli. Sono stati strangolati in prigione e ora li espongono. (Correzione molto grave, perchè anticipa che i personaggi facevano parte della setta de I Beati Paoli)

Alla pagina 549 de La Gutemberg il testo dice: “La duchessa era alquanto pallida e non si accorse di Blasco se non nel ripassare dinanzi alla statua” Diventa: “La duchessa era alquanto pallida e pareva che un’ombra di tristezza le oscurasse la fronte e lo sguardo; pareva così preoccupata, che non si accorse di Blasco, se non nel ripassare dinanzi alla statua” La Madonnina pag. 430
Alla pagina 619 della Gutemberg (terza parte inizio terzo capitolo) è stato eliminato questo dialogo:“- La bambina è priva di sensi – disse piano uno dei rapitori; – tanto meglio. Buttiamo via queste coperte che c’imbarazzano e possono comprometterci.
- Ma avrà freddo, la poverina… e poi…”
Importante invece, perché mette in evidenza il rispetto per il prossimo dei Beati Paoli con la cattiveria del padre di Violante.
Il tutto è sostituito con la domanda: “Non ci sono dei mantelli? 

Alla pagina 1038 della Gutemberg nella parte “e si slanciò per la strada di Porto Salvo che l’avrebbe condotto subito nella piazzetta dove era il portone della casa di donna Gabriella”. È stata aggiunta la frase: “e si sentì sollevare quando lo vide entrare nella strada dei Crocifissari”. (correzione Madonnina pag. 813) Che poi non si capisce di chi si sta parlando. In realtà è stato eliminato un intero paragrafo: “Egli arrivò molto prima della carrozza, vide le imposte serrate, si persuase di averla preceduta; per non farsi vedere si cacciò su pei gradini della tribuna di S. Domenico donde avrebbe potuto sorvegliare la piazzetta e tutti i suoi sbocchi, e poco dopo infatti vide venir la carrozza, vide Blasco baciar la mano di donna Gabriella, e si sentì sollevare, quando lo vide entrare nella strada dei Crocifissari”. (correzione Madonnina pag. 813) Che si conclude appunto con la frase aggiunta nella pagina precedente

Alla pagina 1048 Gutemberg la parte: “non è di ciò che mi lamento. Parlo di donna Gabriella, verso la quale mi sento legato oltre che dalla riconoscenza anche da una stima e da una profonda divozione!...” diventa: “- Non è di ciò che mi lamento; sono ancora riconoscente a donna Gabriella, e sento di avere per lei quella stima e devozione che sempre ho avuto per lei!”(Madonnina pag. 820) Tra l’altro, correzione scritta malissimo. A questa frase detta da Blasco nella edizione Gutemberg Coriolano risponde: “Ecco una cosa che mi stupisce, ma che dice già, abbastanza. È dunque una cosa seria questa volta?” nella edizione La Madonnina risponde: “Ecco una cosa che non mi stupisce, ma che dice già abbastanza, badiamo, purché non perdiate, verso la duchessa, quel rispetto che avete usato per tutte le belle dame. È dunque una cosa seria questa volta?” Frase aggiunta, inutile e stupida. 

Includiamo anche alcuni sistematici esempi delle molteplici sostituzioni:

“Baje” diventa “Bah” – “Come vi aggrada” diventa “Come credete” – “Suggello” diventa “Sigillo” – “Ciò” diventa “Il che” – “Perdio!” diventa “Perdinci” – “Servigio” diventa “Servizio” – “Alle corte” diventa “In breve” – “Rifugio” diventa “Ricovero” – “Per cagione” diventa “A causa”. 
Non si capisce per quale motivo in tutto il libro l’aggettivo “fiero”, usato molto spesso dall’autore in tutti i suoi romanzi e tipico del linguaggio dell'epoca, è sempre sostituito da altri o che non c’entrano niente o che non rendono l’idea o che cambiano anche il significato della frase. 
Tralasciamo volutamente di trascrivere altro avvisando il lettore che nell’edizione La Madonnina c’è anche uno sconsiderato e sistematico cambio di punteggiatura e coniugazione dei verbi. Le differenze annotate tra l’edizione Gutemberg e le successive, sono solo una piccola parte rispetto a quelle reali. Se avessimo dovuto annotarle tutte, si sarebbe fatto un altro libro. La nostra edizione riproduce fedelmente l’opera pubblicata in dispense da La Gutemberg nel 1931, quando l’autore era in vita: l’unica da ritenersi ufficiale, dato che il manoscritto è andato irrimediabilmente perduto. 
Le modifiche che abbiamo apportato al testo sono consistite nel togliere i refusi evidenti, nell’uniformare qualche parola trascritta in due modi diversi (ad esempio Savoja in Savoia oppure San Tomaso in San Tommaso). Abbiamo introdotto le virgolette alte per contraddistinguere il pensiero del personaggio all’interno dei dialoghi, perché questi ultimi nella versione originale sono preceduti o intervallati dal trattino del discorso diretto, ingenerando confusione nella lettura; infine abbiamo messo in corsivo i contenuti delle missive, perchè, anche in questo caso, possono confondere il lettore. 
Tutto il resto è stato rispettato: quindi si può godere del linguaggio dell’epoca fatto di elisioni, suffissi nominali, preposizioni e parole oramai non più usate nel nostro vocabolario moderno o modificate, alcune delle quali possono anche sembrare errori (per esempio: capo d’anno – pur troppo) inoltre molti verbi sono coniugati con trapassato remoto ai nostri giorni non più usato.
Abbiamo infine aggiunto il contesto storico dell’opera, tratto da: Storia di Sicilia sempre di Luigi Natoli (edizione I Buoni Cugini 2020).

I Buoni Cugini editori 

Luigi Natoli: I Beati Paoli. Romanzo storico siciliano. 
Pagine 938. Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su La Feltrinelli.it, Ibs, Amazon prime e tutti gli store on line.
Disponibile presso La Feltrinelli Libri e musica, La Nuova Bancarella e nelle migliori librerie. 

lunedì 5 settembre 2022

Luigi Natoli: L'aceto dei pidocchi. Tratto da: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano.

Quel giorno nella bottega di don Saverio La Monica, essa aveva seguito dapprima con curiosità, poi con meraviglia e con attenzione, il racconto di quell’avvelenamento con l’acqua pei pidocchi; e tornandosene a casa ci ripensava. Quell’acqua che costava tre, quattro grani, aveva una potenza micidiale che poteva spacciare un uomo alla sua insaputa e irreparabilmente. Foschi pensieri le scomponevano e ricomponevano la fitta rete di rughe che le solcavano il viso per ogni verso; e le accendevano tristi lampi negli occhi; la bocca le si moveva, come se biascicasse parole non dette. Ricordava lontane storie di veleni potenti: l’acqua di Teofania d’Adamo; i veleni di Francesca La Sarda, quelli della za’ Chiavedda, che era stata impiccata due anni prima che Giovanna Bonanno nascesse: acque misteriose anch’esse, che facevano morire senza lasciar tracce. Come mai quelle donne si erano lasciate scoprire e prendere? Dovevano essere state imprudenti; se avessero saputo fare le cose bene, avrebbero potuto arricchire. Forse si erano prestate a vendette: e ciò era male. Avrebbero dovuto somministrare i veleni soltanto a fin di bene: c’eran infatti nel mondo tanti imbrogli, tante disonestà, tante condizioni familiari così tristi, che soltanto la morte di uno poteva far cessare, e dar la pace e la tranquillità a molti. Così esse avrebbero commesso un delitto, e almeno dal buon Dio, che vede il cuore, potrebbero essere perdonate... E poi... perché i signori specialmente pagherebbero con fior di denaro un simile servizio; certo si poteva vivere senza stenti, senza bisogno di andare elemosinando, e trascinare una vita miserabile, in una vecchiaia squallida, senza altra prospettiva che la morte in quel canile, priva di aiuto, sola, abbandonata.
Questi pensieri le ruminavano per la mente, anche quando, giunta a casa, si mise a preparare un po’ di minestra d’erbe. Sì, un po’ di quell’acqua terribile mescolata nel brodo, o nel vino... Ma era poi certo che la morte fosse rapida e sicura? Bisognava provare. Su chi? Ecco! Un cane randagio, solito a ricevere i rifiuti di quel povero desco, entrò nella stamberga. La fronte della vecchia si rischiarò: aveva trovato su chi fare l’esperimento. Il domani andò a comperare da don Saverio La Monica una caraffina d’acqua pei pidocchi. Tre grani; piccola spesa. Tornata a casa prese del pane rinsecchito e lo immollò in un tegamino con acqua, nella quale versò il medicinale. Aspettò che il cane venisse; e quando lo vide entrare, lo accarezzò…

Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano.
L'opera è la fedele ricostruzione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927.
Pagine 580 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su La Feltrinelli.it, Ibs, Amazon Prime e tutti gli store online.
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica e nelle migliori librerie. 

lunedì 22 agosto 2022

Luigi Natoli: La banda di Angelo Sicco. Tratto da: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano

La banda di Angelo Sicco non rubava che quando aveva bisogno di denaro, e rubava o i ricchi signori o il corriere del governo; non parendo grave colpa ritogliere ai signori e al governo quello che essi toglievano alla povera gente per tributi feudali o per gabelle.
Del resto parte delle somme, talvolta, andava a profitto della povera gente. La casa di una contadina vedova, con tre creature, era rovinata da un uragano, gittando quei miserelli in mezzo alla strada? Angelo Sicco rifabbricava la casa. Qualche vecchio contadino era spogliato dal fisco, per non poter pagare? Angelo Sicco faceva bastonare gli algozini, ma nel tempo stesso sovveniva il vecchio, perché si aggiustasse col fisco e riscattasse la roba. Un povero mulattiere era depredato da ladruncoli di campagna? Angelo Sicco gli faceva restituire fino all’ultimo denaro e infliggeva una punizione ai malandrini che usavano rubare la povera gente.
Di questi tipi di briganti non era scarsa l’isola. Avventurosi, ferocî, magnanimi, animati da un certo sentimento di giustizia, qual maraviglia se nella fantasia e nel sentimento popolare si ingrandivano e assurgevano all’eroismo, circondandosi non soltanto dell’ammirazione e della simpatia, ma anche del favore occulto, sincero, devoto quanto spontaneo e disinteressato degli umili? Questa era la loro invulnerabilità.
Il nome non fece più sembrare straordinario agli occhi di Corrado e di Pietro quello che il bandito aveva fatto: da lui non si poteva attendere altro. Corrado lo rimproverò:
- Dal momento che voi eravate nell’osteria, perché non siete venuto fra noi? Sarei stato contento di offrirvi un bicchiere di vino.
Angelo Sicco rispose con un sorriso significantissimo, scotendo il capo in segno di diniego. Poi si rimise il cappuccio dello “scapolare”, pose il fucile sotto il braccio, come per andarsene; ma Corrado, quasi per un presentimento, gli disse:
- Non ve ne andate; forse potrei aver bisogno dell’opera vostra...
- Pronti! – rispose il bandito, e sedette sopra un altro sasso.
- Aspetto qualcuno, – aggiunse Corrado: – un amico.
Quasi nel tempo stesso una mano spinse la porta, ed entrò zi’ Francesco, intabarrato, che guardò con sorpresa quel terzo personaggio, che non si aspettava di trovare, e del quale non vedeva il volto, celato dal cappuccio.
Si alzò, usci fuori dalla vecchia torre, e modulò quel fischio che aveva insegnato a Corrado. Un folto canneto si agitò violentemente e una specie di contadino, poveramente vestito, ne uscì e si avvicinò alla torre: mentre di fra le canne altri visi si affacciavano e qualche fucile luccicava.
Angelo Sicco parlò brevemente, rapidamente e imperiosamente; poi fece un gesto e il contadino partì. I volti e le canne di fucile sparvero nel canneto, e Angelo Sicco rientrò nella torre.
- Per giungere in città occorrono venti minuti; – disse sedendosi, – e venti per ritornare, e son quaranta; e un’ora per le indagini, fanno un’ora e quaranta; mettiamo due ore; a ventitrè ore noi sapremo qualche cosa...
Intanto zi’ Francesco, chinatosi all’orecchio di Pietro, gli domandava chi era quel personaggio, così umile in apparenza, e così straordinario; sottovoce Pietro glielo disse; e quel nome leggendario dipinse subito sul volto del popolano una specie di ammirazione e di stupore.
Per un istante il silenzio chiuse quelle quattro bocche in una specie di raccoglimento. Poi Corrado, impaziente, domando:
- È un uomo sicuro, quello che avete mandato?
- Il più abile per attingere informazioni... Vossignoria ha veduto se sono informato bene...
- Difatti, – confermò il giovane; – ed è una cosa stupenda...
Il bandito fece un cenno come per dire che, per lui, era cosa più ovvia e più semplice: l’uomo che aveva spedito era un ex birro, che, prima di far il birro, era stato in galera: da birro, non potendo dimenticare le amicizie contratte nella galera, e certe idee che costituivano il codice di quella gente: si prestava di buon animo a informare segretamente i latitanti, i banditi, e in generale tutti coloro, che, colpiti dalla giustizia, cercavano uno scampo nelle campagne. Poi, scoperta la sua complicità in un grosso furto commesso in Palermo, prese il largo e diventò un gregario della banda di Angelo Sicco. Il capobanda, da principio diffidente, lo fece sorvegliare dai più fidati e gli commise le imprese più arrischiate per provarlo. I risultati dissiparono la sua diffidenza; e l’ex birro per le sue relazioni con gli antichi compagni di mestiere, diventò un elemento prezioso per la banda. Egli conosceva intimamente due o tre spie, di quelle che tenevano il sacco ai ladri e ai sopraffattori della città; e poteva, volendo, mandarli in galera: il che, aggiunto a qualche sommerella, li rendeva fedeli e segreti.


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine settecento,  contagiata dalle idee rivoluzionarie francesi, che muove con Francesco Paolo Di Blasi i primi moti d'insurrezione anelanti la libertà.
L'opera è la fedele ricostruzione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913. 
Pagine 880 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su La Feltrinelli.it, Ibs, Amazon e tutti gli store online.
In libreria presso La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour, Palermo) e nelle migliori librerie. 

Luigi Natoli: Le catacombe di S. Michele Arcangelo. Tratto da: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano

Sei o sette minuti dopo, la carrozza svoltava, si fermava. Lì presso era un baccanale simile al precedente. La mano dello Spagnuolo prese pel braccio la duchessa:
- Vostra eccellenza scenda, e guai a dire una parola.
Ella provò un brivido al contatto di quella mano, che le parve ruvida e pesante; tremando, lasciandosi trascinare, piuttosto che scendere, si sentì condurre per pochi passi; udì un fischio sommesso, poi sentì una ventata umida in volto. Camminò.
- Badi; ora ci sono degli scalini e si scende - le disse lo Spagnuolo.
Ella tremava per tutta la persona, presa da un terrore che la rendeva un automa. Scendeva per una scala lubrica, sentendo sotto le sue scarpette un attaccaticcio come di fango rappreso. Più scendeva e più sentiva un umidore e un tanfo di muffa, come di cantina o di sotterraneo.
A un certo punto si fermarono. Lo Spagnuolo la fece sedere e le tolse la benda.
Ella guardò. Una fiaccola infissa a una parete illuminava intorno con riflessi sanguigni. Si trovava in un sotterraneo scavato nel tufo; era una specie di corridoio, nelle cui pareti da una parte e dall’altra erano scavate delle nicchie orizzontali, l’una sopra l’altra, parallele, che si sprofondavano nere nell’ombra. Alla sua destra il corridoio metteva in una specie di rotonda, sulla quale si capiva che mettevano altri corridoi: da uno di essi veniva un barlume, segno che era illuminato; gli altri si perdevano in un tenebrore fitto e pauroso. Dinanzi a lei stavano due uomini, con la maschera sul volto, armati, immobili.
Ella udì un brusìo di voci sommesse dall’altro corridoio, ma non distingueva nessuna parola. Si chiedeva dove fosse, guardando ogni cosa con uno spavento che le gelava il sangue.
Erano le catacombe di S. Michele Arcangelo.
V’è sotto la città di Palermo una città sotterranea, scavata nel tufo, nota agli antichi, ora inaccessibile; ed è formata di antiche catacombe cristiane. Un gruppo di esse si distende per tutta quella contrada che dall’antica chiesa di S. Michele Arcangelo va sotto la chiesa di Casa Professa fino a quella dei SS. Quaranta Martiri. Un altro gruppo si trova nel quartiere del Capo, presso S. Agata la Guilla, ed era il ritrovo di una setta famosa tra il cadere del secolo XVII e il principio del seguente: quella dei Beati Paoli.
Altre catacombe si trovano fra Porta S. Agata e l’antica Porta Mazara; altre fuori Porta d’Ossuna.
Queste ultime, scoperte, sono ancora visibili; le altre per ordini viceregi furono chiuse in varî tempi, e sono ora inaccessibili e ignorate.
Le catacombe di S. Michele Arcangelo furono delle più celebri nei secoli andati, giacchè al loro gruppo appartenne una grotta che si disse abitata da San Calogero, nella quale fu eretta una cappella, oggetto di venerazione da parte dei fedeli. Su di essa più tardi sorse la chiesa dei padri Gesuiti, Casa Professa, intitolata appunto a S. Maria della Grotta.
L’ombra che avvolgeva lo sfondo delle gallerie, i loculi scavati da ambo le parti, qualche scheletro che nella penombra mostrava le orbite vuote e spaventevoli, quegli uomini armati, quel brusìo che pareva lontano, quel sentirsi separata dalla vita, e trasportata in un mondo dove la morte pareva avesse la sua sede, tutto ciò circondava d’orrore l’anima della duchessa.
A un tratto risonò un fischio. Allora i due uomini mascherati, le ingiunsero:
- Alzatevi e venite.
Ma ella non poteva alzarsi: le sue gambe si rifiutavano. Fu necessario che quei due la sorreggessero per le ascelle. La condussero così fino alla rotonda, e svoltarono pel corridoio nel quale essa aveva scorto i riflessi di un lume. Si trovò di fronte ad una specie di areopago spaventevole.
Erano circa una ventina di uomini col volto coperto da una maschera, armati, seduti lungo le pareti, e intorno a un tavolo di pietra. Dietro a questo sedeva un uomo, giovane a giudicare dalla freschezza del mento e dalla vivacità dei gesti. Quattro fiaccole ficcate in buchi delle pareti illuminavano la scena.
Ritto dinanzi al tavolo con le mani legate dietro le reni stava un uomo, tremante, fra due mascherati.
A un cenno del giovane che pareva il capo, i due che conducevano la duchessa si fermarono; la duchessa vedeva soltanto le spalle dell’uomo dalle mani legate, ma ne udì tosto la voce e rabbrividì...


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine settecento,  contagiata dalle idee rivoluzionarie francesi, che muove con Francesco Paolo Di Blasi i primi moti d'insurrezione anelanti la libertà.
L'opera è la fedele ricostruzione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913. 
Pagine 880 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su La Feltrinelli.it, Ibs, Amazon e tutti gli store online.
In libreria presso La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour, Palermo) e nelle migliori librerie. 

giovedì 18 agosto 2022

Luigi Natoli: Era la vigilia dell'Assunta del 1795... Tratto da: L'abate Meli. Romanzo storico siciliano.

Meli si alzò senza dire una parola, prese il cappello e il bastone e mormorando un “sia fatta la volontà di Dio” disse al giovane:
- Andiamo!
Presero una portantina e si avviarono: Meli dentro e il giovane a piedi, fuori; l’ombra dei platani che fiancheggiavano la strada che da Porta Nuova menava ai Cappuccini li difendeva dai raggi solari. Quegli alberi, piantati da M. A. Colonna di Paliano, percorrevano la via sino al convento. Ora non restano che pochi avanzi presso Porta Nuova; non c’erano allora tutte le cose che ingombrano i due marciapiedi ed erano lieti delle ombre che rinfrescavano i cittadini. Di qua e di là lungo il corso, si aprivano cinque emicicli, con in mezzo fontane di pietra grigia. Di contro all’imboccatura della strada che conduceva ai Cappuccini (ora si chiama Via Pindemonte) c’era un’altra fontana più monumentale, mista di marmi bianchi e pietra grigia, che s’alzava maestosa, e dava acqua ai vicini. Ora fu distrutta, per dar luogo alla Via Cuba e non si sa che se ne sia fatto, così delle altre fontane nessuna più ne esiste, per ingordigia degli abitanti o per altre ragioni, salvo una a fianco dell’Educandato Maria Adelaide, chiusa da un cancello.
Era il pomeriggio. La via era affollata di gente, perché era la vigilia dell’Assunta, festa solenne dei Cappuccini. Gente che andava e gente che veniva: un viavai continuo: portantine di tutti i colori e carrozze padronali, carretti, pedoni; questi in maggior numero, uomini in giamberga e in giacca, donne col manto chiuso nel naso, lasciando liberi gli occhi neri e fulgidi; ragazzi che empivano la strada dei loro cicalecci; venditori di acqua, che la portavano sul fianco, coi bicchieri infilati in un ordegno di ferro; o di semi di zucca, o di ceci abbrustoliti: tutta gente che vociava, nel lungo tratto di strada.
Allo svolto della strada che conduceva ai Cappuccini, la folla era più fitta. Delle baracche cucinavano, delle altre facevano focaccie, qui una tenda vendeva dolciumi, lì una tavoletta esponeva Madonne di argilla, coricate con le mani stese ed aperte, vestite di bianco col manto azzurro; grandi e piccole; più in qua l’“incatena corone”, torcendo i fili di ottone intorno ai grani del rosario; e fra tutti, le piccole bare, con madonne di cera, illuminate, portate da quattro ragazzi che gridavano con le vocine squillanti: “viva Maria”. Ma su tutto ondeggiava un odore di fritto, tra il fumo delle padelle, nelle cucine improvvisate.
Fra questa folla varia e multiforme andava il Meli discorrendo col giovane che gli camminava a fianco.
- Al Convento non vi ho visto mai. Come vi chiamate?
- Mi chiamo Gerlando, ai suoi comandi. Gerlando Disa... Sono venuto da poco; il frate ortolano è mio parente...
- E siete intimo di fra Francesco?
- Sono il suo buon servitore, perché mi ha beneficato, quando ero, per così dire, nell’altro mondo!
- Come sarebbe a dire?
- Dunque voscenza non m’ha guardato?
- Che cosa volete che vi guardi?
- E mi guardi ora...
E il giovane si scoprì, voltandosi verso di lui e mostrando la testa. Aveva una cicatrice, piuttosto lunga, che gli correva dalla fronte e gli partiva i capelli, come una scrimatura.
- Questa – disse – me la fece un colpo di spada, una sera; e debbo a Fra Francesco se tornai dalla morte alla vita. Fu un signore. Credeva che volessi dare una lettera ad una delle sue donne e mi conciò a questo modo. Per poco non sono morto.
- Ma dimmi un po’, – disse sorridendo Meli, – tu non destasti sospetto? Non ti si era veduto con qualche signora?
- Oh! ma che va dicendo voscenza! Io non faccio il mezzano. Chi sa poi per chi m’ha preso quel signore.
Chiacchierando così, e scansando il continuo andirivieni, erano giunti al convento. La folla era più fitta e bisognava fermarsi. Dalla croce di legno, alta sopra uno zoccolo, fino a quella specie di portico pieno zeppo di... miracoli o “ex voto”, dipinti da pittori da strapazzo, la gente si ammassava. La chiesa era piccola e non c’entrava tutta; gran parte sostava. Un frate raccoglieva l’elemosina.
Eppure in quel viavai di gente allegra, in mezzo a quel cicaleccio, a quelle grida continue, nel convento un uomo moriva. E aspettava con l'ansia di chi teme di non fare in tempo.
Il Meli attraversò il portico dinanzi la chiesetta, piegò la testa, vedendo nella navata l’immagine della Madonna, coricata fra le candele accese; e salì le scale del convento.
Era quasi deserto. La festa chiamava i frati nella chiesa e nella cucina: solo qualche vecchio con la barba bianca e lunga errava nei corridoi.


Luigi Natoli: L'Abate Meli. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine settecento. L'opera è la fedele ricostruzione del romanzo originale, pubblicato a puntate sul Giornale di Sicilia dal 19 settembre 1929, e comprende inoltre la trascrizione dell'opera "Giovanni Meli. Studio critico" pubblicato dalla tipografia del giornale "Il tempo" diretta da Pietro Montaina del 1883 e la raccolta di poesie di Giovanni Meli tratte da Musa Siciliana pubblicato dalla casa editrice Caddeo nel 1922; tutte le poesie sono corredate di traduzione in italiano a fronte a cura del prof. Francesco Zaffuto.
Pagine 727 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon Prime, Ibs, La Feltrinelli e tutti gli store online.
Disponibile presso: La Feltrinelli libri e musica e nelle migliori librerie. 

martedì 2 agosto 2022

Luigi Natoli: La vita del prigioniero e i suoi ultimi giorni... Tratto da: Cagliostro e le sue avventure.

Da quando era entrato nel forte, ed eran quattro anni, dopo un processo laborioso, Giammaria era la prima persona con la quale discorreva; per quattro anni era stato relegato nel silenzio della segreta, guardato con disprezzo e terrore; oggetto di scherni e di crudeltà, contro le quali non poteva reagire. Nessuno doveva parlare con lui; neppure il barbiere, che una volta al mese radeva i prigionieri, non già per igiene o per decenza, ma perché la barba era segno di giacobinismo.
Aveva dovuto infingere una rassegnazione che non sentiva; ma era forse effetto della debolezza fisica, questa che gli pareva forza di rassegnazione.
La condanna era crudele; oltre alla segregazione in quella piccola, fetida, umida segreta, senza altro mobile che un banco di pietra sul quale era disteso uno schifoso pagliericcio; era obbligatorio il digiuno rigoroso per tre giorni della settimana: pane e acqua negli altri, una minestra di legumi nauseabonda le domeniche. La sua salute ne aveva sofferto; i suoi muscoli, la sua carne se ne erano logorati.
Egli non poteva sorreggersi con la speranza di una liberazione prossima o lontana che fosse.

La prigione detta del Pozzetto era la peggiore di tutti: si trovava nella torricella del mastio, a occidente; alta dal suolo circa sessantaquattro braccia, illuminata da un finestrino con triplice inferriata, aperto a meno di tre palmi dal pavimento nudo e limaccioso, nella parete spessa otto palmi. Angusta, umida, semioscura; non aveva porta: vi si entrava dall’alto, per una botola che si apriva esternamente, donde, occorrendo, si calava una scala. Il prigioniero vi era stato calato con una corda; forse per questo, la prigione aveva nome Pozzetto: nessuna fibra, per forte che fosse, avrebbe potuto durare a lungo in quella sepoltura, che la pietà religiosa del sant’uffizio e del papa dava ai prigionieri. Non v’era che un mucchio di paglia per giaciglio, gittata in un angolo, sotto un grosso anello di ferro infisso nella parete per incatenarvi il prigioniero. 
L’arciprete don Marini e il suo coa­diutore, il padre don Filippo Scalini, per quei quindici giorni, a vicenda avevano tentato ogni via per ammolli­re il cuore di quell'uomo, che, per loro, era in preda del demonio. Egli pareva si fosse chiuso in un mutismo, che nè esortazioni, nè preghiere, nè mi­nacce e neppur torture eran valse a vincere. Gli avevan punto le carni, gli avevano storto le braccia per vedere se conservava la sua sensibilità e se quel mutismo fosse un effetto del colpo apo­pletico o di pravità d’animo; egli si era riscosso, aveva mandato un urlo che non aveva nulla di umano, ed era caduto nel suo mutismo. Soltanto i suoi occhi avevano conservato nella profondità dello sguardo, la loro elo­quenza; e spesso alle insistenti doman­de degli ostinati padri, esso si era illu­minato di una superiorità sdegnosa, o di una penetrazione così profonda, che quelli se ne erano sentiti imbarazzare...


Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure. Romanzo storico
L'opera è la fedele ricostruzione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914. 
Pagine 884 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon Prime, Ibs, La Feltrinelli.it e tutti gli store online.
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica e nelle migliori librerie di Palermo. 

Luigi Natoli: La fortezza di San Leo e il prigioniero. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure.

San Leo s’adagiava sulla cresta di Montefeltro, colle staccato dalle giogaie dell’Appennino, cinto di valli, arduo a salire, e da una parte tagliato a picco. Sulla vetta più alta, a oriente del borgo, da cui è separata da un pendìo sparso di macchie e di cespugli, si alza la fortezza, che dal lato opposto domina la rupe a picco. Da questo lato, che non ha salita, e dove bisognerebbe aver ali per giungere, la fortezza appare come un insieme di fabbricati massicci, addossati gli uni sugli altri; ma dalla parte del borgo, essa si presenta in un aspetto guerresco, con due grandi torri circolari di qua e di là dalla cortina merlata, e il mastio massiccio in mezzo, difeso da torricelle quadrangolari.
La fortezza o castello era come l’acropoli del vecchio borgo, che, più a valle, era difeso anche da muraglia e da altri fortilizi a tramontana e a occidente, prime sentinelle in difesa dell’inespugnabile castello.
La prigione dell’ “eretico” era nel mastio; era una cella larga tre passi, o poco più, con la volta alta una statura d’uomo e mezza; e una finestretta a quattro palmi dal suolo. Il prigioniero poteva quindi affacciarvisi comodamente e guardare lo spazio libero ed ampio. L’occhio scendeva giù fra le macchie, errava sui tetti e per le strade del borgo sottostante, si fermava a guardare il duomo e l’alta torre; poi scorreva oltre, guardava i due fortilizi, dei quali sapeva già il nome: il Palazzetto e il Casino; e vedeva indi come un taglio, come una grande fenditura, che isolava il monte. Indovinava che in fondo vi correva il fiume: più oltre ne vedeva fra poggi e boscaglie luccicare l’argento delle acque.
E più lontano ancora poggi e colli si succedevano come in uno scenario, degradando in tinte più azzurrine e più sfumate; e sull’orizzonte si disegnava di qua la Carpegna, di là, più in fondo la linea degli Appennini.
L’occhio non poteva scorgere che meno della metà dell’orizzonte; ma quanti desideri tormentosi! Fra quei colli, sopra un monte era S. Marino, la piccola repubblica; più oltre, a occidente, lo stato di Toscana; alle sue spalle l’Adriatico. Erano la libertà e la salvezza!... 
Il prigioniero era un uomo di una cinquantina d’anni, dai lineamenti energici, ma d’aspetto logoro ed emaciato; la fronte ampia e piana, il naso leggermente curvo all’apice e largo alla base, gli occhi neri, profondi, con un lampeggiare strano fra le ciglia nere e spesse; la mascella quadrata, parevano gli avanzi di una bellezza maschia e dominatrice; simili ai ruderi di un antico nobile edificio, rovinato dalle ingiurie degli uomini e del tempo. 
A giudicarne dallo spazio occupato nel letto, doveva essere di statura piuttosto bassa; ma aveva l’ossatura delle spalle larga e il petto ampio sebbene scarno. Nell’insieme rivelava una costituzione forte e vigorosa, resistente ancora ai patimenti che ne consumavano la carne e ne scoloravano il sangue. 


Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure. Romanzo storico
L'opera è la fedele ricostruzione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914. 
Pagine 884 - Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon Prime, Ibs, La Feltrinelli.it e tutti gli store online.
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica e nelle migliori librerie di Palermo.