domenica 23 maggio 2021

Gli "amici" di Luigi Natoli. Dalla prefazione di Ivo Tiberio Ginevra all'inedito: Poesie


La ricostruzione delle opere poetiche di Luigi Natoli, è avvenuta non senza difficoltà ma, al contempo, ha riservato notevoli informazioni ed emozioni da condividere con i lettori del grande narratore palermitano.
Le poesie comprese in questo libro sono state scritte nei primi quarant’anni di vita di Natoli e ci consentono di ricostruire la sua forte personalità illuminata da grandi sentimenti e tormentata dalle asprezze della vita. È, infatti, straziante nella quotidianità dei gesti il ricordo della moglie Emma, deceduta nel fiore degli anni, e delle figliolette morte allo sbocciare della vita nella raccolta di poesie Parentalia, così come appare insostenibile la sua frustrante situazione economica: Io muoio qui ghiacciato/ e sgobbo e sgobbo il mio bagnato pane/ e non è l’arte che mi fa soffrire, /ma l’amor mio. E poi ancora: ...addio Carmene; il mio bambino è nato,/ ei vuol del pane, poverello io sono/ Carmene, addio!  Per poi concludere con quello che è il grido di dolore dell’artista: l’arte è fantasma, vanità, follia: / pensiamo a‘ pane. (D’inverno - Versiculi - 1882). 
E sarà proprio il disagio economico che lo porta nel 1903 a scrivere, nell’avvertenza al lettore della raccolta Congedo, le seguenti parole: “Ho intitolato Congedo i pochi versi che veggono la luce in questo volume, perché con essi voglio prender da vero commiato dall’arte: alla quale avrei voluto dedicar tutto me stesso, se le aspre necessità della vita cotidiana non avessero obbligato il mio spirito a un lavoro, anzi a un continuo travaglio ingrato e logorante”. La giusta risposta arriva da un altro Luigi: Pirandello, il quale dopo aver letto quest’ultima raccolta di poesie gli scrive il 22 febbraio 1903: “Caro Luigi, Congedo? Che congedo! Chi può mettere un volume di versi come il tuo non ha diritto a congedarsi dalle Muse. Del resto, lo so, giuramenti da marinajo! Quando si ha veramente nel sangue il male della poesia, è inutile dire: – Ora basta! – Finchè il tuo sangue scorre e il tuo cuore batte, bisogna che tu faccia versi e versi e versi. Piangi, e noi godremo! Grazie di tutto e un fraterno abbraccio dal tuo Luigi” 
Nonostante queste parole che avrebbero rincuorato chiunque, Natoli non scrive più poesie e presta fede al suo addio in Congedo specificando di essere stato: “indulgente verso di loro (i versi) e di mandarli attorno non certo per rivelare al pubblico dei lettori qualcosa di nuovo, ma per godimento mio e per ricordarmi agli antichi amici”. Gli amici! 
Ecco un altro aspetto della personalità del Natoli che viene fuori dalla lettura dei suoi versi. Amici, come appunto Pirandello, Capuana, Colajanni e altri viventi all’epoca o come quelli, per la maggior parte, onorati di avere avuto composti o dedicati dei sonetti compresi nella raccolta Versiculi. Al lettore si rivelano come suoi “amici” i migliori poeti e scrittori dell’epoca come Girolamo Ragusa Moleti, Giulio Salvadori, Enrico Onufrio, Edoardo Scarfoglio, Antonio Scano, Alessandro Chiarenza, Ugo Fleres, Rosario Bagnasco (scultore) e soprattutto Giuseppe Pipitone Federico che scrive l’introduzione al Canzoniere Foglie morte e Mario Rapisarda (o Rapisardi, poeta catanese) che si occupa della revisione ai sonetti della raccolta In pace, come lo stesso Natoli annota di suo pugno nel manoscritto originale: “I segni con matita bleu sono di Mario Rapisardi”, anche se più volte il palermitano Luigi non accetta i suggerimenti lasciando inalterati i versi o la struttura di sonetti.

Ivo Tiberio Ginevra




Luigi Natoli: Poesie. Opera inedita.
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Pagine 284 - Prezzo di copertina € 20,00
Il volume raccoglie le raccolte di poesie edite Foglie morte (Pubblicata con la tipografia R. Carrabba in Lanciano nel 1880 e con prefazione di Giuseppe Pipitone Federico), Parentalia (pubblicata il 22 novembre 1890 con la tipografia del Giornale di Sicilia), Congedo (Pubblicata con l'editore Remo Sandron nel 1908) e le poesie inedite, fedelmente copiate dai manoscritti originali di Versiculi (1882) e In Pace (1885).
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti i siti vendita online.
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele), Nuova Ipsa editore (Piazza Leoni). 

martedì 18 maggio 2021

Un inedito si aggiunge alla Collana delle Opere dedicate a Luigi Natoli: Le poesie.

La lettura di queste poesie scritte in piena libertà e senza alcun condizionamento, se non stilistico, ci consente di ricostruire con sicurezza la reale personalità di Luigi Natoli e lo immortala come uomo ricco di sentimenti e di grande intelligenza, coltissimo ma avvilito dalla miseria morale e materiale che lo circonda, passeggero di un secolo che non ha saputo dare la giusta gloria a uno dei suoi figli migliori. 
Il volume comprende le raccolte di poesie edite Foglie morte (Pubblicata con la tipografia R. Carrabba in Lanciano nel 1880 con prefazione di Giuseppe Pipitone Federico), Parentalia (pubblicata il 22 novembre 1890 con la tipografia del Giornale di Sicilia), Congedo (Pubblicata con l'editore Remo Sandron nel 1908) e le poesie inedite, fedelmente copiate dai manoscritti originali di Versiculi (1882) e In Pace (1885).
Dalle nostre ricerche e studi crediamo di poter affermare che la raccolta di poesie Versi sia confluita in Foglie morte, che il manoscritto Versiculi comprenda anche le poesie della raccolta A Clodia, pertanto, tranne qualche piccolezza, crediamo di aver ricostruito in questo volume tutta l'opera poetica del grande scrittore palermitano Luigi Natoli. 

Luigi Natoli nell'avvertenza al lettore della raccolta di poesie Congedo del 1908 scrive le seguenti parole: "Ho intitolato congedo i pochi versi che veggono la luce in questo volume, perchè con essi voglio prender da vero commiato dall'arte: alla quale avrei voluto dedicar tutto me stesso, se le aspre necessità della vita cotidiana non avessero obbligato il mio spirito a un lavoro, anzi a un continuo travaglio ingrato e logorante". La giusta risposta arriva pochi mesi dopo dall'amico Luigi Pirandello, il quale dopo aver letto questa raccolta di poesie gli invia la seguente lettera: "Caro Luigi, Congedo? Che congedo! Chi può mettere un volume di versi come il tuo non ha il diritto a congedarsi dalle Muse. Del resto, lo so, giuramenti da marinajo! Quando si ha veramente nel sangue il male della poesia, è inutile dire: - Ora basta! - Finchè il tuo sangue scorre e il tuo cuore batte, bisogna che tu faccia versi e versi e versi. Piangi, e noi godremo! Grazie di tutto e un fraterno abbraccio dal tuo Luigi". Ma nonostante queste parole, che avrebbero rincuorato chiunque, Natoli non comporrà più poesie, prestando fede al suo addio in Congedo...
Il volume, di 278 pagine, è impreziosito dalla splendida copertina di Niccolò Pizzorno. Un'ampia introduzione dell'editore e scrittore Ivo Tiberio Ginevra illustra il lavoro meticoloso che ha portato al compimento di quest'opera.

Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Consegna a mezzo corriere in tutta Italia) Puoi ordinare inviando un messaggio alla mail ibuonicugini@libero.it o al Whatsapp 3894697296.
On line su Amazon, Ibs e tutti gli store on line.
In libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133), Nuova Ipsa Editore (Via dei Leoni 71), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Modusvivendi  (Via Quintino Sella 79), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Enoteca Letteraria Prospero (Via Marche n. 8), La Libreria di La Vardera s.a.s. (Via Nicolò Turrisi 15), Libreria Sellerio (Viale Regina Elena 59/b Mondello), Libreria Sciuti  (Via Sciuti n. 91/f)


venerdì 7 maggio 2021

Luigi Natoli: Il pozzo di Vela. Tratto da: Il Vespro Siciliano. Romanzo storico ambientato nella Sicilia del 1282

 
Il terzo giorno era domenica: all’ora di messa Ugo de Saint-Victor andò a mettersi alla posta per veder passare la fanciulla e compiere il disegno che aveva in mente. Aveva condotto con sè due soldati di ventura.
Aspettò qualche oretta: ecco venir Gamma Zita, ravvolta nel manto, coi due vecchietti al fianco. Essi non s’erano accorti del sire Ugo; ma quando lo videro piantato quasi dinanzi la chiesetta, con la mano sul fianco, furon presi da paura e da sospetto.
- Oh bellissima fanciulla! – esclamò; – concedetemi, ve ne prego, di rivedere il vostro bellissimo viso, perchè possa vedere in terra come son fatti gli angeli del cielo!...
Il nonno si sentì una vampa di collera in volto:
- Messere! – gridò; – lasciateci in pace!...
- Che cosa vuoi tu, vecchio?
- Voglio che ci lasciate stare in pace, v’ho detto!...
- Ebbene! te la darò! 
E voltosi ai due bravacci:
- A voi! – disse.
I due soldati che non aspettavan altro, si gittarono sui due nonni, e in un attimo li buttaron per terra, tempestandoli di pugni. Gamma Zita spaventata, convulsa, lasciando cadere il manto senza volerlo, e porgendo le mani, si precipitò verso il cavaliere supplicando:
- Ah messere!... per pietà!...
- Ma tutto per voi, bella fanciulla, – rispose Ugo de Saint-Victor; e presele le mani, attirò Gamma Zita a sè come per baciarla.
Ella mandò un grido di paura; e si trasse indietro; con una stretta violenta e si divincolò dal sire, e, poiché lo vide ritornare alla presa, colta da terrore, sollevate le vesti si diede a una fuga precipitosa per quelle stradette, cercando di rifugiarsi nella sua casa. 
Il sire de Saint-Victor esclamò:
- Ah, santo uomo di Dio!... Sei selvaggia? 
E le corse dietro: ella anelava, smarrita, esterrefatta, sentendo dietro a sè i passi del cavaliere, che la chiamava e la esortava con la voce rotta dalla corsa.
- Fermati... Non correre!... Non ti farò male! Sarà meglio per te!...
Ella raddoppiava le sue forze, e fuggiva. Ognuna di quelle parole, nelle quali si confondevano la collera e la bramosia, era un colpo di sprone. Fuggiva. Ogni passo verso la casa, aumentava le sue forze, le infondeva speranza.
Entrata nella strada di Vela, e giunta dinanzi alla porta di casa, si fermò atterrita.
La porta era serrata; e la chiave l’avevano i suoi nonni.
Nel folle terrore che l’aveva presa, non aveva pensato a questo ostacolo. In casa non poteva dunque entrare; e il sire, intanto sopraggiungeva: non sapendo che cosa fare, nè dove correre, Gamma. Zita entrò nel darbo con la speranza di trovarvi uno scampo. E non pensò che andava a cacciarsi in una gabbia.
Ugo de Saint-Victor giunse nell’istante in cui la fanciulla guardava con smarrimento intorno a sè: anch’egli diede una occhiata intorno e un tristo sorriso di gioia gli irradiò il volto.
Gamma non poteva sfuggirgli. 
Per un secondo si guardarono, ancora ansanti dalla corsa: Gamma pallida, tremante, supplichevole; Ugo rosso dal correre, bramoso, sicuro della vittoria: il lupo dinanzi all’agnello. 
Gamma era bellissima. Il manto le era caduto, le era caduto il velo, e i nerissimi capelli, discioltisi nella fuga, le cadevano copiosi sul collo e su le spalle. Ugo la guardava con un vivo compiacimento. Perdio! Madonna Macalda non aveva mentito: Gamma era veramente la più bella fanciulla di Catania. Come mai non l’aveva veduta prima? Dove s’era celato questo tenero fiore di beltà? Se l’avesse conosciuta un mese innanzi egli si sarebbe fatto amare, e avrebbe ottenuto per amore, quel che ora le avrebbe tolto per forza. 
- Ora – le disse – non potete più fuggire... Siete in poter mio... ma non voglio prendervi con violenza... Siete così bella, e così gentile, che mi pare dobbiate spezzarvi se vi afferro... Venite, non abbiate paura... Non posso, non debbo farvi paura. Lasciate che io vi baci, madonna... fate il mio aggradimento!... 
Gamma Zita non rispose: quelle parole le facevano salire sul volto fiamme di vergogna e di sdegno. Ugo si avvicinò di un passo. 
- Venite con me... cara e bella, più bella di tutte le donne, io vi farò felice...
Ma a vederlo avvicinarsi, Gamma si sentì infondere nuova energia; indietreggiò gridando:
- Non vi accostate!... non mi toccate!...
Aperse le braccia, per stringere la fanciulla; ma Gamma lo scansò. Lo scansò per allora, ma dopo? 



Luigi Natoli: Il Vespro Siciliano. Romanzo storico ambientato nella Sicilia del 1282, al tempo della famosa rivoluzione. In una edizione totalmente ristrutturata dal titolo all'indice, il romanzo è la fedele riproduzione dell'opera originale pubblicata con la casa editrice La Gutemberg nel 1914, dalle cui note (soppresse nelle altre edizioni) è chiaro l'accostamento tra l'invasione del Belgio da parte dei tedeschi nel 1914 e la dominazione angioina del 1282
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 945 - Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it. (è possibile prenotare con messaggio whatsapp al 3894697296 o alla mail ibuonicugini@libero.it. Spedizioni a mezzo corriere in tutta Italia. 
Disponibile online su Amazon e Ibs
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La nuova bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele), Nuova Ipsa Editore (Piazza Leoni)

Luigi Natoli: Gamma Zita conosce l'amore. Tratto da: Il Vespro siciliano. Romanzo storico

Gamma Zita aveva quattordici anni, ed era esile come un giglio; la femina non osava ancora impadronirsi del suo corpo sul quale i seni e i fianchi tondeggiavano timidamente. Ella pareva davvero la creatura angelica dei poeti di quel tempo: aveva qualche cosa di quegli angeli dalle lunghe vesti ondeggianti, che i pittori effigiavano intorno alla Vergine.
Giordano si sentiva attratto verso la fanciulla, e provava una certa ripugnanza per Madonna Macalda. Quella era ancora il mistero, l’amore circondato di ombre e di pudori e di ignoranze deliziose: questa era l’amore pieno, completo, ricercatore di raffinatezze, lascivo: quella era l’alba di un incantevole giorno di primavera; questa era il meriggio di un ardente e spossante giorno d’estate.
Gamma Zita era orfana viveva coi nonni, due vecchietti vegeti e robusti. Il nonno era battiloro; aveva la bottega al pianterreno, e vi lavorava con un garzone; la nonna badava alla casa e filava. Gamma Zita tesseva al telaio impiantato in un angolo della prima stanza. Tesseva e cantava. Era così serena e lieta quella sua primavera! Ella viveva sommessa e rispettosa verso quei vecchietti, dei quali era la consolazione e la gioia. Essi l’avevano allevata da piccina: era nata da una loro figlia, l’unica che avevano avuta; che era morta quando Gamma Zita aveva appena cinque anni. Il genero era morto qualche anno prima, ucciso in rissa da un compagno ubbriaco; la povera vedova se ne era accorata tanto che lo aveva seguito. I due vecchietti (allora erano ancor nella prima maturità) videro la loro casa diventare uno squallore: ma Gamma Zita vi diffuse un raggio di luce; ed essi si dedicarono alla fanciulla doppiamente cara.
Nulla di più semplice, di più gentile, di più ingenuo della vita di quella casa, dove non entrava il tumulto delle passioni, o desideri più vasti di quelli che comportava la condizione della famiglia, la bontà e la ristrettezza mentale dei due vecchietti. Il loro grande svago era andar la domenica al duomo; prendere parte alle feste religiose, e d’estate, andar verso sera, lungo il mare, e ammirare lo spettacolo della costa etnea, irta di scogliere, che nereggiavano sullo specchio azzurro e incantevole delle acque.
Il nonno si compiaceva in casa di ornare una piccola edicola di legno, che egli stesso aveva intagliata e dorata, nella quale v’era una immagine della Madonna dipinta sopra una tavoletta: una di quelle Madonne col volto ripiegato sopra una spalla, i grandi occhi a mandorla, fermi sul riguardante, il bel manto azzurro abbassato su la fronte, le mani con le dita lunghe e rigide.
Tutte le feste accendeva dinanzi all’edicola quattro lampade; e tutti e tre, i nonni e la nipote, vi cantavano qualche landa popolare; e la voce fresca e argentina di Gamma Zita, dominando quella bassa del nonno, empiva la casa di luce e di gioia.
Il nonno raccontava poi la storia di re Artù, che era andato nell’Etna coi suoi cavalieri; o quella della presa di Gerusalemme; ed eran belle storie, piene di avventure, di prodezze di cortesie, di incantesimi, di fatti meravigliosi, che incatenavano l’attenzione di Gamma Zita. Anche la nonna sapeva di belle storie, povere fanciulle diventate per la loro bellezza regine; fate con una stella in fronte; mamme-draghe e vecchi romiti con le barbe lunghe fino ai piedi... Gamma Zita le ascoltava, aprendo gli occhi attoniti e seguendo con l’animo sognante le mirabili avventure di quei personaggi fantastici.
Così ella viveva.
Giordano aprì nel cuore della fanciulla un uscio, fino allora chiuso; un nuovo sentimento vi germogliò; e una nuova luce vi si diffuse e ne illuminò quelle intime profondità, sulle quali ancora Gamma Zita non si era affacciata. Ella sentì che tutti gli affetti non si restringevano nella breve cerchia della casa e dei suoi nonni: v’era di là un mondo più vasto, e il cuore aveva anche altri amori, di altra specie, che turbavano, e nel turbamento stesso davano una gioia inesplicabile, davano uno smarrimento, e in quello smarrimento stesso era un naufragare in un incanto nuovo. Ella sentì che, alla vista di Giordano il suo cuore batteva con violenza, come non era mai battuto al vedere i nonni; che il sangue le affluiva al cervello, le si riversava a fiotti or gelidi ora infocati per le vene; che la vista le tremava; che una forza interiore la spingeva verso quel giovane.
E se quando i suoi occhi, incontrandosi in quelli di lui, fuggivano pieni di paura, dolce paura, sentiva che la sua mente invece si fermava con supremo diletto a contemplare e vagheggiare l’immagine di lui. Ella ebbe la coscienza dell’amore.



Luigi Natoli: Il Vespro Siciliano. Romanzo storico ambientato nella Sicilia del 1282, al tempo della famosa rivoluzione. In una edizione totalmente ristrutturata dal titolo all'indice, il romanzo è la fedele riproduzione dell'opera originale pubblicata con la casa editrice La Gutemberg nel 1914, dalle cui note (soppresse nelle altre edizioni) è chiaro l'accostamento tra l'invasione del Belgio da parte dei tedeschi nel 1914 e la dominazione angioina del 1282
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 945 - Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it. (è possibile prenotare con messaggio whatsapp al 3894697296 o alla mail ibuonicugini@libero.it. Spedizioni a mezzo corriere in tutta Italia. 
Disponibile online su Amazon e Ibs
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La nuova bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele), Nuova Ipsa Editore (Piazza Leoni)


Luigi Natoli: Giordano scorse il più bel volto di giovinetta che avesse mai veduto... Tratto da: Il Vespro siciliano.

Si affacciò distrattamente alla finestretta che dava sulla piazzuola, dove era il pozzo; e i suoi occhi errando di cosa in cosa, si fermarono un istante sopra la casa di rimpetto.
L’aveva veduta altre volte; aveva veduto sul davanzale della finestra di contro due testi di terracotta: uno con una bella pianta di garofani; l’altro di basilico. Finestra e piante, come se ne vedevano dovunque, e che non destavano nessuna attenzione; ma quel giorno dietro i testi, Giordano vide una figura di donna, il cui volto, chino a odorare il basilico, gli si nascondeva. Egli vedeva soltanto il velo che copriva quel capo e l’orlo dei capelli nerissimi, che chiudevano la fronte. 
Era la prima volta che vedeva in quella casa, a quella finestra, una figura di donna. La guardò con lieve curiosità, come chi trova un punto per fermare la propria attenzione; ma in quel momento la donna alzò il capo, e Giordano scorse il più bel volto di giovinetta che mai avesse veduto.
La fanciulla su le prime non si accorgeva d’esser guardata; diede uno sguardo su la piazzuola e sul pozzo; poi alzò gli occhi, vide Giordano; incontrò quello sguardo di ammirazione e una viva fiamma le colorò il volto color di perla. Si ritrasse vivamente, con una paura di colomba.
Giordano rimase a guardare la finestra ancora estatico dell’inattesa apparizione di quella bellezza, sperando che vi fosse ritornata; ma quando la speranza venne meno, si allontanò con un vivo rincrescimento.
Da quel giorno, ogni mattina, tormentato dalla immagine della fanciulla, e dal desiderio di rivederla, Giordano si recava nella sua antica stanza, sperando che ella si affacciasse; ma per cinque o sei giorni, invano. La finestra rimase deserta. Se Giordano avesse potuto spingere lo sguardo più oltre, avrebbe potuto scorgere la fanciulla, quasi celata dall’ombra, aspettare che egli si togliesse dal suo osservatorio, per venire alla finestra e curare i suoi testi di basilico e di garofani; e allora avrebbe usato l’astuzia di nascondersi alla sua volta, per vedere, senza esser veduto.
Ma Giordano era troppo giovane. Il caso venne in suo aiuto. Un giorno egli, trattenuto da Madonna, non potè recarsi nella sua cameretta all’ora consueta; ma appena ne ebbe l’agio, corse e vide la fanciulla, che se ne stava alla sua finestra lì, attenta alle sue piante.
Non aveva il velo in testa, e le chiome corvine, sciolte, forse aspettando il pettine industre, le cadevano come un manto di velluto sul collo e sulle spalle; sicchè il bel pallore del volto acquistava una candidezza di marmo pario.
Ella se ne stava lì, senza sospetto, senza soggezione, con la sicurezza di non esser veduta; attendendo a togliere alcune foglioline vizze, a stirpare qualche pianticella estranea; e Giordano la guardava, quasi adorando, trattenendo il respiro per paura che ella l’udisse, e s’involasse. Ma forse la fanciulla sentì la fissità di quello sguardo; forse i suoi sensi vibrarono alla misteriosa impressione: ella infatti sollevò gli occhi con una espressione vaga di inquietitudine: e vide Giordano.
Lo vide, alla finestra, con gli occhi illuminati dall’ammirazione e dal desiderio, col volto commosso dal piacere, in quell’atteggiamento devoto.
Se ne sentì profondamente turbata; il sangue le colorò di porpora il viso; i suoi occhi bruciarono. Ella si ritrasse confusa, scontenta; ma non così rapidamente, come la prima volta.
Il giorno dopo, come se la curiosità avesse preso forza sul turbamento, la fanciulla non aspettò che non vi fosse quel giovane alla finestra, per affacciarsi; e mentre curava le piante, e vi si indugiava, lo guardò più volte di sfuggita, e tutte le volte i suoi occhi si incontravano in quelli di Giordano, e il rossore fioriva sulle sue gote, e il cuore le batteva; e, pareva ne provasse pena e piacere a un tempo.
Quel dì Giordano si sentì pieno di una gioia nuova, che per tutto il giorno lo tenne in una malinconia dolce e serena; lo rese più affabile, ma nel tempo stesso più schivo delle carezze di madonna Macalda.
Ogni giorno, d’allora in poi, essi si rividero, dalle finestre, in silenzio. La fanciulla fermava i suoi occhi un po’ più lungamente e il suo turbamento non aveva più nulla di penoso; anzi su le sue labbra si disegnava un lieve e timido sorriso di compiacimento. Dopo quel sorriso venne il saluto, un piccolo cenno col capo da prima; poi con mano, e con la voce. Un giorno finalmente Giordano si fece animo, e le disse:
- Bella fanciulla, io mi chiamo Giordano de Albellis. Ditemi, se v’aggrada, il vostro nome, perchè io possa ripeterlo tutte le ore del dì.
Ella rispose arrossendo e con voce tremante che pareva d’usignuolo:
- Gamma Zita...



Luigi Natoli: Il Vespro Siciliano. Romanzo storico ambientato nella Sicilia del 1282, al tempo della famosa rivoluzione. In una edizione totalmente ristrutturata dal titolo all'indice, il romanzo è la fedele riproduzione dell'opera originale pubblicata con la casa editrice La Gutemberg nel 1914, dalle cui note (soppresse nelle altre edizioni) è chiaro l'accostamento tra l'invasione del Belgio da parte dei tedeschi nel 1914 e la dominazione angioina del 1282
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 945 - Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it. (è possibile prenotare con messaggio whatsapp al 3894697296 o alla mail ibuonicugini@libero.it. Spedizioni a mezzo corriere in tutta Italia. 
Disponibile online su Amazon e Ibs
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mercoledì 28 aprile 2021

Il teatro del popolino. Scritti sull'Opera dei Pupi di Luigi Natoli e di Giuseppe Pitrè

Il trentesimo volume della Collana dedicata alle Opere di Luigi Natoli è dedicato all’Opera dei Pupi: una raccolta di scritti non soltanto di Luigi Natoli, a lui abbiamo affiancato Giuseppe Pitrè. 
I due autori, amici e sicilianisti appassionati, avevano fra i tanti interessi in comune anche quello per l’opera dei pupi, l’Opra, che studiarono con grande accanimento in tutti i suoi aspetti, mischiandosi col “volgo” sempre con il massimo della loro modestia, patrimonio dei grandi uomini. Lo studio del teatro del popolino, dettagliato in tutti i suoi aspetti, porta i due autori a conclusioni diverse: Giuseppe Pitrè nel suo scritto di fine ‘800, non immagina il decadimento e la fine dell'Opra, mentre Luigi Natoli la intuisce, profetizzandone agli inizi del 1900 la sopravvivenza solo a scopo turistico o nelle "collezioni private e nei musei". Ma entrambi sono d’accordo sul fatto che 

"L’arti di li pupi è difficili assai, e ‘un è cosa di tutti"
 
Il volume contiene:
di Giuseppe Pitrè: "Le tradizioni cavalleresche popolari in Sicilia" (Romania tomo 13, n. 50 - 1884). In questo scritto, oltre la simpatia e l’ironia dell’autore, incontriamo la Palermo di fine ottocento fotografata nelle abitudini del popolino: “Spettatori son per lo più ragazzi del popolino, iniziati quali sì, quali no in un mestiere; gli altri son giovani e adulti. Uno studioso di statistica non avrebbe modo di farsi un criterio esatto di quelli che veramente usano all’opra; perché in una vanno più monelli che giovani, in un’altra più giovani che ragazzi; in un sestiere son servitori, camerieri e guatteri; in un altro pescatori e pescivendoli (rigatteri) qua facchini (vastasi, vastaseddi), fruttivendoli; là lustrini, mozzi di stalla, manovali ed altri siffatti, ovvero operai de’ meno modesti e de’ meno bassi. Tutto dipende dal sestiere, dalla contrada dell’opra; dove, però, non si vede mai, o rare volte, una donna, e dove una persona del mezzo ceto sarebbe argomento di osservazioni e di commenti degli spettatori, come di maraviglia a coloro de’ suoi amici o conoscenti che venissero a saperlo”. Conosceremo i pupari, gli opranti e i cuntisti dell’epoca con vere e proprie interviste fatte dall’autore, ma soprattutto come la viveva il popolo e la passione che lo portava ad assistere alle rappresentazioni: “L’uditorio è tutto orecchi per sentire, tutto occhi per vedere chi entra e chi esce dal palcoscenico, seguendo l’azione e prendendo parte per uno de’ personaggi. Questo interesse per un paladino, per un eroe, è uno de’ fatti più caratteristici dell’opra; e rivela le tendenze e le inclinazioni del pubblico. Questi s’appassiona per uno, quegli per un altro; i seguaci, gli amici, i vassalli di questo paladino sono simpatici; ostili i seguaci, gli amici, i vassalli del personaggio contrario. La simpatia è per l’eroe o pel debole che subisce la forza del prepotente o che, indocile di freno, gli si ribella. Rinaldo con le sue audacie è sempre l’eroe accetto. Il suo apparir sulla scena è un avvenimento; di lui si studiano e prevedono le mosse, l’incesso, le parole”
di Luigi Natoli:
Il teatro del popolino (Almanacco del fanciullo siciliano - 1925), simpatica introduzione che esalta le eroiche gesta del paladino Orlando.
L’ Opra (Articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia il 21 maggio 1914), dove l’autore profetizza il decadimento dell’Opra: “Anche dal palcoscenico le teste di legno cominciano ad andarsene; ce ne sono tante nel mondo, con la loro maschera immobile sul volto, che quelle piccole relegate su poche tavole, fra le scene dipinte, cominciano ad accorgersi di essere soverchie. L’«Opra di pupi» è al principio della fine. Fine del resto prevedibile e aspettata, per le mutate condizioni di vita, di pensiero, di gusti. Il cinematografo ne affretterà la morte; ma il «paladino» a quanto pare muore con tutti gli onori”.
Le tradizioni cavalleresche in Sicilia (estratto da Il Folcklore siciliano 1926) uno studio analitico sulla storia dell’Opera dei Pupi, che l’autore fa risalire al tempo della dominazione normanna in Sicilia.
Copione dell’Opra Fioravante e Rizzeri tratto dall'omonimo romanzo (1936)
Il volume, di 270 pagine, impreziosito dalla copertina di Niccolò Pizzorno, ci riporta indietro nel tempo facendoci rivivere le care, antiche tradizioni siciliane “Perchè le belle azioni, i nobili sentimenti, le virtù umane ci commuovono e ci empiono di entusiasmo, anche se i personaggi sono di legno” (Luigi Natoli).
 
Il volume (prezzo di copertina € 20,00) è disponibile:
dal catalogo prodotti della casa editrice al sito ibuonicuginieditori.it
Si può acquistare con messaggio w.a. al 3894697296 oppure alla mail ibuonicugini@libero.it. Spedizioni a mezzo corriere in tutta Italia.
On line su Amazon e Ibs
In libreria presso La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133, Palermo), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15)

martedì 27 aprile 2021

Giuseppe Pitrè: Il teatro delle marionette. Tratto da: Il teatro del popolino. Scritti sull'Opera dei Pupi di Luigi Natoli e di Giuseppe Pitrè


L’opra, cioè il teatrino delle marionette, è un piccolo magazzino, alle cui pareti sono piantati de’ palchetti, comodi e puliti all’esterno, ma assai disagiati per chi avrà a prendervi posto, essendovi una panca molto angusta per sedervi, e poco spazio per distender le gambe; nè la palcatura è divisa; e gli spettatori come in un corridoio siedono l’uno accanto dell’altro. Nel mezzo del teatrino sono egualmente piantate un certo numero di panchette, sostenute da assi verticali; panchette, che, tutte insieme, guardate dalla porta, danno l’idea d’una enorme graticola di legno, nei cui interspazi ficcano piedi e gambe gli spettatori. Il corridoio mediano dei teatri ordinari qui manca allo spesso, ma ve n’è uno che tutto lo gira intorno, ed è chiamato passettu. Palchi (gallaria) e platea danno luogo dove a un centinaio, dove a un centocinquanta persone; ma in quelli di Catania ve n’entrano di più.
In fondo, di fronte alla porta d’entrata, è il palcoscenico, che ha piena armonia con le proporzioni dell’opra. Una volta esso era un po’ disadorno, e la tela (tiluni) appena colorata; erano bensì dipinte, e d’una maniera popolarmente graziosa, le scene e le quinte, rappresentanti quel che meglio convenisse alla storia del giorno. Da un trentennio in qua il tiluni è anch’esso dipinto, e così bene, che nel suo genere può dirsi qualche cosa di artistico. Ivi son ritratte scene cavalleresche: lo scontro di Rinaldo con Agramante, che lo assale di dietro (nell’opra della Vucciria nova in Palermo); l’entrata del conte Ruggiero il Normanno in Palermo (nell’opra di via Formai); Rinaldo, che offeso abbandona la corte di Carlomagno (nell’opra di via Collegio di Maria al Borgo) ecc.
Spettatori son per lo più ragazzi del popolino, iniziati quali sì, quali no in un mestiere; gli altri son giovani e adulti. Uno studioso di statistica non avrebbe modo di farsi un criterio esatto di quelli che veramente usano all’opra; perché in una vanno più monelli che giovani, in un’altra più giovani che ragazzi; in un sestiere son servitori, camerieri e guatteri; in un altro pescatori e pescivendoli (rigatteri) qua facchini (vastasi, vastaseddi), fruttivendoli; là lustrini, mozzi di stalla, manovali ed altri siffatti, ovvero operai de’ meno modesti e de’ meno bassi. Tutto dipende dal sestiere, dalla contrada dell’opra; dove, però, non si vede mai, o rare volte, una donna, e dove una persona del mezzo ceto sarebbe argomento di osservazioni e di commenti degli spettatori, come di maraviglia a coloro de’ suoi amici o conoscenti che venissero a saperlo.
L’opra ha per tutta questa gente un’attrattiva irresistibile; ed i ragazzi che non abbiano da pagare altrimenti il diritto di entrata mettono in serbo il granu (cent. 2 di lira) o il soldarello della colazione o del companatico d’uno o più giorni per andarlo a deporre nella mano del padrone del teatrino loro favorito; chè per essi l’opra è una gran bella cosa, ed uno degli spettacoli più graditi. Un tempo, prima del 1860, con due o tre grana (cent. 6 di lira) si entrava; adesso non ci vogliono meno di cinque grana (cent. 10); e siccome non tutti i ragazzi possono disporre giornalmente di dieci centesimi di lira, accade che solo la domenica e in qualche altro giorno della settimana ci vadano, quando cioè abbiano raggruzzolata quella sommarella, che procura loro una sera di divertimento

Che intendere non può chi non la prova...



Luigi Natoli: Il teatro del popolino. Scritti sull'Opera dei Pupi di Luigi Natoli e di Giuseppe Pitrè. Il volume raccoglie: 
Il volume contiene:
di Giuseppe Pitrè: "Le tradizioni cavalleresche popolari in Sicilia" (Romania tomo 13, n. 50 - 1884);
di Luigi Natoli:
Il teatro del popolino (Almanacco del fanciullo siciliano - 1925)
L’ Opra (Articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia il 21 maggio 1914)
Le tradizioni cavalleresche in Sicilia (estratto da Il Folcklore siciliano 1926).
Copione dell’Opra Fioravante e Rizzeri tratto dall'omonimo romanzo (1936)
Copertina di Niccolò Pizzorno
Nella foto: Il teatro della famiglia Argento, pupari dal 1893 (Via Pietro Novelli, di fronte la Cattedrale)
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al link https://www.ibuonicuginieditori.it/collana-dedicata-alle-opere-di-luigi-natoli. Spedizioni a mezzo corriere in tutta Italia. Contattaci al whatsapp 3894697296 o alla mail ibuonicugini@libero.it
Disponibile su Amazon Prime e Ibs
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Luigi Natoli: Il palcoscenico di un teatrino... Tratto da: Il teatro del popolino. Scritti sull'Opera dei Pupi di Luigi Natoli e di Giuseppe Pitrè


Orlando paladino! Facciamogli largo, perchè la sua spada Durlindana è terribile: spacca una montagna in due, come se fosse un cocomero. È il terrore dei Saraceni, dei ladroni, dei birbanti; perchè è saggio quanto valoroso, ama la giustizia, e non può tollerare le prepotenze. Senza Orlando, Carlo Magno imperatore non varrebbe un fico secco; i Saraceni si piglierebbero Parigi, e quel traditore di Gano di Magonza farebbe morire tutto il fiore dei paladini. 
Bello Orlando, non è vero? con la sua armatura di ottone nichelato, che pare argento; elmo piumato, con la visiera mobile; corazza, sopravveste verde, gambali, scudo... Ha un occhio storto, ma non monta. Eccolo piantato in mezzo al campo, e sfidare, con un vocione da mettere paura, i Saraceni; ecco avanzarsi Ferraù di Spagna, gigantesco, barbuto e valoroso Saraceno. Ed eccoli l’uno e l’altro scambiarsi male parole, sguainare le spade, e menar colpi terribili, zan! zan!... E l’organino suona qualche cosa che accompagna il ritmo dei colpi.
L’organino? Ah, guarda, eravamo così assorti ad ammirare Orlando che avevamo dimenticato di dire che il terribile paladino non è un uomo d’ossa e di carne, ma un omino di legno; e che il campo, sul quale compie le sue prodezze, è il palcoscenico di un teatrino; il teatrino del popolo, l’opra d'i Pupi, o semplicemente l’Opra... 



Luigi Natoli: Il teatro del popolino. Scritti sull'Opera dei Pupi di Luigi Natoli e di Giuseppe Pitrè. Il volume raccoglie: 
Il volume contiene:
di Giuseppe Pitrè: "Le tradizioni cavalleresche popolari in Sicilia" (Romania tomo 13, n. 50 - 1884);
di Luigi Natoli:
Il teatro del popolino (Almanacco del fanciullo siciliano - 1925)
L’ Opra (Articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia il 21 maggio 1914)
Le tradizioni cavalleresche in Sicilia (estratto da Il Folcklore siciliano 1926).
Copione dell’Opra Fioravante e Rizzeri tratto dall'omonimo romanzo (1936)
Copertina di Niccolò Pizzorno
Nella foto: Orlando, realizzato dal maestro Vincenzo Argento (corso Vittorio Emanuele 445, Palermo)
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al link https://www.ibuonicuginieditori.it/collana-dedicata-alle-opere-di-luigi-natoli. Spedizioni a mezzo corriere in tutta Italia. Contattaci al whatsapp 3894697296 o alla mail ibuonicugini@libero.it
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mercoledì 14 aprile 2021

Lettera al professore Luigi Natoli per il 164° anniversario della sua nascita: 14 aprile 1857 - 14 aprile 2021

Caro professore Natoli,

Oggi, 14 aprile 2021, è il 164º anniversario della Sua nascita e noi Buoni Cugini editori festeggiamo dando vita ad alcuni suoi scritti inediti su un tema a Lei caro, l’Opera dei Pupi.

Li abbiamo raccolti in un volume dal titolo “Il teatro del popolino”, lo stesso che Lei ha dato alla lettura tratta dall’Almanacco del Fanciullo siciliano, pubblicato nel 1925. Abbiamo inserito L’Opra, l’articolo da Lei pubblicato sul Giornale di Sicilia il 21 maggio del 1925 e Le tradizioni cavalleresche in Sicilia, pubblicate nel 1926. Per concludere, abbiamo estratto dal Suo romanzo “Fioravante e Rizzeri” il copione da teatro dal titolo omonimo. Poichè il tema dell’Opera dei Pupi era caro anche ad un Suo illustre amico, il “dottorissimo” Giuseppe Pitrè, abbiamo inserito nella raccolta lo scritto “Le tradizioni cavalleresche popolari in Sicilia”, da Lui pubblicato nel 1884. Gli scritti si intrecciano benissimo, due grandi autori come voi danno al lettore un’idea completa della storia dell’Opra e delle tradizioni cavalleresche siciliane.

Caro professore, “Il teatro del popolino” è il trentesimo volume della Collana che a Lei abbiamo dedicato: tanta è ancora la strada da fare per completarla, tanti sono gli scritti da riportare in vita e numerosi sono i lettori che La seguono come se Lei fosse uno scrittore moderno, che ancora oggi pubblica inediti. Questa è la nostra più grande soddisfazione. 

Grazie per l’immenso patrimonio culturale che ci ha regalato.

I Buoni Cugini editori


martedì 13 aprile 2021

Un copione per i Pupi. Natoli a tutto campo. Articolo del prof. Salvatore Ferlita su La Repubblica

L’autore dei “Beati Paoli” è un ambasciatore siciliano che adesso sconfina in Bulgaria con la traduzione de L’abate Lanza” scritto in dialetto


Se Luigi Natoli oggi fosse vivo e vegeto (ragionando per assurdo, con buona pace degli storici) non ci penserebbe due volte a riconvertirsi in scrittore di sceneggiature e storie per le serie tv. Sarebbe di certo concupito dai boss di Netflix e compagnia bella, e prenderebbe ogni mese un volo per la California al fine di apporre la firma sull’ennesimo contratto di produzione. Esagerazioni a parte, davvero l’autore dei “Beati Paoli” di cui ricorre l’ottantesimo anniversario della morte, con suoi romanzi a puntate è da annoverare tra gli anticipatori della scrittura seriale contemporanea. Oltretutto, per la mole della produzione (che fa venire in mente i nomi di Georges Simenon e di Agatha Christie), per la popolarità di cui godette, per lo slancio fisiologico della sua affabulazione, possiamo considerare Natoli una sorta di Ur-Camilleri, la sua preconizzazione in terra di Sicilia. Assieme a Luigi Pirandello poi, lo scrittore e storiografo palermitano va inserito tra i più illustri ambasciatori della Sicilia nel mondo: è di pochi giorni fa la notizia che “L’abate Lanza”, opera teatrale di Natoli scritta in dialetto, a breve vedrà la luce in bulgaro: è il risultato di una vera e propria, impensabile, vertigine linguistica. 
“L’abate Lanza”, fino a poco tempo fa rimasto inedito, è stato pubblicato di recente da “I Buoni Cugini editori”, la premiata ditta dell’editoria palermitana formata da Ivo Tiberio Ginevra e dalla moglie Anna Squatrito. I quali, giusto sette anni fa, hanno messo su una casa editrice per riportare alla luce le opere condannate ingiustamente all’oblìo. Nel loro catalogo su tutti troneggia  il nome di Natoli, del quale hanno visto la luce più di trenta volumi. 
È in dirittura d’arrivo, sempre per i tipi dei “Buoni Cugini”, una vera chicca: si intitola “Il teatro del popolino. Scritti sull’Opera dei Pupi” di Luigi Natoli e di Giuseppe Pitrè: quest’ultimo, più anziano di qualche anno, utilizzò sempre un tono di reverenza nel fitto epistolario che intrattenne con l’amico e sodale. Al grande medico, scrittore ed etnologo del resto Natoli non di rado si rivolgeva, apostrofandolo il “dottorissimo”, per ottenere credenziali al fine di poter frequentare le biblioteche delle tante città italiane dove insegnò o per chiedere un appoggio per l’approvazione di una delle sue tante grammatiche e successivamente per l’adozione nelle scuole. Il volume in questione allineerà pure un copione scritto da Natoli per l’opera dei pupi, originariamente inserito nel romanzo “Fioravante e Rizzeri” (1936). 
E in cantiere i coniugi editori hanno altri titoli: in preparazione infatti è il volume delle poesie edite e inedite, da tempo difficilmente reperibili. I versi di Natoli, non dimentichiamolo, furono apprezzati, tra gli altri, da Mario Rapisardi e da Giuseppe Pipitone Federico, palati assai fini in materia poetica. Ne sta dunque venendo fuori davvero un’operazione ciclopica, che offre la ghiotta opportunità di riconsiderare finalmente la figura di questo autore prolifico, troppo sbrigativamente liquidato come quello dei “Beati Paoli”. 
Garibaldino già in fasce e mazziniano convinto, Natoli dedicò tutta la sua vita alla scrittura (una specie di mostro che, ingordo, pian piano lo ha fagocitato: fu, infatti, scrittore, giornalista, romanziere, poeta, commediografo, critico letterario e filologo), e all’insegnamento, che praticò in modo erratico, costretto a far presto armi e bagagli e a spostarsi da una sede all’altra perché assai malvisto dal fascismo: fu pure trasferito a Sassari passando per Pisa, Napoli, percorrendo le stazioni di una sorta di via crucis. Si mostrò ben presto particolarmente eclettico, firmando saggi critici, antologie poetiche, scritti di storia dell’arte, opere storiografiche, ma soprattutto racconti (se ne contano più di trecento) e una trentina di romanzi, quasi tutti pubblicati a puntate sui quotidiani, in particolare sul “Giornale di Sicilia”. 

Natoli appartiene all’illustre schiera degli autori di feuilleton: manipolo di alto lignaggio, se si pensa che in esso militarono, prima di lui, scrittori del calibro di Balzac, Dickens, Dumas. La cadenza settimanale, la pubblicazione su una testata giornalistica agevolavano il processo di fidelizzazione di un numero sempre più vasto di lettori (che nelle portinerie umide e buie di Palermo, si racconta, computavano a voce alta l’appendice di avventure fresche d’inchiostro per metterle alla portata di tutti): per Natoli era legittimo scrivere per tutti e non per una minoranza. Si avviò così un processo di inarrestabile consacrazione: nessuno era disposto a perdere una puntata delle sue storie, le più varie, le più romanzesche, seppur proiettate su un fondale ben ricostruito: “Era uno storico con le carte in regola” per Leonardo Sciascia, ma anche “uno scrittore efficace, un narratore tecnicamente accorto. Si può dire senz’altro uno scrittore buono, se dopo tanti anni e dopo aver “bevuto in tante altre cantine”, prendendo in mano un suo libro e cominciando a leggerlo, ecco che ci troviamo costretti a finirlo. Da “Calvello il bastardo” a “La vecchia dell’aceto”, da Cagliostro e le sue avventure” a “La baronessa di Carini”, che a maggio uscirà in una nuova edizione illustrata per i tipi della casa editrice catanese Lunaria. Per non dire di altri romanzi meno noti, come “Gli ultimi saraceni”, “Alla guerra!”, “Squarcialupo”, “Il capitan Terrore”, “Gli Schiavi” che Natoli considerava l’opera più importante. Ma sappiamo invece che la sua vocazione letteraria fu consacrata dalla pubblicazione dei “Beati Paoli”, di certo tra le storie più riuscite che gli si devono, suggestive e insieme misteriose, per via anche del fascino antico della leggenda popolare da cui l’autore prese le mosse. Le imprese dell’oscura società segreta che nella Palermo di fine Seicento prendeva le difese degli oppressi alla lunga ha oscurato una produzione molto vasta e soprattutto variegata, rispetto alla quale però, alla fine, si ha la netta sensazione di avere sotto gli occhi un unico, sorprendente, smisurato testo, letto qua e là: ne consegue che i titoli sovente si confondono un po’ tutti, ma non c’è un solo libro che possa essere definito un vero capolavoro.


Un copione per i pupi, Natoli a tutto campo. Articolo del prof. Salvatore Ferlita su "La Repubblica"


 

Esce il trentesimo volume della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli edita I Buoni Cugini editori: Il teatro del popolino. Scritti sull'Opera dei Pupi di Luigi Natoli e di Giuseppe Pitrè

Luigi Natoli e Giuseppe Pitrè, amici e sicilianisti appassionati, avevano fra i tanti interessi in comune anche quello per l’opera dei pupi, l’Opra, e la studiarono con grande accanimento, mischiandosi col “volgo” più basso con il massimo della loro modestia che è il tipico patrimonio dei grandi uomini. Lo studio del teatro del popolino dettagliato in tutti gli aspetti, porta, però, i due autori a conclusioni diverse. Pitrè non immagina il decadimento e la fine dell’Opra, mentre Natoli ne intuisce la stessa profetizzandone la sopravvivenza solo a scopo turistico o artisti - co nelle “collezioni private e nei musei”.

Questi cartelloni dipinti ad acquarello che ogni teatrino tiene tuttodì esposto sopra la porta di entrata, ritraggono varie scene della storia in corso di rappresentazione, e servono a chiamare l’attenzione dei ragazzi, i quali si fermano a bocca aperta a contemplarli ed a spiegarli. L’uomo di affari, il dotto, la gente seria guarda questi cartelloni e sorride forse di pietà pe’ poveri di spirito che si fermano innanzi a queste cose ridicole; i ragazzi sorridono della gente seria che guarda e passa. Così va il mondo!
Giuseppe Pitrè

L’arti di li pupi è difficili assai, e ‘un è cosa di tutti. 


Il teatro del popolino. Scritti sull'Opera dei Pupi di Luigi Natoli e di Giuseppe Pitrè. 
Giuseppe Pitrè: Le tradizioni cavalleresche popolari in Sicilia. (Romania tomo 13 n. 50 - 51 1884)
Luigi Natoli: Il teatro del popolino (L’Almanacco del fanciullo siciliano Industrie Riunite Editoriali siciliane - 1925) L'Opra (Articolo pubblicato il 21 maggio 1914 sul Giornale di Sicilia con lo pseudonimo di “Maurus”) Le tradizioni cavalleresche in Sicilia (Estratto da “Il Folklore italiano” – Anno II – 1926 n. 1)
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 270 - Prezzo di copertina € 20,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito ibuonicuginieditori.it (consegne in tutta Italia a mezzo corriere). Prenota la tua copia con messaggio whatsapp al cell. 3894697296 o alla mail ibuonicugini@libero.it. Disponibile on line su Amazon e Ibs. In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Nuova Ipsa (Via dei Leoni 71), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi n. 15), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella n. 15), Enoteca Letteraria Prospero (Via Marche 8)


mercoledì 7 aprile 2021

Luigi Natoli: Il Foro di Lilibeo e la vendita degli schiavi. Tratto da: Gli schiavi. Romanzo storico ambientato nella Sicilia del 103 a.C. al tempo delle guerre servili

Lilibeo offriva ancora lo spettacolo di una città mista nei suoi edifici di elementi cartaginesi e di elementi greco-romani. Per quanto da un secolo circa appartenesse a questi ultimi, la più che secolare dimora fattavi da quelli, per i quali era una base di domini in Sicilia, aveva lasciato molto della sua vita nella struttura di qualche tempio, in una parte del Foro, in parecchie case, cupe come le loro anime. 
Il Foro era situato nel bel mezzo della città, nelle vicinanze del mare. Era una piazza piuttosto lunga che larga, circondata di colonne, e dentro i portici era piena di botteghe. Ivi erano gli orafi, i mercanti, i granai; ivi i macellai, i fornai, i vinai; ivi si commerciava. A un capo della piazza v’era la magistratura, accanto v’era il palazzo del questore; di fronte, il tempio trasformato romanamente, e dedicato a Giove. 
La vita pubblica si svolgeva nel Foro, e anche la privata nelle sue relazioni sociali. I cittadini, oltre che per acquistarvi ogni cosa utile a vivere, vi convenivano per chiacchierare, discutere, concludere gli affari; perché ancora non era invalso l’uso dei bagni a luoghi di ritrovo, come oggi sono i caffè e i circoli. Le notizie si apprendevano nel Foro, nelle taverne argentarie, negli unguentari (6) e simili botteghe, frequentate dai cavalieri romani, dai ricchi siciliani, dalle donne che amavano i profumi.  
Caio Cecilio fendè la folla, che gli antiambulani avevano diviso in due ali, e si avvicinò alla catasta. Gli schiavi erano tutti giovani, nessuno dei quali toccava ancora i venticinque anni. Il cartello che pendeva sul petto di ognuno diceva la patria, l’età e le attitudini. Erano tutti gente scelta; v’erano Sirii e Liburni, abili portatori; Frigi, Lici, Greci d’Asia buoni per servire a tavola; Numidi atti a far da messaggeri e da corrieri; vi erano buoni pastori, palafrenieri, bagnini, tonsori (11); e fra le donne: orlatrici, cinstore (12) e perfino una ostetrica. 
Erano alla mercè dei visitatori: che li palpavano, li esaminavano da ogni parte, ne provavano la forza e l’agilità, ne valutavano il prezzo, ma il più delle volte se ne andavano senza acquistarne. 
Caio Cecilio andava osservando ad uno ad uno quei poveri schiavi; li osservava e domandava al mercante le loro qualità e perché fossero schiavi. Si fermò dinanzi ad un giovane di circa vent’anni. Era alto e muscoloso e mostrava di possedere una forza fisica superiore agli altri, una forza morale, quasi la conoscenza del proprio valore, e un rispetto verso di sé, da non aver confronti. Era di carnagione abbronzata dal sole, ma bianca in se stessa, con i capelli castani e sul volto una leggera lanugine bionda; il naso diritto, la bocca bella ma sdegnosa, il mento quadrato; ma gli occhi scuri e grandi avevano una finezza e nel tempo stesso un fascino tale che attirava la simpatia di chi lo mirava. 
Caio Cecilio lo guardò in silenzio, lesse il cartello: “Bionte, soprannominato Elio, nacque in Cirene, nel 632 di Roma, atto a qualunque ufficio”. Poi si volse al mercante: 
- Compro costui se mi accomoda… 
- Oh, puoi esaminarle quanto vuoi, domine. Non v’è schiavo migliore di lui. 
Caio Cecilio lo tastava da ogni lato, gli faceva aprire la bocca e guardava i denti: bianchi, solidi e forti; gli metteva la mano sul cuore. 
- Non ha difetti occulti? 
- Oh, per Ercole! Che dici tu! È sanissimo. Te lo do con ogni malleveria. Non è fuggitivo (13) perché avrebbe se non altro, rasa la metà dei capelli. Per questo, non lo cedo per meno di centomila sesterzi (14). 
- Caro – replicò Caio Cecilio: – per diecimila sesterzi… 
- Oh santi Numi; e tu Ermete (15) fa che questo illustre padrone si persuada! Mi offre diecimila sesterzi! Ma ne vale duecentomila! È buono, anzi eccelle in tutto! Mettilo a bifolco, è capace di domare il più riottoso dei tori; mettilo a un’arte, e ti farà stipi o chiavi incredibili; mettilo a contabile e ti farà trovare i conti in regola. Non ti dico della sua forza…


Luigi Natoli: Gli Schiavi – Romanzo storico ambientato nella Sicilia del 103 a.c. al tempo della Seconda Guerra Servile. L’opera è ricostruita e trascritta dal romanzo originale, pubblicato con la casa editrice Sonzogno nel 1936. Le note aggiuntive dell’editore sono poste allo scopo di far capire maggiormente al lettore il grande lavoro di ricostruzione del periodo storico del romanzo svolto dall’autore.

Copertina di Niccolò Pizzorno 
Pagine 387 – Prezzo di copertina € 22,00
Tutti i volumi della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli sono disponibili al sito ibuonicuginieditori.it
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Luigi Natoli: Erice. Tratto da: Gli Schiavi. Romanzo storico ambientato in Sicilia nel 103 a.C. al tempo della seconda guerra servile.

Erice sorgeva in cima ad un monte isolato sopra Drepano, e il tempio famoso era visibile da ogni parte, poiché spuntava oltre la muraglia che lo circondava, eretta o rafforzata dai Romani dopo la conquista della città. Già Afrodite aveva mutato il nome greco in quello latino di Venere; ma i Sicilioti e i Siculi ellenizzati continuavano a chiamarla Afrodite.
Il nome primitivo datole dai naturali dell’isola (giacchè si tratta di una divinità sicana) è ignoto. Narra Virgilio, nel V libro del poema, che Enea, istituendo le feste pel compleanno della morte di Anchise, suo padre, avesse eretto sul monte un tempio alla dea Venere.
Essa fu madre di Erice, figlio di Bute; il quale Erice fu ucciso da Ercole, e sepolto nel monte, che da lui prese il nome. In enzione più poetica che altro.
Il culto di Afrodite Ericina, o Venere, crebbe con gli anni, e il suo tempio, mèta di pellegrinaggi, era il più ricco del mondo e rivaleggiava con quello di Pafo. Forse a questo valeva molto la presenza delle jerodule, che avevano in custodia il tempio. Le jerodule, tutte giovani e belle, erano ad un tempo sacerdotesse ed esercitavano la sacra prostituzione; il rito era antico, e nessuno sapeva quando fosse cominciato. Non uscivano mai fuor dalle mura che circondavano il tempio, se non quando erano vecchie; avevano case, e vivevano di comune accordo. Diciassette città per ordine dei Romani provvedevano il tempio di quanto occorreva, e duecento soldati vigilavano alla sua sicurezza.
Quando la bireme di Cleone ancorò nel porto di Drepano, s’aspettava il ritorno delle colombe sacre ad Afrodite. Ogni anno miriadi di colombe fra i canti delle jerodule prendevano il volo per la Libia, e dopo nove giorni tornavano. Erano precedute da una colomba rossa, nella quale si intendeva impersonata la Dea. Il ritorno era salutato da canti gioiosi e da riti.
Lungo la strada che dalla pianura saliva per l’erta, una folla d’uomini, di donne, di ragazzi, si recava ad Erice, che sorgeva in disparte del tempio, e più in basso; e dalla acconciatura dei capelli, e dal colore preferito delle vesti si distinguevano fra le altre abitanti di Lilibeo, quelle di Segesta, quelle di Selinunte. Erano liete e ciarlavano.
Era l’alba: il cielo, imbiancatosi all’orizzonte, era sgombro di nuvole: solo qualche lieve sfilacciatura si andava colorando in roseo. Via via che i pellegrini ascendevano il monte, vedevano spiegarsi e allargarsi tutto intorno il bello, grandioso ed rrido paesaggio. Da una parte l’occhio correva a Drepano, simile a una falce caduta in una immensa pozza di calce, per via delle saline che brillavano di bianco; e più lontano, tra il dubbio vapore che saliva dalla terra ridestatasi, si vedeva Lilibeo e la distanza avvolgeva la pianura in una cerula e indistinta nube. Oltre Drepano, oltre Lilibeo,  il mare azzurro, senza confine; e le isole, il capo Egitallo, che già si doravano al sopravvenire dell’aurora. Ma girando il monte, mutava la scena. Altri monti e ancora monti, quali ripidi tagliati a picco sul mare, che qui prendeva una tinta di argento; quali succedentisi l’un dopo l’altro entro terra, come in uno scenario fantastico. S’aprivano seni fra le rocce; ecco le acque putizianese(14); ecco biancheggiare, tra il sì e il no dei capi, Cetaria(15); e più lontana ancora la punta dei monti segestani. Dentro terra, boschi e monti or coperti di verde, ora brulli. E l’una e l’altra visione si alternavano sotto lo sguardo ammiratore dei pellegrini, che il sole, sorgente dalle onde, rivestiva d’oro.
Cleone ed Egle si fermavano di tanto in tanto, ed ammiravano lo spettacolo, sempre nuovo, sempre bello, con un sentimento religioso; e connettevano al levarsi imponente del sole e al risveglio della natura, le credenze negli Dei, di che era piena la loro coscienza. Saliva dagli alberi un pigolìo festoso: gli uccelli si rallegravano e ringraziavano il dio della luce; e dalle erbe agli alberi passava come un fremito, che era anch’esso di ringraziamento, per essere usciti fuor dalle tenebre della notte.
E con loro si fermavano qua e là i pellegrini. E raccontavano. Uno di essi parlava di Venere Ericina...


Luigi Natoli: Gli Schiavi – Romanzo storico ambientato nella Sicilia del 103 a.c. al tempo della Seconda Guerra Servile. L’opera è ricostruita e trascritta dal romanzo originale, pubblicato con la casa editrice Sonzogno nel 1936. Le note aggiuntive dell’editore sono poste allo scopo di far capire maggiormente al lettore il grande lavoro di ricostruzione del periodo storico del romanzo svolto dall’autore.

Copertina di Niccolò Pizzorno 
Pagine 387 – Prezzo di copertina € 22,00
Tutti i volumi della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli sono disponibili al sito ibuonicuginieditori.it
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