lunedì 12 novembre 2018

Luigi Natoli e le cortigiane del tempo: Mariquita. Tratto da: Il capitan Terrore

In fondo alla via detta della Bandiera, quasi allo sbocco della via di S. Andrea, in una casa a un sol piano, abitava la signora Mariquita di Siviglia, una spagnola come ce n’eran tante, attirate dal terzo di Sicilia, che così si chiamava il reggimento spagnolo venuto in presidio. La casa era di apparenza modesta, con un portoncino minuscolo, sopra il quale si apriva una finestretta a sesto acuto, che ora avrebbe fatto gola ad un antiquario, ed accanto, curiosa compagnia, si apriva un balconcino con la ringhiera di ferro di gusto contemporaneo, se di gusto può parlarsi. Per compenso vi ricorreva una cornice della stessa epoca della finestra, intagliata, con pigne e grappoli e foglie intrecciate fra loro; e sotto il balconcino si vedeva ancora l’arco a sesto acuto spezzato per dar luogo alla nuova apertura. 
La signora Mariquita abitava sola con la serva, una cinquantenne, Miguela, anche lei di Siviglia, ma che stava in Palermo da venticinque anni. Essa aveva servito da introduttrice e sistematrice di Mariquita nella società dei giovani… e anche dei vecchi. Si capisce da ciò perché era andata ad abitare presso S. Andrea, dove di solito andavano ad alloggiare le sue consorelle, che davano tanto da dire ai frati di S. Domenico, da spingerli spesso a ricorrere al Pretore. Però ella era una donna privilegiata, tanto che si meritava il titolo di “signora”.
Era di un genere elevato, come, a parte la letteratura, Tullia Aragona(3).  Frequentavano la sua casa poeti, letterati, pittori, scultori, ed in genere uomini di sapere. Ella li riceveva con grazia, mescolando parole spagnole e siciliane con un sapore delizioso. E poi era bella; gli occhi grandi, le sopracciglia folte, la bocca rossa e carnosa che invitava i baci, aggiungevano nuovo fascino alle grazie della persona. E poi aveva solo ventitré anni. 
Ma era orgogliosa, aveva a modo suo un certo onore, e guai ad offenderla, si rivoltava, e spariva la distinzione; l’Andalusa insorgeva col suo sangue moresco, e diventava terribile e feroce. 
Quanto a Miguela poteva nascondere una diecina di anni, perché, nonostante i suoi cinquanta suonati, era ben conservata. Aveva i capelli rossi e gli occhi azzurri, la pelle fina, e il corpo ben portante. Non era né bella né brutta, un viso che non diceva nulla; ma era molto scaltra e prudente. Ella aveva un’amicizia con un certo Geronimo Colloca, che si faceva chiamare il Re della “Bocceria”, ossia del macello (da boucherie) ed era amico, nientemeno, del vicerè duca di Medinaceli; la qualcosa lo rendeva assai temuto(4). 
Quella sera stessa la bella Mariquita era rientrata di buon umore. Era andata allo spettacolo insieme a Geronimo, bene ammantata così da nascondere il viso, per non cadere in contravvenzione. Un bando vietava alle donne come lei di frequentare i luoghi pubblici. Invero, trovandosi alla spalla di Geronimo, ella poteva ridersi della contravvenzione; i mastri di “Sciurta” o i maestri di piazza o quelli di mondezza o i conestabili non avrebbero ardito arrestare Mariquita, ma ella non voleva approfittarne. Aveva trovato un buon posto nello spazio riservato ai pedoni, e per difendersi dalle dita pruriginose di qualcuno, s’era messo dietro lo stesso Geronimo. 
Mariquita dunque era di buon umore; lo spettacolo con le sue rappresentazioni, coi suoi cavalieri, i suoi duelli, l’aveva eccitata, ed essa aveva manifestato la gioia con piccole grida. Entrando, e gittando la mantiglia alla serva esclamava: 
- Che spettacolo, Miguela! che spettacolo! E poi… Avresti dovuto vederlo! Oh come era bello!



Luigi Natoli: Il capitan Terrore. Romanzo storico ambientato nella Palermo del 1560
Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1938. L'ultimo romanzo dell'illustre autore. 
Pagine 481 - Prezzo di copertina € 21,00
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

giovedì 8 novembre 2018

Luigi Natoli: una produzione straordinaria...

Ho per le scuole pubblicato quarantadue volumi, diffusi per tutta l'Italia; altri sei sono in corso di stampa. Ho pubblicato otto o nove volumi di ricerche e storia letteraria che illustrano la Sicilia, e sono citati come fonti in opere letterarie, discorsi, commemorazioni, conferenze, novelle, versi, articoli d'arte e di letteratura, di filologia e di quistioni scolastiche; una produzione straordinaria, non tutta inutile, non tutta senza pregio, sempre animata da un'idea, sempre rispettosa del galateo dei galantuomini e della grammatica. 

Luigi Natoli 




Luigi Natoli: La giornata di donna Eufrosina. Tratto da: La dama tragica


Donna Eufrosina, dopo aver dormito saporitamente come sempre, tutta la notte, si svegliò che era giorno alto, senza stupirsi di non trovare al suo fianco il giovane marito. Don Galcerano aveva l’abitudine di levarsi di buon mattino, e, appena rinfrescato il volto e le mani, andarsene nella sala d’armi, a far un po’ di ginnastica, tirando da solo alcune stoccate contro un fantoccio, una specie di staffermo, posto in un angolo, che serviva per esercitare il braccio al bersaglio.
Ma quella mattina, (era il martedì dopo la recita in casa Bongiorno) invece di tirare stoccate allo staffermo, alzatosi che era ancor notte, se ne era andato a caccia ai Colli, selvosi allora e ricchi di selvaggina.
A donna Eufrosina piaceva rimanere in letto, in quel dolce sonnecchiare mattutino nel quale aveva una percezione vaga e confusa della vita che si destava intorno, e in cui poteva seguire i sogni indisturbati della fantasia eccitata dalla soddisfazione del riposo.
Quando si destò, suonò un campanello che teneva al capezzale. Era il segno aspettato dalla servitù che stava in attesa nell’anticamera. Allora la cameriera e le due schiave accorrevano; la prima apriva gli scuri e porgeva alla bellissima donna un piccolo specchio; le altre portavan l’acqua tiepida e il latte, pei lavaggi della padrona.
La prima cura di donna Eufrosina era di veder se aveva buona cera, indizio di buona salute; la seconda era di farsi bella.
Intanto che ella si guardava nel piccolo specchio, girando il volto da una parte e dall’altra, esaminando le labbra, la lingua, gli occhi; le due schiave preparavano in uno stanzino accanto una ampia tinozza, e la riempivano d’acqua tiepida e di latte e preparavano la pasta di mandorle amare, per ammorbidire la pelle, e l’acqua d’arancio per profumarla, mentre la cameriera disponeva la tavoletta, con gli alberelli per tingere le ciglia, e le cerusse per darsi il bianco; il cinabro per le labbra e per le gote; metteva in ordine i pettini, la cuffietta quadrangolare di velluto, contornata di perle e i cerchietti d’argento per fermare le trecce, le boccole a pendagli di filigrana e perle, e la collana col grosso smeraldo nel mezzo.
Ella parve soddisfatta del primo esame.
Aveva avuto un breve diverbio notturno col marito, ma ciò non aveva alterato la serenità del suo volto, lo splendore dei suoi occhi, la porpora delle sue labbra.
Bevve una tazza di latte, e poi, con un rovescio buttate le coperte da parte, sporse le belle gambe fuor dal letto, e si lasciò mettere le pantofole, due piccole pantofole di velluto rosso, ricamate d’oro; e così in camicia agile e graziosa come una cerbietta, entrò nello stanzino tiepido pel vapore dell’acqua e pel braciere d’ottone arabesco; e lasciata cadere la camicia per terra, entrò nella tinozza e vi si accosciò; e le sue belle membra si velarono dell’acqua lattiginosa.
Una sirena fra le bianche spume delle onde agitate, o Venere seduta nella conchiglia; tale appariva, col busto nudo fuor dell’acqua, con le belle braccia raccolte sui seni perfetti, simili a rosei fiori ancor chiusi. Le due schiave le bagnavan le spalle e il petto, e con finissime spugne la stropicciavano, ed ella volgeva ora una spalla, or un fianco, or le braccia; poi si levò in piedi perché le schiave stropicciassero tutte quante le membra; e le due donne, già esperte in quell’ufficio, si affaticarono, con movimenti rapidi e lievi, che producevano in donna Eufrosina dei fremiti lunghi e piacevoli.
E mentre menavan le spugne tutt’intorno, le schiave la adulavano, vantando la bellezza di ogni membro, con l’immaginoso linguaggio del loro lontano oriente: il che aggiungeva un altro piacere al primo.
Quel bagno durò più di mezz’ora; ella ne uscì tutta odorosa; e ravvolta in un mantello tiepido. Sedette dinanzi la tavoletta, per lasciarsi pettinare, porgendo intanto ora un piede ora l’altro alle schiave perchè la calzassero, mentre la cameriera le discioglieva i lunghi capelli di un color caldo castano, che la coprivano come un manto.
Durante l’abbigliamento, la cameriera la informava di tutti i pettegolezzi, raccolti nel giorno innanzi e nella serata. Era quella appunto l’ora della cronaca, la quale si occupava di tutto e di tutti.
- Ha sentito vostra Signoria stanotte la serenata? – domandò la cameriera sorridendo lievemente e guardando nello specchio il volto di donna Eufrosina...

Luigi Natoli: La dama tragica. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1500, al tempo del vicerè Marco Antonio Colonna. 
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930
Pagine 604 - prezzo di copertina € 24,00
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 


Luigi Natoli: il signor Segisnero. Tratto da: La dama tragica

Dietro di lei era seduto il signor Segisnero, segretario di Sua Eccellenza il quale le sussurrava all’orecchio parole poco diverse da quelle pronunziate dagli attori.
Da un pezzo il signor Segisnero le girava intorno, cercando di destare nel cuore di lei qualche interesse. Le si faceva vedere in chiesa e per la strada; ma non gli era riuscito mai di ritrovarsela vicino. Quella recita gliene aveva dato il destro; e gli era parsa un favore della fortuna, ed un invito ad approfittarne, per ottenere qualche vantaggio.
Egli non era nè giovane, nè bello, nè ricco; era un cadetto, e non possedeva altro che una grande petulanza, che gli veniva dal favore di Sua Eccellenza. Non aveva dunque nessuna delle attrattive che potessero conquistargli una simpatia; e forse per questo donna Eufrosina non aveva mai posto mente a quel suo sfarfallare.
Questa era l’occasione di mostrarsele.
Vedendo entrare donna Eufrosina col marito, egli che stava in un canto del salone, presso lo specchio, chiacchierando con alcuni amici, si era affrettato da cavaliere compiuto a porgerle una sedia. Galcerano lo aveva ringraziato, e, fatta sedere la moglie, scambiata qualche parola gentile col signor segretario, se ne era andato a raggiungere in un altro canto, suo cugino don Ottavio Bonetta e due cavalieri, suoi compagni di scherma, don Gerardo Alliata e don Geronimo di Giovanni.
Ciò aveva permesso al signor Segisnero di spingere una seggiola dietro la dama, e sedersele da presso, per poterle liberamente sussurrare qualche parola, in modo da non essere udito da altri.
La rappresentazione incominciata gli impose il silenzio; ma durante gli intermedii, egli ripeteva sospirando le parole di amore del giovane Fortunio, e diceva, a mo’ di riflessione, ma con calore e intenzione:
- No, no; quei comici non sanno che cosa sia l’amore... Non tremano e non gelano a un punto; e non si sentono morire. La finzione è visibile... Se sapessero invece quel che soffre un cuore veramente innammorato, non sarebbero così loquaci e freddi!...
Donna Eufrosina non gli rispondeva; qualche volta per cortesia, a qualche parola vaga, assentiva con un gesto del capo.
Ma il signor Segisnero rincalzava:
- O signora donna Eufrosina, se io potessi liberamente alla donna che si è impadronita del mio cuore, esprimere tutto l’animo mio, sento che troverei ben altri accenti, perchè la passione che mi arde e mi consuma farebbe di ogni parola una fiamma!... Ma colei che adoro è più fredda e insensibile del marmo!... E forse mi vedrebbe morire ai suoi piedi, senza rivolgermi un solo sguardo di pietà... Così come fate voi!...
Ella lo guardò un istante con curiosità, non avendo mai udito quelle parole da bocca d’uomo; sentendo che la espressione di esse e l’aspetto del signor Segisnero erano davvero tutt’altra cosa che quelle simulate dagli attori.
Il signor Segisnero si sentì incoraggiato e imbaldanzito da quello sguardo, che interpretò a suo modo, e sospirando profondamente mormorò:
- Il cielo vi ha fatta così bella per tormento degli uomini.
Donna Eufrosina arrossì di piacere e di vanità...


Luigi Natoli: La dama tragica. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1500, al tempo del vicerè Marco Antonio Colonna. 
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930. 
Pagine 604 - Prezzo di copertina € 24,00
sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it

Luigi Natoli: donna Eufrosina Corbera. Tratto da: La dama tragica

Era bellissima. Sebbene la moda di quei tempi, con le maniche a sbuffi, col busto serrato, con la gonna larga, togliesse sveltezza e libertà alle forme del corpo ella aveva qualcosa di molle e sottile, come di un candido giglio. I bei capelli castani ondulati e raccolti indietro in trecce, e fermati da un cerchietto d’argento, incorniciavano un volto di pure forme classiche, dolcemente pallido, nel quale gli occhi grandi, neri profondi lucevano in una specie di umidore languido e pieno di mistero e la bocca tumida e corallina pareva aspettasse dolcezze ignote.
Ella in verità non era stata mai innamorata di don Galcerano, fino allora anzi non aveva mai provato gli spasimi e le gioie di una passione. Amava il marito come un amico; perchè era suo debito, perchè era una legge o consuetudine di matrimonio; e così per legge, per consuetudine, per debito del suo stato, essa lo accoglieva fra le braccia; ma senza quelle profonde commozioni che tramutano in una divina poesia un contatto animale. Per una necessaria, ma spiegabile condizione di cose ella conosceva i misteri dell’amore, senza conoscer veramente l’amore pieno e intero, senza provar l’incanto di una dedizione di tutto l’essere, di vivere della vita altrui, di sentirsi una di spirito e di corpo con la persona amata.
Il matrimonio com’era consuetudine e come pareva saggia usanza, era stato concertato dai genitori all’insaputa dei giovani. Ella stava allora nell’educandato di Monte vergini per istruirsi. Tutte le fanciulle della nobiltà titolata, della magistratura e dei semplici gentiluomini, appena avevano cinque o sei anni venivan chiuse in quelle enormi gabbie che eran gli educandati dei monasteri e vi stavan fino a che prendevan marito, o, se pronunciavano i voti, sino alla morte.
L’educandato che aveva il nome di Montevergini, fondato di recente nell’antica strada del Calvello nel Cassaro, era uno dei più reputati e più frequentati. Donna Eufrosina vi entrò di sei anni, e vi stava da dieci quando il suo babbo, don Vincenzo Siragusa dottore in ambo le leggi, ricco e di gran nome, che aveva una bella casa poco lontana dal palazzo dei Corbera, venne una mattina nel parlatorio ad annunciarle che il nobile don Antonio Corbera, barone del Misilindino, gli aveva fatto l’onor di domandar la mano della fanciulla pel suo figlio Galcerano, desiderando stringere le due famiglie in parentado. Ella ne fu turbata; ma non tanto da non provare una gioia infantile per quelle nozze: le quali per lei ancora ignara del mondo, non avevano altro significato, se non quello di farla diventare una signora che andava in lettiga o in carretta, che interveniva alle giostre, alle feste con ricche vesti e molti gioielli. Fino allora non aveva veduto il mondo che attraverso le grate del parlatorio e delle loggette pensili, da lontano, come qualche cosa d’ignoto, di misterioso, di cui non giungeva a lei che un rumore vago indistinto. Maritandosi, avrebbe veduto da vicino quel mondo; ci sarebbe vissuta; sarebbe stata libera di andare di qua e di là accompagnata da servitori e da schiavi, avrebbe potuto ricevere in casa donne e cavalieri, e sentir musiche e canti.... Tutto questo era così bello e attraente per lei, che non domandò neppure se il suo sposo futuro fosse bello e giovane come lei.
Del resto non le pareva necessario domandarne: ella non sapeva supporlo che giovine e bello.
Una cosa soltanto le piaceva e le procurava una viva soddisfazione: sentirsi dire da Galcerano con sincera e commossa ammirazione, che era bella, che era la più bella donna di Palermo e di Sicilia; che il suo corpo armonioso e perfetto pareva quello di una dea delle favole. Queste lodi avevano destato in lei un sentimento nuovo e un desiderio di constatare la sua bellezza. Volle vedersi tutta quanta in un grande specchio, e se ne compiacque. E allora sentì che bisognava conservare quella beltà, che esercitava tanto impero e amò la sua beltà, amò se stessa, ebbe pel suo corpo le maggiori cure; temette di essere sciupata dagli impeti di don Galcerano. Ebbe orrore che la maternità deformasse l’armonia delle sue membra; e allora cominciò a consultare donne sperte in molti segreti: chiuse il suo seno al mistero della vita, lo educò alle arti dell’abbigliamento feminile; usò pomate e acque odorose, accrescendo le seduzioni della sua beltà, lieta di suscitare intorno a se fremiti di desideri.
Ella dunque non poteva provare la tormentosa gelosia delle anime innamorate…

Luigi Natoli: La dama tragica. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1500, al tempo viceregio di Marcantonio Colonna.
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930. 
Pagine 604 - Prezzo di copertina € 24,00
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mercoledì 7 novembre 2018

Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni



Luigi Natoli: Il coraggio di Agar dinanzi al re Guglielmo. Tratto da: Gli ultimi saraceni

Agar aveva le braccia e i polsi stretti da catene; ed era avvolta nel velo, unico favore che aveva ottenuto dal gaito, nel quale, l’antica fede musulmana rimastagli in fondo al cuore, potè sopra ogni sentimento di malvagità.
Paggi, scudieri, uomini di corte che stavano o passavano per quella sala si fermavano dinanzi ad Agar; cristiani e musulmani esprimevano ciascuno il proprio sentimento; ma uno era comune; un senso di disprezzo e di minaccia per la donna che aveva infranto le leggi del corano e dalla corte, che aveva disubbidito al re.
A questo supplizio, subito in silenzio, Agar fu sottratta poco dopo, per esser condotta dinanzi al re.
Ella tremò, varcando la soglia della camera regale; ma pensò a Orsello, e raccolse le sue forze.
Il re era sdraiato sopra alcuni alti cuscini, sui quali era distesa una pelle di leone. Il teschio coperto ancora di pelli, con le zanne formidabili nella bocca spalancata, con gli occhi di vetro che pareva sanguinassero, reggeva l’omero regale, e dava al re una espressione di fiero dominio. Egli appariva come il soggiogatore delle forze più terribili. Ad Agar parve nell’occhio vitreo di quel teschio e nella bianchezza delle zanne vedere come una minaccia tremenda.
Il re la guardava con occhio sfolgorante di collera; egli non era solo. Oltre al gaito Pietro, v’era anche il grande Almirante, che fremeva dentro per lo scacco subito; e v’era l’arcivescovo Ugo.
Il re ordinò che le togliessero il velo.
Agar stava in piedi, pallidissima, ma con una espressione di fermezza e di nobiltà che davano un tono di nuova bellezza al suo volto. Ella aspettava.
Il re la guardò un istante, in silenzio. Aveva creduto che Agar, entrando, gli si sarebbe gittata ai ginocchi piangendo, supplicando, implorando; umile e sottomessa; come tutte le donne del tiraz, come tutte le saracene, la cui mentalità non attribuiva a sè stesse un valore. Invece ella stava dinanzi a lui diritta, senza tracotanza, ma senza debolezze.
Quest’atteggiamento colpì Guglielmo. Ma il re si accorse non senza una sua maraviglia, che non ne risentiva alcuna ira; pareva anzi subire una specie di suggestione che lo ammansava; come un grosso cane, che pur potendo con una capata mandare a gambe levate una bimba, si lascia invece soggiogare e tollera che essa gli tiri le orecchie.
Nondimeno si fece buio in volto, e con voce nella quale c’era pure un senso di collera, le disse:
- Sei tu dunque stanca di vivere, per osar di offendere la mia maestà?
Agar non rispose. Il re, dopo avere aspettato invano una risposta, riprese:
- Sai tu quel che ti aspetta? Io ti farò flagellare, nuda, davanti all’aula verde, perché tutti veggano la trista che osò fuggire dal tiraz regio.
Agar rabbrividì; una fiamma di pudore le salì sul volto; disse con amarezza:
- Tu sei il padrone, puoi far quel che vuoi; soltanto se potrò impetrare una grazia... risparmiami la vergogna!...
- Osi domandar grazia tu?
- O leone dei Rumi, o il più potente dei re, – sclamò allora Agar, – perché scendi fino a una povera schiava dall’alto trono sul quale siedi? e perché vuoi tu tormentare una povera creatura che pure è figlia di Dio, come te, come qualunque altro essere vivente sulla terra? So bene che ero tua schiava; ma, se un falcone, un airone fugge dalla tua aironera, se un polledro scappa dalle tue scuderie, li ucciderai tu? Perchè vuoi uccidere me, che pur ho uno spirito, secondo la tua legge, pari al tuo?
- Hai tradito il tuo re! – disse Guglielmo, che, dentro di sè, prendeva gusto a far parlare la schiava, pur simulando una fiera collera.
- Così ha voluto Dio! – continuò Agar. – Dio sa tutto. Io non ti tradii; io non sono fuggita da me: non so quello che sia avvenuto. Dio solo lo sa... O re, glorioso per tutti i mari e per tutte le terre, Dio guida e conduce la donna verso l’uomo che ella ama, e le ordina di essergli fedele. Se questa è colpa vorresti tu accusare il Creatore?...
- Tu sei spedita di lingua, come fosti spedita di piedi!... Va! ti ho ascoltato abbastanza. Chiudetela nella segreta delle donne del tiraz; e che nessuno si avvicini alla porta o alla finestra della segreta!... Va.


Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni. 
Pubblicato per la prima ed unica volta a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia, dal 05 agosto 1911, per la prima volta è raccolto in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori. 
Pagine 719 - Prezzo di copertina € 25,00
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Luigi Natoli: La morte di Majone da Bari. Tratto da: Gli ultimi saraceni

L’Almirante riconobbe la voce: e vide nel tempo stesso uscire dalle arcate e avanzarsi delle figure, che la torcia illuminava biecamente. 
- Sei tu, Bonello? – gridò Majone non senza ira e dolore; – vieni tu dunque veramente in forma di nemico? 
- No! – gridò Matteo Bonello, balzandogli addosso col pugnale alzato; – ma di vendicatore!...
- Non mi coglierai! – rispose Majone parando bravamente e cercando alla sua volta di colpire il giovane signore. 
Matteo de Ajello e Adenolfo sguainate le spade si lanciarono in difesa dell’Almirante; ma ecco accorrere una folla d’armati, e innanzi a tutti messer Matteo da Partinico e Orsello, dall’aspetto feroce. 
Le arcate della via risonarono dello stridore delle armi e della furia della zuffa; ma fu come il passare rapido e travolgente di un nembo. Il protonotaro, ferito malamente fuggì, Adenolfo cadde; Majone colpito lievemente una prima volta, ebbe un secondo colpo tremendo nella gola. Così tremendo e furioso, che Bonello gli cadde addosso, e l’arma pel suo peso si spezzò dentro il petto dell’Almirante, che non potè dir neppure: Domine, aiutami!
Matteo Bonello si levò tutto intriso di sangue, col troncone del pugnale stillante in mano, gridando potentemente con feroce gioia di trionfo: 
- Giustizia è fatta!... Il tiranno è caduto!...
Allora la folla si raccolse, urtandosi, pigiandosi. La torcia che era caduta per terra, in un canto, mandava lampi balzellanti di rossa luce, che si alternavano con le tenebre, e illuminando appena, a sprazzi intermittenti, di sbieco quelle figure scomposte e confuse, accrescevano l’orrore di quella scena. 
Un armato raccolse quella torcia, la squassò, ne rinnovò la fiamma: e allora tutta quella turba, levando in alto spade e pugnali, gridò: 
- Morte ai tiranni! Giustizia e libertà!...
E si mosse; innanzi a tutti Matteo Bonello, esaltato dal gesto compiuto. 
Ma a un tratto un uomo si avanzò; fermò la folla, col viso raggiante di gioia. 
- È caduto? È caduto? – domandò. 
E fattosi largo, tolta di mano all’armato la fiaccola si avvicinò al cadavere di Majone, lo illuminò, e si chinò a spiarlo. 
Il grande Almirante giaceva supino, con le gambe distese, le braccia distese, i pugni serrati, gli occhi spalancati nello spasimo della morte, la bocca piena di sangue; ma nell’insieme superbo e feroce anche nella morte. 
Quell’uomo lo guardò un istante, con le nari dilatate, come iena che fiuti il sangue; poi sollevatosi, alzate le mani, fece sugli astanti un segno ieratico di benedizione, e gridò:
- Dio vi ha liberati dalla schiavitù di Faraone!...
E la folla riconosciuto quell’uomo, gridò: 
- Viva messer Ugo! Viva l’arcivescovo!...
- Gridate viva messer Bonello, viva il nostro liberatore!
E tutti a ripetere quel grido. 
Messer Ugo si avvicinò all’eroe di quel gesto, lo abbracciò, gli domandò: 
- Dov’è l’arma della giustizia e della vendetta?
- Eccola, non ne è rimasto che questo! – disse Bonello mostrando il troncone. 
- Dammelo! – disse l’arcivescovo – vo’ che rimanga come monito eterno!...
E preso il troncone sanguinante ancora, branditolo come una croce, lo levò in alto, e gridò alla folla: 
- Andate! E compite l’opera di liberazione!...
La folla si rovesciò per la via Coperta, empiendola di grida; uscì per strade di traverso nella via Marmorea, battendo alle porte delle case, urlando, cantando, sghignazzando sulla morte del gran tiranno; e intanto messer Ugo picchiava alla porta dell’episcopio. 
- Nicola! Nicola! Apri, su!.. E porta una lanterna, un martello e dei chiodi!...
Quando Nicola mezzo spaventato aprì la porta, e recò quanto l’arcivescovo gli aveva domandato, questi gli disse enfaticamente: 
- Inchioda questo troncone di pugnale sulla porta, perché vedendolo i tiranni tremino della vendetta dei popoli!
E per la via Coperta risonarono lugubremente i colpi del martello, intanto che di lontano giungeva l’eco delle grida della folla briaca di sangue; e per terra, a pochi passi il corpo del grande Almirante proiettava la sua ombra spaventevole e sanguinosa.


Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1100, al tempo di Guglielmo I
Pubblicato per la prima volta a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 05 agosto 1911, viene raccolto per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori. 
Pagine 719 - Prezzo di copertina € 25,00
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

sabato 3 novembre 2018

Luigi Natoli: Elogio al soldato italiano. Tratto da: Il numero 570


Oggi è celebrazione di eroismi.
Io non so se sia riverbero di orgogliosa tenerezza paterna; ma quando incontro ufficiali o soldati, feriti o no, che però recano in volto il sigillo della trincea, la loro immagine si ingrandisce agli occhi miei, e prende non so che augusto, sì che mi sento umile dinanzi a loro; e mi domando se noi ricordiamo abbastanza i prodigi che compiono questi nostri soldati, e se crediamo che ognun di noi abbia soluto tutto il suo debito verso di loro, offrendo un picciol obolo alle istituzioni un prò dei mutilati o degli orfani, o alle loro famiglie: mi domando se basta una cartella di rendita o l’offerta di un anellino per concorrere efficacemente alla vittoria; o se non dobbiamo comporre anche noi un’altra milizia di combattenti, per renderci degni di questi eroi, che fan gitto con generoso obblio della vita, in imprese che maraviglieranno i venturi.
Contendere il volo alle aquile, le rupi ai camosci, domare le insidie del mare, son cose cui i nostri eroi ci han reso familiari; e nessuna impresa, per quanto irta di difficoltà; nessun rischio, per quanto la morte vi appaia inevitabile, ci paion così superiori alla possanza dei nostri soldati che essi non debbano trionfarne. Essi hanno cancellato dal vocabolario la parola “impossibile”. Il miracolo è la consuetudine della loro vita, il maraviglioso è l’abito del loro spirito. Non sappiamo se un giorno un Omero, che brancolando fra le tombe e le are sparse lungo le aspre e contese vie di Trento e di Trieste, canterà la nostra Iliade; o se un nuovo Virgilio ne trarrà gli auspici per cantare i destini della terza Roma; ma ben sappiamo che nessuna eroica leggenda apparirà così sovrumana come la realtà vissuta e compiuta dal soldato d’Italia!
Bello e umano soldato, nel cui animo, come in ardente crogiuolo si fondono l’eroico sentimento dell’antico legionario e lo spirito avventuroso del cavaliere medioevale: e di quello ha la fora silenziosa e sicura; di questo la gentilezza e la generosità; e l’una e l’altra animate di quella poesia connaturata nel suo spirito, della quale alimenta i suoi affetti, e gitta i fiori spontanei sopra ogni suo gesto.
- Non è necesario vivere, – dice il nostro soldato – vincere bisogna! Per vincere occorre salire su quell’ardua cima che spaventa a guardarla? Ed egli vi sale: occorre portarvi dei cannoni? Ed ei vi porta i cannoni: bisogna sprofondarsi nella neve? E il contadino dell’arsa Puglia vi sprofonda. Quella cresta di monte è un cratere che vomita lave di ferro e di fuoco e di veleni: bisogna spegnerlo; e il soldato non misura pericolo, non conta i nemici; va, sale su la cresta, vince: la baionetta è folgore nelle sue mani. L’ira lo fa tremendo. Ma se egli vede due mani alzarsi supplichevoli, abbassa il ferro e porge la sua mano al vinto. E al nemico, che pur dianzi aveva puntato su di lui l’arma omicida, o aveva sferrato l’ignobile mazza barbarica, egli, il soldato d’Italia, dà il suo pane, se quegli ha fame; la sua borraccia, se ha sete; se lo carica su le spalle, se è ferito. Poi alla sera, su la cresta superata, su la ridotta espugnata, quando la lune sorge e diffonde la sua luce malinconica sulle vestigia della distruzione, il soldato d’Italia sogna le cose gentili; e dall’anima sua sgorga il sogno, e si effonde nella limpida onda dei suoi canti. E canta. Io so napoletano, e se non canto, moro!...

Ah io non saprò esprimere mai tutto quello che l’ammirazione, la tenerezza, la pietà, il senso dell’eroico, quel non so che di divino, che la nostra stirpe, eternamente giovine, rivela in questa guerra, suscitano nell’anima mia. Vorrei essere uno di questi prodi, dotato di virtù poetica, per narrare la santa gesta, come cantavano i trovieri la gesta di Rolando. Vorrei essere uno di quei valorosi del 14° e del 137° che fin dai primi giorni della guerra hanno scritto pagine di eroica bellezza; e potrei soltanto allora celebrare i vostri morti, o cittadini: La Rocca bello e saldo nelle membra come un antico cavaliere, prode animatore di prodi; e Molinari baldo e gentile, e Isastia fior di giovinezza, e Figliolia ardente nella sua fede, e i Russo, i Boffa, i Rutigliano, i Mele, i Grilli, i Santoro, gli Squattrilli, e i più umili di grado o di natali, gli oscuri di ieri, che la morte incoronò di gloria, e il cui nome incideremo domani nelle tavole di bronzo della nuova Italia. Potrei allora celebrare degnamente i figli di questa terra, che ben a ragione i poeti del Dugento chiamarono la “Magna Capitana”. Essa rinnovella quel titolo, come consacrazione della sua nuova e più vera grandezza. 
La pace a te, uomo di ogni ragione, di ogni razza, d’ogni lingua, d’ogni fede: la pace per tutti. Ma non v’è pace senza giustizia; non v’è giustizia ove il diritto non trionfi su la violenza, la civiltà su la barbarie, l’uguaglianza dei popoli su le egemonie. Non v’è, non vi sarà pace duratura e feconda, finchè la rapina, la libidine, gli incendi, le distruzioni, gli assassini degli innocenti, le scelleratezze saranno celebrati da un popolo briaco di birra e di barbarie, come virtù; e una scienza, disonore del genere umano, darà norma e metodo a ogni crudele e nefanda perversità.
La pace per tutti, sì, ma quando la fiamma del diritto, lampada eterna del vivere civile, diffonderà la sua luce ugualmente su tutti i popoli.
Per questa pace pugnarono e caddero i prodi che onoriamo di lauro; per questa pace pugnano milioni di uomini, sul Trentino, sul Carso, sui mari, uomini oscuri, essi costruiscono il nuovo destino di Roma....


Luigi Natoli: Il numero 570 (scene drammatiche in due atti. Un inedito assoluto di Luigi Natoli tratto da un suo manoscritto. Milizia eroica (orazione recitata il 24 maggio 1917, in memoria dei prodi del 14° fanteria caduti nel primo anno di guerra).


Luigi Natoli: 4 novembre 1918

Grande festa nazionale. Il 4 novembre 1918 l'esercito austriaco, sconfitto nella grande battaglia di Vittorio Veneto, volse in fuga; e il suo comando supremo dovette domandare un armistizio. 
Ma già il tricolore sventolava a Trieste e a Trento, sospiro di ogni cuore italiano. 
Per questa vittoria l'Italia ora è tutta quanta libera da ogni soggezione: la catena delle Alpi è tutta nostra; e nessuno straniero può più valicarla e accamparsi nelle nostre terre. 
Quanti sacrifizi però, quanto sangue è costata l'unità nazionale! 
In alto il vessillo! e gridiamo gloria a coloro che ci diedero una patria unita, forte, grande. 

Luigi Natoli 

Luigi Natoli: Mastro Cecco di Naro. Tratto da: Il paggio della regina Bianca


Il maestro alzò la mano e indicò lo Steri:
- Ho lavorato lì dentro, io, giovinotto; quando era vivo il magnifico Manfredi… Sono maestro Cecco di Naro, dipintore… Ho dipinto il soffitto col mio compagno mastro Simone… Quelli erano signori!... Mah!..
Il giovane lo guardò con una viva commozione; pareva che sulla sua fronte si raccogliessero memorie sopite, lontane immagini d’altri tempi, ritornate dal fondo misterioso del passato, vive e fresche. Interrogò con voce un po’ alterata:
- E quando… quando il conte fu… ucciso, c’eravate voi?
- C’ero, sì… Ah, tu dovevi essere un moccicone allora!...
- Non avevo ancora otto anni, – disse a fior di labbra il giovinetto, che parve sospirare. Nel 1401 la chiesa di San Domenico, che sorgeva presso a poco dove sorge l’odierna, non era molto grande: era stata edificata da cento anni, da quando i frati abbandonarono il piccolo convento di basiliane, che si trovava sul Cassaro, dove fu poi eretta la chiesa di San Matteo. Della chiesa antica non rimane più nulla, pei successivi rifacimenti e ingrandimenti.

 Ma restano ancora tre lati del chiostro, coi loro piccoli archi acuti sorretti da doppie colonnine varie di forma e di capitelli, come sono i chiostri siciliani di quel tempo.
Mastro Cecco picchiò alla porta del convento; una piccola porta ogivale, ornata di una cornice intagliata a fogliami, e di quattro colonnine sottili, addossate agli stipiti. Sul vertice dell’ogiva un piccolo scudo recava in bassorilievo l’immagine del cane con la fiaccola in bocca; stemma dei padri domenicani, che avevano voluto, effigiando il sogno simbolico della madre di S. Domenico, celebrar la gloria di lui, fiaccola del mondo.
Il sogno intendeva significare la “fiaccola per illuminare, per diffondere la vera luce nel mondo”; ma più tardi fra Tommaso Torquemada e fra Pietro Arbues dovevano vedervi una fiaccola da ardere roghi…
Mastro Cecco dipingeva una parete del chiostro, per incarico di quei frati. Non era un gran pittore; e nel disegno e nel colore aveva quella ingenuità infantile dei pittori primitivi, in un tempo in cui la pittura aveva avuto Giotto, e s’avviava a quello sviluppo che fece grandi i quattrocentisti.
Un devoto aveva legato una somma al convento, con l’obbligo ai frati di far dipingere in una parete del chiostro, un soggetto tra storico e sacro: il conte Ruggero che libera Palermo dai mussulmani e vi ripristina il culto cristiano.
Mastro Cecco aveva trovato nel tema un vasto campo per sfogarvi la sua fantasia; e tra i guerrieri che si accalcavano intorno al fortunato venturiero normanno aveva raffigurato i fondatori delle grandi case signorili, che la tradizione o la vanità diceva venuti col normanno.
Attraverso il palco di legno, sul quale il pittore lavorava, la sua rappresentazione pittoresca si travedeva a brani. Un lato, quello dove erano Ruggero e i personaggi del suo seguito, era dipinto: il maestro attendeva ora a dipingere i Saraceni, dai volti bruni o neri, secondo la tradizione popolare, coperti di grandi turbanti. Nel mezzo c’era il vescovo Nicodemo, tratto dalle tenebre delle catacombe, per ribenedire e riconsacrare al culto l’antica chiesa cristiana, convertita dai musulmani in moschea.
Il giovane era rimasto meravigliato dinanzi alla vivacità dei colori, profusi con fanciullesca intemperanza sulla parete, sui quali predominavano il rosso, l’azzurro, il verde e il giallo.
Ma la sua attenzione fu attratta da un guerriero, il cui scudo portava per arma tre monti d’argento in campo rosso.
- Non è quello lo stemma dei Chiaramonte, maestro? – domandò vivamente.
- Appunto. Come lo sai?
- L’ho veduto altre volte… – balbettò il giovane arrossendo.
- Sì, appunto: quel personaggio è Ugone di Chiaramonte, della stirpe di Carlo Magno, venuto in Sicilia col Gran Conte…



Luigi Natoli: Il Paggio della regina Bianca. 
Romanzo storico siciliano, ambientato nella Palermo del 1401, al tramonto dell'epoca chiaramontana. 
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile presso Librerie Feltrinelli Palermo
Nelle foto: Il tetto del salone dello Steri, dipinto da Mastro Cecco di Naro 

Luigi Natoli: Giovannello Chiaramonte. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca

La piazza Marina era dunque compresa fra questo sprone più elevato, la parte alta della Kalsa, e giungeva fin presso allo sbocco della via del Parlamento, comprendendo la via Bottai e l’area del palazzo delle Finanze; il porto, dal lato ove è la chiesa di S. Sebastiano, penetrava ancora un po’ di più, e giungeva fino all’Arsenale, il Tercianatus dei vecchi documenti, che ha lasciato il nome alla piazzetta di Terzana.
Sullo sprone non v’erano edifici notevoli, salvo che lo Steri, l’antica e nobile dimora dei Chiaramonte, accanto a cui la casa men bella dei conti di Cammarata e la chiesa di S. Maria della Catena.
Dietro lo Steri sorgevano la chiesetta di S. Antonio, ancora esistente, e la chiesa di S. Nicolò, or da un secolo circa distrutta.
Le altre case intorno eran piccole dimore, frammezzate da orti e giardini, tra i quali, dalla parte opposta allo Steri, sorgeva nella sua bella architettura ogiva la chiesa di S. Francesco dei Chiovari e accanto a essa si innalzava bruna, massiccia , fiera nei suoi merli, con finestrette simili a feritoie, la torre di Maniace o volgarmente di Manau.
Fra quelle case v’era qualche taverna, sulla cui porta una fronda di alloro rinsecchita serviva d’insegna.
L’erba cresceva nella piazza; e delle capre dal pelo lungo e dalle corna lunghe, a spirale, pascolavano tranquillamente.
L’odore delle alghe marine, deposte sulla riva dall’alterna vicenda dei flutti, impregnava l’aria silenziosa.
Fra le barche tirate a secco alcuni marinai col berretto rosso in capo, come si vedono ancora nel promontorio sorrentino, stendevano le reti al sole; da un focolare improvvisato con due sassi, si levava una spirale di fumo azzurro, che si allargava e si sperdeva in alto.
Oltre le barche, nel vasto specchio d’acqua del porto si scorgevano alcune galee e barconi e feluche; qualcuna aveva già spiegate le vele e si accingeva a prendere il largo. Più in là ancora il Castello a mare distendevasi con le sue torri massicce, l’ampia cortina merlata, armata di bombarde, accanto alle quali, si vedevano biancheggiare le grosse palle di pietra.
Più in fondo ancora Monte Pellegrino disegnava nel cielo la sua massa rocciosa, coi fianchi verdeggianti di boschi, e le cime indorate dal primo sole.
V’era una gran pace, una tranquillità dolce e solenne a un tempo nell’aria fine e trasparente, per la quale volteggiavano stormi di rondini, salutando il sole con piccoli gridi festosi.
Un giovinetto s’era fermato con un senso di meraviglia e una certa commozione in mezzo alla piazza, guardando il palazzo chiaramontano.
Poteva avere sedici o diciassette anni, e vestiva poveramente; il suo farsetto aveva qualche strappo ai gomiti, e le sue calze erano sdrucite. La tasca che portava appesa con una cordicella, rivelava la rotondità di un pane. Le sue scarpe erano rotte e impolverate, come di chi viene da lungo viaggio. Aveva in mano un grosso bastone, e infilato alla cintura un pugnale con la guaina di cuoio.
Non era bello: il suo volto aveva qualcosa di irregolare, ma nell’insieme era piacevole ed espressivo. V’era un non so che di fiero e di malinconico a un tempo, ma una malinconia silenziosa e pacata; e gli occhi grandi, neri, acuti, mobili, investigatori, contrastavano col color dei capelli tra biondi e castani.
Doveva esser bianco di carnagione, e si vedeva dalla sommità della fronte, quando con un gesto che pareva volesse scacciar qualche torbido pensiero, egli sollevava il berretto e scostava i capelli. Ma il sole aveva abbronzato il suo volto e le sue mani.
Sebbene poveramente vestito e sporco di polvere il suo aspetto aveva qualche cosa di fine e delicato, che non sfuggiva neppure a uno sguardo superficiale e distratto...


Luigi Natoli: Il Paggio della regina Bianca. 
Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1400, al tramonto dell'epoca chiaramontana. 
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it

Luigi Natoli: Palermo nel 1400. Tratto da: Il Paggio della Regina Bianca.

Palermo offriva in quei tempi uno spettacolo curioso e singolare.
La sua pianta si era via via allargata fin dal tempo dei Romani; una città nuova era sorta oltre il letto del fiume il Maltempo; le cui sponde superiori, per esser piantate a “cimino(2)” fecero dare grecamente il nome di Kèmonia, alla parte alta dell’Albergheria.
Il letto di questo fiumicello, che il Senato avea deviato da qualche tempo, per evitare le frequenti inondazioni, è riconoscibile nell’attuale via Castro.
Nel 1401 esso, d’inverno, correva ancora nel suo letto, e scendendo per le odierne vie di Casa Professa e dei Calderai, piegando per la contrada dei Tornieri, si univa al fiumetto della Conceria, e scendeva nel mare.
Di là da questo fiume era dunque sorta una città più vasta dell’antica, dovuta all’opera di espansione e di adattamento dei vari dominatori.
I Romani vi fabbricarono quasi tutta quella parte che oggi forma il mandamento Palazzo Reale; i Bisantini vi aggiunsero altre contrade, più in giù, che giungevano fin presso S. Francesco d’Assisi; gli ebrei vi costruirono le loro case e la Sinagoga, tra la moderna piazza del Ponticello e la contrada dei Calderai; gli Arabi vi edificarono una vera città, chiusa da mura, dove aveva sede il governo e serbavano il tesoro, e la chiamarono Kalesa, l’Eletta, nome che ancor serba, sincopato in Kalsa, o secondo la pronuncia palermitana hausa.
Queste nuove contrade col tempo si erano confuse; nel secolo XV i loro confini si erano cancellati, e solo era visibile qualche pezzo di muro o quale torre dalla Kalesa. Esternamente erano difese da una muraglia comune, che girava da occidente a mezzogiorno e piegava a oriente, sul mare; nella quale si aprivano alcune porte, due delle quali, sopravvissute al naufragio di tante altre cose e ai rinnovamenti edilizi, rimangono ancora, coi loro nomi antichi, ruderi gloriosi del passato: porta Mazzara (el Mahassaar) e porta S. Agata: di altre, come la porta delle Terme e quella dei Greci, rimane il nome. Delle muraglie qualche frammento è ancora visibile fra le case che vi si addossano, nei pressi dell’Ospedale Civico, e dietro la Caserma dei Carabinieri.
Dalla parte opposta, dall’altro lato dell’antica città si apriva una vasta palude, detta di Buonriposo, che per esser piena di papiri diede il nome di Papireto alla contrada. Essa un tempo si estendeva, costeggiando le mura settentrionali della città antica, e occupando l’area delle odierne piazze del Monte di Pietà, di S. Onofrio e dei mercati; ma a poco a poco s’era disseccata.
Nel secolo XV la palude s’era ristretta alla parte più alta, giungendo appena a S. Cosmo: stagnante spesso e miasmatica. Un emissario, che era il fiumetto o fiume della Conceria, la metteva in comunicazione col mare, e di là da questa palude eran sorti dal tempo degli Arabi altri borghi, che formavano un’altra città transpapiretana; e forse perché vi aveva avuto sede un cadi, dal nome composto di Sera-al-cadi, Seralcadi, era venuto il nome al quartiere, di Seralcadio, poi Civilcari; la cui parte superiore il popolo chiamò Capo.
Anche oggi, il visitatore curioso può riconoscere tanto l’antico letto del Maltempo o fiume di Kemonia, quanto quello della palude Papireta, nei due avvallamenti o parti più basse da via Castro a Lattarini a destra, dal Papireto alla piazza Caracciolo a sinistra, che lasciano anche oggi in mezzo più elevata, tutta la parte centrale della città fino a S. Antonio. Questa parrocchia, come si può vedere, resta infatti più alta dell’attuale livello del corso Vittorio Emanuele e della nuova via Roma: e più alte rimangono a sinistra le vie del Celso e delle Vergini, che sovrastano a quelle dei Candelai e alla piazza Nuova; e a destra le vie Biscottai e S.Chiara, e le chiese di S. Cataldo e della Martorana, che sovrastano alla via Castro, alla rua Formaggi, alla piazza del Ponticello e alla via dei Calderai.
L’antichissima Palermo era appunto questa parte centrale più alta, sovrastante alle altre or accennate. Essa era cinta di mura e di torri, che l’allargarsi successivo della città non distrusse.
Nel 1401, come abbiamo detto, queste mura e queste torri esistevano ancora, con le antiche porte; l’ultima delle quali sparve nel 1588, quando si costruì il convento dei frati Benefratelli. Formavano dunque una città murata dentro la città.
La piazza Marina, così detta perché da prima era seno di mare, da più d’un secolo era prosciugata; essa era chiusa dalla parte di mezzogiorno dalle mura della Kalsa, qua e là abbattute, e dalla parte di levante da uno sprone di terra, (ancor visibile nello stereobate su cui sorgono l’Hotel de France, e il palazzo dell’Intendenza,) il quale finiva sulla Cala, con una chiesa, sotto la quale si agganciava la catena da chiudere il porto; dal che la chiesa prese il nome di S. Maria della Catena…


Luigi Natoli: Il Paggio della regina Bianca. 
Pagine 702 - Prezzo di copertina € 23,00
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

venerdì 2 novembre 2018

Luigi Natoli: La signora Mariquita e don Geronimo Colloca. Tratto da: Il Capitan Terrore

La signora Mariquita abitava sola con la serva, una cinquantenne, Miguela, anche lei di Siviglia, ma che stava in Palermo da venticinque anni. Essa aveva servito da introduttrice e sistematrice di Mariquita nella società dei giovani… e anche dei vecchi. Si capisce da ciò perché era andata ad abitare presso S. Andrea, dove di solito andavano ad alloggiare le sue consorelle, che davano tanto da dire ai frati di S. Domenico, da spingerli spesso a ricorrere al Pretore. Però ella era una donna privilegiata, tanto che si meritava il titolo di “signora”.
Era di un genere elevato, come, a parte la letteratura, Tullia Aragona(3).  Frequentavano la sua casa poeti, letterati, pittori, scultori, ed in genere uomini di sapere. Ella li riceveva con grazia, mescolando parole spagnole e siciliane con un sapore delizioso. E poi era bella; gli occhi grandi, le sopracciglia folte, la bocca rossa e carnosa che invitava i baci, aggiungevano nuovo fascino alle grazie della persona. E poi aveva solo ventitré anni.
Ma era orgogliosa, aveva a modo suo un certo onore, e guai ad offenderla, si rivoltava, e spariva la distinzione; l’Andalusa insorgeva col suo sangue moresco, e diventava terribile e feroce.
Quanto a Miguela poteva nascondere una diecina di anni, perché, nonostante i suoi cinquanta suonati, era ben conservata. Aveva i capelli rossi e gli occhi azzurri, la pelle fina, e il corpo ben portante. Non era né bella né brutta, un viso che non diceva nulla; ma era molto scaltra e prudente. Ella aveva un’amicizia con un certo Geronimo Colloca, che si faceva chiamare il Re della “Bocceria”, ossia del macello (da boucherie) ed era amico, nientemeno, del vicerè duca di Medinaceli; la qualcosa lo rendeva assai temuto(4). 
Andandosene a casa nella strada dei Maccheronai, Geronimo pensava in che modo indurre il giovane signore ad andare da Mariquita. Attraversava la piazza san Domenico, quando gli parve di vedere un’ombra venire dalla via del palazzo di Terranova (la via Monteleone). Era un uomo che camminava radendo i muri, avvolto nel mantello, dal quale, per un lembo rialzato, appariva la punta di una spada. Dal lato opposto sboccando dalla via Bandiera ecco intanto venire la “sciurta” di notte che tutelava la quiete della città.
“Sciurta”, era chiamata la guardia cui era commessa la polizia urbana. Allora, e così durò per lungo tempo, oltrepassata una certa ora della notte era proibito andare per le vie ed armati; la “sciurta” perciò non trovò di meglio che fermare l’ombra, ed alzata la lanterna portata dal gavarretta, il capo disse:
- Vossignoria perdoni, ma è in pena.
Al lume della lanterna, Geronimo riconobbe nell’ombra per l’appunto don Galvano.
- Nemmeno a farlo apposta! – disse fra sé.
Intanto uno della sciurta sussurrava al capo:
- Questo è il Re della Bocceria, Geronimo Colloca.
Ma il capo non se ne diede per inteso; gli sembrò un menomare la propria dignità cedendo, egli, rappresentante della città, a un cittadino qualsiasi, e rispose:
- Fosse anche l’imperatore del mondo, non ha che farci con le mie attribuzioni.
Disse queste parole gonfiando le gote, con un’aria di meneinfischio, e abbastanza forte per essere udito da Geronimo. Ma allora questi, strappata di mano a uno della sciurta la picca, e voltatale dall’asta, la diede sulla faccia al capo, con una tale velocità che a raccontarlo impiegherebbe maggior tempo.
- Ah per Satanasso! – gridò il capo, trattenendosi la testa, grondante di sangue.
Allora gli altri quattro birri incrociarono le picche, e si gittarono contro Geronimo; don Galvano si trovò nella condizione di non poter rimanere indifferente, e fu costretto a intervenire con la spada, sviando le picche e dando piattonate quando gliene veniva il destro; e la furia dei due contro quattro fu tale, che questi cominciarono a indietreggiare, e finirono con volgere il fuga. Ma fischiarono per chiamare soccorso…



Luigi Natoli: Il Capitan Terrore. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1560
Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1938
Pagine 481 - Prezzo di copertina € 21,00
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Luigi Natoli: Palermo nel 1560. Tratto da: Il Capitan Terrore

La città di Palermo in quel tempo non era quale diventò circa mezzo secolo dopo. Ancora serbava presso a poco la forma dei tempi normanni, di una città dentro un’altra. La più antica, circondata da mura, è ancora visibile; le due strade che la percorrevano a destra e a sinistra e costeggiavano le mura esistono; sono a destra le vie Biscottai, G.M. Puglia, Giuseppe d’Alessi; comprendevano il monastero della Martorana, e per la via degli Schioppettieri giungevano a S. Antonino; a sinistra la via dell’Incoronazione, la via Celso, la salita Castellana, il vicolo S. Antonio, dove si congiungeva con l’altra. Queste due strade comprendevano la città antica. Sorsero di poi altre parti della città, che presero nome di Albergheria, Kalsa a destra; e di Seralcadia, Conceria e Loggia a sinistra; dall’una parte e dall’altra, fra la città antica e i nuovi quartieri, nelle bassure, si riconosceva il letto di due fiumicelli, l’uno, a destra, era quello detto dai greci Kemonia e dagli arabi Ainzar, tradotto in Cannizzaro, e nel tempo del presente racconto era asciutto e petroso, con poche case, divenuto dopo “strada dei Tedeschi”; poi via Castro; l’altro, a sinistra, era stato il fluviolo, che dalla palude del Papireto scendeva giù per il Macello e per la Conceria, ma era anch’esso disseccato, e vi sorgevano già edifici come la Panneria (oggi Monte di Pietà) palazzi e case signorili.
La via principale, detta dai Normanni via Marmorea(2), ma che pel popolo si chiamò Cassaro (dall’arabo Kars, il castello) e cominciava dove sorse il Palazzo Reale, presso a poco la via Vittorio Emanuele giungeva alla parrocchia di S. Antonio, ed era chiusa da mura, sotto le quali si apriva la porta dei Patitelli, già mezzo diruta; di là dalla porta si stendeva la città verso il mare. Anche qui erano magnifici palazzi, e si apriva la vasta Piazza Marina col palazzo dei Chiaramonte, che a quel tempo non apparteneva al Sant’Offizio, il quale abitava invece il Castello a mare. E oltre ai palazzi, c’erano chiese e conventi. Di chiese ne sorgevano per altro dappertutto, come la Cattedrale, S. Agostino, S. Domenico e S. Francesco, e così monasteri, come il Salvatore, il Cancelliere, la Martorana, S. Caterina, la Pietà, le Vergini, dovunque c’era un terreno adatto se ne trovavano.
Ma fra tutte le strade la più notevole era quella del Cassaro. Era acciottolata, e aveva i marciapiedi di mattoni; le case non oltrepassavano il terzo piano, e i prospetti erano quasi uguali, con i medesimi ornati; cosicchè parevano da un capo all’altro un palazzo solo. Non v’erano i Quattro Canti, non essendosi ancora tagliata la via Maqueda. Non vi era la magnifica fonte Pretoria; e la piazza del Palazzo pretorio o senatorio era molto più vasta; a questo Palazzo si accedeva da una porta a mezzogiorno, ora murata, innanzi alla quale erano due statue antiche, di cui una, salvata per miracolo, è conservata in una sala del Palazzo stesso.
Galvano abitava in un vicolo della città antica, quasi rimpetto al monastero dell’Origlione, che aveva parecchie strade intorno; da una, si andava al Salvatore, da un’altra si scendeva al conservatorio di Saladino, presso la porta di Bosuè (l’antica Base es Sudan) oramai cadente, che non serviva a nessuno, di fronte v’era la via che ora si dice del Protonotaro, e poi altri vicoli che s’intrecciavano come in un labirinto. Fra Ludovico invece stava di casa a S. Agata la Guilla, presso la Commenda.
C’erano dunque tutte le possibilità di appostare Galvano e sparire per una delle vie e viuzze che s’aprivano dinnanzi all’assassino, il quale poteva ritrovarsi nel Cassaro, anche prima che accorresse gente per aiutare il caduto.
In fondo alla via detta della Bandiera, quasi allo sbocco della via di S. Andrea, in una casa a un sol piano, abitava la signora Mariquita di Siviglia, una spagnola come ce n’eran tante, attirate dal terzo di Sicilia, che così si chiamava il reggimento spagnolo venuto in presidio...



Luigi Natoli: Il capitan Terrore. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1560, al tempo del vicerè duca di Medinaceli e del bandito Vincenzo Agnello. 
Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1938. L'ultimo romanzo pubblicato dall'autore. 
Pagine 481 - Prezzo di copertina € 21,00
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Luigi Natoli: Quel Carnevale del 1560.. Tratto da: Il capitan Terrore

Quel giorno era l’ultimo giovedì di carnevale, e la città era in festa più degli altri anni, perché Sua Eccellenza il Vicerè, che era il duca di Medinaceli, maritava le due figlie, e già si erano avuti cinque giorni di festeggiamenti; quel pomeriggio doveva aver luogo in Piazza Marina il grandioso spettacolo della caccia intrecciata con una rappresentazione e con una giostra.
Allora la fantasia e il tripudio si sbizzarrivano oltre che con maschere isolate, con vere mascherate complesse, raffiguranti avvenimenti storici. Una si componeva di quattro o cinque personaggi forniti di una scala e un tamburo. Dove pareva loro che fosse il caso, si fermavano, e al rullo del tamburo, appoggiavano la scala a una finestra a cui si affacciassero donne ridenti e un uomo si arrampicava. Che dico un uomo? una specie d’uomo coperto da una finta faccia rossa come un gambero cotto, con certe labbra da asino, grossi zigomi anch’essi animaleschi, coperto il capo da un elmo o da qualcosa che arieggiava l’elmo impennacchiato di fiori di canna, armato di una spada di legno, il quale braveggiava strepitando buffonescamente e facendo sbellicar dalle risa la folla che lo seguiva e le persone affacciate. A un tratto precipitava senza però farsi nulla di male, perché gli altri compari gli tenevano una coperta sotto. E qui nuove risa, nuovi schiamazzi e gettito di pezzetti di carta tagliata minutamente, che dicevano “pittiddi”, forse dal francese “petit”, e chiamati ora coriandoli.
Quella maschera aveva un’origine storica, della quale si era perduto il significato: doveva rappresentare il vecchio Bernardo Cabrera che dava l’assalto allo Steri per impadronirsi della giovane e bella vedova regina Bianca, della quale si era innamorato. Ora si chiamava la mascherata del “Maestro di campo”, come dire del Generale. Si sa che la regina Bianca, sorpresa nella notte dagli armati di Bernardo, fuggì seminuda, e che Bernardo trovando vuoto il letto, si arrabbiò ma poi involtandosi nelle coperte ancor tiepide, esclamò: – “Non importa che la pernice sia fuggita, il nido è ancora caldo”.
Il popolo s’era vendicato, mettendolo in burletta, ma nel corso di un secolo e mezzo la memoria del fatto si era contaminata.
In altro punto, dove era una piazza levavano da terra un castello di legno dipinto a conci, con merli, tra i quali apparivano schierati Mori o Turchi, armati di spade e lance, che, gridando, le agitavano al sole. Contro di loro erano Cristiani. La folla degli spettatori, enorme e fluttuante, aspettava schiamazzando. Era il “gioco del Castello”, che forse rievocava i fasti della conquista normanna, forse la presa di Palermo o d’altra città, verità storica alteratasi romanticamente, o intrecciatasi con altre imprese. Cominciava col mandare gli ambasciatori, seguiva con le varie fasi del combattimento; e finiva con la presa e col trionfo dei Cristiani e con un balletto generale.
Una carrozza saliva pel Cassaro. Chi immagina le carrozze d’allora simili a quelle che si vedevano un trent’anni fa, o come quelle che fanno pompa di sé nel Museo nostro, s’inganna. Erano grandi come queste, a forma di casse aperte ai lati, con sedili. Non avevano molti ornamenti, solo una frangia di seta in cima allo sportello; non vetri, non fanali, non molle; il cocchiere sedeva su una gualdrappa ornata dello stemma della padrona. Dico padrona perché in quel tempo le carrozze, erano adoperate soltanto dalle signore.
La carrozza dunque saliva pel Cassaro lentamente…


Luigi Natoli: Il Capitan Terrore
Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1938. L'ultimo romanzo di appendice dell'autore. 
Pagine 421 - Prezzo di copertina € 21,00
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