giovedì 16 giugno 2016

Luigi Natoli e la festa di S. Giacomo apostolo a Messina (25 luglio) - tratto da I cavalieri della Stella.


Cassandra, libera di ogni sogge­zione, lasciandosi trasportare dalla gio­vinezza, cominciò a parlare della prossi­ma cavalcata dei Cavalieri della Stella, che avrebbe avuto luogo il domani.
Per antica consuetudine, il 25 di lu­glio, festa di S. Giacomo Apostolo, si apriva in Messina una gran fiera, che durava fino al 15 agosto, giorno dell'Assunta, e fe­sta solenne della città. La franchigia, che per privilegi reali, godeva Messina in quei giorni, faceva ac­correre mercadanti, industriali, artefici da ogni parte, allettati dalla esenzione di do­gane e di dazi, e di una folla straordinaria di compratori adescati dall'idea del ri­sparmio e della bontà delle compere. La franchigia si estendeva anche alla espor­tazione dei drappi di seta, fiorentissima e rinomata industria in Messina; onde i mercatanti d'Italia venivano a farvi lar­ghe provviste, per l'eccellenza dei tessuti e il vantaggio dell'acquisto. Per questo la fiera di Messina era di­ventata famosa e aveva acquistata im­portanza di grande avvenimento cittadi­no, al quale la città partecipava in forma ufficiale e con la massima pompa.
La mattina del 25 luglio si apriva so­lennemente la fiera, con una grande ca­valcata, in testa alla quale procedeva un giovinetto di famiglia nobilissima, regal­mente vestito, montato sul più bel caval­lo che si trovasse, riccamente bardato. Agitava egli nelle mani uno stendardo, segno della conceduta franchigia. Dietro a lui seguivano i Cavalieri della Stella, nella loro più ricca divisa, accompagnati dai valletti, poi i senatori, nelle loro ric­che toghe, gli ufficiali della città, le milizie.
Era uno spettacolo magnifico per la ricchezza d'ori e di sete, per numero di in­tervenuti, per grandiosità d’insieme, che per le vie principali, donde sarebbe pas­sata la cavalcata, traeva il popolo avido di svaghi e di divertimenti, e orgoglioso della sua ricchezza e dei suoi privilegi. A questo, che era lo spettacolo ini­ziale seguivan poi altri pubblici diverti­menti, fino a che non giungevano i memorabili giorni delle feste dell'Assun­ta, le più grandiose che si celebrassero nell'isola, rivali, per singolarità e dovizia del famoso “festino” di S. Rosalia in Palermo. E feste pubbliche, alternandosi con le private, e i ricevimenti nei palazzi si­gnorili con le serenate a mare, in quelle notti estive bellissime del Bosforo d'Ita­lia, tenevan la città in una febbrile agi­tazione, eccitavan desideri, la gittavano nel mare dei piaceri, tra i quali pareva annegassero i travagli della vita e le asprezze della povertà del regno.
Naturalmente la fiera, le previsioni sulle mercanzie e sul traffico, le feste, le novità dell'anno, i preparativi di nuovi vestiti, il divisar trattenimenti o svaghi, tutto ciò formava ogni anno il soggetto delle conversazioni di ogni casa patrizia o popolana, sebbene quell'anno corres­sero tristi previsioni da quindici giorni innanzi. Ma Cassandra Abate non si curava di queste previsioni, e non pensava che alle feste. E perché infatti era uscita in quei giorni dal monastero, se non per godersi la cavalcata, la fiera e le feste dell'Assun­ta?
Luigi Natoli - I Cavalieri della Stella.
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mercoledì 15 giugno 2016

Luigi Natoli e gli emigranti napoletani: tratto da "I mille e un duelli del bel Torralba".


(gennaio 1806) I Collalto avevano ancora tanto da poter vivere con decoro, tra la folla degli emigranti napoletani miserabili e prepotenti che s’era gittata in Palermo.
La città infatti offriva uno spettacolo singolare: per le strade si incontravano piccoli nobili, impiegati dei ministeri e delle aziende dello stato, preti, frati di tutti gli ordini, che fuggiti dietro alla Corte o per fedeltà verso la famiglia reale, o per paura, o per vivere a le spalle altrui, andavano oziosi e pretenziosi; ritenendo che pel loro attaccamento alla causa reale, e perché vittime dell’invasione avevano diritto ad essere mantenuti dai Siciliani. I nobili ottenevano per sé anche le cariche che sarebbero toccate di diritto ai Siciliani; i magistrati si ficcavano nei tribunali; quei fuggiaschi si conducevano come in un paese di conquista; e strappavano alle casse della Sicilia, troppo esauste, oltre a seicento mila lire di nostra moneta, ogni anno per sussidi: somma, per quei tempi enorme, e pel valore del denaro, dieci e più volte maggiore che oggi. E non solo: essi vivevano a spese della Sicilia, e ne occupavano gli uffici, ma alla invadenza e alle usurpazioni, univano il dispregio, per la protezione del re, e segnatamente della regina.
Era nota l’antipatia di Maria Carolina pei Siciliani e per Palermo, di cui arrivavano a calunniare perfino il clima, scrivendo che vi si moriva di freddo e che di marzo c’erano le nevi! Essa in questo nuovo rifugio, se trovò dei nobili che le furono devotissimi e fedelissimi, non ebbe in generale le calde accoglienze del popolo come la prima volta. Così all’antipatia si aggiunse la diffidenza: si circondò di una polizia segreta, a capo della quale pose un Colonnello Castrone, analfabeta, senza scrupoli, ladro, ma abilissimo architetto di spionaggio; che organizzò fra i peggiori emigrati napoletani e francesi e fra i siciliani più laidi o più fanatici, un vero esercito di spie, detti il “Corpo degli svaligiatori”.
La protezione largamente data ai Napoletani, la diffidenza palese contro i Sicilia ni, generavano antipatie e fecondavano i germi della discordia fra gli uni e gli altri.
Anche in Messina vi erano emigrati napoletani ai quali la Corte aveva dato uffici e gradi, negandoli e anche togliendoli ai siciliani. Era la politica del governo che, favoriva tutta quella accozzaglia di gente diversa che non lo aveva saputo difendere, a detrimento di un popolo che gli dava asilo, e le sue sostanze e i suoi uomini per comporre un esercito. Con uno slancio generoso i baroni siciliani si erano infatti offerti a levare milizie nelle loro terre e a mantenerle a loro spese; e in poco tempo si era raccolto un esercito di trentaseimila uomini, comandati dai loro signori feudali; ma questo esercito che non costava nulla al governo, aveva suscitato i clamori e le proteste degli ufficiali napoletani, che percepivano stipendi senza far nulla, mentre le due decine di migliaia di truppe regolari languivano nelle caserme, nude, affamate e senza munizioni. Suscitata la diffidenza della Corte, presentando quella milizia come un pericolo pel re, non si era provveduto a essa, e i baroni erano stati costretti a rimandare i loro vassalli nei feudi. Pure, qualche anno più tardi, furono queste milizie paesane che respinsero uno sbarco di francesi in Sicilia, e salvarono il re dall’invasione.
Coi favori, col denaro profuso verso i napoletani, con lo svalutamento dei siciliani, le perquisizioni poliziesche del colonnello Castrone e del colonnello Colaianni, che vedevano dovunque i nemici della Corona, si scavava un abisso fra i due popoli. I napoletani si conducevano da padroni e ritenevano un loro diritto quel che era prodotto dalla generosa ospitalità; i Siciliani, non soffrivano quell’aria da conquistatori, e ne nascevano urti che alimentavano e creavano quel dualismo nefasto; non ultima ragione dei moti che più tardi scoppiarono in Sicilia.
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Luigi Natoli e i duelli di Fabrizio di Torralba: tratto da "I mille e un duelli del bel Torralba.


Strana vita la sua, che l’obbligava a stare con una spada in pugno. E tuttavia egli riconosceva che non era un attaccabrighe: vivace sì, e insofferente di prepotenze e ingiustizie; e se si batteva gli era appunto per questo. Facendo l’esame della sua vita si trovava già con una ventina di duelli sulla coscienza. Gli ultimi sostenuti a Parigi non avrebbero potuto essere più buffi, salvo uno, con quel capitano Verger che aveva creduto di offrirsi come un successore di Montlimar e aveva suscitato lo sdegno di Rosalia. Fabrizio aveva trovato ingiuriose quelle proposte, il capitano gli aveva detto che non aveva bisogno di lezioni; Fabrizio aveva rimbeccato, ne era corsa una sfida, si erano battuti, il capitano aveva ricevuto un colpo alla testa che lo aveva tenuto per un mese a letto: Fabrizio un colpo al braccio e se l’era cavata in quindici giorni. Ma gli altri duelli? Li passava in rassegna. Una volta si era battuto perché aveva riso al vedere un moscardino con un enorme colletto che gl’imprigionava il mento, e così largo che il capo gli si moveva dentro come la testa di una tartaruga nel guscio. Il moscardino si era fatto rosso come un gambero, lo aveva investito con un “che c’è da ridere imbecille?” al che egli aveva risposto: “rido perché ho trovato uno più imbecille di me”. Il moscardino aveva alzato il bastone a spirale. Fabrizio gli aveva buttato in faccia il vino di un bicchiere, sciupandogli la cravatta, la camicia e il panciotto di seta bianca. E naturalmente si erano battuti. Povero bellimbusto!... ci aveva rimessa un’orecchia, portata via da un colpo di sciabola. Un’altra volta, per un cane. Un signore batteva spietatamente un cane, che non voleva seguirlo perché aveva la testa a una graziosa cagnetta. Egli aveva fermato il braccio di quel signore, dicendogli: – “Oibò! Non è da animo gentile battere così le bestie!” – Quel signore gli si era voltato rabbiosamente: egli, col suo sorriso beffardo, si era scusato: – “non sapevo che foste idrofobo”. – Quello a sentirsi preso per cane lo aveva sfidato lì per lì. Si erano battuti; e Fabrizio lo aveva ferito nella mano, perché si ricordasse di non picchiare più le bestie a quel modo inumano. Un altro duello aveva avuto per difendere un commediante che non godeva le simpatie di una parte del pubblico della Comedie Francaise. Uno spettatore lo interrompeva durante la recita con sghignazzamenti e rifacendogli caricatamente il verso. Fabrizio gli aveva osservato puntamente che non c’era carità a tormentare quel pover’uomo, e quello a rispondergli che se non gli piaceva se ne andasse. Fabrizio aveva ribadito: – “Me ne andrò con voi, signore, per avere il piacere d’insegnarvi la buona creanza”. L’altro, fattosi più arrogante, s’era subito alzato per dare uno schiaffo, che era rimasto in aria perché Fabrizio, più lesto, gli aveva fermato la mano, ripiegandogli il braccio, e costringendolo a schiaffeggiarsi da sé. Erano stati separati, ma il domani si erano battuti: l’avversario, confuso dal giuoco rapido e insostenibile di Fabrizio, gli aveva voltato le spalle, e il ferro di questo lo aveva colpito in una natica. – È il solo posto dove vi si possa colpire!” – gli aveva detto Fabrizio, andandosene.
Luigi Natoli - I mille e un duelli del bel Torralba
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Luigi Natoli e la piazza Marina nel 1401 - tratto da "Il paggio della regina Bianca".


La vasta piazza Marina in Palermo era quasi deserta in quell’ora mattutina del mese di maggio del 1401; e l’ampia mole dello Steri vi proiettava un’ombra lunga e trasparente.
In quel tempo, era assai più vasta di quel che è oggi, e serbava ancora le tracce di seno di mare prosciugato. Il porto, ridotto ora alla Cala, era più profondo; le acque del mare si spingevano su un tratto della odierna via Porto Salvo, lambendo quasi il muro del palazzo delle Finanze e un tratto della piazza della Fonderia.
Così detta perché da prima era seno di mare, da più d’un secolo era prosciugata; essa era chiusa dalla parte di mezzogiorno dalle mura della Kalsa, qua e là abbattute, e dalla parte di levante da uno sprone di terra, (ancor visibile nello stereobate su cui sorgono l’Hotel de France, e il palazzo dell’Intendenza,) il quale finiva sulla Cala, con una chiesa, sotto la quale si agganciava la catena da chiudere il porto; dal che la chiesa prese il nome di S. Maria della Catena.
Questo sprone, nei tempi antichissimi formava un molo naturale, difendeva e proteggeva, il porto profondo, a cui la città doveva il suo nome greco: Panormo (tutto porto). Dalla parte esterna, sul mare, al limite del quartiere arabo della Kalsa, e cioè dove ora corre la via Butera, su questo sprone era un borgo di Greci, con la loro chiesa di S. Nicolò. Da loro prese il nome la porta, che, rifatta, serba fino ad oggi il nome di Porta dei Greci.
La piazza Marina era dunque compresa fra questo sprone più elevato, la parte alta della Kalsa, e giungeva fin presso allo sbocco della via del Parlamento, comprendendo la via Bottai e l’area del palazzo delle Finanze; il porto, dal lato ove è la chiesa di S. Sebastiano, penetrava ancora un po’ di più, e giungeva fino all’Arsenale, il Tercianatus dei vecchi documenti, che ha lasciato il nome alla piazzetta di Terzana.
Sullo sprone non v’erano edifici notevoli, salvo che lo Steri, l’antica e nobile dimora dei Chiaramonte, accanto a cui la casa men bella dei conti di Cammarata e la chiesa di S. Maria della Catena.
Dietro lo Steri sorgevano la chiesetta di S. Antonio, ancora esistente, e la chiesa di S. Nicolò, or da un secolo circa distrutta.
Le altre case intorno eran piccole dimore, frammezzate da orti e giardini, tra i quali, dalla parte opposta allo Steri, sorgeva nella sua bella architettura ogiva la chiesa di S. Francesco dei Chiovari e accanto a essa si innalzava bruna, massiccia, fiera nei suoi merli, con finestrette simili a feritoie, la torre di Maniace o volgarmente di Manau.
Fra quelle case v’era qualche taverna, sulla cui porta una fronda di alloro rinsecchita serviva d’insegna.
L’erba cresceva nella piazza; e delle capre dal pelo lungo e dalle corna lunghe, a spirale, pascolavano tranquillamente.
L’odore delle alghe marine, deposte sulla riva dall’alterna vicenda dei flutti, impregnava l’aria silenziosa.
Fra le barche tirate a secco alcuni marinai col berretto rosso in capo, come si vedono ancora nel promontorio sorrentino, stendevano le reti al sole; da un focolare improvvisato con due sassi, si levava una spirale di fumo azzurro, che si allargava e si sperdeva in alto.
Oltre le barche, nel vasto specchio d’acqua del porto si scorgevano alcune galee e barconi e feluche; qualcuna aveva già spiegate le vele e si accingeva a prendere il largo. Più in là ancora il Castello a mare distendevasi con le sue torri massicce, l’ampia cortina merlata, armata di bombarde, accanto alle quali, si vedevano biancheggiare le grosse palle di pietra.
Più in fondo ancora Monte Pellegrino disegnava nel cielo la sua massa rocciosa, coi fianchi verdeggianti di boschi, e le cime indorate dal primo sole.
V’era una gran pace, una tranquillità dolce e solenne a un tempo nell’aria fine e trasparente, per la quale volteggiavano stormi di rondini, salutando il sole con piccoli gridi festosi.
Luigi Natoli - Il paggio della regina Bianca
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giovedì 9 giugno 2016

Luigi Natoli e il fantasma di donna Costanza - tratto dal romanzo l'Abate Meli

Una casa a un piano, con tre bal­coni ornati di un motivo settecente­sco, e con le ringhiere di ferro, a col­lo di cigno; con un mascherone satire­sco nel portone logoro e spento; coi muri anneriti dal tempo e dalla muffa, con un aspetto lugubre, diffondeva la sua tristezza nella strada che prendeva il nome dal palazzo dei marchesi Lun­garini.
I vetri rotti, gli scuri serrati, i ragna­teli che si stendevano nell'arco del por­tone, tra i ferri della raggera sovrappo­sti ai balconi, rivelavano l'abbandono in cui la casa era lasciata.
Lo stesso abbandono mostravano due o tre alberi che si alzavano dietro il muro di un giardino inselvatichito.
Non un segno di vita.
Il sole stesso, che la illuminava di sbieco e per poche ore, pareva avesse fretta di andarsene; perché la sua luce, facendo meglio apparire le crepe e i bu­chi, accresceva l'orrore di quella casa.
L'ombra e il silenzio eran quelli che gli convenivano. Si sarebbe detto che, per qualche delitto commesso in tempi remoti, sentisse sopra di sè il pe­so di una terribile maledizione; per cui la gente la fuggisse con terrore.
La gente del vicinato la guardava pavida e sospettosa; e quando era co­stretta a passarvi d'innanzi, affrettava il passo, come per paura che qualche essere soprannaturale e diabolico do­vesse uscirne per afferrarla.
Difatti era comune credenza che quella casa abbandonata dagli uomi­ni fosse abitata da spiriti; e c'era chi affermava di aver veduto una notte at­traverso le fessure errare un lume; chi curioso, si era arrampicato sul muro del giardino; di là era balzato sul bal­cone, e aveva posto l'occhio alla vetra­ta; ma era subito fuggito e così spaven­tato, che per poco non era precipita­to giù.
Aveva veduto una «malombra» tut­ta bianca, con una candela accesa in mano, che veniva verso la vetrata. Era spaventevole.
La notizia si sparse subito: l'uomo fu interrogato, se ne volevano i parti­colari; ma egli non poteva e non sapeva dir altro che la «malombra» aveva la faccia nera, ed era tutta avvolta in un lenzuolo bianco.
La curiosità vinse altri: ma la paura li trattenne dall’andare sui balconi a guardare. Quelli che abitavano nelle case di fronte, e che mai si erano accor­ti di lumi od altro, forse perché anda­vano a letto prima che il fantasma ap­parisse, vegliarono, e dalle loro fine­stre socchiuse tennero gli occhi sulla casa sfitta.
A mezzanotte videro le imposte del balcone aprirsi lentamente e nel qua­drato buio della stanza la «malombra» bianca, che dileguò a poco a poco.
Non vollero vedere altro. Si segna­rono, recitarono degli scongiuri e il do­mani confermarono che nella casa v’erano gli spiriti: e li avevano veduti.
Allora si cercò come e donde vi fos­sero venuti: uno dei più vecchi della contrada disse:
- Non vi scervellate. Quella è l'anima di donna Costanza, che fu uc­cisa e morì sul colpo, saranno cin­quant'anni addietro. Fu uccisa dai fra­telli per vendetta dell'onore offeso...
Luigi Natoli - L'Abate Meli.
 
Prezzo di copertina € 25,00 - pag. 725 - Sconto 15% - Spedizione gratuita.
Il volume comprende, oltre il romanzo, lo studio critico su l'Abate Meli pubblicato da Luigi Natoli nel 1883 e tutte le poesie del Meli inserite da Luigi Natoli nel trattato Musa siciliana. Traduzione in italiano di tutte le poesie a cura di Francesco Zaffuto.
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Luigi Natoli e la festa della Madonna Assunta alla Parrocchia dei Cappuccini di Palermo - tratto dal romanzo l'Abate Meli.

Allo svolto della strada che condu­ceva ai Cappuccini, la folla era più fitta. Delle baracche cucinavano, delle altre facevano focaccie, qui una tenda vendeva dolciumi, lì una tavoletta esponeva Madonne di argilla, coricate con le mani stese ed aperte, vestite di bianco col manto azzurro; grandi e pic­cole; più in qua l'«incatena corone», torcendo i fili di ottone intorno ai gra­ni del rosario; e fra tutti, le piccole ba­re, con madonne di cera, illuminate, portate da quattro ragazzi che gridava­no con le vocine squillanti: «viva Ma­ria». Ma su tutto ondeggiava un odore di fritto, tra il fumo delle padelle, nel­le cucine improvvisate.
Fra questa folla varia e multiforme andava il Meli discorrendo col giova­ne che gli camminava a fianco.
Chiacchierando così, e scansando il continuo andirivieni, erano giunti al convento. La folla era più fitta e biso­gnava fermarsi. Dalla croce di legno, alta sopra uno zoccolo, fino a quella specie di portico pieno zeppo di... mi­racoli o «ex voto», dipinti da pittori da strapazzo, la gente si ammassava. La chiesa era piccola e non c'entrava tut­ta; gran parte sostava. Un frate racco­glieva l'elemosina.
Eppure in quel viavai di gente alle­gra, in mezzo a quel cicaleccio, a quel­le grida continue, nel convento un uo­mo moriva. E aspettava con l'ansia di chi teme di non fare in tempo.
Il convento piccolo e all'aspetto po­vero, si mostrava aderente alla chiesa; alto due piani, con le finestrelle picco­le; e sovrastava alle famose sepolture o catacombe, ove i cadaveri, ridotti in scheletri vestiti di sacco o di roboni, stanno schierati in più ordini. Spetta­colo triste e nel contempo riprovevole e ridicolo dell'uomo, in atteggiamenti, che tolgono all'onestà della morte ogni grandezza ed ogni profondità di mistero. Ma in quei tempi, pareva ren­dere ai vivi l'orrore della vita, con lo spettacolo orrendo di quel che diverremo: ossa e null’altro. L'illusione che sotto la pietra e dentro la bara, il cor­po rimanga intatto, si distrugge; le os­sa sono tutte simili e noi non ricono­sciamo le fattezze amate nei sogghigni dei teschi.
Il Meli attraversò il portico dinanzi la chiesetta, piegò la testa, vedendo nella navata l'immagine della Madon­na, coricata fra le candele accese; e salì le scale del convento.
Era quasi deserto. La festa chiama­va i frati nella chiesa e nella cucina: so­lo qualche vecchio con la barba bianca e lunga errava nei corridoi.
Il giovane Gerlando, si fermò di­nanzi una porta socchiusa e bussò...
Luigi Natoli - l'Abate Meli.
Prezzo di copertina € 25,00 - pag. 725 - Sconto 15% - Spedizione gratuita.
Il volume comprende, oltre il romanzo, lo studio critico su l'Abate Meli pubblicato da Luigi Natoli nel 1883 e tutte le poesie del Meli inserite da Luigi Natoli nel trattato Musa siciliana. Traduzione in italiano di tutte le poesie a cura di Francesco Zaffuto.
Nella foto: la Madonna Assunta che si venera nella Chiesa dei Cappuccini di Palermo. La festa che ci descrive Luigi Natoli viene celebrata ancora oggi, il 15 agosto.
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Luigi Natoli e Giovanni Meli detto l'Abate - tratto dal romanzo l'Abate Meli.


Un giorno prima, e cioè la vigilia dell'Assunta del 1795, don Giovanni Meli, se ne stava nel suo studio mode­stamente arredato scartabellando un volume di medicina per una consulta che doveva fare. Era medico.
In quel tempo abitava una casa die­tro il coro della Chiesa dell'Olivella, casa modesta, dove erano vissuti suo padre, sua madre, due zie che erano morte, e l'avevano lasciato con due fra­telli, Stefano e Tommaso che si era fat­to frate nei domenicani e una sorella pazza.
Giovanni era il dotto della fami­glia, e il suo nome era famoso in tut­ta la Sicilia, come quello di un gran poeta.
Era un uomo di circa 50 anni, di statura media, bruno di volto, coi ca­pelli quasi neri, con parecchi fili d'ar­gento tirati indietro e legati con un na­stro, gli occhi nerissimi, vivaci; un'aria modesta, non curante di sè, ma pulita. Vestiva di nero, alla guisa degli abati ed infatti lo chiamavano «l'abate Me­li». Ma non lo era, anzi non era nep­pure chierico, nè aveva i quattro ordi­ni e la tonsura, che prese l'ultimo an­no di sua vita per ottenere l'abazia che non ottenne. Era semplicemente il «dottor Meli», e si vestiva da abate per avere libero accesso nei monasteri, do­ve non si entrava, se non si appartene­va alla Chiesa, in un modo qualunque.
Di tanto in tanto in quella che scar­tabellava, guardava, pensando, nella parete, di contro, ove era una libreria con pochi volumi di medicina e molti di letteratura.
In quegli sguardi forse c'era un pen­siero medico, per la consulta che dove­va farsi, o piuttosto c'era un'immagine poetica che egli perseguiva e che si frammezzava alla medicina?
Luigi Natoli - L'Abate Meli.
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Il volume comprende, oltre il romanzo, lo studio critico su l'Abate Meli pubblicato da Luigi Natoli nel 1883 e tutte le poesie del Meli inserite da Luigi Natoli nel trattato Musa siciliana. Traduzione in italiano di tutte le poesie a cura di Francesco Zaffuto.
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mercoledì 8 giugno 2016

Luigi Natoli - Ferrazzano e Floristella: tratto da Ferrazzano


 
- Floristella? ma si chiamava così se non sbaglio la piccola di Anna Consalvi. Una volta ella ne parlò, non ricordo più in quale occasione… E ora è fuggita… Con chi? E perché s’è rivolta a me per lasciarmi la sua creatura?... Ma domani ci penserò io!... Oh povero pulcino, e che ti darò io di pappa? perché tu avrai fame, me ne accorgo…
Tenendosi in braccio la bambina si diede a rovistare la casa. Non erano che due stanze quasi nude, con un letto, una tavola, un armadio, due ceste e tre sedie: e poi vesti alla rinfusa sulle sedie, sul letto, per terra; nell’armadio trovò un tozzarello di pane, lo porse in mano alla piccina, che lo mise in bocca: aveva quattro dentini.
Tutta la notte pensò e sognò la bambina; la portava all’ospedale degli esposti; la raccomandava al Governatore; non la consegnassero a nessuno, salvo che a lui, che verrebbe a ritirarla  quando avesse sette anni compiuti. Ma il mattino cominciò col darsi attorno in cerca di latte; poteva stare la piccola senza nutrimento, fino a quando l’avrebbe portata ai trovatelli? Ai trovatelli non si recò, e così passò il giorno; e passarono altri giorni di seguito; passarono dei mesi; finì che Ferrazzano tenne ed allevò come sua la piccola esposta. E a chi gli domandava donde gli fosse venuta quella bambina, rispondeva:
- Me l’ha data mia moglie.
- Come? Se tu sei scapolo?
- Domandate a Floristella.
Domandavano a lei di chi fosse figlia, e la piccola si stringeva a Ferrazzano con affetto filiale. Così vissero; Ferrazzano tacendo rigorosamente quanto si riferiva alla origine di Floristella, Floristella credendosi realmente figliuola di Ferrazzano. A otto anni ella calcò per la prima volta le tavole del palcoscenico: fu un prodigio. Si trattava di una particina di fanciulletta, e Floristella la sostenne con tanta padronanza di scena e disinvoltura di linguaggio, che alla fine riscosse interminabili ed entusiastici applausi del pubblico e degli attori. Ferrazzano, che di mala voglia aveva acconsentito a far recitare la sua pupilla, chè non voleva assolutamente che si desse al teatro, dovette chinare il capo innanzi alla febbre che si impossessò di Floristella. Così divenne attrice, e da un anno faceva le parti di ingenua con la nuova compagnia messa su dal Minniti. Intanto ella aveva con Ferrazzano girato un po’ per l’Isola, dove c’era una festa religiosa e un magazzino disposto a mutarsi in teatro.
Quel giorno ella se ne stava quasi dinanzi la porta, e pareva che aspettasse qualcuno. Pensieri torbidi le offuscavano la mente; si vedeva dal corrugare degli occhi che pareva non avessero requie. A un tratto rialzò il capo; aveva visto venire nel quadrato di luce la figura di Ferrazzano...
Luigi Natoli - Ferrazzano.
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Luigi Natoli e il teatro dei Travaglini - tratto da Ferrazzano.

Era questo detto dei Travaglini o più modernamente dal nome del proprietario, di S. Lucia; dove recitavano le compagnie dei comici; e che poi rifatto, abbellito e prevalso il secondo nome, si adattò a teatro d’opera, rivaleggiando con quello più grande dei musici detto di S. Cecilia; finchè ingrandito prese il nome di Carolino; e fu il solo e glorioso teatro d’opera di Palermo, anche quando, mutato il regime, fu intitolato al nome imperituro di Bellini. Allora, nel 1775, era un piccolo teatro che di fuori non annunziava punto che nascondesse una sala da spettacoli. Una tettoia difendeva la porta sulla quale una tabella di legno portava dipinto lo scritto: “Teatro di Travaglini”; un corridoio senza luce, umido, con le pareti grommose, conduceva all’ingresso del teatro, in fondo a un breve spazio. Una sala capace di trecento persone e tre file di palchi; non vi erano poltrone, che allora non si usavano, ma sedie numerate; una grande lumiera pendeva dal soffitto. Di giorno bisognava abituarsi al buio per potersi movere e non inciampare in qualche sedia, ma di sera si illuminava e si vedeva bene la fioritura delle belle vesti e la bianchezza delle carni sull’addobbatura rosso cupo dei palchetti. L’illuminazione era a cera nella lumiera e nei trionfi dei palchetti, ad olio sul palcoscenico. Il quale era più tosto angusto; aveva in giro gli stanzini degli attori, piccoli e malmessi, alcuni, invece di porta, erano difesi da una tendina; gli uomini stavano da una parte in tre stanzini comuni, le donne in due, pochi stanzini erano privilegiati. L’attrezzatura si componeva di tre o quattro scene con le rispettive quinte; le scene erano arrotolate in alto e trattenute da corde che penzolavano da un lato.
In quel tempo vi agiva una compagnia condotta da un siciliano, che godeva grande opinione di buon attore, e recitava nelle parti di padre nobile: si chiamava Domenico Minniti, era nato per così dire in teatro, perché era figlio di comici. I suoi attori erano siciliani, ma il “Tiranno” e la moglie erano napoletani, Antonio Zardo e Giuliana Buzelle, che in arte recitava da Beatrice. Era quasi tutta una famiglia, chè fra loro erano imparentati: padri, madri e figli recitavano o prendevano parte della compagnia come attrezzisti o trovarobe.
Luigi Natoli - Ferrazzano.
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lunedì 6 giugno 2016

Luigi Natoli, don Calcedonio e i pupi Fioravante e Orlando - tratto da Fioravante e Rizzeri


Quella mattina aveva lucidato l’armatura di Fioravante; elmo, corazza, schienali, bracciali e cosciali di nichel, rabescati d’ottone dorato, risplendevano come argento e oro. Fioravante era disteso su un’altra panca, i tre fili di ferro che gli reggevano il capo e le braccia, congiunti insieme, gli davano una posa da guerriero aspettante; la visiera alzata gli scopriva il viso immobile con gli occhi fissi; la veste, corta al ginocchio, verde, color della speranza, ornata di tre file di passamani d’oro, gli pendeva in pieghe simmetriche; e la spada, la terribile Durlindana, che poi avrebbe ereditato Orlando, gli giaceva al fianco. Oh, era un bel paladino Fioravante. Tutta la mattina don Calcedonio l’aveva occupata con lui. Non conosceva risparmio per i paladini; egli vi spendeva anche più che non potessero le sue forze; alcune armature gli costavano fino a cinquecento lire: quella di Orlando per esempio, tutta dorata, con i gomiti, le spallacce, le ginocchiere che parevano argento, e lo scudo con la croce d’oro, che rifulgeva come un sole. Ma Orlando era il paladino maggiore, e conveniva vestirlo meglio degli altri; la sua veste bianca pareva intessuta di gigli e i ricami parevano una pioggia di botton d’oro. Peccato, che avesse gli occhi storti!
Luigi Natoli - Fioravante e Rizzeri.
Nella foto il pupo Orlando esposto al Museo Pitrè di Palermo.
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venerdì 3 giugno 2016

Luigi Natoli: una monacazione del 1674 - tratto da I Cavalieri della Stella


Una monacazione in quei tempi (anno 1674) era un avvenimento cittadino, al quale, se la qualità della famiglia lo comportava, po­teva anche partecipare il Senato. La famiglia mandava i suoi servi con gli inviti al parentado, agli amici, al­le autorità: se era una famiglia primaria, e per caso in città si trovava il vicerè, non si mancava di invitarlo. Nel parlatorio si teneva un gran ri­cevimento, e i rinfreschi e le confetture e i vini dolci e squisiti, serviti in grandi vas­soi d'argento massiccio erano in relazio­ne del grado, della ricchezza della famiglia e della quali­tà degli invitati. La sottrazione di una povera fan­ciulla alla società dei vivi, per seppellirla nell'ombra di un chiostro, dove la sua giovinezza sfioriva, o, se le voci prepotenti della vita la chiamavano, non fioriva che con la colpa; questa violazione della li­bertà personale, era una delle occasioni per valutare il prestigio di una famiglia signorile.
La cerimonia, che avrebbe dovuto essere semplice e mistica, si tramutava in una festa mondana complicata; i preparativi e le spese della quale, per quanto li­mitati, eran sempre rilevanti. C'era da addobbare la chiesa, da illuminarla, e la illuminazione non si limitava soltanto all'altare maggiore, ma a tutti gli altari e alle lumiere numerose che pendevan dal soffitto; bisognava pagar l'orchestra per la messa cantata, il pane­girista, il poeta, “complimentare” i fun­zionanti, gli impiegati del monastero, i clienti, i familiari, le converse, le came­riere, le fattore... E tutto ciò senza contare la dote, il livello, o vitalizio, la spesa per la servitù, pel corredo e via via dicendo! Senza contare che qualche volta la festa da ecclesiastica diventava pubblica, e si tramutava in uno spettacolo di cuccagna, del quale nessu­no vedeva la sconvenienza e lo sperpero, ma ognuno trovava ragione di esercitare il suo acume critico sulle modalità della festa.
Luigi Natoli - I Cavalieri della Stella
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Luigi Natoli e la rivoluzione di Messina del 1674 - tratto da "I cavalieri della Stella"

Per le strade era un continuo passa­re e ripassare di gente. Torme di cittadini, armati correvano di qua e di là, o per dar la cac­cia a qualche avversario, o per recarsi là dove sentivano rimbombare qualche fu­cilata. Altri, portando indosso involti e fardelli, o cacciandosi dinanzi un asinel­lo carico o un biroccino, s'avviavano per mettersi in salvo, temendo il rinnovarsi degli incendi, dei saccheggi, delle stragi del 1672. La più parte dei fuggiaschi era­no di parte merla, scoraggiata dal so­pravvento degli avversari. e soprattutto dalla impotenza a cui era stato ridotto lo stratigò, chiuso nel Palazzo reale, e circondato da ogni parte dagli insorti, che sempre più aumentavano. S'aspettavano naturalmente che i malvizzi vittoriosi rendessero loro la pariglia, e con maggior furore. Molti correvano alle barche e si facevan trasportare nel forte del Salvatore, come in un luogo sicuro; altri chie­devano ricovero nelle fortezze circostan­ti, a Rocca Guelfonia o al forte Gonzaga; ma i più uscivano alle campagne, per ri­fugiarsi o nelle loro terre, o nelle città demaniali delle vicinanze, per aspettarvi gli eventi.
Intanto dai forti, sebbene con minor frequenza, continuava il cannoneggia­mento, cadeva qua e là qualche palla, spargendo la rovina e lo spavento; conti­nuava nei pressi del Palazzo reale lo scoppio delle archibugiate; continuava sopra tutti i rumori della guerra la gran campana del Duomo, a chiamare il po­polo alle armi.
Oramai la sommossa erasi tramuta­ta in rivoluzione; sebbene nel balcone principale del palazzo della Banca, fosse stato collocato sotto un baldacchino il ri­tratto del re Carlo II, al quale la città dichiaravasi fedele; tuttavia di fatto si trattava di una vera e propria ribellione contro il governo; e i capi della Setta non celavano le loro mire repubblicane, no­n ostante che si andasse sussurrando co­pertamente di aiuti e protezioni del re di Francia. La cacciata del vicerè, gli assalti del­le fanterie spagnole respinti, la presa del Palazzo reale avevano quasi ubbriacato la città. I più fieri malvizzi o che avessero dei torti da vendicare, o che cedessero a ferocia d'istinti, si erano posti alla caccia dei Merli, o dei sospetti; qualche vittima era stata immolata; qualche capo reciso, infilato a una picca portato in giro per la città; nel baluardo dell'Andria, affidato a don Giuseppe Marchese il Nero, si con­ducevano prigionieri che il Marchese, avido di sangue, martoriava, e poi nella notte faceva strangolare e gittar nelle fosse, o sospendere alle forche... In tre luo­ghi diversi erano state rizzate le forche; e la giustizia non presiedeva sempre alle sentenze di morte.
Messina si perdeva in un'orgia di vendette e di sangue.
 
Luigi Natoli - I cavalieri della Stella
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giovedì 2 giugno 2016

Luigi Natoli: Mastro Bertuchello e la virtù delle donne.


Il pudore non è sempre una virtù angelica; – diceva mastro Bertuchello, quando ricordava i casi del conte; – qualche volta, anzi il più delle volte è un suggerimento del diavolo, per perdere gli uomini: perché l’uomo è la bestia più singolarmente caparbia in amore; e più si vede negato di cogliere il frutto, più si ostina a volerlo cogliere, a costo di commettere le più grosse corbellerie. Il conte perdette il giudizio. Diede qualche colpo di spada per sbarazzarsi di qualche competitore: e una notte entrò violentemente dalla finestra nella camera della fanciulla, e non ne uscì che all’alba. Voi crederete che soddisfatta la voglia e il puntiglio di messer Francesco fosse votato alla ricerca di qualche altro fiore? Nossignori! Quella fanciulla che pareva timida e vergognosa, doveva possedere qualche incantesimo; e avvenne la cosa più illogica per le abitudini del conte, quella cioè di rimaner fedele a madonna Margherita, fino al punto di toglierla con sé, in una sua casa, e convivere con lei, come fossero stati marito e moglie. Questo avvenne intorno al 1312. Io non ero ancora nato; e questi fatti mi vennero raccontati dai più vecchi.
Luigi Natoli - Latini e Catalani vol.I - Mastro Bertuchello.
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Luigi Natoli e il tricolore italiano.

 
 
Segno tangibile del patto, espressione visibile della concorde volontà nazionale, simbolo vivente dell'unità della stirpe, il tricolore sventolò nella reggia, sulle barricate, sui campi di battaglia; accese negli animi le fiamme degli entusiasmi; fortificò i voleri nella virtù del sacrificio; sorrise agli occhi dei moribondi; coperse le bare dei caduti; sfolgorò al sole nella gloria dei trionfi.
Cari e santi colori! Quando la prima volta apparvero composti in vessillo, non furon dono di principi: che non erano i colori e le insegne araldiche di una dinastia: ma furon eletti da popolo libero a consacrazione e simbolo di unione. Non fu bandiera di Reggio e di Bologna, non di Modena e di Ferrara; ma di quel primo nucleo, che sopra le rovesciate autonome comunali, già cagion d'odi insani, precorreva nella unità della repubblica Cisalpina, l'unità della patria.
Luigi Natoli
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