lunedì 31 marzo 2025

Luigi Natoli: Cadeva in quell'anno 1282 il martedì ai 31 di marzo... Tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo

Era costumanza allora in Palermo il martedì dopo Pasqua andare a mezzo miglio della città, nella pianura detta di Santo Spirito da una Chiesa e un cenobio, e lì alzar tende, improvvisar taverne, e lietamente banchettare e ballare e cantare. Cadeva in quell’anno 1282, il martedì ai 31 di marzo, e la folla era grande, chè fra tante tristezze cercava illudersi in un giorno di svago. Quasi per mantenere l’ordine, un gran numero di sergenti e soldati francesi, v’erano stati mandati da Giovanni di Saint-Remy, che governava Palermo, dimorando il vicerè o Vicario di Carlo, Erberto d’Orleans, in Messina. Giovanni di Saint-Remy aveva rigorosamente vietato ai cittadini di portare armi, come era usanza; di che, abusando uno dei sergenti, di nome Droetto, veduta una bella giovane che andava con lo sposo nella Chiesa, corse a frugarla disonestamente, col pretesto di vedere se nascondesse armi. La giovane all’atto inverecondo svenne, e allora un giovane palermitano, infiammato di sdegno, strappato al Francese il pugnale dal fianco, glielo immerse nel petto gridando: Muoiano i Francesi! Fu il segno di una sollevazione improvvisa e tremenda. Con sassi, coi bastoni, con le stesse armi strappate ai Francesi, il popolo furente ne uccise quanti ve ne erano. Sonavano in quel momento le campane a vespro, e quell’ora servì più tardi a designare la grande rivoluzione di popolo; e il Vespro Siciliano passò alla storia come esempio dell’ira popolare contro lo straniero. I sollevati corsero tumultuando in città al grido di morte, e la sollevarono; la stessa notte proclamarono il Comune, eleggendo capi Ruggero Mastrangelo, Nicolò Ebdemonia, Arrigo Baverio e Nicoloso Ortoleva, e innalzando il vecchio vessillo, l’aquila d’oro in campo rosso. Indi cominciò caccia spietata allo straniero odiato, nelle case, nei sotterranei perfino nelle chiese; non perdonando a vecchi e a fanciulli, nè alle stesse donne siciliane spose o amanti di Francesi. Non uno restò vivo! Strage orrenda, che l’eccidio di Agosta e diciassette anni di martirio avevano provocato. Giovanni di Saint-Remy tentò di tener testa con un pugno di animosi, ma ferito in volto, cercò scampo nella fuga. Sperò rifugio sicuro al castello di Vicari, ma vi fu assalito da una squadra di Palermo e da quei di Caccamo, e ucciso.
All’annunzio della sollevazione di Palermo, le terre vicine insorsero; prima Corleone, che mandò ambasciatori a Palermo a stringervi patto federale, poi le altre città; s’unirono i baroni siciliani; si spedirono corrieri in Messina, che, dapprima ostile a Palermo, contro cui aveva inviato sette galere, seguiva poi il generale moto, e respingendo le esortazioni di partigiani di Carlo, scacciato Erberto, aveva fatta strage dei Francesi.
A Palermo, intanto, convenivano i sindaci di Val di Mazara, primo nucleo del nuovo Parlamento e giuravano morte anzi che tornar sotto i Francesi, e si ponevano sotto il patrocinio della Chiesa, sperando averla amica. Sul finir d’aprile non v’era più traccia di dominio francese in Sicilia. Carlo d’Angiò, saputa la rivolta di Palermo, montato in furore, ordinò a Erberto domarla e minacciava di andar lui stesso a distruggere i ribelli: ma la rivolta di Messina colmò la misura. Sollecitò aiuti in Francia; il Papa lo aiutava, inibendo alla cristianità di favorire i ribelli e ammoniva i Palermitani che ritornassero sotto Carlo, se non volevano incorrere nei castighi del cielo e della terra. I Palermitani, risposero con una lettera veemente, rivelando le torture patite e richiamando i Cardinali e il Papa al loro ufficio; e, pur esagerando per amore di bello stile, affermavano, con vivo sentimento, la latinità di loro stirpe di fronte alla barbarie dei Francesi. Il Papa mandò Gherardo, cardinale di Parma, suo legato, con promesse o blandizie; e, forse, consigliava Carlo a moderare le gravezze del fisco. Intanto questi radunava un grosso esercito, oltre che di milizie feudali, di Francesi vassalli e assoldati, di Guelfi di Lombardia e Toscana: vi aggiungeva Saraceni di Lucera e navi di Genovesi e Veneziani, e i mezzi apparecchiati per l’impresa d’Oriente. Non son d’accordo gli storici sul numero dei fanti e dei cavalli, ma doveva esser tale da sgomentar tutt’altri, che un popolo disposto a difendere fino alla morte l’acquistata libertà. Con questo esercito e col legato del Papa armato di scomuniche, Carlo moveva sopra Messina.


Luigi Natoli: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo. L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato dalla casa editrice Ciuni nel 1935.
Pagine 509 - Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Il volume è disponibile: 
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere o poste in tutta Italia, consegna gratuita a Palermo)
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In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), La Nuova Ipsa (Via dei Leoni 79), Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)

Luigi Natoli: Piazza Croce dei Vespri. Tratto da: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891.



Piazza Croce dei Vespri, (P. E5) che deve il suo nome a una leggenda. Vi è nel mezzo, una graziosa colonna sormontata da croce, e custodita da un cancello di ferro che si finge di armi antiche intrecciate.
Dalla piazza, per un vicolo tra il Palazzo Valguarnera e il palazzo Ganci, si giunge nella piazza del Teatro di S. Cecilia, fondato nel 1692 dall’Unione dei Musici, e restaurato nel 1850. Ritornando indietro e continuando a procedere, si trova a destra la breve via Aragona che mette nella Piazza della Rivoluzione…
Vuole la tradizione che ivi fossero stati seppelliti alquanti francesi caduti nell’eccidio del 31 marzo 1282. Si volle anche che il fabbricato ove era il convento di S. Anna, e oggi è il Liceo Umberto I, sia stato il palazzo di Giovanni di Saint-Remy, giustiziere di Val di Mazara, ed una lapide vi fu posta. Ma la verità è che in quel sito esisteva un’antica chiesa della Misericordia, e che nell’area ceduta i Bonet alzarono il loro palazzo, che fu poi ceduto ai frati del terz’ordine di S. Francesco. Le vestigia antiche appartengono dunque al palazzo dei Bonet, sorto nel secolo XV, e la leggenda del combattimento è a rilegarsi fra le favole.


Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891. Nella versione originale pubblicata in occasione della Esposizione Nazionale del 1891 dall'editore Carlo Clausen. Arricchita dalle foto delle pubblicità dell'epoca e dalla cartina della città di Palermo nel 1891 (ripiegata a fine testo). 
Prezzo di copertina € 19,00
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
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Luigi Natoli: A Palermo! a Palermo!... Morte ai Francesi!... Tratto da: Il Vespro siciliano (romanzo storico).

S’appressava attraverso il prato, fra un codazzo di curiosi, un piccolo corteo nuziale. Venivan verso la chiesa, inconsapevoli di quell’incontro con Droetto de Genlis. Le grida dei soldati, che s’eran messi a frugare qualche popolano, aveva messo un po’ in sospetto Benvenuta, che si stringeva accanto allo sposo, e messer Ruggero di Mastrangelo che s’era posto all’altro lato della figliola, affrettandola verso la chiesa.
Intanto, più in là sergenti e soldati continuavano a gridare:
- Frughiamo questi paterini! debbono avere armi!...
- Sì, frughiamo! – gridò da canto suo Droetto de Genlis; e avvicinatosi a madonna Benvenuta, con un gesto la fermò, aggiungendo: – Voi nascondete armi!...
Messer Ruggero diventò rosso dalla collera.
- Voi scherzate, messere! forse ignorate chi son io!...
Ma Droetto grugnì, e voltosi alle lance spezzate che lo spalleggiavano, gridò:
- Frugate cotesti poltroni; io mi incarico della donna.
E aggiungendo l’atto alle parole, cacciò le mani oltraggiose dentro le vesti di Benvenuta, che mandò un grido e svenne fra le braccia di messer Guglielmo.
- Ah questo è troppo! – urlò esasperato messer Ruggero, cercando divincolarsi dalle lance spezzate che lo tenevano, per gittarsi addosso a Droetto, che tentava forse un nuovo oltraggio, col volto imbestialito dalla vendetta e dalla lascivia; ma nel tempo stesso si vide il giullare, farsi largo, giungere a Droetto, trarlo indietro per la nuca, gridando:
- Tu non ci torni!...
E con rapidità fulminea, trattogli dal fianco il pugnale, glielo cacciò nella gola due volte, lo levò in alto sanguinoso, gridò:
- Muoiano!... muoiano questi francesi, perdio!...
Un urlo, simile allo scatenarsi di un uragano gli rispose; si videro lampeggiar venti, trenta lame, si udì l’urto formidabile e tremendo della vendetta.
In quel momento le campane dalla torre della chiesa di Santo Spirito sonavano a Vespro.
Sonavano a Vespro le campane, per invitare i fedeli alla preghiera, e chiamare i frati nel coro; e l’ignoto fraticello, salito su la torre indorata dal sole cadente, non sapeva che quello squillo di campana avrebbe segnato nelle pagine della storia una data terribilmente memoranda.
Dalla torre aveva mirato la pianura festante sotto il sole che declinava dietro le vette di Monte Cuccio, aveva veduto il formicolìo della gente, udito il vocìo confuso e disordinato di migliaia di voci senza capire; e aveva sonato, come sempre, l’ora della dolce e raccolta preghiera. Ma giù nel piano, quel che feriva l’aria sul colpo di pugnale che atterrava il sire Droetto, sonò come uno squillo di tromba; come un segno aspettato, come una voce di comando e di esortazione.
Il fraticello continuava a sonare, con gli occhi erranti ora pel cielo, dove vagavano nuvolette, isole d’oro in un mare di porpora.
Ma poi, crescendo il rumore, richinati gli occhi, gli occhi gli si spalancarono di stupore, un fremito gli passò pel sangue; e il suo braccio, quasi mosso da una forza ignota, continuò a sonare, a sonare, a sonare, con nuovo vigore, squilli serrati, violenti di guerra e di strage sopra il tumulto e il balenar dei ferri e il rosseggiare del sangue.
Al veder Droetto annaspar l’aria con le mani e cader rantolando, con la bocca piena di sangue, Ugo de Saint-Victor, Bertrand de Taxeville, Gastone de Brandt snudarono le spade, gridando:
-  Montjoie!... Francesi! a noi!...
I loro compagni li imitarono, gittandosi tutti per trafiggere il giullare; ma questi, buttato in aria il berrettone, e impugnato con la sinistra il liuto dal manico, per farsene uno scudo, aveva nel tempo stesso gridato:
- A me, Damiano!...
- Giordano de Albellis! – gridò il sire de Saint-Victor.
Era infatti Giordano. Al suo grido, prima che le lance spezzate si fossero gittate sopra di lui, un’onda di popolani le investì con bastoni e coltelli, gittandosi improvvisamente addosso ai soldati, atterrandoli, sgozzandoli, al grido:
- Muoiano!... muoiano!...
Quella improvvisa zuffa, quelle grida, il cozzo delle armi, si propagarono in un baleno per la pianura. A un tratto tende e barracche furono rovesciate, tutta quella folla di uomini, come sospinta da un segno d’intesa, da un ordine, si levò in piedi. Molte donne traevansi dal seno i coltelli e li porgevano agli uomini; chi non aveva coltello impugnava un bastone, toglieva le aste delle tende, fracassava i banchi delle barracche, raccattava sassi. Tra le grida qua di spavento, là di coraggio e di incitamento, la folla accorreva. E su tutte le bocche suonava il grido ferocissimo:
- Muoiano! muoiano!... 
A quell’improvviso e inaspettato insorgere di tutto un popolo, i sergenti, le lance spezzate, i soldati di Francia parvero sgomenti; ma fu un lampo. L’onta, la vergogna, l’ira, la superbia rissosa, il vantaggio delle armi, li spronarono a un contrattacco. Esperti nelle armi, poichè erano inferiori di numero, cercarono di raggrupparsi, di formare un forte nucleo, per gittarsi sopra la folla, che la presenza e lo spavento delle donne e dei fanciulli imbarazzava un poco.
Messer Ruggero, uscendo in quel punto dalla chiesa, con uno sguardo capì il gran momento; e raccolte le armi di un cavaliere francese caduto, alzando la spada gridò:
- Popolo! alla riscossa! muoiano tutti i francesi!... 
Era per tutta la pianura una mischia spaventevole e crudele. Diciassette anni di servaggio, di crudeltà subite, di violenze, d’infamia sofferte, diciassette anni di vergogne e di torture pareva avessero adunato tutte le loro collere in ogni braccio; la vendetta imprigionata da diciassette anni in ogni cuore, pareva balestrare nei muscoli, dilagare nel sangue, diventar volontà nelle mani; tramutarsi in lama, in legno, in sasso, in denti, in urlo!...
- Muoiano! muoiano!...
E morivano. Viluppi e aggrovigliamenti mostruosi di corpi che si piegavano, si rizzavano, si contorcevano, di braccia che si cercavano, si afferravano, contendevano, vibravano; balenìo di armi, sulle quali il sole cadente folgorava fiamme; cozzo di acciai; un volar di sassi, un agitar di bastoni, una confusione, un urlìo; ira, dolore, gemiti, bestemmie, trionfi!... Un uomo cadeva trafitto da dieci, venti colpi; un’onda vivente e violenta gli passava oltre, atterrava un altr’uomo; e passava ancora, terribile, inarrestabile, come un fiume in piena; travolgendo, trascinando.
E la campana sonava ancora, incessante, implacabile. Sonava, sonava; il braccio del fraticello pervaso dall’impeto di quella tempesta di sangue, era diventato il braccio del popolo furente; la sua volontà era diventata suono; il suono gridava sopra il tumulto, sopra il cozzar dei ferri, sopra gli urli; gridava: - Muoia! Muoia!...
Damiano con un largo coltello da beccaio in pugno, sangue la lama, sangue le mani, sangue le vesti, feroce, trasfigurato, alla testa di tutti; e accanto e dietro gli «albergarioti» simili a un’onda di tigri, armati di tutte le collere; e fra loro anche donne, che la vista del sangue, l’urlìo, il contagio della battaglia, cancellata ogni timidezza, trasfigurava in lionesse, tramutava in vendicatrici di tutte le donne violate, uccise, dilaniate da diciassette anni. Anch’esse, coi capelli al vento, le vesti lacere, le braccia irrigidite dalla tensione nervosa, gli occhi fiammeggianti accorrevano alla vendetta e alla strage; avventavansi con le unghia sui nemici; affondavano le dita nelle gole dei fuggiaschi...
Intorno la pianura era sparsa di morti; paesani e stranieri; il sole scendeva dietro i monti tra nubi color di sangue. La luce crepuscolare arrossava gli alberi, i muri della chiesa, la pianura; e tutto pareva tingersi di sangue. La campana sonava, sonava ancora!...
Per la pianura correvan frotte di popolani, di qua e di là, inseguendo qualche francese che cercava scampo nella fuga: e lo raggiungevano, e quello cadeva. Non uno giunse a fuggire; quei duecento un’ora innanzi superbi e prepotenti nelle loro belle vesti, nelle loro armature, fidenti nella loro potenza, sicuri della sommissione di un popolo inerme, fiduciosi della tollerante viltà che per diciassette anni aveva piegato il collo, giacevano ora per la pianura, a gruppi, ammonticchiati, sparsi, immersi nel loro sangue, con gli occhi sbarrati o chiusi, il volto spaventato o ancor iracondo. Giacevano pesti, disarmati, fra le tende sbrandellate e sanguinose, le barracche distrutte, le mense scompigliate, i vasi rotti, le otri del vino aperte. Qua e là pezzi di legno caduti sulle braci ancora accese, bruciando levavan lingue di fiamme e nubi di fumo.
Ansanti, frementi, anelanti ancora, quelle torme si adunavano, si raggruppavano, senza un disegno, ma agitate da un pensiero confuso; quando messer Ruggero di Mastrangelo gridò con voce tonante:
- A Palermo! a Palermo!...
E allora da mille duemila bocche si levò formidabile, come scoppio di mille tuoni, tra l’agitarsi di mani convulse, il grido:
- A Palermo! a Palermo!... Morte ai Francesi!...


Luigi Natoli: Il Vespro siciliano. Romanzo storico ambientato nella Palermo del 1282, al tempo della dominazione angioina  e della più famosa rivoluzione siciliana.
Pagine 945 - Prezzo di copertina euro 25,00
L'opera è ricostruita dall'edizione originale (1915), e totalmente restaurata a partire dal titolo. 
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Consegna a mezzo corriere in tutta Italia, consegna gratuita a Palermo). Ordina alla mail ibuonicugini@libero.it o al whatsapp 3894697296.
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Luigi Natoli: Quel 31 marzo del 1282... Tratto da: Il Vespro siciliano. Romanzo storico

La Pasqua di quell’anno veniva triste e sconsolata: un nuovo bando del giustiziere aveva minacciato più fiere punizioni per coloro che portassero armi e promesso premi a coloro che ne scoprissero celate nelle vesti o nelle case dei cittadini. Ciò era stato fomite di nuove e più violente vessazioni. Si incontravano qua e là grossi drappelli di soldati e di guardie, che entravano nelle case dei cittadini, buttando all’aria masserizie e arredi; bastonando o trascinando in carcere chi osasse alzare la parola; compiendo nefandezze, tra osceni sghignazzamenti.
Tra questi dolori, le solennità della settimana Santa erano trascorse; e il popolo aveva nelle chiese e nei riti cercato un conforto e un oblìo.
Le feste di Pasqua duravano qualche giorno dopo la domenica; in quei giorni il popolo se ne andava nelle prossime campagne, dove fossero santuari; ed ivi sull’erba, per commemorare la pasqua biblica, si mangiavano ova sode, lattughe e agnello arrostito: ma di solito a queste che erano le pietanze di rito, altre se ne aggiungevano, e dolciumi di origine araba, come la cassata e la cubaita e manicaretti, largamente inaffiati dal vino. Nel tripudio, che l’ebbrezza del vino metteva nei cuori, si intrecciavan sui prati balli e canti, al suono dei tamburi e delle guideme o dei liuti: e per due, tre ore, il popolo obbliava e pareva felice.
Il martedì dopo Pasqua i cittadini solevano recarsi nel prato di S. Spirito, così detto per un monastero di cisterciensi, del quale non avanza ora che soltanto la chiesa.
Dalla porta di S. Agata dell’Albergaria il monastero non era più lontano di mezzo miglio; vi si andava per un sentiero che attraversava orti e vigne. Oltre il prato si apriva, e ancor s’apre, un largo burrone, in fondo al quale scorre l’Oreto. Da circa un secolo e mezzo quel prato fu convertito in cimitero, e gli alti e neri cipressi ombreggiano croci e lapidi, là dov’eran erbe verdi e fiorite, e pascolavan le caprette sotto l’occhio vigilante di un pastorello semi-selvaggio.
Approfittavano di quell’occasione gli sposi, che dovevan celebrar le nozze, per unire la loro gioia all’allegria generale, parendo loro un buon augurio, e come un bel saluto, la giocondità del popolo; e uno sfondo vivace e pieno di allegria, quel quadro vario di colori e di forme, risonante di canzoni e di musiche.
Messer Ruggero di Mastrangelo non avendo potuto celebrare con pompa la seconda funzione di matrimonio, aveva voluto che almeno in quella occasione Benvenuta e messer Guglielmo Santafiora si recassero nel pomeriggio del martedì alla chiesa di S. Spirito, per partecipare alla festa comune.
Quel martedì, 31 marzo, la giornata era così bella e serena, e splendeva un sole così tepido e l’aria era così olezzante di mille profumi, che pareva invitasse anche i più poveri, i più tristi, i  più angustiati a lasciar l’ombra e la tetraggine della città, per correre ai campi; per sentire almeno la libertà del sole e dell’aria, bere la giocondità della natura festante di fiori e di trilli.
E dalle tre porte meridionali della città: la porta Mazzara, la porta di S. Agata e la porta delle Terme (diventata poi di Termini) poco dopo il mezzodì uscivano tre fiumane di popolo, a gruppi, a comitive, di ogni ceto e condizione. Le donne vestite a festa, con gonne dai colori vivaci, quali tutte d’una tinta, quali variate; le popolane della Kalsa e del quartiere di Denisin, ancora attaccate al vecchio costume musulmano avevano il capo avvolto in un velo bianco, che lasciava scoperti gli occhi e il naso, e dava ai volti una espressione di misteriosa bellezza, agli occhi un fulgore umido e voluttuoso. Le altre, specialmente della borghesia o della nobiltà, portavano il viso scoperto, e la glimpa su le spalle, più o meno ricca di nappe e fiocchi di seta e d’oro.
Di quando in quando la folla si sbandava di qua e di là, sotto le siepi o i muriccioli dei poderi, per lasciar passare i sergenti del giustiziere, o qualche signore francese. Essi prendevan per sè quasi tutta la larghezza del sentiero, ributtando prepotentemente con ingiurie, spintoni, colpi del fodero della spada o di bastone, i popolani e i signori, per aver libero il passo; gittando qualche parola audace alle donne che apparivano loro più belle e desiderabili.
Gli uomini stringevano i denti, seguivano con sguardo lampeggiante d’odio quei prepotenti e tacevano. La giornata era bella, e volevan godersela.
Il piano di Santo Spirito s’andava empiendo di popolo. Qua e là si piantavan tende per difendersi dai raggi del sole e sotto le tende, nell’erba fresca e molle, si sedevano intere famiglie. Traevano da ceste e da bisacce le provviste; accendevano fuochi in focolari improvvisati con sassi, e vi ponevano a cuocere le vivande. Dalle fiamme si levavano sottili spirali di fumo, che s’allargavano in alto e si disperdevano, portando dovunque l’odor dell’arrosto, e qualche volta un misto di bruciaticcio. Qua e là si improvvisavano barracche dove si vendevano dolciumi; piccole paste in forma d’agnello o d’altro, nelle quali era, come incastonato, un uovo sodo; o biscotti di farina e miele. Altre barracche odoravano di vino. Dalle anfore di terracotta smaltata, dalle bocce di vetro che avevano nome garaffe, il vino usciva nelle tazze, nelle coppe, nei boccali di terracotta, gorgogliando, spumeggiando, sfolgorando riflessi di fiamma, promettendo l’oblìo e l’ebbrezza.
Sorgeva in mezzo, dominatrice, la chiesa con le sue ogive bicrome, intrecciate fra loro, lungo i fianchi e sulle absidi, tra le quali si aprivano le finestrelle archiacute; e lanciava la torre del campanile, quadrata, ornata di qualche colonnina impegnata agli spigoli; sotto la quale si apriva il piccolo portico, sorretto da pilastri.
ntorno si stendeva la corona dei monti, quali percorsi dal sole, quali velati dall’ombra, un’ombra azzurrina e vaporosa; monte Cuccio innalzava il suo vertice velato dai raggi, e più in giù a tramontana, erto sul mare, torreggiava il Pellegrino.
In mezzo alla vasta conca, tra il verde dei giardini si vedevan bene le mura e le torri della città, e la mole grigia e severa del palazzo reale, con le sue alte e formidabili torri; e le chiome dei palmizi, che talvolta sorpassavano l’altezza delle mura...


Luigi Natoli: Il Vespro siciliano. Romanzo storico ambientato nella Palermo del 1282, al tempo della dominazione angioina  e della più famosa rivoluzione siciliana.
Pagine 945 - Prezzo di copertina euro 25,00
L'opera è ricostruita dall'edizione originale (1915), e totalmente restaurata a partire dal titolo. 
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
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Luigi Natoli: Il 31 di marzo cade l'anniversario del Vespro Siciliano. Tratto da: Almanacco del fanciullo siciliano.

 I.

Il 31 di marzo cade l’anniversario di un avvenimento che, sebbene siano trascorse tante centinaia d’anni, è rimasto vivo nella storia e nei ricordi del popolo.
È quello che vien detto il Vespro Siciliano. Ed ecco perché si chiama così.
La Sicilia era caduta in potere del re Carlo d’Angiò, un Francese, il quale vi teneva suoi governatori e sue milizie, che opprimevano le popolazioni con ogni sorta di arbitrio; le spogliavano di tutto, e commettevano crudeltà incredibili. Vi basti dire che in Augusta, dopo aver saccheggiato e bruciato la città, fecero macello di tutti i prigionieri. Un orrore!
E più ne commettevano, più diventavano insolenti e crudeli; e le cose erano arrivate a tal punto, che non si potevano più tollerare. Molti signori erano stati costretti a fuggire e si erano ricoverati alla corte del re Pietro d’Aragona: fra essi, ce n’erano due molto valenti, Giovanni da Procida e Ruggero di Lauria, i quali cominciarono a cospirare.

II.

Per antica usanza, i Palermitani andavano ogni anno, il martedì dopo Pasqua, fuori le mura della città, in una pianura presso la Chiesa di Santo Spirito: e lì, alzate le tende, apparecchiate le mense, fra canti e suoni, passavano allegramente la giornata.
Così fecero, sebbene martoriati, anche nel 1282, in cui il martedì cadeva il 31 marzo. E godevano un po’ di sollievo, quand’ecco venire i Francesi, che cominciarono a fare i prepotenti. Frugavano questo, per vedere se avesse armi nascoste; bastonavano quello; toglievano le vivande a un altro; offendevano e ridevano. E il popolo, paziente e zitto, inghiottiva fiele. In questo mentre, una giovane e bella sposa si avviava coi parenti alla chiesa. Vederla e venire in testa a un Francese, che si chiamava Droetto, di farle ingiuria, fu tutt’uno. Le andò incontro e le pose le mani in dosso. La sposa svenne: un giovane palermitano, allora, sdegnato, strappò a Droetto la spada, e l’uccise, gridando:
- Muoiano i Francesi!...
Fu questa la scintilla che fece a un tratto divampare l’incendio: tutti i Palermitani si slanciarono sui Francesi coi bastoni, coi sassi, con le stesse armi di questi; e quanti ce n’erano, tanti ne uccisero. In quel momento le campane sonavano l’ora del vespro.
I Palermitani, gridando sempre: “Muoiano i Francesi!”, rientrarono in città, la sollevarono, e proclamarono libertà e buon governo. Tutti i Francesi furono ricercati e spenti.

III.

E allora le altre città insorsero: dovunque si fece strage dell’odiato oppressore, che per diciassette anni aveva commesso violenze e crudeltà sulla popolazione.
Si racconta, che, per riconoscere i Francesi, li obbligassero a pronunciare la parola ciciri, ceci, che quelli non sapevano dire come i Siciliani.
Alla strage, dicono che solo un Francese scampasse: Guglielmo Porcélet, barone di Calatafimi, virtuoso e umano. Egli non fu molestato, anzi fu rispettosamente accompagnato a imbarcarsi coi suoi: e questo dimostra che la virtù è onorata anche nei momenti di grandi trambusti.
Ma la Sicilia, liberatasi dai Francesi, dovette sostenere una lunga e fiera guerra; perché re Carlo voleva riprendersela e punirla: se non che Giovanni da Procida e Ruggero di Lauria d’accordo coi baroni siciliani indussero re Pietro d’Aragona a venire con un esercito: e Carlo fu sconfitto a Messina. La guerra continuò sotto i successori; ma finalmente le vittorie dei Siciliani obbligarono i nemici a riconoscere l’indipendenza della Sicilia.

Senti la Francia ca sona martoria;
no, ca la Francia ’un veni ’cchiù ’n Sicilia.
Viva Sicilia ca porta vittoria,
viva Palermu, fici mirabilia!
Sunati tutti li campani a gloria,
spinciti tutti l’armi tirribilia;
cà pri ’n eternu ristirà a memoria
ca li Francisi arristaru ’n Sicilia.


Oggi queste cose non possono più accadere; la Sicilia nostra fa parte della grande patria: l’Italia; e l’Italia è una grande nazione, e nessuno oserà mai tentare di sopraffarla, o di strapparle una sola delle sue regioni.
E non siamo più a quei tempi in cui era possibile agli stranieri di dominare in casa nostra. Oggi ogni popolo è indipendente, ed è padrone di sé: e i popoli sanno che debbono considerarsi come fratelli; e che tutti debbono cooperarsi per vivere secondo giustizia, in pace, con amore, e lavorando per l’utile di ogni nazione e di tutti gli uomini.



Luigi Natoli: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie. 
Pagine 210 - Prezzo di copertina € 18,00
L'opera è la fedele trascrizione del volume pubblicato dalle Industrie Riunite editoriali siciliane (Palermo) nel 1925 ed è corredato dalle foto originali del libro. 
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia, consegna gratuita a Palermo)
Disponibile su Amazon Prime, Ibs/Feltrinelli e tutti gli store di vendita online.
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita del Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Macaione (Via Marchese di Villabianca 102), Libreria Nike (Via Marchese Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Ipsa (Via dei Leoni 79).

lunedì 17 marzo 2025

"Com'è cambiata Palermo nel tempo?" Il video di Dario Cascio sulla "Guida di Palermo e suoi dintorni 1891" di Luigi Natoli

Grazie a Dario Cascio e al suo bellissimo video su "Guida di Palermo e suoi dintorni 1891" di Luigi Natoli, che riproduce esattamente il volume pubblicato in occasione dell'Esposizione Nazionale dall'editore C. Clausen.
Se anche voi volete fare un viaggio nella scintillante Palermo del 1891, potrete trovare il volume:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, con corriere o spedizione postale in tutta Italia)
Su Amazon Prime, Feltrinelli/Ibs e tutti gli store online.
In libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Macaione Spazio Cultura (Via M.se di Villabianca 102).



mercoledì 26 febbraio 2025

Luigi Natoli: Si fermò dinanzi alla Porta Carini, stendendo la vista oltre il crocicchio del Capo... Tratto da: Coriolano della Floresta. Seguito a I Beati Paoli


Nulla in quello stradale di circonvallazione era mutato: qua e là si aprivano i fossati, sul cui orlo correva la strada, ombreggiata ogni tanto da platani e da pioppi.
Attraverso le porte vedeva le lunghe strade, e le riconosceva: la strada di S. Zita (via Squarcialupo, ora), poi quella dietro il Coro dell’Olivella (oggi via Gagini), la via Maqueda, la via di Porta Carini.
Dinanzi alla Porta Carini si fermò alquanto, stendendo la vista oltre il crocicchio del Capo, più in giù dove essa scendeva verso S. Cosmo; e pareva che quella vista ridestasse nella sua memoria visioni e immagini fosche.
Poi riprese il cammino.
Dopo un’ora circa, giunse al Convento dei Cappuccini, piccolo, bianco, solitario, in mezzo a sentieri campestri, che si allargavano dinanzi la chiesa, in un piano circondato di alti e grossi alberi fronduti, fra’ quali, sopra uno zoccolo marmoreo, stendeva le braccia una croce di legno.
Entrò nel portico, pieno di tavolette votive, che rappresentavano miracoli operati dalla Vergine Assunta e da S. Francesco d’Assisi, e si pose a sedere un po’ sul muricciolo, aspettando qualche frate.
Ne passò uno, che veniva dalle sepolture sotterranee.
Fra Benedetto lo chiamò e lo pregò di domandare al padre guardiano un ricovero per lui, che veniva da un lungo viaggio.
Fu accolto e ospitato caritatevolmente; e all’ora del desinare ebbe la sua scodella di minestra, il suo pane, un pezzo di carne.
Passò la giornata nel Convento per riposarsi. Pregò coi frati, adempì ai doveri del culto come essi; e verso quattordici ore d’Italia, venne in città per un sua faccenda.
Egli si recò al palazzo reale, dove in alcune stanze erano in quel tempo allogati i tribunali.
Non vi riconobbe nessuno.
Uscieri, algozini, attuari, scrivani, tutta gente nuova.
Anche nella gente che aveva liti non ravvisava alcun volto noto.
Pensò con un sorriso amaro che eran passati cinquanta anni, tempo bastevole per spazzare la generazione fra la quale egli aveva trascorsa la sua giovinezza: e che egli forse era l’ultimo ramo non ancora scomparso.
Nondimeno aspettò un poco nell’anticamera, per vedere passare giudici e avvocati e procuratori, e interrogare i visi più vecchi, come per cercarvi un vestigio del passato.
Nessuno.
Si rincorò, ed entrò nelle stanze ove erano gli archivi criminali.
Al suo entrare, uno scrivano, che stava in piedi dinanzi a un grosso volume facendo delle annotazioni, si voltò, e visto quel frate, dall’aspetto venerando, posò la penna e gli domandò che cosa desiderasse.
- Ecco, – disse fra Benedetto, – ho ricevuto una confessione, che mi obbliga a fare qualche ricerca. Si tratta di un processo, che si svolse molti anni fa; voi, forse, eravate ancora un ragazzo... Rimonta al 1723...
- Caspita! sicuramente che ero un ragazzo!... Che processo?
- Contro un certo don Girolamo Ammirata...
- Ah! il processo dei Beati Paoli?...
Gli occhi del romito ebbero un lampo.
- Non so se sia il processo dei Beati Paoli... Io dico di quello intentato contro don Girolamo Ammirata...
- È tutt’uno. Don Girolamo era il capo di quella setta... Noi chiamiamo il suo processo con quel nome. È uno dei processi rimasti celebri... E la memoria ne è sempre viva, anche perché si dice che i Beati Paoli ci siano ancora...
- Lo credete? – domandò il romito con un visibile trasalir della persona.
- Io non credo niente, non so niente; dico quel che si dice; la verità vera è che nessuno sa dove siano questi Beati Paoli... Ma dunque vossignoria desidera vedere quel processo?
- Se non vi disturba. Vorrei darvi una lettura. Mi metterò in un angolo, senza darvi alcuna soggezione.
- Ma si figuri... Adesso la servirò. Segga lì, in quel tavolino; non verrà a disturbarla nessuno...
Lo scrivano, con la penna d’oca infilata sull’orecchio, trascinò una seggiola dinanzi un armadio spalancato, e montatovi su, cominciò a leggere sul dorso di alcuni grossi volumi legati in pergamena floscia.
- Ecco, – disse, togliendo il volume su cui era scritto l’anno 1723.
E posatolo sul tavolino, con una mano esperta lo spogliò sino a trovare il foglio.
- Ecco, – ripeté, ponendo il registro sotto gli occhi del romito, e indicando col dito, il titolo scritto in alto sopra il foglio.
Il frate non poté padroneggiare un gesto di commozione, nel guardare lo scritto.
Era in latino e diceva che quello era il processo contro don Girolamo Ammirata e complici occulti, rei dell’uccisione di don Antonino Bucolaro.
Il frate cominciò a leggere...




Luigi Natoli: Coriolano della Floresta. Romanzo storico siciliano seguito a I Beati Paoli. 
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1914
Pagine 1387 (due volumi) - Prezzo di copertina € 30,00
Copertine di Niccolò Pizzorno

Il volume è disponibile:
dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo)
https://www.ibuonicuginieditori.it/shop-online?ecmAdv=true&page=1&search=coriolano
Su Amazon Prime e tutti gli store online.
In libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), La Nuova Ipsa (Via dei Leoni 79), Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102). 

martedì 25 febbraio 2025

Luigi Natoli: L'accademia della Stella. Tratto da: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina. Romanzo storico siciliano.

L'accademia della Stella di cui egli faceva parte, e aspirava ad esser capo, o, come si chiamava, Principe, era una compagnia o congregazione o scuola, o tutto questo insieme, di cento cavalieri, di nobiltà antica e indiscutibile, che face­van professioni d'armi allo scopo di for­nire eccellenti militi nella perpetua guer­ra contro i barbareschi: una specie di or­dine militare – in origine – non dissi­mile nello scopo fondamentale da quello dei cavalieri di S. Giovanni e di S. Stefa­no; ma senza alcun carattere monastico o voto minore; uguale alla Congregazio­ne d'arme, che s'era istituita in Palermo nel secolo XVI. 
Posta sotto la protezione dei Re Ma­gi, aveva assunto come insegna la Stella miracolosa apparsa ai tre re d'Oriente, in­castrandola nella Croce di Malta: d'onde il nome di Accademia della Stella. 
Col volger del tempo, pareva aver di­menticato il suo scopo originario; e non mandava più i suoi cavalieri a dar la cac­cia alle navi mussulmane; ma continuava con uno sfarzo, con una magnificenza tutta spagnola, a dar mostra di sè nella bravura de’ suoi cavalieri nelle grandi occasioni religiose o civili. L'insediamento del nuovo Senato, l'apertura della fiera, la festa dell'Assun­ta, l'arrivo o la partenza del vicerè, la pre­sa di possesso di un nuovo arcivescovo, le feste per la nascita di qualche principe reale, o di qualche matrimonio regio, o dell'incoronazione del re, e in generale tutti i grandi avvenimenti celebrati con pompa ufficiale, erano altrettante occa­sioni, perché i cavalieri della Stella faces­sero la loro sontuosa cavalcata, o cele­brassero una giostra, vaghissima per no­vità di giuochi, d'imprese, di divise, di colpi. 
Non era facile far parte dell'Accade­mia. Oltre che si doveva essere nobili da almeno duecent’anni, il numero dei cavalieri era limitato a cento, e non vi si entrava che per elezione a bossolo, e dopo una serie di informazioni e di formalità per assicurarsi della degnità dell'aspirante: sicché far parte dell'Accademia si teneva a grande onore, e come un segno della nobiltà e della grandezza della casa, e i padri che già ne avevan fatto par­te, sollecitavano che quell'onore si trasmettesse nei figli, stabilendo una specie di successione ereditaria come in una paria.



Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina – Romanzo storico siciliano ambientato a Messina durante la rivoluzione e la carestia che colpì la città dal 1672 al 1679. 
L’opera, è costruita e trascritta dal romanzo originale pubblicata a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia, nel 1908.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 947 – Prezzo di copertina € 26,00
Tutti i volumi sono disponibili al sito ibuonicuginieditori.it
È possibile ordinare alla mail ibuonicugini@libero.it, al cell. 3457416697 o inviando un messaggio whatsapp al 3894697296. Consegna a mezzo corriere in tutta Italia
Disponibili su Amazon Prime e su tutti gli store online.
In libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133 e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Nuova Ipsa (Via dei Leoni 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo), Spazio cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)
Per qualsiasi informazione: ibuonicugini@libero.it – Cell. 3457416697 – Whatsapp 3894697296

lunedì 24 febbraio 2025

Luigi Natoli: Il palazzo del duca di Melia, don Goffredo Calvello, sorgeva nelle vicinanze della chiesa degli Osservanti, conosciuta col nome di Gancia. Tratto da: Calvello il bastardo, romanzo storico siciliano.

 
Non c’era nessuna via. Bisognava rassegnarsi, e partire. Quanto tempo sarebbe rimasto? non lo sapeva; e questa ignoranza accresceva il suo dispetto, e lo sgomentava col dubbio di una lunga assenza disastrosa. Egli era ben lontano dal supporre a quale intrigo dovesse il suo allontanamento; se avesse potuto sospettarlo, avrebbe forse preso una risoluzione decisiva. Vagando fra queste incertezze, ritornò agli scopi che si era prefissi dal giorno in cui era morta Dorotea; e pensò che non aveva tempo da perdere, per mettere in esecuzione un divisamento da lui fermato nella sua mente fin dal ritorno da Termini. Prese, dunque, la spada e il cappello, e uscì. Venti minuti dopo si presentava al palazzo del duca di Melia, don Goffredo Calvello, che sorgeva nelle vicinanze della chiesa degli Osservanti, conosciuta col nome di Gancia.
Il duca era un bell’uomo che s’avvicinava ai sessanta, ma ancor vegeto e robusto. Era tutto bianco, con gli occhi nerissimi velati di una cotal mestizia, come presaghi del vicino tramonto. Il suo aspetto rivelava l’erede di un’antica stirpe, nella quale il sentimento della grandezza aveva impresso le sue stimmate, senza degenerare in superbia o in vanità. Ciò che rendeva singolare la figura del duca erano le mani, piccole, bianche, lievemente carnose, sulle quali pareva che gli anni non avessero osato di avanzarsi; mani giovanili, che egli curava con raffinata passione, unica vanità che gli era rimasta fra quelle che gli ornarono una giovinezza lieta di avventure galanti.
Stava in quel momento nell’amministrazione col “razionale” esaminando alcune carte di famiglia. Giusto in quei giorni aveva avuto qualche dispiacere per cagione del figlio, Antonino, che, adirato contro il giudice della Gran Corte Civile, don Pietro Ferruccia, che sapeva contrario in una lite, aveva preso per il collo il povero magistrato, minacciando d’accopparlo; donde persecuzioni, spese, un casaldiavolo! Ora ricercava nel suo archivio alcuni documenti per quella stessa lite, quando gli venne annunziato Corrado. Se ne infastidì. 
- Eccellenza, dice che deve parlare con Vostra Eccellenza perché deve partire...
- Come si chiama?
- Don Corrado Maurici...
- Ed è un militare?
- Eccellenza, sì. 
Uscì, un istante dopo, in un salotto, e fece introdurre Corrado, guardandolo con curiosità e trovando il giovane abbastanza simpatico, sebbene un po’ femineo per un militare. 
Corrado era commosso: era andato al palazzo del duca con torbidi propositi; ma al conspetto di quell’uomo, che egli sapea suo padre, una commozione profonda e indefinibile si impossessò di lui, e rimase diritto in mezzo alla sala, col cuore palpitante, contemplando quella nobile figura di vecchio, inconsapevole di trovarsi dinanzi al dramma soave e triste della sua giovinezza...


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine settecento, al tempo della rivoluzione francese e della Loggia di Francesco Paolo Di Blasi. 
Pagine 880 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Il volume è disponibile:
dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna in tutta Italia, consegna gratuita a Palermo)
https://www.ibuonicuginieditori.it/shop-online?ecmAdv=true&page=1&search=calvello
Disponibile su Amazon Prime, Feltrinelli/Ibs e tutti gli store online. 
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), La Nuova Ipsa (Via dei Leoni 79), Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102)