Era costumanza allora in Palermo il martedì dopo Pasqua andare a mezzo miglio della città, nella pianura detta di Santo Spirito da una Chiesa e un cenobio, e lì alzar tende, improvvisar taverne, e lietamente banchettare e ballare e cantare. Cadeva in quell’anno 1282, il martedì ai 31 di marzo, e la folla era grande, chè fra tante tristezze cercava illudersi in un giorno di svago. Quasi per mantenere l’ordine, un gran numero di sergenti e soldati francesi, v’erano stati mandati da Giovanni di Saint-Remy, che governava Palermo, dimorando il vicerè o Vicario di Carlo, Erberto d’Orleans, in Messina. Giovanni di Saint-Remy aveva rigorosamente vietato ai cittadini di portare armi, come era usanza; di che, abusando uno dei sergenti, di nome Droetto, veduta una bella giovane che andava con lo sposo nella Chiesa, corse a frugarla disonestamente, col pretesto di vedere se nascondesse armi. La giovane all’atto inverecondo svenne, e allora un giovane palermitano, infiammato di sdegno, strappato al Francese il pugnale dal fianco, glielo immerse nel petto gridando: Muoiano i Francesi! Fu il segno di una sollevazione improvvisa e tremenda. Con sassi, coi bastoni, con le stesse armi strappate ai Francesi, il popolo furente ne uccise quanti ve ne erano. Sonavano in quel momento le campane a vespro, e quell’ora servì più tardi a designare la grande rivoluzione di popolo; e il Vespro Siciliano passò alla storia come esempio dell’ira popolare contro lo straniero. I sollevati corsero tumultuando in città al grido di morte, e la sollevarono; la stessa notte proclamarono il Comune, eleggendo capi Ruggero Mastrangelo, Nicolò Ebdemonia, Arrigo Baverio e Nicoloso Ortoleva, e innalzando il vecchio vessillo, l’aquila d’oro in campo rosso. Indi cominciò caccia spietata allo straniero odiato, nelle case, nei sotterranei perfino nelle chiese; non perdonando a vecchi e a fanciulli, nè alle stesse donne siciliane spose o amanti di Francesi. Non uno restò vivo! Strage orrenda, che l’eccidio di Agosta e diciassette anni di martirio avevano provocato. Giovanni di Saint-Remy tentò di tener testa con un pugno di animosi, ma ferito in volto, cercò scampo nella fuga. Sperò rifugio sicuro al castello di Vicari, ma vi fu assalito da una squadra di Palermo e da quei di Caccamo, e ucciso.
All’annunzio della sollevazione di Palermo, le terre vicine insorsero; prima Corleone, che mandò ambasciatori a Palermo a stringervi patto federale, poi le altre città; s’unirono i baroni siciliani; si spedirono corrieri in Messina, che, dapprima ostile a Palermo, contro cui aveva inviato sette galere, seguiva poi il generale moto, e respingendo le esortazioni di partigiani di Carlo, scacciato Erberto, aveva fatta strage dei Francesi.
A Palermo, intanto, convenivano i sindaci di Val di Mazara, primo nucleo del nuovo Parlamento e giuravano morte anzi che tornar sotto i Francesi, e si ponevano sotto il patrocinio della Chiesa, sperando averla amica. Sul finir d’aprile non v’era più traccia di dominio francese in Sicilia. Carlo d’Angiò, saputa la rivolta di Palermo, montato in furore, ordinò a Erberto domarla e minacciava di andar lui stesso a distruggere i ribelli: ma la rivolta di Messina colmò la misura. Sollecitò aiuti in Francia; il Papa lo aiutava, inibendo alla cristianità di favorire i ribelli e ammoniva i Palermitani che ritornassero sotto Carlo, se non volevano incorrere nei castighi del cielo e della terra. I Palermitani, risposero con una lettera veemente, rivelando le torture patite e richiamando i Cardinali e il Papa al loro ufficio; e, pur esagerando per amore di bello stile, affermavano, con vivo sentimento, la latinità di loro stirpe di fronte alla barbarie dei Francesi. Il Papa mandò Gherardo, cardinale di Parma, suo legato, con promesse o blandizie; e, forse, consigliava Carlo a moderare le gravezze del fisco. Intanto questi radunava un grosso esercito, oltre che di milizie feudali, di Francesi vassalli e assoldati, di Guelfi di Lombardia e Toscana: vi aggiungeva Saraceni di Lucera e navi di Genovesi e Veneziani, e i mezzi apparecchiati per l’impresa d’Oriente. Non son d’accordo gli storici sul numero dei fanti e dei cavalli, ma doveva esser tale da sgomentar tutt’altri, che un popolo disposto a difendere fino alla morte l’acquistata libertà. Con questo esercito e col legato del Papa armato di scomuniche, Carlo moveva sopra Messina.
All’annunzio della sollevazione di Palermo, le terre vicine insorsero; prima Corleone, che mandò ambasciatori a Palermo a stringervi patto federale, poi le altre città; s’unirono i baroni siciliani; si spedirono corrieri in Messina, che, dapprima ostile a Palermo, contro cui aveva inviato sette galere, seguiva poi il generale moto, e respingendo le esortazioni di partigiani di Carlo, scacciato Erberto, aveva fatta strage dei Francesi.
A Palermo, intanto, convenivano i sindaci di Val di Mazara, primo nucleo del nuovo Parlamento e giuravano morte anzi che tornar sotto i Francesi, e si ponevano sotto il patrocinio della Chiesa, sperando averla amica. Sul finir d’aprile non v’era più traccia di dominio francese in Sicilia. Carlo d’Angiò, saputa la rivolta di Palermo, montato in furore, ordinò a Erberto domarla e minacciava di andar lui stesso a distruggere i ribelli: ma la rivolta di Messina colmò la misura. Sollecitò aiuti in Francia; il Papa lo aiutava, inibendo alla cristianità di favorire i ribelli e ammoniva i Palermitani che ritornassero sotto Carlo, se non volevano incorrere nei castighi del cielo e della terra. I Palermitani, risposero con una lettera veemente, rivelando le torture patite e richiamando i Cardinali e il Papa al loro ufficio; e, pur esagerando per amore di bello stile, affermavano, con vivo sentimento, la latinità di loro stirpe di fronte alla barbarie dei Francesi. Il Papa mandò Gherardo, cardinale di Parma, suo legato, con promesse o blandizie; e, forse, consigliava Carlo a moderare le gravezze del fisco. Intanto questi radunava un grosso esercito, oltre che di milizie feudali, di Francesi vassalli e assoldati, di Guelfi di Lombardia e Toscana: vi aggiungeva Saraceni di Lucera e navi di Genovesi e Veneziani, e i mezzi apparecchiati per l’impresa d’Oriente. Non son d’accordo gli storici sul numero dei fanti e dei cavalli, ma doveva esser tale da sgomentar tutt’altri, che un popolo disposto a difendere fino alla morte l’acquistata libertà. Con questo esercito e col legato del Papa armato di scomuniche, Carlo moveva sopra Messina.
Luigi Natoli: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo. L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato dalla casa editrice Ciuni nel 1935.
Pagine 509 - Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
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