martedì 15 maggio 2018

Luigi Natoli: Cicca Musco e la "fattura di legatura" - Tratto da: I cavalieri della Stella o La caduta di Messina


Aprì una cassa, e ne cavò alcune ma­tassine di seta e della canapa: contò ven­ticinque agate di seta, e datele alla signo­ra Clara Stella, con la canapa, le disse:
- Fila tutto quanto insieme, e dici così: 
Chistu è cannavu di Cristo
Servi pi attacarì a chistu. 

Le diede le ultime precise istruzioni, raccomandandole di conformarvisi stret­tamente, senza di che la “ligatura” non avrebbe avuto effetto: e quando alla ma­liarda parve, entrarono e andarono a in­ginocchiarsi dinanzi alla balaustra del­l'altare maggiore. Un vecchio prete celebrava, e in quel momento si chinava sulla mensa dell'al­tare, per pronunciare le misteriose parole della consacrazione: la signora Clara Stella fece allora coi capelli di don Gre­gorio tre nodi sullo strano filo, sussurran­do la formula imparata:

Iu nun sugnu vinuta cca' pi ludari a Cristu;
Ma pri attaccari a chistu,
Iu l'attaccu e lu liju pi l'interu munnu
Iu criju e tegnu fidi
Grigorio ha essiri a me vuliri.

Intanto che ella con voce tremante per la commozione mormorava queste parole, la maliarda recitava l'attrazione:

Stidda una, dui, tre, quattru, cincu
tutti diavuli vi faciti
in testa di Grigori vi nni jiti
Stidda sei, setti, ottu, novi
Stidda deci, unnici, dudici, tridici
tridici diavuli vi faciti
In testa di Grigori vi nni jiti,
tanti tanti cci nni dati
mortu 'n terra lu lassati
non pri campari, non pri munii
ma pri avirilu a me vuliri.

Ripetè questa filastrocca nove volte, e la sua voce diventava a mano a mano più cupa, più lugubre, più affannosa. Tut­te e due, inginocchiate, col volto fisso al­l'altare, mentre i fedeli si curvavano, al suono del campanello, nell'adorazione del mistero che si era compiuto, sussura­vano quelle sciocche parole con la fede cieca e fanatica nella virtù soprannatura­le di esse. 
Diavulu e granni diavulu
invocava la maliarda.
Diavulu e granni diavulu
pigghia Grigori e portalu cca,
Trasiu comu 'na lupa
e s'assittau comu una accura...



Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella o La Caduta di Messina. 
Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1908. 
Pagine 954 - Prezzo di copertina € 26,00
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Nella foto: canapa di fattucchiera esposta al Museo Pitrè di Palermo. 

Luigi Natoli e la fattucchiera Cicca Musco - Tratto da: I cavalieri della Stella o La caduta di Messina


La Filanda Cicca Musco(1) era conosciuta per tutta Messina: nobili e plebei, ricchi e poveri, fanciulle innamorate e mogli tradite; mariti gelosi chiunque si sentiva agitato, tormentato da un dubbio, o desideroso di scoprire un vero, o di “fare una fattura”. Essa leggeva nell'avvenire, come in un libro; forse e senza forse l'occulto potere le derivava da qualche tremendo patto col diavolo. Ciò si sussurrava con qualche riser­va dagli spiriti più spregiudicati; ma con un profondo convincimento dalla mag­gior parte delle persone, che avevan sem­pre dei fatti da citare.
Era una donna tra i ses­santa e i settant'anni, piccola, magra, rugosa, con le guance spolpate, gli occhi ca­vernosi, i capelli canuti, radi e ispidi. Un aspetto che destava un senso di ribrezzo e di paura... 

La maliarda trasse da un sacchetto che portava al collo un foglietto di carta logora e bisunta, lo spiegò sulla tavola, e spense due becchi della lucerna. La stanza si ottenebrò; una luce rossiccia e tenue faceva appena scorgere le tre figure di quella scena fantastica; la vecchia appariva più spaventevole, e le poche ciocche illuminate sembravan più irte, e come agitate da un fremito. Ella pronunciava delle parole inintelligibili, fermando gli indici distesi su la carta; su la quale apparivano segni incomprensibili e parole strane. Vi era in alto una croce, cinta d’aureola, e di qua e di là parole Agios, Atanatos, sotto alle quali due circoli, due esagoni e due altri circoli, disposti pel lungo della croce; agli angoli superiori del foglio due triangoli pieni di parole minutissime e incomprensibili; giù sette circoli su due file, una stella esagonale formata di due triangoli equilateri, e un triangolo con gli angoli segati da archi; e dei quadrati suddivisi, pieni di lettere, di numeri, di segni misteriosi (2). 
Con aria ispirata, percorrendo con gli indici i segni e le scritture la vecchia mormorava: 
 - Iot. Sep. Orat. Nain. He.
Spirito dei tre venti
Quattro elementi
Tutti con me...

La vecchia si agitava; il suo volto rugoso si allungava e si accorciava mostruosamente; le sue narici si dilatavano, gli occhi scintillavano, e i capelli si attorcevano. Don Gregorio e Clara Stella la guardavano con un terrore superstizioso, seguendone i movimenti, sforzandosi di penetrare nel significato di quei segni, di quelle parole; aspettando quasi, a ogni istante di vedere qualche cosa maravigliosa e terribile. 
La maliarda alzò le mani, puntandole verso Clara Stella, che rabbrividì e si sentì bagnar la fronte di un sudore diaccio: con voce imperiosa e solenne esclamò: 

- Io ti comando
per la mia potenza
spirito del mondo
dal profondo, 
vieni in presenza
dimmi la verità
in nome dell’eterna Trinità... (2)

Note dell'autore: 

(1) Cicca Musco, celebre fattucchiera di Messina, ivi impiccata il 17 agosto 1671.
(2)Questi particolari son tratti da un processo di stregoneria svoltosi  in Sicilia nel secolo XVII.


Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina. Nell'unica versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1908. 
Pagine 954 - Prezzo di copertina € 26,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Luigi Natoli: Il primo duello di Fabrizio di Torralba. Tratto da: I mille e un duelli del bel Torralba


Fabrizio giunse primo, e aspettò al canto del corpo avanzato: ma qualche minuto dopo giunse il tenente di Roccasparta. Si salutarono con un freddo cenno del capo; e ritrattisi più in fondo, snudarono le armi e si misero in guardia. Allora, due che volevano sbudellarsi  non si perdevano dietro regole e formule cavalleresche: la cavalleria era in questo, nell’aver coraggio a battersi lealmente. Aver testimoni non era indispensabile, e tanto meno medici; i testimoni qualche volta si conducevano. Quando il duello aveva una certa solennità, era preceduto da un cartello di sfida, redatto secondo le formule e il cerimoniale dell’epoca: ma quando la sfida correva così, come era corsa tra Fabrizio e il tenente, non c’era bisogno di nulla. 
Il tenente era in uniforme, aveva in capo la lucerna alta col fregio dorato, ed era armato della spada d’ordinanza, larga e lunga; Fabrizio toltosi il mantello e il nicchio, era in giamberga e armato di spadino, che pareva un gingillo al paragone della spada avversaria: ma il gingillo era una vecchia lama di Toledo di eccellente tempra. 
Il cavaliere di Roccasparta si mise in guardia con aria spavalda, da uomo avvezzo a quel giuoco, stimando di mandare dopo due o tre movimenti lo spadino in aria, dare una sculacciata al temerario giovincello, e mandarlo a casa. Fabrizio era alle sue prime armi. Fin lì aveva incrociato il ferro col maestro Torchiarolo; questa era la prima volta che faceva sul serio, e il cuore gli batteva con commozione; ma s’era fitto in capo di mostrare al tenente che non aveva da fare con ragazzi; e pensava alla promessa fatta al principe di Belmonte. Scese in guardia, senza spacconeria, vigilante, cercando di leggere negli occhi e nella mano dell’avversario le azioni che avrebbe sviluppato. Alle prime mosse Fabrizio capì che il tenente cercava di disarmarlo, e allora mutò giuoco: s’era fin qui limitato a seguire l’azione del tenente, per conoscerne la portata; ora passava alle iniziative, e attaccò con una serie di azioni rapide e travolgenti, che costrinsero il Roccasparta ad indietreggiare. 
- Oh! oh! – disse stupito; – sembra che vogliate fare il tragico!...
- No, signore; ma voglio insegnarvi che con me le buffonerie del vostro giuoco perdono il tempo. A voi! Là!...
Con una fulminea cavazione, lo spadino s’insinuò e colpì all’omero il tenente. 
- È una! – disse Fabrizio, rimettendosi subito in guardia. 
- È nulla! – rispose il tenente, assalendo con un fendente che avrebbe spaccato in due Fabrizio, se questi non avesse con un salto di fianco scansato il colpo e nel tempo stesso affondato una stoccata, che, pur alleviata in qualche modo, colpì al viso. Un mezzo pollice più in qua sarebbe penetrata nella bocca. 
 - E due!...
Il tenente abbassò la spada. Il sangue gli colava copioso dalla faccia e dall’omero.
- Basta! – disse – vi faccio i miei complimenti.
Fabrizio gli si avvicinò, gli porse la mano: 
- Senza rancore! – rispose. – E lasciate ora che vi soccorra.
Coi fazzoletti tappò alla meglio le ferite e preso a braccio il tenente lo accompagnò fino a Porta Nuova, dove lo affidò ai gabelloti, perché lo portassero alla vicina caserma di San Giacomo.


Luigi Natoli: I mille e un duelli del bel Torralba. 
Pubblicato per la prima ed unica volta a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927, compare per la prima volta in unico volume edito I Buoni Cugini editori nel 2016, come se si trattasse di un inedito del grande scrittore palermitano.

Pagine 456 - Prezzo di copertina € 24,00. Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 



Luigi Natoli: Il bastione di Porta di Castro - Tratto da: I mille e un duelli del bel Torralba


Questa porta secentesca a bugna, d’una bella tinta dorata non esiste più; il bastione c’è ancora, ma sguarnito da un pezzo: esso circonda il torrione meridionale del Palazzo reale, dominante la porta, e gira sulla piazza ora detta dell’Indipendenza. Allora si chiamava di santa Teresa, pel convento dei Teresiani che sorgeva a uno dei lati. Un corpo avanzato, munito di feritoie, faceva come una trincea a questo lato del bastione, che si prolungava poi per quanto era lungo il Palazzo reale, e ne sosteneva il giardino, e svoltava a Porta Nuova, di cui primamente era la difesa. Chi studia la topografia della città, non tarderà a riconoscere che questo bastione maschera la roccia, forse da questa parte tagliata a picco, dove sorgeva l’antica rocca o acropoli della Panormo fenicia o romana, divenuta poi castello, Kasr, degli arabi e reggia nei Normanni, e infine il Palazzo reale dei tempi più moderni; la quale roccia dominava, come si può intendere ancora, l’avvallamento del fiume di Maltempo, il cui letto secoli dopo divenne la via Castro. Nel 1799 non c’erano più fossati da questa parte: e tra il corpo avanzato e il bastione si formava un angolo riparato, dove vi si poteva battere comodamente. Il piano aveva allora un aspetto quasi campestre, non vi sorgevano che poche e modeste case, e due palazzi, uno sullo stradone di Mezzomonreale e l’altro a dominio dell’avvallamento, e che poi fu dimora di Luigi Filippo d’Orleans.


Luigi Natoli: I mille e un duelli del bel Torralba. 
Pagine 460 - Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

giovedì 26 aprile 2018

Luigi Natoli: La rivolta del popolo contro gli inquisitori. Tratto da: Squarcialupo.


Il tribunale del Sant’Offizio era stato in quegli anni allogato nella vecchia regia normanna, che, per l’abbandono in cui l’avevano lasciato i re aragonesi e i vicerè nel secolo precedente, era in più parte inabitabile. Quando alla metà del secolo i vicerè restaurato il palazzo regio ne fecero la loro sede, il Sant’Offizio passò al Castello a mare: lo Steri l’ebbero molto più tardi. 
La folla dunque corse al palazzo reale, dove non era ancora giunta la notizia della sommossa e della fuga del vicerè; e l’Inquisitore generale, fra Miguel Cervera se ne stava tranquillamente, quando il mugghio di quella tempesta lo fece accorrere alla finestra per vedere che cosa fosse: ma quando vide al suo affacciarsi tutta quella moltitudine eccitata coprirlo di contumelie e di minacce, avvilito cercò di mettersi in salvo, invocando nel tempo stesso l’aiuto dei famuli e degli addetti. Ma lo spavento aveva disperso tutti: e la folla, abbattuta facilmente la porta, si rovesciava nelle sale, come un fiume che inondi. 
- Dov’è fra Michele? – andavano gridando: e mettevano ogni cosa sossopra – Bruciate quei libracci! – Bruciamo tutto!... – Liberiamo i prigionieri! – Alle Carceri! Alle Carceri!...
Le grida s’incrociavano, chi ubbidiva all’uno, chi all’altro; una schiera frugava per trovare l’inquisitore, mentre altre accumulavano nel cortile libri, tavoli, sedie; e altre sfondavano le porte delle prigioni, e traevano fuori uomini e donne spauriti e non sicuri se non eran portati a morte, o liberati: ma come si accorgevano che eran liberi, pazzi di gioia e del desiderio di vendicarsi, si gittavano in quell’opera di devastazione. 
A un tratto si udì gridare trionfalmente: – “Eccolo! Eccolo!” – Avevano scovato fra Miguel nelle stalle; nascosto in un angolo della greppia e coperto di paglia. Un piede rimasto mal coperto lo aveva indicato. Tirato fuori, livido di paura, egli domandava mercè, e intanto minacciava i castighi eterni se lo molestavano. Ma quelli che lo tenevano, ridevano, e si apparecchiavano coi coltellacci a dargli un saggio delle torture che egli aveva inflitto, quando mastro Piededipapera si fece innanzi gridando: 
- Un momento! Ascoltatemi tutti! noi siamo cristiani, abbiamo un’anima, e non dobbiamo macchiarla di un sacrilegio, che appena il papa ce ne potrà assolvere: e non possiamo andare a Roma noi; buscarci l’inferno eternamente, andiamo! Non alletta nessuno: e daremmo una soddisfazione a questo degno sacerdote. Contentiamoci di mandarlo a raggiungere il suo compare don Ugo; e accompagniamolo anzi, con tutti gli onori che gli spettano. 
Fra Miguel guardava con occhio riconoscente l’oratore; che la folla ascoltava se questo diceva sul serio; qualcuno se ne sdegnava: perché voleva sottrarre alla vendetta quel tormentatore della città? Ma Piededipapera, sorridendo finemente sotto il naso, continuò: 
- Noi dunque, per rispetto all’olio santo con cui l’hanno unto, non gli torceremo un capello, anche perché li ha rasi; e per maggior rispetto lo vestiremo di vesti pontificali e lo faremo andare a cavallo!...
Ci fu chi indovinò e rise; e il riso si comunicò ai più vicini, senza che sapessero il perché. Mastro Piededipapera disse alcune parole all’orecchio dei più vicini, che sghignazzando corsero di qua e di là. la folla stava ora curiosa, e fra Miguel guardava con occhio smarrito, non capendo quel che si tramava. Ed ecco tornare uno tirando per la cavezza un ciuco, e un altro con una mitra, di quella che si mettevano ai penitenti del Sant’Uffizio, mezzo bruciacchiata. 
Allora si capì: una fragorosa risata scoppiò: fra Miguel intanto fu messo a cavallo dell’asino; si formò un corteo burlesco, e fra grida, sghignazzamenti, sberleffi, l’inquisitore generale, fu condotto per la via Marmorea. Ogni tanto una manata di fango lo colpiva, qualche torsolo gli rovesciava la mitra; gli schiamazzi crescevano; il frate smorto, roso dall’ira impotente, ma temendo che da un momento all’altro lo uccidessero, taceva. Ogni tanto mormorava: – “Jesus, abbiate misericordia del vostro servo!”
Il corteo guidato da mastro Jacopo giunse alla Cala, dove di solito le galere di Sicilia stavano all’ancora: ma quella volta non ve le trovarono: le galere avevan salpato per ordine di don Ugo, il quale approfittando che la folla era corsa altrove uscito dal suo nascondiglio era andato ad imbarcarsi ed aveva fatto prendere il largo. ma altre galere ce n’erano. Mastro Iacopo fece scavalcare fra Miguel, lo accompagnò sulla galera, e gli augurò il buon viaggio con un inchino burlesco. 
- Vossignoria se ne torni in Spagna, ora: che qui non è aria per i suoi polmoni!
E sbarcato, ordinò al capitano di portarlo via, se non voleva presa ed affondata la galera.


Luigi Natoli: Squarcialupo. 

Pubblicato per la prima volta in unico volume da I Buoni Cugini editori, nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 02 febbraio 1920. 
Pagine 684 - Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Luigi Natoli: la rivolta contro don Ugo Moncada. Tratto da: Squarcialupo.


Quando c’erano gravi faccende da risolvere, il Senato convocava i cittadini a consiglio; e la campana della parrocchia di Sant’Antonio ne dava l’avviso. I cittadini accorrevano; ma né la corte, né le sale bastavano ad accoglierli, quando eran molti; e gran parte restava fuori, dinanzi la porta del palazzo, la quale, in quel tempo non era dove è ora, ma dalla parte opposta, su quella che oggi è la piazza Bellini. Questo inconveniente dava luogo a tumulti, per cui più tardi fu deliberato, che intervenissero soltanto i consoli delle maestranze, come legittimi rappresentanti del popolo; e si formò così un vero e proprio consiglio civico, che s’adunò più regolarmente, ebbe un capo detto sindaco, e attribuzioni proprie, fra le quali quella di sindacare l’opera amministrativa del Senato. Nel 1516 però questa riforma non era avvenuta, e al suono della campana di Sant’Antonio il popolo accorreva, come negli antichi comuni, dinanzi all’arengo. 
Quando mastro Iacopo giunse c’era già della gente: i più, artigiani; egli entrò dunque nella piccola corte, ascoltando i discorsi, dicendo la sua, gittando qualche barzelletta. A poco a poco l’atrio si empiva: la campana continuava a sonare e la gente veniva da ogni parte. Avevano aperto anche la porta della curia (quella che guarda a oriente e porta la legenda Pax huic domui) per dare maggior sfogo alla moltitudine. Su nelle stanze, il pretore, che era Lisi Bologna, parlava coi giurati e con parecchi signori. V’era della elettricità nell’aria; e si vedeva nei volti, nei gesti, in quella specie di aspettazione concitata che precede i grandi avvenimenti. 
- Ah! ah! don Ugo manda i suoi avvocati! – disse mastro Iacopo, vedendo entrare il magnifico Blasco Lanza. 
Il giurista attraversò la folla, gittando qua e là qualche sguardo preoccupato ma simulando un aspetto tranquillo e sicuro di sé, e forse anche un po’ sdegnoso. Egli confidava probabilmente nella sua doppia qualità di dotto ed eloquente uomo e di autorevole inviato dal vicerè; ma questa seconda qualità non aveva più ascendente sul popolo. Il consiglio o comizio aperto, cominciò la discussione se don Ugo potesse ancora esercitare il suo ufficio: il magnifico Blasco Lanza naturalmente sosteneva di sì, fondandosi sopra i capitoli di re Giovanni, che mutavano e correggevano il vecchio diritto, ed erano in pieno vigore: e con gran copia d’argomenti e sottigliezze giuridiche, dimostrava che don Ugo conservava la sua autorità, e poteva legalmente compiere tutti gli atti. 
Ma Giovan Luca Squarcialupo lo interruppe: 
- In nome di quale re egli eserciterebbe il suo ufficio?
- In quello di Carlo, acclamato con tutte le forme, re di Sicilia.
- Magnifico Blasco Lanza, voi dimenticate che fino a quando un re non giura personalmente o per suoi procuratori, di osservare la costituzione del regno, non può esercitare i suoi poteri reali: e questo non è stato abolito, messer Blasco. Il re è acclamato, ma non ha giurato; egli ancora non regna: e don Ugo non può governare in suo nome, e non può governare in nome del re morto!
Blasco Lanza alla obbiezione, che raccoglieva un mormorio di approvazione, fu pronto a rispondere, ricorrendo alle sottigliezze giuridiche e alla dialettica aristotelica; ma Giovan Luca lo interrompeva ogni momento, con negazioni, finchè, uscendo a un tratto dal campo della discussione, gridò con veemenza: 
- Blasco Lanza, voi, siciliano, difendete lo straniero! Voi tradite la patria!...
Queste parole sollevarono un tumulto: mastro Iacopo Piededipapera di tra la folla gridò: 
- Cacciatelo fuori! Se ne vada a Catania!...
E allora la folla cominciò a vociare, minacciosa.
- Fuori don Blasco! Fuori il dottore! Fuori il catanese!...
Si videro pugni e bastoni levati: Blasco Lanza sentì il pericolo; per istinto si trasse verso i giurati, come per cercar protezione. Il capitano di città, il signor Vincenzo Corbera, gli si pose dinanzi, facendo segno con le mani, come per raccomandare la calma, e il pretore e i giurati, che avrebbero voluto condurre le cose in modo da giungere a un accordo, cercavano anch’essi di placare l’eccitazione popolare. Ma la folla urlava: 
- Fuori il traditore! fuori il catanese!
Approfittando della confusione, il capitano di città fece uscire Blasco Lanza da una porticina, e di là, per una scaletta interna, giunse alla porta occidentale del palazzo; donde il giurista, salito a cavallo, si allontanò di galoppo, per portare a don Ugo la notizia dell’insuccesso e del pericolo corso. La folla non si avvide della sua scomparsa, che quando egli era orma fuor d’ogni violenza: ma invece di quetarsi, cominciò a prendersela col pretore e coi giurati che lo avevano fatto fuggire.


Luigi Natoli: Squarcialupo. 
Pubblicato per la prima volta in unico volume da I Buoni Cugini editori, nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 02 febbraio 1920. 
Pagine 684 - Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Luigi Natoli: La chiesa dell'Annunziata. Tratto da: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891


Sul cui prospetto è incisa la data 1501; ma l’interno è più antico trovandosi mensione di essa nel 1345. – Sull’architrave della porta d’ingresso è scolpita una Salutazione; l’interno è di stile ogivale siciliano, a tre navi, divise da dodici colonne, sui capitelli delle quali sono scolpite le dodici Sibille. Il soffitto, di legno, diviso in 16 cassettoni si crede dipinto da Tomaso Vigilia, pittore palermitano del secolo XV, ma sotto restauri molto posteriori l’antico è scomparso. Notevole un antico trittico con S. Anna, la Vergine e S. Giovanni, con questa iscrizione: Jacopo Michele detto Gerardo da Pisa me pinse.

 Questa chiesa è storica perché vi avvenne l’8 settembre del 1517 l’uccisione di Giovan Luca Squarcialupo, che aveva tentato di scotere il giogo di Spagna per istituire una repubblica in Palermo. Convenuti qui i capi della rivolta, con altri nobili, furono da questi a tradimento uccisi. Da questo fatto venne il nome alla via. Il La Lumia opina che il fatto sia accaduto in altra chiesetta, che sorgeva accanto – dove fu posta recentemente una iscrizione apposita, e dove è il Reale Conservatorio di Musica...

Nota dell'editore: La chiesa dell'Annunziata oggi non esiste più, in quanto distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, mentre è ancora esistente l'iscrizione che ricorda l'uccisione di Giovan Luca Squarcialupo, da cui prende il nome la via. 


Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891.
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice Carlo Clausen nel 1891 in occasione dell'Esposizione Nazionale. 
Corredata degli inserti pubblicitari e cartina della città dell'epoca (allegata a fine volume) 
Pagine 218 - Prezzo di copertina € 19,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Luigi Natoli: Porta Nuova. Tratto da: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891


Porta Nuova (P. E2) Questa porta, di originale architettura, è costruita sul sito di una porta più antica detta del Sole; ha forma di arco trionfale, sormontata da un padiglione a guisa di piramide sostenuta da colonne di elegante loggiato. Dalla parte esterna è decorata da quattro grandi cariatidi, raffiguranti mori prigionieri.

Si credette che i disegni della porta fossero dovuti a Michelangelo e a Pietro Novelli, ma il vero è che architetto ne fu Gaspare Quercio. Essa fu elevata a ricordo dell’ingresso di Carlo V, reduce dall’impresa di Tunisi nel 1535, ma non fu compiuta che nel 1584; il Senato la chiamò Porta Austria, ma il popolo la battezzò Porta Nuova e questo nome le rimase. Rovinata nel 1667 da un fulmine fu rialzata sullo stesso disegno.
Nella stanza di mezzo al padiglione alloggiò Garibaldi nel 1860.


Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891.
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice Carlo Clausen nel 1891 in occasione dell'Esposizione Nazionale. 
Corredata degli inserti pubblicitari e cartina della città dell'epoca (allegata a fine volume) 
Pagine 218 - Prezzo di copertina € 19,00
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lunedì 23 aprile 2018

Luigi Natoli: La Cappella Palatina. Tratto da: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891


Cappella Palatina dedicata a S. Pietro è, forse, il più prezioso gioiello dell’architettura siciliana, sorta dalla fusione degli stili e delle ornamentazioni gotici, bisantini ed arabi. I musaici del portico del 1506 furono rifatti nel 1800; ma il vestibolo è avanzo dell’antico portico; sei delle colonne sono di granito egiziano. A sinistra del portico, incastrata sul muro è una iscrizione trilingue (araba, greca, latina) che ricorda un orologio fatto nel 1142 da un artefice di Malta, con macchine e ruote congegnosissime.

Questa cappella fu cominciata a edificare nel 1129 dal re Ruggero II, finita nelle sue parti nel 1132, e consacrata nel 1140; però alcuni musaici sono dell’epoca aragonese. Il tempio, in forma di basilica a tre navi è lungo 23 metri, e largo 13; le ogive poggiano su due file di colonne antiche di granito e di cipollino con capitelli corinzi e compositi, cinque per lato; ma le colonne dell’arco principale della solea e quelle della protesi e del diaconico sono addoppiate. La solea s’alza su cinque gradini; e la croce è sormontata da una cupola alta 18  metri, nella quale s’aprono otto finestre. Il soffitto, di legno, elegantemente scolpito e adorno di rosoni contornati d’iscrizioni cufiche. Bellissino l’ambone, dalla parte della protesi, sorretto da colonnine; accanto al quale un importante candelabro alto 4 metri e mezzo, di marmo bianco con ornati e figure, opera del secolo XII. Il coro, di stile gotico lombardo è opera moderna. Le pareti sono in basso coperte di grandi tavole di marmo inquadrate in bei fregi a musaico, e in alto sono istoriati da pregevoli musaici su fondo d’oro, i cui soggetti sono cavati 34 dall’antico testamento, 7 dalla vita di Gesù, 5 da quella di S. Paolo e 9 da quella di S. Pietro. I più antichi musaici sono nel coro, che rimontano all’epoca di Ruggero, eccezione fatta della figura della Vergine, restaurata ai tempi nostri. In fondo all’abside maggiore vi è una grande figura del Cristo che benedice, tenendo in una mano un libro aperto, su cui in greco è scritto “Io sono la luce del mondo, chi segue me non cammina fra le tenebre, ma avrà la luce della vita”. A giudizio di tutti questa cappella è un capolavoro dell’architettura medievale e, forse, la più bella del mondo.

Presso alla Solea, dalle due navi minori si scende in una specie di cripta, che la tradizione vuole sia stata la primitiva chiesa ove si fermò S. Pietro venendo dall’Africa. Sull’altare di questo sotterraneo si eleva il Crocefisso che ornava la Sala dei giudizi del Sant’Offizio. Vi è una Madonna delle Grazie, d’incerto autore, e due lapidi sepolcrali, una delle quali chiude il cuore e le viscere del vicerè Emanuele Filiberto di Savoia, morto nel 1624.

Nell’antisagrestia due bassorilievi in marmo; uno rappresenta il battesimo di Ferdinando II di Borbone, l’altro gli sponsali di Maria Cristina di Borbone con Carlo Felice duca di Genova, e quelli di Maria Amalia di Borbone con Luigi Filippo. Nella sagrestia è importante il tabulario, contenente diplomi greci, arabi e latini; fra essi l’atto di consacrazione della chiesa scritto in lettere d’oro sopra una lamina d’argento nel 1140. Notevole una preziosa cassetta araba d’avorio con iscrizione cufica, e un ostensorio del secolo XVII. La porta della sagrestia, che chiude l’archivio, è di bronzo con ornamenti dell’epoca normanna.



Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891

Corredata degli inserti pubblicitari e cartina della città dell'epoca (allegata a fine volume) 
Pagine 218 - Prezzo di copertina € 19,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891 edito da I Buoni Cugini editori.

In occasione dell'Esposizione Nazionale tenutasi a Palermo nel 1891, Luigi Natoli scriveva una guida della città capoluogo di Sicilia. Il libretto era stato concepito in funzione dei tanti visitatori che l'evento avrebbe portato a Palermo con l'intenzione di accogliere i viaggiatori fin dal loro arrivo in città, fornendo tutte le indicazioni utili per il soggiorno, già dalle prime pagine, a iniziare per l'appunto dagli alberghi, e poi di seguito i caffè, le trattorie, i mezzi di trasporto, dentisti, farmacie e tanto altro senza trascurare niente, latrine comprese. Ma il grande Luigi Natoli non poteva fare a meno di guidare i visitatori nella sua adorata Palermo, con l'immenso amore da sempre riservato a questa città. Descrive infatti la storia millenaria, la complessa topografia, e tutte le meraviglie artistiche e architettoniche con smisurata cultura, ricchezza di particolari e rigore narrativo, non senza polemiche ove era giusto farle. 
In questa ristampa noi editori abbiamo fedelmente rispettato il testo e inserito le stesse immagini che corredavano il libretto originale, riportando anche nelle pagine finali tutti gli inserti pubblicitari in appendice che danno al lettore d'oggi l'idea di un secolo glorioso tramontato con tante aspettative di progresso sull'imminente 1900. Si potrà godere di nomi, cose e prodotti ormai sconosciuti; di terminologie non più in uso, e soprattutto delle trasformazioni che ha avuto Palermo, perché ogni cosa è fissata nel limite temporale del 1891. 
Si pensi al teatro Massimo in costruzione, all'assenza dei fabbricati dell'era fascista, come il Tribunale o il Palazzo delle Poste, e alla ricchezza di splendide chiese e monumenti della zona del porto, molti dei quali abbattuti dai bombardamenti della seconda guerra mondiale; ma sempre, su tutto e in ogni caso si potrà apprezzare la grande sapienza narrativa di Luigi Natoli con le sue innumerevoli spiegazioni. Una guida di gran lusso che ci siamo permessi di raffigurare in copertina, insieme con alcuni monumenti della sua amata Palermo. 


Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891
Corredata degli inserti pubblicitari e cartina della città dell'epoca (allegata a fine volume) 
Pagine 218 - Prezzo di copertina € 19,00
Disponibile in libreria e in tutti i siti di vendita online. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it