sabato 17 febbraio 2024

Luigi Natoli: Lillì. Tratto da: Fioravante e Rizzeri. Romanzo ambientato nella Palermo del 1920

Angelica! Egli la chiamava ancora “la piccola” ma era cresciuta, toccava i sedici anni e frequentava la scuola normale. La scuola normale? Eh buon Dio! Non aveva potuto farne a meno; un po’ di istruzione si doveva alle fanciulle, e poi ella studiava per fare la maestra elementare. Salirebbe così un gradino più in alto dei suoi genitori. Ma quel Cicciarello don Calcedonio l’aveva sullo stomaco. Che cosa? sposarla? Chi: un barbiere? Lei che era una maestra? Ma non mi fate ridere! Fosse stato un impiegato del Municipio o dello Stato, un impiegato di concetto (ben inteso), “transeat”. E poi Angelica era molto bellina; un po’ piccolina, ma ben fatta; aveva i capelli castani ondulati, che le inquadravano il viso bianco e roseo. Non poteva dire quanta cipria e quanto rossetto ci fossero sotto quella bianchezza e le labbra erano troppo rosse, per avere un colore naturale, ma avevano una linea, parola d’onore, che facevano venire la voglia di morderle come ciliegie. E gli occhi! Che occhi! Non erano neri, non azzurri, non castani; avevano un colore indefinito con delle pagliuzze d’oro, bruni, grandi: ma quando guardavano, Dio! Che sguardi! Ti scendevano in fondo all’anima, te la scombussolavano, non sapevi più in che mondo tu fossi, né cielo, né in paradiso né in inferno, o piuttosto in tutti e due. E lei, assassina! Lo sapeva; e quando rideva gli occhi le ridevano, e tu tremavi, e dicevi di sì, anche quando la ragione ti diceva di no".
La camera di Lillì era relativamente la più bella. Era solo imbiancata, ma Lillì l’aveva trasformata; tendine alla finestra, il letto di ferro tinto in bianco, il comodino, uno scendiletto da poche lire, un tavolino coi libri in ordine, l’avrebbero fatta scambiare per una camera da studente, se non fosse stato per la toletta che rivelava la donna. Era piena di boccette, di spazzolini, di scatolette di crema, di cipria, di rossetto per le labbra, di ferri per arricciare. Perché Lillì o piuttosto la signorina Lillì (ella si firmava Lilly), da quando aveva toccato i quattordici anni, era divenuta alunna della scuola normale (così allora si chiamava l’istituto magistrale superiore), aveva cominciato a usare i profumi e a darsi l’aria di signorina.
La scuola normale! Veramente avrebbe dovuto frequentare la professionale; sarebbe stata più adatta per lei, ma donna Concettina si era incaponita che la figlia dovesse nobilitare la casa. Che sarta! che modista! Una maestra doveva essere. E a furia di sacrifizi, di assottigliare il pane, di rinunciare alle cose più necessarie, aveva pagate le tasse e aveva vestita la figliola in modo da non sfigurare. E a poco a poco l’animo di Angelica s’era trasformato; ella si era fatta chiamare Lillì, sembrandole più signorile che si dovesse allungare le labbra per pronunciare il suo nome; e poi quel nome le appariva quasi di una persona diversa, di una persona “per bene”. Che cosa fosse una persona per bene non sapeva figurarselo, benché frequentasse la scuola normale; le caratteristiche morali le sfuggivano, o meglio credeva che stessero nel formalismo di certe pratiche esteriori. Per questo cominciava a sentirsi un po’ male in quella casa e in quel vicolo; e quando qualche volta un’amica l’accompagnava, ella aveva cura di separarsi da lei prima di arrivare a casa.
Dopo essersi guardata ed ammirata, si vestiva continuando ad osservare nello specchio le proprie mosse, studiandole perché non perdessero nulla della loro grazia. Ah, perché lo specchio non era grande abbastanza da potercisi ammirare tutta dal capo alle piante? Ogni tanto si voltava di profilo, studiando la linea del corpo; si torceva in modo da vedersi le spalle e le reni falcate. Ma poi ahimè! si guardava intorno, e la tristezza le allungava il viso. La sua camera non era quella che la sua fantasia le dipingeva nei sogni o che vedeva nei film al cinematografo. Quelle pareti bianche di calce stridevano con le cure, che prodigava al suo corpo; erano squallide; il suo letto di ferro pareva quello di un collegio, con la coperta di cotone.
Ella si profumava abbondantemente ma i suoi profumi non erano davvero di Houbigant o di Coty. Quella camera le era insoffribile, e quel vicolo poi la offendeva...


Luigi Natoli: Fioravante e Rizzeri. Romanzo ambientato nella Palermo del 1920.
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 1936.
Pagine 304 - Prezzo di copertina € 19,00
Copertina e disegni di Niccolò Pizzorno
Disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Forense (Via Maqueda 185), Libreria
Macajone (Via M.se di Villabianca 102), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60)

giovedì 15 febbraio 2024

Luigi Natoli: Ma Orlando era il paladino maggiore, e conveniva vestirlo meglio degli altri... Tratto da: Fioravante e Rizzeri. Romanzo storico

 

Quella mattina aveva lucidato l’armatura di Fioravante; elmo, corazza, schienali, bracciali e cosciali di nichel, rabescati d’ottone dorato, risplendevano come argento e oro. Fioravante era disteso su un’altra panca, i tre fili di ferro che gli reggevano il capo e le braccia, congiunti insieme, gli davano una posa da guerriero aspettante; la visiera alzata gli scopriva il viso immobile con gli occhi fissi; la veste, corta al ginocchio, verde, color della speranza, ornata di tre file di passamani d’oro, gli pendeva in pieghe simmetriche; e la spada, la terribile Durlindana, che poi avrebbe ereditato Orlando, gli giaceva al fianco. Oh, era un bel paladino Fioravante. Tutta la mattina don Calcedonio l’aveva occupata con lui. Non conosceva risparmio per i paladini; egli vi spendeva anche più che non potessero le sue forze; alcune armature gli costavano fino a cinquecento lire: quella di Orlando per esempio, tutta dorata, con i gomiti, le spallacce, le ginocchiere che parevano argento, e lo scudo con la croce d’oro, che rifulgeva come un sole. Ma Orlando era il paladino maggiore, e conveniva vestirlo meglio degli altri; la sua veste bianca pareva intessuta di gigli e i ricami parevano una pioggia di botton d’oro. Peccato, che avesse gli occhi storti!
Ma don Calcedonio non pensava a lui. Pur continuando a contare le travi del soffitto, la sua mente era piena di Fioravante e di Mambrino, del quale aveva nella mattinata ripulito l’armatura. Questa era diversa da quella di Fioravante, perché Mambrino era saraceno, e i saraceni, si sa, vanno vestiti diversamente. Hanno l’elmo senza visiera, con un turbante attorcigliato e una specie di chiodo in cima, donde scaturiscono le piume. E hanno le brache corte fino al ginocchio, e la scimitarra.
Veramente i romanzi di cavalleria che egli leggeva, dicevano che i guerrieri saraceni erano vestiti come i cristiani; le stesse armature, come lo stesso linguaggio cavalleresco, gli stessi usi; la differenza era che i cristiani giuravano per Gesù e per la Vergine Maria, i saraceni per Macone, Maometto, Apolline, Belial. Ma don Calcedonio vestiva i cavalieri cristiani come i giostranti del secolo XVI, e i saraceni come i turchi dei secoli posteriori. Era tutt’uno per lui!
Aveva ripulita la corazza di Finaù, figlio del re Balante, che regnava in Scondia; una bell’armatura, tersa e lucente, che faceva abbagliare a mirarla, con un sole raggiante in mezzo, e l’elmo sormontato da una pennacchiera rossa, che ondeggiava al minimo movimento.
(Nella foto il pupo Orlando realizzato dal maestro Vincenzo Argento - Teatro famiglia Argento)

Luigi Natoli: Fioravante e Rizzeri. Romanzo ambientato nella Palermo del 1920.
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 1936.
Pagine 304 - Prezzo di copertina € 19,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
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Macajone (Via M.se di Villabianca 102), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60)

Luigi Natoli: Fioravante e Rizzeri. Prefazione dell'autore, pubblicata sul Giornale di Sicilia del 16 dicembre 1936

Quanti hanno letto il magnifico libro dei “Reali di Francia”?
Il trovarlo sui muriccioli, stampato Dio sa come, o nelle case dei contadini e degli umili, che se ne fanno assidua lettura, disdegna le anime gentili di comprarlo o di guardarlo. Né si trova dai librai. Essi vi hanno bensì l’ultima “creazione” moderna, che è morta prima di nascere, ma che rechi la cantafera di una qualche signora, piuttosto un libro che ha novecento anni addosso, quanti ne ha la “Divina Commedia”.
Perché i “Reali di Francia”, nella veste che lor diede Andrea da Barberino, rimontano al trecento, e sono citati fra i testi classici, e costituiscono per noi la nazionalizzazione della materia epica francese, che sarebbe per il nostro cantafavole italiano.
Che narrano i “Reali di Francia” infatti?
Narrano la storia come da Costantino imperatore romano derivasse per naturale discendenza tutti i principi illustri che governarono la Francia da quell’epoca fino a Carlo Magno, e con loro i valorosi che li accompagnarono e che ne furono il più bello ornamento. Orlando, che è il maggiore eroe, e diventò l’immagine del valore, della cortesia e della fede, che riassume il sentimento nazionale francese, nasce per i “Reali” in Italia, e in una grotta in Sutri, dove lo partorì Berta moglie di Milone conte di Anglante, e sorella di Carlo Magno, fuggendo l’ira di costui. Così egli è italiano non soltanto per discendenza, ma anche per nascita; italiano e cittadino romano. E l’orifiamma, la gloriosa insegna che si trasmette da re a re, e che evidentemente è il vessillo, in cui Costantino fece scrivere le famose parole “In hoc signo vinces”, e che forma il centro della storia, è pur esso italiano.
Fioravante e Rizzeri sono come Buovo d’Antona e come Orlando una parte dei “Reali”, e, come quelli, la più popolare. Non è il caso di investigare se Andrea da Barberino abbia attinto ad altri poemi, di cui era ricca la Marca Trivigiana e di cui si servivano i cantafavole nelle piazze; chi ha la pazienza di leggere lo studio che precede il “Fioravante”, nella Collezione dei testi di lingua, e gli studi sulla Epopea francese e sull’ “Orlando” di Pietro Raina, e i maggiori scrittori della storia letteraria d’Italia, può farlo; per noi il romanzo di Andrea da Barberino è tutto; noi non facciamo dell’erudizione; prendiamo quello che con tanta grazia e ingenuità narra lo scrittore toscano; e se di una cosa ci maravigliamo, è appunto che esso non sia letto oggi più dei romanzi gialli.
Io lo lessi giovanotto e ricordo che non potevo, se non difficilmente tralasciare la lettura; lo rilessi ora, e provai il medesimo diletto al racconto delle avventure subite e affrontate da Fioravante e da Rizzeri suo compagno e maestro, primo paladino di Francia e uomo senza macchia e senza paura. Comincia Fioravante con una monelleria, che lo spinge a lasciare il tetto paterno del re Fiorello; e di là si partono le sue avventure. Liberazione di giovanette, uccisione di nemici della fede, perdita di armatura rubatagli da un ladrone, prigioniero del re di Scondia, innamoramento con Drusolina, il suo valore come incognito e via via quello che gli succede da re, le persecuzioni di sua madre Biancadoro, che voleva dargli moglie, le avventure di Drusolina, che sola abbandonata, dà alla luce due gemelli, uno dei quali le viene rubato, e il duello dei due fratelli che non si conoscono, tutto ciò frammezzato di tanti episodi forma il romanzo, che spira un senso di giustizia e solleva gli animi nelle regioni del sogno. I nomi delle contrade non si sa dove trovarli, le distanze di parecchie migliaia di chilometri si percorrono in un tempo irrisorio, gli eserciti sono così innumerevoli da superare il numero degli abitanti delle città che li armano... Che importa? Siamo nelle sfere del sogno, nel quale ci piace navigare.
Qualche volta, passando per una stradetta, sopra una porta, vedo pendere un cartellone con dipinti in quadri alcuni episodi di quello che si rappresentava la sera nel teatro delle marionette; e vi leggevo i nomi di Fioravante e di Rizzeri. La storia di Andrea da Barberino si era rifugiata lì: Fioravante e Rizzeri erano tramutati in teste di legno, come tutti gli altri campioni del valore e della fede; ma anche in quelle vesti che destano in noi un sapore di cose nuove. In un quadro v’erano due guerrieri, che abbassavano le armi e un leone fra loro in atto di separarli; in un altro, una folla di popolo e una regina condotta al rogo: i cavalieri erano vestiti con le armature del cinquecento, con un salto di mille e duecento anni. Non importa nulla. Pel popolo abituato a quel teatro e pel puparo, ossia per l’ “oprante” tutte queste differenze sparivano nell’antico, in cui tutto accadeva senza distinzione di tempo, di luoghi, di costumi: ma l’onda di poesia che scaturiva anche da quelle piccole teste di legno era possente e riecheggiava nelle anime semplici degli spettatori.
Ora anche adesso questo giornale si ispira alle avventure di Fioravante, e lo riproduce attraverso un “oprante”; e intreccia l’antico con il moderno; e le avventure di Lillì fanno contrasto con quelle di Drusolina, e quell’onesto puparo sembra foggiato con l’anima dei suoi pupi. C’è riuscito? È quello che vedrà il lettore. Ma se non è immodestia dirlo, coloro che mi hanno seguito attraverso i diciotto o venti romanzi, da me pubblicati su questo giornale, sanno per prova che un certo interesse so trovarlo.


Maurus o William Galt



Luigi Natoli: Fioravante e Rizzeri. Romanzo ambientato nella Palermo del 1920.
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 1936.
Pagine 304 - Prezzo di copertina € 19,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Forense (Via Maqueda 185), Libreria
Macajone (Via M.se di Villabianca 102), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60)

martedì 13 febbraio 2024

Luigi Natoli: Una commozione di tenero rimpianto penetra in quei cuori, mentre le mani stringono armi omicide... Tratto da: Alla guerra! Romanzo storico

 
La colonna doveva raggiungere prima dell’alba Rochefort; donde, doveva in ferrovia scendere fino a Marloie, ed aspettarvi ordini. 
Il comando serbava un grande silenzio sulle mosse delle truppe, per paura di indiscrezioni: i soldati non sapevan mai dove eran diretti: gli ufficiali inferiori sapevano il nome dei grandi alti più vicini che si sarebbero trovati sulla direttiva. Rochefort era il primo. Gli ufficiali intelligenti indovinavano in qualche modo qual fosse la meta. 
Del resto che cosa importava saperlo prima? Importava raggiungere un dato luogo a una data ora precisa, senza un minuto di più o di meno, importava ubbidire rigidamente, senza discutere, andare innanzi; uccidere, lasciarsi uccidere... Questa era la guerra; e così bisognava farla: così la facevano i tedeschi... Ne convenivano; ma in Francia ufficiali e soldati, invece discutevano e criticavano... Era il loro difetto. Vecchio difetto. Ma questa volta bisognava discutere meno. 
Intanto altri soldati, presi dal contagio s’eran messi a canticchiar anche loro. La cadenza dei passi segnava il ritmo. S’erano accordati, senza volerlo, per istinto, in un coro sommesso, che pareva venisse di sotterra; pareva la voce della terra dolente, che presentiva l’orrore del sangue; la voce della madre che accompagna il figlio lontano, sul quale incombe la minaccia della morte; la voce della gran pace umana lacerata dallo scoppio delle granate e dalle punte della baionette: ed era anche la voce del paese nativo coi suoi ricordi, con le sue care e tenere ricordanze: la chiesa, il campanile alto ad aguglia, la piazza con la farmacia e la mairie, l’officina del maniscalco e del carradore, la scuola, e più in là il mulino; il vecchio mulino dalla enorme ruota, su la quale precipitava spumeggiando l’acqua; e più in là, nell’aperta campagna, l’opificio, con gli alti camini fumanti. V’era in quel canto come l’eco del suono delle campane all’alba e alla sera; l’eco del martello picchiante sull’incudine; del fischio della sirena… 
E tenere visioni si ridestavano in fondo alle anime. Chi è là? una vecchietta rugosa, sotto la cuffia dalle bianche ali delle donne di Normandia, o quella graziosa e singolare delle donne di Arles. Ella caccia con la verghetta le oche, che si dimenano sulle zampe gialle, crocchiando… Mamma Ghita?... No, non è Mamma Ghita, è invece un volto roseo di giovanetta, ombreggiato da un largo cappello di paglia infiorato di rosolacci. Ella ride… Forse no, ora non ride più: domanda al portalettere se ha una cartolina illustrata di lui… 
Una commozione di tenero rimpianto penetra in quei cuori, mentre le mani stringono le armi omicide. 
- Silenzio! – ordinò l’ufficiale. 
Anche lui pensava; la visione aveva uno sfondo diverso; ma il sentimento che destava era forse il medesimo. 
Il sottotenente Guy Vandois, uscito da Saint-Cyr da un anno, era stato incorporato nel 112° di fanteria di linea, di guarnigione a Parigi; il che gli aveva permesso di continuare a vivere nella casa paterna, e di godersi la vita gaia e turbinosa della capitale. 
Doveva questa sua fortuna alle relazioni del padre, ex sotto-prefetto; il quale, avendo rinunciato a posare la sua candidatura in un collegio elettorale, in favore di uno dei più noti e autorevoli uomini di parte radicale, amico del presidente del consiglio; ed essendosi anzi cooperato, perché l’amico del presidente del consiglio riportasse una votazione quasi plebiscitaria di contro al candidato della coalizione clericale-legittimista e bonapartista, ne aveva acquistato una riconoscente e grande amicizia, che non era stata infeconda di alte e utili relazioni politiche. 
L’on. Cadenat era divenuto così uno degli assidui del circolo di madama Vandois, che, non ostante i suoi quarantadue anni, era una donna piena di attrattive e ancora piacente. 
Guy aveva potuto, in grazia dell’interesse materno, e per le intercessioni di M.Cadenat, ottenere di restare a Parigi; fortuna invidiatagli dagli amici, che, naturalmente, per vendicarsi un po’, attribuivano alle grazie di madama Vandois l’efficacia delle raccomandazioni. 
La guerra aveva colto Guy improvvisamente, in mezzo alla sua vita gaia e spensierata...


Luigi Natoli: Alla guerra! Romanzo storico ambientato nel Belgio e nella Francia della prima guerra mondiale. 
L'opera, raccolta per la prima volta in libro, è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914. 
Pagine 950 - Prezzo di copertina € 31,00
Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia, sconto 15)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso: 
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Forense (Via Maqueda 185), Libreria Macajone (Via M.se di Villabianca 102), Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60)

Luigi Natoli: V'era nella sua parola l'angoscia paurosa di una sciagura imminente... Tratto da: Alla guerra! Romanzo storico.

 
La notte era tiepida e limpida; una notte d’agosto, col cielo disseminato di stelle lucenti. La strada illuminata dalle lampade, dai fasci di luce che uscivano dai caffè, si dilungava fino all’angolo dell’avenue de Wagram, dalla quale si distinguevano, precisi, chiari, sotto la luce delle grandi lampade, gli alberi allineati. Per la strada era il via vai faticoso della gente; un trascorrere di carrozze, di automobili, di biciclette; un formicolìo di persone; il rumore confuso delle ruote, delle cornette, dei motori; le grida degli strilloni, il brusìo indistinto e multivoco dei passanti, notteggiavano fra i muri della strada. Ma su, oltre i tetti, ove finiva il travaglio umano, quale pace infinita e misteriosa, nei cieli luminosi!...
Benoist aveva guardato la strada, seguito la folla, sollevato lo sguardo in alto: qualche cosa gli agitava il petto; sentiva la vicinanza di Bianca, e provava una sofferenza oscura, un piacere doloroso, dei bisogni spirituali, delle aspirazioni vaghe e infinite come quel cielo che gli si stendeva sul capo.
Bianca lo esaminava, mentre egli guardava il cielo. Benoist aveva la linea della fronte pura e nobile; e nel volto quella pensosità un po’ malinconica, che è il sigillo imposto dalla consuetudine di una intensa vita spirituale. In quella raffazzonatura dell’abbigliamento era un po’ goffo e impacciato, come un provinciale venuto di fresco, e che non abituato ancora a vestire un abito nero, lo indossi per la prima volta; ma il ridicolo di questa goffaggine non saliva oltre il colletto.
Per l’abitudine che egli aveva contratto di passarsi la mano su la fronte, aveva un po’ scompigliato la pettinatura odiosa con la quale il parrucchiere aveva creduto di farlo più bello; i suoi capelli, pur serbando una certa divisione, avevano un disordine che restituiva all’espressione generale del volto un po’ del suo primo carattere.
Per un po’ rimasero in silenzio: Bianca aspettava che Benoist le dicesse qualche cosa: Benoist aveva il pensiero pieno di idee e di espressioni tumultuose; ma la sua bocca rimaneva chiusa, la parola mentale pareva si arrestasse nelle radici della lingua.
- Come mai, – domandò Bianca a un tratto, per rompere il silenzio; e anche per ubbidire a un’idea che l’aveva perseguitata da parecchi giorni; – come mai voi, che avevate tanto orrore per la guerra, ne siete diventato ora un partigiano?
Benoist la guardò non senza provare una certa amarezza per quella domanda, così lontana, così estranea alle idee che gli turbinavano nel capo: nondimeno respirò: quella domanda rompeva il silenzio.
- No, madamigella, – disse dolcemente; – io ho sempre lo stesso orrore per la guerra; io ho sempre sognato e sogno un patto di fratellanza fra tutti gli uomini; la grande famiglia umana affratellata dalla scienza e dal lavoro; due cose che non conoscono confini… È un bel sogno, che si avvererà, deve avverarsi; dobbiamo anzi affrettarne la sua traduzione in realtà… Ma bisognerebbe rendere impossibile ogni violenza… E non son diventato partigiano della guerra, no; ma nessuno può consentire che sia violato il diritto alla esistenza!... La Francia patisce la più bestiale sopraffazione: essa è aggredita, unicamente per essere assoggettata e sfruttata dal capitalismo tedesco, che si è impadronito dell’esercito… Il capitalismo tedesco ha bisogno della ricchezza francese, per non perire. La sua è una aggressione brigantesca, dissimile soltanto nelle proporzioni da quelle che compivano i banditi leggendari sulle strade maestre!... Difendersi non è soltanto un diritto, ma è più, un dovere! Nessuno può sottrarsi al dovere di difendere la terra, la casa, il lavoro, la libertà dei propri concittadini… Non è questa che combattiamo noi, e della quale io riconosco il santo dovere, una guerra per gli interessi di una dinastia o di una classe: è guerra di difesa di tutta la nostra storia passata e avvenire; è la nostra difesa dei due diritti fondamentali, il diritto di vivere e il diritto di esser liberi…
La sua voce era a poco a poco divenuta più sonora e più calda; e i suoi occhi si illuminavano. Bianca però non si diede vinta, scosse il capo, e mormorò:
- È vero; ma quanto sangue, e quanti cuori spezzati!...
V’era un tremito nella sua parola, l’angoscia paurosa di una sciagura imminente e immancabile.


Luigi Natoli: Alla guerra! Romanzo storico ambientato nel Belgio e nella Francia della prima guerra mondiale. 
L'opera, raccolta per la prima volta in libro, è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914. 
Pagine 950 - Prezzo di copertina € 31,00
Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno
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Luigi Natoli: La fede ingenua, la pietà umana si confondevano con la più feroce e spietata ironia. Tratto da: Alla guerra! Romanzo storico


"C’era ancora il cadavere del capitano, col suo profilo tagliente, coi baffi grigi quasi ispidi; disteso sul letto con le mani incrociate; ed era solo, chi poteva in quel momento vegliare un morto? Ella lo guardò con un misto di pietà, di ribrezzo, di curiosità. 
Sedette a un angolo della camera, sopra una seggiola bassa, e si mise a recitare le preghiere. Se ci fosse stata dell’acqua benedetta nella pila di porcellana appesa al capezzale del letto! Si alzò, guardò: c’era. Tolse allora la frondicella dell’ulivo benedetto, che era infilata di traverso all’anello della piletta; ne immerse le foglie nell’acqua, e spruzzò il volto, le mani, la divisa del morto. E le parve di aver reso un pio e doveroso tributo verso di lui; le parve che il morto dovesse esserne lieto e grato. Ella se ne sentiva più sollevata; posò l’ulivo fra le mani del morto, e ritornò a sedere e a pregare.
Ah quell’ulivo, simbolo di pace e di concordia fra gli uomini, posto dalle mani inconsapevoli di una povera contadina, fra quelle di un ucciso nella tremenda guerra di sterminio, quale profondità di significati attingeva negli abissi del pensiero! La fede ingenua, la pietà umana, si confondevano con la più feroce e spietata ironia. Era il crollare rovinoso di tutte le teorie umanitarie e sentimentali dinanzi alla realtà inesorabile; ed era anche l’eterna aspirazione a una divina armonia; pareva una protesta contro la crudeltà belluina della guerra; il vaticinio o l’augurio che dalle terre bagnate di tanto sangue umano germogliasse l’albero della pace universale…"


Luigi Natoli: Alla guerra! Romanzo storico ambientato nel Belgio e nella Francia della prima guerra mondiale. 
L'opera, raccolta per la prima volta in libro, è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914. 
Pagine 950 - Prezzo di copertina € 31,00
Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia, sconto 15)
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Luigi Natoli: Improvvisamente i gemiti si mutavano in ululi di dolore... Tratto da: Alla guerra! Romanzo storico

 
"S’accostò al letto del ferito, gli sollevò con una mano il capo, con l’altra porse alle labbra riarse una tazza d’acqua… Poi gli acconciò le coperte; e ritornò al letto, e dopo essersi assicurata che il suo ufficiale dormiva, sedette di nuovo sullo sgabello, con le mani sul grembo, lo sguardo vagante sopra i letti, dove ogni tanto qualcuno si lamentava. Quanti ve n’erano!... E di là altre c’erano altre sale, e si intravedevano altri letti; e sopra, nel piano superiore ce n’erano ancora. 
Si sentivano dei passi andar su e giù; forse medici, infermieri; ogni tanto di fuori una voce impartiva ordini; si udiva un rotolare di carrette; un via vai frettoloso; poi qualche urlo di dolore; dei gemiti che levavano il cuore; frammezzati da improvvisi silenzi. A ogni aprir di porta entravano zaffate di odore d’acido fenico; e il vocìo si faceva più distinto e i gemiti più forti. Ella riconosceva la voce del capitano medico; e immaginava che medicasse altri. Forse estraeva altre palle. 
Improvvisamente i gemiti si mutavano in ululi di dolore che facevano rabbrividire. Si alzò e s’avvicinò alla porta; vide intorno al letto operatorio un gruppo di persone, che le nascondevano la vista del letto; uno dei chirurghi pareva intento a qualche cosa che Betty non poteva capire: vide però uno dei medici trascegliere di fra gli strumenti, una sega. Ella si sentì gelare il sangue, ma non si mosse; una curiosità folle la inchiodava lì, su la soglia, nell’aspettazione trepidante di qualche cosa orrenda. I suoi occhi spalancati erano costretti da una forza ineluttabile a seguire ogni gesto; i suoi orecchi a udire.
Nessuno parlava. Solo, ogni tanto, qualche ordine breve, rapido, quasi sottovoce, ma il  ferito che stava in mezzo ai medici, e che Betty non vedeva, non taceva. Betty l’udiva: udiva un mugolìo disperato che non aveva nulla di umano, un rantolo che pareva squarciasse il petto; e si sentiva il cuore pieno di sgomento e di pietà. A un tratto vide una mano buttar in un canto, presso il tavolo degli strumenti, qualche cosa. Mandò un grido, chiudendo gli occhi; ma li riaprì subito e guardò. Era una gamba, una gamba umana, spezzata, sanguinante, nuda, col piede inerte, un piede tozzo, dalle dita ripiegate, come se un rabbrividimento li avesse contratti: una gamba divelta dal suo tronco, buttata là come una cosa inutile, come una cosa nociva; ed era carne umana…"


Luigi Natoli: Alla guerra! Romanzo storico ambientato nel Belgio e nella Francia della prima guerra mondiale. 
L'opera, raccolta per la prima volta in libro, è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914. 
Pagine 950 - Prezzo di copertina € 31,00
Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia, sconto 15)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso: 
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Forense (Via Maqueda 185), Libreria Macajone (Via M.se di Villabianca 102), Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60)

giovedì 8 febbraio 2024

Luigi Natoli: Spogliati di ogni avere, i Giudei dovevano lasciare la città (L'Esodo) Tratto da: La baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue.

Oppressi dalla sventura, pallidi, disperati non osavan guardarsi, tanta era l’ambascia che ciascuno provava vedendo nel volto degli altri la propria miseria. E che potevano ormai sperare? L’università di Palermo, con ardito linguaggio aveva protestato contro l’iniqua sentenza che bandiva gli Ebrei dagli stati cattolici. Il Pretore e i Giurati di Palermo, con la tradizionale generosità, avevano chiamato la maestà regale alla osservanza della costituzione e dei capitoli del Regno, l’indipendenza del quale l’atto arbitrario e dispotico veniva a colpire: soli, nell’universale abbandono, si levarono in difesa della razza maledetta; e in nome della libertà dello stato, della religione, degli interessi economici, chiesero la revoca dell’editto. Lo stesso Vicerè don Ferdinando de Acugna sentiva stringersi di pietà: ma i baroni non si mossero dai loro castelli, ma il Parlamento non si riunì per difendere i figli di Giuda: e l’editto non fu revocato.
Spogliati di ogni avere, senza altra ricchezza che una irrisoria elemosina lasciata loro per non morir di fame, i Giudei dovevano immancabilmente lasciare la città il 12 gennaio 1493. Per andar dove? E per vivere come?
Pensava ciascuno entro di sé a questo dubbio avvenire, paragonandolo al passato tranquillo e confidente; e torbide e dolorose visioni passavan per la mente. A un tratto la voce di Moisè Abbanascia disse fiocamente:
- Fratelli!... prepariamoci a questa pasqua del dolore!...
E alzando le mani su tutta la moltitudine aggiunse con voce tremante:
- E Iddio ne protegga!...
Uscirono i Giudei dalla Sinagoga per tornare alle case dolenti, e ciascuno volgevasi con occhi lacrimosi a guardare per l’ultima volta il caro tempio della sua fede, dei suoi affetti, della sua nazionalità.
I cittadini che vedevano passare l’afflitta turba tacevano, e soffocavan nell’anima la pietà, perché non trasparisse di fuori.
Dopo una mezz’ora, le galee con le vele gonfie si mossero, lentamente, dondolandosi, spinte dai remi, che tonfavano cupamente nell’acqua.
Sulla tolda, ritti, i Giudei guardavano la terra, guardavano la gente, guardavano tutto quello che lasciavan per sempre, e allora l’ultima larva di speranza, il miracolo nel quale si rifuggiavano in quel supremo momento, cadde; tutta la grandezza della miseria presente, l’orror dell’avvenire, la felicità passata apparvero, ed un gemito lungo, angoscioso, straziante, risonò fra le vele e le corde delle galee, e un altro gemito ugualmente lungo, angoscioso rispondeva dalla spiaggia...
E nel mentre le navi uscivano dal porto, i famuli del Sant’Officio arrestavano un giovane che aveva sputato in viso a un frate domenicano.


Luigi Natoli: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue. Raccolta di leggende a sfondo storico trascritte dal volume originale Storie e leggende, pubblicato in Palermo dalla casa editrice Pedone Lauriel nel 1892. Alla raccolta è stata aggiunta la novella "La signora di Carini" pubblicata nel Giornale di Sicilia nel 1910 con pseudonimo di Maurus, "Un poemetto siciliano del secolo XVI" estratto dagli Atti della reale accademia di scienze, lettere ed arti di Palermo (serie III - vol. IX - Palermo 1910) e "Storia della Baronessa di Carini (sec XVI) estratto da "Musa siciliana" con note dell'autore - Casa editrice Caddeo 1922.
Pagine 305 - Prezzo di copertina € 21,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso: 
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro) La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Macajone (Via M.se di Villabianca 102), Libreria Forense (Via Maqueda 185). 

Luigi Natoli: Vi hanno obbligato a cucire la rotella rossa sul taled, come segno d'infamia... (L'Esodo) Tratto da: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue

 
Raccolti nella sinagoga, ascoltavano i Giudei il rabbi Moisè Abbanascia; intorno a lui sedevano i rabbi, indi i Proti, i dodici Eletti, e Balii, gli Auditori dei Conti, il Percettore, tutti i magistrati della Giudeca; più in là i Leviti mesti e taciturni. I Rabbi, col taled quadrangolare sul capo, guardavano le alte pareti della sinagoga, presaghi del futuro; e con uno stringimento doloroso del cuore, vedevano con la mente la distruzione del loro tempio, già desolato, e sulle rovine sorgere la chiesa cristiana. 
Gravava la tristezza nell’aria; e nel silenzio profondo rompeva talvolta un singhiozzo mal soffocato...
- “Nulla, nulla è giovato – diceva Moisè Abbanascia – e nulla più ci rimane, né meno i nostri averi: la sentenza è improrogabile... Noi lasceremo e per sempre queste terre dove siam nati, dove son nati i nostri padri, dove la nostra nazione ha inteso meno che altrove i dolori dell’esilio!... Che cosa abbiamo fatto noi? Non abbiamo pagato la gesia statuita dal glorioso Ruggero? Non abbiamo soddisfatto le gabelle? Ci siamo rifiutati ai donativi? Giammai; né per divisi che siano stati i nostri interessi da quelli dei regnicoli, abbiamo negato il nostro aiuto, quando le guerre han minacciato l’indipendenza del Regno...
“E l’università di Palermo non ha riscosso sempre il diritto di jugalia e il censo e le altre imposizioni?... Ecco ora che il vento impetuoso strappa le verdi fronde della foresta, e travolge nel turbine le foglie... Eccoci dispersi come gregge colpito dalla folgore, o assalito alla pastura dal lupo vorace: eccoci dannati a trascinare la nostra miseria per estranee contrade, fra genti nuove, aspettati forse da ignote servitù e da più fiere miserie... E i nostri padri che noi abbiamo seppellito nelle campagne bagnate dall’Oreto? Aimè! La vanga del cristiano romperà il sasso che chiude le venerate ossa, e le disperderà ai venti, come le ossa dei figli di Caino!...
“Perché? Vi hanno obbligato a cucire la rotella rossa sul taled, come segno d’infamia, come la sillaba che Dio scrive sulla fronte dei colpiti dal suo furore... e voi avete obbedito; vi hanno costretto a non fabbricar le vostre case di là da un certo limite, e voi avete obbedito... E avete anche gittato nella voragine di costoro, profonda come l’eternità, la vostra ricchezza, il frutto del vostro assiduo lavoro; non chiedendo in cambio dell’obbedienza e dell’oro che la tranquillità oscura, che la pace ignorata, nelle nostre case, nei nostri banchi, nel nostro tempio!... Amare, lavorare, pregare secondo il nostro cuore, i nostri bisogni, la nostra fede!...
“Ma Iddio ha suscitato contro di noi frati ignoranti, fanatici, sanguinarii... Oh, ricordatevi le stragi di Taormina, e di Modica, l’assassinio di Bitone, le prediche di fra Giovanni Pistoria, le persecuzioni minute, incessanti, feroci del Sant’Offizio, le calunnie sul nostro rito...
“Oh la mite, e feconda tolleranza d’altri tempi, quando il nostro tempio sorgeva accanto alla moschea e alla chiesa; e a noi erano accordati privilegi e libertà!... Perché dunque, o Dio potente e sterminatore, non mandi i tuoi angeli, nella notte tenebrosa, per disperdere gli empii sacerdoti, i fabbricatori di idoli d’oro e d’argento?...
“Vano e sterile pianto è il nostro! Quando i nostri padri, tratti nella schiavitù per settant’anni, sedettero sui fiumi di Babilonia, lasciata diserta e rovinosa Sionne, il canto dei Profeti mitigò l’aspra servitù augurando il ritorno nella patria e la riedificazione del tempio... Ma a noi, nati lontano dalla patria antica, cacciati dalla patria antica, cacciati dalla patria di adozione, non il canto dei Profeti, non l’augurio del ritorno... Abbandoneremo questa terra alta e rigogliosa come un palmizio, che il nostro lavoro, la nostra ricchezza hanno resa più grande, come le acque del Iabok crescono in magnificenza il sacro Giordano... Oh che l’anima tua sterile, o Tomaso Torquemada, ululi pel terrore, come vedova lupa assetata di libidine nel caldo maggio! Che la mano di Dio ti strappi dal seno dei tuoi fratelli, come è divelto il loglio di tra’ frumenti dall’agricoltore! Che il tuo fianco sia prostrato nella polvere, come la quercia dalla folgore!... Ah!... sfavillano i primi roghi in Granata, e dalla ampia catasta si sprigionano le scintille, come rubini scagliati in alto da uno scrigno; e su quella catasta, e tra le fiamme che s’attorcono come draghi, urlano e muoiono tra gli spasimi vecchi cadenti, fragili donne, innocenti bambini... Urlano, mentre le fiamme si apprendono alle carni, e le carni si gonfiano, scoppiano, colan sangue e sanie gorgogliante... E questa è la sorte riservata a noi!...
“Acabbo  e Gezabele ebbero sete della vigna di Iezrael e fecero morire il buon Nabor; ma la collera di Dio li raggiunse, e i cani divorarono le loro carni là dove avean lambito il sangue di Nabor. Tal sia dell’avaro Ferdinando e della crudele Isabella!...


Luigi Natoli: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue. Raccolta di leggende a sfondo storico trascritte dal volume originale Storie e leggende, pubblicato in Palermo dalla casa editrice Pedone Lauriel nel 1892. Alla raccolta è stata aggiunta la novella "La signora di Carini" pubblicata nel Giornale di Sicilia nel 1910 con pseudonimo di Maurus, "Un poemetto siciliano del secolo XVI" estratto dagli Atti della reale accademia di scienze, lettere ed arti di Palermo (serie III - vol. IX - Palermo 1910) e "Storia della Baronessa di Carini (sec XVI) estratto da "Musa siciliana" con note dell'autore - Casa editrice Caddeo 1922.
Pagine 305 - Prezzo di copertina € 21,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso: 
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro) La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Macajone (Via M.se di Villabianca 102), Libreria Forense (Via Maqueda 185). 

Luigi Natoli: Quando il 28 febbraio del 1489 il vicerè Ferdinando de Acuna cacciò gli ebrei dalla Sicilia... (L'Esodo) Tratto da: La baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue.

 

Sotto il viceregno di Ferdinando de Acuna, giunto in Palermo il 28 febbraio 1489, avvenne un fatto memorando per tutti gli stati della monarchia. Era in Spagna e alla Corte divenuto potentissimo fra Tomaso Torquemada, domenicano, fanatico fino alla ferocia, che fisso nell’idea di purificare il cattolicesimo, aveva riformato l’Inquisizione, e creato quel terribile Istituto, che acquistò dominio su tutto il Regno e sui Sovrani stessi. Musulmani ed ebrei eran la lebbra che bisognava distruggere col fuoco. Nell’animo del Re si confusero la superstizione e la necessità di denaro, sì che cedette alle insistenze violente e minacciose del frate, il quale, pretese che il Re cacciasse gli Ebrei da tutti gli Stati. Il bando fu promulgato il 31 marzo del 1492 ed ordinava che uscissero fra tre mesi, ma lasciando denari, vasellami e ogni loro cosa, per quanto misera. I miseri tentarono ottenere la sospensione offrendo grandissima somma, ma il feroce Torquemada non volle: e il Re ubbidì. Circa settantamila ne partirono dall’Aragona: parecchie migliaia che si erano convertiti, forse in apparenza, accusati di professare occultamente la religione degli avi, furono bruciati vivi. 
(Luigi Natoli)

La giornata era plumbea; tutta la notte era piovuto, e le strade eran rigate da rivoletti fangosi. Le acque della Cala torbide ed agitate si orlavano di una spuma gialliccia; e le galee all’ancora si dondolavano sui fianchi. Per l’aria si sentiva l’umidore freddo della stagione, e tutte le case intorno avevano un color grigio pieno di tristezza. Il castello sorgeva sul porto, coi suoi cannoni massicci, le sue bombarde, i suoi terrapieni coperti di un’erba verde, che nell’ombra grigia di quel mattino invernale metteva una nota di gaiezza primaverile.
Il porto, a Piedigrotta e per la piazza che si estendeva innanzi al Castello, era gremito di gente. I Giudei della Giudeca di Palermo si affrettavano a partire: con loro quelli delle città interne dell’isola, venuti il giorno innanzi in Palermo per quell’esodo doloroso.
Avevano tutti il taled con la rotella rossa sulla spalla, le donne recavano il segno cucito sul petto; aggiravansi in silenzio per la spiaggia, guardandosi mestamente, guardando il mare, le galee, l’orizzonte, poi, dall’altro lato, le torri, le cupole, le case, i monti lontani. Di quando in quando giungeva una frotta di Giudei stanchi, infangati; venivano da qualche lontana Giudeca; i compagni li accoglievano in silenzio, senza muoversi dal posto; si guardavano, scotendo il capo, e ogni nuovo fratello che sopravveniva, aumentava la fierezza del dolore universale.
In disparte gli ufficiali del governo sopraintendevano all’imbarco: i soldati castigliani appoggiati alle alabarde, guardavano senza mostrar commozione alcuna; intorno, frammisti agli ebrei si aggiravano i cittadini, alcuni mossi della curiosità, altri punti da pietoso sentimento, altri dall’amicizia.
Venne l’ora. Essi non avevano robe da caricare sulle galee; il re non aveva lasciato altro a loro che le vesti che avevano indosso, e un miserabile assegno, per non gravarsi la coscienza di averli fatti morire di fame. Qualcuno recava con sé alcune masserizie, legate in un fazzoletto, e reggeva su la spalla l’involto infilato a un bastone.
Cominciarono a entrar nelle barche. Alcuni vinti dall’emozione sentivano empirsi gli occhi di lacrime, e romper in singhiozzi il petto; altri nascondevano la faccia tra le mani; pochi conservavano una certa fierezza, celavano l’ambascia dell’anima. Oh come erano dolorosi gli addii; e come lunghi i baci, e intense le strette di mano!... Essi salutavano i cittadini cristiani, e in quel punto dimenticavansi gli odii religiosi, le differenze di razza, e si abbandonavano al dolore profondo della sventura, che colpiva coloro che per quattordici secoli erano vissuti insieme.
- Perché non vi fate cristiano e non rimanete con noi? – chiedeva qualcuno.
Il Giudeo levava alteramente il capo, e il volto lacrimoso prendeva subito una espressione di fiera rassegnazione.
- Tradire i miei fratelli, la mia fede?
- Ma altri l’han fatto...
- Peggio per loro! Dio li sperderà!... 
Dopo una mezz’ora, le galee con le vele gonfie si mossero, lentamente, dondolandosi, spinte dai remi, che tonfavano cupamente nell’acqua. 
Sulla tolda, ritti, i Giudei guardavano la terra, guardavano la gente, guardavano tutto quello che lasciavan per sempre, e allora l’ultima larva di speranza, il miracolo nel quale si rifuggiavano in quel supremo momento, cadde; tutta la grandezza della miseria presente, l’orror dell’avvenire, la felicità passata apparvero, ed un gemito lungo, angoscioso, straziante, risonò fra le vele e le corde delle galee, e un altro gemito ugualmente lungo, angoscioso rispondeva dalla spiaggia... 
Questa fu l’uscita degli Ebrei da Palermo, e di loro oggi non resta che una memoria sola; il nome di Meschita quasi moschea, dato al cortile dove sorgeva un tempo la Sinagoga maggiore.


Luigi Natoli: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue. Raccolta di leggende a sfondo storico trascritte dal volume originale Storie e leggende, pubblicato in Palermo dalla casa editrice Pedone Lauriel nel 1892. Alla raccolta è stata aggiunta la novella "La signora di Carini" pubblicata nel Giornale di Sicilia nel 1910 con pseudonimo di Maurus, "Un poemetto siciliano del secolo XVI" estratto dagli Atti della reale accademia di scienze, lettere ed arti di Palermo (serie III - vol. IX - Palermo 1910) e "Storia della Baronessa di Carini (sec XVI) estratto da "Musa siciliana" con note dell'autore - Casa editrice Caddeo 1922.
Pagine 305 - Prezzo di copertina € 21,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
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mercoledì 7 febbraio 2024

Luigi Natoli: Carnevale. Tratto da: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie.

Febbraio è il mese del carnevale.
Che cos’è il carnevale?
È un periodo di giorni, nei quali, per antichissima usanza, è permesso agli uomini di mascherarsi, di travestirsi buffonescamente, e di far baldoria per le strade.
Nelle case si balla. L’ultimo giovedì di carnevale, e gli ultimi tre giorni che seguono (la domenica, cioè, il lunedì e il martedì), che si dicono grassi, la tavola è più abbondante del solito: si mangiano manicaretti e dolciumi speciali; e si beve.
Tirati i conti, che cos’è il carnevale?
Una pazzia che assai spesso finisce con scorpacciate, che ti guastano lo stomaco; e con sbornie, che, se non ti fanno commettere qualche mala azione, ti rendono ridicolo.
Per divertirsi, ha bisogno l’uomo di mettersi un brutto viso posticcio di cartone? di travestirsi da pulcinella, da arlecchino o da antico spagnolo, o, più ridicolosamente, rivoltando il vestito? di mettersi una gobba? di contraffare insomma quelle sembianze che gli diede Dio, e quell’aspetto che gli diede la società in cui vive? e ha bisogno di empirsi il ventre con intemperanza?
Certamente, specie per chi lavora, un po’ di svago ci vuole: ma non c’è bisogno di aspettare il carnevale, e di far pazzie che rovinano lo stomaco. L’uomo può onestamente divertirsi quando vuole, e anche con utile del corpo e dello spirito.
C’è tanti divertimenti, tanti giuochi adatti ai fanciulli, ai grandi! Gare ginnastiche, giuochi col pallone, tiri al bersaglio, gite in campagna, teatri, cinematografi, feste da ballo... Oh non ne mancano, e se ne possono inventare, senza danno della salute, della tasca e del proprio decoro.

Un proverbio dice: Di carnevale, ogni scherzo vale. Il carnevale è infatti il tempo delle burle; e l’usanza vuole che di esse nessuno si tenga offeso; ma non bisogna abusarne. Certo, tra amici e parenti è permessa qualche beffa spiritosa, purché essa non trascenda in villania, non pregiudichi la reputazione, non apporti danno alla roba.
Uno scherzo comune tra i ragazzi è quello di appendere una striscia di carta o un cencio o qualcosa di simile dietro le spalle o alle falde del vestito delle persone, e gridare: 'u calò! Ovvero:  'u calaiu! – come dire ca l’hai. È uno scherzo sguaiato.
Un altro è quello di gittar sulle persone pezzetti minutissimi di carta, che una volta si dicevano pittiddi, mentre ora, che si fanno con lo stampo, a piccoli dischi, si dicono coriandoli; e l’uso s’è propagato. È uno scherzo innocente.
Meno innocente è lo scherzo di far scoppiare, schiacciandoli fortemente dietro le spalle delle persone, gozzi di polli rigonfi d’aria. È poi addirittura riprovevole il far scattare, fra i piedi di chi va, bombette, salterelli carichi di polvere accesa; peggio ancora, incendiare piccoli razzi appesi dietro il vestito delle persone. Non far mai questi scherzi villani, che possono anche recar danno alla salute.
Gli scherzi carnevaleschi, innocenti o no, se si possono tollerare fra uguali, tu non li userai coi vecchi e con le persone autorevoli, che vanno rispettati; ed è sguaiataggine da ragazzacci esporli alle beffe e alle risa altrui.
La vecchiaia è sempre onoranda.


Luigi Natoli: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie. 
L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato dalle Industrie Riunite Editoriali Siciliane nel 1925, corredato con le foto dell'epoca. Attraverso un viaggio immaginario che parte da Catania e finisce a Messina, passando per tutte le città della Sicilia, l'autore spiega ai fanciulli dell'epoca storia, attività economiche, tradizioni e leggende della Sicilia. Una lettura resa piacevole dal modo gentile e semplice con cui il professore Natoli si rivolge ai ragazzi. Il volume è impreziosito dalle foto dell'epoca. 
Pagine 274 - Prezzo di copertina € 19,00
La copertina di Nicolò Pizzorno riproduce esattamente il volume originale. 
Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store online e in libreria presso: 
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), La Feltrinelli libri e musica (Punto vendita centro commerciale Conca d'Oro) Libreria Nike (Via Marchese Ugo 56), Libreria Macaione (Via Marchese di Villabianca 102), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15)

Luigi Natoli: La festa di S. Agata e le "attuppateddi". Tratto da: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie.


Il 5 febbraio in Catania celebrano la festa di sant’Agata, che è la patrona della città.
Sant’Agata era una giovinetta bellissima e di puri costumi, vissuta al tempo di un imperatore romano che perseguitava crudelmente i cristiani. Allora dominava una religione falsa, detta pagana: non si adorava un solo Dio, creatore dell’universo e padre di tutti gli uomini, ma tanti dèi; e qualche volta si proclamava dio anche un imperatore, se pur malvagio.
Il cristianesimo, ossia la religione predicata dal Gesù Cristo, non era ancora molto diffuso, ma i suoi seguaci aumentavano ogni giorno; e siccome combattevano i falsi idoli, e predicavano l’amore fra gli uomini, erano ritenuti nemici dello Stato e degli iddii. Perciò erano perseguitati, arrestati e gittati in pasto alle belve, o sottoposti a crudelissimi supplizi, se non rinunciavano alla loro fede.
La giovinetta Agata fu dal governatore di Catania con ogni lusinga di ricchezze, di grande stato, di matrimoni, tentata a rendere onore agli dèi; ma essa tutto rifiutò, salda nella fede in Gesù. Che cosa erano i beni materiali in confronto dei beni promessi da Gesù nell’altra vita? Sdegnosa resistette a ogni lusinga e a ogni minaccia; e per questo fu dal crudele governatore fatta prima tormentare col taglio dei seni, e poi decapitare.
Essa sostenne il supplizio con animo invitto: perché soltanto una fede viva e profonda dà forza e serenità all’animo contro gli orrori della morte atroce. La Chiesa ascrisse la verginella Agata fra le sante martiri, e ne assegnò la festa al 5 di febbraio.
Fra le usanze della festa ve n’era una curiosa. Le donne di Catania, uscendo di casa, solevano avvolgersi con un lungo e vistoso manto, che scendeva loro dal capo; e lo facevano con tanta grazia, che ne erano ammirate.
Ora, per la festa si teneva nella città una fiera: le donne, signore e popolane, in questa occasione uscivano sole, ma chiudevano il manto sul viso, lasciando scoperti solo gli occhi, sicché erano irriconoscibili; e così celate si chiamavano attuppateddi. Andando per le vie, se incontravano un parente, o un amico o un conoscente, lo conducevano, senza svelarsi, in una bottega, e domandavano un regalo: ciò che gli uomini facevano cortesemente, senza pretendere di conoscere la donna, cui essi donavano quella specie di strenna. Ne avvenivano poi, se si riconoscevano, graziose sorprese. 
Ora l’usanza è morta: forse perché le donne non indossano più il manto; o perché queste tradizioni di antica origine vanno sparendo. 
Il nome di “attuppateddi” viene da attuppari, che, voi lo sapete, vuol dire turare; e si dice di certe grosse chiocciole, che durante il letargo si coprono di un velo, così come le donne si coprivano col manto.


Luigi Natoli: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie. 
L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato dalle Industrie Riunite Editoriali Siciliane nel 1925, corredato con le foto dell'epoca. Attraverso un viaggio immaginario che parte da Catania e finisce a Messina, passando per tutte le città della Sicilia, l'autore spiega ai fanciulli dell'epoca storia, attività economiche, tradizioni e leggende della Sicilia. Una lettura resa piacevole dal modo gentile e semplice con cui il professore Natoli si rivolge ai ragazzi. Il volume è impreziosito dalle foto dell'epoca. 
Pagine 274 - Prezzo di copertina € 19,00
La copertina di Nicolò Pizzorno riproduce esattamente il volume originale. 
Sconto del 15% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
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venerdì 26 gennaio 2024

Luigi Natoli: Lilibeo e la vendita degli schiavi. Tratto da: Gli Schiavi. Romanzo storico siciliano

Lilibeo offriva ancora lo spettacolo di una città mista nei suoi edifici di elementi cartaginesi e di elementi greco-romani. Per quanto da un secolo circa appartenesse a questi ultimi, la più che secolare dimora fattavi da quelli, per i quali era una base di domini in Sicilia, aveva lasciato molto della sua vita nella struttura di qualche tempio, in una parte del Foro, in parecchie case, cupe come le loro anime.
Il Foro era situato nel bel mezzo della città, nelle vicinanze del mare. Era una piazza piuttosto lunga che larga, circondata di colonne, e dentro i portici era piena di botteghe. Ivi erano gli orafi, i mercanti, i granai; ivi i macellai, i fornai, i vinai; ivi si commerciava. A un capo della piazza v’era la magistratura, accanto v’era il palazzo del questore; di fronte, il tempio trasformato romanamente, e dedicato a Giove.
La vita pubblica si svolgeva nel Foro, e anche la privata nelle sue relazioni sociali. I cittadini, oltre che per acquistarvi ogni cosa utile a vivere, vi convenivano per chiacchierare, discutere, concludere gli affari; perché ancora non era invalso l’uso dei bagni a luoghi di ritrovo, come oggi sono i caffè e i circoli. Le notizie si apprendevano nel Foro, nelle taverne argentarie, negli unguentari e simili botteghe, frequentate dai cavalieri romani, dai ricchi siciliani, dalle donne che amavano i profumi.
Caio Cecilio fendè la folla, che gli antiambulani avevano diviso in due ali, e si avvicinò alla catasta. Gli schiavi erano tutti giovani, nessuno dei quali toccava ancora i venticinque anni. Il cartello che pendeva sul petto di ognuno diceva la patria, l’età e le attitudini. Erano tutti gente scelta; v’erano Sirii e Liburni, abili portatori; Frigi, Lici, Greci d’Asia buoni per servire a tavola; Numidi atti a far da messaggeri e da corrieri; vi erano buoni pastori, palafrenieri, bagnini, tonsori; e fra le donne: orlatrici, cinstore e perfino una ostetrica.
Erano alla mercè dei visitatori: che li palpavano, li esaminavano da ogni parte, ne provavano la forza e l’agilità, ne valutavano il prezzo, ma il più delle volte se ne andavano senza acquistarne.
Caio Cecilio andava osservando ad uno ad uno quei poveri schiavi; li osservava e domandava al mercante le loro qualità e perché fossero schiavi. Si fermò dinanzi ad un giovane di circa vent’anni. Era alto e muscoloso e mostrava di possedere una forza fisica superiore agli altri, una forza morale, quasi la conoscenza del proprio valore, e un rispetto verso di sé, da non aver confronti. Era di carnagione abbronzata dal sole, ma bianca in se stessa, con i capelli castani e sul volto una leggera lanugine bionda; il naso diritto, la bocca bella ma sdegnosa, il mento quadrato; ma gli occhi scuri e grandi avevano una finezza e nel tempo stesso un fascino tale che attirava la simpatia di chi lo mirava.
Caio Cecilio lo guardò in silenzio, lesse il cartello: “Bionte, soprannominato Elio, nacque in Cirene, nel 632 di Roma, atto a qualunque ufficio”. Poi si volse al mercante:
- Compro costui se mi accomoda…
- Oh, puoi esaminarle quanto vuoi, domine. Non v’è schiavo migliore di lui.
Caio Cecilio lo tastava da ogni lato, gli faceva aprire la bocca e guardava i denti: bianchi, solidi e forti; gli metteva la mano sul cuore.
- Non ha difetti occulti?
- Oh, per Ercole! Che dici tu! È sanissimo. Te lo do con ogni malleveria. Non è fuggitivo perché avrebbe se non altro, rasa la metà dei capelli. Per questo, non lo cedo per meno di centomila sesterzi.
- Caro – replicò Caio Cecilio: – per diecimila sesterzi…
- Oh santi Numi; e tu Ermete fa che questo illustre padrone si persuada! Mi offre diecimila sesterzi! Ma ne vale duecentomila! È buono, anzi eccelle in tutto! Mettilo a bifolco, è capace di domare il più riottoso dei tori; mettilo a un’arte, e ti farà stipi o chiavi incredibili; mettilo a contabile e ti farà trovare i conti in regola. Non ti dico della sua forza…


Luigi Natoli: Gli Schiavi. Romanzo storico siciliano ambientato in Sicilia al tempo della seconda guerra servile, nel 103 a.C.
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice Sonzogno nel 1935.
Pagine 387 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
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