Monsignor Cisneros s’era assunto l’incarico di dirigere questa caccia; e lo faceva con un ardore rabbioso, spinto dalle istigazioni di don Angelo, che, ricuperata la memoria del tutto, aveva informato a modo suo l’inquisitore suo parente. E come era naturale si era dipinta vittima delle iniquità del frate, che chiamava ladro, sacrilego e incestuoso. Respinto dai più compassionevoli, insidiato dai più scrupolosi, fra Diego, stanco, affamato, era stato ripreso, e incatenato per le braccia, per le gambe, per le mani, trasportato nuovamente al Sant’Offizio. E ne era venuta la condanna a cinque anni di remo. Cinque anni di odio, accumulatosi giorno per giorno nel suo cuore, e non soltanto contro don Angelo, ma contro il Sant’Offizio, contro i frati, contro la Chiesa; che tutti faceva complici di quel malfattore ai danni della giustizia.
Pensava a tutto questo ora fra Diego, mentre la galera sciava silenziosamente nell’ampio mare, avvolta dalla notte...
Monsignor Cisneros, pensava fra sè:
- “Se questo fosse vero, fra Diego dovrebbe dire dove ha messo il denaro: forse l’avrà confessato al padre rettore, ma questi, se l’ha ricevuto in confessione, non tradirà il segreto... Salvo che non ne sia prosciolto...”
Monsignor Cisneros pensava ancora che fra Diego aveva dovuto confidare al rettore dove si trovasse Isabella. Poteva anche darsi che gli avesse dato qualche incarico per lei. Bisognava perciò sorvegliarlo, pedinarlo, spiare le persone con le quali bazzicava, intercettar le lettere, se ne spediva, servirsi di ogni mezzo insomma per appurare se Isabella era a Palermo o dove fosse, e se egli era stato incaricato di prendere in consegna il tesoro.
Oramai era entrata nel sangue anche a lui l’avidità di quel denaro, non già per affidarlo a don Angelo, ma per aumentare le rendite del Sant’Offizio. Architettando tutto un processo canonico, pensava di mettere sotto sequestro quel denaro, e farne sentenziare la confisca: e don Angelo non avrebbe potuto far nulla. Ma questo disegno, l’inquisitore lo tenne, come si poteva capire, in segreto.
Recatosi da don Angelo, gli comunicò quel che aveva pensato di fare pel rettore. Don Angelo trovò che la cosa era lunga.
- Dategli la tortura, ricorrete a tutti i mezzi, e fate cantare quel pezzo da forca!...
Monsignor Cisneros se ne tornò al palazzo del Sant’Offizio. Che fra i due avvenimenti misteriosi vi fosse un nesso, e che la chiave l’avesse a portata di mano, non gli passò per la mente. Egli si proponeva di andarla a cercare presso Isabella. E per cominciare volle tentare di cavare dalla bocca di fra Diego qualche indizio.
Il custode dovette raccogliere tutte le sue forze, per non tradire la sua paura, quando l’inquisitore gli disse di aprire la segreta di fra Diego. Immaginava che monsignore avesse già trovato il bandolo della matassa, che tutto si verrebbe a scoprire e che egli era perduto. Ignorando l’uccisione di don Angelo, non poteva supporre che l’inquisitore avesse altre e più forti ragioni di interrogare il prigioniero. Monsignor Cisneros era così preoccupato che non s’accorse del turbamento del custode, il quale si stette dietro la porta, per udire quel che dicessero, ed esser pronto, in ogni caso, a fuggire. L’inquisitore entrò con due guardie armate di alabarde; fra Diego si fece trovare in ginocchio, come assorto nella preghiera...
In foto padre don Angelo. Spettacolo teatrale del 7 giugno alle ore 21:00 di Fra Diego La Matina, con la compagnia Araldo del Vespro presso il Teatro don Bosco - Via Libertà 199 - Palermo.
Testo e regia di Giuseppe Bongiorno.
Luigi Natoli: Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo soggiogata dall'Inquisizione. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1924.
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia)
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