Serro nel profondo del cuore l’angoscia, respingo indietro le lagrime che fanno impeto agli occhi, per scrivere della mia creatura.
Potrei commettere ad altri questo ufficio, ma non voglio; perché a nessun altro Egli rivelò l’anima sua, fuor che a me, che Egli amò devotamente e con orgoglio, che direi soverchio se si potesse dar misura all’amore suo filiale. Voglio scrivere io, il Suo babbo, non soltanto per dire il cuor che Egli ebbe, ma per isfogo del mio cordoglio; e perché parmi che il Suo spirito debba gioire di questa mia testimonianza di dolore e d’amore.
Il frammento di bomba che nel piccolo cimitero di Staranzano scavò una fossa alla carne giovinetta, aperse una ferita insanabile nel cuor mio. Pure, in questa ferita, come in un sacrario, vive illuminata dalla luce purissima del voluto sacrificio l’immagine del mio Clodomiro; e più, contemplandola, si inacerba il rimpianto, più ella si ingrandisce agli occhi miei: perocchè dispogliata dalle materiali contingenze della vita, l’anima Sua mi si va sempre più rivelando diritta come una lama, tesa come un arco alla sua meta, austera nel concepimento del dovere, vigile e pronta al sacrificio, come quella di un confessore della fede.
Partì negli ultimi di maggio. Da allora stette sempre in prima linea; dovrei dire anzi sempre in trincea; che soltanto pochissimi giorni la sua compagnia andò in riposo. Modesto, sobrio, primo sempre ai pericoli, allegro, affettuoso, in tutta la lunga faticosa aspra avanzata per la conquista del Col di Lana, rese importanti servizi. Cento volte sfidò la morte: di giorno e di notte, sulla neve, sotto i reticolati austriaci, dovunque i suoi superiori Lo mandavano, sicuri dell’audacia, dell’abnegazione e dell’intelligenza del “Garibaldino” – come lo chiamavano.
E non vantò mai l’opera sua; spesso lasciò ad altri il merito di Sue rapide e feconde iniziative. Inviato dal suo capitano, che lo amava, a iscriversi nel plotone allievi ufficiali, si rifiutò. Che importava un grado? Combattere bisognava; che anche da semplice soldato si poteva ben meritare dalla patria.
Ora che scrivo di Lui, rileggo le Sue lettere, così quelle mandate da Pieve di Livinallongo, da Cortina d’Ampezzo, dal Col di Lana, come quelle del Seekofel; tutte così affettuose, così vibranti di fede, così nobili di idealità, che le lagrime stesse non possono impedire al mio cuore di esultare d’orgoglio.
Da alcuni mesi tempestava i superiori per essere trasferito sul Carso. La zona di guerra dove Egli era, Gli pareva tranquilla: a me che Lo consigliavo di rimanervi, rispose che lì, in quelle trincee a oltre 2500 metri, gli pareva di “essere imboscato!”; e se ne vergognava.
Due dei suoi fratelli erano stati gravemente feriti sul Carso, l’anno innanzi; altri due vi si battevano ora; là dunque era il Suo posto.
Negli ultimi di maggio ottenne di esser trasferito al 225° fanteria, le cui gesta erano state segnalate nei bollettini del Comando Supremo; e dove un altro mio figlio, comandante di una sezione di mitragliatrici, s’era già battuto e aveva pel primo occupato una importante quota nel gruppo dell’Hermada.
Dai Suoi superiori del 24° il mio Clodomiro fu presentato con lettere così elogiative, che dal colonnello del 225°, senza neppur provarLo, Gli fu assegnato il comando di una sezione autonoma, detta Bettica. E bastò meno di una settimana perché Egli confermasse quella fiducia, e Si acquistasse l’affetto e la stima dei superiori e dei compagni. E chi, conosciutoLo appena, non Lo amava? Chi non l’avrebbe amato?
Il 17 giugno, di mattina, condusse le reclute al poligono di tiro, per addestrarle al lancio delle bombe a mano. Erano bombe a miccia, del tipo detto Sipe. Si lanciano, accesa la miccia, a una distanza di venticinque o trenta metri: fra l’accensione e lo scoppio passan sette secondi; il loro raggio di azione si estende a venti metri. Bisogna lanciarle subito. Ma, imperizia e, più, paura tolgono a una recluta la padronanza di sé. Essa lascia cadere la bomba accesa di qua del parapetto, in mezzo ai soldati. Lo scoppio è imminente. Non v’è che un attimo. In quest’attimo è la vita o la morte di tutti. Fra il terrore degli altri, il mio Clodomiro serba lo spirito agile e sereno; vede la miccia fumante consumarsi, prevede la strage, sente che uno deve affrontare la morte per gli altri. Lui. E si slancia sulla bomba, la raccoglie, la scaglia oltre il paraschegge. Salvi? Gli altri sì! La bomba scoppia prima di cadere; una scheggia colpisce al cuore l’eroico Figlio. Una sola: e l’uccide!...
- Qui! Qui! – grida toccandosi il petto. Poi mormora: – Povero babbo! Povera mamma mia!
E le Sue labbra si chiusero per sempre sui nomi adorati: non rimpiansero in quel momento l’acerbezza del destino, la giovinezza spezzata, i sogni infranti: dolorarono del dolore altrui. L’ultimo Suo pensiero fu per lo schianto dell’anima nostra. La morte che non aveva osato colpirLo nella tempesta dei combattimenti, quando l’ira par che abolisca ogni senso di umanità; che non Lo aveva colpito eroe della strage, con l’arme insanguinata nel pugno; volle spegnerLo in un gesto di carità sublime; volle che tanta bella e fiorente giovinezza fosse irradiata della luce purissima del sacrificio, consapevolmente, volontariamente affrontato, sofferto per la salvezza degli altri!...
Nel maggio del 1915, alla vigilia della Sua partenza da Torino, Egli mi mandò la Sua fotografia con questa dedica:
“Al babbo, vero e grande patriotta, il suo Cloromiro avanti di partire per la guerra del Diritto e della Libertà, invia la sua fotografia, giurandogli di sacrificarsi, se occorre, per la più bella Italia, per la più grande repubblica”.
Il 24 maggio del 1917, dopo due anni trascorsi sempre in prima linea, fra le nevi, gli assalti, i bombardamenti, mi scrisse:
“Nel secondo anniversario della gloriosa e santa guerra, fidente nella nostra vittoria e nel trionfo del Diritto, dalle trincee del… a pochi metri dal nemico, invio gli auguri più fervidi di gloria e di felicità a te, che serenamente e con cosciente fede hai offerto alla patria i tuoi sette figli. Che tu sii fiero di ciò... Evviva l’Italia! Evviva la guerra contro i tedeschi!”
Così Egli apriva e chiudeva la Sua nobile vita di soldato di Italia: che se fortuna non volle che Egli vedesse la vittoria sognata, il giuramento Egli mantenne, e Si immolò.
Caro ed eroico figlio! Nel tuo affetto devoto esageravi ed esaltavi l’opera mia; ed io darei invece tutta la mia vita, tutto il mio lungo travaglio di scrittore per un anno della Tua radiosa giovinezza. Io non Ti vedrò mai più!
E Tu sognavi di condurmi con Te, dopo la guerra, per farmi trascorrere gli ultimi anni di vita in un dolce ozio di membra e di spirito! Io sognavo di rivederTi, reduce da Trieste, sfavillanti gli occhi della vittoria nostra; e precorrevo con l’immaginazione il giorno in cui, seduto dinanzi a me, mi avresti raccontata la gesta vissuta. Ecco infranto il Tuo sogno e il mio. Tu non hai veduta la vittoria, nella quale avevi fede; io, vecchio e dolente, vivrò questi giorni, guardando la Tua immagine, che le tue sorelle ornano di fiori e di tricolori, arso invano dal desiderio di baciare la Tua fronte.
Luigi Natoli
Luigi Natoli: Ricordi di Clodomiro, mio figlio.
Appunti dal taccuino di Clodomiro Natoli con introduzione di Luigi Natoli. Corredato dalle foto dell'epoca.
Pagine 71 - Prezzo di copertina € 10,00
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