martedì 2 giugno 2026

Luigi Natoli: Il primo tricolore che sventolò a Roma nel 1847 fu portato da siciliani... Tratto da: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni del 1848-1860

Il 15 novembre 1847 Roma era in festa: su tutti gli edifici sventolava il bianco vessillo del Papa: alle legazioni e alle ambasciate italiane ed estere ondeggiavano le bandiere dei rispettivi stati; fra esse quella del re di Napoli, bianca con in mezzo lo scudo borbonico: gigli d’oro su azzurro. Quel giorno prendeva possesso del suo ufficio la Consulta di stato, istituita da Pio IX; una delle riforme, che con l’amnistia e la istituzione della guardia civica parvero agli Italiani esaltati, i primi squilli di tromba della libertà. Roma dunque tripudiava: una folla immensa si assiepava sul Corso, e gremiva la piazza del Quirinale.
Anche allora abitavano in Roma molti Siciliani, giovani artisti o preti o studiosi o altro. V’erano fra i tanti i fratelli Luigi e Giuseppe Orlando, patrioti provati e futuri fondatori del cantiere di Livorno; i giovani pittori Natale Carta, Giaconia e Rindello, il padre Gioacchino Ventura generale dei Teatini, che fu poi il rappresentante del governo siciliano, il suo congiunto padre Francesco Ventura, il padre don Gaetano Alberto Palizzolo, molti altri.
Ora i Siciliani s’erano radunati, perchè volevano – scrive l’egregio notaro Milanesi in un pubblico atto – “ancorchè fosse per essi tempo luttuoso, associarsi al gaudio dei Romani”. Infatti infieriva in quei giorni, in seguito al tentativo messinese del 1° settembre, la reazione borbonica; esilii, fughe, prigionie, processi: la polizia arbitra della vita dei cittadini. Nondimeno questi Siciliani di Roma avevano preso accordi per intervenire in massa al corteo con una bandiera; e avevano dato incarico ai fratelli Luigi e Giuseppe Orlando di provvederla, e di “riunire sotto quella ad ora determinata i Siciliani dimoranti in Roma caldi amatori dell’italiano progresso”.
Pare che non sia stato molto facile provvedersi una bandiera: a ogni modo fu pronta pel 15 novembre; se non che la proibizione del Papa impedì che essa figurasse nel gran corteo ufficiale. La proibizione però non contemplava le dimostrazioni popolari; e la sera ve ne fu una nella quale “unitamente al vessillo pontificio, sventolarono le bandiere di tutti gli Stati italiani ed esteri”: del regno di Sardegna, cioè del ducato di Modena, del Granducato di Toscana, del regno di Napoli e via dicendo: e sventolò la bandiera dei Siciliani.
La quale non era quella del regno delle due Sicilie; era il tricolore: il tricolore italiano.
“E così – consacra il notaro Milanesi – fu questa la prima insegna tricolore che sventolò senza contrasto in questa Capitale nel corrente secolo”.
V’erano a Roma liberali di tutte le parti d’Italia; e pure non pensarono o non osarono inalberare la bandiera, che era il simbolo delle comuni aspirazioni, il simbolo della nazionalità italiana, della indipendenza, della libertà: si raggrupparono sotto le bandiere dei loro sovrani assoluti: soltanto i Siciliani, invece di raccogliersi sotto l’odiato vessillo borbonico, innalzarono il tricolore nazionale.
E non già per far atto di indipendenza da Napoli. Se questo gretto municipalismo avesse guidato il loro gesto, avrebbero innalzato quella bandiera del regno di Sicilia, che si era recinta di gloria per mare e per terra; e che era stata inalberata nel 1820; bianca con l’aquila araldica nel mezzo. Invece il 15 novembre 1847 a Roma essi relegarono nella vecchia storia del passato, la bandiera regionale, per far propria quella di tutta l’Italia; affermazione delle nuove aspirazioni nazionali.
Singolare bandiera, fatta per così dire di cenci. Eccola, come la descrive, con minuzie notarili, il buon Milanesi. Dopo aver constatato che era di tre colori, dice: “Quello verso l’asta è di color verde, l’altro successivo di color bianco e quello all’estremità di color rosso, e le cuciture dei teli e degli orli son fatte con cotone dei tre suddetti diversi colori. La suddetta bandiera è larga m. 1 e cent. 83, lunga m. 1 e cent. 25 e mm. 3; la larghezza del primo telo è di cent. 62 ed è composta di tre pezzi uniti insieme che si differiscono un poco nel colore; il secondo telo bianco è largo cent. 60, formato in due striscie e l’ultimo telo rosso è largo cm. 61, composto di tre pezzi che si differiscono un poco nel colore; tutti riuniti con sette cuciture ribattute, con orlo ad uso fazzoletto... più nel quarto superiore che è più vicino all’asta vi è attaccato con cuciture lo stemma della Sicilia in uno scudo rotondo del diametro di cm. 17 in mussola di cotone rappresentante la Trinacria, dipinta a chiaroscuro, acqua ragia ed olio”.
Dopo questa dimostrazione la bandiera che aveva eccitato entusiastici applausi, fu conservata; ma non mancò l’occasione, perchè ritornasse a garrire al vento della città eterna.



Luigi Natoli: Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento. Raccolta di scritti storici e storiografici che riproducono esattamente le edizioni originali. 
Il volume comprende: La rivoluzione siciliana nel 1860 (Comitato cittadino pel cinquantenario del 27 maggio 1860 - Palermo 1910) Di un volume di documenti sulla rivoluzione siciliana del 1860 e sulla spedizione dei Mille (Estratto dal mensile "Rassegna storica del Risorgimento anno XXV - Fasc. II Febbraio 1938 - XVI) I più piccoli garibaldini del 1860 (Estratto "La Sicilia nel Risorgimento Italiano - 1931) Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848 - 1860 (Cattedra italiana di pubblicità - Editrice in Treviso 1927) 
Pagine 525 - Prezzo di copertina € 24,00
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