martedì 29 ottobre 2024

Luigi Natoli: La sera piovosa e fosca favoriva la riunione clandestina... Tratto da: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano.


Appena uscito Pietro, don Francesco scrisse due o tre biglietti e li spedì a suoi conoscenti. Convocava la loggia. La sera piovosa e fosca favoriva la riunione clandestina. Da qualche tempo, per eludere l’esercito di spie, sguinzagliato dall’arcivescovo per ogni parte, i fratelli non si adunavano più regolarmente il venerdì; ma quando il Venerabile li invitava.
Mercè una ingegnosa organizzazione l’invito poteva precedere di qualche ora l’adunanza. Il Venerabile avvertiva con una parola convenzionale l’oratore, il segretario e il tesoriere; il segretario passava l’avviso ai due sorveglianti; questi alla loro volta correvano ad avvisare i tre o quattro maestri che avevano i gradi più alti, i quali si incaricavano di convocare gli altri maestri, a loro noti; e ognun di essi, subito, l’iniziato, compagno o apprendista che fosse, da lui introdotto. In una o due ore tutti i fratelli erano così invitati. La parola convenzionale data dal Venerabile, si mutava a ogni convocazione.
La notizia gravissima appurata rendeva urgente e necessaria un’adunanza. La Loggia era minacciata. Sebbene i gradi più alti quando si trattava di adunanze plenarie intervenissero con la maschera sul volto, e gli iniziati non li conoscessero, tuttavia il pericolo di qualche sorpresa per le loro persone non era minore. Bisognava provvedere. Stefano Pascale era stato introdotto nella Loggia da Corrado, che lo aveva creduto davvero un emissario dei repubblicani.
Prima di aprire la porta del tempio, mentre i fratelli s’adunavano a poco a poco nella sala dei passi perduti, don Francesco Paolo Di Blasi si era chiuso con le alte cariche della loggia nella sala di riflessione, in una rapida e grave conferenza. Qualche cosa era trapelata; non si sapeva propriamente di che si doveva trattare, ma si bisbigliava che v’eran gravi cose da discutere, e che un grande pericolo sovrastava alla loggia; onde nei volti, nei passi, nel sommesso interrogarsi quella preoccupazione di un ignoto, del quale ciascuno voleva penetrare il mistero.
Finalmente a tre ore di notte la porta del tempio s’aprì. La sala, tutta nera, era appena illuminata da sette lampade; gli uomini, su quel fondo nero, parevan larve fantastiche. Tutti erano mascherati; un solo non aveva maschera, e si guardava intorno meravigliato di essere il solo col viso scoperto. Era Stefano Pascale.
Tre colpi di martello diffusero per la sala un silenzio grave e profondo. Il Venerabile, con voce solenne e lugubre nel contempo, disse:
- Fratelli carissimi, la santità del tempio è stata profanata. Giuda ha visitata la casa di Salomone, e ha venduto i suoi fratelli. Il nostro segreto è violato; le nostre vite sono alla mercè della tirannide; la nostra causa, la causa dell’umanità, è stata tradita; il traditore è fra noi. Egli si è insinuato nell’anima pura di un nostro fratello; si è fatto credere pieno di entusiasmo per la buona causa; ha chiesto a voi di aprir gli occhi alla luce; ha giurato qui, sotto gli occhi vostri, l’inviolabilità del segreto... E per opera sua quel nostro fratello è proscritto, spogliato, posto a taglione; per la sua delazione il Luogotenente generale è informato dei nostri lavori, e forse in quest’ora stessa sono sguinzagliati contro di noi sgherri e caporali... E pure egli osa venire fra noi; il suo piede sacrilego oltrepassa la soglia sacra; e il suo volto simula, sotto la maschera della fraternità, il tradimento e la perfidia!...
Un mormorio sommesso, ma grave di minaccia percorse le bocche; gli sguardi scintillavano e si incrociavano sotto le maschere nere. Stefano Pascale, pallido, muto, sentiva un freddo sudore bagnargli la fronte, e le gambe tremargli; pure cercava di dominarsi, affettando un sorriso impudente di semplicità e di stupore.
Il Venerabile, dopo un istante di silenzio, riprese:
- Stefano Pascale, avvicinatevi all’ara.
Il falso emissario rabbrividì, le sue gambe si rifiutarono di muoversi; fu necessario un nuovo e più imperioso ordine, perchè egli facesse qualche passo innanzi. Senza aspettare di essere interrogato, con voce strozzata protestò:
- È falso! giuro che è falso!...
Il Venerabile si fece più cupo e più lugubre:
- Voi dichiarate falso ciò che ancora io non vi ho detto. Stefano Pascale, la vostra premura di discolparvi equivale a una confessione. Stefano Pascale, voi siete una spia dell’arcivescovo!...
- È falso!... è falso! – urlò allibito l’emissario dei librai francesi.
- Stefano Pascale, – continuò il Venerabile; – non mentite. Voi avete portato dei libri francesi al carissimo fratello nostro Corrado Calvello, duca di Falconara, esibendovi come emissario della Repubblica; e quei libri uscivano invece dall’Arcivescovato; voi avete, dopo, accusato il nostro fratello, e avete guidato i magistrati al sequestro dei libri; voi vi siete introdotto fra noi, non per essere iniziato nella via della verità, ma per venderci; voi, tre ore fa, appena ricevuto l’invito, siete andato all’Arcivescovato ad avvertire monsignor Luogotenente. Stefano Pascale, tu sei un traditore.
Un silenzio sepolcrale seguì alle parole del Venerabile. L’accusato non aveva osato ribattere; s’era visto perduto. In quel momento tre colpi furono battuti alla porta. Una voce dall’esterno gridò:
- I profani invadono il tempio!...
I due sorveglianti e il “fratello terribile” si avvicinarono alla porta e aprirono.
- La polizia! la polizia!!...
- Impadronitevi del traditore – sclamò il Venerabile, – e coprite il fuoco!...
Un tumulto di voci, un agitarsi di mani, un confondersi di persone seguirono immediatamente a quelle parole: tutti si strinsero attorno a Stefano Pascale; dei pugnali balenarono:
- Traditore! traditore!...


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine '700. 
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913. 
Pagine 880 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su Amazon Prime, Ibs, Feltrinelli e tutti gli store di vendita online 
In libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60). 

Luigi Natoli: Il "cristiano" portava in una tasca il rosario, nell'altra il coltello... Tratto da: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano.

Zi’ Francesco era uno di quegli uomini che nel quartiere dell’Albergaria godevano riputazione di coraggio e di valore.
Da questa specie di uomini, per degenerazione lenta e profonda nacque la mafia odierna, che è sopraffazione, ricatto e malandrinaggio. In quei tempi non si dicevano mafiosi, vocabolo nato e adottato in tempi più vicini, come assicurano gli studiosi. Si dicevano “cristiani”; cioè uomini nel vero senso della parola, uomini di fegato e di silenzio.
Il “cristiano” portava in una tasca il rosario, nell’altra il coltello; riconosceva e rispettava le classi sociali più elevate; aveva pei “galantuomini” – cioè per i patrizi – e pei “signori” – cioè per la borghesia – una vera sottomissione, negli atti e nelle parole, ma niente servile, la quale si tramutava poi in una tacita protezione che egli estendeva sulle loro persone e sui loro averi; e nessuno o ladro o malvivente osava commettere un delitto contro coloro che si sapevano protetti da qualche “cristiano”.
I maggiori, gli arcifanfani, diventavano capi del popolo nelle sommosse, esercitavano ufficio di arbitri e di pacieri tra il loro ceto, componendo questioni, risolvendo dubbi, e i loro responsi erano ascoltati e ubbiditi con un rispetto maggiore di quello che si rendeva ai precetti della religione e della legge.
Zi’ Francesco era uno di questi “cristiani” maggiori; e nell’Albergheria godeva di una grande autorità. Egli poteva lasciar andare le sue donne, dovunque; poteva lasciare aperta la sua casa, era sicuro che nessuno avrebbe osato commettere non diciamo una violenza, ma anche la più lieve scortesia. Una taverna all’angolo della discesa del Banditore era il suo ufficio, il suo confessionile, il suo tribunale. La sera, dopo il lavoro, vi si recava; sedeva a una tavola, e riceveva i suoi amici; ascoltava la cronaca del quartiere, le lagnanze di questo o di quello; dava giudizi. Qualche volta, in una stanza appartata, due uomini, armati di coltello di uguale misura, “la paranza”, dinanzi a testimoni e allo zi’ Francesco, si battevano per definire una questione che non si era potuta risolvere amichevolmente. Spesso, nel cuor della notte, approfittando dell’oscurità, un cadavere o un moribondo era depositato dietro i gradini di una chiesa, o in un canto di strada, lontano; e il mistero avvolgeva il delitto.
L’Albergaria era il quartiere che accoglieva gli uomini più maneschi e più rissosi; espertissimi nella scherma di coltello, nella quale si esercitavano secondo le norme di una vera e propria arte; e ubbidientissimi a un certo lor codice di cavalleria, che non compativa la prepotenza sopra i deboli e gli inermi, il delitto a tradimento o a sorpresa, lo spionaggio, l’intromissione della giustizia. Uomini nei quali il sentimento dell’onore e del valore individuale era certo esagerato e anche in parte fuorviato da pregiudizi sociali; ma nei quali era pure in fondo una grande dirittura, e una generosità a volte anche magnanima. Fra loro si professavano scambievolmente un grande rispetto. Non riconoscevan gradi, nè conferivano comandi; ma sentivano una ammirazione più rispettosa verso coloro che più si erano segnalati per atti di valore e per grandezza d’animo, e mostravan verso di loro una sottomissione, che non aveva però nulla di servile o di viltà. Era il tacito omaggio professato dalla forza all’eroismo; così come noi lo professiamo verso i grandi poeti e i grandi artisti, e in generale verso i geni.


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine '700. 
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913. 
Pagine 880 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su Amazon Prime, Ibs, Feltrinelli e tutti gli store di vendita online 
In libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60). 

giovedì 17 ottobre 2024

Luigi Natoli: Il castello aveva nome S. Nicola e nel 1748 vi abitava don Antonio di Casalgiordano... Tratto da: Coriolano della Floresta. Seguito a I Beati Paoli.

 
Egli seppe più tardi la storia di sua madre. Si chiamava Virginia.
Quando era una fanciulla di diciotto anni, abitava in un grazioso castello, su la riva del mare poco oltre il feudo di Milicia. A le spalle del castello si alzava a balzi la montagna; ai lati poche catapecchie di pescatori, e poi di qua e di là le rive incantevoli dell’ampio golfo di Termini, ora sabbiose, ora irte di rupi. 
Il castello aveva nome di S. Nicola. 
Terre non ne aveva fuor che un piccolo bosco fra le balze, possedeva però un tratto di mare, dove, alla stagione adatta, si faceva la mattanza dei tonni. 
Il castello era formato di una cortina quadrata; difesa da qualche opera interna agli angoli, e di un’alta torre cilindrica, merlata; che dominava la campagna e la marina. 
Gli appartamenti non erano vasti.
Fuori del castello v’era una cappelletta dedicata a S. Nicola, donde forse aveva preso nome.
Il castello apparteneva allora ai principi di Cattolica, che l’avevano ereditato dai Crispo: ma nel 1748, per concessione del principe, vi abitava un nobile cavaliere, don Antonio di Casalgiordano, con la sua unica figlia, Virginia.
Era un uomo taciturno e severo, ma aveva una adorazione per la figlia: adorazione tuttavia, che non lasciava trasparire dall’aspetto. 
Virginia non aveva conosciuto sua madre, della sua infanzia non ricordava nulla. Ancora bambina era stata posta in un monastero a Messina; a sedici anni il padre che ella vedeva in parlatorio tutte le domeniche, l’aveva ritirata e condotta in quel castello, dove essi vivevano come in un eremitaggio.
Pareva che don Antonio di Casalgiordano fosse geloso di quella sua figlia bella e modesta.
Di quando in quando però egli per gli affari del suo patrimonio si assentava due o tre giorni. Durante la sua assenza il castello era rigorosamente custodito, oltreché dai servi, da due terribili molossi, che non lasciavano avvicinare alcuno.
Era la consegna data alla servitù: per tutt’altro essa doveva ubbidire ciecamente alla fanciulla. 
Ma Virginia non faceva pesare il suo governo.
Ella era buona e umana; e aveva anche ammansato e assoggettato con la dolcezza delle sue maniere, ma con la fermezza della sua volontà, i due molossi stessi.
Un pomeriggio tempestoso, in cui il mare, livido e sconvolto, pareva volesse scalzare gli scogli, e minacciava il piccolo villaggio, don Antonio e Virginia se ne stavano affacciati a una finestra, guardando lo spaventevole e stupendo spettacolo.
Tra i flutti, non molto lungi dalla terra, una tartana si dibatteva disperatamente.
Aveva l’albero spezzato. Gli otto uomini che la montavano, aggrappati ai banchi, per non farsi portare via dai marosi, facevano sforzi perché la fragile nave non si capovolgesse. 
La furia del mare, le aveva fatto perdere la rotta, e la spingeva verso terra, ma l’equipaggio temeva di andare a picco fra le scogliere, e avrebbe almeno voluto dirizzarsi dove la spiaggia era sabbiosa.
La lotta di quegli uomini contro gli impeti del mare aveva qualcosa di grandioso nella sua tragicità. Essi non parevano atterriti dalla fierissima tempesta; forse la grandezza e l’imminenza del pericolo dava loro quella padronanza di governare la nave in una lotta disuguale.
Ma Virginia tremava; e a ogni sparire della nave sussultava e mandava un grido.
La nave infatti pareva a ogni nuova furia di cavalloni che ne fosse inghiottita; ma riappariva subito dopo sulle creste spumose, per ridiscendere e sparire un’altra volta.
Don Antonio guardava senza dar altro segno di commozione che un lieve aggrottar di sopracciglia e un serrar di mascelle. 
Ma a un tratto disse:
- Si perderanno!... Van sopra certe scogliere nascoste... Bisogna salvarli. 
Uscì dalla sala; scese giù nella corte, e si affacciò alla porta del castello; e guardò i pescatori che raccolti sulla spiaggia, muti, con gli occhi costernati, seguivano l’immane lotta fra la barca e il mare.
- Figlioli, – disse; – quella barca naufragherà... Bisogna salvare quegl’infelici!...
Nessuno rispose. Gli occhi si volgevano con dolorosa dubbiezza verso la furia dei marosi; ma nessuno osava affrontarli. 
- Quattro uomini di buona volontà che mi seguano, non li troverò dunque fra voi?
Vi fu un momento di irrisolutezza. 
Don Antonio disse:
- Andrò io solo!...
Lo seguirono tutti: don Antonio ne scelse quattro. 
Buttarono nella barca delle corde e dei remi di ricambio, e la spinsero in acqua. 
I marosi, rovesciandosi furibondi sulla sabbia, la risospingevano indietro: ma, entrati gli uomini nella barca, don Antonio al timone, gli altri quattro ai remi, e trascinata dalla risacca, giunse a guadagnare il largo.
Cominciò anche per gli audaci la lotta contro la tempesta. Pareva che il mare, adirato di quel tentativo di salvataggio, avesse rivolto la sua furia contro il piccolo legno per impedirgli di riuscire.
Don Antonio, saldo al timone, sereno e impassibile, governava quei quattro uomini, che sotto l’impero del suo sguardo, e animati dalla sicurezza del loro signore, parevano moltiplicarsi.
Dalla tartana scorsero quella barca che le onde sballottavano, e raddoppiarono alla loro volta le forze. 
Un’ondata, però, più violenta delle altre, strappò il timone. 
Essa non poté più guidarsi; e i marosi or la spingevano, ora la trascinavano via. 
Non era più possibile governarla, e la catastrofe era imminente.
Il timone travolto, trasportato, venne sul dorso delle onde fin presso la barca. Don Antonio se ne accorse. 
- Quei disgraziati, – disse, – non hanno più scampo! 
E volto ai suoi uomini, aggiunse:
- Animo! da bravi!... Ancora poche bracciate, e gitteremo la corda. 
Dalla tartana intanto gridavano al soccorso.
Virginia era rimasta nella sala, non immaginando che suo padre si sarebbe esposto a un pericolo così terribile: ma quando lo vide entrare nella barca; quando vide la barca in balìa delle onde; quando la vide scomparire quasi in un abisso, e ricomparire in vetta delle torbide spume, cominciò a gridare disperatamente e a invocare aiuto.
La servitù era accorsa al suo grido; e tutti si erano affacciati per vedere: ma nessuno ebbe il coraggio di correre, nessuno sapeva risolversi. Rimasero inchiodati alle finestre, attratti dallo spettacolo maraviglioso e agghiacciante.
Anche Virginia restò lì, con gli occhi fisi alla barca, immobilizzata dal terrore, invocando l’aiuto del cielo.
Qualche serva invocava la Vergine degli Annegati, promettendo un «viaggio» votivo e l’offerta di una torcia, se la Vergine facesse il miracolo di salvare la vita del padrone. 
La barca intanto aveva superato la distanza che la divideva dalla tartana: i suoi rematori parevano stanchi dalla lotta tremenda sostenuta. Ma don Antonio sembrava dotato d’una virtù maravigliosa.
Nel momento in cui egli si apprestava a lanciar la corda, per salvare l’equipaggio della tartana, questa, sospinta dai marosi, si allontanò e andò a infrangersi contro una scogliera che or sì or no, appariva a fior d’acqua.
Andò in pezzi, come fosse stata di vetro. 
Dalla barca si levò un urlo di dolore...



Luigi Natoli: Coriolano della Floresta. Seguito a I Beati Paoli.  
Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di metà Settecento. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1914.
Pagine 1387 (2 vol.) Prezzo di copertina € 30,00
Copertine di Niccolò Pizzorno
Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store di vendita online e in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita centro commerciale Conca d'Oro), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60). 

venerdì 13 settembre 2024

Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli: Abbiamo terminato la Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli per la parte relativa ai romanzi storici?

La nostra Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli si compone ad oggi di ben 37 volumi di cui:
6 opere di carattere storico e di critica letteraria (La civiltà e la letteratura siciliana nel secolo XVI, Almanacco del fanciullo siciliano, Il teatro del popolino. Scritti sull'Opera dei Pupi di Luigi Natoli e Giuseppe Pitrè, Palermo al tempo degli Spagnoli 1500-1700, Rivendicazioni. La rivoluzione siciliana nel 1860 e altri scritti storici sul Risorgimento, Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo).
1 Guida di Palermo e suoi dintorni 1891.
1 raccolta di poesie edite e inedite. 
2 raccolte di opere teatrali inedite e copiate dai manoscritti dell'autore in italiano (Il conte di Geraci, Cappa di Piombo, L'ironia della gloria, Quannu curri la sditta, Il numero 570 raccolte nel volume Cappa di Piombo) e in dialetto siciliano (Suruzza!, L'abate Lanza, L'umbra chi luci, Quattru cani supra un ossu) con traduzione in italiano a fronte.
1 raccolta di storie e leggende (La baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue).

26 romanzi storici.
(Tutti i volumi sono arricchiti dalle splendide copertine di Niccolò Pizzorno) 
Secondo l'unica biografia ufficiale ad oggi pubblicata di Luigi Natoli, abbiamo dunque terminato la Collana per la parte relativa ai romanzi storici. 
26 sono infatti i romanzi pubblicati da I Buoni Cugini editori, alcuni trascritti dalle puntate del Giornale di Sicilia perchè rimasti lì, altri trascritti dalle pubblicazioni della casa editrice La Gutemberg, in ogni caso sempre dalle fonti originali. 
Abbiamo scelto di chiudere il lungo elenco dei romanzi con "Coriolano della Floresta" seguito a "I Beati Paoli", il più lungo di tutti (ben 1387 pagine). E l'editore La Gutemberg, nelle pubblicità dell'epoca (1914), dà una spiegazione alla lunghezza dell'opera: Esso è il più lungo di quanti ne sono sgorgati finora dalla penna brillante del nostro valoroso scrittore; ma per l'ampiezza della tela, pel numero dei personaggi, l'azione e l'importanza dei personaggi, per l'intrecciarsi medesimo degli avvenimenti, doveva per necessità riuscire di così vaste proporzioni. Ed ancora: Ci rivolgiamo alla cortesia, intelligenza e pazienza dei nostri lettori, per ripetere che questo bellissimo romanzo storico e di amore fu eccezionalmente lungo perchè si volle narrare tutte le ultime gesta dei famosissimi Beati Paoli e chiudere così la loro storia. 
Ed ecco i ventisei romanzi, elencati secondo il nostro ordine di pubblicazione. 
Gli Schiavi
Il paggio della regina Bianca
Fioravante e Rizzeri
Ferrazzano
Il capitan Terrore
Alla guerra! 
Squarcialupo
Gli ultimi saraceni
L'abate Meli
Latini e Catalani vol 1 (Mastro Bertuchello)
Latini e Catalani vol. 2 (Il tesoro dei Ventimiglia)
I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina
I mille e un duelli del bel Torralba
Braccio di Ferro avventure di un carbonaro
I morti tornano...
Chi l'uccise?
Cagliostro e le sue avventure
Calvello il bastardo
La dama tragica
La vecchia dell'aceto
Il Vespro siciliano
I Beati Paoli
La principessa ladra
Fra Diego La Matina
Viva l'Imperatore! 
Coriolano della Floresta (seguito a I Beati Paoli)

Ma abbiamo realmente terminato con i romanzi, così come dicono le fonti ufficiali? O Luigi Natoli riserva sempre delle sorprese? 

I Buoni Cugini editori (Anna Squatrito e Ivo Tiberio Ginevra) 
www.ibuonicuginieditori.it - ibuonicugini@libero.it
Cell. 3457416697 (dott. Ivo Tiberio Ginevra, resp. vendite)
Tutti i volumi sono disponibili in libreria (La Feltrinelli libri e musica punti vendita Via Cavour e Centro Commerciale Conca d'Oro), su Amazon Prime e tutti i siti vendita online. 

lunedì 9 settembre 2024

Luigi Natoli: Egli guardava il vecchio romito, illuminato di profilo dalla lanterna... Tratto da: Coriolano della Floresta, seguito a I Beati Paoli.

Intorno era tutto silenzio; nel quale, a quando a quando, trasportato dal venticello, giungeva all’orecchio del giovane il canto dell’acqua, che scorreva contrastando coi sassi, in fondo al burrone; e poi qualche grido indefinito, che si perdeva nell’aria; e poi il canto di un gallo, cui rispondevan altri galli, più lontani, a intervalli pari; o l’improvviso latrato di un cane. Voci di una vita che pareva assai lontana da quella grotta misteriosa, debolmente illuminata dalla lanterna; e della quale egli non sapeva la profondità, nè vedeva l’ingresso, nè vedeva i confini.
Dal suo posto egli guardava il vecchio romito, che sedeva un po’ più in là, illuminato di profilo dalla lanterna; con tocchi violenti di luce, che rivelavano l’energia dei tratti non domata dagli anni. La sua fronte spaziosa, la linea del naso e degli zigomi avevano qualcosa di ieratico e di solenne.
Sebbene vecchio, conservava tutti i capelli, folti e lunghi, come non era usanza dei frati; segno che non apparteneva ad alcun ordine religioso, benché vestisse un saio come quello dei frati cappuccini. La barba gli dava un aspetto venerando.
Il giovane lo guardava con curiosità e con simpatia, e di tanto in tanto scoteva il capo, come per un rinnovarsi di stupore. Egli infatti trovava strano quell’incontro: e che in quell’ora, nella campagna deserta e solitaria, il romito andasse a torno; più strana ancora la familiarità che aveva con quella grotta, nella quale, come egli aveva potuto vedere, il romito aveva un armadio, bende e chi sa quante altre cose ancora.
Già quella grotta medesima era atta a suscitare la maraviglia. Per quanto la lanterna non giungesse a rischiararne che una parte, questa era sufficiente per dare un’idea della sua forma.
Non era una grotta naturale: in tempi remoti – almeno così giudicava il giovane – era stata scavata nel tufo, in forma circolare, con una volta. Erano però visibili, qua e là, vestigia di muratura, come se un intonaco, o una superficie diversa avesse una volta ricoperto le pareti. Il sedile era anch’esso di tufo; ma vi era stato collocato di proposito, e serbava le tracce di una sagomatura, corrosa oramai dall’umido e dall’antichità.
Che cosa era stata dunque? Una cripta? un sepolcreto? una dimora di uomini di tempi remoti? il misterioso ritrovo di genti barbare e feroci? una di quelle grotte leggendarie che la tradizione attribuiva ai saraceni?
I saraceni erano nella memoria del popolo di Sicilia un popolo vissuto in epoche che si perdevano nella notte di un passato senza limiti; e al quale si attribuivano edifici, grotte, piantagioni secolari, di cui il popolo non sapea determinare il principio o l’origine.
La leggenda narrava anche di tesori incantati, sotterrati in queste grotte misteriose, e custoditi da esseri straordinari; e ricordava le opere tentate per sbancare le trovature; per disincantare cioè queste immense ricchezze; e le disavventure o la morte orribile incontrata dagli incauti, o privi di coraggio sufficiente o mal destri.
Il giovane guardava e pensava.
Quel vecchio egli l’aveva già incontrato un’altra volta, due anni innanzi a Napoli, in un’occasione singolare, e, per un curioso incontro assai somigliante a questo che gli capitava adesso. Anche allora, in un momento pericoloso gli era apparso per sottrarlo a un pericolo. Era dunque un inviato dalla Provvidenza?
Quest’idea glielo faceva riguardare con un sentimento di rispetto e quasi di venerazione.
La notte trascorse così: verso l’alba il romito che non aveva più aperto bocca, si alzò, e disse:
- Comincia a imbiancare il cielo. Aspettami un po’: vado a chiamare dei bravi contadini.
Il giovane si meravigliò. Quella grotta dunque era accessibile anche agli estranei; e il mistero di cui l’aveva egli circondata, svaniva. Aspettò.
Una mezz’ora dopo due giovani robusti entrarono nella grotta, portando una piccola scala a piuoli nella quale erano distesi dei guanciali.
Pian pianino, prima le gambe, poi il busto, il giovane fu adagiato sui guanciali: i contadini sollevarono la scala dalle due estremità, e preceduti dal Romito, che faceva lume, uscirono dalla grotta.
E rivide le stelle, e respirò la fresca aria del mattino: la luna era tramontata; ma già si diffondeva pel cielo il chiarore dell’alba, e le cose intorno apparivano più distinte.
Il giovane ebbe la curiosità di vedere da che parte usciva, per segnalarla nella memoria. Era una specie di fenditura, ornata di cespugli, che vi si stendevano a guisa di cortinaggi.
Un po’ più in là un’apertura più vasta, lasciava vedere parte di un’altra grotta circolare come quella donde egli usciva.
Se il giovane avesse avuto un po’ di lettura, avrebbe forse intuito che quelli dovevano essere gli avanzi di antichi bagni romani o bizantini, di cui i dotti lasciarono ricordanza che sorgessero sulle sponde dell’Oreto, dalla parte su cui sorge la Torre dei Diavoli...




Luigi Natoli: Coriolano della Floresta, seguito a I Beati Paoli.
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1914.
Pagine 1387 (due volumi) Prezzo di copertina € 30,00
Copertine di Niccolò Pizzorno
Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia). ordinabile anche alla mail ibuonicugini@libero.it o al whatsapp 3894697296.
Su tutti gli store di vendita online e al momento in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro)

venerdì 6 settembre 2024

Un nuovo volume si aggiunge alla Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli: Coriolano della Floresta, romanzo storico seguito a I Beati Paoli.

Storie d’amore tragiche o gentili, superbie di nobiltà cieca e crudele, gesta di eroici sacrificî. Le ultime gesta dei
 

BEATI PAOLI 
 
Che intervengono, ravvolti nel mistero, terribili e possenti; Blasco da Castiglione, vecchio, e quasi dimentico del suo passato; la corte del vicerè Fogliani; la morte del Pretore; il tumulto che scoppiò e la cacciata del vicerè; le vendette che ne seguirono; Virginia di Casalgiordano, Cesare Brancaleone, Giovanna Oxorio, don Ottavio Oxorio e sua moglie; Gabriella, la figlia di Blasco e di donna Violante, e altri personaggi, e sopra tutti 
 
CORIOLANO DELLA FLORESTA 
 
Vecchio anche lui, ma ancora fiero, dall’animo invitto, nemico dei superbi, suscitatore di rivolte, dominato alla sua vanità da un tragico fato... Ecco il fondo di questo nuovo romanzo, col quale la fantasia di 

WILLIAM GALT 

Raggiunge la sua massima potenza inventrice, e il suo stile la maggior potenza suggestiva. La varietà, la drammaticità degli avvenimenti, il mistero che circonda i personaggi principali, le costumanze, le vicende cittadine; spettacoli, feste, supplizî, rivoluzioni… tutto passa in una successione di quadri maravigliosi, che fanno di Coriolano Della Floresta il capolavoro di 
 
WILLIAM GALT 
 
È un romanzo che si deve leggere. 
 
Questo scriveva l’editore La Gutemberg nel marzo 1914, presentando ai lettori l’uscita delle prime dispense del romanzo di Luigi Natoli. Ci è sembrato giusto far rivivere anche queste pagine per ricreare il momento storico e dare all’odierno lettore il gusto dell’epoca, ma senza la snervante aspettazione settimanale della rivista in ben 125 fascicoli.


Luigi Natoli: Coriolano della Floresta, seguito a I Beati Paoli.
L'opera è la fedele trascrizione dell'unico romanzo originale pubblicato in 125 dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1914.
Pagine 1387 (due volumi). Copertine di Niccolò Pizzorno.
Prezzo di copertina € 30,00
Disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 5% - consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su Amazon Prime, Feltrinelli, Ibs e tutti gli store di vendita online.
In libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15) Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60), La Nuova Bancarella (Via Cavour)

martedì 13 agosto 2024

Luigi Natoli: La processione dei "confaluni" per la festa della Madonna Assunta. Tratto da: Palermo al tempo degli Spagnoli 1500-1700

Ogni anno per la festa dell’Assunta, le maestranze andavano in corpo alla Cattedrale ad offrire il cero alla Vergine. Era uno spettacolo. S’adunavano nella chiesa dell’Annunziata, a Porta S. Giorgio, e lì si ordinavano secondo il ruolo fatto dal Pretore, che col banditore e quattro connestabili, provvedeva, e in caso di controversia, decideva. L’ordine era questo. Innanzi andavano i tamburi del Senato, che precedevano un chierico, portante un cero adorno di fronde e di fettucce; al quale veniva dietro la Corte Arcivescovile, col Vicario, i ministri, gli ufficiali, ciascuno col suo cero.  Dopo di queste andava un uomo a cavallo, in arme bianche a cui seguivano le maestranze, secondo il grado e l’antichità, coi loro consoli, portando ciascuno un cero acceso. Le quali allora erano quaranta, fra cui quella dei mugnai, dei carrettieri, dei maniscalchi, dei ferrai, dei calderai, dei carpentieri, dei bottai, dei muratori, dei pescatori, dei calafati, dei panettieri, dei tavernai, dei macellai, degli ortolani, dei fruttaioli, dei venditori di brocche, dei lanaiuoli, dei sellai, dei dipintori, dei cimatori di drappi in dogana, dei calzolai, dei conciatori, dei ciabattini, dei pianellai, degli spadai, degli orefici. Seguivano poi i “cilii” dei barbieri, dei medici, dei banchieri, dei quartieri o rioni: Loggia, Kalsa, Civilcari, Albergheria e Cassaro; infine tenevano dietro i cilii dei magistrati, dei notari, della Regia Corte. 
Ma lo spettacolo non era nel semplice cero, che i maestri portavano; questo era l’offerta, ma ogni confraternita faceva mostra del proprio “confaluni”: “È il nostro gonfalone non uno stendardo o bandiera” – dice il Cascini ne “La vita di Santa Rosalia” – “ma è a guisa d’un albero trionfale, non piantato e fermo, ma portatile in onore di qualche santo dei più celebri, con mirabil arte fabbricato sopra un tronco rotondo, non sì grosso, che col pugno non si possa stringere: girano i primi rami ben folti e vagamente intrecciati oltre a dodici palmi, e alzandosi a proporzione in alto con le puntate foglie, che ritte guardano in su, viene a terminarsi la cima a guisa di piramide quasi in un punto: molto densi sono i rami e le foglie per tutto, fuor che nel mezzo dell’albero, dove lasciano tanto voto, che possa capire decentemente una tavola o statua del Santo, due o tre palmi alta... Or questi gonfaloni... vengon portati con destrezza maravigliosa hor in una palma di mano, hor su l’una or sull’altra spalla, donde trapassano in un batter d’occhio e fin su la fronte, sul mento e sui denti...”
Questa processione si chiamava “cili”, cilio era corruzione del vocabolo “cero.” E la macchina oltre al nome di “confaluni” aveva lo stesso nome di “cilio”, forse perché in origine il cero vi era inserito. 
Questi cilii, o confaluni non esistono più: l’ingordigia della speculazione straniera e l’ignoranza distruttiva dei nostri, hanno disfatto vere opere d’arte, delicati ricami, rabeschi, fogliami, efflorescenze, stilizzati, dorati, più o meno alti, dei quali si può avere un’idea da quello che esiste al nostro Museo.

Nella foto: Altare della Madonna Assunta alla Cattedrale di Palermo 


Luigi Natoli: Palermo al tempo degli Spagnoli 1500-1700 – Opera inedita, costruita e fedelmente copiata dal manoscritto dell’autore privo di data. È lo studio critico e documentato di due secoli di storia della città di Palermo mirabilmente analizzata da Luigi Natoli con una visione del tutto contemporanea senza trascurar nulla, compresi i particolari, anche i più frivoli. Argomenti trattati:

La città – Il governo – L’amministrazione – Il popolo – Il Sant’Offizio – Il clero e le confraternite – La giurisdizione e l’arbitrio – Le maestranze – Le rivolte – Le armi e gli armati – Le scuole e i maestri – La stampa – Gli usi e costumi delle famiglie – La vita fastosa – La pietà cittadina – Teatri e feste – I divertimenti cavallereschi e le giostre spettacolose – Banditi, stradari e duelli.
Pagine 283 – Prezzo di copertina € 20,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Sconto 15% - Consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
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Luigi Natoli: La via era affollata di gente, perchè era la vigilia dell'Assunta, festa solenne dei Cappuccini. Tratto da: L'abate Meli.

Giovanni Meli si alzò senza dire una parola, prese il cappello e il bastone e mormorando un “sia fatta la volontà di Dio” disse al giovane:
- Andiamo!
Presero una portantina e si avviarono: Meli dentro e il giovane a piedi, fuori; l’ombra dei platani che fiancheggiavano la strada che da Porta Nuova menava ai Cappuccini li difendeva dai raggi solari. Quegli alberi, piantati da M. A. Colonna di Paliano, percorrevano la via sino al convento. Ora non restano che pochi avanzi presso Porta Nuova; non c’erano allora tutte le cose che ingombrano i due marciapiedi ed erano lieti delle ombre che rinfrescavano i cittadini. 
Di qua e di là lungo il corso, si aprivano cinque emicicli, con in mezzo fontane di pietra grigia. Di contro all’imboccatura della strada che conduceva ai Cappuccini (ora si chiama Via Pindemonte) c’era un’altra fontana più monumentale, mista di marmi bianchi e pietra grigia, che s’alzava maestosa, e dava acqua ai vicini. Ora fu distrutta, per dar luogo alla Via Cuba e non si sa che se ne sia fatto, così delle altre fontane nessuna più ne esiste, per ingordigia degli abitanti o per altre ragioni, salvo una a fianco dell’Educandato Maria Adelaide, chiusa da un cancello.
Era il pomeriggio. La via era affollata di gente, perché era la vigilia dell’Assunta, festa solenne dei Cappuccini. Gente che andava e gente che veniva: un viavai continuo: portantine di tutti i colori e carrozze padronali, carretti, pedoni; questi in maggior numero, uomini in giamberga e in giacca, donne col manto chiuso nel naso, lasciando liberi gli occhi neri e fulgidi; ragazzi che empivano la strada dei loro cicalecci; venditori di acqua, che la portavano sul fianco, coi bicchieri infilati in un ordegno di ferro; o di semi di zucca, o di ceci abbrustoliti: tutta gente che vociava, nel lungo tratto di strada.
Allo svolto della strada che conduceva ai Cappuccini, la folla era più fitta. Delle baracche cucinavano, delle altre facevano focaccie, qui una tenda vendeva dolciumi, lì una tavoletta esponeva Madonne di argilla, coricate con le mani stese ed aperte, vestite di bianco col manto azzurro; grandi e piccole; più in qua l’“incatena corone”, torcendo i fili di ottone intorno ai grani del rosario; e fra tutti, le piccole bare, con madonne di cera, illuminate, portate da quattro ragazzi che gridavano con le vocine squillanti: “viva Maria”. Ma su tutto ondeggiava un odore di fritto, tra il fumo delle padelle, nelle cucine improvvisate.
Fra questa folla varia e multiforme andava il Meli discorrendo col giovane che gli camminava a fianco.
- Al Convento non vi ho visto mai. Come vi chiamate?
- Mi chiamo Gerlando, ai suoi comandi. Gerlando Disa... Sono venuto da poco; il frate ortolano è mio parente...
- E siete intimo di fra Francesco?
- Sono il suo buon servitore, perché mi ha beneficato, quando ero, per così dire, nell’altro mondo!
- Come sarebbe a dire?
- Dunque voscenza non m’ha guardato?
- Che cosa volete che vi guardi?
- E mi guardi ora...
E il giovane si scoprì, voltandosi verso di lui e mostrando la testa. Aveva una cicatrice, piuttosto lunga, che gli correva dalla fronte e gli partiva i capelli, come una scrimatura.
- Questa – disse – me la fece un colpo di spada, una sera; e debbo a Fra Francesco se tornai dalla morte alla vita. Fu un signore. Credeva che volessi dare una lettera ad una delle sue donne e mi conciò a questo modo. Per poco non sono morto.
- Ma dimmi un po’, – disse sorridendo Meli, – tu non destasti sospetto? Non ti si era veduto con qualche signora?
- Oh! ma che va dicendo voscenza! Io non faccio il mezzano. Chi sa poi per chi m’ha preso quel signore.
Chiacchierando così, e scansando il continuo andirivieni, erano giunti al convento. La folla era più fitta e bisognava fermarsi. Dalla croce di legno, alta sopra uno zoccolo, fino a quella specie di portico pieno zeppo di... miracoli o “ex voto”, dipinti da pittori da strapazzo, la gente si ammassava. La chiesa era piccola e non c’entrava tutta; gran parte sostava. Un frate raccoglieva l’elemosina.
Eppure in quel viavai di gente allegra, in mezzo a quel cicaleccio, a quelle grida continue, nel convento un uomo moriva. E aspettava con l'ansia di chi teme di non fare in tempo.
Il Meli attraversò il portico dinanzi la chiesetta, piegò la testa, vedendo nella navata l’immagine della Madonna, coricata fra le candele accese; e salì le scale del convento.
Era quasi deserto. La festa chiamava i frati nella chiesa e nella cucina: solo qualche vecchio con la barba bianca e lunga errava nei corridoi.



Luigi Natoli: L'Abate Meli. Il volume comprende:
Il romanzo storico siciliano, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 19 settembre 1929; 
lo studio critico Giovanni Meli, pubblicato dalla tipografia del giornale "Il tempo" diretta da Pietro Montaina del 1883;
la raccolta di poesie di Giovanni Meli tratte da Musa Siciliana pubblicato dalla casa editrice Caddeo nel 1922; tutte le poesie sono corredate di traduzione in italiano a fronte a cura del prof. Francesco Zaffuto.
Pagine 727 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 15% - consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
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In libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria Macajone (Via M.se di Villabianca 102), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60). 

lunedì 5 agosto 2024

Luigi Natoli: Il 05 agosto 1911 la prima puntata de "Gli ultimi saraceni" in appendice al Giornale di Sicilia. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di Guglielmo I

Il 05 agosto del 1911 usciva la prima puntata del romanzo storico Gli ultimi saraceni, romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di Guglielmo I, al tempo di messer Matteo Bonello e di Majone da Bari. 
Gli ultimi saraceni fu pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia in ben 133 puntate, e non ebbe mai i natali come libro, pertanto, tolti i pochi fortunati che riuscirono a leggerlo più di cent'anni fa, nessun altro ha potuto deliziarsi della brillante inventiva di Luigi Natoli in questo romanzo. 
Ad opera de I Buoni Cugini editori è stato trascritto dalle puntate del Giornale di Sicilia e raccolto per la prima volta in un volume di ben 724 pagine. Il volume include da una ancor più rara ode a Willelmo I composta dall'autore nell'aprile del 1881. 

Lo scrittore ricostruisce fedelmente la figura del re Guglielmo I, con tutto il suo potere e le sue debolezze, facendo anche un lavoro storiografico sugli usi e costumi della corte, le sue alleanze, i suoi avversari politici, e i suoi innumerevoli intrighi nel precario equilibrio di una Palermo multietnica, dove arabi, normanni, ebrei e popolani del luogo sono costretti a coabitare in un groviglio d'interessi politici-economici, immersi in un coacervo di odio razziale e religioso che dalle cospirazioni sfocerà in più rivolte per la conquista del potere. In questo scenario Orsello di Godrano inseguirà la gloria, l'amore, la fama sfidando più volte Guglielmo I, stringendo alleanze basate sui solidi sentimenti dell'amicizia e della lealtà. 

Un romanzo straordinariamente moderno con una ricostruzione storica perfetta, che serba un finale ricco di colpi di scena inseparabili dalla realtà di un secolo fra i più gloriosi del regno di Sicilia.



Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di Guglielmo I, al tempo di messer Matteo Bonello e di Majone da Bari. 

Il volume è la fedele trascrizione del romanzo pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal  agosto 1911

Copertina di Niccolò Pizzorno.

Disponibile:

Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 15%, consegna a mezzo corriere in tutta Italia)

Disponibile su Amazon prime, Ibs, Feltrinelli e tutti gli store di vendita online.

In libreria presso: 

La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60). 

venerdì 2 agosto 2024

Luigi Natoli: L'ombra dei vostri padri, uccisi dall'ingordigia altrui, parla per la mia bocca... Giurate! Tratto da: Il paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano

Essi stavano così, in un silenzio popolato di pensieri tumultuosi, quando il pastore si affacciò alla bocca della grotta, e disse: 
- Padre, c’è quel giovane cavaliere…
Il Romito alzò il capo. Simone apparve nella luce viva dell’apertura. Egli sembrò contento di trovarvi ancora Giovannello.
Dopo aver baciato la mano di Filippo, disse: 
- Temevo di non giungere in tempo…
Il Romito era pallido e affannato, e la sua fronte madida di sudore: disse ai giovani, senza dolore, senza rimpianto, con austera semplicità: 
- Io muoio… Sia fatta la volontà di Dio!... Ma prima che io muoia, figli miei, giuratemi qui, di non lasciarvi mai, e di riconquistare l’onore e la gloria della casa. L’ombra dei vostri padri, uccisi dall’ingordigia altrui, parla per la mia bocca… Giurate!
Giovannello e Simone, in piedi, colti da un brivido superstizioso, come se realmente le ombre sanguinose dei loro padri fossero balzate dinanzi ai loro occhi, stesero la destra, e a una voce dissero solennemente: 
- Lo giuriamo!...
Il volto di Filippo si illuminò di gioia; ma di nuovo il pallore vi si diffuse; e lo sforzo durato esaurì le ultime sue energie, sì che cadde supino. I due giovani si chinarono per sollevarlo. 
- Portatemi fuori, fatemi vedere il cielo, – disse con un filo di voce.
Con delicatezza, lo presero fra le braccia, lo alzarono da terra e lo portarono fuori dalla grotta, intanto che il pastore raccoglieva le pelli, che distese per terra e sopra un sasso a guisa di spalliera, al quale fu appoggiato dolcemente il Romito. 
Tramontava. 
Gli ultimi raggi del sole fiammeggiavano una luce vermiglia, dentro la quale pareva che le rocce, gli alberi, le erbe si incendiassero. La grotta sembrava di bronzo incandescente. Sotto quella luce, il pallore mortale di Filippo scompariva; e il suo volto pareva sfavillare di una divina aureola. 
I due giovani guardavano in silenzio, presi da un senso di terrore religioso. Il silenzio si stendeva per tutta la montagna, per la valle ampia, che s’andava sprofondando in un’ombra cinerea. Non una voce umana: ma la misteriosa e potente voce della natura, che celebrava in una solennità taciturna il grande mistero. 
La gran luce del mondo scendeva dietro ai monti e le tenebre si stendevano e avvolgevano tutte le cose; e la luce di un’anima si spegneva anch’essa, e le tenebre eterne calavano su quegli occhi e avvolgevano quelle membra. Una notte nel cielo e sulla terra, una notte in una creatura umana. 
Filippo mirava, forse senza vederlo, il rosso disco del sole scendere dietro i monti lontani; e i suoi occhi sembravano animati dal riflesso della luce; quando l’ultimo punto luminoso scomparve, e l’aria divenne grigia, e il monte, gli alberi, tutte le cose presero un color plumbeo, tetro e incerto, quelli si spensero. Allora il volto di Filippo apparve orribile, livido, solcato da ombre profonde. 
Egli mormorò qualche parola. 
I due giovani si chinarono per udirlo meglio. Parve loro di cogliere nel soffio di quello spirito una parola: 
- Ricordatevi!...
Poi più nulla. 
L’ombra era discesa. 
Giovannello e Simone sollevarono pianamente il corpo di Filippo, lo distesero per terra; gli incrociarono le braccia sul petto e vi posero un piccolo Crocefisso che era nella grotta; indi accesero una torcia di resina: e inginocchiatisi, recitarono le preci dei defunti. 
Vegliarono tutta la notte col pastore. All’alba scavarono una fossa dentro la grotta e vi seppellirono il cadavere, umido e fresco della rugiada discesa nella notte. Sopra la terra smossa, il pastore pose alcuni sassi, come un monumento; poi si segnò e uscì dalla grotta e se ne andò senza dire una parola, a raggiungere i suoi compagni e il gregge. 
Giovannello e Simone scesero dalla montagna: a Belpasso ritrovarono i cavalli. Tornarono in Catania col cuore stretto dal dolore, e il cervello tempestato da pensieri. 


Luigi Natoli: Il Paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1401. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a dispense con la casa editrice La Gutemberg nel 1921.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Il volume è disponibile:
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Luigi Natoli: Andrea Chiaramonte mi chiamò e mi disse "Filippo, fratel mio, bisogna mettere al sicuro il tesoro..." Tratto da: Il Paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano

Giovannello restò in atto di stupore e di ammirazione dinanzi a lui, commosso e pieno di domande e di curiosità. Timidamente disse: 
- Siete dunque voi quel cavaliere?
- Sì… Sono Filippo Chiaramonte… Da questo eremo, per mezzo di questi buoni pastori, io potei sapere quel che avveniva, e rintracciare qualcuno della nostra casa… Così ho saputo che tu vivevi. Da quando seppi ciò, e seppi che tu eri povero, solo, prigioniero, io ho pregato Dio di farmi viver fino a che avrei potuto vederti e parlarti… Dio mi ha fatto questa grazia… che Egli sia benedetto!…
V’era in tutto ciò qualcosa di oscuro e di misterioso, che Giovannello non giungeva a penetrare. Era certo che Vitale, il povero Vitale, doveva conoscere il segreto della Grotta del Gigante, e che lo conosceva anche Simone: come lo conoscevano? chi lo aveva rivelato a loro? e perché l’uno e l’altro gli avevano raccomandato di andare in quella grotta? che sapevano essi?
I suoi occhi rivelavano queste interrogazioni che gli si affollavano nell’animo; pure egli non osava domandare. 
Il romito, forse, intese l’espressione di quegli occhi. Riprese: 
- Il giorno in cui il duca Martino di Montblanc invitò Andrea Chiaramonte a presentarsi al re, fingendo di avergli perdonato, Andrea ebbe un sospetto. Mi chiamò prima di rendersi al convegno, e mi disse: “Filippo, fratel mio, bisogna per ogni buon fine, mettere al sicuro il tesoro: servirà o a continuare la guerra, o a riscattare le terre o a vendicarmi. Nel convento di Baida c’è un forziere, che ho affidato alla custodia di quei frati. Finora essi mi son devoti: ma domani? Va, prendi quel forziere e sotterralo dove tu crederai meglio: eccoti una lettera pel padre guardiano”. Andai subito a Baida; se tu non lo sai, Baida è un colle non molto lontano da Palermo, e poco discosto da Monreale, e domina la vallata; il convento che vi sorge è opera della nostra casa… Andai, presi il forziere, che pesava abbastanza, lo ravvolsi di foglie, e così ravvolto lo nascosi in un sacco, e lo caricai sopra un mulo… Per sentieri fuori mano, con un lungo giro, costeggiando quasi il Parco reale, calai sulla valle dell’Oreto, in un punto che si dice la Guadagna, poco più che mezzo miglio lontano da Palermo… Ivi è una villa della nostra casa, con una torre quadrata ampia e degna, come tutte le fabbriche dei Chiaramonte… Allora non ci era stata confiscata, e quei villani ci erano devoti… Nondimeno non mi fidai; per non destar sospetti, tolsi io stesso il sacco col forziere e lo deposi in un angolo, come se non contenesse nulla… Ma la notte, quando tutti dormivano, presi una zappa e una vanga, uscii dalla torre, e mi avviai per la contrada di Falsomiele, che si stende oltre la valle, fino a monte Grifone. La costa di quella contrada è sparsa di ruderi e stanze di antichi edifici, credo dei Saraceni… Non v’era luogo migliore. Scavai, scavai, feci un fosso profondo; ivi deposi il forziere; lo copersi di terra; sulla terra buttai sassi e sterpi, per celare che era stata smossa, e tornai alla torre, senza che alcuno se ne avvedesse… Il forziere è ancor lì; nessuno ha potuto scoprirlo. Va, dunque, figliuolo, e restituisci alla casa dei Chiaramonte il suo splendore…
- Come farò a riconoscere dove è sepolto il forziere? – domandò. 
Filippo fece un cenno che significava: “ti dirò”, e segnato un punto in terra, disse: 
- Immagina che questo punto sia la torre: tu volgi a levante, misura cento passi, troverai una specie di stanza con un sedile… Continuerai a camminare, conterai tre di stanze come questa. La terza, oltre alla stanza col sedile, ne ha un’altra dietro, più bassa, invasa da pruni ed erbacce: è lì, sotto il muro di tramontana; non puoi sbagliare. 
Tacque ed abbassò il capo pensoso, stanco di quel lungo racconto. Anche Giovannello taceva: mille pensieri diversi gli si affollavano nel capo, e gli tempestavano le arterie. La fantasia giovanile, sbrigliandosi, gli gonfiava il cuore di superbi e feroci propositi. 


Luigi Natoli: Il Paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1401. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a dispense con la casa editrice La Gutemberg nel 1921.
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Luigi Natoli: Tu saresti il primo barone del regno, se Andrea Chiaramonte avesse accettato le offerte del duca di Montblanc... Tratto da: Il Paggio della regina Bianca.

 
Vi fu un istante di silenzio. Un non so che di religioso pesava nella grotta e sull’anima di Giovannello. Il romito parve raccogliersi; sulla sua fronte si vedeva l’ombra dei pensieri, come sul cielo le nubi. Egli cominciò con voce bassa, che pareva uscisse dall’invisibile: 
- Tu eri ancora un fanciullo quando avvenne la catastrofe della tua casa… Forse non sarebbe avvenuta, e tu saresti il primo barone del regno, se Andrea avesse accettato le offerte del duca di Montblanc… Tu ignori che il padre del re desiderava destinarti marito della figlia di don Ferrante Lopes de Luna, una cugina del re… Andrea rifiutò per non imparentarsi con lo straniero… Dio gli perdoni!... Egli credette nella concordia dei baroni convenuti a Castronovo; credette che in tutti fosse vivo e potente il sentimento dell’indipendenza del regno… e i baroni lo tradirono… Forse tu sai quel che ne seguì: la guerra, le persecuzioni, il tradimento. Andrea si sottomise, ebbe fede nella lealtà del vecchio Martino, e il vecchio Martino finse di perdonargli e di accoglierlo, e lo gittò nelle mani del boia. C’era chi lo istigava… c’era chi voleva la rovina del conte…
- Chi, padre? – domandò fieramente Giovannello, che ascoltava con religioso raccoglimento.
- Messer Bernardo Cabrera…
- Ah!
- Dopo la morte di Andrea, venne la volta dei parenti. Uno di essi cercò uno scampo nella fuga, inseguito come un lupo di borgo in borgo, per valli, per monti… Egli aveva dinanzi agli occhi la visione della scure lampeggiante in aria… del capo reciso e sanguinante preso pei capelli… e dietro, alle calcagna, una muta di cani anelanti di strage, sitibondi di sangue… Era così giunto a Messina. Sperava di trovavi una feluca, una galea, una barca, per recarsi a Napoli e invocare la protezione di Costanza… Ma ecco la feroce muta sopraggiungere, gridando: “Eccolo! eccolo!... Morte al Chiaramonte!... Morte al traditore!”. Quell’uomo ebbe il tempo di balzare in sella, e fuggire, senza saper dove, trasportato dalla furia del cavallo, che pareva impazzito anch’esso… Un istante che avesse indugiato, egli sarebbe stato preso, e, forse, fatto a pezzi… perché alle grida dei suoi inseguitori s’era adunata a un tratto anche una folla minacciosa. Ah! quella fu una fuga incredibile, terrificante… Il cavallo non sentiva più il freno, e la mano non aveva più coscienza per governarlo… Volavano su per un sentiero selcioso, che sfavillava sotto le zampe… Il sentiero saliva; portava in una montagna? chi lo sapeva? né cavallo né cavaliere vedevano… Il cavaliere si accorse improvvisamente che dinanzi a lui la roccia finiva e si spalancava il vuoto mostruoso, immenso… Ebbe la coscienza del pericolo, tentò arrestare la furia del cavallo, ma invano. La bestia infellonita e cieca spiccò un salto… Un grido!... cavallo e cavaliere sparvero: un gran tonfo, le acque del mare si apersero, spumeggiarono, si richiusero sopra di loro…
- Oh Dio! – esclamò Giovannello, pallido e commosso.
- I soldati che l’inseguivano si affacciarono con orrore sull’orlo della rupe, che cadeva a picco sul mare, e stettero lì vedendo le acque ancora frementi e rosseggianti, sulle quali poco dopo videro galleggiare il cavallo con le gambe spezzate…
- E il cavaliere?
- Lo credettero morto…
- E non lo era?...
- No: il cavallo lo salvò… Come avvenne? fu un miracolo… Egli non potè mai darsi conto di questo miracolo… Sprofondato nel mare, ed emerso, si trovò liberato dalle staffe e cominciò a nuotare disperatamente, lottando contro il peso dell’armatura e la violenza delle onde… Potè raggiungere uno scoglio e aggrapparvisi, e trovarvi un rifugio… Passò la notte su quel sasso, invaso a vicenda dalle ondate; e invano tendea lo sguardo lontano per iscoprirvi una nave!... Sui flutti, dondolata dalla risacca, la carogna del cavallo, nera, gonfia, mostruosa, ora gli si avvicinava, ora si allontanava, spettacolo orribile di quel che sarebbe stato di lui… Oh come fu lunga la notte!... All’alba passò una barca di pescatori e lo raccolse…
Giovannello respirò: quel racconto l’aveva oppresso, il saper salvo quel suo parente gli levò un gran peso dal cuore. 


Luigi Natoli: Il Paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1401. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a dispense con la casa editrice La Gutemberg nel 1921.
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