giovedì 9 gennaio 2020

Luigi Natoli: il "Buon Cugino" Giuseppe Lo Verde. Tratto da: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro.

Negli ultimi del 1821 il lavoro delle “Vendite” carboniche in Palermo si era fatto più attivo e intenso. Era avvenuto un accordo fra loro, per riunire in un fascio tutte le forze liberali. La Vendita dei SS. Quaranta era diventata il centro di tutte le altre: anima della cospirazione era quel Salvatore Meccio, che aveva iniziato Tullio. Si parlava di una possibile rivolta nel prossimo gennaio; nella vendita si studiava il piano e si cercavano il modo e i mezzi di raccogliere armi e denari. Si sperava nel concorso dei militari carbonari, che erano ancor numerosi nell’esercito.
Giuseppe Lo Verde era fra i più fervidi e laboriosi Buoni Cugini. La natura gli aveva dato vivace fantasia e cuor caldo e sentimento di poeta. Fra i Buoni Cugini gravi e pensosi, Giuseppe recava la baldanza gioconda della giovinezza e del suo spirito poetico.
Quasi ogni pomeriggio, fingendo di andare a diporto, si recava nel podere di compar Andrea a trovar Tullio, dal quale gli piaceva udir raccontare i casi occorsigli nell’esilio e le vicende della rivoluzione piemontese; e al quale egli da canto suo leggeva i versi che andava componendo, e che piacevano molto a Tullio. Così, a poco a poco, era venuto l’anno nuovo.
La sera dell’8 gennaio, Lo Verde andò a trovare Tullio.
- Il 12 è il compleanno del re, – gli disse.
- E perciò?
- Le Vendite hanno deliberato di festeggiarlo… in modo che il re non se ne dimentichi.
Sorrideva, dicendo questo; Tullio capì qualche cosa e sorrise anche lui.
- Ci siamo forse?
- Sì. C’è stata una riunione commovente. Peccato che non c’eri anche tu! Abbiamo giurato di insorgere, e di sacrificare anche la vita, se occorrerà. A quest’ora alcuni nostri emissari vanno intorno per esser sicuri che al primo segnale non ci mancherà l’aiuto del contado… Bisogna che tu guadagni compar Andrea. Egli, con una parola, può radunare una squadra di trenta o quaranta coraggiosi di queste contrade…
- Lascia fare a me. Quale è però il piano?
Lo Verde glielo riferì. Era semplicissimo. Quel giorno il luogotenente generale e il comandante delle truppe austriache dovevano recarsi al Duomo, per assistere alla messa pontificale in onor del re; le truppe sarebbero state schierate in parata coi fucili caricati a salve. I cospiratori dovevano appostarsi; a un segno dovevan gittarsi sulle carrozze, impadronirsi del luogotenente e del generale; mentre gli altri si gittavan di sorpresa sulle milizie e le disarmavano. La sorpresa avrebbe generato lo sgomento; e i cospiratori ne avrebbero approfittato per impadronirsi del palazzo reale e del pretorio.
Il popolo insorto e le squadre avrebbero compiuto l’opera.
Il Meccio, anima della cospirazione e ordinatore del piano, appariva ai due giovani come uno di quei personaggi maravigliosi dell’antica storia, condottiero e legislatore, dall’occhio acuto, dallo spirito pronto, dalla mente vasta e capace. Come dubitare del trionfo?
Ah il bel sogno! Cacciar gli Austriaci da Palermo, proclamare l’indipendenza e la costituzione, chiamar tutta l’Isola al riscatto: Messina, Messina stessa fatta più accorta della esperienza, deposte le antiche sciocche gelosie, avrebbe seguito e appoggiato il moto di Palermo. E allora Napoli, ancor fremente e mal tollerante l’occupazione austriaca e il tradimento del re, si sarebbe sollevata; e da Napoli il movimento rivoluzionario si sarebbe propagato nello stato della Chiesa; e poi Milano e Torino, tutta la penisola insomma, scossa da quell’impeto di tempesta rivoluzionaria, tutta in arme per la libertà!


Luigi Natoli: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1820.
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1927.
Pagine 344. Prezzo di copertina € 22,00
Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno.
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica
Disponibile su Amazon Prime
Disponibile su Ibs e in tutti i siti vendita online.
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Il romanzo è acquistabile con il volume che raccoglie la Trilogia del Risorgimento: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro, I morti tornano..., Chi l'uccise? (prezzo di copertina € 24,00)



giovedì 2 gennaio 2020

Luigi Natoli: L'aceto dei pidocchi. Tratto da: La vecchia dell'aceto.


Quel giorno nella bottega di don Saverio La Monica, essa aveva seguito dapprima con curiosità, poi con meraviglia e con attenzione, il racconto di quell’avvelenamento con l’acqua pei pidocchi; e tornandosene a casa ci ripensava. Quell’acqua che costava tre, quattro grani, aveva una potenza micidiale che poteva spacciare un uomo alla sua insaputa e irreparabilmente. Foschi pensieri le scomponevano e ricomponevano la fitta rete di rughe che le solcavano il viso per ogni verso; e le accendevano tristi lampi negli occhi; la bocca le si moveva, come se biascicasse parole non dette. Ricordava lontane storie di veleni potenti: l’acqua di Teofania d’Adamo; i veleni di Francesca La Sarda, quelli della za’ Chiavedda, che era stata impiccata due anni prima che Giovanna Bonanno nascesse: acque misteriose anch’esse, che facevano morire senza lasciar tracce. Come mai quelle donne si erano lasciate scoprire e prendere? Dovevano essere state imprudenti; se avessero saputo fare le cose bene, avrebbero potuto arricchire. Forse si erano prestate a vendette: e ciò era male. Avrebbero dovuto somministrare i veleni soltanto a fin di bene: c’eran infatti nel mondo tanti imbrogli, tante disonestà, tante condizioni familiari così tristi, che soltanto la morte di uno poteva far cessare, e dar la pace e la tranquillità a molti. Così esse avrebbero commesso un delitto, e almeno dal buon Dio, che vede il cuore, potrebbero essere perdonate... E poi... perché i signori specialmente pagherebbero con fior di denaro un simile servizio; certo si poteva vivere senza stenti, senza bisogno di andare elemosinando, e trascinare una vita miserabile, in una vecchiaia squallida, senza altra prospettiva che la morte in quel canile, priva di aiuto, sola, abbandonata.

Questi pensieri le ruminavano per la mente, anche quando, giunta a casa, si mise a preparare un po’ di minestra d’erbe. Sì, un po’ di quell’acqua terribile mescolata nel brodo, o nel vino... Ma era poi certo che la morte fosse rapida e sicura? Bisognava provare. Su chi? Ecco! Un cane randagio, solito a ricevere i rifiuti di quel povero desco, entrò nella stamberga. La fronte della vecchia si rischiarò: aveva trovato su chi fare l’esperimento.

Il domani andò a comperare da don Saverio La Monica una caraffina d’acqua pei pidocchi. Tre grani; piccola spesa. Tornata a casa prese del pane rinsecchito e lo immollò in un tegamino con acqua, nella quale versò il medicinale. Aspettò che il cane venisse; e quando lo vide entrare, lo accarezzò…
Nella foto: Particolare della copertina di Niccolò Pizzorno.


Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine 700
La storia di Giovanna Bonanno, l'avvelenatrice passata alla storia come "La vecchia dell'aceto", nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927. 
Pagine 562 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica e in tutti i siti vendita online
Disponibile su Ibs 
Disponibile su Amazon
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

martedì 31 dicembre 2019

Buon anno da... Luigi Natoli

Comincia un nuovo anno. Ogni cuore lo saluta come l'incominciamento di una vita nuova; e spera che non soffrirà i dolori dell'anno trascorso. Questo augura a sé e agli altri. 
Un proverbio dice: Anno nuovo, vita nuova. Ma che vuol dire questa vita nuova?
Vuol dire che devi esaminare quello che hai fatto durante l'anno scorso; devi riconoscere i tuoi mancamenti; proporti di correggerti, e mantenere saldamente i tuoi propositi. 
Sei stato ozioso? Lavora: la prima nobiltà dell'uomo è il lavoro. La prima medicina dell'anima è il lavoro. Chi lavora con zelo e con assiduità non ha il tempo di contrarre cattive abitudini. La zappa adoperata sempre non prende ruggine.
Hai sciupato tempo? Rifletti, con maggior assiduità, del tempo che hai perduto. 
La buona massaia, quando sloggia, prima di entrare nella casa nuova, la spazza, la lava, toglie i ragnateli e le fuliggini, la imbianca. 
Così devi fare tu, col nuovo anno. La casa che tu devi ripulire e mettere a nuovo è il tuo cuore. Devi toglierne tutte quelle manchevolezze e quelle cattive abitudini che vi riconosci. E se hai nutrito rancore e ti sei inimicato contro qualcuno, devi amarlo. 
Così tu potrai dire veramente di cominciare una vita nuova. 

Luigi Natoli

lunedì 23 dicembre 2019

Buon Natale da... Luigi Natoli

Pace ed amore fraterno. Gesù venne al mondo per fondare una religione nuova: una religione per la quale tutti debbono riconoscersi come fratelli, figli di un Dio padre Celeste, misericordioso e previdente. Tutti debbono amarsi, aiutarsi, tollerarsi, perdonarsi a vicenda: non odii, non guerre; una umanità nuova. E questo ricorda la festa di Natale. 
Festeggiala dunque col cuor puro. Come con Gesù nacque una società nuova, così nasca dentro di te un mondo nuovo. 
Questa notte Gesù par che ci dica: 
- Un anno muore, ma nel suo seno si è gittato il germe di un nuovo anno: io chiudo un tempo e ne apro un altro; come dalle ombre e dagli squallori dell'inverno la natura esce rinnovata, così esce rinnovato il genere umano dagli errori antichi: e così tu dovrai rinnovarti. 

Luigi Natoli

venerdì 6 dicembre 2019

Luigi Natoli: Don, mastru, zu’… le classi sociali della vecchia Palermo. Tratto da: La vecchia dell'aceto.


Il don non si dava ai maestri, tanto meno ai bottegai di grascia o di frutta, o a gente minuta. C’era tutta una scala di prefissi per indicare la classe o la sottoclasse a cui apparteneva la tale o tal’altra persona. I facchini di piazza, gli spazzaturai e simili non ne avevano nessuno; e gli si dava del tu, senz’altro, i fruttivendoli, i pizzicagnoli e in generale tutti i bottegai o venditori ambulanti di frutta, ortaggi; i carbonai, i friggitori e simili avevano il prefisso zu’ che significava zio, vocabolo di rispetto; per cui il popolino dava loro del “vossia”; i cocchieri, specialmente se padronali, premettevano al nome, ordinariamente, gnuri o su’, signore o sior; gli artigiani volevano, e ci tenevano, tanto di “mastru”; ma i sarti, i cappellai, i mercanti, i piccoli scritturali, i commessi degli uffici, gli algozini, tutta la gente che stava fra i mestieri, e le professioni liberali, gli impiegati regi del Senato e della Tavola o pubblico banco, i magistrati volevano il don come i “galantuomini”. “Galantuomini” erano appunto gli avvocati, i medici, i magistrati, gli impiegati, quelli che vivevano di rendita, il ceto medio, insomma che rappresentava anche la cultura e che si teneva distinto dal popolo, e dalla gente di bottega, fossero anche gioiellieri o mercanti; “gente di banco” o “mezzacanna”.
Zu’ Rosario aveva una clientela di “mezzi galantuomini” col don; era la sua aristocrazia; se non che questa clientela, che portava il nicchio e i capelli lunghi raccolti e annodati dietro la nuca con un nastro, e vestivano la “giamberga”, e avevano il diritto di portare spada, come tanti cavalieri, era di una specie singolare, che si rivelava subito alla inclinazione del nicchio sopra un orecchio, alla curva sprezzante della bocca, alla guardatura che parea dicesse: – “ehm! badate a parlar bene, con me non si scherza”; – dall’andatura con un dondolamento delle spalle come per farsi largo. Compare Vanni non era né zu’ Vanni, né mastro Vanni, né don Giovanni. Poteva essere un boaro, un campagnolo, o poteva più ordinariamente non esercitare nessun mestiere. Ma sfoggiava anelli e catene e ciondoli e fazzoletti di seta; portava in tasca il rosario e il coltello, e aveva il gesto volitivo e lo sguardo imperioso. Si incontrava nei mercati e dovunque si facessero traffichi, negli studi dei notari, nelle pubbliche vendite. Lo zu’ Rosario li conosceva uno per uno, li salutava con una certa confidenza rispettosa, e faceva loro credito, senza litigare e senza insistere pel pagamento.

Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1700. Parla di Giovanna Bonanno, l'avvelenatrice passata alla storia come "la vecchia dell'aceto". 
Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927. 
Pagine 562 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica e in tutti i siti vendita online
Disponibile su Ibs 
Disponibile su Amazon
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

mercoledì 4 dicembre 2019

Luigi Natoli o William Galt?

Quando sulle colonne del Giornale di Sicilia apparve una biografia di questo preteso inglese, con un elenco di opere... che non esistono; nessuno sospettò che si trattasse di una burla, e che uno scrittore inglese di questo nome non esisteva che nella immaginazione di chi l’aveva creato. Ma dopo le prime dieci puntate di Calvello gli uomini colti, capirono che il romanzo non poteva essere di un inglese; e che la conoscenza della storia, del costume, della topografia di Palermo nel 700, della vita e dell’anima siciliana in quel tempo, era così profonda, che l’autore, per quanto camuffato da suddito di S.M. britannica, non poteva essere che siciliano.
E a poco a poco, crescendo l’ammirazione pel romanzo, si venne a questa conclusione, che di uomini i quali conoscessero così profondamente le cose siciliane non ve ne erano che due: Giuseppe Pitrè e Luigi Natoli; e che, trattandosi di un lavoro di fantasia, e non di erudizione e di scienza, William Galt non poteva essere che Maurus o Luigi Natoli.
Perchè egli abbia voluto incarnarsi in un personaggio esotico, non sappiamo. Non si domanda a uno scrittore perchè abbia assunto questo o quell’altro pseudonimo; talvolta si può indovinare. Forse, William Galt ha voluto godersi da incognito lo spettacolo del grande successo del suo romanzo. Il quale egli scrisse per una prova e per una dimostrazione.
Volle dimostrare che l’ingegno italiano può, se vuole, sostenere vittoriosamente il confronto con quello straniero in un genere di letteratura che i sopracciò dell’arte guardano spesso con ingiustificata diffidenza; e che si può scrivere un romanzo di appendice, interessante per intreccio di avvenimenti, e anche per situazioni drammatiche di effetto, che nel tempo stesso sia opera d’arte.
Opera d’arte nella creazione dei caratteri umani, reali, determinati, varii, opera d’arte nel dialogo; nella descrizione efficace e pittorica; nella rappresentazione viva, evidente, maravigliosa; opera d’arte nella forma; in quel giusto senso di misura, che è pur difficile mantenere in una tela vasta e varia. 
I suoi romanzi storici sono lo specchio delle sue doti: in essi vi è fantasia mobile e varia del poeta, l’osservazione dello psicologo, l’erudizione dello storico e la potenza efficace dello scrittore. Ecco perchè piacciono e piaceranno!"
Gli editori de La Gutemberg (Palermo 1913)

Luigi Natoli: Il casotto delle vastasate. Tratto da: Calvello il bastardo.


Quella sera, sabato, si recitava al Casotto delle Vastasate una delle tre commedie popolari più fortunate e più originali: il Cortile degli Aragonesi. Bisognava sentire Marotta, il celebre comico creatore della parte di ‘Nofrio, e Giuseppe Sarcì, biondo e femineo d’aspetto e di voce, nelle vesti di Lisa e il Montera nei panni di don Litterio il notaio messinese, e il Corpora sotto le spoglie di Caloriu il Ciancianese. 
Che risate!... La recita diurna aveva riempito la cassetta; non un posto vuoto: e di gente ne era rimasta fuori, e non si era mossa da lì, aspettando la recita notturna, per prendere i posti migliori, e rifarsi della lunga attesa. Laura stava alla finestra con un vaso intimo in mano, mentre il Barone, fradicio di un liquido che non era nanfa, minacciava con la canna in pugno, e Lisa gridava, e ‘Nofrio si sganasciava dalle risa. La folla batteva le mani, rideva, urlava, fischiava, si abbandonava a una ilarità tempestosa che faceva tremare la baracca.
Il Casotto era lontano: giù a Piazza Marina, quasi un miglio di strada. Era il teatro popolare, o, come si diceva anche, nazionale, dacchè la Sicilia era una “Nazione” per sè, e il dialetto era considerato come lingua nazionale.
Poiché i Signori avevano per loro i teatri di Santa Cecilia e di Santa Lucia, alcuni popolari avevano verso il 1780 fondato un teatro per loro; ed avevano costruito una grande baracca, nella piazza Marina, nella quale recitavano commedie in dialetto, spesso improvvisate, e delle quali i personaggi principali erano i facchini di piazza.
Facchino, in dialetto, si dice vastasu, vocabolo prettamente greco; vastasate si chiamarono quelle commedie, e Casotto delle vastasate il teatro.
Attori e commedie levarono grido.
Fino allora a Palermo non s’era mai visto nulla di simile. C’erano state vecchie commedie, recitate da comici di mestiere, nelle quali il tipo buffo siciliano era rappresentato dal solito Travaglino, o dal vieto Nardo; due maschere oramai insipide i cui lazzi e le cui buffonerie si ripetevan sempre gli stessi. Del resto le commedie non eran molte, e per riudirle bisognava aspettare qualche compagnia di comici randagi e disperati. Figurarsi dunque la sorpresa e il piacere di vedere sul palco non piú quelle maschere, ma personaggi vivi, che si vedevan ogni giorno: gli artigiani, i provinciali, e più i facchini di piazza col loro linguaggio, coi loro gesti, con le loro bestialità, i loro pettegolezzi, le loro baruffe, i loro piccoli intrighi! Un mondo nuovo!
E non eran mica del mestiere, gli attori; tutt’altro. Gente che di mattina attendeva ad altro ufficio, spesso in aperto dissidio con Talia: Giuseppe Marotta che era il capocomico, ed era un vero creatore di tipi, era portiere del giudice della Monarchia; Giuseppe Sarcì portiere dell’Imprese del Lotto; degli altri chi era operaio, chi sarto, chi povero azzeccagarbugli; e pure quanta verità, quanto sapore di arte spontanea in quei comici improvvisati!
Si capisce che la fortuna della Compagnia aveva acceso cupidigie ed emulazioni. Intorno al teatro del Marotta ne eran sorti degli altri; e altre compagnie si eran formate, ma invano: Marotta non ce n’era che uno, e don Biagio Perez che era il poeta comico della Compagnia, non aveva competitori.
Fra gli spettatori fortunati era un bel giovane di ventisei anni, non molto grande, di membra delicate, strette nell’uniforme dei fucilieri, turchina, a risvolte bianche…


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine '700. 
Nella versione originale riveduta e corretta dall'autore e pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913
Pagine 850 - Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica
Disponibile su Ibs
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Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 


giovedì 28 novembre 2019

Luigi Natoli: Il Cassaro nel 1500. Tratto da: La dama tragica. Romanzo storico siciliano


Dall’angolo della piazza Pretoria fino al piano dei Cavalieri, come si chiamava allora la piazza del Duomo, era tutta una massa compatta e mobile, come una macchia di arbusti agitata dal vento; che s’andava sempre più addensando, pel sopravvenire di altra gente, e rumoreggiava come un fiume in piena. Il Cassaro, antichissima arteria principale, com’era forse alle origini di Palermo, correva anche allora diritto, verso il mare, dividendo in due la città. Ancora non era stata aperta la nuova strada Maqueda, che tagliando in croce il Cassaro diede una pianta simmetrica e singolare alla città. Il Cassaro o strada Toledo giungeva fino alla chiesa di Porto Salvo, e non aveva l’aspetto vario d’oggi. Le case v’eran tutte d’una stessa altezza, e su per giù avevano la stessa architettura; molte serbavan le finestre ogivali; molte le avevan rimodernate; e qualche pesante loggia rompeva l’euritmia delle finestre quattrocentesche. Giù nei pianterreni le botteghe, per difendersi dalla pioggia e dal sole, avevan tettoie sorrette da pilastri, che formavan da una parte e dall’altra come due lunghi porticati.


Luigi Natoli: La dama tragica. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1500, al tempo del viceregno di Marco Antonio Colonna.
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930
Pagine 598 - Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile presso La Feltrinelli Libri e Musica Palermo
Disponibile su IBS.it
Disponibile su Amazon e in tutti i siti vendita online
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
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Luigi Natoli: La famiglia Corbera, baroni del Misilindino. Tratto da: La dama tragica.


Il signor Galcerano infilò la strada di S. Onofrio, e piegò per un vicolo buio e angusto dove non era possibile scorgerlo. Egli abitava nella strada della Bandiera, nel vecchio palazzo della sua famiglia; un palazzo non molto vasto che conservava la sua architettura quattrocentesca solida ed elegante, coi merli in cima, le finestre rettangolari geminate da una sottile colonnina, simile allo stelo d’un fiore, e il portone ornato d’una cornice intagliata, forma d’un grande angolo col vertice in alto, dentro il quale si apriva la porta.
I Corbera eran venuti di Spagna fin dal Trecento; ed avevano acquistato in Palermo reputazione e dignità, e nell’isola, vasti possedimenti. In breve si erano naturalizzati; erano stati inscritti nell’ordine senatorio e avevano occupato uffici eminenti. Un Galcerano nel 1449, era stato presidente del regno, cioè aveva tenuto luogo del vicerè assente; un Giuliano, che aveva combattuto valorosamente contro il maresciallo de Lautree era stato Pretore della Città, e vuol dire presso a poco quel che oggi chiamiamo sindaco, ma con maggior dignità, un Pietro, suo figlio aveva militato sotto Carlo V, e n’aveva avuto fama di prode. Non vi mancarono uomini di lettere; fra i quali un Bartolomeno di cui rimane qualche poesia. Facevano per armi cinque corvi neri in campo bianco.
Capo della casa era adesso don Antonio nelle cui mani era passato il vasto feudo del Misilindino.
Munifico e di grandi idee, Antonio fondava in quei tempi intorno al vecchio castello un paese, quello stesso che poi si chiamò Santa Margherita; il che lo aveva costretto a contrarre molti e gravi debiti, che lo tenevano in liti continue, e ingoiavano gran parte delle entrate. 
Il giovane Galcerano, al quale quella notte era toccata la strana avventura, era l’erede del vasto patrimonio, e delle virtù guerresche dei suoi maggiori. Troppo giovane  quando don Giovanni d’Austria s’era mosso con l’armata contro il Turco, – aveva appena quindici anni, – non aveva potuto imbarcarsi sulle galere col fiore della gioventù palermitana andata volontaria all’impresa: ma i racconti delle prodezze compiute da Cola d’Odio, che impadronitosi da solo d’una galera turca, vi morì da archibugiata in fronte; di Cola dei Bologna, che ne riportò il soprannome di Valente; dal capitan Giorgio Montisoro, dal suo amico don Geronimo di Giovanni, da cento altri nobili, accorsi come lance spezzate o venturieri sulle galere della città di Palermo, gli accendevano una gran voglia di prender parte a qualche spedizione. Ma in quegli anni il Turco, per la disfatta avuta a Lepanto, stancato dalle due spedizioni di Navarino e di Tunisi, che lo costringevano alla difesa, non osava; guerre in Italia non ce n’erano; anche nelle Fiandre v’era un po’ di tregua; e eran guerricciole e insignificanti. Il signor Galcerano perciò non poteva mostrare il suo valore che nella sua bella sala d’armi o nell’Accademia dei Cavalieri (specie di accademia militare) o nelle giostre; nelle quali, sebbene molto giovane, faceva begli incontri e sfoggiava ricche armature, spade di gran pregio, bardature e gualdrappe di finissimo lavoro.

Luigi Natoli: La dama tragica. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1500, al tempo del viceregno di Marco Antonio Colonna. 
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930
Pagine 598 - Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
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martedì 26 novembre 2019

Luigi Natoli: La taverna dello zu' Rosario. Tratto da: La vecchia dell'aceto.


La taverna dello zù Rosario si trovava quasi all’angolo della strada della Panneria; e godeva una grande reputazione pel vino che vi si beveva, bianco e rosso della Sala di Partinico, e per un certo baccalà con cipolle e zibibbo passito, una ghiottoneria per cui appunto nella culinaria casalinga aveva meritato il battesimo di baccalà alla ghiotta. Ma più che per la sua cucina, la taverna era tenuta in gran conto, perché aveva una clientela di gente che portava il don.

Zu’ Rosario faceva sulla parete, che era il suo libro giornale, dei segni col carbone, che egli solo sapeva leggere: vi erano molti di questi segni, divisi in colonne, sopra ciascuna delle quali vi era una specie di geroglifico, che rappresentava la persona cui si riferiva il conto sottostante. E non c’era caso che ei si sbagliasse. Questa parete contabile era posta dietro il banco, pieno di boccali di terra smaltata, caraffe e caraffine, bicchieri e alcune misure di stagno. Le altre pareti erano state una volta bianche, ora la fuliggine dei fornelli, l’unto delle spalle e delle mani che vi si appoggiavano, un po’ d’umidità le avevano ingiallite, striate, macchiate e in qualche punto annerite. I fornelli erano in un canto, sotto una finestra, accosto alla porta; e sulla parete vicina pendevano casseruole di rame, padelle, graticole, caldaie; e poi una scansia piena di stoviglie. Dietro il banco s’apriva una porticina, attraverso la quale si scorgevano alcune botti, su cavalletti. Sopra l’architrave della porticina, una mensoletta verdastra faceva da altarino a un quadro della Madonna col Bambino, fra San Giuseppe e Santa Rosalia, dipinti sul vetro con quella ingenuità di stile che è propria dei pittori popolari.

Quella che pareva una stanza, dov’erano le botti, non era in realtà che una specie di andito buio, dal quale, si passava in un’altra stanza: era la sala riservata a quelli che rappresentavano il ceto eletto, la clientela aristocratica; i “galantuomini o quasi”; una specie di arca, dove i profani non potevano penetrare; e dove i clienti entravano da una porta che dava in un vicolo. E quella sera non era vuota. Chi avesse dall’andito guardato la porta, avrebbe veduto, attraverso le fessure filtrare lume; e, origliando, avrebbe udito un bisbigliar sommesso. Questa clientela non ubbidiva ai bandi sulla chiusura delle bettole: né la ronda penetrava nel vicolo. A due ore e mezza di notte essa passava dalla strada della Panneria; il caporonda non mancava di bussare alla porta della taverna; entrava; il portalanterna faceva lume in giro: naturalmente non trovava nessuno, perché sapeva di non dover spingere le ricerche più oltre, in virtù di un certo bicchiere di vino, che, in realtà, era quello che più propriamente andava a cercare.


Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1700. Narra di Giovanna Bonanno, l'avvelenatrice passata alla storia come La vecchia dell'aceto. 
Nella versione originale pubblicata a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927.
Prezzo di copertina € 22,00
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venerdì 22 novembre 2019

Luigi Natoli: L'acqua delle sette parrocchie femmine e l'acqua "maritata". Tratto da: La vecchia dell'aceto


L'acqua delle sette parrocchie femmine
Quest’acqua, alla quale si attribuivano virtù meravigliose, non era che l’acqua benedetta raccolta in sette parrocchie dedicate a sante e poste in quartieri di nome femminile. Bisognava dunque in una bottiglia andare a prenderla nelle parrocchie di Santa Lucia, Santa Margherita, Cattedrale, Kalsa, Albergheria, Santa Croce e Olivuzza.

L’acqua maritata
Più d’una volta qualche donna abbandonata dal marito o dall’amante era corsa a lei a domandarle consiglio e opera per far ritornare il traviato al suo nido: essa aveva suggerito quei rimedi ai quali le superstizioni popolari attribuivano virtù prodigiose. Per esempio dar da bene all’uomo nel vino o nel brodo l’acqua maritata: l’acqua maritata era quella attinta alle pile di tre chiese parrocchiali dedicate a tre santi, due maschi e una femina, o due femine e un maschio: Sant’Ippolito, Sant’Antonio e Santa Lucia, o Santa Margherita, Santa Lucia e San Giovanni dei Tartari. O altro rimedio meno ridevole, accompagnato da filastrocche e invocazioni diaboliche da recitarsi o in chiesa durante la messa o in campagna di notte, sotto la luna. Superstizioni e pratiche comuni, che le donnicciuole conoscevano senza essere fattucchiere, ma che nella opinione del popolino confermavano questa fama nella za’ Anna. E ad alimentarla concorreva ancora la vita chiusa e solitaria che ella faceva, in quella stamberga nera, tetra, squallida, dove la sera attraverso la porta socchiusa, spesso si vedeva lei dinanzi al fornello su cui bolliva una pentola, che pareva misteriosa; e il suo volto, ai mobili riflessi della fiamma, ora più ora meno vivace, prendeva espressioni strane e paurose.


Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1700. La storia di Giovanna Bonanno l'avvelenatrice, passata alla storia come La vecchia dell'aceto.
Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927
Pagine 562 - Prezzo di copertina € 22,00
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Nella foto: Acquasantiera del Gagini, Cattedrale di Palermo

Luigi Natoli: La farmacia di don Saverio La Monica. Tratto da: La vecchia dell'aceto.


Don Saverio La Monica, aromatario, aveva la sua bottega nella strada della Gioiamia. Aromatario significava, in quel tempo, farmacista. Era un uomo più che maturo, che passava la vita dietro al banco, a pestare, impastare, mescolare, far pillole, cartine di polveri, elettuarî, sciroppi ed emulsioni. Con gli occhiali sul naso, le maniche rimboccate, eseguiva le ricette, barattando una parola con questo, una con quell’altro avventore. E di avventori non ne mancavano, perché in tutto il quartiere del Capo, nessun aromatario godeva tanta buona riputazione, quanto lui, perché aveva la bottega fornita di tutte le medicine prescritte dall’ordinanza del Pretore che rivestiva la carica di proto-medico della città; ma anche perché inventava certe misture efficacissime; e sapeva dare consigli medici.

La bottega si riconosceva la lontano, per il gran mortaio di marmo, posto sopra la soglia su uno sgabello un po’ sporgente in fuori; insegna questa comune a tutte le farmacie del tempo. Ai lati lungo gli stipiti c’erano due tabelle non grandi, rettangolari, in una delle quali un pittore da insegne aveva dipinto il bastone di Esculapio coi due serpenti attorcigliati, e una leggenda latina: Altissimus creavit de terra medicamenta et vir prudens non abhorret ab illis; nell’altra tabella era dipinto Sant’Andrea protettore degli speziali, con la leggenda: Cedite vos, qui consulitis mortabilus artes; vis vestra ex nostraque statque, caditque manu. La stanza, che serviva da bottega, non era molto grande: e aveva uno scaffale in fondo, che occupava tutta la larghezza della parete; in mezzo alla quale in basso era una porticina, donde si passava nel laboratorio.

Altri due scaffali si partivano da quello di fondo, della stessa altezza, ma si arrestavano a metà della stanza. Nello spazio vuoto, da un lato c’era il torchio, indispensabile a ogni aromatario per fabbricare olio di mandorla o di ricino; dalla parte opposta v’erano addossati alla parete alcune sedie molto sudicie e con l’impagliata rotta in qualche punto. Sulla cornice dello scaffale in fondo v’era un quadro che rappresentava la Vergine, dinanzi alla quale ardeva una lampada. Sotto, nel fregio, era dipinto a grandi lettere: Salus Infirmorum, che poteva ben riferirsi alla Vergine come ai medicinali. I quali facevano bella mostra, non di sè, ma dei recipienti in cui erano conservati. Erano vasi smaltati, della stessa grandezza, a vivaci colori, tutti di una forma allungata, che si restringeva dolcemente a metà dell’altezza, per riallargarsi gradatamente alla base; con uno scudo bianco incorniciato di giallo, in mezzo al quale era il nome del medicinale. In dialetto si chiamavano burnii. Nello scaffale laterale, di destra, queste burnie avevano forma di bocce panciute, con un collo breve, ed erano smaltate in bianco e azzurro, col nome del medicinale in nero. Nell’altro scaffale laterale, a sinsitra, erano bocce, bottiglie, boccette di vetro e vasetti bianchi, cilindrici. La ricchezza ed il lusso di una farmacia d’allora erano nei vasi smaltati, ai quali gli antiquari han dato una caccia spoliatrice, approfittando dell’ignoranza dello snobismo dei farmacisti.

Spesso il medicinale non c’era; ma la burnia non mancava. Chi andava per comperare due grani di conserva di rose rosse, poteva leggere sulle bocce e sulle bornie i nomi della Polvere di Guttetta, per guarire la eclampsia dei bambini, del Sebeston, dello sciroppo di vibello, di cicoria, di reobarbaro e di spinapontico; della conserva di fior di persico, del diascordio, dell’elettuario di Giustiniano Imperatore, dell’alckool (sic), fluore, dell’acqua teriacale, della Quarteccia rossa, delle pillole di Lancellotto, e di quelle di tartaro di Bonzo, e delle universali di Becherio; dell’estratto di scilla acoso, della tintura anglicana, del grasso di vipera; dello specifico cefalico Michaele, del sale sedativo di Homberg, dell’impiastro di Simone de Pacello e di quello de Ranis, del trocisco di Aradonis Abbatis, del vitriolo di Marte, e via via dicendo: medicinali nostrani e stranieri; e poi gli olii di mandorla, di lino, di ruta, di scorpione; polveri di assa fetida, agarico: i sief, ossia collirii; e finalmente i veleni, arsenico, laudo liquido, cantaride, ecc.  Insomma la spezieria di don Saverio La Monica non mancava di nulla. Essa era fornita di quanto occorreva pei ricchi e pei poveri, secondo l’ordinanza. Sul banco v’erano le bilancette e i pesi, e la carta tagliata a quadretti per avvolgere le polveri e turare le boccette.

Nella retrobottega, poi, v’erano storte, lambicchi, tubi, matraci, un grande fornello, fornellini portatili, boccioni grandi, recipienti di varia misura di porcellana, di vetro, di rame. Ma dappertutto v’erano le vestigia delle mosche, v’era dell’unto di olii e di pomate; e un odore nauseabondo composto di tanti odori diversi. Non se ne doleva nessuno, perché vi si era avvezzi; e poi, perché don Saverio sapeva con le sue storielle divertire i clienti che erano costretti ad aspettare la manipolazione delle medicine.

Di tanto in tanto qualche medico di passaggio faceva fermare la portantina dinanzi la bottega, e veniva a far quattro chiacchiere con don Saverio, e, chi sa? ad acchiappar qualche cliente: Don Saverio, per questo, si prestava volentieri a procurarne: e i medici gli si mostravano grati mandando i clienti a spedire le ricette da don Saverio alla Gioiamia, che era un aromatario valentissimo. Aveva fatto pratica nella spezieria dell’ospedale, e sostenuto l’esame di abilitazione dinanzi al Nobile e Salutifero Collegio degli Aromatari, magistrato supremo dell’aromataria; e chi volesse vedere il diploma munito di bollo e la licenza di tenere bottega, egli li aveva in due quadretti, appesi di qua e di là sulle pareti.


Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1700. La storia di Giovanna Bonanno l'avvelenatrice, passata alla storia come La vecchia dell'aceto.
Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927
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