Quando il maestro di palazzo fece entrare messer Gualtiero e madonna
Elena nella sala dove l'Imperatore sedeva, ella sentì come una nube calarle
sugli occhi, tanta fu la commozione. La sala, grande, era rivestita di marmi
bianchi incorniciati in fasce di mosaico a disegni geometrici; e ornata di
aquile sveve e scudi normanni e rosoni di porfido e di granito e di intarsii
marmorei. Per tutto il giro della sala correva un ordine di colonne di
cipollino, che formavano come un corridoio aperto, o come delle navate minori;
dalle colonne si partivano gli archi svelti, sui quali si appoggiava il
soffitto ad alveoli, dipinto cilestre, con arabeschi bianchi e rossi e d'oro.
Le volte degli archi, i pennacchi eran rivestiti di mosaici che rappresentavano
scene cavalleresche e cacce: arcieri e cavalieri, leoni e cinghiali, e cervi,
cani, fra palmizi e alberi pieni di pomi, con una festa di colori e di oro che
abbagliava. Fra le ultime arcate pendevano tappeti e arazzi di seta vaghissimi,
e più in alto ondeggiavan lievemente stendardi bianchi con l'aquila imperiale nel
mezzo.
"I nostri romanzi sono una lettura eletta ed altamente appassionante, essi sono opera del grande WILLIAM GALT"
lunedì 18 ottobre 2021
Luigi Natoli: Federico II. Tratto da: Viva l'Imperatore!
Federico che non aveva ancora toccato i vent'otto anni, era nel fiore
della sua giovinezza. Di statura media, di giusta membratura, rosso di carne,
un po' calvo ma biondo di capellatura che tendeva al rossiccio come quella del
padre; raso alla maniera dei Cesari; nel suo volto si alternavano e si
temperavano a vicenda l'orgoglio, la violenza, la gentilezza e l'umanità; ma
sulla fronte gli splendeva come il raggio di una grande idea; e in tutto
l'aspetto una maestà che incuteva soggezione e nel tempo stesso benevolenza che
incoraggiava e conquistava. Era vestito di una veste di color verde, serrata i
fianchi da una cintura di seta color rosso cupo; gli orli della veste e delle
larghe maniche erano ornati di un largo gallone d'oro e di seta; e sul petto
gli scintillava un fermaglio con un grosso topazio circondato di piccoli
smeraldi: le gambe aveva fasciate di candidi lini, stretti da lacciuoli di fil
d'oro: e i piedi calzati da stivaletti di seta verde, sul cui dorso eran
dipinti due Leoni. Madonna Elena si sentiva piegar l'animo dinanzi a quella
maestà, alla quale faceva di sfondo la magnificenza e lo splendore della sala e
la ricchezza dei cortigiani. No, non era il rozzo e fiero erede di quell'Arrigo
VI tedesco tutto ferro e ferocia; era l'erede di Ruggero e di Guglielmo, che
raccoglieva dopo tanti secoli la corona imperiale di Carlo Magno e di Cesare
Augusto...
Luigi Natoli: Viva l'Imperatore! Romanzo storico ambientato nella Palermo di Federico II. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1925.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (spedizione a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon, Ibs e tutti gli store online
Il libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella 15)
venerdì 1 ottobre 2021
Luigi Natoli: Alla corte di Federico II. Tratto da: Viva l'Imperatore! Romanzo storico siciliano
Ma la maraviglia di madonna Elena si accrebbe entrando nel palazzo. La
visita della Corte col suo doppio portico, con le fontane nel mezzo protetta da
una cupola sorretta da otto graziose colonne, con la grande scala, ornata di
leoni marmorei; i marmi e i mosaici che splendevano sulle pareti del portico
superiore, le colonne svelte, i capitelli antichi decorati di dorature; tutto
questo era per madonna Elena cosa neppure imaginabile. Ma parve oscurarsi
dinanzi alla maestà di Cesare.
Quando il maestro di palazzo fece entrare messer Gualtiero e madonna
Elena nella sala dove l'Imperatore sedeva, ella sentì come una nube calarle
sugli occhi, tanta fu la commozione. La sala, grande, era rivestita di marmi
bianchi incorniciati in fasce di mosaico a disegni geometrici; e ornata di
aquile sveve e scudi normanni e rosoni di porfido e di granito e di intarsii
marmorei. Per tutto il giro della sala correva un ordine di colonne di
cipollino, che formavano come un corridoio aperto, o come delle navate minori;
dalle colonne si partivano gli archi svelti, sui quali si appoggiava il
soffitto ad alveoli, dipinto cilestre, con arabeschi bianchi e rossi e d'oro.
Le volte degli archi, i pennacchi eran rivestiti di mosaici che rappresentavano
scene cavalleresche e cacce: arcieri e cavalieri, leoni e cinghiali, e cervi,
cani, fra palmizi e alberi pieni di pomi, con una festa di colori e di oro che
abbagliava. Fra le ultime arcate pendevano tappeti e arazzi di seta vaghissimi,
e più in alto ondeggiavan lievemente stendardi bianchi con l'aquila imperiale nel
mezzo. L'altra sala pareva un piccolo tempio; nella luce diffusa dolcemente
dalle finestre aperte in una cupola azzurra e stellata come un cielo
primaverile, madonna non vide che un abbarbaglio di oro e di colori.
L'Imperatore era lì, seduto sotto un padiglione di seta sparso di piccole
aquile, accarezzando un bel veltro, che guardava con gli occhi dorati i nuovi
venuti. Intorno all'Imperatore erano altri cavalieri dignitari togati, uomini
d'arme tedeschi in cotta d'acciaio e qualche musulmano col suo bianco mantello.
Ma la dama non ebbe occhi che per l'Imperatore...
Luigi Natoli: Viva l'Imperatore! Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di Federico II.
L'opera è la fedele riproduzione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1925.
Pagine 528 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Consegna a mezzo corriere in tutta Italia). Ordina alla mail ibuonicugini@libero.it o al whatsapp 3894697296
Disponibile su Amazon, Ibs e tutti gli store online.
In libreria al momento presso La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour) La Nuova Bancarella (Via Cavour)
Natoli: La sede regia. Tratto da: Viva l'Imperatore! Romanzo storico siciliano
- Quella è la torre Greca, – spiegò messer Gualtiero; – vi sono le prigioni pei rei di lesa maestà.
L'altra torre, all'estremità opposta, era di forma quadrangolare; alta e massiccia coronata di merli; sovrapposta a una specie di bastone merlato, ai fianchi sporgevano due corpi avanzati, come torricelle addossate, simili a quelle che fiancheggiano il castello della Zisa; sormontata da cupolette, che si travedevano fra' merli. Feritoie e finestre, alcune di esse bifore, si aprivano, in varii piani, fra le ogive ricorrenti sulla facciata. Messer Gualtiero disse che quella era la torre Pisana. Fra le due torri correva un doppio ordine di portici, con svelte colonne, sulle quali si voltavano le ogive. Ma i portici erano spezzati nel mezzo, dalle Absidi della chiesa di S. Pietro, che si avanzavano sulla linea dei portici, graziose con le loro ogive intersecantisi, come quelle della chiesa di S. Spirito e del Duomo, e le finestrette che lasciavan travedere il luccicore dei mosaici.
Così mentre ai due lati il palazzo aveva l'aspetto di un formidabile castello, nella parte di mezzo con quei portici, con quelle tre absidi leggiadre, coi marmi e i musaici che ornavano le pareti interne dei portici, offriva l'immagine di un bello e ornato palazzo.
Abituata a vedere i rudi e foschi castelli appollaiati sulle rocche, con le torri tozze, le muraglie cieche, il mastio torreggiante, la reggia sembrò a madonna Elena più maravigliosa. Messer Gualtiero sorrideva. Le diè tempo di soddisfare la sua curiosità, e le spiegò che la parte attaccata alla torre Pisana era detta la Gioaria.
Luigi Natoli: Viva l'Imperatore! Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di Federico II.
L'opera è la fedele riproduzione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1925.
Pagine 528 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Consegna a mezzo corriere in tutta Italia). Ordina alla mail ibuonicugini@libero.it o al whatsapp 3894697296
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In libreria al momento presso La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour) La Nuova Bancarella (Via Cavour)
lunedì 27 settembre 2021
Si aggiunge il trentaduesimo volume alla Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli: Viva l'Imperatore!
Ed ecco il trentaduesimo volume della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli edita I Buoni Cugini editori, nonchè ventitreesimo romanzo storico... Viva L'Imperatore!
Ben 129 puntate pubblicate in appendice al Giornale di Sicilia, dal 29 gennaio 1925 al 13 luglio dello stesso anno, fedelmente trascritte, danno vita al volume di 527 pagine, impreziosito dalla bellissima copertina di Niccolò Pizzorno.
Luigi Natoli, conosciuto anche con lo pseudonimo di William Galt, nonostante sia stato un fecondo letterato, storico, drammaturgo, brillante conferenziere e altro ancora è celebre al grande pubblico grazie al suo romanzo I Beati Paoli. L'opera, apparsa a puntate giornaliere in appendice al Giornale di Sicilia tra il 1909 e il 1910, creò nei lettori una sorta di aspettazione e dipendenza che accrebbe, soprattutto a Palermo, la fama dello scrittore. Conscio di questo e ubbidendo anche a delle necessità economiche, Natoli pubblicò quasi tutti i suoi romanzi in appendice al quotidiano della città, divenendo per molti anni il beniamino dei lettori. Appare chiaro che, quando il grande letterato all'età di settantadue anni si apprestò a pubblicare un nuovo attesissimo romanzo, il Giornale di Sicilia diede ampio risalto all'evento accrescendo così il desiderio della comunità. Infatti, a partire dall'11 gennaio 1925 e fino al 29 dello stesso mese, per ogni giorno, il Giornale reclamizzava "la pubblicazione in appendice dell'interessantissimo romanzo storico di William Galt: VIVA L'IMPERATORE!" e lo faceva con queste parole ridondanti che si riportano per intero
VIVA L'IMPERATORE!
è fra' romanzi di William Galt il più ricco di avventure. Con Federico II si chiude il tempo della cavalleria: i suoi poeti si possono considerare come gli ultimi trovatori: e, però il romanzo ha un suo non so che, che lo avvicina ai romanzi cavallereschi. Amori, audaci imprese, cortesie e crudeltà si intrecciano con una varietà mirabile e attraente, aumentando l'interesse del lettore.
VIVA L'IMPERATORE!
con questo nuovo romanzo William Galt viene illustrando un altro periodo della nostra storia, seguendo un suo disegno. VIVA L'IMPERATORE! si inserisce fra GLI ULTIMI SARACENI e IL VESPRO SICILIANO: è l'epoca di Federico II. Quando, come ha in animo, avrà illustrato la conquista araba e poi la normanna; e, risalendo più in su; la Sicilia Greca, la romana e la bisantina; e infine, per chiudere il ciclo, la Sicilia del primo ventennio del XIX secolo; egli potrà dire di avere illustrato tutta la storia di Sicilia; e allora, vista nel suo complesso e ordinata cronologicamente, apparirà quest'opera sua veramente monumentale e prodigiosa.
VIVA L'IMPERATORE!
Rinaldo del Landro, Vanna, madonna Elena, madonna Eufemia, messer Paganello, Gualtiero di Urziliana, prete Matteo, prete Demetrio, l'Imperatore Federico, papa Gregorio IX, frati, suore, ed altri ed altri... Quanti personaggi in questo nuovo romanzo di William Galt!
VIVA L'IMPERATORE!
è destinato a un grande successo!
Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon, Ibs e tutti gli store online.
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi), Nuova Ipsa (Piazza Leoni)
sabato 25 settembre 2021
Luigi Natoli nella parte del professore destituito Mauro Valdipena ne L'ironia della gloria: una commedia dal sapore autobiografico.
Ma sai tu perché questa inchiesta? Perché un professore farabutto che avevo smascherato, denunciò al Ministero che io durante l’anno scolastico non avevo fatto nulla a scuola… E quell’ispettore, che probabilmente aveva ricevuto l’imbeccata, si scandolezzò perché io avevo assegnato soltanto sedici temi di componimento invece di diciotto, quanti avrebbero dovuto essere; e mostrò un grande orrore nel constatare che non usavo segnar gli errori con la matita azzurra!... Una cosa che gli avrebbe fatto drizzare i capelli, se li avesse avuti!... Io gli dissi che non davo alcun valore a quei segni inutili, e che non trovavo alcuna relazione fra i segni azzurri e la mia capacità intellettuale e professionale. Egli mi diede dell’ignorante; e io, naturalmente, gli detti del cretino… E non mentivo!... Al vedersi riconosciuto, l’ispettore montò in bestia: mi intimò di uscire: io persi la pazienza, e gli tirai il calamaio in faccia… Ma me ne son doluto, poi…
Mi
son doluto di avere sciupato sopra un imbecille tanto inchiostro, col quale si
sarebbero potuto scrivere bellissime cose.
Lavorerò:
vivrò del mio lavoro; del lavoro che amo, e pel quale son noto. Ho dati troppi
anni al Ministero; i più belli, i più vigorosi; gli ho dato probabilmente il
mio avvenire; perché sballottato di qua e di là, per paesetti dove non trovi
neppur un libro, son diventato un vero ignorante; e perché nell’insegnamento mi
sono incanaglito e ho spenta la mia fantasia. Ora voglio un po’ rifarmi; voglio
rivivere i miei sogni…
La
lontananza dai centri di cultura, e la scuola mi han costretto a un lungo
silenzio, nel quale sono stato dimenticato… Ora sono apparso come un uomo
nuovo, a quarantasei anni, in mezzo ai giovani che han fretta di farsi innanzi,
e che ti guardano con diffidenza o con compassione. Scrivo
perché ho bisogno di dare una espressione ai fantasmi che mi si affollano nel
cervello. E non sono io che li chiamo, vengon da sé, e picchian forte per
uscire rivestiti di forme… E poi son quelli i momenti in cui godo: perchè vivo
la vita delle mie creature, mi caccio nelle loro avventure, piango, rido, amo,
odio con loro… e dimentico la realtà che mi circonda con tutte le sue miserie.
Parlo con te, che intendi questi misteri dello spirito…
Il
volume comprende:
Il
conte di Geraci - scene medievali in due atti
Cappa
di Piombo - commedia in tre atti
L’ironia
della Gloria - commedia in tre atti
Quannu
curri la sditta! - sceni di vita paisana, commedia in quattro atti
Il
numero 570 - scene drammatiche in due atti
Pagine 312 – Prezzo di
copertina € 21,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon, Ibs e tutti gli store online.
In libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Nuova Ipsa (Piazza Leoni), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15)
giovedì 23 settembre 2021
Luigi Natoli: Re Martino e il cavaliere dal cuore sanguinante. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca
Allora squillarono più alto le trombe, e improvvisamente, fra gli applausi della moltitudine, entrò nell’arena il re, sfolgorante nelle armi, con la visiera alzata, la sciarpa tricolore alla cintura, la lancia sulla coscia. Il suo cavallo veniva col passo largo, battendo le zampe con superbo fragore, facendo ondeggiare la gualdrappa purpurea, guarnita di ricami d’oro, e squassando la criniera arricciata, e ornata di nappe di seta.
Il re era bello. La giovinezza e la maestà si fondevano sul suo volto; l’ardire e il desiderio di gloria brillavano nei suoi occhi.
Entrando nell’arena, i suoi occhi corsero alla loggia reale, dove la regina lo seguiva trepidando e commossa di piacere, di gioia, di orgoglio, di amore.
Preceduto dagli araldi, seguito da scudieri, Martino cavalcò di trotto per l’arena, percotendo l’arma di messer Sancho de Lihori, che s’era mostrato il migliore cavaliere, e pareva dovesse essere il trionfatore del torneo.
Era una distinzione onorifica che il re concedeva al prode catalano, da lui elevato alla dignità di grande almirante, e riserbato ad altri e più lucrosi benefizi.
Per tutto il teatro corse un palpito di trepidazione, quando i due cavalieri, abbassate le lance, corsero l’uno contro l’altro. L’incontro parve terribile; le lance, arrestatesi violentemente alla goletta, si spezzarono, senza che nessuno dei due cavalieri avesse dato segno di vacillare. Essi parvero fusi in un pezzo coi loro cavalli.
Spezzarono così tre lance per uno; ma alla terza, messer Sancho de Lihori si piegò alquanto indietro sull’arcione, senza per questo uscire dagli arcioni. Bastava.
Da abile cortigiano, egli smontò dal cavallo, e inginocchiatosi dinanzi al re, gli porse la sua spada.
Allora da tutta quella folla si levò una vera tempesta di applausi e di evviva al re.
Quello spettacolo empiva di maraviglia il paggio Esteban; e la sua attenzione in quel momento era attirata da quello stendardo nero e da quel palvese lugubre, che finora erano rimasti soli, intatti, tristi, come fossero stati un segno di morte. Egli e mastro Cecco di Naro, nell’entusiasmo generale, erano i soli che guardavano quello stendardo, sebbene l’uno con una intenzione diversa dall’altro. Mastro Cecco era accigliato, e sotto l’aspetto torbido, nascondeva la sua inquietitudine; Esteban era soltanto stupito, non sapendo spiegarsi che cosa significasse; ma ecco a un tratto balzar fuori sull’arena un nuovo cavaliere, e portando alla bocca un corno, soffiandovi forte, alla maniera antica.
Tutti si voltarono.
Il cavaliere lasciato cadere il corno al suo fianco, abbassò rapidamente la visiera, e alzò in aria la lancia.
Nere le piume ondeggiavano sul cimiero; nera la veste, nera una grande sciarpa che gli cingeva i fianchi: la bordatura e la gualdrappa del suo cavallo erano anch’esse nere. Soltanto sullo scudo aveva il cuor sanguinante attraversato dalla banda nera.
Lo scudiero che gli portava dietro le lance di ricambio, era anch’esso vestito di nero.
Un fremito di stupore e quasi di terrore percorse le logge e le gradinate. Quell’apparizione aveva qualcosa di fantastico, di misterioso, di superumano.
Esteban rabbrividì: Giaimo aggrottò le sopracciglia e non trovò la facezia; Tarsia sentì il cuore batterle con violenza; la Regina Bianca impallidì.
Solo mastro Cecco di Naro mandò un sospiro di soddisfazione:
- Finalmente!
A quel primo senso di stupore, tenne dietro quasi subito un movimento di curiosità:
- Chi è? chi è?
Ma non trovarono altra risposta che quella dipinta sotto il palvese: il cavaliere dal cuor sanguinante...
Il Paggio della regina Bianca – Romanzo storico
siciliano ambientato nella Palermo del 1401, quando è appena tramontata la
grande epoca chiaramontana. L’opera è ricostruita e trascritta dal romanzo
originale pubblicato della casa editrice La Gutemberg nel 1921.
È
la presunta storia di Giovannello Chiaramonte, figlio di Andrea, che cerca di
risollevare la gloria del suo casato contro il gran giustiziere Bernardo
Cabrera, il re Martino e la regina Bianca di Navarra.
Pagine 702 – Prezzo di
copertina € 22,00
Tutti
i volumi della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli sono disponibili al
sito ibuonicuginieditori.it
È
possibile ordinare alla mail ibuonicugini@libero.it, al cell. 3457416697 o
inviando un messaggio whatsapp al
3894697296. Consegna a mezzo corriere in tutta Italia
Disponibili
su Amazon Prime o al venditore I Buoni Cugini, su Ibs, e in tutti i siti
vendita online.
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Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Nuova
Ipsa (Via dei Leoni 71), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi n. 15), Libreria
Modusvivendi (Via Q. Sella n. 15), Enoteca Letteraria Prospero (Via Marche 8)
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martedì 21 settembre 2021
Luigi Natoli: Le teorie sulla medicina del Conte di Cagliostro. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure.
Le malattie son dentro; s’annidano nelle viscere, nel sangue, nei nervi, in tutto quello che è celato ai nostri occhi, e di cui non possiamo avere la visione precisa. Ma l’anima di chi è ammalato vede e sa dove il corpo è ammalato e di che; bisogna dunque, più che l’invisibile del corpo, leggere nell’anima, domandare all’anima la sede delle sofferenze, ricercare nel suo muto linguaggio la rivelazione di ciò che è celato ai nostri sensi limitati.
Questo io facevo. Mi bastava guardare fisso negli occhi l’ammalato perché una luce si facesse nella mia mente, e io vedessi il suo male, e acquistassi la sicurezza di vincerlo. Questa sicurezza passava dal mio spirito in quello dell’ammalato: egli se ne andava con la medicina da me somministrata, pienamente certo di guarire.
Ho detto che io somministravo le medicine; di fatto io non davo le ricette scritte; poiché queste costituivano già un segreto, non era conveniente né utile metterle in mano di uno speziale, che avrebbe potuto servirsene per fabbricare specifici a suo benefizio: i quali, oltre al danno materiale, me ne avrebbero recato uno morale molto maggiore, giacchè somministrati a caso, senza conoscer veramente la natura del male, cui io adottavo la medicina, avrebbero con l’insuccesso e anche, forse, con la morte, messo in discredito i miei rimedi e me. Io mi provvedevo delle erbe, degli estratti, delle polveri, di tutto ciò che era necessario; fabbricavo da me, coi processi alchimici l’olio di zucchero; componevo le medicine, in forma di beveraggi o di pillole, la cui formula, per ciò, rimaneva un mio segreto. Il che per altro ne aumentava il valore. Se la gente avesse saputo che, per esempio, in quelle pillole miracolose c’entrava della polvere di radici di cicoria, di indivia, di calcitropia, o anice o aloe, o altre cose così semplici e di niun costo, avrebbe perduto la fede nella mia medicina, e l’avrebbe disprezzata. Il mistero del segreto invece le dava maggior credito e mi permetteva di farla pagare ai ricchi un prezzo veramente favoloso. I ricchi pagavano pei veramente poveri, ai quali somministravo gratuitamente i medicinali.
A nessuno domandavo un compenso per le mie visite. Naturalmente i veri poveri rimuneravano la mia generosità con benedizioni sincere; i borghesi, per la natural albagia spagnola, non volendo parere ingrati o pitocchi, mi ricambiavano con regali di polli, salsicce, formaggi, vini, stoffe, sicchè non spendevo più nulla per il mio vitto quotidiano; i ricchi, i signori, si disobbligavano magnificamente con regali di gioielli e di argenteria. Nella preparazione dei medicinali non mi facevo aiutare da nessuno, salvo che un po’ da Lorenza. Io li preparavo di notte.
Io non avevo bisogno di interrogare gli ammalati per capire qual fosse la loro malattia; se rivolgevo qualche domanda era per seguir l’usanza dei medici, e per dare una soddisfazione agli ammalati stessi: ma in verità mi bastava guardarli fissi, perché la natura delle loro sofferenze mi si rivelava come in un libro. Era una specie di divinazione, che stupiva anche me stesso. Così non sentivo il bisogno di ricorrere a medicine: invocavo l’ispirazione del cielo, imponevo le mani sul capo dell’ammalato, gli dicevo:
- Va tu sei guarito.
Come avvenisse non so; il fatto è che se ne andavano veramente guariti. Ciò aveva del miracoloso; il popolo diceva che io ero un santo o un mago. Ma un mago non invoca Dio, e non compie opere di carità. Io oltre a guarire i poveri, davo loro dei soccorsi di danaro; dunque ero un santo!...
Voi non potete immaginare la folla che assediava la mia casa; empiva l’ingresso, la corte, il vestibolo, il salone. Centinaia di sventurati privi d’ogni soccorso. Io li ascoltavo a uno a uno, senza perdere una parola; entravo nel laboratorio per un istante e ne ritornavo con una quantità di medicine, che dispensavo, dando a ciascuno la sua e ripetendogli quel che egli aveva riferito del suo male. La mia memoria era veramente prodigiosa.
Donde e come nascesse non so, ma ero animato da uno spirito di carità straordinario. A una povera donna, venuta a implorare il mio soccorso, perché aveva il marito in prigione per debiti, diedi il denaro per liberarlo. Questo e altri fatti simili e la mia generosità verso gli ammalati poveri, rialzarono la mia figura e davano un prestigio d’evangelo alle mie parole; cosicchè il mio apostolato per diffondere la massoneria egiziana, ed essere riconosciuto come il Gran Cofto, trovava un terreno favorevole.
Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure – Romanzo storico siciliano ambientato nel 1700. È la storia di Giuseppe Balsamo, alias Conte di Cagliostro, narrata dal protagonista come la lettura di un Diario. L’opera, in una edizione totalmente restaurata dal titolo all’indice, è costruita e trascritta dal romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 881 – Prezzo di copertina € 25,00
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Luigi Natoli: Le origini del conte di Cagliostro. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure
Per restringere la mia parentela, e perchè sappiate che il titolo di Cagliostro non è meno mio di qualunque altro, voglio farvi un breve albero genealogico della mia famiglia.
Anche nella Bibbia e nei Vangeli si comincia con l’albero genealogico. Io non risalgo ad Abramo e Noè, la parentela dei quali per altro non respingo; ma scendo a tempi assai più vicini.
Carlo Matteo Martello ebbe due figlie, una, Maria andò sposa di don Giuseppe Bracconieri, morto nel 1754; l’altra, Vincenza, si maritò in don Giuseppe Cagliostro di Novara Sicula, e fu la mia buona madrina.
Dal matrimonio di Maria col Bracconieri nacquero quattro figli, due maschi Antonino e Matteo, miei zii, e due femine; Felicia Bracconieri, mia madre, che andò in moglie a don Pietro Balsamo, e Maria che fu sposata al signor Filippo Abate di Termini.
Dicono che il mio nonno paterno Antonino Balsamo fosse un libraio molto noto in Palermo. Non so, e non mi importa saperlo. Mio padre era un mercante.
Le nozze di Felicia Bracconieri e di Pietro Balsamo furono feconde di due figliuoli: Giovanna Giuseppa Maria, mia sorella, che poi – a quanto ne ho saputo – si è sposata con un Giovan Battista Capotummino, ed io.
Io nacqui a Palermo, il 2 giugno 1743 nella casa paterna, in un vicolo che allora prendeva il nome da una celebre taverna detta della Perciata, nelle vicinanze dell’ospedale dei frati Benfratelli. Fui battezzato sei giorni dopo alla Cattedrale dal parroco don Diego Mezzopane e fui tenuto a battesimo da don Giovan Battista Barone e dalla zia Vincenza Cagliostro che, non potendo venire personalmente, si fece rappresentare per procura.
Nel battesimo ebbi imposti i nomi di Giuseppe, Giovan Battista, Vincenzo, Pietro, Antonino e Matteo.
Troppi nomi per un uomo solo. I miei mi chiamarono sempre col primo.
Se nel corso della mia vita io assunsi cognomi diversi non c’è dunque da stupirsi. Dal momento che era piaciuto ai miei parenti di caricarmi di tutti quei nomi che io non domandavo, perchè mai non potevo io concedermi di mia volontà quelli che mi piacevano?
Questi particolari sulla mia nascita risulterebbero dalla fede di battesimo, che fu domandata in occasione del mio matrimonio; ma io ho sempre dato uno scarsissimo valore a questo documento insignificante per la vita di un uomo.
Per un pezzo io stesso credetti di essere nato a Termini o a Messina o a Malta; ma poi mi son persuaso che, per quanto la fede di battesimo assicuri il luogo e la data della mia nascita, è da sciocchi cercare quando o dove la mia personalità abbia avuto origine. Io l’ignoro. Io sono stato sempre e la mia patria è il mondo.
Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure – Romanzo storico
siciliano ambientato nel 1700. È la storia di Giuseppe Balsamo, alias Conte di
Cagliostro, narrata dal protagonista come la lettura di un Diario. L’opera,
in una edizione totalmente restaurata dal titolo all’indice, è costruita e
trascritta dal romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale
di Sicilia nel 1914.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 881 – Prezzo di
copertina € 25,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
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In libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Nuova Ipsa (Piazza Leoni), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi)
mercoledì 1 settembre 2021
Luigi Natoli: La morte del prigioniero. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure.
Era morto alle tre del mattino del 26 agosto; e nel
pomeriggio lo mandavano a seppellire. Come eretico e scomunicato, non gli
toccava sepoltura cristiana, tanto meno accompagnamento di prete o lume
acceso. E neppure una bara.
- Bara? – aveva esclamato con fiero sdegno il governatore
Semproni; – un cane di quella specie volete trasportarlo in una bara? Se mai,
ficcatelo in una cesta, in un sacco e andate a buttarlo dove sia!... È anche
troppo, questo.
Giammaria, sebbene anche lui sopraffatto dall’orrore
superstizioso per quella morte fuor del grembo della Chiesa, ebbe nondimeno un
senso di pietà. Pregò i quattro inservienti di adagiare il cadavere su quella
mezza imposta; cosa che essi fecero perchè tornava loro più comodo.
Così vestito come era, e, per dileggio, come aveva ordinato
il governatore, con la barba posticcia in volto, lo portavan dunque a
seppellire fuori del castello, fuori della città, sul pendio a occidente, fra
le due torri di vedetta che sorgevano quasi sul ciglio della collina.
Non un cencio lo copriva. Era uso portare i cadaveri
scoperti; ma quello del prigioniero faceva orrore.
La gente, al passaggio del triste corteo, si allontanava con
un senso di terrore o di ribrezzo. Qualcuno si segnava come per cacciare il
demonio: qualcuno più audace, per curiosità, si pose a seguire i seppellitori.
Il caldo era grande, per essere la strada saettata dal sole;
e il cammino faticoso, per essere in pendìo, fra le macchie, sassoso, e con un
peso indosso. I seppellitori sudavano.
Giù, presso una delle torri, v’era una osteria, che prendeva
nome da un pozzetto lì accanto. I seppellitori si diedero la voce; deposero la
mezza imposta col morto sul parapetto del pozzo, ed entrarono nell'osteria a
bere, celiando.
I curiosi si fermarono a guardare il cadavere di quel
prigioniero che era stato oggetto di terrore, e sul cui volto giallo, disfatto,
mostruoso con quella barba posticcia, ronzavano e vi posavano le mosche:
guardavano con una vaga paura, ma soprattutto con curiosità, e con un senso di
stupore, non vedendo nulla di straordinario e di terribile in quella
miserabile parvenza d’uomo.
I seppellitori, ristoratisi, uscirono, e risollevarono il
morto su le spalle, con moto uniforme, ripresero il cammino.
Dovevan seppellirlo sul ciglione, fra le due torri, che si
chiamavano il Palazzetto e il Casino, a eguale distanza dall’una e dall’altra.
Il punto preciso era stato già segnato.
Ivi giunti, posta per terra l’imposta, due portatori, con
zappe e vanghe che avevan portato, scavarono una fossa non molto profonda; indi
sollevata la mezza imposta pei quattro angoli, e piantatisi alle estremità
della fossa, ve la calarono giù.
Uno dei seppellitori prese un sasso e l’adagiò come un
guanciale sotto il capo del prigioniero; e gli distese sul volto un vecchio
fazzoletto.
Queste le ultime pie onoranze: poi le vanghe buttarono terra
e terra e copersero il corpo, e colmarono la fossa.
Tutti e quattro calcarono coi piè quella terra perché
diventasse più compatta; poi se ne andarono zufolando, e dietro a loro i pochi
curiosi che li avevano seguiti.
Quello stesso giorno con un corriere straordinario al legato
pontificio d’Urbino e al cardinal vicario in Roma monsignor Francesco Saverio
Zelada, fu dato annuncio della morte del prigioniero.
Giammaria domandò il favore di essere scelto per andare a
Roma; ma il governatore Semproni, per un capriccio, si oppose. Il giovane
guardaciurma se ne dolse vivamente, e sembrando il suo, atto di ribellione, ne
ebbe la prigionia. Fu peggio. Gli parve che il governatore gli impedisse di far
fortuna: gli parve che l’odio che aveva perseguitato il prigioniero, perché
voleva arricchire i poveri, ora perseguitasse lui che era sul punto di
arricchire: e il suo animo si rivoltò.
Non avendo potuto ottenere l’incarico di andare a Roma, né
potendo ottenere una licenza, appena uscito di prigione, Giammaria, col
pretesto di far una passeggiata, uscì da San Leo, discese giù nella valle, e a
piedi, col manoscritto del prigioniero legato al cinto, prese la strada di
Roma.
Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure – Romanzo storico
siciliano ambientato nel 1700. È la storia di Giuseppe Balsamo, alias Conte di
Cagliostro, narrata dal protagonista come la lettura di un Diario.
L’opera,
in una edizione totalmente restaurata dal titolo all’indice, è costruita e
trascritta dal romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale
di Sicilia nel 1914.
Pagine 881 – Prezzo di
copertina € 25,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store on line.
In libreria presso La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella), Nuova Ipsa (Piazza Leoni)
Luigi Natoli: La prigione di San Leo. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure. Romanzo storico
San Leo s’adagiava sulla cresta di Montefeltro,
colle staccato dalle giogaie dell’Appennino, cinto di valli, arduo a salire, e
da una parte tagliato a picco. Sulla vetta più alta, a oriente del borgo, da
cui è separata da un pendìo sparso di macchie e di cespugli, si alza la
fortezza, che dal lato opposto domina la rupe a picco. Da questo lato, che non
ha salita, e dove bisognerebbe aver ali per giungere, la fortezza appare come
un insieme di fabbricati massicci, addossati gli uni sugli altri; ma dalla
parte del borgo, essa si presenta in un aspetto guerresco, con due grandi torri
circolari di qua e di là dalla cortina merlata, e il mastio massiccio in mezzo,
difeso da torricelle quadrangolari.
La fortezza o castello era come l’acropoli del
vecchio borgo, che, più a valle, era difeso anche da muraglia e da altri
fortilizi a tramontana e a occidente, prime sentinelle in difesa
dell’inespugnabile castello.
La prigione dell’ “eretico” era nel mastio; era
una cella larga tre passi, o poco più, con la volta alta una statura d’uomo e
mezza; e una finestretta a quattro palmi dal suolo. Il prigioniero poteva
quindi affacciarvisi comodamente e guardare lo spazio libero ed ampio. L’occhio
scendeva giù fra le macchie, errava sui tetti e per le strade del borgo
sottostante, si fermava a guardare il duomo e l’alta torre; poi scorreva oltre,
guardava i due fortilizi, dei quali sapeva già il nome: il Palazzetto e il
Casino; e vedeva indi come un taglio, come una grande fenditura, che isolava il
monte. Indovinava che in fondo vi correva il fiume: più oltre ne vedeva fra
poggi e boscaglie luccicare l’argento delle acque.
E più lontano ancora poggi e colli si succedevano
come in uno scenario, degradando in tinte più azzurrine e più sfumate; e
sull’orizzonte si disegnava di qua la Carpegna, di là, più in fondo la linea
degli Appennini. L’occhio non poteva scorgere che meno della metà
dell’orizzonte; ma quanti desideri tormentosi! Fra quei colli, sopra un monte
era S. Marino, la piccola repubblica; più oltre, a occidente, lo stato di
Toscana; alle sue spalle l’Adriatico. Erano la libertà e la salvezza!...
Il prigioniero era un uomo
di una cinquantina d’anni, dai lineamenti energici, ma d’aspetto logoro ed
emaciato; la fronte ampia e piana, il naso leggermente curvo all’apice e largo
alla base, gli occhi neri, profondi, con un lampeggiare strano fra le ciglia
nere e spesse; la mascella quadrata, parevano gli avanzi di una bellezza
maschia e dominatrice; simili ai ruderi di un antico nobile edificio, rovinato
dalle ingiurie degli uomini e del tempo. A giudicarne dallo spazio occupato nel letto,
doveva essere di statura piuttosto bassa; ma aveva l’ossatura delle spalle
larga e il petto ampio sebbene scarno. Nell’insieme rivelava una costituzione
forte e vigorosa, resistente ancora ai patimenti che ne consumavano la carne e
ne scoloravano il sangue. Da quando era entrato nel forte, ed eran quattro
anni, dopo un processo laborioso, Giammaria era la prima persona con la quale
discorreva; per quattro anni era stato relegato nel silenzio della segreta,
guardato con disprezzo e terrore; oggetto di scherni e di crudeltà, contro le
quali non poteva reagire. Nessuno doveva parlare con lui; neppure il barbiere,
che una volta al mese radeva i prigionieri, non già per igiene o per decenza,
ma perché la barba era segno di giacobinismo.
Aveva dovuto infingere una rassegnazione che non
sentiva; ma era forse effetto della debolezza fisica, questa che gli pareva
forza di rassegnazione.
La condanna era crudele; oltre alla segregazione
in quella piccola, fetida, umida segreta, senza altro mobile che un banco di
pietra sul quale era disteso uno schifoso pagliericcio; era obbligatorio il
digiuno rigoroso per tre giorni della settimana: pane e acqua negli altri, una
minestra di legumi nauseabonda le domeniche. La sua salute ne aveva sofferto; i
suoi muscoli, la sua carne se ne erano logorati. Egli non poteva sorreggersi con la speranza di una
liberazione prossima o lontana che fosse...
Luigi Natoli: Cagliostro e le sue avventure. Romanzo storico ambientato nel 1700. È la storia di Giuseppe Balsamo, alias Conte di Cagliostro, narrata
dal protagonista in prima persona. L'autore si "immerge" in modo tale nel personaggio da rendere il romanzo un'autobiografia. L’opera,
in una edizione totalmente restaurata dal titolo all’indice, è costruita e
trascritta dal romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale
di Sicilia nel 1914.
Pagine
881 – Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store on line.
In libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella), Nuova Ipsa (Piazza Leoni)
martedì 24 agosto 2021
Luigi Natoli e i due romanzi Il Vespro siciliano e Alla guerra!: stessi atti di ferocia commessi nel 1282 e nel 1914
Luigi Natoli
dal 17 ottobre 1914 al 9 ottobre 1915, pubblica in 204 puntate in appendice al
Giornale di Sicilia il romanzo Alla Guerra! (pubblicato per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori nel 2014). Il romanzo non è ambientato in Sicilia, ma nella
Francia e nel Belgio invasi dalla Germania. Nello stesso periodo riprende “Il
Vespro siciliano” che pubblica nel 1915 in dispense con la casa editrice La
Gutemberg, in una versione “riveduta, corretta, rifatta, ampliata, aggiunta”. Perché?
L’autore nota
diverse similitudini tra i fatti storici narrati: l’invasione della Sicilia da
parte dei francesi nel 1269 e l’invasione del Belgio da parte dell’esercito
tedesco nel 1914. E conclude con la nota numero sette (soppressa nelle
precedenti edizioni) la descrizione della strage di Agosta: Questo commisero nel duecento, tempi di
ferocia, Francesi e Provenzali ad Agosta; questo han commesso nel novecento,
tempi di civiltà, i soldati della civilissima Germania nel Belgio, in nome del
loro “vecchio Dio!”
Nel romanzo Alla guerra! tanti sono i tragici episodi descritti dall’autore durante l’invasione tedesca, a partire dalla presa di Charleroi. “Grosse pattuglie percorrevano le strade ingombre di macerie, di mobili fracassati, di cadaveri, che non si era avuto il tempo di portar via: coi calci dei fucili percotevano le porte chiuse; più spesso le atterravano: gli ufficiali con le rivoltelle in pugno, i soldati coi fucili spianati, gridando minacciosamente entravano; frugavano perfino sotto i letti, dentro i grandi armadi, dentri i camini! scassinavano i mobili a colpi di baionetta, intascavano quel che trovavano; intanto che l’ufficiale o un sottoufficiale interrogava minacciando, i poveri abitanti, per lo più donne, vecchi e fanciulli, raccolti in una stanza atterriti e tremanti”.
Il furto del
cibo ai civili: “C’era però qualche cosa
da portar via negli armadi, nelle casse, nella credenza!... Chi giungeva pel
primo prendeva. Quei poveri soldati avevan sempre fame e sete; dovunque
assalivano prima di tutto le credenze e le cantine; e avevan le tasche ampie;
come i loro stomachi: c’entrava sempre roba!... Quella che non c’entrava si
rompeva, si lacerava, si bruciava, si distruggeva. Bisognava far sentire a
Charleroi quanto pesasse il pugno tedesco in collera: Charleroi aveva per due
giorni infranti gli sforzi tedeschi, e meritava una punizione. Tutta la città
ancora fumante, era in-vasa da orde di saccheggiatori: qua e là rimbombavano
colpi di fucile o di rivoltella: un francese scovato? No: qualche borghese che
aveva protestato; qualche donna che aveva forse difeso il suo pudore. Un colpo,
e via!... Le case erano molte, e c’era da lavorare. Le fatiche del
combattimento non avevano spossati i saccheggiatori”.
Proprio come facevano a Palermo i cuochi al servizio di messer Giustiziere: “Il cuoco non andava mai al mercato dove si trovava la roba vendereccia, ma ogni mattina, accompagnato da guardie, si recava in casa di questo o di quel cittadino, prendeva senza cerimonie i migliori polli, la migliore selvaggina, i più teneri agnelli, le paste più delicate per la mensa di messer Giustiziere. Pagare? No: ai cittadini, di qualunque ceto o ricchezza fossero, doveva bastare l’onore di servire monsignor di Saint-Remy. L’eccellente cuoco entrava, portava via senza neppur salutare: talvolta si degnava di ingiuriare i “paterini”, se non si mostravano solleciti o soddisfatti. Di ribellarsi al latrocinio non si parlava; le guardie che accompagnavano il cuoco, oltre a rubare la loro parte, avevano il compito di bastonare chi osasse ribellarsi. Quanto ai vini, li fornivano le cantine dei migliori produttori del Vallo, coi metodi medesimi”
E le violenze
sulle donne dei soldati tedeschi: “Le
donne non capivano il tedesco: videro il sergente e i soldati avvicinarsi e
stesero le mani supplichevoli. Il sergente, forse per veder meglio, prese per
le braccia una giovinetta, e la tirò da parte; francesi non ce n’erano; ma
quella giovinetta era così graziosa nel suo terrore!... E il sergente era così
allegro!... e i suoi nervi così eccitati... Se la prese fra le avide braccia, e
la rovesciò per terra. Allora, come un branco di lupi, quei soldati, si
gittarono sulle donne. Grida, gemiti, lotte brevi, rapide, di corpi che
tentavano disperatamente divincolarsi dalle strette bestiali; un ansare
mo-struoso; un percotere di pugni feroci, per abbattere le resistenze. La
bestia concupiscente trionfava...
Rossi,
con le nari dilatate, ancora ansanti, lasciavan la preda abbandonata per terra,
priva di sensi; sopra la quale altri si gittavano, come assetati a una fonte di
acqua. Una fanciulla era morta: aveva il petto squarciato da un colpo di
baionetta; il sangue che le sgorgava su le vesti scomposte, non aveva impedito
la profanazione.
Il sottotenente non aveva detto una parola. Aveva alzato le spalle, bisognava pure che quei poveri ragazzi, che avevan combattuto da tre giorni, trovassero uno svago. Un soldato gli aveva offerto una fanciulletta di quindici anni, che pareva un giglio; ma egli non aveva nessuna voglia. Aveva rifiutato”.
Sono uguali a quelle compiute dai soldati francesi nella strage di Agosta: “Cominciò un’opera orrenda. Allo squassare delle torce, delle quali il vento torceva e soffocava le fiamme, quelle torme avide di sangue e di stragi, armate di spade, scuri, picche, si lanciavano all’assalto delle case, al grido di guerra: Monjoie! Abbattevano le porte, salivano nelle stanze, ferivano, uccidevano ciecamente e pazzamente. Sorpresi, seminudi, sparsi per le case, gli Agostani non rendendosi ancora conto di come il nemico fosse entrato; presi da terrore, non combattevano, non fuggivano; il ferro nemico li coglieva nello stupore, inermi e smarriti. Scampo non v’era. L’ordine di Re Carlo era preciso: nessun agostano doveva sopravvivere, ma tutti dovevano essere passati a fil di spada. Con acute e pazze grida di terrore donne e uomini di ogni età ed ogni condizione cercavano di sottrarsi alla fuga con la morte; scansavano un branco di belve umane e cadevano in un altro; e presi fra due bande erano trucidati, fatti a pezzi, per voluttà rabbiosa di sangue, non per necessità di guerra. Soltanto le giovani donne e belle stornavano per un momento la ferocia delle armi, ma per un maggiore scempio. Tre o quattro soldati si gettavano sopra una fanciulla, la trascinavano sugli altari, la violavano, ne facevano strazio; l’ultimo, satollata la libidine, la scannava lì, sull’altare profanato. Strappavano i fanciulli alle madri e li sgozzavano, e recidevano le innocenti teste e se le palleggiavano orrendamente! Questa gente che il papa aveva benedetto e assolto da ogni peccato; e che serviva la Chiesa e Dio!”
Invitiamo il
lettore a leggere entrambi i romanzi per scoprire il continuo paragone che l’autore
fa tra la crudeltà francese del 1282 e quella tedesca del 1914, che nella nota
successiva esprime così: “I tedeschi
d’oggi pur troppo dimostrano che queste predonerie non si compievano soltanto
in quei tempi semibarbari!...”
Nel romanzo Alla guerra! tanti sono i tragici episodi descritti dall’autore durante l’invasione tedesca, a partire dalla presa di Charleroi. “Grosse pattuglie percorrevano le strade ingombre di macerie, di mobili fracassati, di cadaveri, che non si era avuto il tempo di portar via: coi calci dei fucili percotevano le porte chiuse; più spesso le atterravano: gli ufficiali con le rivoltelle in pugno, i soldati coi fucili spianati, gridando minacciosamente entravano; frugavano perfino sotto i letti, dentro i grandi armadi, dentri i camini! scassinavano i mobili a colpi di baionetta, intascavano quel che trovavano; intanto che l’ufficiale o un sottoufficiale interrogava minacciando, i poveri abitanti, per lo più donne, vecchi e fanciulli, raccolti in una stanza atterriti e tremanti”.
Proprio come facevano a Palermo i cuochi al servizio di messer Giustiziere: “Il cuoco non andava mai al mercato dove si trovava la roba vendereccia, ma ogni mattina, accompagnato da guardie, si recava in casa di questo o di quel cittadino, prendeva senza cerimonie i migliori polli, la migliore selvaggina, i più teneri agnelli, le paste più delicate per la mensa di messer Giustiziere. Pagare? No: ai cittadini, di qualunque ceto o ricchezza fossero, doveva bastare l’onore di servire monsignor di Saint-Remy. L’eccellente cuoco entrava, portava via senza neppur salutare: talvolta si degnava di ingiuriare i “paterini”, se non si mostravano solleciti o soddisfatti. Di ribellarsi al latrocinio non si parlava; le guardie che accompagnavano il cuoco, oltre a rubare la loro parte, avevano il compito di bastonare chi osasse ribellarsi. Quanto ai vini, li fornivano le cantine dei migliori produttori del Vallo, coi metodi medesimi”
Il sottotenente non aveva detto una parola. Aveva alzato le spalle, bisognava pure che quei poveri ragazzi, che avevan combattuto da tre giorni, trovassero uno svago. Un soldato gli aveva offerto una fanciulletta di quindici anni, che pareva un giglio; ma egli non aveva nessuna voglia. Aveva rifiutato”.
Sono uguali a quelle compiute dai soldati francesi nella strage di Agosta: “Cominciò un’opera orrenda. Allo squassare delle torce, delle quali il vento torceva e soffocava le fiamme, quelle torme avide di sangue e di stragi, armate di spade, scuri, picche, si lanciavano all’assalto delle case, al grido di guerra: Monjoie! Abbattevano le porte, salivano nelle stanze, ferivano, uccidevano ciecamente e pazzamente. Sorpresi, seminudi, sparsi per le case, gli Agostani non rendendosi ancora conto di come il nemico fosse entrato; presi da terrore, non combattevano, non fuggivano; il ferro nemico li coglieva nello stupore, inermi e smarriti. Scampo non v’era. L’ordine di Re Carlo era preciso: nessun agostano doveva sopravvivere, ma tutti dovevano essere passati a fil di spada. Con acute e pazze grida di terrore donne e uomini di ogni età ed ogni condizione cercavano di sottrarsi alla fuga con la morte; scansavano un branco di belve umane e cadevano in un altro; e presi fra due bande erano trucidati, fatti a pezzi, per voluttà rabbiosa di sangue, non per necessità di guerra. Soltanto le giovani donne e belle stornavano per un momento la ferocia delle armi, ma per un maggiore scempio. Tre o quattro soldati si gettavano sopra una fanciulla, la trascinavano sugli altari, la violavano, ne facevano strazio; l’ultimo, satollata la libidine, la scannava lì, sull’altare profanato. Strappavano i fanciulli alle madri e li sgozzavano, e recidevano le innocenti teste e se le palleggiavano orrendamente! Questa gente che il papa aveva benedetto e assolto da ogni peccato; e che serviva la Chiesa e Dio!”
Luigi Natoli: Alla guerra! Opera inedita. Romanzo storico
ambientato nella Francia del 1914, all’inizio della Prima Guerra Mondiale. L’opera,
mai pubblicata in libro, è costruita e trascritta dal romanzo originale,
pubblicato unicamente a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia, nel 1914.
Dopo cento anni riprende vita in unico volume ad opera de I Buoni Cugini
editori.
Pagine 954 – Prezzo di
copertina € 31,00
Luigi Natoli: Il Vespro siciliano. Romanzo storico ambientato nella Sicilia del 1282, al tempo della famosa rivoluzione. Restaurato dal titolo all'indice, l'opera è la fedele riproduzione del romanzo originale pubblicato in dispense con la casa editrice La Gutemberg nel 1915.
Pagine 945 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertine e illustrazioni interne (Alla guerra!) di Niccolò Pizzorno
Disponibili dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibili su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store on line.
Il libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15) La Nuova Ipsa (Piazza Leoni) Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella 15)
Luigi Natoli: Quel 31 marzo 1282... Tratto da: Il Vespro siciliano
E con rapidità fulminea, presogli dal fianco il pugnale, glielo cacciò
nella gola due volte, lo levò in alto insanguinato e gridò: - Muoiano! Muoiano
questi francesi, perdio!
Un urlo simile allo scatenarsi
di un uragano gli rispose; si videro lampeggiare venti, trenta lame, si udì
l’urlo formidabile e tremendo della vendetta. In quel momento le campane della
torre della chiesa di Santo Spirito suonavano a Vespro...
Suonavano a Vespro le campane, per
invitare i fedeli alla preghiera, e l’ignoto fraticello, salito sulla torre
indorata dal sole cadente, non sapeva che quello squillo di campana avrebbe
segnato nelle pagine della storia una data terribilmente memoranda… Aveva
suonato, come sempre, l’ora della dolce e raccolta preghiera. Ma giù nel piano,
quel rintocco che feriva l’aria sul colpo di pugnale che atterrava il sire
Droetto, suonò come uno squillo di tromba; come un segno aspettato, come una
voce di comando ed esortazione. Crescendo il rumore, chinato lo sguardo, gli
occhi gli si spalancarono di stupore, un fremito gli passò per il sangue e il
suo braccio, quasi mosso da una forza ignota, continuò a suonare, a suonare con
nuovo vigore: squilli serrati, violenti, di guerra e di strage sopra il tumulto
e il balneare dei ferri e il rosseggiare del sangue.
Quella
improvvisa zuffa, quelle grida, il cozzo delle armi, si propagarono in un
baleno per la pianura. A un tratto tende e baracche furono rovesciate, tutta
quella folla di uomini, come sospinta da un segno d’intesa, da un ordine, si
levò in piedi. Molte donne traevano dal seno i coltelli e li porgevano agli
uomini: chi non aveva il coltello impugnava un bastone, toglieva le aste dalle
tende, fracassava i banchi delle baracche, raccattava sassi. Tra le grida di qua
di spavento, là di coraggio e di incitamento, la folla accorreva. E su tutte le
bocche risuonava il grido ferocissimo -
Muoiano! Muoiano!
Cadevano i
sergenti, l’uno sull’altro; cadevano popolani e la morte confondeva i caduti e
mesceva due rivi di sangue in uno, che scendeva alla morte, dove hanno tregua
gli odi e le vendette. Non uno riuscì a fuggire: quei duecento un’ora innanzi
superbi e prepotenti nelle loro belle vesti, nelle loro armature, fidenti nella
loro potenza, sicuri della sottomissione di un popolo inerme, fiduciosi nella
tollerante viltà che per diciassette anni aveva piegato il collo, giacevano ora
per la pianura a gruppi, ammonticchiati, sparsi, immersi nel loro sangue, con
gli occhi sbarrati o chiusi, il volto spaventato o ancora iracondo. Giacevano
pesti, disarmati, tra le tende sbrindellate e insanguinate, le baracche
distrutte, le mense scompigliate...
Dove si
sapeva che fosse una casa di francesi, quella tempesta piombava, folgorava,
uccideva; non età, non sesso, non condizione; pagavano i fanciulli innocenti
dei dominatori per i fanciulli sgozzati di Agosta; pagavano i vecchi e le donne
per i vecchi e per le donne uccisi dappertutto dalla feroce voluttà di malfare.
Pareva che dal fondo oscuro della memoria sorgessero le immagini delle vittime
immolate per diciassette anni, senza ragioni, per libidine di ricchezze, di
dominio, di sensi, e s’adunassero in ogni cuore, e insegnassero le strade e
guidassero le braccia.
Pure tra le efferatezze della vendetta il popolo serbò un vivo
sentimento di giustizia e rese onore alla virtù. Messer Guglielmo Porcelet,
signore di Calatafimi, la cui fama e bontà era diffusa, fu accompagnato fino al
mare e finchè non salpò il popolo vittorioso gli dimostrò con atti e con parole
dignitose la sua riconoscenza.
Due giorni dopo Palermo, Corleone, forte città di gente originariamente
lombarda, insorgeva anch’essa: abbatteva le insegne angioine, inalberava il
proprio gonfalone, proclamava libero il comune e inviava i suoi deputati a
Palermo, per stringere il patto di fratellanza e di difesa.
Luigi Natoli: Il Vespro siciliano. Romanzo storico ambientato nella Sicilia del 1282.
Restaurato dal titolo all'indice, l'opera è la fedele riproduzione del romanzo originale pubblicato in dispense con la casa editrice La Gutemberg nel 1915. Con
la sua perizia di grande storiografo e narratore, l’autore ci consegna uno dei
capolavori della letteratura popolare mondiale che nulla trascura di quel
periodo storico come l’orrenda strage di Agosta, le trame politiche cospirative
dei baroni siciliani, l’orgoglioso episodio di Gamma Zita a Catania, la
valorosa resistenza della città di Messina al dominio francese degli Angiò. Il
romanzo ricco di fatti e personaggi realmente accaduti o esistiti, ci regala
l’indimenticabile eroe Giordano De Albellis, intollerante alle ingiustizie,
innamorato della sua terra, della libertà e della sua bella Odette.
Pagine 945 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile su Amazon, Ibs e tutti gli store on line.
In libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Ipsa (piazza Leoni), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella 15)
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