mercoledì 22 aprile 2020

Luigi Natoli: Il gioco d'azzardo a Palermo nel Settecento. Tratto da: Calvello il bastardo


La passione del giuoco era divenuta in Palermo tanto grande, che i fabbricanti di carte erano divenuti numerosi così da poter formare una corporazione autonoma, e da allettare il fisco che, nel 1775, imponeva una gabella sulle carte da giuoco. Non vi era conversazione, dove non si giocasse e dove talvolta ingenti fortune non passassero da una mano all’altra. I vicerè avevano cercato di frenarla con bandi, che, come tutti i bandi proibitivi, rimanevano lettera morta. Avevano anche proibito i giuochi più rischiosi: la bassetta, la primiera, il biribisso, il goffo, il trenta e quaranta, il banco fallito, la regia usanza, il faraone, il passadieci, e via dicendo; tutti giuochi nei quali il trarre di una carta o un getto di dadi poteva costare anche un feudo ai nobili, la vita d’un mese ai civili, la miseria e la disperazione, e forse anche il delitto, ai plebei. Proibito non soltanto giocarli, ma anche vederli giocare; non soltanto nei caffè e negli altri luoghi pubblici, ma anche nelle case private.

Ma intanto lo stesso Vicerè, lo stesso Pretore, nei ricevimenti ufficiali, non mancavano di aprire una sala pel giuoco, ed eran costretti a chiudere un occhio sulle ordinanze.

Alla “Conversazione grande” o al “Cesarò”, dunque, si giocava. Al tavolino più affollato si giocava a bassetta; sul tappeto verde eran distese le dieci carte, cucite in una striscia di panno; altre carte stavano dinanzi e dietro e sparivano sotto le poste: colonne e monti d’argento e d’oro. Il banco sfogliava: or tirava a sé alcune poste, ora pagava. Intorno al tavolino era un incrociarsi di dialoghi, di esclamazioni, di risa, di sommessi bisbigli; qualche mano a un tratto si abbandonava furtivamente, qualche altra andava a cercarla; in una leggera pressione si comunicavano, nell’ombra del tappeto, una parola non detta. Negli altri tavolini si giocava a goffo e a primiera, in silenzio, con raccoglimento, con brevi parole monotone, con lievi osservazioni, e con un ammonticchiarsi di carte, gittate ne lo sballo.

Appena la duchessa entrò, appoggiandosi al braccio del cavalier Gallego e seguita da tre o quattro signori, che, vistala nell’anticamera, mentre gittava lo scialletto di seta ai servi, erano corsi a riverirla e l’accompagnavano; alcuni giuocatori si staccarono dal tavolino della bassetta e le vennero incontro. Quelli degli altri tavolini si alzarono a mezzo inchinandosi; ella rispondeva con un grazioso sorriso, porgendo la mano al bacio, o se si trattava di salutar qualche dama, facendo quelle graziose riverenze da minuetto, che la moda contemporanea ha in qualche modo risuscitato. Qualche volta una dama si alzava, lasciava il tavolo; un cavaliere la seguiva; sotto le forme della galanteria, traspariva qualcosa che oltrepassava i limiti delle cortesie e nel vano delle finestre, tra le cortine, si potevano sorprendere rapidi sussurrii.

Nelle altre sale, quelle di conversazione, intorno al cembalo o in soffici canapè, la galanteria prendeva un tono e maniere assai più libere: le dame si lasciavano corteggiare, forse anche un po’ troppo; e mentre il frasario non dimenticava le formule prescritte, le mani e i sospiri dicevan pensieri più intimi e più audaci. I sussurrii, le risa fresche e argentine, talvolta il suono del cembalo, giungevano nella sala da giuoco, e si frammischiavano alle conversazioni sommesse, al tintinnìo delle monete.


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine settecento, influenzata dalle nuove idee della rivoluzione francese che ruotano, oltre che intorno al protagonista, al giurecolnsulto Francesco Paolo di Blasi.
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913
Pagine 850 - Prezzo di copertina € 25.00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su Amazon e tutti i siti vendita online.
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica (Palermo)

Luigi Natoli: Il Palazzo reale di Palermo nel 1792. Tratto da: Calvello il bastardo


Il palazzo reale, dimora del vicerè dal secolo XVI in poi (prima abitavano nel Castello a mare o nello “Steri”, o palazzo dei Chiaramonte, ceduto poi al Sant’Offizio, e oggi ai Tribunali) sorge in capo alla via principale, allora battezzata col nome di Via Toledo, ma dal popolo, come anche oggi, detta Cassaro, dall’antica denominazione araba. È un vasto edificio, o meglio l’aggregato di parecchi edifici, sorti per aggiunzioni posteriori o per trasformazioni di alcune antiche parti. Della sua forma primitiva non rimane più nulla; però sono ancora riconoscibili le masse pesanti di due torri delle quattro che lo fortificavano, quando esso era castello o rocca, sotto gli Emiri e poi sotto i re Normanni e Svevi. In una di esse la torre di S. Ninfa, la più visibile, si trova ora la Specola, o osservatorio astronomico, che all’epoca del nostro racconto era stato istituito da un anno; l’altra si indovina nell’ala che domina la sottostante Porta di Castro, ora distrutta. Gli appartamenti regali occupavano ancora la parte centrale, cui tolse l’aspetto di fortezza, e ridusse nella forma presente, il vicerè marchese de Villena. 
La storia di questo palazzo è la storia di Palermo; e in gran parte anche della Sicilia. Tutte le vicende liete e tristi dell’isola vi sono legate intimamente, da quando la città divenne capo di regno. Da lì Ruggero II spinse l’avido sguardo sognatore di più alto scettro; da lì Federico II iniziò la sua lotta cinquantenaria contro la teocrazia, primo a intendere la laicità dello Stato. Giorni di servaggio e di indipendenza. Rivoluzioni baronali e di popolo; occulte e palesi tirannie e voci di libertà, si librarono da quel palazzo, or come stormi di avvoltoi rapaci, or di audaci aquile. Nelle aule di quel palazzo, Federico raccolse la bella scuola dei suoi poeti volgari; Ferdinando IV decretò le stragi del 1799; Garibaldi proclamò la libertà della Sicilia. Lì si adunavano i Parlamenti; sedeva la deputazione del regno, vigile custode delle costituzioni e delle guarentigie dell’isola; ivi i supremi tribunali.
Su per le stanze, intrighi ed amori e ordini occulti di morti misteriose, si alternavano col fasto borioso dei vicerè spagnoli e con l’ostentazione delle pratiche religiose; o scoppiavano fieri conflitti fra il potere viceregio e la potenza baronale...
Espugnare il Palazzo significava avere la città in potere. Nel 1648, il cardinal Trivulzio, venuto a reggere l’isola, faceva abbattere alcuni edifici monumentali che vi sorgevano da presso, e fra essi una basilica eretta da Belisario, per costruire due bastioni in difesa del Palazzo. Quei bastioni, propugnacolo di tirannide, furono smantellati nel 1848 dalla rivoluzione vittoriosa. All’epoca del nostro racconto, cioè nel 1792, erano in piedi, cinti di fosso, muniti di artiglierie pronte a far fuoco.
Per andare al Palazzo bisognava passare fra’ due bastioni. La porta principale, sormontata da una magnifica aquila marmorea, era custodita dalla guardia svizzera; e guardie si trovano su per la magnifica scala di marmo rosso di Castellammare. Le carrozze e le portantine si fermavano dentro l’ampia corte, a doppio ordine di portici; quelli del primo piano mettevano agli uffici e agli appartamenti. Un corridoio conduceva a quelli regali.
Dopo le sale di servizio, si trovava il grande salone dove S. E. il vicerè teneva le solenni udienze, e dove si radunava il Parlamento. L’antica aula del Parlamento era giù, al pianterreno; l’aveva decorata di pitture Pietro Novelli; v’era fra l’altro dipinta la cerimonia dell’apertura del Parlamento e quella dell’atto di fede solito a celebrarsi dal Sant’Offizio; ma il capriccio di un vicerè abolì quell’aula, cui si legavano tante memorie; e ne fece scuderie. Le rappresentazioni pittoriche del Novelli non udirono più che nitriti e bestemmie.
Il Parlamento fu trasportato negli appartamenti regali; e il vicerè don Francesco d’Aquino, principe di Caramanico, poco dopo il suo arrivo, ne fece dipingere a fresco la grande aula, facendovi rappresentare sul soffitto l’allegoria della Maestà regia protettrice delle scienze e delle arti. 
Oggi quelle pitture non esistono più.
Pochi anni dopo, re Ferdinando le fece cancellare, per fare dipingere dal pittore Giuseppe Velasquez le fatiche e l’apoteosi d’Ercole. Forse per non vedere in quella simbolica Maestà regia un’ironia a quelle virtù che egli non ebbe mai.


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine settecento. Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913
Pagine 850 - Prezzo di copertina € 25.00
Copertina di Niccolò Pizzorno
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martedì 21 aprile 2020

Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1100.


Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1100, al tempo di re Guglielmo I e di Matteo Bonello. Nella versione originale pubblicata unicamente a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia, nel 1911. Raccolto per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori. 
Pagine 719 - Prezzo di copertina € 25,00 
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
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Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica.

Luigi Natoli: Il palazzo dei Normanni nel 1159. Tratto da: Gli ultimi saraceni


Il palazzo reale, o castello regio, o, come ancora si chiamava volgarmente, il Cassaro, offriva allora, dalla parte della città, un aspetto assai diverso da quello che gli diedero bestialmente i viceré spagnoli dal Secolo XVI in poi.
Nel 1159, sebbene dai due Ruggeri, il conte e il re, avesse subito  modificazioni tali da distinguervisi il Castello dal pa­lazzo, palatium, serbava nelle sue linee generali l'aspetto massiccio e formidabile di rocca. Aveva alle estremità due torri, una detta Pisana, ed è ancora in piedi, con le sue arcate, la sua torricella laterale – è quella stessa su cui si trova la Specola; l'altra, all'estremità opposta, dominando il burrone sotto il quale scorreva il fiumicello di Kemonia, detta Greca; ora scomparsa, ma pure non difficilmente riconoscibile. Fra l'una e l'altra torre si stendeva come una specie di cortina merlata, con portici, costruita o trasformata o rabellita da Rug­gero II, e si chiamava la Gioaria. Coloro che han veduto il sipario del teatro Mas­simo, dipinto dallo Sciuti, sapiente rico­struttore di ambienti, possono formarsi un'idea di quello che fosse il palazzo regio.
Nel 1159 il re, Guglielmo I faceva costruire un'altra torre, detta Chirimbi, la quale però non modificava il prospetto principale dell’edificio. 
Dinanzi al quale, presso a poco là dove è il monumento a Filippo V si levava altra torre, forse avanzo di fortificazioni romane, che dal colore dei mattoni, di cui era fab­bricata, era detta Torre Rossa. Sorgeva i­solata, presso le mura che partendo dalla torre Greca, correvano a levante, sul ciglio del burrone, signoreggiando la bassura, verdeggiante di orti e di vigne, fra cui scorreva il Kemonia o Cannizzaro. Poco discosto dalla Torre Rossa, di fronte alla Gioaria si levava allora un altro edificio, anch’esso circondato di portici, con un vasto cortile o recinto, lastricato: forse antica basilica o curia dei pretori di Roma, che il popolo chiamava volgarmente il Pissoto, e i dotti Aula regia, e più tardi, caduta in abbandono, ridotta cava di pietre e di colonne invasa dalle erbe, passò nelle memorie col nome di Sala Verde. Una parte di questo edificio si trova anch’essa ritratta nel sipario dello Sciuti, a sinistra dello spettatore. 
Fra la Gioaria e il portico del Pissoto rimaneva uno spazio sufficiente, come una piazza di cui i due edifici formavano due lati; un altro, il meridionale era formato dalle mura; l’ultimo del tempio di S. Maria de Pietà, antico tempio romano o romaico, che durò intatto, finchè nel 1648, al cardinal Trivulzio non venne in capo di abbatterlo per dar luogo a un bastione da minacciare il popolo. (Che il diavol lo riposi pel doppio sacrilegio, cotesto barbaro settentrionale!)


Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1100, al tempo di re Guglielmo I e di Matteo Bonello. Nella versione originale pubblicata per la prima ed unica volta a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia, nel 1911. Raccolto in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori. 

Pagine 719 - Prezzo di copertina € 25,00 
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Luigi Natoli: Il giudizio di Dio. Tratto da: Gli ultimi saraceni.


Quando, come si è detto, non v’eran altre prove per accertare la colpa di cui qualcuno era accusato, si ricorse dapprima al giuramento, dato in forma solenne dal presunto reo, e, in tempi forse in cui il giuramento era tenuto veramente sacro, bastava esso a purgare – come si diceva – il reo. Ma col tempo i giudici divennero un po' increduli, e pretesero che testimoni ossia compurgatori, condividessero col reo la responsabilità del giuramento; la qual cosa non fece che aumentare il numero degli spergiuri, senza far fare un passo in là alla giustizia... tal quale come avviene oggi nei processi criminali.
Allora si ricorse all'intervento soprannaturale. Dio non può permettere che chi è innocente soccomba. Egli dunque manifesterà il vero; sottoporre un presunto reo a una prova straordinaria, e dall'effetto, dal modo come è sostenuta, dedurne la manifestazione del giudizio di Dio, parve metodo sicuro e infallibile.
I giudizi di Dio furono di due specie: purgazioni e duelli. Le purgazioni consistevano nel subire una prova insensata e atroce, come quella dell'acqua bollente, quelle del ferro arroventato o dell’acqua ghiaccia, o del pane e cacio. Un documento curioso, riprodotto da monsignor Di Giovanni in un'opera De divinis siculorum offici e poi dal Gregorio, contiene il rito da seguire in queste prove di purgazione; alle quali non soltanto era sottoposto l’imputato, ma, potevan anche essere obbligati i testimoni. Il duello invece, era più adoperato fra' nobili, ma meno anche da borghesi; sia fra le due parti in causa, accusatore e accusato, sia fra l'uno dei due e un testimonio. La legge consentiva che uno o tutti e due i contendenti si facessero rappresentare da un campione. L’età dei combattenti o dei campioni, il giorno, il luogo, le armi, le forme, il rito del duello erano minutamente prescritti.
Le leggi nostre prescrivevano anche i casi in cui era ammesso il giudizio di Dio per duello; si possono desumere dalle consuetudini della città di Trapani. Erano i delitti di lesa maestà, gli attentati alla vita del re, la falsificazione della moneta, l’omicidio, il furto, la rapina, e in generale qualunque altro delitto che, secondo i riti ordinari della giustizia, avrebbe comportato la pena di morte o l’amputazione di qualche membro. 
Questa volta la curiosità e l’aspettazione dei cittadini di Palermo erano eccitate e legittimate dal fatto che accusatore era il Gaito Pietro, eunuco, camerario del re Guglielmo, e già Almirante della flotta siciliana all’impresa di Al Madhiah, malamente condotta tra il luglio e il settembre di quell’anno; l’accusato era un giovane cavaliere Orsello di Godrano, uno dei militi che avevan preso parte a quella campagna. 
Il Gaito Pietro lo accusava di avere arbitrariamente tenuto per sé, una fanciulla rapita durante una escursione nelle terre africane, che avrebbe dovuto invece, come bottino di guerra, essere o venduta nel mercato di Palermo, o attribuita da lui, capo dell’esercito, nella spartizione della preda di guerra, come era suo diritto. Aggiungeva che Orsello di Godrano, non aveva alcun diritto sulla schiava, non avendola conquistata per forza d’arme, né comprata con suo denaro; essendosi invece servito delle armi regie e del concorso dei suoi compagni.

Orsello aveva tacciato di mentitore e falsario il Gaito Pietro; il quale aveva solennemente giurato sul Cristo, che quanto egli aveva affermato era la verità.

- Che fede tu meriti, cuor di saraceno sotto le spoglie di cristiano? – aveva risposto indegnato Orsello; – e che valore ha il tuo giuramento, tu che sei due volte spergiuro?

Il Gaito Pietro infatti era un musulmano convertito al cristianesimo. Aveva avuto nome Ahmed, ed era nato alle Gerbe, dalla tribù di Sadghian. Preso fanciullo, condotto schiavo in Sicilia, venduto alla corte, dove educato, abiurata la sua fede, battezzato Pietro, era entrato nel favore del re, era stato emancipato; aveva ottenuto il titolo di caid o gaito, che aveva anche significato onorifico, indipendentemente da ufficio; era divenuto amico dell’Ammiraglio degli ammiragli Majone di Bari, camerario del re Guglielmo, capitano, favorito della regina Margherita a molti della corte, e generalmente creduto pessimo cristiano, e, in fondo musulmano ancora, e in relazione coi musulmani d’Africa.
La fanciulla disputata si chiamava Zoe, era di origine greca, nata schiava. Majone l’aveva fatta togliere dal potere di Orsello, per sentimento di giustizia, come egli diceva, e l’aveva affidata a Matteo de Ajello, notaio del re, perché la tenesse in consegna fino alla soluzione della contesa. Nessuno aveva veduto in volto Zoe, ma si diceva che era bellissima. 


Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1100, al tempo di re Guglielmo I e di Matteo Bonello. Nella versione originale pubblicata per la prima ed unica volta a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia, nel 1911. Raccolto in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori. 
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Luigi Natoli: Il re Guglielmo vede per la prima volta "El Aziz", la Zisa. Tratto da: Gli ultimi saraceni


Un folto bosco di pini e di palme, di querce e di elci, che si alternavano e si confondevano, e pel quale scorreva una sorgente d’acqua chiara e fresca; a occidente della città, men d’un miglio distante, gli era sembrato il più acconcio. Il terreno che gradatamente vi si elevava indicava il sito per la fabbrica. Re Guglielmo aveva chiamato architetti e artefici musulmani, e aveva detto loro: 
- Fabbricatemi qui il castello, e che superi in bellezza Menani e la Favara. Io lo chiamerò “il Glorioso” el Aziz
Una folla di operai musulmani e cristiani s’era posta al lavoro, alacremente; e il castello era sorto in breve tempo, alto e robusto; un immenso cubo, fiancheggiato da due torri celle, nelle quali, dentro arcate cieche, si aprivano leggiadre fine strette. Sopra si levavano le cupole, due delle quali, più piccole, coronavano le due torri celle, l’altra più grande e più alta torreggiava in mezzo, sopra la grande terrazza, che alla moda saracena, formava il tetto. O indolenza, o desiderio di goder la sorpresa di veder quel suo castello bello e compiuto, come sorto per incantesimo dalle viscere della terra, il re non aveva mai ceduto alle preghiere degli artefici di andar a visitare la fabbrica.
Ma essa era ormai compiuta: ed egli si recava a vederla.
Anzi vi si recava a passarvi qualche giorno, queto e lontano dai rumori della reggia. Appunto per questo conduceva con sé la sua favorita con le ancelle, gli eunuchi, i camerari, la sua guardia particolare. Nessuno in quei giorni avrebbe dovuto rischiarsi di molestarlo. Voleva vivere nel sogno.
E El Aziz era veramente la casa del sogno.
Un alto e insormontabile muro cingeva il parco intorno al castello; e non vi si entrava che da un cancello irto di punte. La strada, aperta tra il folto degli alberi, sufficiente al passo di tre uomini a cavallo di fronte, serpeggiava, ombrosa e segreta, tra una vegetazione varia che dai verdi teneri o argentei andava ai verdi cupi e ai toni bronzini. Stormi di uccelli, al passar del corteo si levavano e fuggivano con piccoli gridi di paura  e di stupore, via pel folto fogliame impenetrabile, e infondevano un senso di vita alle piante.
All’ingresso nel parco il re aveva trovato l’architetto e gli artefici principali; e questi ora, camminando accanto alla lettiga regale, andavano fornendo qualche schiarimento e qualche spiegazione, forse per attirare a sé l’attenzione di Guglielmo e serbargli il piacere della sorpresa.
A un tratto una improvvisa maggior luce colpì gli occhi del re, troncata da un taglio netto; una larga spianata si stendeva, coperta di verde erba minuta. Guglielmo levò gli occhi e mandò un grido di gioia.
El Aziz sorgeva dinanzi a lui, in fondo a un laghetto, in mezzo al quale, sopra un isolotto sorgeva un chiosco.
Egli fece fermar la lettiga, e balzò in terra, commosso, appoggiando la mano su la spalla dell’architetto, e si avvicinò alla sponda del lago, nelle cui acque tranquille si rispecchiavano il castello e gli alberi e il chiosco.
Il castello si staccava nitidamente con la sua tinta color d’oro, sul fondo verde cupo del bosco che si stendeva ai suoi fianchi e alle sue spalle; e dei pini aprivano intorno a lui i loro verdi ombrelli, come per offrire ombre e riposi ai visitatori.
Si apriva nel mezzo una grande arcata, a sesto acuto, fiancheggiata da due arcate più piccole, e tutte e tre erano chiuse o meglio incorniciate da archi rilevati sul piano, che salivano svelti e leggieri fin su in cima, dove correva una fascia, in giro, incisa a caratteri cufici, in quella scrittura calligrafica ornamentale degli arabi, che pareva da lungi un ricamo bianco sopra una striscia di stoffa rossa. Poche finestre si aprivano sopra gli archi. Il grande arco di mezzo (26) immetteva nell’atrio, sfolgorante di mosaici.
Il re guardava con crescente stupore. Ed ecco, dall’isolotto staccarsi una barchetta bianca, con la prora alta, che pareva un cigno, un grande e candido cigno; un rematore, puntando un sottile remo nel fondo del laghetto, la spinse verso la sponda. V’eran sul sedile della barchetta dei cuscini di cuoio ricamato d’oro e di seta.
- Glorioso e grazioso signore e principe potente, – disse l’architetto, – compiaciti di montar nella navicella, che ti condurrà nella tua dimora.
Guglielmo vi saltò dentro con la vivacità di un fanciullo; e intanto che gli artefici lo vedevano allontanarsi con l’intimo compiacimento della bella opera compiuta, e gli eunuchi, le guardie, i camerari guardavano attoniti, e nelle lettighe chiuse, s’aprivan fra le tende spiragli e apparivano grandi occhi curiosi e ridenti; il re s’accostava all’ampia mole silenziosa, e pensava alle storie dei romanzi che correvano in quei tempi; ai castelli incantati sorgenti in mezzo a boschi incantati; agli atri popolati di gente invisibile e silenziosa, alle ampie scale al cui piede stanno gelosi custodi draghi che vomitano fiamme o giganti formidabili armati di mazze.
Dall’isolotto al palazzo v’era un ponte. Il re, balzato a terra, corse sul ponte. Non vi era dunque un cavaliere armato, con la spada fatata per contendergli il passo? No; non v’era. Egli era il signore del luogo; era il nume di quel paradiso, era il cavaliere che con cento guardie ne avrebbe difeso l’accesso a ogni profano. 
Entrò solo nell’atrio. L’artefice era rimasto nell’isolotto, perché il re senza esser turbato da alcuno, assaporasse tutta l’incantevole bellezza dell’atrio.
Era diviso in due da un’altra arcata, sorretta da colonnine svelte sormontate da ricchi capitelli di bianco marmo; le pareti in basso eran coperte di grandi lastre di marmo bianco, percorso da striature a ondante cenerognole, e incorniciate da fasce di musaici, in cui dominavano il porfido e l’oro. Su correva intorno un gran fregio a musaico, sul fondo d’oro, con ornati, fiori e foglie, pavoni dall’ampia coda iridata, arcieri saettanti; particolare pittorico nuovo, dovuto forse ai musaici cristiani, giacchè un musulmano non avrebbe mai rappresentato una figura umana. La fascia larga, vivace, risplendente, rallegrava con i fulgori del’oro la dolce e mite luce che entrava nel secondo atrio.
Ma la volta era un prodigio. Gli artefici l’avevano imitata da quella della Cappella Palatina, ad alveare, con ornamentazioni geometriche, in toni vivaci, sul fondo d’oro.
Nelle pareti di fondo, tra cornici marmoree e musaici sgorgava una polla d’acqua, che cadendo con un dolce mormorìo sopra una vasca rettangolare, incavata nel pavimento marmoreo e rivestita di marmo, usciva per un canale, frammezzato da vaschette rettangolari, e metteva nel laghetto o piscina che s’allargava dinanzi al castello.
Guglielmo si fermò in quell’atrio, dinanzi a quella limpida fonte, la cui acqua veniva a lambirgli i piedi. Il silenzio rallegrato dal tenue canto dell’acqua, la solitudine illuminata da tutti quei bagliori d’oro; un senso di mistero, di quietitudine, una specie di addolcimento dello spirito, un ammollimento dei sensi, una sensazione indefinita, che era stupore, ammirazione, timore, gioia, rapimento, prendevano il re, lo trattenevano lì, immobile, sotto la bella volta dorata, fra gli arcieri saettanti nei musaici e i pavoni azzurri.
Nessuno lo disturbava: l’acqua gli cantava ai piedi, ed effondeva il suo canto fra gli archi e le pareti marmoree. Pareva al re che improvvisamente, dalla fonte dovesse apparire una fata bionda, con gli occhi ceruli, tutta vestita di bianco; apparire dapprima diafana e trasparente, poi a poco a poco prender corpo, moversi sorridendo, e tramandar luce dagli occhi e dai capelli d’oro.
Stette un po’ in questo assorbimento, poi lentamente volse alla destra, dove si vedeva biancheggiare la scala, e salì, attraversò una stanza decorata anch’essa di mosaici, col soffitto di legno, entrò in una grande aula, che pareva un tempio; delle colonne in giro sostenevano la cupola che riluceva d’oro; dentro nicchie scavate nelle pareti, e rivestite di mosaici erano alti vasi ornati di iscrizioni. Marmi e mosaici alle pareti, per terra, lucidi, maravigliosi; pareva quasi un delitto ammirarli.
Egli si sentiva compreso di una specie di senso religioso. Il suo rapimento cresceva a mano a mano che percorreva quelle stanze. L’esser solo, aumentava il suo godimento. V’era in quel momento una così gran forza di egoismo nel suo spirito, che avrebbe uccisa anche la sua favorita, se gli si fosse presentata a distoglierlo dalla solitaria ammirazione.
Egli era il re di quel palazzo incantato; vi entrava pel primo e voleva saziare il suo animo della gioia di quel primo possesso, come giovine sposo che coglie il primo fiore.
Si affacciò a una finestra, a le spalle del castello.
Sotto gli occhi suoi si stendeva il parco, del quale non poteva vedere i termini. Si confondeva con la montagna. Pareva un mare qui verde cupo, lì più chiaro e brillante, la varia altezza delle chiome, che ondeggiava lievemente, destava l’idea dell’increspar dei flutti. Lontano si disegnava la linea dei monti e dei colli, da Misilgandone azzurro e vaporoso, al monte Caputo, che si avanzava col dorso curvo tra gli aranceti lontani; e poi Monte Cuccio aguzzo, grande e nudo, triangolo di selce; e ancora Bellolampo, e poi Billieci....
Si affacciò dalla parte del lago. Il suo sguardo lo abbracciava tutto quanto; e vi scorgeva il cielo; pareva che la terra avesse un gran foro, dal quale si vedesse l’altra parte dello spazio infinito. Oltre la sponda, della quale l’erba sapientemente celava l’orlo marmoreo, altri cespugli di rose, di girasoli, di fiori misteriosi che parevano occhi attoniti di quella visione di bellezza. Il chiosco sorgeva sopra una scogliera artificiale; simile a un tempietto; la sua base era avvinta da rose selvatiche. La barca candida pareva dormisse su la pace dell’acqua...


Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1100, al tempo di re Guglielmo I e di Matteo Bonello. Nella versione originale pubblicata per la prima ed unica volta a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia, nel 1911. Raccolto in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori. 
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giovedì 16 aprile 2020

Luigi Natoli: Fioravante e Rizzeri.

Romanzo storico ambientato nella Palermo del 1920. Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1936. Con premessa dell'Autore e prefazione di Francesco Zaffuto.
"Si ispira alle avventure di Fioravante, e lo riproduce attraverso un oprante; e intreccia l'antico con il moderno; e le avventure di Lillì fanno contrasto con quelle di Drusolina, e quell'onesto puparo sembra foggiato con l'anima dei suoi pupi. Ci è riuscito? Lo vedrà  il lettore. Ma se non è immodestia dirlo, coloro che mi hanno seguito attraverso i diciotto o venti romanzi, da me pubblicati su questo giornale, sanno per prova che un certo interesse so trovarlo".
Luigi Natoli
Pagine 308. Prezzo di copertina € 19,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su Amazon e tutti i siti vendita online.

Luigi Natoli: Ritorno al passato. Tratto da: Calvello il bastardo


Rimasta sola, la duchessa stese le braccia al cielo con un gesto disperato e deprecativo. Poi si mise a passeggiar per la stanza, pensando a quel passato così lontano, che l’evocazione di quella donna le faceva apparire recentissimo, abolendo quasi tutti gli avvenimenti della sua vita in quei ventisei anni.
Ella rivide quella cameretta povera e nuda, l’ampio letto, duro per le carni abituate alle mollezze, dove soffrì, per l’unica volta in vita sua, i dolori della maternità, senza gustarne le gioie, anzi sopprimendole, volontariamente. Non aveva provato nessun dolore nel separarsi da una creatura, la cui apparizione l’aveva fatta rabbrividire di spavento e di vergogna. Come era venuta? E perchè? Ricordava. A diciassette anni l’avevano maritata al duca di Falconara, che ne aveva trentotto: un bell’uomo, freddo, rigido. Dopo due anni di matrimonio infecondo era stato chiamato in corte e poi in missione all’estero. Ella si era chiusa nel palazzo, aspettando il ritorno del marito, pudica e fedele come Penelope; sorvegliata per altro dalla vecchia suocera. 
Ma erano così fredde le ampie sale del Palazzo Falconara! Erano così vuote le giornate, e così desolanti le notti nel letto vasto e deserto, dove i suoi sensi avevane intraveduto un mondo nuovo, ed era germogliata una fioritura di desideri consapevoli! La vecchia suocera non la lasciava mai sola, ma le faceva pesare la compagnia con interminabili prediche morali sui doveri di una moglie, durante l’assenza del marito, e con le lamentazioni sui tempi corrotti, talchè ella per sottrarsi a quel supplizio desiderava giungesse presto la fredda e solitaria notte. Un bel mattino fu trovata la suocera nel letto morta di accidente avuto nella notte. Se ne fecero funerali sontuosi, e un corriere fu spedito al duca per annunciargli la disgrazia. 
Passati nove giorni di lutto stretto rigoroso, ella, per tutelar meglio la sua reputazione se ne andò nella casa paterna... E lì... Ricordava l’incontro con l’uomo fatale, sette mesi dopo. Il duca non ritornava; quell’uomo era giovane, bello, elegante, valoroso e appassionato... Come avvenne? Non sapeva; fu una specie di ubbriachezza; ma certo, una notte, le sue mani tremanti apersero, senza far rumore, le vetrate del balcone che dava sul giardino; e accolse quell’uomo; e... e così anche le altre notti!...
Poi un bel giorno improvvisamente trasalì; aveva sentito dentro di sé agitarsi qualcosa... Ah quale spavento! quale odio fu quel piccolo essere germogliato in silenzio, che veniva a un tratto ad avvelenare la sua felicità! Quali tentativi per spegnere quella nuova vita accusatrice!... Indarno. Trionfava. Venne il tempo in cui non potè celare le sue condizioni. Allora si confidò alla madre. Qual colpo per la povera donna!... Bisognava nascondere agli occhi di tutti l’orribile colpa. La ricondussero nel suo palazzo, relegandola in una camera, dando a credere che fosse ammalata. Poi, perchè ogni cosa rimanesse nel mistero, si avvisarono di mandarla nei suoi stati, col pretesto di mutar aria; in realtà per far disparire ogni traccia...
Oh! come tutto pareva alla sua memoria vivo e recente!...

Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine settecento, dove l'eco della Rivoluzione francese porterà ai primi cenni delle logge che daranno vita alla Carboneria. Al centro Corrado Calvello, affiancato dal giureconsulto Francesco Paolo Di Blasi.
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913
Pagine 856 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su Amazon e tutti i siti vendita online. 


mercoledì 15 aprile 2020

Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891

Se al momento non possiamo andare in giro per Palermo, immaginiamo di farlo con il professore Luigi Natoli e la sua Guida di Palermo: insieme a lui conosceremo la storia di ogni strada, di ogni quartiere, di ogni monumento… anche quelli che oggi non esistono più, perchè distrutti dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Conosceremo la "sua" Palermo, quella del 1891, dell'Esposizione Nazionale, quella Palermo che viveva un periodo di grande splendore. 
In un tuffo nel passato, sapremo quali servizi la Palermo di allora offriva al visitatore, e il loro costo: dai Bagni d'acqua dolce in via Quattro Aprile ai Circoli di via Vittorio Emanuele, dalle librerie anche antiquarie alle pasticcerie. Se vorremo muoverci più velocemente, nessun problema: basta consultare dove si noleggiano le auto di lusso, o dove si trovano le stazioni di linea di omnibus e tramways. 
E se dovessimo perderci? Nessun problema, una cartina ripiegata dell'epoca, legata all'ultima pagina del libro, ci indicherà la strada. 

Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891. Nella versione originale pubblicata dall'editore Carlo Clausen nel 1891 in occasione dell'Esposizione Nazionale, impreziosita dalle foto originali delle pubblicità, inserite allora nel volume. 
Pagine 218 - Prezzo di copertina € 19,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su Amazon e tutti i siti vendita online.  

venerdì 3 aprile 2020

Luigi Natoli: Il Cholera e la furia del popolo. Tratto da: I morti tornano...


In silenzio accanto a Giovanni, Andrea non sapeva che dire, perché dinanzi a quella morte così rapida assaporava la gioia di vivere e di sentirsi bene. Attraversarono la città. Andrea aveva bisogno di andare a casa sua a prendere qualche cosa, che Carlotta aveva dimenticato; e aveva indotto Giovanni ad accompagnarlo: tanto dovevano insieme risalire a Mezzomonreale col carretto del “curatolo” che li aspettava a Porta Nuova.
E via via che andavano per le antiche strade strette, opache, luride, si rivelava sempre più terribile la furia del mostro. Da un giorno all’altro l’orrore si centuplicava. I morti dopo dieci giorni dai primi due casi, toccavano il centinaio; ma gli attaccati erano quattro volte di più. E chi non era attaccato fuggiva, abbandonando anche i parenti negli spasimi di un’agonia spaventevole.
Essi vedevano qualche volta, attraverso la porta spalancata di un pian terreno, un disgraziato, solo, senza un cane, dibattersi per terra fra le sue reiezioni, rattrappito dai crampi, chiedere soccorso. Giovanni si sentiva stringere il cuore di pietà, e pensava a padre don Ciccio; ma Andrea lo trascinava pel braccio.
- Andiamo! andiamo! – diceva con voce soffocata dal ribrezzo e dalla paura.
Sbucando in una piazzetta udirono un clamore di voci che andava crescendo come lo scroscio dei marosi che si incalzano. Un rullìo di tamburi. E subito un fuggir di gente, un serrar frettoloso di porte e di botteghe. Poi, ecco una folla enorme di popolo. Scalza, cenciosa, arruffata: uomini, donne, ragazzi. Innanzi a tutti un omaccione, che agitava un cencio legato a una canna, come una bandiera; e accanto a lui un altro batteva un grosso tamburo. Oltre le teste, si agitavano convulsamente braccia armate di bastoni, di coltellacci, di sassi. Ora le voci si facevano più distinte: l’omaccione gridava:
- Viva Santa Rosalia! – E tutti ripetevano il grido con impeto d’ira e di vittoria insieme. Dai volti, dagli occhi, lampeggiava una gioia feroce e cupida di stragi.
Giovanni e Andrea si addossarono a una porta per lasciare passare quella fiumana procellosa; e quando quel torbido alfiere passò dinanzi a loro, una donna scarmigliata, sozza, stralunata, gridò:
- Ne abbiamo preso uno!... Li prenderemo tutti!.. Viva Santa Rosalia!
Seppero da uno della folla che avevano sorpreso un fontaniere arrampicato sul castelletto di distribuzione delle acque. Certo le avvelenava. E lo avevano ucciso a sassate. Gli avevano rotto la tempia. Giustizia, signori miei! Giustizia! non si avvelena la povera gente. Giovanni n’ebbe orrore, Andrea divenne livido.
Quando ripresero il cammino, rabbrividendo ancora, Andrea disse:
- Oh senti: questo è l’ultimo giorno che io vengo in città. Non voglio angustiarmi l’anima con questi orrori...
Ma Giovanni non l’udì. Camminava con un’aria dissennata, come uno, mal desto, ancora in preda a un sogno spaventevole. Quella furia di popolo, quelle grida forsennate che minacciavano altri scempi, altre scelleratezze, orrori sopra orrori, gli avevano sconvolto l’animo e sbalestrate idee e sentimenti; come un colpo di vento, che, entrato improvvisamente in uno studio, butta all’aria e disperde i foglietti, sui quali i pensieri erano stati esposti in ordine logico. L’immagine di padre don Ciccio, quelle dei suoi vecchietti nella vasta casa piena d’ombra, il dolor suo e quello dei suoi, sparivano sotto a quel colpo di vento, che disordinava violentemente il suo spirito. Che cos’era la vita di un uomo? che cosa il dolore di una famiglia? V’era qualche cosa più terrificante della morte; e v’era nel mondo un dolore più vasto, più profondo, più orrendo di quello di chi piange un caro estinto. E si sarebbe egli chiuso nella cerchia egoistica dei sentimenti famigliari?
Vide in quel momento, un ometto vestito di nero, entrare in un miserabile pianterreno senza esitare. Spinto da una curiosità inquieta, Giovanni si fermò davanti alla porta; e nell’ombra grave e putrida di quella squallida stamberga, potè scorgere quell’ometto inginocchiato dinanzi a un mucchio di paglia. Egli sorreggeva un coleroso in preda agli spasimi, e gli dava coraggio;  e in piedi una donna, lacera, sudicia, sbalordita dal dolore, muta e sgomenta. Poi l’ometto scrisse una ricetta e la diede alla donna, che mormorò con angoscia:
- Che ne faccio? con che pagherò la medicina?
E allora quell’ometto si tolse l’orologio e la catena d’oro, li diede a quella donna, e se ne uscì di fretta, senza dir parola. Giovanni si sentì meschino o vile dinanzi a quel gesto di carità grande e semplice, strinse il braccio di Andrea, e gli disse:
- Hai visto? Sai chi è quel medico? è il dottor Tranchina.
Ma Andrea si strinse nelle spalle:
- Certi eroismi, – disse, – sono pazzie. Il sacrificio del suo orologio non sottrarrà certo quell’uomo alla morte. E anche lo salvi, quell’uomo è uno, i colerosi centinaia. E il dottore non ha centinaia di orologi d’oro… E allora non ti sembra quel sacrificio sia inutile?
- Inutile? O dunque il non poter aiutare dieci, venti, deve impedirmi di aiutarne almeno uno? Deve impedirmi di asciugare una lacrima, di infondere un raggio di speranza, di far sentire un alito d’amore a uno?
Andrea fece un gesto ironico: e Giovanni si chiuse in un silenzio pieno di pietà e di sdegni. 



Luigi Natoli: I morti tornano. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1837 devastata dal Cholera. Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1931
Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno. 
Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile in tutti i siti vendita online. 



"I morti tornano..." fa parte anche della raccolta "Trilogia del Risorgimento" che include i tre romanzi: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro, I morti tornano..., Chi l'uccise? 
Prezzo di copertina € 24,00


giovedì 2 aprile 2020

Luigi Natoli: Palermo nei primi anni del 1500. Tratto da Squarcialupo.

La città di Palermo nel 1515, sebbene nella periferia avesse preso la forma che su per giù conservò intatta, entro la cerchia delle mura esterne fino al 1860, non aveva internamente la distribuzione topografica che venne assumendo nel corso del secolo, e che nel 600 ebbe compiutezza e stabilità. Questa cerchia – in qualche punto visibile ancora – è riconoscibile in quella serie di stradoni che la costeggiavano e ne furono la via di circonvallazione: la quale partendo dalla spiaggia, per le odierne via Lincoln, Tukery, Alberto Amedeo, e piegando per le vie Volturno e Cavour va a finire là dove era il Castello a mare. Internamente non c’era ancora la via Maqueda; e la parte più antica della città nel mezzo, era la vera Panormus e conservava la sua cinta di mura antiche e le sue porte e le sue torri, come una città dentro la città, oramai inutili, qua e là rotte e tramutate in abitazioni. La strada che negli atti ufficiali e nella cronaca aveva nome di via Marmorea giungeva fino alla chiesa di Sant’Antonio, all’angolo della recente via Roma, dove era una torre, che gli eruditi di quel tempo attribuivano a un nipote di Noè, e una porta, che una volta dava sul mare, e i musulmani chiamarono infatti Porta di mare. Ma il mare che in tempi remoti giungeva fino a questo punto, vasta insenatura, chiusa a oriente da uno sprone – ancora visibile – sulla cui estremità sorse poi la chiesa della Catena, si era a poco a poco ritirato, o era stato disseccato: si era ristretto poi in quell’area che formò appresso la piazza Marittima, oggi Marina, e finalmente si restrinse nella Cala.
Nel 1515 su tutta questa nuova aria correvano strade e stradette, sorgevano chiese e palazzi, che furono anni dopo abbattuti o tagliati, quando distrutta la torre e la porta, il vicerè don Garsia de Toledo volle che si prolungasse la via Marmorea fino alla chiesa di Porto Salvo; e le diede il suo nome.
La via Marmorea dunque era né più né meno che l’attuale via Vittorio Emanuele. E se si pensa, che essa era la via principale dell’antica Panormus, si deve riconoscere come una delle più antiche strade cittadine del mondo, rimasta quasi intatta là dove fu tracciata forse dai Fenici, certo ai tempi greco-romani.
Era fiancheggiata di palazzi magnifici, che conservavano l’aspetto di castelli con merli e torri, e di ricche botteghe; lastricata di pietre, levigate; bella e sontuosa, destava la maraviglia dei forestieri.
Quasi parallelamente a essa correvano altre due strade, di qua e di là, lungo le mura antiche: specie di boulevards; che finivano anch’esse col congiungersi, a Sant’Antonio, con la via Marmorea. Una di queste strade, partendo dall’alto, – dove ora è la Caserma, costeggiando l’episcopio e la cattedrale, percorreva la strada, che anche allora si chiamava del Celso; la quale si continuava con norme di via di porto Oscura, San Teodoro degli Scannati, S. Antonio, ininterrottamente. Tre porte, antiche anch’esse, mettevano in comunicazione questa strada, anzi questa parte della città, con quartieri che erano sorti nelle bassure, dove in tempi remoti si prolungava la palude del Papireto: ed erano la porta di Sant’Agata, – presso la chiesa omonima, la porta degli Schiavi – in via Celso – e la porta Oscura, – la Bab as Sapa degli arabi – detta Oscura forse perché vi si giungeva per un andito lunghetto e buio. Essa dalla piazza delle Vergini, metteva sul principio della odierna Piazza Nuova; e chi scende dalla via Maqueda nella piazza, guardi nelle botteghe a destra, e fatti pochi passi vedrà dentro una di esse un mezzo arco sepolto fra le costruzioni posteriori. È quel che resta della porta.
Ora siccome il suo sbocco rimaneva più in basso dal livello della piazza delle Vergini, una specie di scalinata percorreva gran parte dell’andito, sul quale si apriva qualche stanza o stamberga, che forse un tempo serviva di alloggio alle guardie. Una, in alto, scavata nel tufo, male intonacata, nera di fuligine, si era trasformata in bottega e in abitazione. 
Luigi Natoli: Squarcialupo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1500. Nella versione originale pubblicata per la prima ed unica volta a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia nel 1924. Raccolto per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori. 
Disponibile su Amazon Prime.
Disponibile in tutti i siti vendita online. 
Copertina di Niccolò Pizzorno