"I nostri romanzi sono una lettura eletta ed altamente appassionante, essi sono opera del grande WILLIAM GALT"
venerdì 13 settembre 2024
Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli: Abbiamo terminato la Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli per la parte relativa ai romanzi storici?
lunedì 9 settembre 2024
Luigi Natoli: Egli guardava il vecchio romito, illuminato di profilo dalla lanterna... Tratto da: Coriolano della Floresta, seguito a I Beati Paoli.
venerdì 6 settembre 2024
Un nuovo volume si aggiunge alla Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli: Coriolano della Floresta, romanzo storico seguito a I Beati Paoli.
Che intervengono, ravvolti nel mistero, terribili e possenti; Blasco da Castiglione, vecchio, e quasi dimentico del suo passato; la corte del vicerè Fogliani; la morte del Pretore; il tumulto che scoppiò e la cacciata del vicerè; le vendette che ne seguirono; Virginia di Casalgiordano, Cesare Brancaleone, Giovanna Oxorio, don Ottavio Oxorio e sua moglie; Gabriella, la figlia di Blasco e di donna Violante, e altri personaggi, e sopra tutti
Vecchio anche lui, ma ancora fiero, dall’animo invitto, nemico dei superbi, suscitatore di rivolte, dominato alla sua vanità da un tragico fato... Ecco il fondo di questo nuovo romanzo, col quale la fantasia di
È un romanzo che si deve leggere.
Questo scriveva l’editore La Gutemberg nel marzo 1914, presentando ai lettori l’uscita delle prime dispense del romanzo di Luigi Natoli. Ci è sembrato giusto far rivivere anche queste pagine per ricreare il momento storico e dare all’odierno lettore il gusto dell’epoca, ma senza la snervante aspettazione settimanale della rivista in ben 125 fascicoli.
martedì 13 agosto 2024
Luigi Natoli: La processione dei "confaluni" per la festa della Madonna Assunta. Tratto da: Palermo al tempo degli Spagnoli 1500-1700
Ma lo spettacolo non era nel semplice cero, che i maestri portavano; questo era l’offerta, ma ogni confraternita faceva mostra del proprio “confaluni”: “È il nostro gonfalone non uno stendardo o bandiera” – dice il Cascini ne “La vita di Santa Rosalia” – “ma è a guisa d’un albero trionfale, non piantato e fermo, ma portatile in onore di qualche santo dei più celebri, con mirabil arte fabbricato sopra un tronco rotondo, non sì grosso, che col pugno non si possa stringere: girano i primi rami ben folti e vagamente intrecciati oltre a dodici palmi, e alzandosi a proporzione in alto con le puntate foglie, che ritte guardano in su, viene a terminarsi la cima a guisa di piramide quasi in un punto: molto densi sono i rami e le foglie per tutto, fuor che nel mezzo dell’albero, dove lasciano tanto voto, che possa capire decentemente una tavola o statua del Santo, due o tre palmi alta... Or questi gonfaloni... vengon portati con destrezza maravigliosa hor in una palma di mano, hor su l’una or sull’altra spalla, donde trapassano in un batter d’occhio e fin su la fronte, sul mento e sui denti...”
Questa processione si chiamava “cili”, cilio era corruzione del vocabolo “cero.” E la macchina oltre al nome di “confaluni” aveva lo stesso nome di “cilio”, forse perché in origine il cero vi era inserito.
Questi cilii, o confaluni non esistono più: l’ingordigia della speculazione straniera e l’ignoranza distruttiva dei nostri, hanno disfatto vere opere d’arte, delicati ricami, rabeschi, fogliami, efflorescenze, stilizzati, dorati, più o meno alti, dei quali si può avere un’idea da quello che esiste al nostro Museo.
Luigi Natoli: Palermo al tempo degli Spagnoli 1500-1700 – Opera inedita, costruita e fedelmente copiata dal manoscritto dell’autore privo di data. È lo studio critico e documentato di due secoli di storia della città di Palermo mirabilmente analizzata da Luigi Natoli con una visione del tutto contemporanea senza trascurar nulla, compresi i particolari, anche i più frivoli. Argomenti trattati:
Luigi Natoli: La via era affollata di gente, perchè era la vigilia dell'Assunta, festa solenne dei Cappuccini. Tratto da: L'abate Meli.
Presero una portantina e si avviarono: Meli dentro e il giovane a piedi, fuori; l’ombra dei platani che fiancheggiavano la strada che da Porta Nuova menava ai Cappuccini li difendeva dai raggi solari. Quegli alberi, piantati da M. A. Colonna di Paliano, percorrevano la via sino al convento. Ora non restano che pochi avanzi presso Porta Nuova; non c’erano allora tutte le cose che ingombrano i due marciapiedi ed erano lieti delle ombre che rinfrescavano i cittadini.
Era il pomeriggio. La via era affollata di gente, perché era la vigilia dell’Assunta, festa solenne dei Cappuccini. Gente che andava e gente che veniva: un viavai continuo: portantine di tutti i colori e carrozze padronali, carretti, pedoni; questi in maggior numero, uomini in giamberga e in giacca, donne col manto chiuso nel naso, lasciando liberi gli occhi neri e fulgidi; ragazzi che empivano la strada dei loro cicalecci; venditori di acqua, che la portavano sul fianco, coi bicchieri infilati in un ordegno di ferro; o di semi di zucca, o di ceci abbrustoliti: tutta gente che vociava, nel lungo tratto di strada.
Allo svolto della strada che conduceva ai Cappuccini, la folla era più fitta. Delle baracche cucinavano, delle altre facevano focaccie, qui una tenda vendeva dolciumi, lì una tavoletta esponeva Madonne di argilla, coricate con le mani stese ed aperte, vestite di bianco col manto azzurro; grandi e piccole; più in qua l’“incatena corone”, torcendo i fili di ottone intorno ai grani del rosario; e fra tutti, le piccole bare, con madonne di cera, illuminate, portate da quattro ragazzi che gridavano con le vocine squillanti: “viva Maria”. Ma su tutto ondeggiava un odore di fritto, tra il fumo delle padelle, nelle cucine improvvisate.
Fra questa folla varia e multiforme andava il Meli discorrendo col giovane che gli camminava a fianco.
- Al Convento non vi ho visto mai. Come vi chiamate?
- Mi chiamo Gerlando, ai suoi comandi. Gerlando Disa... Sono venuto da poco; il frate ortolano è mio parente...
- E siete intimo di fra Francesco?
- Sono il suo buon servitore, perché mi ha beneficato, quando ero, per così dire, nell’altro mondo!
- Come sarebbe a dire?
- Dunque voscenza non m’ha guardato?
- Che cosa volete che vi guardi?
- E mi guardi ora...
E il giovane si scoprì, voltandosi verso di lui e mostrando la testa. Aveva una cicatrice, piuttosto lunga, che gli correva dalla fronte e gli partiva i capelli, come una scrimatura.
- Questa – disse – me la fece un colpo di spada, una sera; e debbo a Fra Francesco se tornai dalla morte alla vita. Fu un signore. Credeva che volessi dare una lettera ad una delle sue donne e mi conciò a questo modo. Per poco non sono morto.
- Ma dimmi un po’, – disse sorridendo Meli, – tu non destasti sospetto? Non ti si era veduto con qualche signora?
- Oh! ma che va dicendo voscenza! Io non faccio il mezzano. Chi sa poi per chi m’ha preso quel signore.
Chiacchierando così, e scansando il continuo andirivieni, erano giunti al convento. La folla era più fitta e bisognava fermarsi. Dalla croce di legno, alta sopra uno zoccolo, fino a quella specie di portico pieno zeppo di... miracoli o “ex voto”, dipinti da pittori da strapazzo, la gente si ammassava. La chiesa era piccola e non c’entrava tutta; gran parte sostava. Un frate raccoglieva l’elemosina.
Eppure in quel viavai di gente allegra, in mezzo a quel cicaleccio, a quelle grida continue, nel convento un uomo moriva. E aspettava con l'ansia di chi teme di non fare in tempo.
lunedì 5 agosto 2024
Luigi Natoli: Il 05 agosto 1911 la prima puntata de "Gli ultimi saraceni" in appendice al Giornale di Sicilia. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di Guglielmo I
Lo scrittore ricostruisce fedelmente la figura del re Guglielmo I, con tutto il suo potere e le sue debolezze, facendo anche un lavoro storiografico sugli usi e costumi della corte, le sue alleanze, i suoi avversari politici, e i suoi innumerevoli intrighi nel precario equilibrio di una Palermo multietnica, dove arabi, normanni, ebrei e popolani del luogo sono costretti a coabitare in un groviglio d'interessi politici-economici, immersi in un coacervo di odio razziale e religioso che dalle cospirazioni sfocerà in più rivolte per la conquista del potere. In questo scenario Orsello di Godrano inseguirà la gloria, l'amore, la fama sfidando più volte Guglielmo I, stringendo alleanze basate sui solidi sentimenti dell'amicizia e della lealtà.
Un romanzo straordinariamente moderno con una ricostruzione storica perfetta, che serba un finale ricco di colpi di scena inseparabili dalla realtà di un secolo fra i più gloriosi del regno di Sicilia.
Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di Guglielmo I, al tempo di messer Matteo Bonello e di Majone da Bari.
Il volume è la fedele trascrizione del romanzo pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal agosto 1911
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (sconto 15%, consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon prime, Ibs, Feltrinelli e tutti gli store di vendita online.
In libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60).
venerdì 2 agosto 2024
Luigi Natoli: L'ombra dei vostri padri, uccisi dall'ingordigia altrui, parla per la mia bocca... Giurate! Tratto da: Il paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano
- Padre, c’è quel giovane cavaliere…
Il Romito alzò il capo. Simone apparve nella luce viva dell’apertura. Egli sembrò contento di trovarvi ancora Giovannello.
Dopo aver baciato la mano di Filippo, disse:
- Temevo di non giungere in tempo…
Il Romito era pallido e affannato, e la sua fronte madida di sudore: disse ai giovani, senza dolore, senza rimpianto, con austera semplicità:
- Io muoio… Sia fatta la volontà di Dio!... Ma prima che io muoia, figli miei, giuratemi qui, di non lasciarvi mai, e di riconquistare l’onore e la gloria della casa. L’ombra dei vostri padri, uccisi dall’ingordigia altrui, parla per la mia bocca… Giurate!
Giovannello e Simone, in piedi, colti da un brivido superstizioso, come se realmente le ombre sanguinose dei loro padri fossero balzate dinanzi ai loro occhi, stesero la destra, e a una voce dissero solennemente:
- Lo giuriamo!...
Il volto di Filippo si illuminò di gioia; ma di nuovo il pallore vi si diffuse; e lo sforzo durato esaurì le ultime sue energie, sì che cadde supino. I due giovani si chinarono per sollevarlo.
- Portatemi fuori, fatemi vedere il cielo, – disse con un filo di voce.
Con delicatezza, lo presero fra le braccia, lo alzarono da terra e lo portarono fuori dalla grotta, intanto che il pastore raccoglieva le pelli, che distese per terra e sopra un sasso a guisa di spalliera, al quale fu appoggiato dolcemente il Romito.
Tramontava.
Gli ultimi raggi del sole fiammeggiavano una luce vermiglia, dentro la quale pareva che le rocce, gli alberi, le erbe si incendiassero. La grotta sembrava di bronzo incandescente. Sotto quella luce, il pallore mortale di Filippo scompariva; e il suo volto pareva sfavillare di una divina aureola.
I due giovani guardavano in silenzio, presi da un senso di terrore religioso. Il silenzio si stendeva per tutta la montagna, per la valle ampia, che s’andava sprofondando in un’ombra cinerea. Non una voce umana: ma la misteriosa e potente voce della natura, che celebrava in una solennità taciturna il grande mistero.
La gran luce del mondo scendeva dietro ai monti e le tenebre si stendevano e avvolgevano tutte le cose; e la luce di un’anima si spegneva anch’essa, e le tenebre eterne calavano su quegli occhi e avvolgevano quelle membra. Una notte nel cielo e sulla terra, una notte in una creatura umana.
Filippo mirava, forse senza vederlo, il rosso disco del sole scendere dietro i monti lontani; e i suoi occhi sembravano animati dal riflesso della luce; quando l’ultimo punto luminoso scomparve, e l’aria divenne grigia, e il monte, gli alberi, tutte le cose presero un color plumbeo, tetro e incerto, quelli si spensero. Allora il volto di Filippo apparve orribile, livido, solcato da ombre profonde.
Egli mormorò qualche parola.
I due giovani si chinarono per udirlo meglio. Parve loro di cogliere nel soffio di quello spirito una parola:
- Ricordatevi!...
Poi più nulla.
L’ombra era discesa.
Giovannello e Simone sollevarono pianamente il corpo di Filippo, lo distesero per terra; gli incrociarono le braccia sul petto e vi posero un piccolo Crocefisso che era nella grotta; indi accesero una torcia di resina: e inginocchiatisi, recitarono le preci dei defunti.
Vegliarono tutta la notte col pastore. All’alba scavarono una fossa dentro la grotta e vi seppellirono il cadavere, umido e fresco della rugiada discesa nella notte. Sopra la terra smossa, il pastore pose alcuni sassi, come un monumento; poi si segnò e uscì dalla grotta e se ne andò senza dire una parola, a raggiungere i suoi compagni e il gregge.
Giovannello e Simone scesero dalla montagna: a Belpasso ritrovarono i cavalli. Tornarono in Catania col cuore stretto dal dolore, e il cervello tempestato da pensieri.






















