lunedì 27 ottobre 2025

Luigi Natoli: Pei begli occhi di madonna Margherita (28 marzo 1889). Fa parte di: Amore e morte. Storie e leggende volume 1

Qual fascino dunque hanno i vostri occhi, o donna, perché messer Francesco Ventimiglia, conte di Geraci e Golisano, gran camerario del Regno di Sicilia, nelle cui vene scorre il gentil sangue di Ruggero re, perché il nobile signore, cui ubbidiscono diciannove tra borghi e castelli, sparsi su pei Nebrodi, ripudii la illustre donna Costanza Chiaramonte, per tanti anni legata a lui dal sacro nodo matrimoniale?
Senza lacrime, sfavillante di sdegno e di orgoglio donna Costanza Chiaramonte lascia il palagio del marito: non chiede, non incita alcuno a vendetta; ma si ritrae in un monastero per nascondere fra i silenzi della bianca cella il dolore, la rabbia, la gelosia.
E mentre ella sente chiudere dietro a sé la pesante e massiccia porta del monastero, che la divide dal mondo, donna Margherita Consolo penetra nelle secrete camere di messer Francesco Ventimiglia; e adorna i suoi neri capelli della corona principesca.
Messer Giovanni Chiaramonte conte di Modica però freme di ira e cogita la vendetta: ma Re Federigo ama il conte di Geraci; re Federigo lo protegge; lo difende; malagevole e pericoloso trarne la sospirata vendetta.
E un giorno messer Giovanni Chiaramonte conte di Modica, il più potente per feudi e per ricchezze dei baroni del regno, lascia la Sicilia e ricovera in Germania. In quei tempi Ludovico il Bavaro calava in Italia; messer Giovanni pugnando da prode otteneva benefici ed onori: e quando la breve e infruttuosa campagna del Bavaro ebbe fine, il conte di Modica, subitamente, con una banda di lanzi, tornò nell’isola.
Re Federigo vede il periglio e lo teme; e invita il conte di Modica a corte, per mettere la pace fra i due baroni. Ed egli si rende, ma viene col suo seguito di armi.
- Perché tanto sfoggio di soldati, cinti di armature che luccicano al sole?
- Io celebrerò la pace con Messer Francesco Ventimiglia, nel modo più solenne: non è convenevole che il popolo abbia feste e spettacoli? Io darò gualdane e torneamenti.
E il Conte di Modica aggiravasi per le vie di Palermo colle sue lance alemanne, e attendea il cognato traditore. Ma il conte di Geraci non giungea.
Donna Margherita Consolo, come la moglie di Cesare, aveva avuto forse un brutto sogno. Fiero barone è Giovanni Chiaramonte, e la sua banda feroce è avvezza alle pugne: ma il conte di Geraci non trema, e non è vile. Le parole, i sospetti, le paure della piangente Margherita, pungono il suo ardimento; né valgono le bianche braccia di Margherita, che gli si attorcigliano al collo; non valgono i baci, le promesse bisbigliate sommessamente, le seduzioni... Messer Francesco cinge la spada, copresi la nobil testa dell’elmo e monta in arcioni. 
Giù nella corte del munito castello attendono i vassalli armati. 
- Baciate almeno vostro figlio! – grida dalla terrazza donna Margherita lasciando che i begli occhi le si empiano di lacrime. 
Il conte si rizza su le staffe, prende fra le sue braccia il fanciullo che messer Ribaldo Rosso segretario, gli porge dalla terrazza, lo bacia, lo consegna al segretario e subito  sprona. 
Scalpitano fragorosamente i cavalli sul selciato della corte; poi sentesi risonare sotto le ferrate zampe il ponte levatoio.
(Nella foto: Messer Francesco Ventimiglia disegnato dall'autore) 



Luigi Natoli: Amore e morte. Storie e leggende volume 1.
L'opera è la fedele trascrizione di tutte le "Storie e leggende", molte delle quali mai più pubblicate, scritte dall'autore nell'apposita rubrica del Giornale di Sicilia, dal 12 febbraio al 31 dicembre 1889
Pagine 386 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Il volume è disponibile: 
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo raccomandata postale o corriere in tutta Italia)
Su Amazon Prime e tutti gli store online. 
In libreria presso: 
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour di fronte La Feltrinelli) 

lunedì 20 ottobre 2025

Luigi Natoli: La Zisa (25/02/1889). Fa parte di: Amore e morte. Storie e leggende volume 1

Quanti secoli sono occorsi, o bel castello regale, o “Glorioso” come suona il tuo nome, perché il vandalismo di un hidalgo atterrasse le sottili colonne che simili a steli sorreggevano il doppio arco delle finestre? e quanti perché la iscrizione araba che circondava come una fascia di merletto il fastigio delle alte mura, fosse interrotta da questi orribili merli, e sulla piattaforma costruita la loggetta rossa?
Chi distrusse la bigeminata finestra che chiusa da triplice arco, aprivasi in alto sull’arco della porta, per spalancarvi il barocco e pesante balcone del seicento?
Fu tolto il marmo e il musaico del vestibolo, e le pareti coperte da goffi stucchi più goffamente dipinti; fu imbiancato il soffitto a pigna che riluceva d’oro nella seconda aula del vestibolo; cancellata l’aquila regale che apriva le nereggianti ali fra i due mistici pavoni saettati dagli arcieri...
E su, nelle sale, dove si accedeva da due scale a chiocciola, il marmo delle pareti oggi è coperto da ignobile carta, il soffitto a pigna da volte dipinte da indotti artefici; il musaico dei pavimenti dai mattoni smaltati; murati i sacelli della grande sala, distrutto il grazioso portico dalle colonne di preziosissimo marmo...
Il buon frate bolognese Leandro Alberti, nel 1526, visitando l’antico palazzo prevedeva la prossima rovina, e nella sua Descrittione dell’Italia, affrettavasi a descriverlo minutamente, “acciocchè mancando tanta fabbrica, come minaccia per non esservi alcuno d’animo generoso che la conservi, almeno rimanga la memoria nella scrittura”.
La fabbrica non è interamente caduta, o buon frate, come quella di Menâni e quella di Favara; né in parte come quella della Cuba: i Sandoval hanno murato le finestre arabe, hanno aperto un balcone, hanno tramutata l’architettura interna... ma gran mercè loro, conservarono o ripararono le mura esterne. 
Ma la peschiera, la grande peschiera che si allargava innanzi al palazzo, come un gran lago, e nelle cui acque tranquille si rispecchiava l’alta mole di Guglielmo I, non è più; né meno le vestigia rimangono. 
Bella peschiera, ampia due mila e cinquecento piedi quadrati, circondata da mura artifiziosamente “reticulate”, nel cui mezzo, come isola natante, sorgeva una loggetta quadrata, sormontata da una cupola dorata e illuminata da due finestre; dal palazzo all’isola si stendeva un ponte, al quale, come a un molo, ancorava la barchetta dal padiglione di seta...


Luigi Natoli: Amore e morte. Storie e leggende volume 1.
L'opera è la fedele trascrizione di tutte le "Storie e leggende", molte delle quali mai più pubblicate, scritte dall'autore nell'apposita rubrica del Giornale di Sicilia, dal 12 febbraio al 31 dicembre 1889
Pagine 386 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno. 

Il volume è disponibile: 
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo raccomandata postale o corriere in tutta Italia)
Su Amazon Prime e tutti gli store online. 
In libreria presso: 
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour di fronte La Feltrinelli) 

mercoledì 15 ottobre 2025

Luigi Natoli con pseudonimo di Maurus: Amore e morte. Storie e leggende volume I. Indice della raccolta

Con questo primo volume inizia il recupero e la pubblicazione, a opera dei I Buoni Cugini Editori, di tutte le numerosissime “Storie e leggende” scritte da Luigi Natoli sul Giornale di Sicilia con lo pseudonimo di Maurus, a partire dal 12 Febbraio 1889. 
Tutte le “Storie e leggende” pubblicate in questo primo volume, e nei numerosi che seguiranno, sono fedelmente trascritte seguendo il rigoroso ordine cronologico di apparizione sulle pagine del Giornale di Sicilia, affinché il lettore possa osservare nel corso di oltre cinquant’anni, l’evoluzione dello stile letterario dell’autore, godendo appieno della sua crescita verso la maturità, ove tale crescita si possa ravvisare. 
Molte delle "Storie e leggende" di questo primo volume non hanno mai goduto di una successiva pubblicazione, quindi, a 136 anni di distanza, hanno oggi il sapore di inediti. 

Indice della raccolta: 

12 febbraio 1889: Preludio                           
17 febbraio 1889: Qui si conta del Conte Ruggeri...
25 febbraio 1889: La Zisa                             
11 marzo 1889: L’elsa del pugnale                
17 marzo 1889: Il piede del Crocifisso                     
26 marzo 1889: Gamma Zita                        
28 marzo 1889: Pei begli occhi di Margherita           
31 marzo 1889: Camiola Turingia                            
6 aprile 1889: L’abadessa di Santa Chiara
13 aprile 1889: Capo Feto                            
18 aprile 1889: Fuga d’amore                       
20 aprile 1889: La moglie di re Ladislao                   
10 maggio 1889: Lo Steri                                          
14 maggio 1889: Le gesta di Galeazzo                     
19 maggio 1889: Un eroe                                          
23 maggio 1889: L’Esodo                             
27 maggio 1889: La pazzia del signor Bernardo       
1 giugno 1889: Il ballo della morte               
5 giugno 1889: La morte di donna Aldonza  
9 giugno 1889: La vendetta                          
15 giugno 1889: Ritorno                                           
20 giugno 1889: Un tumulto                         
25 giugno 1889: Nel bosco                           
30 giugno 1889: La processione del Giovedì Santo  
8 luglio 1889: Il riscatto del barone              
22 luglio 1889: La giornata di Giorgio Comito         
5 agosto 1889: L’assalto                                           
15 agosto 1889: L’eccidio                             
16 settembre 1889: L’ospitale                                  
30 settembre 1889: Mastro Polidoro             
9 ottobre 1889: Bellacera                                         
10 dicembre 1889: Il bandito del bosco                   
11 dicembre 1889: Amore e morte               
12 dicembre 1889: Una festa                        
13 dicembre 1889: Quel povero signor Vincenzo!    
18 dicembre 1889: L’alluvione                                 
21 dicembre 1889: La Baronessa di Carini    

Una raccolta unica nella sua vasta complessità, frutto di tanto lavoro e di accurate ricerche, che nel suo insieme consegna al lettore contemporaneo la visione completa del grande scrittore Palermitano che tanto amò la sua Sicilia.     

Pagine 381 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno

Il volume sarà disponibile: 
dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo raccomandata postale o corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store online
In libreria presso: 
 La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour di fronte La Feltrinelli)       


lunedì 6 ottobre 2025

Luigi Natoli: Amore e morte. Storie e leggende volume 1 Dal 20 ottobre 2025 sarà disponibile il 40° volume della Collana dedicata alle opere dell'autore edita I Buoni Cugini Editori

Con questo primo volume inizia il recupero e la pubblicazione, a opera dei I Buoni Cugini Editori, di tutte le numerosissime “Storie e leggende” scritte da Luigi Natoli sul Giornale di Sicilia con lo pseudonimo di Maurus, a partire dal 12 Febbraio 1889. 
L’intenzione del grande scrittore palermitano era quella di narrare la storia della Sicilia usando l’originale formula del racconto o leggenda storica e nel primo articolo dell’apposita Rubrica, intitolato Preludio, si rivolge a una “dolce signora”, esponendo così il piano dell’opera: 

“…Io vi condurrò nella casa del Saraceno, o nella Torre dei diavoli, dove gli spettri dei Chiaramonte decapitati vengono di notte fra stridori di catena ed urli bestiali... E se un amore vi fa palpitare, io vi mostrerò dove e perché Manfredi Chiaramonte e Francesco Ventimiglia vennero alle armi, e vi condurrò innanzi alla sanguinosa impronta di Caterina La Grua, e vi farò assistere alla morte di Aldonza Santapau e di Pietro Bellopede... Volete storie di briganti? magnanimità del buon tempo di re Artù fra lo scoppio degli odii e le battaglie sanguinose? Spettacoli, torneamenti, rappresentazioni, auto da fè? Ditelo; ed io vi condurrò; e insieme penetreremo e interrogheremo tutte le vie, le case, le chiese; rievocheremo le vecchie leggende, trarremo dal sepolcro paurosi spettri ed ombre eroiche, leggeremo virtù magnanime e sanguinosi misfatti…”

Per ben distinguere i volumi, oltre alla numerazione, diamo ad ognuno il titolo di un racconto compreso nel libro: il primo per l’appunto è “Amore e morte”; in esso il lettore troverà le Storie e leggende pubblicate dal 12 febbraio al 31 dicembre 1889.


Luigi Natoli: Amore e morte. Storie e leggende volume 1.
L'opera è la fedele trascrizione delle Storie e leggende pubblicate in ordine cronologico sul Giornale di Sicilia dal 12 febbraio al 31 dicembre 1889. 
Pagine 386 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal 20 ottobre 2025

martedì 30 settembre 2025

Luigi Natoli: Ed ecco la piccola città di Cefalù... Tratto da: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie

Ecco sotto una rupe la piccola città di Cefalù, che è anch’essa molto antica, ed aveva un castello formidabile sulla rupe che domina la città, del quale si vedono ancora gli avanzi.
Le due torri, che si levano sulle case, sono i campanili del Duomo, importantissimo pei suoi musaici, che sono forse i più belli di Sicilia. È dedicato al Salvatore.
Narrano le storie che il re Ruggero, nel 1131, navigando, fosse stato sorpreso da una terribile tempesta nel mare di Cefalù, e avesse fatto voto di erigere una chiesa al Salvatore, se fosse scampato. E mantenne il voto, due anni dopo, facendo costruire questa chiesa, che è uno dei più bei monumenti del secolo dodicesimo.
E andiamo avanti. La strada ferrata ora rasenta la costa, ora entra in gallerie: la spiaggia è pittoresca; a destra si spiegano valli, colline e monti che offrono bellissime vedute; e qua e là si vedono paesi mezzo nascosti tra boschi o schierati sui monti. Nei tempi antichi v’erano in queste contrade città fiorenti: ora appena si trovano le rovine di qualcuna di esse.
Passiamo dinanzi a Milazzo, che sorge sopra un promontorio, dominata da un castello che una volta difendeva la città: ora è un monumento. Anticamente essa si chiamava Mile. Nel suo mare il console romano Duilio sconfisse la flotta cartaginese, 260 anni prima dalla nascita di Gesù. Ma il ricordo più vicino e non meno glorioso è il fiero combattimento del 20 luglio 1860, nel quale i Garibaldini sconfissero le truppe borboniche, e si aprirono la via per andare a Messina.


Luigi Natoli: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie. 
L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato nel 1925 con le Industrie Siciliane Riunite e corredato dalle foto dell'epoca. 
La copertina di Niccolò Pizzorno riproduce esattamente quella originale. 
Pagine 210 - Prezzo di copertina € 19,00

Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia)
Su Amazon Prime e tutti gli store online.
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La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour di fronte La Feltrinelli) 

Luigi Natoli: Ottobre. Tratto da: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie

Con ottobre siamo in pieno autunno: i giorni vanno accorciando; l’aria si fa più fresca; passano nuvolaglie; cadono le prime acque; i tuoni brontolano. Le foglie degli alberi cominciano a ingiallire: qualcuna, dissecatasi, si stacca dal ramo e cade lenta lenta per terra.
Ma la terra si riveste di verde alle prime piogge: però nei giorni sereni il cielo è di un bell’azzurro; il sole è tiepido, e quando tramonta diffonde sulle cose una luce così vivace, che tutto sembra ardere.
I pettirossi e i verdoni popolano le siepi; i fringuelli lanciano le loro melodie dagli alberi; le cutrettole, così vispe su le zampette esili, saltellano e dan la caccia alle mosche.
Gli alberi producono gli ultimi frutti, quelli che si conservano nell’inverno. È la stagione delle mele rosee e fragranti, delle castagne. Queste piacciono tanto caldarroste, o ballotte, o cotte al forno, o (quando son secche) lesse.
E si maturano le nespole.

Quannu viditi nespuli, chianciti;
chistu è l’ultimu fruttu di la stati.

Ma ottobre è, inoltre, il mese della vendemmia; la vendemmia è la raccolta più festevole dell’anno.
Schiere di uomini e donne, con le forbici o un coltellino in una mano, un paniere o un canestro nell’altra, spiccano i grappoli dalle viti, e cantano alternandosi: il canto si propaga; cantano anche nelle altre vigne; e sembra che tutta la terra canti. Canestri e panieri, quando son pieni, sono da altri uomini versati in corbe, o in bigonce caricate sugli asini, che le trasportano al palmento.
Al tramonto del sole, smesso il lavoro, uomini e donne riprendono a cantare a gara, e intrecciano balletti, spesso al suono della ciaramella e del piffero, o del tamburello. I ragazzi si tingono il musetto col succo dell’uva nera. L’aria odora di mosto, e tutti paiono presi da una certa ebbrezza.
Al palmento vi sono i torchi per pigiar l’uva: il mosto si raccoglie nelle tinozze, e si versa nelle botti. Esso fermenterà e diventerà vino.
Ma in moltissimi paesi di Sicilia non usano ancora i torchi e le altre macchine che si trovano nelle fattorie: si pigia il vino come si faceva anticamente. Uno, due uomini, quanti può contenerne il tino, coi calzoni rimboccati, pestano l’uva coi piedi. Cosa che non è sempre pulita.




Luigi Natoli: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie. 
L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato nel 1925 con le Industrie Siciliane Riunite e corredato dalle foto dell'epoca. 
La copertina di Niccolò Pizzorno riproduce esattamente quella originale. 
Pagine 210 - Prezzo di copertina € 19,00

Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia)
Su Amazon Prime e tutti gli store online.
In libreria presso: 
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour di fronte La Feltrinelli) 

lunedì 29 settembre 2025

Luigi Natoli: Miracoli e superstizioni del 1600 in Palermo. Tratto da: Palermo al tempo degli spagnoli 1500-1700

Spesso una leggenda sognata o ripullulata nel cervello di un isterico, si tramutava in una miracolosa realtà; come avvenne per quella di S. Oliva. Un’antica leggenda diceva che trovato in Palermo il corpo della vergine, il sangue sarebbe corso a fiumane: “pi santa oliva lu sangu a lavina.” Come fu e come non fu, nel Seicento si sparse la notizia che il corpo della santa si trovava sepolto nella via dove si trovava la chiesa di S. Michele Arcangelo, e precisamente innanzi alla chiesa stessa. E allora si rovesciò l’armata di picconi e di vanghe, e zappa e scava per lungo, per largo, in basso e non trovò che acqua. Ragione per cui il 15 ottobre del 1606 il cardinale Doria minacciò la scomunica a chi, sapendolo, occultasse o nascondesse dove era il corpo di S. Oliva. 
Che dire dei miracoli? Quanti ne fece S. Francesco Borgia in un attimo, non li hanno fatti cento nel corso della loro vita. 
Ma uno spettacolo più stupendo ci tramanda Vincenzo Auria, che lo vide con gli occhi suoi. Nell’inondazione del 1668, tra l’infuriare della piena che trascinava tutto quanto trovava rovinando, vide una statuetta di S. Rosalia alta un palmo procedere dritta senza deviare o traballare o ondeggiare; segno evidente – dice l’Auria – che la vergine romita proteggeva la città!
Il 22 gennaro del 1689 vi fu una tempesta di tuoni che mai s’era sentita simile; e dopo acque da non si credere, tanto da allagare le vie e far ricordare le inondazioni del 1557 e del 1667. E dice l’Auria che (e seguo le sue parole) “assalita all’improvviso la Città della giusta ira di Dio, si diè mano al suono delle Campane, implorando da Dio clemenza onde tutto il popolo... piangeva le sue colpe per mitigare lo sdegno di Dio, ed ottenere perdono.”
Altro miracolo. Nel processo per beatificare il padre Girolamo di Palermo, si narra che avendo il padre Firmatura baciata la mano di lui morto, si sentì stringere in modo affettuoso. 
Contro il vento non c’era rimedio che il suono delle campane delle chiese: le campane erano benedette, e il vento era prodotto dai diavoli dell’aria, e come si sa ce n’erano dovunque: nei pozzi, in casa, nei boschi, ecc. E con le campane, sonando a distesa, si era sicuri che il vento cessasse.  Il 15 luglio del 1609 il cardinale Doria ordinò il suono delle campane contro il vento, ed io ricordo che ragazzo vidi scongiurare il vento dalle monache di S. Chiara in Termini Imerese, tanto la superstizione s’era abbarbicata. 
E le locuste o cavallette? Nel 1607 esse infestarono le campagne di Palermo e il Senato dedicò un altare a S. Trifonio nella Cattedrale perché protettore contro le locuste: ma S. Trifonio fu impotente, e le locuste seguitarono a rosicchiare, finchè non si ricorse agli esorcismi. Così ancora nel 1688, quando monsignor Bazzan, dopo aver invocato invano S. Rosalia, S. Agata, S. Oliva, S. Ninfa, eresse un altare fuori Porta Nuova e le scomunicò. 
La scomunica si faceva in questo modo sia in questa occasione sia in altra: il prete delegato dall’Arcivescovo andava in cotta e stola nera, a cavallo d’una mula fuori Porta Nuova o altrove con quattro diaconi anch’essi a cavallo di mule, con torce di cera nera e lì pronunciava la formula della maledizione in latino. Le locuste non se ne davano per intese, manco a dirlo, forse perché non conoscevano il latino. 
Vorrei parlare delle numerose superstizioni che vigevano allora se non fosse che ancora viggono, e non solo in Palermo, ma tra i popoli più inciviliti, come sarebbero il sale sparso, lo specchio che si rompe, l’olio che si spande; mi basta segnare due in uno in Palermo le candele di una forma speciale che si accendevano al “Santo Padre” per aiutare la donna sul parto e le fave benedette da lui che servivano allo stesso scopo. Il “Santo Padre” era da noi S. Francesco di Paola. 
E le fattucchiere? Ci saranno sempre ora come allora, e invano gli arcivescovi come il Doria fulminavano bandi per estirparle, non già perché erano un errore e un orrore, ma perché erano suggerite dal demonio, e inducevano le anime a perdersi. Esse si involavano, sia per fare ritornare l’amore in chi era diventato avverso coi filtri o con gusci d’ova bucherati da spilli, sia con scongiuri; e rivaleggiavano coi medici. Nel 1613 al 30 di Marzo il cardinal Doria fece frustare sette donne e un uomo con le mitre in capo come “magari” ossia fattucchiere. 
Questa la racconta il padre Aquilera, nella sua Storia dei Padri di Gesù ed è la storia di Zambrì. Chi era Zambrì? Uno spirito familiare che non faceva nulla di male, ma che governava due fanciulli amorosamente. Potevano lasciarlo stare, ma il padre gesuita se lo ebbe a male perché era uno spirito diabolico, e lo esorcizzò. Zambrì sparve. E meno male che si trattava di uno spirito o di persona così e così. Ma ci fu un personaggio altolocato che credette agli spiriti. Di fronte a certi fenomeni creduti strani, avvenuti in una certa casa, nel 1586 il marchese di Geraci, allora Presidente del Regno, proibì con un bando di andare ad abitare in quella casa, perché c’erano le “donzelle” che erano anch’esse spiriti diabolici! 
Ma eleviamoci ancora un poco: si tratta della chiesa e della consagrazione dell’Altare Maggiore della Cattedrale. In quell’occasione l’arcivescovo Aedo, nel 1604 “nella busciola se li posero l’infrascritte reliquie, cioè del legno della Santa Croce, delli capelli della Madre di Dio, dell’ossa di Santa Lucia Martire, di San Senatore, di San Viaturi (?) di San Cassaturi (?), di San Nicasio, di San Pelice, di Sant’Agata e di Santa Cristina patroni.” 
Senza ridere. 


Luigi Natoli: Palermo al tempo degli spagnoli 1500-1700. 
L'opera, pubblicata per la prima ed unica volta ad opera de I Buoni Cugini Editori, è la fedele trascrizione del manoscritto dell'autore. 
Pagine 292 - Prezzo di copertina € 20,00
Il volume è disponibile: 
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su Amazon Prime e in tutti gli store online.
In libreria presso: 
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour di fronte La Feltrinelli) 

martedì 23 settembre 2025

Luigi Natoli: Il castello aveva nome di San Nicola... Tratto da: Coriolano della Floresta. Romanzo storico siciliano.

Quando era una fanciulla di diciotto anni, abitava in un grazioso castello, su la riva del mare poco oltre il feudo di Milicia. A le spalle del castello si alzava a balzi la montagna; ai lati poche catapecchie di pescatori, e poi di qua e di là le rive incantevoli dell’ampio golfo di Termini, ora sabbiose, ora irte di rupi.
Il castello aveva nome di S. Nicola.
Terre non ne aveva fuor che un piccolo bosco fra le balze, possedeva però un tratto di mare, dove, alla stagione adatta, si faceva la mattanza dei tonni.
Il castello era formato di una cortina quadrata; difesa da qualche opera interna agli angoli, e di un’alta torre cilindrica, merlata; che dominava la campagna e la marina.
Gli appartamenti non erano vasti.
Fuori del castello v’era una cappelletta dedicata a S. Nicola, donde forse aveva preso nome.
Il castello apparteneva allora ai principi di Cattolica, che l’avevano ereditato dai Crispo: ma nel 1748, per concessione del principe, vi abitava un nobile cavaliere, don Antonio di Casalgiordano, con la sua unica figlia, Virginia.
Era un uomo taciturno e severo, ma aveva una adorazione per la figlia: adorazione tuttavia, che non lasciava trasparire dall’aspetto.
Virginia non aveva conosciuto sua madre, della sua infanzia non ricordava nulla. Ancora bambina era stata posta in un monastero a Messina; a sedici anni il padre che ella vedeva in parlatorio tutte le domeniche, l’aveva ritirata e condotta in quel castello, dove essi vivevano come in un eremitaggio.
Pareva che don Antonio di Casalgiordano fosse geloso di quella sua figlia bella e modesta.
Di quando in quando però egli per gli affari del suo patrimonio si assentava due o tre giorni. Durante la sua assenza il castello era rigorosamente custodito, oltreché dai servi, da due terribili molossi, che non lasciavano avvicinare alcuno.
Era la consegna data alla servitù: per tutt’altro essa doveva ubbidire ciecamente alla fanciulla.
Ma Virginia non faceva pesare il suo governo.
Ella era buona e umana; e aveva anche ammansato e assoggettato con la dolcezza delle sue maniere, ma con la fermezza della sua volontà, i due molossi stessi.
Un pomeriggio tempestoso, in cui il mare, livido e sconvolto, pareva volesse scalzare gli scogli, e minacciava il piccolo villaggio, don Antonio e Virginia se ne stavano affacciati a una finestra, guardando lo spaventevole e stupendo spettacolo.
Tra i flutti, non molto lungi dalla terra, una tartana si dibatteva disperatamente.
Aveva l’albero spezzato. Gli otto uomini che la montavano, aggrappati ai banchi, per non farsi portare via dai marosi, facevano sforzi perché la fragile nave non si capovolgesse.
La furia del mare, le aveva fatto perdere la rotta, e la spingeva verso terra, ma l’equipaggio temeva di andare a picco fra le scogliere, e avrebbe almeno voluto dirizzarsi dove la spiaggia era sabbiosa.
La lotta di quegli uomini contro gli impeti del mare aveva qualcosa di grandioso nella sua tragicità. Essi non parevano atterriti dalla fierissima tempesta; forse la grandezza e l’imminenza del pericolo dava loro quella padronanza di governare la nave in una lotta disuguale.
Ma Virginia tremava; e a ogni sparire della nave sussultava e mandava un grido.
La nave infatti pareva a ogni nuova furia di cavalloni che ne fosse inghiottita; ma riappariva subito dopo sulle creste spumose, per ridiscendere e sparire un’altra volta...




Luigi Natoli: Coriolano della Floresta. Seguito a I Beati Paoli. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1700. 
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato per la prima volta in dispense con la casa editrice La Gutemberg nel 1914. Per la lunghezza, è stato diviso in due volumi.
Copertine di Niccolò Pizzorno. Prezzo di copertina € 30,00
Il volume è disponibile: 
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Su Amazon Prime e tutti gli store online.
In libreria presso: 
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour di fronte La Feltrinelli) 

Luigi Natoli, Giuseppe Pitrè: Spiritoso quel ‘Nòfriu! Tratto da: Il teatro del popolino. Raccolta di scritti sull'Opera dei Pupi e sulle tradizioni cavalleresche in Sicilia

Agli appassionati dell’opra tutto riesce serio e grave, anche ciò che è addirittura una parodia. Ma gli imprudenti non mancano neppure all’opra; e quando un aneddoto, una scena supera i limiti del verisimile o del credibile, qualche esclamazione della platea suona rimprovero al personaggio che parla e per esso a chi dietro le quinte parla per lui. Se la voce della platea è un’accusa alla verità storica del racconto, il personaggio stesso o il buffo del teatro, ‘Nòfriu, fatto venir subito subito sul palcoscenico, rimbecca l’imprudente esponendolo al ridicolo. Tra attore e spettatore impegnasi talvolta un battibecco abbastanza comico per l’uditorio, tutto a scapito di chi ebbe la malinconia d’interrompere la diceria o la rappresentazione, nel qual battibecco i motteggi pepati, anche sboccati di ‘Nòfriu, forte della storia e del suo carattere, riducono al silenzio l’interlocutore, fatto altrimenti tacere dalla disapprovazione pubblica.
Spiritoso quel ‘Nòfriu!
A rallegrare la scena egli viene fuori ora a combattere contro un gigante, in faccia al quale trema come una foglia, ora a far da becchino dopo una terribile strage, ora a dar la burletta a un soldato di guardia, o a qualche persona del criminale, e sempre che giovi interrompere la monotona serietà dei fatti che si svolgono. ‘Nòfriu rappresenta il bell’umore del popolino, di cui prende anche il vestire: berretto (scarzetta), giacchetta, panciotto. In siciliano scherza, chiacchiera, si bisticcia; alla siciliana gesticola e schiamazza; da buon siciliano si rappacia; è scaltro, sospettoso, diffidente, non si lascia di leggieri cogliere in trappola, e l’accocca a chi presume accoccarla a lui. Non parla, non si muove per poco che non esca in lazzi, in frasi, in gesti ridicoli, in motti ed arguzie nate specialmente dallo stroppiamento delle parole. Che se poi sconfina motteggiando, e qualcuno dell’uditorio lo disapprova con un certo suono inarticolato delle labbra, ‘Nòfriu ricorda alla sua maniera il galateo rincarando la dose. Una sera nell’opra di Catania che è rimpetto l’Università, Orlando esce in un vantamento di questa fatta: Con un corpo (colpo) della mia spata fazzo (faccio) sartare la testa a cento paladini. Qui un facchino dell’uditorio imita con la bocca quel tal suono inarticolato, e ‘Nòfriu, lì presente, lo apostrofa: Figghiu di scarana! Lèggiti ‘a storia si non ci cridi! ed il facchino, beffato dal pubblico, rimane scornato. Scene come questa accadono allo spesso, e, se non per gli espedienti di ‘Nòfriu, si troncano per opera di un uomo che, come gli antichi pedagoghi, sta lì con una piccola sferza in mano a mantenere l’ordine meglio d’un questurino, battendola, secondo i casi, sur una panca o trave, o sulla spalla d’un monello ineducato. Ed è notevole questo: che nessuno reagisce o si querela di questo trattamento, mentre fuori il teatro il custode verrebbe altrimenti caricato d’ingiurie e peggio. Ma all’opra bisogna abbozzare e striderci sopra.
Qualche oprante amico della novità ha messo da parte ‘Nòfriu e preso Peppi-e-Ninu, altra maschera che, sott’altro nome, riproduce, senza che ne scatti un pelo, ‘Nòfriu; ma i buongustai e gli amici del passato non ponno lodare questa sostituzione ingrata verso un carattere che per secoli li ha fatti ridere e divertire. Al Peppi-e-Ninu s’è anche sostituito Virticchiu, che è sempre l’erede legittimo di ‘Nòfriu; ma consolati, o buon ‘Nòfriu, chè sei sempre tu l’antico genio burlesco dell’opra; e tutti i Peppi-e-Nini e tutti Virticchi nati e nascituri spariranno di fronte alla tua sicilianesca figura!
(Nella foto, da destra: ‘Nòfriu, una dama e Virticchio, opera del maestro Vincenzo Argento. Teatro dei Pupi famiglia Argento, Via P. Novelli 1/a, Palermo) 


Luigi Natoli, Giuseppe Pitrè: Il teatro del popolino. Raccolta di scritti sull'Opera dei Pupi e sulle tradizioni cavalleresche in Sicilia. 
Pagine 270 - Prezzo di copertina € 20,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Europa)
Su Amazon Prime e tutti gli store online. 
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour di fronte La Feltrinelli) 

Luigi Natoli, Giuseppe Pitrè: Orlando paladino! Facciamogli largo perchè la sua spada Durlindana è terribile... Tratto da: Il teatro del popolino.


Orlando paladino! Facciamogli largo, perchè la sua spada Durlindana è terribile: spacca una montagna in due, come se fosse un cocomero. È il terrore dei Saraceni, dei ladroni, dei birbanti; perchè è saggio quanto valoroso, ama la giustizia, e non può tollerare le prepotenze. Senza Orlando, Carlo Magno imperatore non varrebbe un fico secco; i Saraceni si piglierebbero Parigi, e quel traditore di Gano di Magonza farebbe morire tutto il fiore dei paladini. 
Bello Orlando, non è vero? con la sua armatura di ottone nichelato, che pare argento; elmo piumato, con la visiera mobile; corazza, sopravveste verde, gambali, scudo... Ha un occhio storto, ma non monta. Eccolo piantato in mezzo al campo, e sfidare, con un vocione da mettere paura, i Saraceni; ecco avanzarsi Ferraù di Spagna, gigantesco, barbuto e valoroso Saraceno. Ed eccoli l’uno e l’altro scambiarsi male parole, sguainare le spade, e menar colpi terribili, zan! zan!... E l’organino suona qualche cosa che accompagna il ritmo dei colpi.
L’organino? Ah, guarda, eravamo così assorti ad ammirare Orlando che avevamo dimenticato di dire che il terribile paladino non è un uomo d’ossa e di carne, ma un omino di legno; e che il campo, sul quale compie le sue prodezze, è il palcoscenico di un teatrino; il teatrino del popolo, l’opra di Pupi, o semplicemente l’Opra. 
I ragazzi del popolo, i monelli di piazza, i contadinelli, che non possono andare nei grandi teatri, dove si cantano le opere e dove bravi attori recitano commedie e drammi, accorrono all’Opra, dove gli attori di legno recitano come quelli di carne. Ed essi li conoscono tutti di nome e di qualità: Carlo Magno, Orlando, Rinaldo, Malagigi, Oliveri, Bradamante, Ruggero, Ferraù, il vecchio Sobrino, il re Gradasso... 
E quando Orlando punisce un birbone, applaudiscono furiosamente; e quando un traditore ne trama qualcuna, essi lo vituperano e gridano alle vittime designate dai traditori, di guardarsi, come se quelle teste di legno potessero veramente sentirli. 
Essi amano i valorosi, ma non i prepotenti; amano la lealtà, ma odiano gli ipocriti; amano i generosi, ma vituperano i crudeli e bestiali. 
Le belle azioni, i nobili sentimenti, le virtù umane ci commuovono e ci empiono di entusiasmo, anche se i personaggi sono di legno...
(Nella foto: il paladino Orlando, realizzato dal maestro Vincenzo Argento - Teatro Opera dei Pupi famiglia Argento, via Pietro Novelli 1/a, Palermo) 



Luigi Natoli, Giuseppe Pitrè: Il teatro del popolino. Raccolta di scritti sull'Opera dei Pupi e sulle tradizioni cavalleresche in Sicilia. 
Pagine 270 - Prezzo di copertina € 20,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Il volume è disponibile:
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lunedì 14 luglio 2025

Luigi Natoli: Santa Rosalia fu dichiarata patrona della città di Palermo... Tratto da: Almanacco del fanciullo siciliano

Narrano gli scrittori di storie religiose, che alla corte del re di Sicilia, Gugliemo il Buono, c’era un cavaliere, parente del re, di nome Sinibaldo, signore del monte Quisquina; il quale aveva una figlia, giovinetta bellissima, che si chiamava Rosalia, virtuosa e tutta data alla preghiera.
Ora molti la domandavano in isposa, ma essa si rifiutava, perché voleva consacrarsi a Dio; e per sottrarsi alle nozze, fuggì di casa. Pellegrinando, andò a ricoverarsi in certe grotte del monte Quisquina, dove visse, cinta di rozzo saio, nutrendosi di erbe e bevendo acqua fresca con una ciotola. Così passava i giorni in penitenze e in preghiere.
Dal monte Quisquina, a piedi, valicando aspre montagne, venne verso Palermo: arrampicatasi sul monte Pellegrino, vi trovò una grotta, e ne fece la sua abitazione.
Ivi trascorse il resto della vita; ivi morì ignorata: ma poi la fama del suo pellegrinaggio si sparse; e sul monte Pellegrino fu eretta una piccola chiesa in suo onore. Se non che, non si sapeva dove fosse sepolta, per quante ricerche si facessero.
Nel 1624 Palermo fu afflitta da una fiera pestilenza: la gente moriva a centinaia, e non valevano rimedi di medici, nè preghiere e penitenze ad arrestarla. A chi ricorrere?
Quand’ecco un giorno un cacciatore si presenta all’arcivescovo, e gli dice di aver veduto santa Rosalia, che gli aveva indicato il punto preciso dove erano le sue ossa; e lo aveva incaricato di farle togliere e trasportare in Palermo.
E allora vanno sulla montagna; trovano la grotta, scavano, e proprio nel punto indicato trovano le ossa. Era il 15 di luglio. Subito le mettono in un’urna, le portano in processione per tutta la città, e le depositano nel Duomo, dove poi fanno alla Santa un’arca d’argento, che è una bellezza.
La peste indi a poco cessò; santa Rosalia fu dichiarata patrona della città di Palermo; e ogni anno in luglio si celebrano grandi feste, che una volta duravano dall’11 al 15 luglio, poi si restrinsero a tre giorni. Si chiamavano il Festino; e un tempo erano così magnifiche e famose, che da ogni parte accorreva gente in Palermo, per ammirarle.


Luigi Natoli: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie.
L'opera è la fedele trascrizione del volume originale pubblicato da Industrie Riunite Editoriali siciliane nel 1925 e corredata dalle immagini originali.
Pagine 210 - Prezzo di copertina € 18,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Il volume è disponibile: 
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Consegna gratuita per chi ordina da Palermo. Selezionare dal menu a tendina del carrello il codice postale 90100. Consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia. Contattaci alla mail ibuonicugini@libero.itTutti i volumi sono disponibili Amazon Prime e Feltrinelli/Ibs.
In libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour di fronte La Feltrinelli)

Luigi Natoli: Il Festino nella Palermo di fine settecento. Tratto da: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano

Corrado intanto gironzolava per tutti quei vicoli a lui noti, guardando con infantile compiacimento la luminaria in onore della “Santuzza”. Centinaia di lampioncini di carta colorata, penduli da festoni di verdi fronde distesi pel largo dei vicoli, un dopo l’altro formavano, visti da lontano, come dei soffitti luminosi. Sui muri delle case imbiancate di fresco ignoti pittori avevano dipinto in rosso e turchino delle colonne e dei vasi mostruosi con dei fiori inverosimili; e dei chiodi appaiati infissi lungo il contorno reggevano piccole lampadine di terra cotta, che spandevano intorno con la luce rossastra il sito dell’olio da ardere. Ogni edicola di santi era illuminata con candele di cera, e ornata di parati di carta; qua e là una tavola era stata trasformata in altare, coperta di un pezzo di stoffa rossa, e di una tovaglia, e su fra candele e mazzi di fiori freschi che tramandavano l’acuto odore della gaggia e del gelsomino, un quadro rappresentante Santa Rosalia, coronata di rose, col rocchetto di pellegrina e il crocifisso e il teschio in mano; ovvero un gruppo di cartapesta raffigurante Santa Rosalia e il “saponaro” vestito da cacciatore, inginocchiato ai piedi della “Santuzza”. Qua e là dinanzi le bettole, dinanzi le case, lunghe tavole e banchi, e boccali e bicchieri, e vino scintillante nei bicchieri, sparso sulle tavole, fragrante e spumoso; e piatti nei quali nuotavano nella salsa di pomodoro galletti o chiocciole; e montagne di mandorle, ancora chiuse nel mallo verde; e polpi bolliti, dai lunghi tentacoli bruni; e da ogni parte una folla che mangiava, beveva, cantava, annegava nella baldoria le tristezze della vita e della povertà; dimenticando anche che per quell’ora di gioia aveva portato la roba al Monte di Pietà. Ma bisognava onorare la “Santa”. La “Santa” per eccellenza è la gentile e poetica romita del monte Ercta, o Pellegrino; la figlia di Sinibaldo, discendente di Carlo Magno, nel cui nome si confondono i nomi della bellezza e del candore: Rosa et lilia, rose e gigli; la taumaturga che proteggeva la sua città natale dai più tremendi flagelli: fame, peste, terremoto e fuoco.
La stessa luminaria più ricca era nelle strade che quell’anno avrebbe percorso la processione dell’urna argentea contenente le miracolose reliquie della vergine romita. Uscendo sul Cassaro o Toledo, lo spettacolo era veramente maraviglioso, e quale nessuna immaginazione potrebbe raffigurare. Le due strade Toledo e Nuova, erano due torrenti di fuoco, due incendii. Per tutta la loro lunghezza eran fiancheggiate da assi di legno intagliate e dipinte maestrevolmente a forma di colonne con vasi, di pilastri, obelischi, statue; dette con unico nome “piramidi”; sulle quali si innalzavano archi di trionfo; e piramidi e archi tempestati di lampadine che seguivano, commentavano, brillavano il disegno, diffondendo intorno una luce viva e uguale. Ai balconi delle case lampioni, candele, lampadari, candelabri; e giù per le strade una folla straordinaria lieta, contenta, ma tranquilla, composta, senza nessuna di quelle clamorose dimostrazioni di gioia che son proprie dei popoli meridionali. Si udivano chiaramente le voci dei venditori ambulanti di semi di zucca e fave tostate, di chiocciole, di acqua e fumetto, biscotti e leccornie. Si aspettava la discesa del “Carro”, il famoso carro trionfale, che era la maraviglia delle maraviglie. Ed esso si vedeva da lontano, torreggiante sulla strada, tremolante nel suo lento avanzarsi, tutto splendente di lumi e di ori e di fiori. Aveva la forma di una barca, su quattro ruote, tirata da cinquanta mule bardate e montate da palafrenieri vestiti alla spagnuola; sulla nave si ergeva una specie di tempietto di stile corinzio, coronato di nubi, circondato di angeli nudi, e su, in alto, così in alto da oltrepassar quasi i tetti dei palazzi, si librava, come in atto di spiccare il volo pel cielo, il simulacro della vergine romita, con le vesti svolazzanti. Giù nei gradini del tempietto i musici sonavano a perdifiato: a ogni fermata del carro si cantava la frottola, specie di lauda in onore della vergine, che veniva composta ogni anno da un poeta ufficiale.
Per tre giorni di seguito il carro attraversava la città. Saliva nel pomeriggio del primo giorno del Festino, l’11 di luglio, da Porta Felice e si fermava al piano del palazzo reale. Ridiscendeva la sera dopo, tutto illuminato, ed era lo spettacolo più grandioso della festa, dopo il vespro solenne nel Duomo; certo il più attraente e caratteristico. Le altre parti della festa, come le corse dei berberi, lo sparo dei fuochi artificiali, la processione, il trasporto delle “bare” e dei “cilii”, eran sì splendide e magnifiche, ma non avevano quella grandiosità inesprimibile del Carro, e dell’illuminazione del Duomo. Eran tre anni che Corrado non vedeva quelle feste così caratteristiche della sua città; e per quanto i suoi nuovi sentimenti gli facessero rimpiangere con certo dolore il folle sciupìo di tante migliaia di scudi, quando la miseria, l’ignoranza, l’abbrutimento asservivano la popolazione, pure non sapeva frenare le dolci commozioni che quegli spettacoli suscitavano nel suo cuore, col destarvi le memorie della sua fanciullezza e la dolcezza amara dei dolori che avevano annebbiata la sua gioventù.



Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano.
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913.
Pagine 880. Prezzo di copertina € 25,00
Il volume è disponibile:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Consegna gratuita per chi ordina da Palermo. Selezionare dal menu a tendina del carrello il codice postale 90100. Consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia. Contattaci alla mail ibuonicugini@libero.it
Tutti i volumi sono disponibili Amazon Prime e Feltrinelli/Ibs.
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La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour di fronte La Feltrinelli)

martedì 8 luglio 2025

Luigi Natoli: Quel Festino del 15 luglio del 1820. Tratto da: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro.

La sera del 15 luglio 1820, la via Toledo sfolgorava di luce, formicolava di gente. Era l’ultimo giorno di quel famoso “Festino” di Santa Rosalia, padrona di Palermo; che per la singolarità degli apparati, per la magnificenza degli spettacoli chiamava a Palermo una folla di isolani e stranieri. 
Quella sera la luminaria fiammeggiava più delle sere precedenti. Pareva che le lampadine infisse lungo i contorni e i disegni delle “piramidi” avessero una specie di allegrezza luminosa. Le “piramidi” erano assi di legno, ritagliate a foggia di colonne, con vasi, od obelischi, e dipinte a colori, che si piantavan diritte lungo i marciapiedi, per tutta la lunghezza della strada, pieni di lampadine a olio. Con esse, con le lampade colorate pensole dai festoni, distesi pel largo della strada, o attaccate alle ringhiere dei balconi, la via Toledo prendeva un aspetto fantastico: vista da una delle estremità, sembrava sommersa nel fuoco. In fondo alla via, sul limite della piazza Marina, torreggiava in un nembo di luce e d’oro il “Carro”, sul quale tra nuvole di bambagia spiccava il simulacro di Santa Rosalia.
Quella sera la folla era maggiore, e aveva un aspetto più gaio. Negli occhi, nei gesti, v’era come il riverbero di una gioia, che non si sa né si può nascondere: v’era una irrequietezza, come di chi aspetti una letizia, che sa, e che tarda a venire. Gente si fermava, barattava saluti e parole, con vivacità di tono e di gesti: i più espansivi si abbracciavano. Qua e là si formavan crocchi e capannelli; che si allargavano e ostruivano il passaggio: ma ecco una fiumana d’altra gente fender la folla, urtare, scomporre il crocchio, trascinarne parte con sé.
Curiose fiumane di giovani e vecchi, di frati e preti, di cittadini e di soldati, a braccetto, o tenendosi per mano, affratellati da un sentimento di gioia, che traluceva dai volti, canticchiando e battendo il passo, avevano sul petto, sulle risvolte delle vesti, sulla tonaca una coccarda nera rossa e turchina: alcuni vi avevano aggiunto un nastro giallo con l’aquila siciliana stampata in nero.
Tutta la via Toledo formicolava di queste fiumane, che si raggiungevano, si fondevano, formavano una massa rumorosa, mobile; che scendeva giù, verso la piazza Marina, si fermava dinanzi al “Carro”; guardava in su, l’immagine della “Santa” librata fra le nubi, sulla cui veste candida e luminosa svolazzava un nastro nero, azzurro e rosso. E allora gridavano:
- Viva Santa Rosalia!
Una voce aggiunse:
- Viva la Costituzione!
Parve il razzo aspettato per dar fuoco alle polveri. Da tutte le bocche proruppe quel grido: - Viva la Costituzione! –; e così terribile che ne tremarono i vetri delle case vicine; migliaia di mani sventolarono in aria cappelli e fazzoletti: il grido si propagò, risalì per la via Toledo, più alto, più entusiastico: la città trasaliva, scossa da quell’irrompere di un sentimento lungamente represso; e pareva che i suoi polmoni si allargassero, come bevendo un’aria nuova e più pura. Il giorno innanzi, 14, con la feluca di padron Catalano era arrivata da Napoli la grande notizia della rivoluzione, e aveva prodotto un senso di lieto stupore, destando liete speranze. Rivoluzione? Proprio? Se ne domandavano i particolari, che passando di bocca in bocca s’ingrandivano, prendendo proporzioni e atteggiamenti eroici. I nomi dei due ufficiali Morelli e Silvati, che la notte di S. Tebaldo, alla testa di uno squadrone di cavalleria, avevano gridato, a Nola, la costituzione di Spagna, furono circonfusi di gloria, con quelli del colonnello De Concillis e del prete Minichini. Tutti carbonari! La loro marcia su Avellino, la sollevazione di quel presidio, la formazione di un corpo d’esercito costituzionale che si trascinava dietro il popolo: la rapidità con la quale la rivoluzione si diffondeva, sembravan miracoli. E il re? Quel traditore di re Ferdinando? Aveva cominciato dallo spedire il generale Guglielmo Pepe contro i costituzionali; senza sapere che Pepe era carbonaro anche lui! Ed ecco Pepe alla testa dei costituzionali entrare in Napoli, e il re concedere e giurare la costituzione! Una rivoluzione compiuta senza spargimento di sangue! Non aveva finito di parlare che dalla strada salì un grido confuso, come di un impeto di vento che s’avvicini e cresca di forza, rotto e dominato con frequenza di raffiche di applausi ed evviva. Tullio disse allora:
- La dimostrazione! Venite!
Si affacciò al balcone, tirandosi dietro la fidanzata, la suocera, e lo stesso signor Anselmo curioso, ma pavido. Uno spettacolo magnifico si offerse ai loro occhi. Dalla strada Toledo veniva un vero esercito di sotto-ufficiali, e soldati e cittadini a braccetto, con la coccarda tricolore sul vestito. Venivano preceduti da un ufficiale, gridando:
- Viva la Sicilia! Viva la costituzione! Viva l’indipendenza!
Al loro passare le confratie, e le corporazioni artigiane che si recavano al Duomo per prendere parte alla processione di Santa Rosalia, sollevavano ed agitavano gli stendardi, i gonfaloni; e dalle finestre, dai balconi, dai marciapiedi, la folla univa il suo grido a quello dei dimostranti; le donne sventolavano i fazzoletti, gli uomini battevano le mani e agitavano i cappelli; tutti accesi dallo stesso entusiasmo. Ordinato, solenne, grandioso, fra lo scintillare delle lampade e dei lampioni, il corteo procedeva verso il palazzo reale. Pareva celebrasse il trionfo dopo una lunga guerra, e assaporasse i frutti di una vittoria tanto più grande e strepitosa, quanto improvvisa. Nessuno dubitava che la Sicilia riavesse il suo parlamento, da parecchi anni soppresso con la frode; e che le nuove libertà darebbero al regno novello splendore.
Quando la dimostrazione passò sotto il balcone del signor Anselmo, Rosalia e la mamma, trasportate dall’entusiasmo generale, si misero a sventolare anch’esse i fazzoletti, con gli occhi umidi di commozione e Tullio si diede a gridare:
- Viva l’indipendenza!
La testa del corteo aveva appena oltrepassato i Quattro Canti quando improvvisamente si arrestava; e quel movimento ripercosso nella fila di dietro produsse un ondeggiamento, un rigurgito improvviso, grida di minaccia e di spavento di cui quelli che venivano dietro, non sapevano il perché. Parve che diffondessero uno sgomento, un terrore, come se un esercito terribile fosse piombato su la folla inerme...


Luigi Natoli: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro – Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1820, al tempo della Rivoluzione e delle Vendite carbonare; il tutto vissuto attraverso le avventure del protagonista, Tullio Spada. 
L’opera è la fedele trascrizione del romanzo originale, pubblicato dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930 ed è arricchito dai disegni di Niccolò Pizzorno.
Pagine 342 – Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.

Il volume è disponibile:
dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
(consegna gratuita a Palermo. Consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia)
Disponibile su Amazon Prime e tutti gli store online. 
In libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 76), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15)