lunedì 14 febbraio 2022

Luigi Natoli: I mille e un duelli del bel Torralba. Un inedito di lusso

Tranne qualche rara eccezione tutti i romanzi di Luigi Natoli furono pubblicati in appendice al Giornale di Sicilia con lo pseudonimo di William Galt. Alcuni di questi ebbero la fortuna di essere stampati in libro grazie all'interessamento di qualche casa editrice, mentre altri rimasero nelle ingiallite pagine dei giornali abbandonati a un ingrato oblìo. Dal 2014 I Buoni Cugini editori, dopo un complesso lavoro di ricerca e ricostruzione, hanno pubblicato questi romanzi dimenticati e finalmente capolavori come Squarcialupo, Alla guerra!, Gli ultimi Saraceni sono stati restituiti al pubblico, alcuni a distanza di cent'anni. I mille e un duelli del bel Torralba è l'ultima delle opere da noi strappata all'abbandono, ed oggi, a più di novant'anni dalla pubblicazione sul Giornale di Sicilia della prima puntata, rivive in libro incontrando nuovi lettori proprio come un inedito. Un inedito di lusso. 
Fabrizio è il secondogenito della nobile famiglia dei Torralba. In base alle leggi del tempo, titoli e ricchezze sono tutti del primo figlio maschio. A lui e al fratello minore spetta solo il cavalierato e un misero assegno mensile, troppo poco per chi ha lo smisurato bisogno di affermarsi nella società che conta. Troppo poco per chi ha un temperamento irrequieto e ribelle: per chi ama l'avventura, le donne, la bella vita e tutto questo per Fabrizio è sempre poco e tutto converge nella punta della sua lama. Strana vita la sua, che l'obbligava a stare sempre con una spada in pugno. Ma Fabrizio è anche portatore dei nobili valori dell'animo, e accorre di continuo in difesa degli oppressi e indifesi. Tutela il suo onore e quello di chi gli sta accanto, meglio se è di una bella dama. 
In questo romanzo del grande narratore siciliano, Fabrizio di Torralba non è l'unico protagonista: egli divide le scene con la ricchissima Palermo borbonica dei primi dell'800, fedele al Re e al contempo incubatrice di idee giacobine, sotto l'influenza inglese e la rassegnazione di un popolo affamato. 

Luigi Natoli: I mille e un duelli del bel Torralba. Opera inedita. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine ‘700, nei primi anni della dominazione borbonica. L’opera, mai pubblicata in libro, è stata costruita e trascritta dal romanzo originale, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1926.
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Pagine 456 – Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store online. 
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Nuova Ipsa (Piazza Leoni) 

Luigi Natoli: Non solo duelli... Tratto da: I mille e un duelli del bel Torralba. Romanzo storico siciliano

 
I duelli furono due, fissati per le ore mattutine: il primo col duca di Campolongo, a dodici ore, dietro S. Francesco di Paola; Fabrizio ebbe un colpo al fianco, che se fosse stato un pollice più in qua, l’avrebbe trapassato da una parte all’altra: fortunatamente sfiorò l’osso dell’anca. Il duca invece ebbe una stoccata al braccio, così profonda, che non potè più reggere la spada. L’altro duello ebbe luogo a tredici ore, nello stesso campo. L’avversario di Fabrizio era il conte di Rosmarina, sorteggiato fra i cinque cavalieri, che erano intervenuti in corpo per assistere allo scontro; la presenza dei quali fece impallidire Ribera, che aveva accompagnato l’amico. Il conte di Rosmarina era un buon tiratore; e lo scontro fu vivace e lungo; senza che i due avversari giungessero a scalfirsi. A un certo punto uno dei quattro signori che assistevano si interpose: bastava: non c’erano offese così gravi da doversi lavare col sangue; i due avversari avevano dato prove più che sufficienti di coraggio e di maestria nelle armi; di esser capaci di sostenere le proprie idee; pregava che posassero le spade; non potendo permettersi che due gentiluomini così valorosi si uccidessero per una parola vivace che forse il cavaliere Torralba da vero cavaliere in cuor suo riprovava.
Allora Fabrizio disse: - Per quanto mi riguarda, dichiaro che io non ho nessun sentimento di odio per prolungare questo duello; ma sono a disposizione del conte; e tocca a lui troncarlo o no.
- Ebbene, signore, – disse il conte, – io sono soddisfatto.
- Ed allora, signori miei, vi prego di accogliere le mie scuse per una parola alla quale non era nelle mie intenzioni di attribuirle un significato lesivo dell’onore delle signorie vostre.
Finì, naturalmente, con una pacificazione generale: erano giovani, senz’odio, pel cui animo il puntiglio, una volta soddisfatto non lasciava tracce. Ritornarono tutti insieme, lieti che la contesa fosse finita senza sangue e con onore di tutti; ma più lieto era Ribera che, deposta ora la paura, aveva assunto la sua aria spavalda e ripresa la parlantina. Fabrizio ritornò a casa, dove nessuno sapeva dei suoi duelli; e avendo fame si fece servire una tazza di cioccolato aspettando l’ora di andare dal Capitano di Giustizia, per domandargli con le buone o con le cattive la liberazione del servitore.
La saletta dove egli sorbiva il cioccolato, aveva una piccola finestra un po’ alta che dava in un cortile appartenente ai padri delle Scuole pie, e dove in certe ore i ragazzi che frequentavano la scuola del pianterreno, facevano la ricreazione. Proprio quella era una di queste ore; e Fabrizio, in mezzo al chiasso, sentì a un tratto levarsi alte grida di dolore.
- Che diavol fanno quei ragazzi? Si ammazzano?...
Le grida continuavano laceranti; egli non ne potè più; ubbidendo al suo istinto di accorrere dovunque udiva piangere e gridare, trascinò la tavola sotto la finestra, vi montò sopra, e sporse il capo. Vide in mezzo alla corte un frate grande e fatticcio, che menava colpi furiosi con una ferula sul dorso di un ragazzetto che, tenuto a cavalcioni da un altro giovane, urlava a ogni sferzata e implorava pietà.
Lo spettacolo era ripugnante: Fabrizio si ricordò della Quinta Casa; per mettervi fine, gridò:
- Padre, mi faccia la grazia di perdonare quel povero ragazzo.
Il frate alzò gli occhi, cercò, vide quella testa che sbucava fuori da quella finestra che pareva un buco, e non rispose; anzi alzò la ferula per continuare il supplizio...


Luigi Natoli: I mille e un duelli del bel Torralba – Opera inedita. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine ‘700, primi anni della dominazione borbonica. L’opera, mai pubblicata in libro, è stata costruita e trascritta dal romanzo originale, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1926.
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Pagine 456 – Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store online.
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Nuova Ipsa (Piazza Leoni) 

Luigi Natoli: I duelli di Fabrizio di Torralba. Tratto da: I mille e un duelli del bel Torralba. (romanzo storico siciliano)

Strana vita la sua, che l’obbligava a stare con una spada in pugno. E tuttavia egli riconosceva che non era un attaccabrighe: vivace sì, e insofferente di prepotenze e ingiustizie; e se si batteva gli era appunto per questo. Facendo l’esame della sua vita si trovava già con una ventina di duelli sulla coscienza. Gli ultimi sostenuti a Parigi non avrebbero potuto essere più buffi, salvo uno, con quel capitano Verger che aveva creduto di offrirsi come un successore di Montlimar e aveva suscitato lo sdegno di Rosalia. Fabrizio aveva trovato ingiuriose quelle proposte, il capitano gli aveva detto che non aveva bisogno di lezioni; Fabrizio aveva rimbeccato, ne era corsa una sfida, si erano battuti, il capitano aveva ricevuto un colpo alla testa che lo aveva tenuto per un mese a letto: Fabrizio un colpo al braccio e se l’era cavata in quindici giorni. Ma gli altri duelli? Li passava in rassegna. Una volta si era battuto perché aveva riso al vedere un moscardino con un enorme colletto che gl’imprigionava il mento, e così largo che il capo gli si moveva dentro come la testa di una tartaruga nel guscio. Il moscardino si era fatto rosso come un gambero, lo aveva investito con un “che c’è da ridere imbecille?” al che egli aveva risposto: “rido perché ho trovato uno più imbecille di me”. Il moscardino aveva alzato il bastone a spirale. Fabrizio gli aveva buttato in faccia il vino di un bicchiere, sciupandogli la cravatta, la camicia e il panciotto di seta bianca. E naturalmente si erano battuti. Povero bellimbusto!... ci aveva rimessa un’orecchia, portata via da un colpo di sciabola. Un’altra volta, per un cane. Un signore batteva spietatamente un cane, che non voleva seguirlo perché aveva la testa a una graziosa cagnetta. Egli aveva fermato il braccio di quel signore, dicendogli: – “Oibò! Non è da animo gentile battere così le bestie!” – Quel signore gli si era voltato rabbiosamente: egli, col suo sorriso beffardo, si era scusato: – “non sapevo che foste idrofobo”. – Quello a sentirsi preso per cane lo aveva sfidato lì per lì. Si erano battuti; e Fabrizio lo aveva ferito nella mano, perché si ricordasse di non picchiare più le bestie a quel modo inumano. Un altro duello aveva avuto per difendere un commediante che non godeva le simpatie di una parte del pubblico della 
Comedie Francaise. Uno spettatore lo interrompeva durante la recita con sghignazzamenti e rifacendogli caricatamente il verso. Fabrizio gli aveva osservato puntamente che non c’era carità a tormentare quel pover’uomo, e quello a rispondergli che se non gli piaceva se ne andasse. Fabrizio aveva ribadito: – “Me ne andrò con voi, signore, per avere il piacere d’insegnarvi la buona creanza”. L’altro, fattosi più arrogante, s’era subito alzato per dare uno schiaffo, che era rimasto in aria perché Fabrizio, più lesto, gli aveva fermato la mano, ripiegandogli il braccio, e costringendolo a schiaffeggiarsi da sé. Erano stati separati, ma il domani si erano battuti: l’avversario, confuso dal giuoco rapido e insostenibile di Fabrizio, gli aveva voltato le spalle, e il ferro di questo lo aveva colpito in una natica. – È il solo posto dove vi si possa colpire!” – gli aveva detto Fabrizio, andandosene.


Luigi Natoli: I mille e un duelli del bel Torralba – Opera inedita. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine ‘700, primi anni della dominazione borbonica. L’opera, mai pubblicata in libro, è stata costruita e trascritta dal romanzo originale, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1926.
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Pagine 456 – Prezzo di copertina € 24,00
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Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store online.
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Luigi Natoli: Il primo duello... Tratto da: I mille e un duelli del bel Torralba

 A ventidue ore meno qualche minuto Fabrizio di Torralba giungeva al bastione di Porta di Castro. Questa porta secentesca a bugna, d’una bella tinta dorata non esiste più; il bastione c’è ancora, ma sguarnito da un pezzo: esso circonda il torrione meridionale del Palazzo reale, dominante la porta, e gira sulla piazza ora detta dell’Indipendenza. Allora si chiamava di santa Teresa, pel convento dei Teresiani che sorgeva a uno dei lati. Un corpo avanzato, munito di feritoie, faceva come una trincea a questo lato del bastione, che si prolungava poi per quanto era lungo il Palazzo reale, e ne sosteneva il giardino, e svoltava a Porta Nuova, di cui primamente era la difesa.
Fabrizio giunse primo, e aspettò al canto del corpo avanzato: ma qualche minuto dopo giunse il tenente di Roccasparta. Si salutarono con un freddo cenno del capo; e ritrattisi più in fondo, snudarono le armi e si misero in guardia. Allora, due che volevano sbudellarsi  non si perdevano dietro regole e formule cavalleresche: la cavalleria era in questo, nell’aver coraggio a battersi lealmente. Aver testimoni non era indispensabile, e tanto meno medici; i testimoni qualche volta si conducevano. Quando il duello aveva una certa solennità, era preceduto da un cartello di sfida, redatto secondo le formule e il cerimoniale dell’epoca: ma quando la sfida correva così, come era corsa tra Fabrizio e il tenente, non c’era bisogno di nulla.
Il tenente era in uniforme, aveva in capo la lucerna alta col fregio dorato, ed era armato della spada d’ordinanza, larga e lunga; Fabrizio toltosi il mantello e il nicchio, era in giamberga e armato di spadino, che pareva un gingillo al paragone della spada avversaria: ma il gingillo era una vecchia lama di Toledo di eccellente tempra.
Il cavaliere di Roccasparta si mise in guardia con aria spavalda, da uomo avvezzo a quel giuoco, stimando di mandare dopo due o tre movimenti lo spadino in aria, dare una sculacciata al temerario giovincello, e mandarlo a casa. Fabrizio era alle sue prime armi.
Scese in guardia, senza spacconeria, vigilante, cercando di leggere negli occhi e nella mano dell’avversario le azioni che avrebbe sviluppato. Alle prime mosse Fabrizio capì che il tenente cercava di disarmarlo, e allora mutò giuoco: s’era fin qui limitato a seguire l’azione del tenente, per conoscerne la portata; ora passava alle iniziative, e attaccò con una serie di azioni rapide e travolgenti, che costrinsero il Roccasparta ad indietreggiare.
Con una fulminea cavazione, lo spadino s’insinuò e colpì all’omero il tenente.
- È una! – disse Fabrizio, rimettendosi subito in guardia.
- È nulla! – rispose il tenente, assalendo con un fendente che avrebbe spaccato in due Fabrizio, se questi non avesse con un salto di fianco scansato il colpo e nel tempo stesso affondato una stoccata, che, pur alleviata in qualche modo, colpì al viso. Un mezzo pollice più in qua sarebbe penetrata nella bocca.
- E due!...
Il tenente abbassò la spada. Il sangue gli colava copioso dalla faccia e dall’omero.
- Basta! – disse – vi faccio i miei complimenti.
Fabrizio gli si avvicinò, gli porse la mano:
- Senza rancore! – rispose. – E lasciate ora che vi soccorra...


Luigi Natoli: I mille e un duelli del bel TorralbaOpera inedita. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine ‘700, primi anni della dominazione borbonica. L’opera, mai pubblicata in libro, è stata costruita e trascritta dal romanzo originale, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1926.
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Pagine 456 – Prezzo di copertina € 24,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store online.
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martedì 8 febbraio 2022

Luigi Natoli: Una sommossa era scoppiata contro i rappresentanti della cittadinanza... Tratto da: I cavalieri della Stella o La caduta di Messina.

 
Dal 23 di marzo infatti la città di Messina era in preda a fiere convulsioni, che avevano avuto tristi episodi di sangue. La fame da una parte, le istigazioni dello stratigò dall'altra, avevano scatena­to il popolo contro la borghesia e il patri­ziato. Una sommossa era scoppiata, non contro il governo regio, ma caso nuovo, sollecitata e capitanata dallo stesso rap­presentante del governo contro i rappre­sentanti legittimi della cittadinanza. Era ciò che don Luigi de l'Hoyo aveva da un pezzo tentato, e che final­mente gli riusciva. Ed era appunto ciò di cui egli, a modo suo, andava informando con corrieri speciali l'illustrissimo ed ec­cellentissimo signor don Claudio Lamorald, vi­ceré di Sicilia.
Il raccolto era stato nell'estate prece­dente scarso quanto mai, e la insipienza dei governanti, accresciuta dai pregiudi­zi economici e anche dalla privata ingordigia di qualche ufficiale dello Stato, ave­va gittata l'isola negli orrori della carestia. Se nelle maggiori città, con provve­dimenti rovinosi, i municipi, anche ridu­cendo il peso e la quantità del pane, giun­gevano a non far morire di fame le popo­lazioni; nell'interno dell'isola, nelle terre demaniali e feudali non restava alle po­polazioni esauste che nutrirsi di erbe ra­cimolate per le montagne.
L'inverno coi suoi rigori trovava l'i­sola in tali condizioni: a liberarsi dalle quali gli abitanti delle provincie non tro­vavano altro scampo che di accorrere nella città. Un bando del Viceré, che allontana­va dalla sola città di Palermo ben cin­quantamila provinciali, e li mandava a morir di fame tra’ monti, o a darsi al la­droneccio e all'assassinio, può dare una pallida idea di quel che fosse in quei giorni lo stato dell'isola.
Messina, per quanto ricca di com­merci, non si trovava meglio. Il frumento mancava e mancava il pane. Fin dal settembre il Senato se ne preoccupava, e dava incarichi di provve­dere, e sollecitava aiuti dal Viceré: ma sen­za frutto. Non mancarono coloro che al Vicerè fecero presente i pericoli in cui si incorre­va per la eccitazione del popolo ammise­rito; ora era il castellano del forte Gonza­ga che gli scriveva scarseggiar da otto giorni il pane, e la plebe assalire e depre­dare i forni; ora il castellano del forte del Salentore avvertiva che la rivolta minac­ciava la città.
La città era ridotta al punto da dover forse numerare le anime e dividere il pa­ne a tanto per testa, e con bigliettini, o polizze.
Uno squallore, un'ansia paurosa di mali peggiori, un turbamento profondo degli spiriti, avevano mutato l'aspetto della città. Due che s'incontravano, si fermavano, fermavano altri; si formavano crocchi, si scambiavan querele, si propa­lavano notizie più o meno vere, si formu­lavano accuse più o meno fondate; si pronunciavano bieche parole, si ventila­vano oscure minacce. Ogni giorno che trascorreva, era una nuova voce insidio­sa, un nuovo affaccendarsi di gente; altri propositi, altre minacce: gli animi si eccitavano, si infrangevano i freni della legge; i furti, i ricatti, i ferimenti aumen­tavano; aumentava la rilasciatezza delle autorità, cresceva la insolente baldanza dei pescatori nel torbido.
L'illustrissimo signor don Luigi de l'Hoyo, fingevasi addolorato di questa miseria; ah! come piangeva al racconto dei dolori e dei tormenti della fame!... Aveva aperto il palazzo a quanti ricorre­vano a lui, e a tutti dava buone parole. 
- È una disgrazia figliuoli; ma bi­sogna rassegnarsi e fidare sulla Provvidenza Divina: io farei di tutto per darvi pane... saprei dove trovarlo il frumento... Ma!... Ma posso io usurpare il potere del Senato? Posso in coscienza far qualche cosa contro i privilegi e le prerogative di que­sta città? Ditelo voi!... Si direbbe... Che cosa non si direbbe?... Deve pensarci il Sena­to; io lo aiuterò, non dubitate...
- Eh! – sclamava qualcuno; – i senatori ce l'hanno il pane, in casa; non soffrono la fame loro!... 
Lo so, lo so;  rispondeva don Luigi de l'Hoyo con un sospiro;  nei lo­ro magazzini il frumento non manca di certo. Ma è cosa tutta di loro... Possono anche venderlo, mandarlo via... Sono pa­droni di farlo. Chi volete che glielo impedisca?...
- Ladri! ladri! Affamatori!... – urla­vano ferocemente e disperatamente i più miserabili.
- Zitti! zitti! cos'è questo? Non sta bene. Sperate in Dio e nella Santa Vergi­ne della Lettera  (e don Luigi si scap­pellava e s'inginocchiava).  Sperate che tocchino loro il cuore e li illu­minino...
Da questi discorsi, che si ripetevano con la stessa untuosità, penetrava nell'a­nima della plebe il convincimento che affamatori della città fossero i senatori....
“Pubblici ladroni qualificati” li an­davano chiamando i familiari dello stra­tigò; e l'ingiuria raccolta dallo stesso stratigò veniva comunicata in un lungo memoriale al Viceré, come una verità di fatto. Lo stratigò aveva dopo la sconfitta patita il 25 di luglio del 1671, composta una sua società segreta, una specie di setta da contrapporre alla setta dei patrizi e del­l'alta borghesia; l'aveva composta di po­polani maneschi e capaci di ogni disor­dine; alcuni dei quali, però, dal Senato che aveva sventato la trama, erano stati carcerati e banditi.
Costoro andavan diffondendo le no­tizie più odiose contro il Senato.


Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina. Romanzo storico siciliano ambientato a Messina durante la rivoluzione e la carestia che colpì la città dal 1672 al 1679. L’opera, che vede al centro l’Accademia dei Cavalieri della Stella, è costruito e trascritto dal romanzo originale pubblicato a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia nel 1908.
Pagine 947 – Prezzo di copertina € 26,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
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In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni)


Luigi Natoli: Era questo il prologo della tragedia che doveva insanguinare Messina... Tratto da: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina


Quel torrente impetuoso di folla affamata si versò nel­la via dei Banchi, per recarsi al palazzo del Senato: innanzi a tutti il Martines agi­tando la spada. Il gridìo, il rumore delle botteghe che si chiudevano precipitosa­mente, il fuggi fuggi delle donne, chiama­rono altri sulla strada. Un cavalier Spatafora, sdegnato di quelle grida di morte, af­frontò la folla briaca, rimproverandola. Il Martines rispose tracotante, il cavaliere snudò la spada, ma qualche arrabbiato gli fu addosso, lo ferì di coltello alla nuca. Fu il primo sangue versato nella guerra civile, e forse sgomentò gli sciagurati che lo versavano. Al cadere dello Spatafora, si arrestarono, si sbandarono.
Il pericolo dell'aggressione convocò i senatori, e intorno ai senatori i loro par­tigiani: deliberarono di ricorrere allo stratigò e chiedere energicamente giusti­zia; ma lo stratigò ne era in cuore arcicontento. Si mostrò addolorato, perfino sdegnato; promise di punire lo scellerato Martines; mandò anzi guardie e birri, che, naturalmente non lo trovarono; e lo bandì con tutte le forme: ma sapeva già che il Martines era al sicuro nel forte di Gonzaga, e sottomano scriveva alla corte per implorarne clemenza.
Era questo il prologo della tragedia che doveva insanguinare Messina, e doveva preparar la caduta di tutte le sue li­bertà municipali: il sangue sparso e la impunità del reo, dividevano la città: alle due fazioni il degno stratigò si affrettava a dare un nome.
Il Senato comprese che non era più tempo di infingimenti, e che bisognava guerreggiare apertamente con­tro la plebe sollevata e istigata e contro lo stratigò che se ne era fatto il tribuno; chiamò sotto le armi i Cavalieri della Stella, ordinò le milizie cittadine con le maestranze e la borghesia fedeli alle isti­tuzioni della città e nemiche di Spagna; la setta dal canto suo si moltiplicò; tutti i suoi adepti formarono ronde, posti di guardia, avvisatori: la città parve in stato di guerra; e parve che l'autorità dello stratigò fosse annullata. Dei corrieri par­tivano ogni giorno per Palermo, spediti dal Senato; ma altri ne partivano spediti dallo stratigò, che non se ne stava con le mani alla cintola.
Ogni notte, in una casa remota del quartiere di S. Giacomo, l'illustrissimo signor don Luigi de l'Hoyo s'abboccava con i più avventati popolani; e tutti i suoi discorsi finivano a un modo, che i mali della città derivavano dal potere del Se­nato, e che non c'era altro rimedio che mettersi del tutto sotto la potestà del re.
- Il re è il vero padre dei sudditi, per volere di Dio; ma come mai voi, che siete suoi figli, vi sottraete alle sue cure paterne? Il Senato usurpa il potere legitti­mo del re!... 
Bisognava strappargli quel potere, stabilire il buon governo, aprire i ma­gazzini di frumento al popolo, dargli pa­ne e felicità: ma bisognava anche essere costanti e fedeli nella devozione al re e ai suoi ministri. Vedevano il suo stemma? Aveva per insegna un merlo, simbolo della costanza, che quando becca una cosa, non se la lascia sfuggire: essi dove­vano essere appunto come i merli.
- E noi siamo merli!  gridavano quegli ardenti.
Il nome del nero uccello dal forte becco, parve il segno, la bandiera, il mot­to d'ordine della fazione popolare, che, per una di quelle anomalie non rare nel­la storia, era anche la fazione che mina­va le istituzioni patrie, per asservirsi al­l'assolutismo regio. Il nome uscì da quei conventicoli; si diffuse tra le plebi, tra gli artigiani, gli impiegati regi, qualche nobile, i gesuiti, i vagabondi; esser merlo significò essere nemico dell'oligarchia del Senato, parti­giano del governo regio; e pareva titolo d'onore.


Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina. Romanzo storico siciliano ambientato a Messina durante la rivoluzione e la carestia che colpì la città dal 1672 al 1679. L’opera, che vede al centro l’Accademia dei Cavalieri della Stella, è costruito e trascritto dal romanzo originale pubblicato a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia nel 1908.
Pagine 947 – Prezzo di copertina € 26,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store online.
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Nuova Ipsa (Piazza Leoni) 

Luigi Natoli: Queste voci partono da una folla, come dal fondo perduto di una voragine... Tratto da: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina

- Ah! sono merli? 
 disse qual­cuno del partito cittadino tradizionale.  e noi siamo “malvizzi”(tordi).
E anche questo nome diventò un sim­bolo, un segno, una bandiera; e malvizzi furono i cittadini dell'ordine senatorio, i nobili, i mercanti, il clero, i frati, parte delle maestranze. La divisione ebbe così i suoi nomi: la città si spartì tra Merli e Malvizzi, gli uni considerando gli altri come traditori; le piazze, le strade, le case, i conventi me­desimi e le chiese, si tramutarono in un campo sul quale le due fazioni scendeva­no coi rimproveri, le ingiurie, le minacce, le persecuzioni. Il Senato imprigionava i Merli; lo stratigò perseguitava i Malvizzi: don Luigi de l'Hoyo, sicuro oramai di avere oltre al presidio dei castelli la parte più manesca della cittadinanza, gittava la maschera. 
L'ultimo di quei segreti convegni av­venne la notte del 29 marzo. Che cosa disse lo stratigò? Che cosa promise? Pri­ma di ritirarsi nella reggia egli diede un labaro nero, da una parte del quale era un Cristo crocifisso, dall'altra la Vergine: quelle due immagini, significazione di pace, di concordia, di carità eran segno di guerra, d'odio, di distruzione.
La mattina del 30, sul far del sole, una gran folla, con quella bandiera alla testa, invase le vie principali, gridando: “Viva Maria, viva il re di Spagna, morte ai traditori!”. Un nuovo esercito veniva ad aggiun­gersi alla folla dei “Merli”; erano i pezzen­ti, che lo stratigò malignamente aveva fatto uscire dal Ser­raglio, specie di ospizio di mendicità, dove stavan rinchiusi non certo volenterosa­mente: erano un migliaio di miserabili, quali storpiati dalla natura, quali defor­mati da malattie; molti serrativi per vaga­bondaggio: una vera corte di miracoli, luri­da, avida, feroce, piena di tutti i rancori, di tutte le brame, di tutte le ferocie annidantesi nel fondo oscuro della bestia umana. Uscivano tumultuando, urlando in una ebbrezza di luce e di aria che molti­plicava le loro torbide passioni. Il rumo­re delle grucce e dei bastoni, l'agitar dei moncherini aumentava l'orrore e il ri­brezzo che destava quell'esercito di re­spinti dalla natura.
- Viva il re di Spagna! morte ai tra­ditori!... – urlavano raucamente con bocche contraffatte e con volti segnati da mali orribili, annusando nell'aria l'odore delle rapine e delle violenze.
- Viva il re di Spagna! viva Maria!...
- Alla casa di Silvestro Fenga! alla casa di Silvestro Fenga!...
Silvestro Fenga era uno dei senatori, che godeva fama di grande ricchezza: poté salvar sé da quella furia del popolo, non la casa. Fu la prima a essere sac­cheggiata e data alle fiamme, e di essa non rimasero, scrisse un testimonio “né meno li vestigi ov’erano li solai, e s'udiva una gran puzzura di zolfo e pareva abissasse l'aria”. Nell'orgia del saccheggio e mentre le fiamme crepitavano un'altra voce gridò: 
 All'Albergaria!...
Chi l'aveva detto? Queste voci parto­no da una folla, come dal fondo perduto di una voragine. Nessuno vede la bocca che la pronuncia; ma tutti l'odono e la sentono rifluire nelle loro bocche; e il pensie­ro di uno si tramuta a un tratto in pensie­ro di tutti, tutte le volontà diventano una volontà sola, formidabile, terribile, gigantesca!...
L'Albergaria era una prigione che sorgeva nel quartiere dello stesso nome; e racchiudeva i delinquenti popolari, gen­te avvezza al delitto. Quale contributo di forze non avreb­be portato all'opera di devastazione? In breve i cancelli di legno furono spezzati, bruciati, i registri arsi, i carcerati liberi. Lì presso era la casa di Antonio Bottone, altro senatore; fu assalita, deva­stata, saccheggiata; non vi rimase un chiodo. Il furore pazzo e incendiario aveva invaso la folla; una dopo l'altra le ca­se dei senatori cadevano sotto l'impeto di quell'esercito scarmigliato, simile a un torrente contenuto, al quale improvvisa­mente tolgono le cateratte, e rovina con fracasso, e nella sua rovina trascinando ogni cosa...


Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina. Romanzo storico siciliano ambientato a Messina durante la rivoluzione e la carestia che colpì la città dal 1672 al 1679. L’opera, che vede al centro l’Accademia dei Cavalieri della Stella, è costruito e trascritto dal romanzo originale pubblicato a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia nel 1908.
Pagine 947 – Prezzo di copertina € 26,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store online. 
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Nuova Ipsa (Piazza Leoni), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15)

lunedì 17 gennaio 2022

Giuseppe Pitrè: Il teatrino delle marionette. Tratto da: Il teatro del popolino. Raccolta di scritti storici e popolari di Luigi Natoli e Giuseppe Pitrè sull'Opera dei Pupi

L'opra
, cioè il teatrino delle marionette, è un piccolo magazzino, alle cui pareti sono piantati de' palchetti, comodi e puliti all'esterno, ma assai disagiati per chi avrà a prendervi posto, essendovi una panca molto angusta per sedervi, e poco spazio per distender le gambe; nè la palcatura è divisa; e gli spettatori come in un corridoio siedono l'uno accanto dell'altro. Nel mezzo del teatrino sono egualmente piantate un certo numero di panchette, sostenute da assi verticali; panchette, che, tutte insieme, guardate dalla porta, danno l'idea d'una enorme graticola di legno, nei cui interspazi ficcano piedi e gambe gli spettatori. Il corridoio mediano dei teatri ordinari qui manca allo spesso, ma ve n'è uno che tutto lo gira intorno, ed è chiamato passettu. Palchi (gallaria) e platea danno luogo dove a un centinaio, dove a un centocinquanta persone; ma in quelli di Catania ve n'entrano di più.
In fondo, di fronte alla porta d'entrata, è il palcoscenico, che ha piena armonia con le proporzioni dell'opra. Una volta esso era un po' disadorno, e la tela (tiluni) appena colorata; erano bensì dipinte, e d'una maniera popolarmente graziosa, le scene e le quinte, rappresentanti quel che meglio convenisse alla storia del giorno. Da un trentennio in qua il tiluni è anch'esso dipinto, e così bene, che nel suo genere può dirsi qualche cosa di artistico. Ivi son ritratte scene cavalleresche: lo scontro di Rinaldo con Agramante, che lo assale di dietro (nell'opra della Vucciria nova in Palermo); l'entrata del conte Ruggiero il Normanno in Palermo (nell'opra di via Formai); Rinaldo, che offeso abbandona la corte di Carlomagno (nell'opra di via Collegio di Maria al Borgo) ecc.
Spettatori son per lo più ragazzi del popolino, iniziati quali sì, quali no in un mestiere; gli altri son giovani e adulti. Uno studioso di statistica non avrebbe modo di farsi un criterio esatto di quelli che veramente usano all'opra; perché in una vanno più monelli che giovani, in un'altra più giovani che ragazzi; in un sestiere son servitori, camerieri e guatteri; in un altro pescatori e pescivendoli (rigatteri) qua facchini (vastasi, vastaseddi), fruttivendoli; là lustrini, mozzi di stalla, manovali ed altri siffatti, ovvero operai de' meno modesti e de' meno bassi. Tutto dipende dal sestiere, dalla contrada dell'opra; dove, però, non si vede mai, o rare volte, una donna, e dove una persona del mezzo ceto sarebbe argomento di osservazioni e di commenti degli spettatori, come di maraviglia a coloro de’ suoi amici o conoscenti che venissero a saperlo.
L'opra ha per tutta questa gente un'attrattiva irresistibile; ed i ragazzi che non abbiano da pagare altrimenti il diritto di entrata mettono in serbo il granu (cent. 2 di lira) o il soldarello della colezione o del companatico d'uno o più giorni per andarlo a deporre nella mano del padrone del teatrino loro favorito; chè per essi l’opra è una gran bella cosa, ed uno degli spettacoli più graditi. Un tempo, prima del 1860, con due o tre grana (cent. 6 di lira) si entrava; adesso non ci vogliono meno di cinque grana (cent. 10); e siccome non tutti i ragazzi possono disporre giornalmente di dieci centesimi di lira, accade che solo la domenica e in qualche altro giorno della settimana ci vadano, quando cioè abbiano raggruzzolata quella sommarella, che procura loro una sera di divertimento Che intendere non può chi non la prova...


Luigi Natoli, Giuseppe Pitrè: Il teatro del popolino. Raccolta di scritti storici e popolari  sull'Opera dei pupi. 
La raccolta comprende:
di Giuseppe Pitrè"Le tradizioni cavalleresche popolari in Sicilia" (Romania tomo 13, n. 50 - 1884);
di Luigi Natoli:
Il teatro del popolino (Almanacco del fanciullo siciliano - 1925)
L’ Opra (Articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia il 21 maggio 1914)
Le tradizioni cavalleresche in Sicilia (estratto da Il Folcklore siciliano 1926).
Copione dell’Opra Fioravante e Rizzeri tratto dall'omonimo romanzo (1936)
Pagine 270 - Copertina di Niccolò Pizzorno
Nella foto: Il Teatro Argento (Via P. Novelli, Palermo) 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store online
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Nuova Ipsa (Piazza Leoni)

Luigi Natoli: Orlando paladino, terrore dei saraceni, saggio quanto valoroso, ama la giustizia... Tratto da: Il Teatro del popolino

Orlando paladino!
Facciamogli largo, perchè la sua spada Durlindana è terribile: spacca una montagna in due, come se fosse un cocomero. È il terrore dei Saraceni, dei ladroni, dei birbanti; perchè è saggio quanto valoroso, ama la giustizia, e non può tollerare le prepotenze. Senza Orlando, Carlo Magno imperatore non varrebbe un fico secco; i Saraceni si piglierebberoParigi, e quel traditore di Gano di Magonza farebbe morire tutto il fiore dei paladini.
Bello Orlando, non è vero? con la sua armatura di ottone nichelato, che pare argento; elmo piumato, con la visiera mobile;corazza, sopravveste verde, gambali, scudo... Ha un occhio storto, ma non monta. Eccolo piantato in mezzo al campo, e sfidare, con un vocione da mettere paura, i Saraceni; ecco avanzarsi Ferraù di Spagna, gigantesco, barbuto e valoroso Saraceno. Ed eccoli l’uno e l’altro scambiarsi male parole, sguainare le spade, e menar colpi terribili, zan! zan!...Elorganino suona qualche cosa che accompagna il ritmo dei colpi.
L’organino? Ah, guarda, eravamo così assorti ad ammirare Orlando che avevamo dimenticato di dire che il terribile paladino non è un uomo d’ossa e di carne, ma un omino di legno; e che il campo, sul quale compie le sue prodezze, è il palcoscenico di un teatrino; il teatrino del popolo, l’opra di Pupi, o semplicemente l’Opra.
I ragazzi del popolo, i monelli di piazza, i contadinelli, che non possono andare nei grandi teatri, dove si cantano le opere e dove bravi attori recitano commedie e drammi, accorrono all’opra, dove gli attori di legno recitano come quelli di carne. Ed essi li conoscono tutti di nome e di qualità: Carlo Magno, Orlando, Rinaldo, Malagigi, Oliveri, Bradamante, Ruggero, Ferraù, il vecchio Sobrino, il re Gradasso... E quando Orlando punisce un birbone, applaudiscono furiosamente;e quando un traditore ne trama qualcuna, essi lo vituperano e gridano alle vittime designate dai traditori, di guardarsi, come se quelle teste di legno potessero veramente sentirli.
Essi amano i valorosi, ma non i prepotenti;amano la lealtà, ma odiano gli ipocriti; amano i generosi, ma vituperano i crudeli e bestiali.
E in quelle storie di paladini, che sanno a memoria, e che vanno a vedere e a udire, trovano esaltati il valore, la lealtà, la generosità, la fede in Gesù, l’amore e la difesa per la patria, la giustizia, la protezione dei deboli; e vedono punite le sopercherie, le violenze, i ladronecci, i tradimenti, tutte le malvagità.
Ed ecco perchè i ragazzetti, i contadinelli, i piccoli operai si appassionano al loro teatro. Perchè le belle azioni, i nobili sentimenti, le virtù umane ci commuovono e ci empiono di entusiasmo, anche se i personaggi sono di legno.
Nella foto (Il paladino Orlando, realizzato dal maestro Vincenzo Argento - Palermo) 


Luigi Natoli, Giuseppe Pitrè: Il teatro del popolino. Raccolta di scritti storici e popolari  sull'Opera dei pupi. 
La raccolta comprende:
di Giuseppe Pitrè"Le tradizioni cavalleresche popolari in Sicilia" (Romania tomo 13, n. 50 - 1884);
di Luigi Natoli:
Il teatro del popolino (Almanacco del fanciullo siciliano - 1925)
L’ Opra (Articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia il 21 maggio 1914)
Le tradizioni cavalleresche in Sicilia (estratto da Il Folcklore siciliano 1926).
Copione dell’Opra Fioravante e Rizzeri tratto dall'omonimo romanzo (1936)
Pagine 270 - Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store online
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Nuova Ipsa (Piazza Leoni)

Federico II e la promessa di liberare il Santo Sepolcro. Tratto da: Viva l'Imperatore! Romanzo storico siciliano

Federico, uscito di minorità aveva già nel 1215 promesso a Innocenzo III di andare a liberare il Santo Sepolcro: ma la necessità di assicurarsi il regno di Germania conteso da pretendenti, e domarvi le ribellioni; di difendersi dalle pretese della Chiesa, che vantando diritti di sovranità sul regno di Sicilia, – che in vero erano ristretti solamente ai ducati della terraferma, – voleva obbligarlo a lasciare questo regno al figlio Enrico sotto un Vicario; le ribellioni dei baroni pugliesi, la sollevazione dei saraceni in Sicilia, la necessità di riordinare lo Stato, di cui Federico ebbe una concezione veramente moderna; tutto ciò aveva impedito a Federico di mantenere la promessa.
Federico non era un avventuriero nè un gran capitano; e dava gran peso alla diplomazia: inoltre voleva nelle cose vederci chiaro. Certo, rialzare la fama del regno in Oriente, riprendere il posto che esso vi aveva conquistato ai tempi normanni era nel suo piano: ma voleva ottenere il maggior profitto col minimo dispendio; e voleva che l’impresa non fosse disinteressata e a profitto di altri.
Sollecitato da Onorio III, venne con lui al trattato in Ferentino, nel marzo del 1223, nel quale trattato il Papa per invogliarlo, l’Imperatore per acquistare un diritto, fu concertato il matrimonio di questo, già vedovo dall’anno precedente, con Iolanda, o, come altri la chiama, Isabella erede del regno di Gerusalemme, e figlia di Giovanni di Brienne. Qui c’era una condizione dinastica presso a poco simile a quelle dell’Inghilterra e dell’Olanda. Giovanni di Brienne era re nominale, perché marito di Maria di Monferrato, erede e regina di diritto; la quale morendo aveva lasciata erede la figlia. Giovanni di Brienne dunque non era più nulla; portava quel titolo di re come una onorificenza: la regina era Iolanda. Sposando Iolanda, Federico prendeva lui questo titolo.
Ogni cosa per la Crociata fu definita nella chiesa di S. Germano il 25 Luglio del 1225: poco dopo l’ammiraglio Enrico di Malta con l’arcivescovo di Capua e altri, partì con quattordici galee per la Palestina: a San Giovanni d’Acri, nella chiesa di S. Croce, diede, per procura, l’anello a Iolanda, che indi fu solennemente coronata a Tivo dal patriarca di Gerusalemme il 9 novembre, essa sbarcò a Brindisi, dove celebrò le nozze con Federico. 
Egli era in diritto ora di chiedere il titolo di re di Gerusalemme; e mandò infatti trecento cavalieri in Siria, quei baroni lo riconobbero e gli prestarono l’omaggio: ma ecco il papa accusar Federico d’ingratitudine verso Giovanni di Brienne, che si fece apparire, falsamente, come spogliato di un regno, che poi non gli apparteneva! Furono nuove brighe. L’imperatore si difese: mandò Tomaso conte d’Acerra come suo baiulo in Palestina, e intavolò relazioni col Sultano di Egitto Malek-Kamel, il quale, avendo brighe col fratello sultano di Damasco, voleva tenersi amico l’Imperatore più potente; e per mezzo del suo ambasciatore Fakr-Eddin, mandò a offrirgli le città sante, che dipendevano da quello: l’Imperatore alla sua volta mandò al Cairo Berardo, arcivescovo di Palermo.


Luigi Natoli: Viva l'Imperatore! Romanzo storico siciliano ambientato all'epoca di Federico II, tra Palermo e le crociate di Gerusalemme. Il volume è la fedele riproduzione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1925. 
32° volume della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli edita I Buoni Cugini editori 
Pagine 527 - Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicugineiditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
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Messer Gualtiero e il castello di Baida. Tratto da: Viva l'Imperatore! Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di Federico II

Nel castello di Baida si era in gran faccende, per preparare la roba al barone che doveva partire per recarsi al Parlamento convocato dall’imperatore in Capua per la fine di novembre di quell’anno 1227. Il barone, messer Gualtiero de Urziliana, se ne stava seduto su un seggiolone di quercia, presso una finestra, dalla quale si dominava la vallata, che scendeva tutta verde verso il mare non lontano. Mentalmente tracciavasi l’itirenario per recarsi a Palermo, dove si sarebbe imbarcato, coi suoi cavalli, il suo scudiere, i suoi servi. Dal castello a Castellammare non c’eran che quattro miglia; a Castellammare avrebbe trovato l’antica strada consolare per Alcamo, donde per Partinico e per Monreale, in un paio di giorni, per non stancare i cavalli, sarebbe arrivato nella capitale.
Il bando del Parlamento in verità non lo aveva esaltato: se non fosse stato per una sua norma di vita, di non discutere e tanto meno disubbidire ciò che ordinava l’Imperatore, sarebbe rimasto volentieri in quel suo castello torreggiante sui colli, col mare innanzi, i gioghi del monte Sparagio dietro. Messer Gualtiero non era più giovane; aveva superato i cinquant’anni, e tra i capelli e la barba d’un castano rossiccio, biancheggiavano troppi fili di argento. Nella sua giovinezza aveva combattuto, specialmente nelle fazioni contro quel barbarico Marckwald, che Arrigo VI aveva condotto e lasciato in Sicilia, e che aveva, forse, sognato di strappare la corona al piccolo Federico. Messer Gualtiero era di origine normanna, e devoto alla imperatrice Costanza, ultima della stirpe regale degli Hauteville. Quando il maresciallo tedesco col pretesto di assumere la tutela di Federico invase la Sicilia, e accampatosi alla Cuba, minacciava la reggia, messer Gualtiero, accorso come tutti i baroni siciliani alla difesa del trono, inginocchiatosi dinanzi all’imperatrice, con la spada sguainata nelle mani, le disse:
- Madonna, sulla croce di questa spada, io fo sacramento di non deporre l’arme, e non concedermi riposo, se prima il ladrone alemanno non sarà morto o cacciato con suo disonore dal regno.
E mantenne la promessa.
Morta l’Imperatrice Costanza egli si ritrasse nel suo castello di Baida. Non amava Federico, perché gli pareva che avesse molto del padre: gli pareva che il sangue tedesco prevalesse in lui sul normanno: ma quando l’Imperatore bandiva o parlamento o servizio militare, messer Gualtiero inforcava gli arcioni, e via. Egli era vassallo, aveva prestato omaggio, e doveva ubbidire. Ma, nell’agosto, per sue ragioni non era andato a Brindisi, per prender parte alla spedizione di Terra Santa, morta sul nascere, per la pestilenza scoppiata fra i crociati e la malattia dello stesso Imperatore, che imbarcatosi era dovuto tornare indietro. Per cui era stato scomunicato.


Luigi Natoli: Viva l'Imperatore! Romanzo storico ambientato nell'epoca di Federico II, tra Palermo e le crociate di Gerusalemme 
Il volume è la fedele riproduzione dell'opera originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1925.
Pagine 527 - Copertina di Niccolò Pizzorno 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store online.
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mercoledì 5 gennaio 2022

Luigi Natoli e l'Epifania

Capo d'anno ed Epifania sono giorni in cui si fanno regali. L'usanza è antica e gentile. Questi regali si chiamano Strenne. In molti paesi i fanciulli credono che quelle notti il Bambino Gesù porti loro chicche, giocattoli e altri doni; e preparano una calza, una scarpa, un cestino. In altri paesi, questi doni sono portati da una vecchia, chiamata la Befana, la notte dal 5 al 6 gennaio. Or vedete un po' la fantasia popolare come trasforma le cose! Il 6 gennaio la Chiesa celebra la visita dei Magi a Gesù; e questa, con parola greca, si dice festa dell'Epifania. I Magi, voi lo sapete, offersero al Bambino oro, incenso e mirra. Ora questa parola Epifania diventò Pìfania, e poi Befana; e il popolo, non sapendo che fosse questa Befana, la immaginò come una vecchia, che porta i doni ai bambini. In molti paesi della Sicilia la parola strenna si trasformò in strina; e la Strina, come la Befana, diventò anch'essa una vecchia che porta i doni per la festa di Capodanno. 

Luigi Natoli


Luigi Natoli: Un frate al quartiere ebraico. Tratto da: Viva l'Imperatore! Romanzo storico siciliano

 
A un pozzo col pretesto di bere si deterse il viso; e così lavato attraversò la via Marmorea, piegò per la vanella dei Santi, che conduceva al Sera del conte Silvestro ed uscì dalla porta del Trabuchetto, che era una di quelle della città antica o Cassaro. Recenti e copiose piogge fin dal principio di quel novembre, avevano alimentato le sorgenti del Cannizzaro o fiume di Maltempo, che scorreva nell’avvallamento fra la città antica e la Nuova. Il giullare dovette scendere fino a trovare il ponticello che congiungeva le due rive. Valicatolo, si diresse verso la Giudecca, che era a pochi passi, più a valle, dall’altra parte del fiumicello. Attraversò la via principale stretta, sudicia fiancheggiata di bottegucce, che avevano l’apparenza della miseria, e giunse così allo sbocco del quartiere, quasi sulla piazza o Sucac el Attarin, cioè mercato di merciai.
Che un frate percorresse il quartiere degli ebrei non era raro: i frati, specialmente i domenicani, si erano fitti in capo di convertire con ogni mezzo, anche con le minacce di orrendi castighi, ebrei e saraceni. In questo avevano buon alleato l’imperatore, che, sebbene per le sue brighe col papa fosse tenuto per eretico, tuttavia ostentava di mostrarsi zelante della Chiesa Cattolica; e per smentire quelle accuse, diventava intollerante verso i non cristiani e gli eretici, e talvolta anche li perseguitava crudelmente.
Il passaggio d’un frate era dunque osservato con diffidenza; e più d’uno, temendo di essere investito con qualche apostrofe più o meno violenta, si ritraeva dentro la bottega o la casa. Ma Silvestro non si curava di nessuno; andò difilato a una bottega di cambiatore, che era allo sbocco della strada, all’estremo confine della Giudecca. La porta era divisa in due per la sua larghezza, da un banco di pietra, che lasciava un varco per entrare, chiuso però da uno sportello, incardinato allo spigolo del banco. Dietro il banco stava seduto un uomo, intento a pesare in una piccola bilancia una moneta d’oro.
All’ombra proiettata da Silvestro, egli alzò il capo, ritirando nel tempo stesso con sollecitudine la moneta, e guardando con malumore e sospetto colui che veniva probabilmente a fargli qualche intemerata: e aspettò che quel frate gli rivolgesse la parola. Silvestro disse:
- Apri lo sportello; t’ho da parlare…


Luigi Natoli: Viva l'Imperatore! Romanzo storico ambientato nella Palermo di Federico II. 
L'opera è la fedele riproduzione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1925
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia. Contattaci alla mail ibuonicugini@libero.it o al whatsapp 3894697296)
Disponibile in libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Nuova Ipsa (Piazza Leoni)