martedì 21 aprile 2020

Luigi Natoli: Il re Guglielmo vede per la prima volta "El Aziz", la Zisa. Tratto da: Gli ultimi saraceni


Un folto bosco di pini e di palme, di querce e di elci, che si alternavano e si confondevano, e pel quale scorreva una sorgente d’acqua chiara e fresca; a occidente della città, men d’un miglio distante, gli era sembrato il più acconcio. Il terreno che gradatamente vi si elevava indicava il sito per la fabbrica. Re Guglielmo aveva chiamato architetti e artefici musulmani, e aveva detto loro: 
- Fabbricatemi qui il castello, e che superi in bellezza Menani e la Favara. Io lo chiamerò “il Glorioso” el Aziz
Una folla di operai musulmani e cristiani s’era posta al lavoro, alacremente; e il castello era sorto in breve tempo, alto e robusto; un immenso cubo, fiancheggiato da due torri celle, nelle quali, dentro arcate cieche, si aprivano leggiadre fine strette. Sopra si levavano le cupole, due delle quali, più piccole, coronavano le due torri celle, l’altra più grande e più alta torreggiava in mezzo, sopra la grande terrazza, che alla moda saracena, formava il tetto. O indolenza, o desiderio di goder la sorpresa di veder quel suo castello bello e compiuto, come sorto per incantesimo dalle viscere della terra, il re non aveva mai ceduto alle preghiere degli artefici di andar a visitare la fabbrica.
Ma essa era ormai compiuta: ed egli si recava a vederla.
Anzi vi si recava a passarvi qualche giorno, queto e lontano dai rumori della reggia. Appunto per questo conduceva con sé la sua favorita con le ancelle, gli eunuchi, i camerari, la sua guardia particolare. Nessuno in quei giorni avrebbe dovuto rischiarsi di molestarlo. Voleva vivere nel sogno.
E El Aziz era veramente la casa del sogno.
Un alto e insormontabile muro cingeva il parco intorno al castello; e non vi si entrava che da un cancello irto di punte. La strada, aperta tra il folto degli alberi, sufficiente al passo di tre uomini a cavallo di fronte, serpeggiava, ombrosa e segreta, tra una vegetazione varia che dai verdi teneri o argentei andava ai verdi cupi e ai toni bronzini. Stormi di uccelli, al passar del corteo si levavano e fuggivano con piccoli gridi di paura  e di stupore, via pel folto fogliame impenetrabile, e infondevano un senso di vita alle piante.
All’ingresso nel parco il re aveva trovato l’architetto e gli artefici principali; e questi ora, camminando accanto alla lettiga regale, andavano fornendo qualche schiarimento e qualche spiegazione, forse per attirare a sé l’attenzione di Guglielmo e serbargli il piacere della sorpresa.
A un tratto una improvvisa maggior luce colpì gli occhi del re, troncata da un taglio netto; una larga spianata si stendeva, coperta di verde erba minuta. Guglielmo levò gli occhi e mandò un grido di gioia.
El Aziz sorgeva dinanzi a lui, in fondo a un laghetto, in mezzo al quale, sopra un isolotto sorgeva un chiosco.
Egli fece fermar la lettiga, e balzò in terra, commosso, appoggiando la mano su la spalla dell’architetto, e si avvicinò alla sponda del lago, nelle cui acque tranquille si rispecchiavano il castello e gli alberi e il chiosco.
Il castello si staccava nitidamente con la sua tinta color d’oro, sul fondo verde cupo del bosco che si stendeva ai suoi fianchi e alle sue spalle; e dei pini aprivano intorno a lui i loro verdi ombrelli, come per offrire ombre e riposi ai visitatori.
Si apriva nel mezzo una grande arcata, a sesto acuto, fiancheggiata da due arcate più piccole, e tutte e tre erano chiuse o meglio incorniciate da archi rilevati sul piano, che salivano svelti e leggieri fin su in cima, dove correva una fascia, in giro, incisa a caratteri cufici, in quella scrittura calligrafica ornamentale degli arabi, che pareva da lungi un ricamo bianco sopra una striscia di stoffa rossa. Poche finestre si aprivano sopra gli archi. Il grande arco di mezzo (26) immetteva nell’atrio, sfolgorante di mosaici.
Il re guardava con crescente stupore. Ed ecco, dall’isolotto staccarsi una barchetta bianca, con la prora alta, che pareva un cigno, un grande e candido cigno; un rematore, puntando un sottile remo nel fondo del laghetto, la spinse verso la sponda. V’eran sul sedile della barchetta dei cuscini di cuoio ricamato d’oro e di seta.
- Glorioso e grazioso signore e principe potente, – disse l’architetto, – compiaciti di montar nella navicella, che ti condurrà nella tua dimora.
Guglielmo vi saltò dentro con la vivacità di un fanciullo; e intanto che gli artefici lo vedevano allontanarsi con l’intimo compiacimento della bella opera compiuta, e gli eunuchi, le guardie, i camerari guardavano attoniti, e nelle lettighe chiuse, s’aprivan fra le tende spiragli e apparivano grandi occhi curiosi e ridenti; il re s’accostava all’ampia mole silenziosa, e pensava alle storie dei romanzi che correvano in quei tempi; ai castelli incantati sorgenti in mezzo a boschi incantati; agli atri popolati di gente invisibile e silenziosa, alle ampie scale al cui piede stanno gelosi custodi draghi che vomitano fiamme o giganti formidabili armati di mazze.
Dall’isolotto al palazzo v’era un ponte. Il re, balzato a terra, corse sul ponte. Non vi era dunque un cavaliere armato, con la spada fatata per contendergli il passo? No; non v’era. Egli era il signore del luogo; era il nume di quel paradiso, era il cavaliere che con cento guardie ne avrebbe difeso l’accesso a ogni profano. 
Entrò solo nell’atrio. L’artefice era rimasto nell’isolotto, perché il re senza esser turbato da alcuno, assaporasse tutta l’incantevole bellezza dell’atrio.
Era diviso in due da un’altra arcata, sorretta da colonnine svelte sormontate da ricchi capitelli di bianco marmo; le pareti in basso eran coperte di grandi lastre di marmo bianco, percorso da striature a ondante cenerognole, e incorniciate da fasce di musaici, in cui dominavano il porfido e l’oro. Su correva intorno un gran fregio a musaico, sul fondo d’oro, con ornati, fiori e foglie, pavoni dall’ampia coda iridata, arcieri saettanti; particolare pittorico nuovo, dovuto forse ai musaici cristiani, giacchè un musulmano non avrebbe mai rappresentato una figura umana. La fascia larga, vivace, risplendente, rallegrava con i fulgori del’oro la dolce e mite luce che entrava nel secondo atrio.
Ma la volta era un prodigio. Gli artefici l’avevano imitata da quella della Cappella Palatina, ad alveare, con ornamentazioni geometriche, in toni vivaci, sul fondo d’oro.
Nelle pareti di fondo, tra cornici marmoree e musaici sgorgava una polla d’acqua, che cadendo con un dolce mormorìo sopra una vasca rettangolare, incavata nel pavimento marmoreo e rivestita di marmo, usciva per un canale, frammezzato da vaschette rettangolari, e metteva nel laghetto o piscina che s’allargava dinanzi al castello.
Guglielmo si fermò in quell’atrio, dinanzi a quella limpida fonte, la cui acqua veniva a lambirgli i piedi. Il silenzio rallegrato dal tenue canto dell’acqua, la solitudine illuminata da tutti quei bagliori d’oro; un senso di mistero, di quietitudine, una specie di addolcimento dello spirito, un ammollimento dei sensi, una sensazione indefinita, che era stupore, ammirazione, timore, gioia, rapimento, prendevano il re, lo trattenevano lì, immobile, sotto la bella volta dorata, fra gli arcieri saettanti nei musaici e i pavoni azzurri.
Nessuno lo disturbava: l’acqua gli cantava ai piedi, ed effondeva il suo canto fra gli archi e le pareti marmoree. Pareva al re che improvvisamente, dalla fonte dovesse apparire una fata bionda, con gli occhi ceruli, tutta vestita di bianco; apparire dapprima diafana e trasparente, poi a poco a poco prender corpo, moversi sorridendo, e tramandar luce dagli occhi e dai capelli d’oro.
Stette un po’ in questo assorbimento, poi lentamente volse alla destra, dove si vedeva biancheggiare la scala, e salì, attraversò una stanza decorata anch’essa di mosaici, col soffitto di legno, entrò in una grande aula, che pareva un tempio; delle colonne in giro sostenevano la cupola che riluceva d’oro; dentro nicchie scavate nelle pareti, e rivestite di mosaici erano alti vasi ornati di iscrizioni. Marmi e mosaici alle pareti, per terra, lucidi, maravigliosi; pareva quasi un delitto ammirarli.
Egli si sentiva compreso di una specie di senso religioso. Il suo rapimento cresceva a mano a mano che percorreva quelle stanze. L’esser solo, aumentava il suo godimento. V’era in quel momento una così gran forza di egoismo nel suo spirito, che avrebbe uccisa anche la sua favorita, se gli si fosse presentata a distoglierlo dalla solitaria ammirazione.
Egli era il re di quel palazzo incantato; vi entrava pel primo e voleva saziare il suo animo della gioia di quel primo possesso, come giovine sposo che coglie il primo fiore.
Si affacciò a una finestra, a le spalle del castello.
Sotto gli occhi suoi si stendeva il parco, del quale non poteva vedere i termini. Si confondeva con la montagna. Pareva un mare qui verde cupo, lì più chiaro e brillante, la varia altezza delle chiome, che ondeggiava lievemente, destava l’idea dell’increspar dei flutti. Lontano si disegnava la linea dei monti e dei colli, da Misilgandone azzurro e vaporoso, al monte Caputo, che si avanzava col dorso curvo tra gli aranceti lontani; e poi Monte Cuccio aguzzo, grande e nudo, triangolo di selce; e ancora Bellolampo, e poi Billieci....
Si affacciò dalla parte del lago. Il suo sguardo lo abbracciava tutto quanto; e vi scorgeva il cielo; pareva che la terra avesse un gran foro, dal quale si vedesse l’altra parte dello spazio infinito. Oltre la sponda, della quale l’erba sapientemente celava l’orlo marmoreo, altri cespugli di rose, di girasoli, di fiori misteriosi che parevano occhi attoniti di quella visione di bellezza. Il chiosco sorgeva sopra una scogliera artificiale; simile a un tempietto; la sua base era avvinta da rose selvatiche. La barca candida pareva dormisse su la pace dell’acqua...


Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1100, al tempo di re Guglielmo I e di Matteo Bonello. Nella versione originale pubblicata per la prima ed unica volta a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia, nel 1911. Raccolto in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori. 
Pagine 719 - Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su Amazon e tutti i siti vendita online.
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica.

giovedì 16 aprile 2020

Luigi Natoli: Fioravante e Rizzeri.

Romanzo storico ambientato nella Palermo del 1920. Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1936. Con premessa dell'Autore e prefazione di Francesco Zaffuto.
"Si ispira alle avventure di Fioravante, e lo riproduce attraverso un oprante; e intreccia l'antico con il moderno; e le avventure di Lillì fanno contrasto con quelle di Drusolina, e quell'onesto puparo sembra foggiato con l'anima dei suoi pupi. Ci è riuscito? Lo vedrà  il lettore. Ma se non è immodestia dirlo, coloro che mi hanno seguito attraverso i diciotto o venti romanzi, da me pubblicati su questo giornale, sanno per prova che un certo interesse so trovarlo".
Luigi Natoli
Pagine 308. Prezzo di copertina € 19,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su Amazon e tutti i siti vendita online.

Luigi Natoli: Ritorno al passato. Tratto da: Calvello il bastardo


Rimasta sola, la duchessa stese le braccia al cielo con un gesto disperato e deprecativo. Poi si mise a passeggiar per la stanza, pensando a quel passato così lontano, che l’evocazione di quella donna le faceva apparire recentissimo, abolendo quasi tutti gli avvenimenti della sua vita in quei ventisei anni.
Ella rivide quella cameretta povera e nuda, l’ampio letto, duro per le carni abituate alle mollezze, dove soffrì, per l’unica volta in vita sua, i dolori della maternità, senza gustarne le gioie, anzi sopprimendole, volontariamente. Non aveva provato nessun dolore nel separarsi da una creatura, la cui apparizione l’aveva fatta rabbrividire di spavento e di vergogna. Come era venuta? E perchè? Ricordava. A diciassette anni l’avevano maritata al duca di Falconara, che ne aveva trentotto: un bell’uomo, freddo, rigido. Dopo due anni di matrimonio infecondo era stato chiamato in corte e poi in missione all’estero. Ella si era chiusa nel palazzo, aspettando il ritorno del marito, pudica e fedele come Penelope; sorvegliata per altro dalla vecchia suocera. 
Ma erano così fredde le ampie sale del Palazzo Falconara! Erano così vuote le giornate, e così desolanti le notti nel letto vasto e deserto, dove i suoi sensi avevane intraveduto un mondo nuovo, ed era germogliata una fioritura di desideri consapevoli! La vecchia suocera non la lasciava mai sola, ma le faceva pesare la compagnia con interminabili prediche morali sui doveri di una moglie, durante l’assenza del marito, e con le lamentazioni sui tempi corrotti, talchè ella per sottrarsi a quel supplizio desiderava giungesse presto la fredda e solitaria notte. Un bel mattino fu trovata la suocera nel letto morta di accidente avuto nella notte. Se ne fecero funerali sontuosi, e un corriere fu spedito al duca per annunciargli la disgrazia. 
Passati nove giorni di lutto stretto rigoroso, ella, per tutelar meglio la sua reputazione se ne andò nella casa paterna... E lì... Ricordava l’incontro con l’uomo fatale, sette mesi dopo. Il duca non ritornava; quell’uomo era giovane, bello, elegante, valoroso e appassionato... Come avvenne? Non sapeva; fu una specie di ubbriachezza; ma certo, una notte, le sue mani tremanti apersero, senza far rumore, le vetrate del balcone che dava sul giardino; e accolse quell’uomo; e... e così anche le altre notti!...
Poi un bel giorno improvvisamente trasalì; aveva sentito dentro di sé agitarsi qualcosa... Ah quale spavento! quale odio fu quel piccolo essere germogliato in silenzio, che veniva a un tratto ad avvelenare la sua felicità! Quali tentativi per spegnere quella nuova vita accusatrice!... Indarno. Trionfava. Venne il tempo in cui non potè celare le sue condizioni. Allora si confidò alla madre. Qual colpo per la povera donna!... Bisognava nascondere agli occhi di tutti l’orribile colpa. La ricondussero nel suo palazzo, relegandola in una camera, dando a credere che fosse ammalata. Poi, perchè ogni cosa rimanesse nel mistero, si avvisarono di mandarla nei suoi stati, col pretesto di mutar aria; in realtà per far disparire ogni traccia...
Oh! come tutto pareva alla sua memoria vivo e recente!...

Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine settecento, dove l'eco della Rivoluzione francese porterà ai primi cenni delle logge che daranno vita alla Carboneria. Al centro Corrado Calvello, affiancato dal giureconsulto Francesco Paolo Di Blasi.
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913
Pagine 856 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su Amazon e tutti i siti vendita online. 


mercoledì 15 aprile 2020

Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891

Se al momento non possiamo andare in giro per Palermo, immaginiamo di farlo con il professore Luigi Natoli e la sua Guida di Palermo: insieme a lui conosceremo la storia di ogni strada, di ogni quartiere, di ogni monumento… anche quelli che oggi non esistono più, perchè distrutti dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Conosceremo la "sua" Palermo, quella del 1891, dell'Esposizione Nazionale, quella Palermo che viveva un periodo di grande splendore. 
In un tuffo nel passato, sapremo quali servizi la Palermo di allora offriva al visitatore, e il loro costo: dai Bagni d'acqua dolce in via Quattro Aprile ai Circoli di via Vittorio Emanuele, dalle librerie anche antiquarie alle pasticcerie. Se vorremo muoverci più velocemente, nessun problema: basta consultare dove si noleggiano le auto di lusso, o dove si trovano le stazioni di linea di omnibus e tramways. 
E se dovessimo perderci? Nessun problema, una cartina ripiegata dell'epoca, legata all'ultima pagina del libro, ci indicherà la strada. 

Luigi Natoli: Guida di Palermo e suoi dintorni 1891. Nella versione originale pubblicata dall'editore Carlo Clausen nel 1891 in occasione dell'Esposizione Nazionale, impreziosita dalle foto originali delle pubblicità, inserite allora nel volume. 
Pagine 218 - Prezzo di copertina € 19,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su Amazon e tutti i siti vendita online.  

venerdì 3 aprile 2020

Luigi Natoli: Il Cholera e la furia del popolo. Tratto da: I morti tornano...


In silenzio accanto a Giovanni, Andrea non sapeva che dire, perché dinanzi a quella morte così rapida assaporava la gioia di vivere e di sentirsi bene. Attraversarono la città. Andrea aveva bisogno di andare a casa sua a prendere qualche cosa, che Carlotta aveva dimenticato; e aveva indotto Giovanni ad accompagnarlo: tanto dovevano insieme risalire a Mezzomonreale col carretto del “curatolo” che li aspettava a Porta Nuova.
E via via che andavano per le antiche strade strette, opache, luride, si rivelava sempre più terribile la furia del mostro. Da un giorno all’altro l’orrore si centuplicava. I morti dopo dieci giorni dai primi due casi, toccavano il centinaio; ma gli attaccati erano quattro volte di più. E chi non era attaccato fuggiva, abbandonando anche i parenti negli spasimi di un’agonia spaventevole.
Essi vedevano qualche volta, attraverso la porta spalancata di un pian terreno, un disgraziato, solo, senza un cane, dibattersi per terra fra le sue reiezioni, rattrappito dai crampi, chiedere soccorso. Giovanni si sentiva stringere il cuore di pietà, e pensava a padre don Ciccio; ma Andrea lo trascinava pel braccio.
- Andiamo! andiamo! – diceva con voce soffocata dal ribrezzo e dalla paura.
Sbucando in una piazzetta udirono un clamore di voci che andava crescendo come lo scroscio dei marosi che si incalzano. Un rullìo di tamburi. E subito un fuggir di gente, un serrar frettoloso di porte e di botteghe. Poi, ecco una folla enorme di popolo. Scalza, cenciosa, arruffata: uomini, donne, ragazzi. Innanzi a tutti un omaccione, che agitava un cencio legato a una canna, come una bandiera; e accanto a lui un altro batteva un grosso tamburo. Oltre le teste, si agitavano convulsamente braccia armate di bastoni, di coltellacci, di sassi. Ora le voci si facevano più distinte: l’omaccione gridava:
- Viva Santa Rosalia! – E tutti ripetevano il grido con impeto d’ira e di vittoria insieme. Dai volti, dagli occhi, lampeggiava una gioia feroce e cupida di stragi.
Giovanni e Andrea si addossarono a una porta per lasciare passare quella fiumana procellosa; e quando quel torbido alfiere passò dinanzi a loro, una donna scarmigliata, sozza, stralunata, gridò:
- Ne abbiamo preso uno!... Li prenderemo tutti!.. Viva Santa Rosalia!
Seppero da uno della folla che avevano sorpreso un fontaniere arrampicato sul castelletto di distribuzione delle acque. Certo le avvelenava. E lo avevano ucciso a sassate. Gli avevano rotto la tempia. Giustizia, signori miei! Giustizia! non si avvelena la povera gente. Giovanni n’ebbe orrore, Andrea divenne livido.
Quando ripresero il cammino, rabbrividendo ancora, Andrea disse:
- Oh senti: questo è l’ultimo giorno che io vengo in città. Non voglio angustiarmi l’anima con questi orrori...
Ma Giovanni non l’udì. Camminava con un’aria dissennata, come uno, mal desto, ancora in preda a un sogno spaventevole. Quella furia di popolo, quelle grida forsennate che minacciavano altri scempi, altre scelleratezze, orrori sopra orrori, gli avevano sconvolto l’animo e sbalestrate idee e sentimenti; come un colpo di vento, che, entrato improvvisamente in uno studio, butta all’aria e disperde i foglietti, sui quali i pensieri erano stati esposti in ordine logico. L’immagine di padre don Ciccio, quelle dei suoi vecchietti nella vasta casa piena d’ombra, il dolor suo e quello dei suoi, sparivano sotto a quel colpo di vento, che disordinava violentemente il suo spirito. Che cos’era la vita di un uomo? che cosa il dolore di una famiglia? V’era qualche cosa più terrificante della morte; e v’era nel mondo un dolore più vasto, più profondo, più orrendo di quello di chi piange un caro estinto. E si sarebbe egli chiuso nella cerchia egoistica dei sentimenti famigliari?
Vide in quel momento, un ometto vestito di nero, entrare in un miserabile pianterreno senza esitare. Spinto da una curiosità inquieta, Giovanni si fermò davanti alla porta; e nell’ombra grave e putrida di quella squallida stamberga, potè scorgere quell’ometto inginocchiato dinanzi a un mucchio di paglia. Egli sorreggeva un coleroso in preda agli spasimi, e gli dava coraggio;  e in piedi una donna, lacera, sudicia, sbalordita dal dolore, muta e sgomenta. Poi l’ometto scrisse una ricetta e la diede alla donna, che mormorò con angoscia:
- Che ne faccio? con che pagherò la medicina?
E allora quell’ometto si tolse l’orologio e la catena d’oro, li diede a quella donna, e se ne uscì di fretta, senza dir parola. Giovanni si sentì meschino o vile dinanzi a quel gesto di carità grande e semplice, strinse il braccio di Andrea, e gli disse:
- Hai visto? Sai chi è quel medico? è il dottor Tranchina.
Ma Andrea si strinse nelle spalle:
- Certi eroismi, – disse, – sono pazzie. Il sacrificio del suo orologio non sottrarrà certo quell’uomo alla morte. E anche lo salvi, quell’uomo è uno, i colerosi centinaia. E il dottore non ha centinaia di orologi d’oro… E allora non ti sembra quel sacrificio sia inutile?
- Inutile? O dunque il non poter aiutare dieci, venti, deve impedirmi di aiutarne almeno uno? Deve impedirmi di asciugare una lacrima, di infondere un raggio di speranza, di far sentire un alito d’amore a uno?
Andrea fece un gesto ironico: e Giovanni si chiuse in un silenzio pieno di pietà e di sdegni. 



Luigi Natoli: I morti tornano. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1837 devastata dal Cholera. Nella versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1931
Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno. 
Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile in tutti i siti vendita online. 



"I morti tornano..." fa parte anche della raccolta "Trilogia del Risorgimento" che include i tre romanzi: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro, I morti tornano..., Chi l'uccise? 
Prezzo di copertina € 24,00


giovedì 2 aprile 2020

Luigi Natoli: Palermo nei primi anni del 1500. Tratto da Squarcialupo.

La città di Palermo nel 1515, sebbene nella periferia avesse preso la forma che su per giù conservò intatta, entro la cerchia delle mura esterne fino al 1860, non aveva internamente la distribuzione topografica che venne assumendo nel corso del secolo, e che nel 600 ebbe compiutezza e stabilità. Questa cerchia – in qualche punto visibile ancora – è riconoscibile in quella serie di stradoni che la costeggiavano e ne furono la via di circonvallazione: la quale partendo dalla spiaggia, per le odierne via Lincoln, Tukery, Alberto Amedeo, e piegando per le vie Volturno e Cavour va a finire là dove era il Castello a mare. Internamente non c’era ancora la via Maqueda; e la parte più antica della città nel mezzo, era la vera Panormus e conservava la sua cinta di mura antiche e le sue porte e le sue torri, come una città dentro la città, oramai inutili, qua e là rotte e tramutate in abitazioni. La strada che negli atti ufficiali e nella cronaca aveva nome di via Marmorea giungeva fino alla chiesa di Sant’Antonio, all’angolo della recente via Roma, dove era una torre, che gli eruditi di quel tempo attribuivano a un nipote di Noè, e una porta, che una volta dava sul mare, e i musulmani chiamarono infatti Porta di mare. Ma il mare che in tempi remoti giungeva fino a questo punto, vasta insenatura, chiusa a oriente da uno sprone – ancora visibile – sulla cui estremità sorse poi la chiesa della Catena, si era a poco a poco ritirato, o era stato disseccato: si era ristretto poi in quell’area che formò appresso la piazza Marittima, oggi Marina, e finalmente si restrinse nella Cala.
Nel 1515 su tutta questa nuova aria correvano strade e stradette, sorgevano chiese e palazzi, che furono anni dopo abbattuti o tagliati, quando distrutta la torre e la porta, il vicerè don Garsia de Toledo volle che si prolungasse la via Marmorea fino alla chiesa di Porto Salvo; e le diede il suo nome.
La via Marmorea dunque era né più né meno che l’attuale via Vittorio Emanuele. E se si pensa, che essa era la via principale dell’antica Panormus, si deve riconoscere come una delle più antiche strade cittadine del mondo, rimasta quasi intatta là dove fu tracciata forse dai Fenici, certo ai tempi greco-romani.
Era fiancheggiata di palazzi magnifici, che conservavano l’aspetto di castelli con merli e torri, e di ricche botteghe; lastricata di pietre, levigate; bella e sontuosa, destava la maraviglia dei forestieri.
Quasi parallelamente a essa correvano altre due strade, di qua e di là, lungo le mura antiche: specie di boulevards; che finivano anch’esse col congiungersi, a Sant’Antonio, con la via Marmorea. Una di queste strade, partendo dall’alto, – dove ora è la Caserma, costeggiando l’episcopio e la cattedrale, percorreva la strada, che anche allora si chiamava del Celso; la quale si continuava con norme di via di porto Oscura, San Teodoro degli Scannati, S. Antonio, ininterrottamente. Tre porte, antiche anch’esse, mettevano in comunicazione questa strada, anzi questa parte della città, con quartieri che erano sorti nelle bassure, dove in tempi remoti si prolungava la palude del Papireto: ed erano la porta di Sant’Agata, – presso la chiesa omonima, la porta degli Schiavi – in via Celso – e la porta Oscura, – la Bab as Sapa degli arabi – detta Oscura forse perché vi si giungeva per un andito lunghetto e buio. Essa dalla piazza delle Vergini, metteva sul principio della odierna Piazza Nuova; e chi scende dalla via Maqueda nella piazza, guardi nelle botteghe a destra, e fatti pochi passi vedrà dentro una di esse un mezzo arco sepolto fra le costruzioni posteriori. È quel che resta della porta.
Ora siccome il suo sbocco rimaneva più in basso dal livello della piazza delle Vergini, una specie di scalinata percorreva gran parte dell’andito, sul quale si apriva qualche stanza o stamberga, che forse un tempo serviva di alloggio alle guardie. Una, in alto, scavata nel tufo, male intonacata, nera di fuligine, si era trasformata in bottega e in abitazione. 
Luigi Natoli: Squarcialupo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1500. Nella versione originale pubblicata per la prima ed unica volta a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia nel 1924. Raccolto per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori. 
Disponibile su Amazon Prime.
Disponibile in tutti i siti vendita online. 
Copertina di Niccolò Pizzorno

mercoledì 26 febbraio 2020

Suruzza! di Luigi Natoli al Circolo di Cultura. (Da un articolo sul Giornale di Sicilia del 25 aprile 1911)

Sala affollatissima di pubblico eletto, di signore eleganti e intellettuali, di letterati, giornalisti, professori: sala di grandi occasioni al Circolo di Cultura, ieri alle 16 per la lettura della commedia siciliana “Suruzza” letta da Luigi Natoli.
Era naturale che “Maurus” noto per le sue storie e leggende, pei suoi romanzi così popolari, pei suoi articoli agili e nobili, destasse la curiosità del pubblico presentandosi sotto l’aspetto di autore drammatico siciliano. Autore, ahimè! non giovane; ma come autore siciliano... nuovissimo.
Egli cominciò con una prefazioncella per dichiarare i suoi intendimenti, e avvertire il pubblico che la sua commedia (egli si è piaciuto chiamarla così, umilmente, mentre è triste e drammatica) non ha niente che si rassomigli al teatro siciliano solito a recitarsi, tutto fondato sulla mafia, sulle coltellate, sulla vendetta, con accompagnamenti di urli, contorsioni e deliri più o meno bestiali. È una commedia senza amori, senza adulterii, senza passioni violente; con una favola semplicissima; uno dei tanti, tantissimi casi comuni della vita dei piccoli paesi, dove un borgese arricchito con l’usura, stando fra i briganti e il governo, diventa commendatore, occhio destro dei prefetti, arbitro del comune; e rovina qualche parente, spogliandolo a poco a poco. Contro il quale si oppone il nipote, figlio del parente rovinato. I fatti privati si intrecciano e si fondono organicamente coi fatti della vita pubblica: così da presentare un quadro vivace e fedele della vita dei piccoli paesi.
Il terz’atto, in cui è riprodotto l’arrivo del deputato, gli sforzi del commendatore per festeggiarlo, le dimostrazioni e le controdimostrazioni è di una freschezza e una vivacità straordinaria.
La commedia è interessante e commovente: la povertà dignitosa del povero don Tomaso, la malattia della figlioletta, vittima della povertà, l’affetto tenero di Giovannino (il protagonista) per la sorella, tutto ciò ha una nota di dolore così intenso nella semplicità dei mezzi, che commosse il pubblico.
La commedia è in quattro atti. Quando si è detto che il pubblico ascoltò la lettura (il Natoli è un buon dicitore) di tutti e quattro atti, senza che nessuno si movesse, senza fiatare, prorompendo in applausi, che alla fine furono caldi e lunghi e reiterati, si è fatto l’elogio della commedia e del commediografo.
Bisognerebbe vederla sulla scena; ma quale compagnia la darà? Dove sono gli attori adatti?
In altra parte del giornale, intanto, diamo una primizia del bellissimo lavoro.


Luigi Natoli: Suruzza! e altre opere inedite per il teatro in siciliano. Nelle versioni originali dei manoscritti dell'autore, con testo in italiano a fronte e note esplicative.
Opere nel volume: Suruzza! (dramma in quattro atti), L'Abate Lanza (Commedia dialettale in tre atti), L'umbra chi luci (dramma in tre atti), Quattru cani supra un ossu (Commedia in tre atti).
Pagine 729 - Prezzo di copertina € 25,00
Disegno in copertina di Niccolò Pizzorno
Elaborazione grafica copertina: Maria Squatrito
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica
Disponibile on line su Amazon, Ibs e tutti i siti vendita
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 


venerdì 7 febbraio 2020

Luigi Natoli: La morte di papà La Marchienne. Tratto da: Alla guerra!


Un soldato prese Betty per una mano, e la spinse avanti pel sentiero; un altro afferrò bruscamente papà La Marchienne.
- Avanti, animalone!...
Guy divise in due scaglioni quel gruppo di uomini; col primo mandò innanzi i feriti che potevano andar da sé, e quelli che si poteron raccogliere e aiutare; egli rimase col secondo, per proteggere la ritirata. Quei dieci uomini si centuplicavano. Indietreggiavano lentamente; a ogni venti o trenta passi si fermavano, sparavano più colpi che potevano, arrestando l’avanzata dei tedeschi.
- Signor tenente, – disse quel tiratore mentre ricaricava il fucile; – son quarantadue, adesso!...
Riprese la mira; ma nel tempo stesso, sentì un urto violento, girò sopra se stesso e cadde:
- Tombola! – gridò, sorridendo nel pallore della morte.
Guy si chinò:
- Sei ferito?...
Il soldato dischiuse un po’ gli occhi, guardò l’ufficiale; fece uno sforzo per sorridere; e mormorò:
- È la mia volta… È giusto!...
Poi aggiunse a fior di labbra:
- Allontanatevi… ammazzeranno anche voi… Salutate la compagnia!...
Un lieve sospiro, un impercettibile brivido per la persona; e rimase lì, disteso, sereno, col suo fucile accanto.
Guy gli chiuse gli occhi, gli tolse la medaglietta di riconoscimento, lo salutò con un gesto, e raggiunse i suoi uomini.
Ben presto quell’eroico avanzo, che per due ore aveva tenuto testa a un reggimento di fanti si trovò entro le linee francesi; ma prima di giungervi papà La Marchienne era tornato indietro, improvvisamente, senza che nessuno se ne avvedesse. L’altra mucca, perché l’aveva abbandonata? Voleva dunque regalarla a quei ladri?... Ritornava alla fattoria, per riprenderla. Bruno lo seguiva, zoppicando su tre gambe, con la zampa spezzata pendula e oscillante.
Quando giunse su la spianata, era piena di tedeschi che frugavano dappertutto per scovare i francesi che credevan nascosti. Papà La Marchienne vide la sua vacca tirata per la corda da un soldato alto e grosso, che pareva un beccaio. Gli arsero gli occhi di rabbia:
- Quella è mia! – gridò; – è mia!...
Sua? ah sì?...
- Ebbene! dategliela!... – disse un ufficiale ridendo, facendo un gesto con la sciabola.
Tre o quattro soldati sghignazzando si gittarono su papà La Marchienne, lo buttarono contro il muro, e gli scaricarono addosso i fucili. Il vecchio cadde senza un gemito. Bruno si slanciò contro uno dei soldati e lo addentò a una gamba.
- Toh! anche questo? – gridò il soldato, imbestialito; e passò da parte a parte il povero cane, con una baionettata, e lo buttò sul cadavere del padrone. La bestia guaendo e voltandosi, sentì presso la sua bocca la mano ancor tiepida di papà La Marchienne; e allora parve raccogliere in uno sforzo supremo tutta la tenera devozione che lo aveva unito al vecchio contadino, e lambì dolcemente quella mano. Poi morì. 



Luigi Natoli: Alla guerra! Romanzo storico ambientato nella Parigi del 1914, all'inizio della Prima Guerra mondiale. Pubblicato unicamente a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 19 ottobre 1914, è raccolto per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori nel 2014, a cento anni di distanza e in occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale.
Il volume è arricchito dai disegni  di Niccolò Pizzorno.
Pagine 954 - Prezzo di copertina € 31,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica
Disponibile su Amazon, Ibs e tutti i siti vendita online. 
Sconto del 20% se acquistato dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

Luigi Natoli: La guerra alla fattoria de La Rounerie. Tratto da: Alla guerra!



Betty era rimasta in quell’atteggiamento fra le due bestie, che volgevan gli occhi placidi sotto il velo delle ciglia, e si sferzavano ogni tanto con le code; e così, con le braccia distese sui loro dorsi, grave e silenziosa nella confusa intuizione di un prossimo pericolo ancor ignoto, pareva volesse proteggere le sue mucche. I suoi occhi vedevan lontano una bianca nuvoletta vagante a fior di terra, che s’andava sempre più allargando, fra un crepitìo, come di castagne buttate sul fuoco. Era quella la guerra? Lo spettacolo non aveva ancora nulla di terribile; pareva un gioco. Non si persuadeva perché quell’ufficiale stesse immobile col binocolo sugli occhi; e perché i soldati non fiatassero. Sembravan tramutati in statue; coi fucili spianati contro un nemico invisibile e lontano. Un gran silenzio s’era diffuso intorno alla fattoria; i soldati non fiatavano, o forse bisbigliavan fra loro così a bassa voce, che non s’udivano. Neppur su nella casa, ora, s’udiva rumore; v’era in quella immobilità, in quel silenzio qualche cosa di terrificante, che a poco a poco prendeva l’animo di Betty in una morsa di ghiaccio. Anche Bruno, il cane, pareva compreso dalla tragicità di quel momento di aspettazione. Aveva finito di brontolare dietro i soldati; e ora, accoccolato sulle zampe di dietro fra papà La Marchienne e Guy, guardava anch’esso laggiù, con gli occhi fissi, aggrondati, le piccole orecchie diritte, le nari vibranti in un lieve e rapido annusare. 
Ora i tedeschi si vedevano più distintamente; si avanzavano in ordine, in due file, lungo i margini della strada, sparando. Più indietro si scorgevano delle grandi masse compatte, che procedevano dietro i tiratori; sulle quali balenavano al sole con un guizzo molteplice e tremolante, le lame delle baionette. Da Auvelais era cominciato il fuoco. 
A un tratto apparve nel cielo un punto nero, che sollevandosi e avvicinandosi, con le grandi ali distese, s’andò ingrandendo e designando la sua forma. Era un taube. Passò rombando sopra la fattoria, volò su Auvelais, poi girò in largo, ritornò, sparve; ma poco dopo un tuono cupo e violento rimbombò e dominò il crepitìo delle fucilate. L’artiglieria tedesca apriva il fuoco per sloggiare i francesi. 
Guy pallido, immobile sotto la tettoia, col trombettiere accanto, aspettava che la fanteria tedesca giungesse sotto la collina, per fulminarla di fianco. Se avesse avute due mitragliatrici, la sua posizione sarebbe stata veramente formidabile. Ma come domandarle? Ad Auvelais non ne avevan mica tante da dislocarne; le poche di cui il capitano poteva disporre, erano in posizione in punti strategici. Bisognava dunque confidare nei fucili. 
Portò alla bocca un fischietto e soffiò. Un fremito percorse la terra. Un altro fischio. Uno scoppio molteplice, furibondo, tempestoso, avvolse la fattoria, sopra, sotto, intorno; Betty balzò indietro, con un grido di terrore, papà La Marchienne impallidì e si tirò da parte; Bruno si rizzò su tutte e quattro le gambe, col muso levato, brontolando. 
Guy guardava. 
Giù nello stradale, i tedeschi colti alla sprovvista, si erano arrestati; molti erano caduti: alcuni erano rimasti immobili, con le braccia spalancate, altri si avvoltolavano nella polvere: erano a tre o quattrocento metri, e si vedevano distintamente. 
Il fuoco dei francesi continuava, con un fracasso infernale incalzando: la terra, il fabbricato, tremavano: una specie di febbre pareva rendesse le mani più sollecite: Guy uscì dalla tettoia spingendosi innanzi, allo scoperto, per osservar meglio. Betty pallida, inchiodata fra le sue mucche, con gli occhi spalancati, si sentiva attratta da una forza maggiore dello spavento, a guardare; ma quando vide l’ufficiale avanzarsi solo, non potè trattenere un grido di terrore. 
Laggiù i tedeschi, superato ben presto quel primo momento di confusione si riordinavano; altre masse sopravvenivano, a passo svelto, per sorreggere i primi; e cacciare via i francesi dalla fattoria. Ora mentre i primi, riprendevano la loro marcia, curvi, quasi strisciando per terra, fermandosi ogni tanto per sparare; una colonna mosse contro la fattoria, per distogliere il fuoco dei francesi e occupare la posizione. Cominciò un fuoco spaventevole; le palle sibilando stroncavano i rami; passavano tra gli alberi che tremavano con uno stormire pazzo di fronde; si cacciavano nel terriccio, sollevando la terra; poi tempestavano i muri della casa; strappandone i calcinacci, spezzando i vetri, schiacciandosi nei ferri, rimbalzando. 
Betty tratteneva il respiro, agghiacciata dal terrore, ma ostinata a guardare. Si era cacciata un po’ più dentro, seguendo con gli occhi l’ufficiale, che pareva non s’accorgesse dell’uragano in mezzo al quale s’aggirava. 
Guy seguiva con viva attenzione i movimenti del nemico, che tendeva a spiegarsi sul fianco del poggio, per avvolgerlo. Da quella parte egli aveva fatto costruire la barricata, dietro la quale erano appostati venti uomini. Bisognava rinforzarli. Ordinò a una dozzina di quelli piazzati sotto gli alberi un movimento d’appoggio verso la barricata. 
- Non vi alzate! – gridò; – strisciate per terra… non vi fate vedere…
- E voi? – gli domandò un fantaccino piccolo e rosso che aveva un viso di arguto e una parlantina sciolta da parigino. 
Si rizzò in piedi, per braverìa, ma quasi subito girò sopra sè stesso e cadde; non gemette che un nome: 
- Mamma mia!...
Era il primo, che pagava il suo tributo di sangue, raccogliendo le sue forze sopra un nome; il primo che si balbetta, quando le labbra si sciolgono alla parola, il solo che s’invoca, nei grandi dolori, l’ultimo che erra su la bocca, quando la morte la sigilla. Guy si chinò rapidamente sopra di lui, lo scosse, lo voltò. Aveva gli occhi verdastri aperti con una espressione di sgomento, e la bocca angosciosa piena di sangue e di terra; e non respirava più. 
Una grande pietà invase il cuore di Guy: alla sua mente apparve l’immagine dell’ulano da lui ucciso; anche quello era giovane, biondo, con gli occhi chiari. Si rialzò accigliato, stringendo le mascelle quasi per costringere la pietà a ricacciarsi nel profondo del petto, e raggiunse la barricata, dove le palle tedesche si abbattevano come la gragnola. 
- Saldi, ragazzi! – gridò per incoraggiarli. 
Ma non ce n’era bisogno. Non costretti più al silenzio, esaltati dalla febbre omicida e dall’istinto della conservazione, quei trenta fantaccini gridavano, motteggiavano, accompagnavano di ingiurie ogni colpo, come se le palle potessero, mandate al nemico inacerbirne le ferite. Un fantaccino s’era alzato in piedi, e protetto dall’aratro di ferro, buttato sopra alcune masserizie, tirava con una certa lentezza. 
- Uno a ogni colpo, signor tenente! – disse ridendo. 
Aveva la mira precisa, e non falliva; abbatteva un tedesco a ogni fucilata, con una freddezza, come se avesse tirato a fantocci di legno in una fiera. 
- Non sciupo le munizioni! – aggiunse mirando e sparando. 

Il combattimento si era allargato; tutti quei borghi, disseminati lungo le rive della Sambra, o fra gli avvallamenti dei poggi; tutte le officine coi loro camini spenti; e più in là ancora, verso Moustier diritta sull’altipiano, verso Tausines, dall’altra parte, in mezzo alle linee della strada ferrata; dovunque era un ondeggiar di nubi, un guizzare di incendi, fra il rombo cupo e implacabile dei cannoni, e lo strepito alto e basso delle fucilate. Di tanto in tanto s’udiva l’eco smarrita d’uno squillo di tromba: e di lontano dal fondo dell’orizzonte, apparivano sempre nuove masse, dapprima come linee fosche, che si movevan lentamente, poi più distinte; si dividevano, si diramavano, si allargavano, e a mano a mano che si avanzavano si ingrandivano. E non finivano mai.
Verso la fattoria però i tedeschi non avevano fatto un passo.
Costretti a combattere scoperti, ammassati in uno spazio piuttosto angusto, in basso, avevan dovuto arrestarsi dinanzi al fuoco sicuro, terribilmente micidiale dei francesi. Gli ufficiali li minacciavano, li percotevano coi calci delle rivoltelle, perché andassero avanti; ma la morte abbatteva anche loro; inesorabilmente, fulmineamente sopra i soldati.




Luigi Natoli: Alla guerra! Romanzo storico ambientato nella Parigi del 1914, all'inizio della Prima Guerra mondiale. Pubblicato unicamente a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 19 ottobre 1914, è raccolto per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori nel 2014, a cento anni di distanza e in occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale.
Il volume è arricchito dai disegni  di Niccolò Pizzorno.
Pagine 954 - Prezzo di copertina € 31,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
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Luigi Natoli: l'esodo da Parigi. Tratto da: Alla guerra!


La guerra aveva spazzato ciò che vi era di putrido nella vita di Parigi? La grande città aveva ritrovato il ritmo di una vita di raccoglimento nella consapevolezza della grande tragedia nella quale improvvisamente la Francia era stata trascinata? Era stato necessario che si abbattesse un uragano, perché la Francia si ridestasse dalla sua obbliosa follia?
Uno strillone gli passò accanto gridando: 
- Il Tempo! Il bollettino del generale Joffre! La vittoria dei francesi! 
Percorse tutto il boulevard Rochechouart spinto da una curiosità di vedere, di osservare, di sentire quella vita nuova a cui la città pareva aprir gli occhi per la prima volta. Dappertutto la stessa rinuncia del passato; lo stesso silenzio di ogni voce di scettica gioia; le porte dei cabarets chiuse, gli stucchi delle decorazioni mortificati, senza luce, dietro le lampade spente; gli ultimi manifesti ancora incollati nelle tabelle stinti e logori dalla violenza degli acquazzoni; parevano i segni di una vita spentasi violentemente. 
V’era qualche cosa di triste e di opprimente nell’eroica rinuncia a quella che era parsa fino allora la sola ragione di vivere a Parigi. 
Benoist piegò pel boulevard Magenta. Non sentiva ancora la stanchezza di quella lunga passeggiata, così rivelatrice di nuove sensazioni. Udì i fischi delle locomotive della stazione dell’Est: e si ricordò di aver udito e letto dell’esodo degli stranieri che fuggivano da Parigi, e in così gran numero che non bastavano i treni. Le due stazioni dell’est e di Lione erano invase da queste moltitudini, che ogni giorno, da ogni parte della Francia, specialmente dal nord, si rovesciavano a Parigi per prendere i treni della Svizzera e dell’Italia. Erano tutti operai o piccoli impiegati, che scappavano dai grandi stabilimenti industriali, dalle miniere, dinanzi all’avvicinarsi della guerra; tutta povera gente strappata al lavoro, che aveva dovuto abbandonar la casa, la roba, forse anche il piccolo peculio, incalzata dalla paura; la cui miseria aveva sollevato un vivo sentimento di pietà e provocato i soccorsi del governo. 
Come spinto da uno spirito di fraternità pei sofferenti, pei miserabili, Benoist volle spingersi fino alla stazione. 
Era già notte: il cielo coperto di nubi, l’aria umida e grave. Le lampade elettriche spandevano intorno una luce lunare, che faceva taglienti le ombre nere. La piazza era  tutt’intorno trasformata in un vasto accampamento: erano le ultime torme di fuggiaschi, e la empivano tutta. A gruppi, a famiglie, seduti per terra, su povere valigie legate con la corda, su piccole casse, sui fardelli che erano una mostra di miseria, uomini e donne, vecchi e bambini, stavan lì in silenzio con uno squallore pieno di sgomento nel volto: con negli sguardi un desiderio prepotente di fuggire, di ricoverare nei loro paesi d’origine, che alcuni non conoscevano neppure. Pochi passeggiavano lenti, soffermandosi qui e là, barattando qualche parola. I portici erano così stipati, che non vi si poteva circolare; l’ampia sala dei bigliettai, le sale d’aspetto erano gremite dei fortunati che erano giunti pei primi; sopra alcuni sedili erano coricati e coperti di mantelli, gli ammalati: ve ne erano che battevano i denti per la febbre, altri gemevano. Dei vagiti di infanti, delle grida di bimbi irrequieti o affamati rompevano quella specie di lugubre silenzio che rattristava la piazza. 
Le carrozze, le automobili, gli omnibus eran costretti a rallentare la corsa, a procedere a passo d’uomo, guidati dalle guardie di città, che procuravano di mantenere un po’ d’ordine. 
Giunse un carro, preceduto da un’automobile, dalla quale scesero alcuni signori. Benoist vide che traevano pane e commestibili, latte, vino. Bisognava pure sfamare quella povera gente! 
La notizia che era arrivato quel carro, si diffuse in un baleno; tutta quella moltitudine che giaceva oppressa, si sollevò a un tratto con una specie di ardore, alla conquista del pane; la paura di arrivar l’ultimo, di non trovar più nulla, rendeva ognuno egoista: ognuno voleva passar prima, respingeva il vicino, rovesciava i fanciulli, gridando. Migliaia di grida insieme, migliaia di braccia si agitavano; un mareggiare di teste; uno spettacolo doloroso e ripugnante in un tempo.
 Le guardie di città cercavano di regolare la distribuzione; respingevano, raccomandavano, minacciavano di arrestare. Duravano una fatica enorme, per impedire che quel carro fosse saccheggiato. 
Benoist guardava. Quanta miseria!... e quanta abbiezione!... Era un altro quadro che la guerra gli offriva; un quadro assai diverso dal quello che Montmartre già quartiere della gaia scienza del piacere, gli aveva rivelato; era la fine del lavoro pacifico e produttivo, donde scaturiva il largo fiume della ricchezza della Francia; un cataclisma tellurico, sommergeva quella sorgente e arrestava a un tratto il corso di quel fiume. Tutta quella gente lacera, solcata dai disagi e dalla fame, avvilita dalla paura e dall’incertezza del domani, spinta verso l’ignoto che riceveva un pezzo di pane per carità; era per quella che aveva fino a ieri prodotto la ricchezza!...
Le locomotive fischiavano; pareva dicessero: “Ora vi porteremo via!” Dove? In Italia? In Svizzera? più lontano ancora? dove?
Benoist si aggirava, con le mani in tasca, col viso oscurato da una grande tristezza, fermandosi di tanto in tanto. Un vecchio, che sbocconcellava un pezzo di pane, rompendolo con le mani ossute, credendolo forse uno del comitato, lo salutò con un gesto della mano, che pareva anche un ringraziamento, e indicando il pane disse con un tono vago e indeterminato: 
- Eh! chi lo sa domani?...
Domani? che cosa era quel “domani”? l’ignoto. L’Ignoto in quell’ora tesseva la tela della storia futura, e nessuno poteva vederne la trama. 
Lentamente, si avviò per andare ad aspettar l’omnibus della Villette, per ritornarsene a casa; ma sull’angolo della rue de Valenciennes, si sentì chiamare da una voce arrochita: 
- Benoist!...
Si voltò vivamente: vide dinanzi a sé, sotto il candelabro d’una lampada, un uomo, il cui volto spariva sotto un cappello a cencio dalle ampie falde, e fra una barba incolta e una sciarpa di lana tirata fin sulle orecchie. Era sepolto in una specie di pastrano, nelle cui tasche affondava le mani. 
Benoist non lo riconobbe. 


Luigi Natoli: Alla guerra! Romanzo storico ambientato nella Parigi del 1914, all'inizio della Prima Guerra mondiale. Pubblicato unicamente a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 19 ottobre 1914, è raccolto per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori nel 2014, a cento anni di distanza e in occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale.
Il volume è arricchito dai disegni  di Niccolò Pizzorno.
Pagine 954 - Prezzo di copertina € 31,00
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