Nino La Pelosa era quello che si diceva e si dice ancora,
un “vastaso”, ossia un facchino, di quelli che tenevano la
“posta”, ossia la loro borsa di lavoro, all’aria aperta, nella
piazza di Ballarò. Quattro erano le piazze, e quattro le, di
ciamo così, corporazioni dei “vastasi”: quella di Ballarò,
quella della Fieravecchia, quella del Garaffo, e quella del
Capo. In qualunque ora del giorno, si era sicuri di vederli
in esse, seduti per terra, o sopra qualche banco – e se ne
vedono ancora in qualche piazza, – scamiciati, a piedi
nudi, pronti alla chiamata. Facevano un po’ di tutto: trasportavano roba, all’epoca degli sgombri, o quando occorreva; portavano le “seggette” o portantine, facevano,
i banditori privati; vendevano roba vecchia in piazza per
conto dei clienti: a tempo della pesca dei tonni, portavano
al mercato con le stanghe al suono del grosso tamburo,
gli enormi pesci infiorati di garofani nelle orbite vuote;
trasportavano i morti; si prestavano insomma a tanti ser
vizii: forti, infaticabili, rispettosi e sopratutto onesti.
Da ragazzi, facevano i “picciotti di panaro”, portavano cioè
a casa di chi li adibiva, la spesa, nelle sporte di canna; dai
diciotto anni in poi passavano nei “vastasi”, come a dire
che diventavano maestri. Tutti obbedivano a un capo che
era anche il superiore della congregazione religiosa alla
quale avevan l’obbligo di ascriversi; e se non era il supe
riore ufficiale, ne era il capo morale e autorevole.
Questa autorità gli veniva prima d’ogni altro dal coraggio e dalle prove di valore date, che gli creavano intorno
una fama di valentia, sempre efficace sugli animi rozzi e
ignoranti; oltre a ciò da certe qualità morali, serietà, fer
mezza nei propositi, generosità cavalleresca, spirito di pre
potenza e a un tempo di giustizia. Un vero “cristiano”. La
dedizione, la sommessione degli altri era spontanea: si ri
correva a lui nelle questioni; egli giudicava con scrupolosa
imparzialità, e nessuno si ribellava, neppure si doleva, se
l’arbitrato gli riusciva sfavorevole.
Nino La Pelosa era il capo dei “vastasi” di Ballarò: e
questo spiega perché Isabella si fosse risoluta a rivolgersi
a lui, sotto la minaccia imminente dell’inumano sacrificio
di sua figlia. Nino giunse a casa di Isabella, che ancora
nell’aria oscillavano gli ultimi rintocchi della campana dei
defunti...
Una lunga e dolorosa storia Isabella raccontò a
Nino La Pelosa, quella sera, nel silenzio della casetta.
Nino aveva ascoltato il lungo racconto
senza interromperlo, commentando i vari episodi con un corrugar delle sopracciglia o con lo stringere le mascelle. Quando Isabella con un singhiozzo pronunziò le
ultime parole, egli disse gravemente:
- Vossignoria dica che cosa vuole che io faccia, e lo
farò: parola di Nino. - Ecco, io vorrei che Gerlando... frate Agostino sapesse
tutto... Egli troverà il modo di salvare Cristina...
- Questo per ora. Voi siete un uomo segreto e non c’è
bisogno di raccomandarvi il silenzio e la prudenza...
Nino si mise una mano sul petto:
- Domani partirò...
In foto Nino La Pilosa. Spettacolo teatrale del 7 giugno alle ore 21:00 di Fra Diego La Matina, con la compagnia Araldo del Vespro presso il Teatro don Bosco - Via Libertà 199 - Palermo.
Testo e regia di Giuseppe Bongiorno
Luigi Natoli: Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo soggiogata dall'Inquisizione. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1924.
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna gratuita a Palermo, consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia)
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