giovedì 10 novembre 2022

Luigi Natoli: tutto l’argento, tutto l’oro doveva portarsi alla zecca... Tratto da: I mille e un duelli del bel Torralba.

Cielo piovigginoso quel pomeriggio del 25 dicembre 1798. 
Era piovuto il giorno innanzi e la notte annacquando la massa di mezzanotte. Ora pareva che le nubi si fossero stancate, ed erravano pel cielo, sospinte da un venticello frizzante. Ma nella strada c’era una folla straordinaria, che si recava alla Marina: da porta Felice, da porta dei Greci, da porta Carbone erano tre fiumane che dilagavano lungo la banchina; altre fiumane uscivano da porta S. Giorgio e andavano verso il Borgo. Vi era nei volti, nei gesti, una letizia insolita, una aspettazione quasi impaziente. Quelli che giungevano domandando a quelli che erano giunti:
- Dov’è?... è arrivato?
Il mare formicolava di barchette piene di gente, e come già l’aria si annerava, si accendevano fiaccole, che punteggiavano di stelle rosse l’oscurità, e coi lunghi tremolanti riflessi frugavano dentro la cupa profondità dell’acqua.
Aspettavano.
Le torri di guardia avevano nella mattinata segnalato una flotta che inalberava vessillo reale, segno che v’era persona regia a bordo; il Vicerè, il Pretore, avevano subito mandato l’Aurora comandata dal capitano Giovanni Bausan, a vedere di che si trattava, e l’Aurora aveva portato la gran notizia; viene il re con tutta la famiglia reale! 
La notizia si sparse in un lampo per la città: il re! Viene il re!... Da sessantaquattro anni i Palermitani non avevano visto un re: i vecchi ricordavano Carlo III e le feste della incoronazione: di questo Ferdinando, non sapevano che faccia avesse, se non attraverso le monete. Non era mai venuto a conoscere i suoi sudditi siciliani.
- Eh! – dicevano i saputi con sufficienza: – si è persuaso finalmente a venire; soltanto con la sua presenza può avere il denaro che gli bisogna!
- Sì ma ci son voluti più di due anni per persuadersene.
- E non è una cosa confortante che egli venga per spremerci nuovo sangue!
- Infine viene! È il re!... il nostro re!... e viene!
Le allusioni erano al parlamento, tenuto nel settembre che aveva votato due milioni di scudi, per spese di guerra; milioni che al re eran parsi insufficienti, sì che l’aveva rifiutati e aveva ordinato alla Deputazione del Regno (la quale eseguiva le leggi e sostituiva il Parlamento, quando le sessioni erano chiuse) di elevare la somma; ma la Deputazione aveva nettamente dichiarato che non avrebbe fatto cosa contraria ai deliberati del Parlamento. Fra le condizioni sotto forma di preghiere, che accompagnavano il milione c’era anche quella che il Re venisse in Sicilia.
Ma le altre allusioni più amare si riferivano agli ultimi editti di Monsignor Lopez y Rojo arcivescovo di Palermo e luogotenente del regno, nell’aprile scorso, coi quali imponeva la requisizione di tutti gli ori e gli argenti dei privati, delle chiese, dei conventi di tutte le case pie o religiose, salvo i vasi strettamente necessari al culto, le posate e i gioielli personali, delle donne e degli uomini.
Tutto l’argento, tutto l’oro doveva portarsi alla zecca: pena a coloro che non ubbidissero agli ordini sovrani, che occultassero quel che possedevano: premi ai delatori. Naturalmente questi editti colpivano i ricchi: non osando ribellarsi apertamente, s’erano sfogati con una pasquinata, che odorava di giacobinismo. Fecero infatti trovare il 16 aprile, alla colonna del Palazzo di città, e alle porte dei Ministri un cartello con questi quattro versi:

O v’aggiustati, tiranni la testa
O di li morti faremu la festa.
E chi vuliti ‘mpuviriri a tutti?
Chi oru? Chi argentu?! Un .... 

E dove son puntini, una frase sconcia. Ma i malumori, le minacce, la povertà, le tasse gravose, tutto spariva all’annunzio che veniva il re. Avere il re in Palermo, era un’altra cosa; gli si poteva parlare, gli si potevan mostrare le condizioni del paese, i bisogni, i mali. Era un fiorire di speranze, nelle quali si mescolava la soddisfazione di avere finalmente il re; di vedere da vicino questo personaggio, che fino allora era stato un mito. Purtroppo, in quel primo diffondersi della notizia, nessuno sapeva o pensò che quel re fuggiva vilmente dalla sua reggia, dalla sua città, prima ancora che vi giungessero le baionette francesi; che abbandonava Napoli nell’anarchia, in potere della plebaglia dei lazzari. Ma poi nel corso della giornata qualche cosa cominciò a buccinarsi; le mezze parole portate dal Bausan, diventarono a furia di commenti, di supposizioni, di deduzioni, racconti esagerati; la notizia che a bordo c’era un figlio del re morto, per cui questi ordinava che non si sparassero cannonate a salve, né si facessero feste, fece galoppare le fantasie; Napoli apparve come un covo di giacobini, nemici del re; la pietà per questo re che veniva a cercare la salvezza in Sicilia, toccò le corde della istintiva generosità; nessuno pensò alle gravezze, alla povertà, ai bisogni; tutti i cuori furono pervasi da un sentimento cavalleresco di offrirsi per la difesa del Re. E per questo la gente accorreva, empiva da porta dei Greci al Molo, si gettava sulle barche, aspettava da lunghe ore.
Finalmente di dietro il faro, si videro scorrere nell’aria nera i fanali issati negli alberi dei vascelli reali; questi svoltarono un po’ al largo; poi entrarono in porto lentamente e maestosamente; l’Aurora, rimorchiava un grosso vascello su cui, nell’oscurità, si vedeva sventolare il vessillo reale. Era il Vanguardia. Da tutte le barchette si levò un applauso e grida di Viva il Re, a cui risposero dal lido altre grida di giubilo.
La folla supponeva che i sovrani e la famiglia reale sarebbero sbarcati subito, e aspettava; ma da bordo fu detto che il Re era stanco e non sbarcava. La Regina sì. C’erano sul Molo i ministri del Governo di Sicilia, il Pretore, molti Signori. La Regina con la famiglia, il cavaliere Acton, sir e lady Hamilton, e poca servitù, scese di bordo a mezzanotte. Appena pose piedi a terra, disse: – Son venuta fra voi; se non mi volete torno a Napoli!
- No! no! viva la Regina! Viva il Re! – gridarono i signori agitando i cappelli, e ripetè la folla con un frenetico sventolìo di fazzoletti, cappelli e berretti.
Maria Carolina sorrise mestamente; salì nella carrozza del Vicerè, e senza apparati, senza solennità ufficiali ma accompagnata dalla folla con le torce, si recò alla reggia per riposarsi degli strapazzi dell’orribile viaggio e dar tregua al dolore materno.
La folla stette ancora un poco, curiosando, poi cominciò a rientrare in città; ma gran parte invece di andarsene a dormire, rimase per le strade, improvvisando dimostrazioni e luminarie, applaudendo al Re, e battendo le mani anche alle carrozze dei signori che tornavano ai loro palazzi, preceduti dai volanti con le torce accese.

Luigi Natoli: I mille e un duelli del bel Torralba. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine settecento.
Pubblicato unicamente a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia dal febbraio 1926, ricostruito e raccolto per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori.
Pagine 456 - Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store online e nelle migliori librerie. 

martedì 8 novembre 2022

Luigi Natoli e i suoi 26 romanzi storici editi I Buoni Cugini editori.

Nella sua immensa produzione letteraria, Luigi Natoli scrisse 26 romanzi storici, tutti ambientati nella sua amata Sicilia. Tutti tranne uno: Alla guerra!, ambientato nel Belgio e nella Francia mutilati dall'invasione tedesca del 1914. Tutti pubblicati a puntate in appendice al Giornale di Sicilia, con pseudonimo di William Galt a partire dal 1907 con "Calvello il bastardo", alcuni furono poi riveduti e corretti dall'autore per una nuova pubblicazione in dispense con la casa editrice La Gutemberg o con lo stesso Giornale di Sicilia. Elenchiamo di seguito, in ordine di pubblicazione dell'autore, i 26 romanzi: collezionarli tutti, significa avere la storia di Sicilia completa, negli intrecci fra storia e fantasia in cui l'illustre autore eccelle. 
1907 - 
Calvello il bastardo - grande romanzo storico siciliano, ambientato nella Palermo di fine Settecento, pubblicato a puntate in appendice sul Giornale di Sicilia nel 1907 e con la casa Editrice La Gutemberg nel 1913 riveduto e corretto dall'autore. Quest'ultima è l'edizione pubblicata da I Buoni Cugini editori.

1908 - I Cavalieri della Stella
 - romanzo storico siciliano, ambientato nella tormentata Messina del 1672, pubblicato a puntate in appendice sul Giornale di Sicilia nel 1908. Da queste ricostruito e pubblicato in unico volume da I Buoni Cugini editori.
1909 - I Beati Paoli - grande romanzo storico siciliano, pubblicato a puntate in appendice sul Giornale di Sicilia nel 1909/1910 e in diverse uscite con la casa Editrice La Gutemberg, l'ultima nel 1931. Questa è l'edizione pubblicata da I Buoni Cugini editori.
1910 - Il Paggio della regina Bianca - romanzo storico siciliano, ambientato nella Palermo del 1401, pubblicato a puntate in appendice sul Giornale di Sicilia nel 1910 e con la casa Editrice La Gutemberg nel 1921. Pubblicato da I Buoni Cugini editori.
1911 - Il Vespro Siciliano - romanzo storico siciliano, pubblicato a puntate in appendice sul Giornale di Sicilia nel 1911 e con la casa Editrice La Gutemberg nel 1915, rifatto, aggiunto e ampliato dall'autore. Pubblicato da I Buoni Cugini editori.
1911 - Gli ultimi saraceni
 - romanzo storico siciliano, ambientato nella Palermo del 1100 al tempo di Guglielmo I e Matteo Bonello, pubblicato unicamente in appendice al Giornale di Sicilia nel 1911/1912. Pubblicato per la prima volta in unico volume da I Buoni Cugini editori.
1913 - La principessa ladra - romanzo storico siciliano, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1913 e con la casa Editrice La Gutemberg nel 1930. Di prossima pubblicazione da I Buoni Cugini editori.
1914 - Cagliostro e le sue avventure - romanzo storico, dove protagonista è il famoso taumaturgo palermitano Giuseppe Balsamo, in arte Conte di Cagliostro, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914. Pubblicato da I Buoni Cugini editori. 
1914 - Coriolano della Floresta - seguito ai Beati Paoli, pubblicato in dispense con la casa editrice La Gutemberg. Di prossima pubblicazione da I Buoni Cugini editori.
1914 - Alla guerra! - romanzo storico ambientato nella Francia e nel Belgio del 1914, all'inizio della prima guerra mondiale, pubblicato unicamente a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914/1915. Pubblicato per la prima volta in unico volume da I Buoni Cugini editori 
1920 - La dama tragica 
- romanzo storico siciliano, ambientato nella Palermo del 1530, al tempo di Marco Antonio Colonna, dove protagonista è la bellissima donna Eufrosina Corbera. Pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1920/1921 e con la casa Editrice La Gutemberg nel 1930. Pubblicato da I Buoni Cugini editori
1921 - Latini e Catalani volume 1 (Mastro Bertuchello) - romanzo storico siciliano, ambientato nella Palermo del 1300, al tempo della sanguinosa guerra tra Latini e Catalani, dei Palizzi, dei Ventimiglia, dei Chiaramonte e del regno di Aragona. Pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1921 e con la casa Editrice La Gutemberg nel 1925. Pubblicato da I Buoni Cugini editori 
1922 - Latini e Catalani volume 2 (Il tesoro dei Ventimiglia) - romanzo storico siciliano, seguito a Mastro Bertuchello,  pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1922 e con la casa Editrice La Gutemberg nel 1925. Pubblicato da I Buoni Cugini editori 
1923 - Fra Diego La Matina - romanzo storico siciliano, pubblicato in appendice sul Giornale di Sicilia nel 1923 e con la casa Editrice La Gutemberg nel 1924. Di prossima pubblicazione da I Buoni Cugini editori.
1924 - Squarcialupo
 - romanzo storico siciliano, ambientato nella Palermo del 1517, dove protagonista è il patriota Giovan Luca Squarcialupo. Pubblicato unicamente a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1924. Per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori.
1925 - Viva l'Imperatore - romanzo storico siciliano, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1925. Pubblicato da I Buoni Cugini editori nel 2021. 
1926 - I mille e un duelli del bel Torralba - romanzo storico siciliano, ambientato nella Palermo di fine '700, pubblicato unicamente a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1926. Pubblicato per la prima volta in unico volume da I Buoni Cugini editori 
1927 - La vecchia dell'aceto - romanzo storico siciliano, ambientato nella Palermo di fine '700. La storia di Giovanna Bonanno, l'avvelenatrice passata alla storia come La vecchia dell'aceto. Pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia da luglio a dicembre del 1927. Pubblicato da I Buoni Cugini editori 
1929 - L' Abate Meli - romanzo storico siciliano, dove protagonista è il poeta Giovanni Meli detto l'abate, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1929. Pubblicato da I Buoni Cugini editori in un volume che comprende:  Giovanni Meli: studio critico (1883) e Musa siciliana (1922) nella parte relativa alle poesie del Meli, con traduzione in italiano a fronte a cura di Francesco Zaffuto. 
1930 - Braccio di Ferro avventure di un carbonaro - romanzo storico siciliano, ambientato nella Palermo del 1820, pubblicato con la casa Editrice La Gutemberg nel 1930. Pubblicato da I Buoni Cugini editori.
1931 - I morti tornano... - romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1837 devastata dal Cholera, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1931. Pubblicato da I Buoni Cugini editori con prefazione di Massimo Maugeri 
1932 - Gli Schiavi
 - romanzo storico siciliano, ambientato in Sicilia sotto la dominazione romana, nel 120 a.C. al tempo della seconda guerra servile. Pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1932 e con la casa Editrice Sonzogno nel 1936. Pubblicato da I Buoni Cugini editori
1932 - Ferrazzano - romanzo storico siciliano, ambientato nella Palermo del 1700, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1932/1933. Pubblicato da I Buoni Cugini editori con prefazione di Rosario Palazzolo. 
1936 - Fioravante e Rizzeri - romanzo ambientato nella Palermo del 1920, dove protagonista è un "oprante" e la sua "opera dei pupi"; pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1936/1937. Pubblicato da I Buoni Cugini editori con prefazione dello stesso autore (articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia nel 1936) 

1938 - Il Capitan Terrore - romanzo storico siciliano, ambientato nella Palermo del 1560, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1938. Pubblicato da I Buoni Cugini editori. 

Chi l'uccise? - Breve romanzo storico siciliano, ambientato nella Palermo del 1848, di cui al momento non abbiamo trovato traccia sul Giornale di Sicilia o presso altri editori. Pubblicato dopo la morte dello scrittore dalla casa editrice La Madonnina nel 1951. Pubblicato da I Buoni Cugini editori. 
Le nostre pubblicazioni nascono dalla ricostruzione dell'ultimo editing curato dall'autore. Tutte le copertine e per alcuni romanzi anche le illustrazioni interne, sono opera di Niccolò Pizzorno. I volumi sono disponibili:
Dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia).
In tutti gli store di vendita online e nelle migliori librerie.  

lunedì 7 novembre 2022

Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina. Romanzo storico siciliano.


Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina. Romanzo storico ambientato nella Messina sconvolta dalla rivoluzione che andò dal 1672 al 1679. 
L'opera è la ricostruzione del romanzo originale pubblicato in 152 puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 25 febbraio 1908, con pseudonimo di William Galt. 
Pagine 954 - Prezzo di copertina € 26,00
Copertina di Niccolò Pizzorno​
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e nelle migliori librerie. 

Luigi Natoli: La Cavalcata dei Cavalieri. Tratto da: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina. Romanzo storico siciliano.

Per antica consuetudine, il 25 di lu­glio, festa di S. Giacomo Apostolo, si apriva in Messina una gran fiera, che durava fino al 15 agosto, giorno dell'Assunta, e fe­sta solenne della città. La franchigia, che per privilegi reali, godeva Messina in quei giorni, faceva ac­correre mercadanti, industriali, artefici da ogni parte, allettati dalla esenzione di do­gane e di dazi, e di una folla straordinaria di compratori adescati dall'idea del ri­sparmio e della bontà delle compere. La franchigia si estendeva anche alla espor­tazione dei drappi di seta, fiorentissima e rinomata industria in Messina; onde i mercatanti d'Italia venivano a farvi lar­ghe provviste, per l'eccellenza dei tessuti e il vantaggio dell'acquisto. Per questo la fiera di Messina era di­ventata famosa e aveva acquistata im­portanza di grande avvenimento cittadi­no, al quale la città partecipava in forma ufficiale e con
la massima pompa.
La mattina del 25 luglio si apriva so­lennemente la fiera, con una grande ca­valcata, in testa alla quale procedeva un giovinetto di famiglia nobilissima, regal­mente vestito, montato sul più bel caval­lo che si trovasse riccamente bardato. Agitava egli nelle mani uno stendardo, segno della conceduta franchigia. Dietro a lui seguivano i Cavalieri della Stella, nella loro più ricca divisa, accompagnati dai valletti, poi i senatori, nelle loro ric­che toghe, gli ufficiali della città, le milizie.
Era uno spettacolo magnifico per la ricchezza d'ori e di sete, per numero di in­tervenuti, per grandiosità d’insieme, che per le vie principali, donde sarebbe pas­sata la cavalcata, traeva il popolo avido di svaghi e di divertimenti, e orgoglioso della sua ricchezza e dei suoi privilegi. A questo, che era lo spettacolo ini­ziale seguivan poi altri pubblici diverti­menti, fino a che non giungevano i memorabili giorni delle feste dell'Assun­ta, le più grandiose che si celebrassero nell'isola, rivali, per singolarità e dovizia del famoso “festino” di S. Rosalia in Palermo. E feste pubbliche, alternandosi con le private, e i ricevimenti nei palazzi si­gnorili con le serenate a mare, in quelle notti estive bellissime del Bosforo d'Ita­lia, tenevan la città in una febbrile agi­tazione, eccitavan desideri, la gittavano nel mare dei piaceri, tra i quali pareva annegassero i travagli della vita e le asprezze della povertà del regno.  
La cavalcata di S. Giacomo scendeva dall'alto della strada dei Mer­canti. Uscendo dalla chiesa di S. Maria della Scala, posta nell'angolo formato dalla strada del Duomo e di S. Agostino col torrente della Boccetta, l'Accademia dei Cavalieri per via di traverso entrava nella strada dei Mercanti, e la percorreva fino al Palazzo reale; e niuno spettacolo era più grandioso e magnifico, per nume­ro di cavalieri, ricchezza di vesti e di li­vree, splendore di armature.
Dinanzi, ca­valcava Antonello da alfiere, con una ric­ca assisa di terzanello d'oro, un ampio feltro sul capo, sul quale ondeggiava un gruppo di piume. Il suo cavallo, bianco come neve, dalle froge rosse, dalle gambe svelte e nervose, coperto di una gual­drappa rossa, ricamata d'oro di una ric­chezza e d’una bellezza straordinaria, era condotto a mano da due valletti con la livrea di casa de Gotho. Egli portava in mano lo stendardo della franchigia, con le armi di Messina, croce d'oro in campo rosso. Seguivano i cavalieri, a due a due, ciascuno seguito dai suoi scudieri, essi vestivano la ricca divisa dell'Accademia; corazza e gorgiera di acciaio brunito, maniche di maglia d'acciaio; sul petto grande stella d'oro, immagine della co­meta apparsa ai tre Magi; in capo feltro cinerino con piume bianche e rosse, fer­mate da un cordone d'oro annodato da una piccola stella di diamanti e rubini; lunghi stivali di cuoio color naturale alle gambe, sproni d'oro. Erano tutti armati, oltre alla spada, di zagaglia, pistole, schioppetto e pugnale. I quattro armigeri che accompagnavano i Cavalieri, vestiva­no coi colori della casa, in pieno assetto di guerra. Se non fosse stato pel lusso del­le bardature, per la nitidezza delle armi, e soprattutto pel colore festivo che ogni cosa prendeva intorno a loro, si sarebbe detto che quello era un reggimento che andava alla guerra.
Cassandra Abate guardava con uno stupore pieno di ammirazione e di gioia; non aveva mai veduto nulla di più ma­gnifico. Riconobbe Antonello, che, giun­to sotto il palazzo, levò il capo in alto, ma non ne scorse il pallore, né la commozio­ne; gli sorrise come per fargli sapere che lo aveva riconosciuto, e tosto guardò fra i cavalieri.
A un tratto si sentì prendere da una piacevole commozione: riconosceva Ga­leazzo. Galeazzo, in quell'armatura, con quella zagaglia in pugno, rassomigliava appunto a S. Giorgio; se invece del feltro, avesse avuto in capo l'elmo, ella avrebbe creduto che il santo ed eroico cavaliere, staccandosi dal quadro, si fosse mescola­to a quel corteo. Anche Galeazzo alzò gli occhi sul palazzo, ma non come un curioso che cerchi un volto noto e amico; sibbene con un'aria di corruccio, con una espres­sione di odio, che lo fece apparire terribi­le agli occhi della fanciulla. Ah perché non c'era donna Laura? Dietro i cavalieri venivano i trom­betti e i pifferi del Senato, i donzelli, il banditore, il maestro di cerimonia e poi i senatori a due a due, a cavallo, avvolti nell'ampia toga di seta rossa, dalle gran­di maniche; e dopo di essi i magistrati della città, gli uffiziali, le guardie... Gli ar­tiglieri reali non c'erano.


Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina. Romanzo storico ambientato nella Messina sconvolta dalla rivoluzione che andò dal 1672 al 1679. 
L'opera è la ricostruzione del romanzo originale pubblicato in 152 puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 25 febbraio 1908, con pseudonimo di William Galt. 
Pagine 954 - Prezzo di copertina € 26,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
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Luigi Natoli: L'Accademia della Stella. Tratto da: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina. Romanzo storico siciliano

L'accademia della Stella di cui egli faceva parte, e aspirava ad esser capo, o, come si chiamava, Principe, era una compagnia o congregazione o scuola, o tutto questo insieme, di cento cavalieri, di nobiltà antica e indiscutibile, che face­van professioni d'armi allo scopo di for­nire eccellenti militi nella perpetua guer­ra contro i barbareschi: una specie di or­dine militare – in origine – non dissi­mile nello scopo fondamentale da quello dei cavalieri di S. Giovanni e di S. Stefa­no; ma senza alcun carattere monastico o voto minore; uguale alla Congregazio­ne d'arme, che s'era istituita in Palermo nel secolo XVI. 
Posta sotto la protezione dei Re Ma­gi, aveva assunto come insegna la Stella miracolosa apparsa ai tre re d'Oriente, in­castrandola nella Croce di Malta: d'onde il nome di Accademia della Stella. 
Col volger del tempo, pareva aver di­menticato il suo scopo originario; e non mandava più i suoi cavalieri a dar la cac­cia alle navi mussulmane; ma continuava con uno sfarzo, con una magnificenza tutta spagnola, a dar mostra di sè nella bravura de’ suoi cavalieri nelle grandi occasioni religiose o civili. L'insediamento del nuovo Senato, l'apertura della fiera, la festa dell'Assun­ta, l'arrivo o la partenza del vicerè, la pre­sa di possesso di un nuovo arcivescovo, le feste per la nascita di qualche principe reale, o di qualche matrimonio regio, o dell'incoronazione del re, e in generale tutti i grandi avvenimenti celebrati con pompa ufficiale, erano altrettante occa­sioni, perché i cavalieri della Stella faces­sero la loro sontuosa cavalcata, o cele­brassero una giostra, vaghissima per no­vità di giuochi, d'imprese, di divise, di colpi. 
Non era facile far parte dell'Accade­mia. Oltre che si doveva essere nobili da almeno duecent’anni, il numero dei cavalieri era limitato a cento, e non vi si entrava che per elezione a bossolo, e dopo una serie di informazioni e di formalità per assicurarsi della degnità dell'aspirante: sicché far parte dell'Accademia si teneva a grande onore, e come un segno della nobiltà e della grandezza della casa, e i padri che già ne avevan fatto par­te, sollecitavano che quell'onore si trasmettesse nei figli, stabilendo una specie di successione ereditaria come in una paria.


Luigi Natoli: I Cavalieri della Stella o La caduta di Messina. Romanzo storico ambientato nella Messina sconvolta dalla rivoluzione che andò dal 1672 al 1679. 
L'opera è la ricostruzione del romanzo originale pubblicato in 152 puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 25 febbraio 1908, con pseudonimo di William Galt. 
Pagine 954 - Prezzo di copertina € 26,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
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venerdì 4 novembre 2022

Luigi Natoli: 4 novembre 1918, rileggi ogni anno il bollettino della Vittoria...

Il 4 novembre 1918 l'esercito austriaco, sconfitto nella grande battaglia di Vittorio Veneto, volse in fuga; e il suo comando supremo dovette domandare un armistizio. 
Ma già il tricolore sventolava a Trieste e a Trento, sospiro di ogni cuore italiano. 
Per questa vittoria l'Italia ora è tutta quanta libera da ogni soggezione: la catena delle Alpi è tutta nostra; e nessuno straniero può più valicarla e accamparsi nelle nostre terre. 
Quanti sacrifizi però, quanto sangue è costata l'unità nazionale! 
In alto il vessillo! e gridiamo gloria a coloro che ci diedero una patria unita, forte, grande. 
Rileggi, ogni anno, il 4 novembre, il bollettino col quale il generale Diaz dava l'annunzio della Vittoria. Ogni italiano deve tenerlo a mente: non per vanagloriarsi, ma per trarne ammaestramento, e adoperarsi ad accrescere grandezza alla patria con una vita virtuosa, degna di coloro che soffersero e morirono per farci liberi e grandi. Rileggi dunque:
"La guerra contro l'Austria-Ungheria, che sotto l'alta guida di S.M. il Re, Duce supremo, l'esercito italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915, e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima, per quarantun mese, è vinta.
"La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre, ed alla quale prendevan parte cinquantun divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una czeco-slovacca, un reggimento americano, contro 73 divisioni austro-ungariche, è vinta.
"La fulminea, arditissima avanzata del 29° Corpo d'Armata su Trento, sbarrando la via della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della 7^ Armata e ad oriente da quelle della 1^, 6^ e 4^ ha determinato ieri lo sfacelo totale del fronte avversario.
"Dal Brenta al Torre, l'irresistibile slancio della 12^, dell'8^ e della 10^ Armata e delle Divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente.
"Nella pianura S.A.R. il Duca d'Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta 3^ Armata, anelando di ritornare sulle posizioni che dessa aveva già vittoriosamente conquistato.
"L'esercito Austro-Ungarico è annientato. Esso ha subìto perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni di lotta, e nell'inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiali di ogni sorta e pressocchè per intero i suoi magazzini e i depositi.
"Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri, con interi Stati Maggiori, e non meno di cinquemila cannoni (*)
"I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano discese con orgogliosa sicurezza.
 
Diaz"
 
(*) I prigionieri raggiunsero poi il numero di oltre mezzo milione, e i cannoni quello di settemila.

Luigi Natoli: La morte volle spegnerlo in un gesto di carità sublime... Tratto da: Ricordi di Clodomiro, mio figlio.


Pochi, forse, salutarono con gioia pari alla Sua l’alba del 24 maggio! Eppure in quel primo momento gli vietarono di partire pel fronte, perché i medici militari lo giudicarono inadatto alle fatiche di guerra: Lui che la guerra già conosceva! Egli fuggì: fuggì due volte; e così gli fu concesso di raggiungere il suo reggimento. Partì negli ultimi di maggio. Da allora stette sempre in prima linea; dovrei dire anzi sempre in trincea; che soltanto pochissimi giorni la sua compagnia andò in riposo. Modesto, sobrio, primo sempre ai pericoli, allegro, affettuoso, in tutta la lunga faticosa aspra avanzata per la conquista del Col di Lana, rese importanti servizi. Cento volte sfidò la morte: di giorno e di notte, sulla neve, sotto i reticolati austriaci, dovunque i suoi superiori Lo mandavano, sicuri dell’audacia, dell’abnegazione e dell’intelligenza del “Garibaldino” – come lo chiamavano. 
E non vantò mai l’opera sua; spesso lasciò ad altri il merito di Sue rapide e feconde iniziative. Inviato dal suo capitano, che lo amava, a iscriversi nel plotone allievi ufficiali, si rifiutò. Che importava un grado? Combattere bisognava; che anche da semplice soldato si poteva ben meritare dalla patria. E da soldato poteva Egli, nei brevi riposi della trincea, continuar meglio fra compagni quell’apostolato di italianità, che aveva cominciato in Francia. Non pensò mai a sé. Più di una volta, sfidando la morte, andò a raccogliere qualche compagno gravemente ferito, e se lo caricò sulle spalle, invano bersagliato dalle fucilate austriache. Gli shrapnels, le bombe, le palle austriache che Gli uccidevano i compagni al fianco, pareva rispettassero la sua balda giovinezza: Gli cadevano ai piedi senza esplodere, o Gli foravano il berretto senza colpirLo. Le valanghe precipitavano su la Sua capanna in vedetta avanzata, senza abbatterla; la neve Lo copriva durante il sonno su per la montagna, e Lo svegliava il domani ilare e svelto, fra compagni, ahimè, che non si svegliavano più!... S’era acquistata una fama di invulnerabilità, che Gli faceva sfidare la morte, sorridendo. Ma senza spavalderia. Non potei indurLo mai, nelle brevi licenze passate con me, a scrivere o a narrare episodi che Lo riguardassero: quelli che io conosco, Gli sfuggivano, quasi senza volerlo, dalla bocca, incidentalmente; e accennandovi, cercava di non lumeggiar troppo Se stesso; e qualche Suo bel tratto eroico o generoso cercava di ridurre, non tanto per modestia, quanto pel timore che potesse apparire una vanteria. 
Portava nella guerra la gentilezza dell’animo; così il Suo odio fiero e ardente contro il tedesco – e tedesco per Lui era anche l’austriaco – non spegneva il sentimento di pietà: nè l’aver desiderato e propugnato la guerra, di riconoscerne e deplorarne l’orrore. Quando nel febbraio del 1916, venuto in licenza, e raccontando l’assalto di una trincea nemica sul Col di Lana, e d’un austriaco baionettato, il fratello minore Gli domandò, se nei combattimenti a corpo a corpo Egli “ne avesse infilati austriaci”; io vidi il suo volto divenir serio e come ombrato da una nube di tristezza; e la sua voce farsi severa, amara, quasi dolente; e rispondere con un tono grave e di rimprovero: “Non son cose che si dicono, queste!”
Cedette alle insistenze dei superiori, e andò al corso degli allievi ufficiali, soltanto quando si persuase che da ufficiale poteva rendersi utile. Nominato aspirante nel maggio del 1916 fu destinato al 24° che fronteggiava il nemico tra i ghiacciai del Seekofel. Vi andò preceduto dalla fama di audace e volenteroso; e la riconfermò nell’eseguire incarichi, degnamente encomiati dal Comando della Brigata. Altri avrebbe forse fatto valere le lodi per averne ricompense o avanzamenti; Egli non se ne curò. Io non ne avevo notizia che tardi, e brevemente. Non già perché Egli fosse avaro di lettere: mi scriveva anzi frequentissimamente, quasi ogni giorno: talvolta la notte dopo un’avanzata o dopo una ricognizione; chè io era in cima dei Suoi affetti. Ma appunto per questo, Egli cercava di non destare in me preoccupazioni ed ansie. 
Ora che scrivo di Lui, rileggo le Sue lettere, così quelle mandate da Pieve di Livinallongo, da Cortina d’Ampezzo, dal Col di Lana, come quelle del Seekofel; tutte così affettuose, così vibranti di fede, così nobili di idealità, che le lagrime stesse non possono impedire al mio cuore di esultare d’orgoglio. 
La morte che non aveva osato colpirLo nella tempesta dei combattimenti, quando l’ira par che abolisca ogni senso di umanità; che non Lo aveva colpito eroe della strage, con l’arme insanguinata nel pugno; volle spegnerLo in un gesto di carità sublime; volle che tanta bella e fiorente giovinezza fosse irradiata della luce purissima del sacrificio, consapevolmente, volontariamente affrontato, sofferto per la salvezza degli altri!...




Luigi Natoli: Ricordi di Clodomiro, mio figlio.
Prezzo di copertina € 10,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store online e nelle migliori librerie. 




Luigi Natoli: Stu doviri nuddu lu ‘nsigna comu la guerra... Tratto da: L'umbra chi luci. (Raccolta Suruzza!)

Jivi a la guerra cu l’occhi lucenti,
tornu a lu scuru, ca foru astutati;
ma n’autra luci c’è ‘nt’â la mê menti
chi mi fa bella sta mia nfirmitati.
O amici mei, chi siti cca prisenti,
e picciotti chi jiti ora surdati,
l’amuri di la patria è straputenti,
biatu l’omu chi pi idda pati!
Picciotti avanti! v’aspetta la gloria
turnati ‘ncurunati di vittoria.
Cu chistu auguriu a tutti quanti bivi
lu surdateddu chi cchiù nun cci vidi!...

Iu nun fici chi lu mê doviri; e stu doviri nuddu lu ‘nsigna comu la guerra. Dda, la vita nun cunta, la morti nun fa impressioni; ma nissunu vivi pi si stissu: unu pi tutti, e tutti pi unu!...


Luigi Natoli: Suruzza! Raccolta delle opere teatrali inedite in dialetto siciliano, ricostruite dai manoscritti dell'autore, con traduzione in italiano a fronte a cura del prof. Francesco Zaffuto. Il volume comprende: 
"Suruzza!" – dramma in quattro atti;
"L’abate Lanza" - commedia in tre atti;
"L’umbra chi luci" - dramma in tre atti;
"Quattro cani supra un ossu" - commedia in tre atti.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 729 - Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile su tutti gli store di vendita online e nelle migliori librerie. 

Luigi Natoli: Surdati valurusi cci nni su pi tuttu u munnu; ma comu u surdatu italianu nun cci nn’è! - Tratto da: L'umbra chi luci (Raccolta Suruzza!)


E chi? l’omu dunca havi a canciari d’opinioni pirchì cci succedi una disgrazia? E chi semu banneri di cannavazzu?... Iu cci appizzavi l’occhi; ma cc’è cui cci appizza a vita; ma cu tuttu chistu, l’opinioni nun si cancianu!... Vossia quannu fici ‘u panagiricu di San Sibastianu... ci pensa? Dissi ca si fici ammazzari, ma nun arriniò la fidi... 
Chidda d’a patria è puru fidi... e nun s’avi a rinnegari. A patria cci la detti Diu, e cu pati pi la patria, obbedisci a Diu!... Vossia cci l’avissi a pridicari a ddi poviri fimmini chi vennu nt’â a chiesa, inveci di maravigghiarisi di mia...
Iu sugnu sempri cuntrariu a li guerri; ma la nostra è n’autra cosa: anzi ti dicu ca nui cummattemu pi nun fari succediri cchiù sti stragi spaventevuli!... Guerra a la guerra!... Ma pi nun fari succediri cchiù guerri, Atanasiu, cci avemu a rumpiri pi sempri li denti a tidischi ed austriaci, priputenti e barbari, e a ogni populu cci avemu a dari libirtà e giustizia... E nfina chi nun s’otteni libertà e giustizia, avemu a cumbattiri, ed è doviri nostru...
Una cosa aviti a cridiri, ca surdati valurusi cci nni su pi tuttu u munnu; ma comu u surdatu italianu nun cci nn’è! Diu u fici e poi rumpiu a stampa... Dunque aviti a sapiri c’avevamu a pigghiari Munti Sei busi; una muntagna chi l’Austriaci avianu fortificatu in una manera terribili. Ordini a lu mê reggimentu di avanzari alli 10 precisi, e scacciari a l’austriaci di una forti posizioni, chiamata u Trinceruni... A mê cumpagnia aveva assartari la prima. U nostru capitanu... chi omu! Nn’haju conosciutu picca!... U nostru capitanu dici “Ragazzi, alle 10 e menza il Trincerone deve essere nostro. So chi siete!” 
Tutta la notti, l’arba, li primi uri, c’era statu un gran cannuniggiamentu: un infernu! Lu celu pareva chiuvissi focu: lu fracassu dava ‘ntesta, ca ci pareva d’impazziri... Nui dintra i ripari, aspittavamu l’ordini... Chisti su i momenti cchiù tirribili; l’aspettazioni, ‘u pinseri d’a famigghia, lu periculu mettinu una smania, un’irritazioni... I nervi diventanu cordi e nun pari l’ura di jiri all’assartu... Basta. A li deci precisi, roggiu a la manu, u Capitanu dici: “Avanti, ragazzi!” Saltamu fuora d’i ripari, e avanti... Ma chi vidistivu? U Trinceruni addivintau un Muncibeddu: scupittati, mitragghiatrici, cannuna, bumbardi, nn’investinu di focu. I nostri cadevanu comu li muschi... Cci nn’eranu ca mancu dicianu cìu! Un fizziunu e ‘nterra. Poviri figghi!
Ma a cumpagnia nun s’arresta. Strisciannu, satannu di vausu a vausu, sparannu, nn’avanzavamu sutta dda tempesta di focu. ‘U capitanu... quant’era beddu! S’avanzava a lu scupertu, dicennu sempri: “Coraggio! Avanti!”... Iu cci caminava vicinu; a un trattu, lu viju traballari e cadiri: curru: era feritu ‘mpettu e nt’ô na coscia. U vogghiu purtari indietru, e nun voli. “Appoiami cca, e torna ô tô postu”... Nt’â stu mentri l’Austriaci fannu una sortita, pi rispiucirinni, prima chi si muvissiru l’autri nostri cumpagni, e disordinarinni... La mê cumpagnia era ridutta la metà; iddi eranu cchiù assai, armati di bummi a manu, mazzi firrati, pugnali, cutiddazzi sganghiati... Chi vidistivu! Un corpu a corpu furiusu, un spaventu; ma l’Austriaci appiru a scappari dintra lu Trinceruni, dunni lu focu vineva cumu una lava... Eramu vicini a li reticolati rutti e sconvolti, ma quant’eramu? L’officiali tutti caduti, u sergenti cadutu... nui eramu vinti!... Allora dicu a li mê cumpagni: “Picciotti, ma chi pi veru nun avemu a pigghiari lu Trinceruni? Avanti! e viva l’Italia!... Vinti eramu, e parevamu vinti mila! Comu tanti furii, trapassamu li reticulati, tiramu bummi a manu nt’â la trincea, gridannu: “ Arrenditi! Arrenditi!” A mia mi veni ‘ntesta di gridari, comu si cumannassi: “1^ compagnia a destra!... 4^ compagnia di corsa: Savoia!” L’Austriaci si cridittiru da veru ca cc’eranu sti cumpagnii, e jittaru i fucili, e jisavanu li manu, dicennu: “Bono taliano! bono taliano!...” Eranu centu sissanta, e s’arrinneru a quattru surdati. Tanti eramu!... Iu fici nesciri i prigiuneri, mannannuli nt’â li nostri linii, accumpagnati di li mê tri cumpagni, e accuminciavi a gridari: “Il Trincerone è preso! Il Trincerone è preso!...” Quannu vitti ca vinevanu di cursa li rinforzi, iu pinsavi c’avia lassatu u capitanu feritu, e turnavi indietro pi circallu... 
Comu mi vidi, mi dumanna: “Il Trincerone?” – “Prisu, signor capitanu!” – “Bene! E la compagnia?” – “Semu quattru”. Allura aggiarnau e suspirau. Iu m’u carricavi ncoddu, e m’incaminai: ma di cani d’Austriaci, pi nun fari avanzari l’autri cumpagnii, facevanu chioviri una vera grannini di granati supra lu tirrenu. Scuppiavanu davanti, darreri, a li cianchi: cc’era lu periculu di moriri tutti dui, iu e u capitanu. Cci fu un momentu chi mi vitti persu! Nun puteva jiri né davanti né indietru, u capitanu mi dici: “Bravo Montoro, non pensare a me, che sono finito; lasciami qui, e salvati!” Lassallu? Mai, signor capitanu: vita, pi vita!... Viju a pochi passi, nt’â la roccia, un gruttuneddu; a la megghiu cci portu lu capitanu, ma appena lu posu ‘nterra chi ti viju? Tri austriaci, tri pezzi d’omini chi nun finevanu mai, chi forsi, doppu lu corpu a corpu, nun avianu pututu turnari nt’â lu Trinceruni, e s’avevanu ammucciatu dda dintra. Comu mi vidinu si jiettanu supra di mia (gestu di Agata – interessi di tutti) iu saltu indietru, cu un corpu di bajunetta atterru lu primu; la bajunetta si torci; allura votu lu fucili comu una mazza e sferru!... Lu secunnu cadi cu la testa fracassata; lu terzu nun aspetta; jietta l’armi e alza li manu... Iu lu disarmu e lu spinciu ‘nfunnu, mentri u capitanu chianceva d’ammirazioni, e diceva: “Bravu! Bravu!”
Doppu un momentu, quannu mi parsi chi la tempesta era cchiù abbacata, chiamu lu prigiuneri; “Ajutami!...” Alzamu ‘nzemmula u capitanu, e a picculi tratti, scanzannunni, nn’abbiàmu, nfina chi viju dui portaferiti c’a barella. Li chiamu, vennu, cci cusignau u capitanu; ma nt’â stu mentri scoppia dda vicinu una granata: lu poviru Austriacu mancu dissi: “mamma mia!” iu mi ‘ntisi un pugnu nt’â l’occhi, e nun vitti cchiù nenti!... (murmuriu di commozioni, Agata e a gnura Marianna si asciucanu l’occhi. Pausa) Quannu ripigghiavi li sensi era nt’â lu spitali di campu, cu la facci ‘nfasciata, ‘o scuru. ‘Ntisi genti vicinu a lu mê lettu, e una vuci diceva: “Eccu l’eroi, signor generale!” Iu nun sapia di cui parravanu: ma sentu una manu strinciri la mia, una vucca pusarisi supra la mê frunti, e diri: “Baciando te, figliolo, bacio la terra dove sei nato!” Era ‘u generali: a sô vuci chianceva... ed iu chianceva puru! (è commossu, tutti su commossi e bisbigghianu, Agata sugghiuzzìa) Poi, mi dettiru sta midagghia!...


Luigi Natoli: Suruzza! Raccolta delle opere teatrali inedite in dialetto siciliano, ricostruite dai manoscritti dell'autore, con traduzione in italiano a fronte a cura del prof. Francesco Zaffuto. Il volume comprende: 
"Suruzza!" – dramma in quattro atti;
"L’abate Lanza" - commedia in tre atti;
"L’umbra chi luci" - dramma in tre atti;
"Quattro cani supra un ossu" - commedia in tre atti.
Copertina di Niccolò Pizzorno
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giovedì 3 novembre 2022

Luigi Natoli: La banda di Angelo Sicco. Tratto da: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano

La banda di Angelo Sicco non rubava che quando aveva bisogno di denaro, e rubava o i ricchi signori o il corriere del governo; non parendo grave colpa ritogliere ai signori e al governo quello che essi toglievano alla povera gente per tributi feudali o per gabelle.
Del resto parte delle somme, talvolta, andava a profitto della povera gente. La casa di una contadina vedova, con tre creature, era rovinata da un uragano, gittando quei miserelli in mezzo alla strada? Angelo Sicco rifabbricava la casa. Qualche vecchio contadino era spogliato dal fisco, per non poter pagare? Angelo Sicco faceva bastonare gli algozini, ma nel tempo stesso sovveniva il vecchio, perché si aggiustasse col fisco e riscattasse la roba. Un povero mulattiere era depredato da ladruncoli di campagna? Angelo Sicco gli faceva restituire fino all’ultimo denaro e infliggeva una punizione ai malandrini che usavano rubare la povera gente.
Di questi tipi di briganti non era scarsa l’isola. Avventurosi, ferocî, magnanimi, animati da un certo sentimento di giustizia, qual maraviglia se nella fantasia e nel sentimento popolare si ingrandivano e assurgevano all’eroismo, circondandosi non soltanto dell’ammirazione e della simpatia, ma anche del favore occulto, sincero, devoto quanto spontaneo e disinteressato degli umili? Questa era la loro invulnerabilità.
Il nome non fece più sembrare straordinario agli occhi di Corrado e di Pietro quello che il bandito aveva fatto: da lui non si poteva attendere altro. Corrado lo rimproverò:
- Dal momento che voi eravate nell’osteria, perché non siete venuto fra noi? Sarei stato contento di offrirvi un bicchiere di vino.
Angelo Sicco rispose con un sorriso significantissimo, scotendo il capo in segno di diniego. Poi si rimise il cappuccio dello “scapolare”, pose il fucile sotto il braccio, come per andarsene; ma Corrado, quasi per un presentimento, gli disse:
- Non ve ne andate; forse potrei aver bisogno dell’opera vostra...
- Pronti! – rispose il bandito, e sedette sopra un altro sasso.
- Aspetto qualcuno, – aggiunse Corrado: – un amico.
Quasi nel tempo stesso una mano spinse la porta, ed entrò zi’ Francesco, intabarrato, che guardò con sorpresa quel terzo personaggio, che non si aspettava di trovare, e del quale non vedeva il volto, celato dal cappuccio.
Si alzò, usci fuori dalla vecchia torre, e modulò quel fischio che aveva insegnato a Corrado. Un folto canneto si agitò violentemente e una specie di contadino, poveramente vestito, ne uscì e si avvicinò alla torre: mentre di fra le canne altri visi si affacciavano e qualche fucile luccicava.
Angelo Sicco parlò brevemente, rapidamente e imperiosamente; poi fece un gesto e il contadino partì. I volti e le canne di fucile sparvero nel canneto, e Angelo Sicco rientrò nella torre.
- Per giungere in città occorrono venti minuti; – disse sedendosi, – e venti per ritornare, e son quaranta; e un’ora per le indagini, fanno un’ora e quaranta; mettiamo due ore; a ventitrè ore noi sapremo qualche cosa...
Intanto zi’ Francesco, chinatosi all’orecchio di Pietro, gli domandava chi era quel personaggio, così umile in apparenza, e così straordinario; sottovoce Pietro glielo disse; e quel nome leggendario dipinse subito sul volto del popolano una specie di ammirazione e di stupore.
Per un istante il silenzio chiuse quelle quattro bocche in una specie di raccoglimento. Poi Corrado, impaziente, domando:
- È un uomo sicuro, quello che avete mandato?
- Il più abile per attingere informazioni... Vossignoria ha veduto se sono informato bene...
- Difatti, – confermò il giovane; – ed è una cosa stupenda...
Il bandito fece un cenno come per dire che, per lui, era cosa più ovvia e più semplice: l’uomo che aveva spedito era un ex birro, che, prima di far il birro, era stato in galera: da birro, non potendo dimenticare le amicizie contratte nella galera, e certe idee che costituivano il codice di quella gente: si prestava di buon animo a informare segretamente i latitanti, i banditi, e in generale tutti coloro, che, colpiti dalla giustizia, cercavano uno scampo nelle campagne. Poi, scoperta la sua complicità in un grosso furto commesso in Palermo, prese il largo e diventò un gregario della banda di Angelo Sicco. Il capobanda, da principio diffidente, lo fece sorvegliare dai più fidati e gli commise le imprese più arrischiate per provarlo. I risultati dissiparono la sua diffidenza; e l’ex birro per le sue relazioni con gli antichi compagni di mestiere, diventò un elemento prezioso per la banda. Egli conosceva intimamente due o tre spie, di quelle che tenevano il sacco ai ladri e ai sopraffattori della città; e poteva, volendo, mandarli in galera: il che, aggiunto a qualche sommerella, li rendeva fedeli e segreti.


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano. Il primo, pubblicato dall'autore a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1907 con pseudonimo di William Galt. Successivamente pubblicato in dispense con la casa editrice La Gutemberg nel 1913, riveduto e corretto dall'autore. Ed è quest'ultima edizione che noi Buoni Cugini proponiamo ai lettori, in un volume di 880 pagine con copertina illustrata da Niccolò Pizzorno. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e nelle migliori librerie.