mercoledì 3 novembre 2021

Luigi Natoli: Il giuoco della smorfia. Tratto da: Ferrazzano

 
Il giuoco! L’anno innanzi il vicerè don Marcantonio Colonna principe d’Aliano, aveva pubblicato un bando coi soliti modi, e suon di trombe e di tamburi, col quale proibiva i giuochi di “invito e parata”, fra i quali elencava quelli che erano in uso tra le classi elevate e le infime: “Bassetta, biribisso, primera di qualsivoglia sorte, goffo, stopo con invito, trenta e quaranta, cartetta, banco fallito, regia usanza, o sia truppa, faraone, paris e pinta, passa dieci, sette e otto, scassaquindici, laccio e cavigliola, cacocciolille, o siano tabacchiere, o siano scorze di noce” e altri popolari; ma era stato tempo perso. Il bando proibiva assolutamente a qualsiasi persona, senza differenza di grado, condizione, dignità, nazionalità, privilegio, di tenere “né direttamente né indirettamente, ridotti di giuochi pubblici o sia baratteria di carte, dadi, palle e biribisso”. Proibiva che nessuno doveva giocare e “intervenire anche per vedere giocare”,  fosse in luogo pubblico o privato, “palagi, case, giardini... ecc.”
Li proibiva, e minacciava gravi pene: pei nobili, se uomini cinque anni di relegazione, se donne cinque anni d’esilio; senza contare le multe in soprappiù, e le pene che colpivano i creditori di giuoco e quelli che avevano giocato in parola, e i conduttori di case da giuoco, i quali dovevano pagare al fisco mille ducati, e perdere tavolini, sedie, “e tutti gli strumenti dei giuochi proibiti”, che dovevano essere bruciati innanzi le case in cui si fosse giocato… Ma non ci fu nessun condannato, nessuna casa vide bruciata la più piccola cosa; e la prammatica del vicerè Marcantonio Colonna raggiunse tutte le altre dei suoi predecessori sul gioco nel gran mare delle parole inutili. 
Perciò si giocava a primera, a trenta e quaranta e alla bassetta in barba alle disposizioni. 
Dunque don Diego e il baronello Spinola, due arrabbiati giocatori, giocavano audacemente forti somme. Il baronello puntava; che questo aveva voluto, dacchè aveva la mano buona; del resto erano in vena di vincere, e dopo un’ora il mucchietto ch’era dinanzi a loro,  diventò un mucchione. Ridendo si alzarono dal giuoco, e passarono nella sala di conversazione. C’erano gli oziosi e in quel momento parlavano di un annunzio, che si leggeva nella gazzetta “Il Nuovo Postiglione”. Era questa una raccolta di notizie da Parigi, da Madrid, da Vienna, ecc.  frammischiate con avvisi di cose cittadine. Il numero, di cui si parlava, conteneva l’annunzio di un libro pubblicato in quei giorni. Non è a credere che si trattasse di una edizione di Dante o di Petrarca o d’un altro classico, ma semplicemente “la Smorfia” o sia “Il vero mezzo per vincere all’estrazione dei lotti, o sia, una nuova lista generale contenente quasi tutte le voci delle cose popolaresche e appartenenti alle Visioni e Sogni, con loro numero, esposto per ordine alfabetico. Opera di Fortunato Indovino, da esso estratta da Vecchi Libretti dell’Anonimo Cabalista, e di Albumazzar da Carpinteri. Accresciuta di 400 voci, ed ora in questa terza edizione se ne aggiunge 582 oltre delle 90 figure esprimenti le arti, il giuoco del Barone... V’è annesso il giuoco romano, e i numeri delle contrade. Tre nuove Cabale d’ignoto autore, le tavole astronumeralgebrate, quali saranno per la cabala di Rutilio Benincasa...”. E chi ne ha più ne metta.



Luigi Natoli: Ferrazzano. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1700, quando l’opera comica si teneva al teatro Bellini. L’opera è ricostruita e trascritta dal romanzo originale, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1932. Protagonista è Ferrazzano, comico del ‘700 e maschera del teatro siciliano sullo sfondo di arditi intrecci di dame, principi e cavalier serventi.  Prefazione di Rosario Palazzolo. 
Prezzo di copertina € 19,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
On line su Amazon, Ibs e tutti gli store
In libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Nuova Ipsa Editore (Piazza Leoni), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella 15), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15)


martedì 26 ottobre 2021

Luigi Natoli: Il giuramento al romito Filippo Chiaramonte. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca

- Figli miei, giuratemi qui, di non lasciarvi mai, e di riconquistare l’onore e la gloria della casa. L’ombra dei vostri padri, uccisi dall’ingordigia altrui, parla per la mia bocca… Giurate! 
Giovannello e Simone, in piedi, colti da un brivido superstizioso, come se realmente le ombre sanguinose dei loro padri fossero balzate dinanzi ai loro occhi, stesero la destra, e a una voce dissero solennemente:
- Lo giuriamo!...
Il volto di Filippo si illuminò di gioia; ma di nuovo il pallore vi si diffuse; e lo sforzo durato esaurì le  sue energie, sì che cadde supino. I due giovani si chinarono per sollevarlo.
- Portatemi fuori, fatemi vedere il cielo, – disse con un filo di voce.
Con delicatezza, lo presero fra le braccia, lo alzarono da terra e lo portarono fuori dalla grotta, intanto che il pastore raccoglieva le pelli, che distese per terra e sopra un sasso a guisa di spalliera, al quale fu appoggiato dolcemente il Romito.
Tramontava.
Gli ultimi raggi del sole fiammeggiavano una luce vermiglia, dentro la quale pareva che le rocce, gli alberi, le erbe si incendiassero. La grotta sembrava di bronzo incandescente. Sotto quella luce, il pallore mortale di Filippo scompariva; e il suo volto pareva sfavillare di una divina aureola.
I due giovani guardavano in silenzio, presi da un senso di terrore religioso. Il silenzio si stendeva per tutta la montagna, per la valle ampia, che s’andava sprofondando in un’ombra cinerea. Non una voce umana: ma la misteriosa e potente voce della natura, che celebrava in una solennità taciturna il grande mistero.
La gran luce del mondo scendeva dietro ai monti e le tenebre si stendevano e avvolgevano tutte le cose; e la luce di un’anima si spegneva anch’essa, e le tenebre eterne calavano su quegli occhi e avvolgevano quelle membra. Una notte nel cielo e sulla terra, una notte in una creatura umana.
Filippo mirava, forse senza vederlo, il rosso disco del sole scendere dietro i monti lontani; e i suoi occhi sembravano animati dal riflesso della luce; quando l’ultimo punto luminoso scomparve, e l’aria divenne grigia, e il monte, gli alberi, tutte le cose presero un color plumbeo, tetro e incerto, quelli si spensero.
Egli mormorò qualche parola.
I due giovani si chinarono per udirlo meglio. Parve loro di cogliere nel soffio di quello spirito una parola:
- Ricordatevi!...

Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1400, al tempo che segnò la fine dei Chiaramonte e l'inizio del regno di re Martino e Bianca di Navarra
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921
Pagine 702 - prezzo di copertina € 23,00
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile on line su Amazon, Ibs e tutti gli store online.
In Libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella 15), Nuova Ipsa editore (Piazza Leoni), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele) 

Luigi Natoli: Il tesoro dei Chiaramonte e la contrada di Falsomiele. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca

 
Giovanello si chinò ancora di più, per ascoltare, con una espressione di religioso raccoglimento. Filippo Chiaramonte riprese a voce più bassa:
- Il giorno in cui il duca Martino di Montblanc invitò Andrea Chiaramonte a presentarsi al re, fingendo di avergli perdonato, Andrea ebbe un sospetto. Mi chiamò prima di rendersi al convegno, e mi disse: “Filippo, fratel mio, bisogna per ogni buon fine, mettere al sicuro il tesoro: servirà o a continuare la guerra, o a riscattare le terre o a vendicarmi. Nel convento di Baida c’è un forziere, che ho affidato alla custodia di quei frati. Finora essi mi son devoti: ma domani? Va, prendi quel forziere e sotterralo dove tu crederai meglio: eccoti una lettera pel padre guardiano”. Andai subito a Baida; se tu non lo sai, Baida è un colle non molto lontano da Palermo, e poco discosto da Monreale, e domina la vallata; il convento che vi sorge è opera della nostra casa… Andai, presi il forziere, che pesava abbastanza, lo ravvolsi di foglie, e così ravvolto lo nascosi in un sacco, e lo caricai sopra un mulo… Per sentieri fuori mano, con un lungo giro, costeggiando quasi il Parco reale, calai sulla valle dell’Oreto, in un punto che si dice la Guadagna, poco più che mezzo miglio lontano da Palermo… Ivi è una villa della nostra casa, con una torre quadrata ampia e degna, come tutte le fabbriche dei Chiaramonte… Allora non ci era stata confiscata, e quei villani ci erano devoti… Nondimeno non mi fidai; per non destar sospetti, tolsi io stesso il sacco col forziere e lo deposi in un angolo, come se non contenesse nulla… Ma la notte, quando tutti dormivano, presi una zappa e una vanga, uscii dalla torre, e mi avviai per la contrada di Falsomiele, che si stende oltre la valle, fino a monte Grifone. La costa di quella contrada è sparsa di ruderi e stanze di antichi edifici, credo dei Saraceni… Non v’era luogo migliore. Scavai, scavai, feci un fosso profondo; ivi deposi il forziere; lo copersi di terra; sulla terra buttai sassi e sterpi, per celare che era stata smossa, e tornai alla torre, senza che alcuno se ne avvedesse… Il forziere è ancor lì; nessuno ha potuto scoprirlo. Va, dunque, figliuolo, e restituisci alla casa dei Chiaramonte il suo splendore…
- Come farò a riconoscere dove è sepolto il forziere? – domandò.
Filippo fece un cenno che significava: “ti dirò”, e segnato un punto in terra, disse:
- Immagina che questo punto sia la torre: tu volgi a levante, misura cento passi, troverai una specie di stanza con un sedile… Continuerai a camminare, conterai tre di stanze come questa. La terza, oltre alla stanza col sedile, ne ha un’altra dietro, più bassa, invasa da pruni ed erbacce: è lì, sotto il muro di tramontana; non puoi sbagliare. 



Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1400, al tempo che segnò la fine dei Chiaramonte e l'inizio del regno di re Martino e Bianca di Navarra
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921
Pagine 702 - prezzo di copertina € 23,00
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile on line su Amazon, Ibs e tutti gli store online.
In Libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella 15), Nuova Ipsa editore (Piazza Leoni), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele) 

Luigi Natoli: Il segreto del romito. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca

 

Il romito finalmente levò il capo, guardò il giovane, e con una voce lieve, ma con un tono che lo fece rimescolare, gli disse:
- Siedi accanto a me…
Il giovane non gli vide muover le labbra; la voce pareva uscisse dalle profondità della terra: era la voce di un altro mondo. Egli ubbidì con una specie di religiosa commozione.
Così, forse, nei tempi preistorici, gli uomini si chinavano sulle tombe per ascoltare le voci dei trapassati, ai quali chiedevano consigli, auguri, benedizioni.
Dopo un minuto di silenzio, il romito disse lentamente e quasi scandendo le parole:
- Figlio di Andrea Chiaramonte, t’ho aspettato lunghi anni… eccoti qui, dunque. Dio sia benedetto!... Siedi e ascolta.
Attonito, Giovannello  ubbidì, e guardato ancora di più fissamente il vecchio, cedendo alla curiosità, gli domandò:
- Chi siete? padre, chi siete?
- Lo saprai…
Vi fu un istante di silenzio. Un non so che di religioso pesava nella grotta e sull’anima di Giovannello. Il romito parve raccogliersi; sulla sua fronte si vedeva l’ombra dei pensieri, come sul cielo le nubi. Egli cominciò con voce bassa, che pareva uscisse dall’invisibile:
- Tu eri ancora un fanciullo quando avvenne la catastrofe della tua casa… Forse non sarebbe avvenuta, e tu saresti il primo barone del regno, se Andrea avesse accettato le offerte del duca di Montblanc… Tu ignori che il padre del re desiderava destinarti marito della figlia di don Ferrante Lopes de Luna, una cugina del re… Andrea rifiutò per non imparentarsi con lo straniero… Dio gli perdoni!... Egli credette nella concordia dei baroni convenuti a Castronovo; credette che in tutti fosse vivo e potente il sentimento dell’indipendenza del regno… e i baroni lo tradirono… Forse tu sai quel che ne seguì: la guerra, le persecuzioni, il tradimento. Andrea si sottomise, ebbe fede nella lealtà del vecchio Martino, e il vecchio Martino finse di perdonargli e di accoglierlo, e lo gittò nelle mani del boia. C’era chi lo istigava… c’era chi voleva la rovina del conte…
- Chi, padre? – domandò fieramente Giovannello, che ascoltava con religioso raccoglimento.
- Messer Bernardo Cabrera…
- Ah!
- Dopo la morte di Andrea, venne la volta dei parenti. Uno di essi cercò uno scampo nella fuga, inseguito come un lupo di borgo in borgo, per valli, per monti… Egli aveva dinanzi agli occhi la visione della scure lampeggiante in aria… del capo reciso e sanguinante preso pei capelli… e dietro, alle calcagna, una muta di cani anelanti di strage, sitibondi di sangue… Era così giunto a Messina. Sperava di trovavi una feluca, una galea, una barca, per recarsi a Napoli e invocare la protezione di Costanza… Ma ecco la feroce muta sopraggiungere, gridando: “Eccolo! eccolo!... Morte al Chiaramonte!... Morte al traditore!”. Quell’uomo ebbe il tempo di balzare in sella, e fuggire, senza saper dove, trasportato dalla furia del cavallo, che pareva impazzito anch’esso… Un istante che avesse indugiato, egli sarebbe stato preso, e, forse, fatto a pezzi… perché alle grida dei suoi inseguitori s’era adunata a un tratto anche una folla minacciosa. Ah! quella fu una fuga incredibile, terrificante… Il cavallo non sentiva più il freno, e la mano non aveva più coscienza per governarlo… Volavano su per un sentiero selcioso, che sfavillava sotto le zampe… Il sentiero saliva; portava in una montagna? chi lo sapeva? né cavallo né cavaliere vedevano… Il cavaliere si accorse improvvisamente che dinanzi a lui la roccia finiva e si spalancava il vuoto mostruoso, immenso… Ebbe la coscienza del pericolo, tentò arrestare la furia del cavallo, ma invano. La bestia infellonita e cieca spiccò un salto… Un grido!... cavallo e cavaliere sparvero: un gran tonfo, le acque del mare si apersero, spumeggiarono, si richiusero sopra di loro…
 I soldati che l’inseguivano si affacciarono con orrore sull’orlo della rupe, che cadeva a picco sul mare, e stettero lì vedendo le acque ancora frementi e rosseggianti, sulle quali poco dopo videro galleggiare il cavallo con le gambe spezzate…
- E il cavaliere?
- Lo credettero morto…
- E non lo era?...
- No: il cavallo lo salvò…


Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1400, al tempo che segnò la fine dei Chiaramonte...
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921
Pagine 702 - prezzo di copertina € 23,00
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Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
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In Libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella 15), Nuova Ipsa editore (Piazza Leoni), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele) 
Nella foto: Pubblicità dell'epoca sul Giornale di Sicilia 

lunedì 18 ottobre 2021

Luigi Natoli: Un unico regno dalle Alpi a Trapani... Tratto da: Viva l'Imperatore!

Opposizioni, sebbene l'imposta fosse abbastanza gravosa, non ce ne furono; non ostante le brighe del papa, baroni, ecclesiastici e sindaci delle città demaniali si erano stretti, intorno all'Imperatore, e lo avevano confortato del loro consenso, frustrando le speranze del papa. Per la terza volta questi aveva solennemente scomunicato Federico, sciogliendo i sudditi dal giuramento di fedeltà. Il pretesto era sempre quello della mancata promessa di andare in Terra Santa a liberare il Sepolcro di Cristo; di che il papa Gregorio si mostrava acceso di fervore più che non fossero stati i suoi predecessori e lo stesso. Urbano II. Ma questo fervore non era sincero o meglio serviva a mascherare interessi materiali. A lui, nipote di Innocenzo III ed educato a quella scuola, non era sfuggito quale minaccia fosse per il dominio temporale la politica unitaria perseguita dall'Imperatore, da mirare a formar dell'Italia, dall'Alpi a Trapani un grande regno, il quale congiunto con quello di Germania nella persona del monarca, avrebbe costituito un dominio così vasto e potente da fare dell'Impero una realtà viva come ai tempi di Carlo Magno. Questa potenza restaurata significava la fine del potere temporale. 
Per impedire l'attuazione del grande disegno di Federico, i papi avevano ricorso a ogni espediente: suscitato un rivale nell'impero, fomentato la ribellione nelle Puglie, eccitato i comuni liberi dell'Italia, dato origine ai guelfi e ai ghibellini, gittando la discordia in tutta la penisola, mandato intorno frati a diffondere immonde calunnie! e infine, motivo ideale e santo, avevano strappato al giovine Federico, in compenso della corona imperiale, la promessa di andare con una crociata nei Luoghi Santi: impresa che lo avrebbe allontanato e tenuto lontano dall'Italia per chi sa quanto tempo, e con qual esito. Corrado vi aveva avuto distrutto mezzo esercito. Federico Barbarossa vi era morto: le crociate non erano favorevoli ai principi tedeschi: Federico, se non vi sarebbe morto, vi avrebbe logorato le sue forze migliori, e scemata la sua potenza; e avrebbe dovuto rinunziare al suo disegno imperiale. Così gli interessi religiosi e la passione di restituire alla cristianità i luoghi santificati da Cristo, servivano a interessi terreni; e l'abbassamento dell'autorità imperiale serviva ad innalzare quel potere sovrano che da Gregorio VII in poi i papi si arrogarono sopra tutti i regni e le signorie della terra. In verità sulle intenzioni di Federico, in riguardo alla spedizione la Chiesa non si ingannava. Federico fidava nella possanza del suo nome e nella sua arte diplomatica e nelle discordie che dividevano i principi musulmani, per ottenere senza combattere vantaggi, forse, maggiori di quelli che potrebbe ottenere con una guerra di dubbio esito. Prendere la corona di re di Gerusalemme, stringere un trattato per assicurare l’esercizio del culto ai Cristiani e la sicurtà dei pellegrinaggi, legare l'Oriente all'Occidente con rapporti di interesse, con un disegno geniale e degno della mente di Federico; al quale, per altro, più della signoria effettiva di un regno lontano, premeva condurre a buon termine il suo disegno di unificare l'Italia: che questo concetto di formar dell'Italia un grande Stato fu dei re di Sicilia, prima di qualunque altro.


Luigi Natoli: Viva l'Imperatore! Romanzo storico ambientato nella Palermo di Federico II. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1925. 
Copertina di Niccolò Pizzorno
Prezzo di copertina € 22,00 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (spedizione a mezzo corriere in tutta Italia) 
Disponibile su Amazon, Ibs e tutti gli store online
Il libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella 15) 

Luigi Natoli: Federico II. Tratto da: Viva l'Imperatore!

Quando il maestro di palazzo fece entrare messer Gualtiero e madonna Elena nella sala dove l'Imperatore sedeva, ella sentì come una nube calarle sugli occhi, tanta fu la commozione. La sala, grande, era rivestita di marmi bianchi incorniciati in fasce di mosaico a disegni geometrici; e ornata di aquile sveve e scudi normanni e rosoni di porfido e di granito e di intarsii marmorei. Per tutto il giro della sala correva un ordine di colonne di cipollino, che formavano come un corridoio aperto, o come delle navate minori; dalle colonne si partivano gli archi svelti, sui quali si appoggiava il soffitto ad alveoli, dipinto cilestre, con arabeschi bianchi e rossi e d'oro. Le volte degli archi, i pennacchi eran rivestiti di mosaici che rappresentavano scene cavalleresche e cacce: arcieri e cavalieri, leoni e cinghiali, e cervi, cani, fra palmizi e alberi pieni di pomi, con una festa di colori e di oro che abbagliava. Fra le ultime arcate pendevano tappeti e arazzi di seta vaghissimi, e più in alto ondeggiavan lievemente stendardi bianchi con l'aquila imperiale nel mezzo.

L'altra sala pareva un piccolo tempio; nella luce diffusa dolcemente dalle finestre aperte in una cupola azzurra e stellata come un cielo primaverile, madonna non vide che un abbarbaglio di oro e di colori. L'Imperatore era lì, seduto sotto un padiglione di seta sparso di piccole aquile, accarezzando un bel veltro, che guardava con gli occhi dorati i nuovi venuti. Intorno all'Imperatore erano altri cavalieri dignitari togati, uomini d'arme tedeschi in cotta d'acciaio e qualche musulmano col suo bianco mantello. Ma la dama non ebbe occhi che per l'Imperatore. 
Federico che non aveva ancora toccato i vent'otto anni, era nel fiore della sua giovinezza. Di statura media, di giusta membratura, rosso di carne, un po' calvo ma biondo di capellatura che tendeva al rossiccio come quella del padre; raso alla maniera dei Cesari; nel suo volto si alternavano e si temperavano a vicenda l'orgoglio, la violenza, la gentilezza e l'umanità; ma sulla fronte gli splendeva come il raggio di una grande idea; e in tutto l'aspetto una maestà che incuteva soggezione e nel tempo stesso benevolenza che incoraggiava e conquistava. Era vestito di una veste di color verde, serrata i fianchi da una cintura di seta color rosso cupo; gli orli della veste e delle larghe maniche erano ornati di un largo gallone d'oro e di seta; e sul petto gli scintillava un fermaglio con un grosso topazio circondato di piccoli smeraldi: le gambe aveva fasciate di candidi lini, stretti da lacciuoli di fil d'oro: e i piedi calzati da stivaletti di seta verde, sul cui dorso eran dipinti due Leoni. Madonna Elena si sentiva piegar l'animo dinanzi a quella maestà, alla quale faceva di sfondo la magnificenza e lo splendore della sala e la ricchezza dei cortigiani. No, non era il rozzo e fiero erede di quell'Arrigo VI tedesco tutto ferro e ferocia; era l'erede di Ruggero e di Guglielmo, che raccoglieva dopo tanti secoli la corona imperiale di Carlo Magno e di Cesare Augusto...


Luigi Natoli: Viva l'Imperatore! Romanzo storico ambientato nella Palermo di Federico II. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1925. 
Copertina di Niccolò Pizzorno
Prezzo di copertina € 22,00 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (spedizione a mezzo corriere in tutta Italia) 
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Il libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella 15) 

venerdì 1 ottobre 2021

Luigi Natoli: Alla corte di Federico II. Tratto da: Viva l'Imperatore! Romanzo storico siciliano

Ma la maraviglia di madonna Elena si accrebbe entrando nel palazzo. La visita della Corte col suo doppio portico, con le fontane nel mezzo protetta da una cupola sorretta da otto graziose colonne, con la grande scala, ornata di leoni marmorei; i marmi e i mosaici che splendevano sulle pareti del portico superiore, le colonne svelte, i capitelli antichi decorati di dorature; tutto questo era per madonna Elena cosa neppure imaginabile. Ma parve oscurarsi dinanzi alla maestà di Cesare.
Quando il maestro di palazzo fece entrare messer Gualtiero e madonna Elena nella sala dove l'Imperatore sedeva, ella sentì come una nube calarle sugli occhi, tanta fu la commozione. La sala, grande, era rivestita di marmi bianchi incorniciati in fasce di mosaico a disegni geometrici; e ornata di aquile sveve e scudi normanni e rosoni di porfido e di granito e di intarsii marmorei. Per tutto il giro della sala correva un ordine di colonne di cipollino, che formavano come un corridoio aperto, o come delle navate minori; dalle colonne si partivano gli archi svelti, sui quali si appoggiava il soffitto ad alveoli, dipinto cilestre, con arabeschi bianchi e rossi e d'oro. Le volte degli archi, i pennacchi eran rivestiti di mosaici che rappresentavano scene cavalleresche e cacce: arcieri e cavalieri, leoni e cinghiali, e cervi, cani, fra palmizi e alberi pieni di pomi, con una festa di colori e di oro che abbagliava. Fra le ultime arcate pendevano tappeti e arazzi di seta vaghissimi, e più in alto ondeggiavan lievemente stendardi bianchi con l'aquila imperiale nel mezzo. L'altra sala pareva un piccolo tempio; nella luce diffusa dolcemente dalle finestre aperte in una cupola azzurra e stellata come un cielo primaverile, madonna non vide che un abbarbaglio di oro e di colori. L'Imperatore era lì, seduto sotto un padiglione di seta sparso di piccole aquile, accarezzando un bel veltro, che guardava con gli occhi dorati i nuovi venuti. Intorno all'Imperatore erano altri cavalieri dignitari togati, uomini d'arme tedeschi in cotta d'acciaio e qualche musulmano col suo bianco mantello. Ma la dama non ebbe occhi che per l'Imperatore...



Luigi Natoli: Viva l'Imperatore! Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di Federico II. 
L'opera è la fedele riproduzione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1925.
Pagine 528 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Consegna a mezzo corriere in tutta Italia). Ordina alla mail ibuonicugini@libero.it o al whatsapp 3894697296
Disponibile su Amazon, Ibs e tutti gli store online.
In libreria al momento presso La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour) La Nuova Bancarella (Via Cavour)

Natoli: La sede regia. Tratto da: Viva l'Imperatore! Romanzo storico siciliano


Quando madonna Elena, dopo essersi abbigliata convenientemente, si recò al palazzo regio col marito, non poté trattenere la sua maraviglia al cospetto dell'ampia mole, che uscendo da una traversa della ruga del Pissoto le si parò dinanzi agli occhi. A sinistra, presso l'Aula regia, sorgeva una torre di mattoni, simile a una rossa sentinella avanzata, per custodire il passo e vigilare l'Aula, dove spesso i re tenevano parlamento. In fondo era il palazzo. Due torri di grandezza mai vista sorgevano alle due estremità; una delle quali dominava il burrone del fiumicello Kemonia, girando da mezzogiorno a ponente per seguire la roccia su cui era edificata. Non grandi finestre; ma feritoie, per quattro piani, rompevano il grigio caldo della muraglia costruita di enormi conci squadrati; alti merli ricorrevano lungo il fastigio assai semplice.
- Quella è la torre Greca, – spiegò messer Gualtiero; – vi sono le prigioni pei rei di lesa maestà.
L'altra torre, all'estremità opposta, era di forma quadrangolare; alta e massiccia coronata di merli; sovrapposta a una specie di bastone merlato, ai fianchi sporgevano due corpi avanzati, come torricelle addossate, simili a quelle che fiancheggiano il castello della Zisa; sormontata da cupolette, che si travedevano fra' merli. Feritoie e finestre, alcune di esse bifore, si aprivano, in varii piani, fra le ogive ricorrenti sulla facciata. Messer Gualtiero disse che quella era la torre Pisana. Fra le due torri correva un doppio ordine di portici, con svelte colonne, sulle quali si voltavano le ogive. Ma i portici erano spezzati nel mezzo, dalle Absidi della chiesa di S. Pietro, che si avanzavano sulla linea dei portici, graziose con le loro ogive intersecantisi, come quelle della chiesa di S. Spirito e del Duomo, e le finestrette che lasciavan travedere il luccicore dei mosaici.
Così mentre ai due lati il palazzo aveva l'aspetto di un formidabile castello, nella parte di mezzo con quei portici, con quelle tre absidi leggiadre, coi marmi e i musaici che ornavano le pareti interne dei portici, offriva l'immagine di un bello e ornato palazzo.
Abituata a vedere i rudi e foschi castelli appollaiati sulle rocche, con le torri tozze, le muraglie cieche, il mastio torreggiante, la reggia sembrò a madonna Elena più maravigliosa. Messer Gualtiero sorrideva. Le diè tempo di soddisfare la sua curiosità, e le spiegò che la parte attaccata alla torre Pisana era detta la Gioaria.


Luigi Natoli: Viva l'Imperatore! Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di Federico II. 
L'opera è la fedele riproduzione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1925.
Pagine 528 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Consegna a mezzo corriere in tutta Italia). Ordina alla mail ibuonicugini@libero.it o al whatsapp 3894697296
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In libreria al momento presso La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour) La Nuova Bancarella (Via Cavour)

lunedì 27 settembre 2021

Si aggiunge il trentaduesimo volume alla Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli: Viva l'Imperatore!

Ed ecco il trentaduesimo volume della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli edita I Buoni Cugini editori, nonchè ventitreesimo romanzo storico... Viva L'Imperatore! 
Ben 129 puntate pubblicate in appendice al Giornale di Sicilia, dal 29 gennaio 1925 al 13 luglio dello stesso anno, fedelmente trascritte, danno vita al volume di 527 pagine, impreziosito dalla bellissima copertina di Niccolò Pizzorno. 
Luigi Natoli, conosciuto anche con lo pseudonimo di William Galt, nonostante sia stato un fecondo letterato, storico, drammaturgo, brillante conferenziere e altro ancora è celebre al grande pubblico grazie al suo romanzo I Beati Paoli. L'opera, apparsa a puntate giornaliere in appendice al Giornale di Sicilia tra il 1909 e il 1910, creò nei lettori una sorta di aspettazione e dipendenza che accrebbe, soprattutto a Palermo, la fama dello scrittore. Conscio di questo e ubbidendo anche a delle necessità economiche, Natoli pubblicò quasi tutti i suoi romanzi in appendice al quotidiano della città, divenendo per molti anni il beniamino dei lettori. Appare chiaro che, quando il grande letterato all'età di settantadue anni si apprestò a pubblicare un nuovo attesissimo romanzo, il Giornale di Sicilia diede ampio risalto all'evento accrescendo così il desiderio della comunità. Infatti, a partire dall'11 gennaio 1925 e fino al 29 dello stesso mese, per ogni giorno, il Giornale reclamizzava "la pubblicazione in appendice dell'interessantissimo romanzo storico di William Galt: VIVA L'IMPERATORE!" e lo faceva con queste parole ridondanti che si riportano per intero

VIVA L'IMPERATORE!


è fra' romanzi di William Galt il più ricco di avventure. Con Federico II si chiude il tempo della cavalleria: i suoi poeti si possono considerare come gli ultimi trovatori: e, però il romanzo ha un suo non so che, che lo avvicina ai romanzi cavallereschi. Amori, audaci imprese, cortesie e crudeltà si intrecciano con una varietà mirabile e attraente, aumentando l'interesse del lettore. 

VIVA L'IMPERATORE!

con questo nuovo romanzo William Galt viene illustrando un altro periodo della nostra storia, seguendo un suo disegno. VIVA L'IMPERATORE! si inserisce fra GLI ULTIMI SARACENI IL VESPRO SICILIANO: è l'epoca di Federico II. Quando, come ha in animo, avrà illustrato la conquista araba e poi la normanna; e, risalendo più in su; la Sicilia Greca, la romana e la bisantina; e infine, per chiudere il ciclo, la Sicilia del primo ventennio del XIX secolo; egli potrà dire di avere illustrato tutta la storia di Sicilia; e allora, vista nel suo complesso e ordinata cronologicamente, apparirà quest'opera sua veramente monumentale e prodigiosa. 

VIVA L'IMPERATORE!

Rinaldo del Landro, Vanna, madonna Elena, madonna Eufemia, messer Paganello, Gualtiero di Urziliana, prete Matteo, prete Demetrio, l'Imperatore Federico, papa Gregorio IX, frati, suore, ed altri ed altri... Quanti personaggi in questo nuovo romanzo di William Galt! 

VIVA L'IMPERATORE!

è destinato a un grande successo! 

Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon, Ibs e tutti gli store online.
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi), Nuova Ipsa (Piazza Leoni) 

sabato 25 settembre 2021

Luigi Natoli nella parte del professore destituito Mauro Valdipena ne L'ironia della gloria: una commedia dal sapore autobiografico.

Ma sai tu perché questa inchiesta? Perché un professore farabutto che avevo smascherato, denunciò al Ministero che io durante l’anno scolastico non avevo fatto nulla a scuola… E quell’ispettore, che probabilmente aveva ricevuto l’imbeccata, si scandolezzò perché io avevo assegnato soltanto sedici temi di componimento invece di diciotto, quanti avrebbero dovuto essere; e mostrò un grande orrore nel constatare che non usavo segnar gli errori con la matita azzurra!... Una cosa che gli avrebbe fatto drizzare i capelli, se li avesse avuti!... Io gli dissi che non davo alcun valore a quei segni inutili, e che non trovavo alcuna relazione fra i segni azzurri e la mia capacità intellettuale e professionale. Egli mi diede dell’ignorante; e io, naturalmente, gli detti del cretino… E non mentivo!... Al vedersi riconosciuto, l’ispettore montò in bestia: mi intimò di uscire: io persi la pazienza, e gli tirai il calamaio in faccia… Ma me ne son doluto, poi… 
Mi son doluto di avere sciupato sopra un imbecille tanto inchiostro, col quale si sarebbero potuto scrivere bellissime cose. 
Lavorerò: vivrò del mio lavoro; del lavoro che amo, e pel quale son noto. Ho dati troppi anni al Ministero; i più belli, i più vigorosi; gli ho dato probabilmente il mio avvenire; perché sballottato di qua e di là, per paesetti dove non trovi neppur un libro, son diventato un vero ignorante; e perché nell’insegnamento mi sono incanaglito e ho spenta la mia fantasia. Ora voglio un po’ rifarmi; voglio rivivere i miei sogni… 
La lontananza dai centri di cultura, e la scuola mi han costretto a un lungo silenzio, nel quale sono stato dimenticato… Ora sono apparso come un uomo nuovo, a quarantasei anni, in mezzo ai giovani che han fretta di farsi innanzi, e che ti guardano con diffidenza o con compassione. Scrivo perché ho bisogno di dare una espressione ai fantasmi che mi si affollano nel cervello. E non sono io che li chiamo, vengon da sé, e picchian forte per uscire rivestiti di forme… E poi son quelli i momenti in cui godo: perchè vivo la vita delle mie creature, mi caccio nelle loro avventure, piango, rido, amo, odio con loro… e dimentico la realtà che mi circonda con tutte le sue miserie. Parlo con te, che intendi questi misteri dello spirito…


L'ironia della gloria (commedia in tre atti) fa parte di Cappa di PiomboOpera inedita che raccoglie tutte le opere teatrali in italiano, mai pubblicate prima ad esclusione de “Il conte di Geraci”. Un’ampia premessa dell’editore spiega il lavoro di ricostruzione dell’opera, costruita e fedelmente copiata dai manoscritti dell’autore.
Il volume comprende:
Il conte di Geraci - scene medievali in due atti
Cappa di Piombo - commedia in tre atti
L’ironia della Gloria - commedia in tre atti
Quannu curri la sditta! - sceni di vita paisana, commedia in quattro atti
Il numero 570 - scene drammatiche in due atti
Pagine 312 – Prezzo di copertina € 21,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon, Ibs e tutti gli store online.
In libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Nuova Ipsa (Piazza Leoni), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15)

 


giovedì 23 settembre 2021

Luigi Natoli: Re Martino e il cavaliere dal cuore sanguinante. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca

 
Allora squillarono più alto le trombe, e improvvisamente, fra gli applausi della moltitudine, entrò nell’arena il re, sfolgorante nelle armi, con la visiera alzata, la sciarpa tricolore alla cintura, la lancia sulla coscia. Il suo cavallo veniva col passo largo, battendo le zampe con superbo fragore, facendo ondeggiare la gualdrappa purpurea, guarnita di ricami d’oro, e squassando la criniera arricciata, e ornata di nappe di seta.
Il re era bello. La giovinezza e la maestà si fondevano sul suo volto; l’ardire e il desiderio di gloria brillavano nei suoi occhi.
Entrando nell’arena, i suoi occhi corsero alla loggia reale, dove la regina lo seguiva trepidando e commossa di piacere, di gioia, di orgoglio, di amore.
Preceduto dagli araldi, seguito da scudieri, Martino cavalcò di trotto per l’arena, percotendo l’arma di messer Sancho de Lihori, che s’era mostrato il migliore cavaliere, e pareva dovesse essere il trionfatore del torneo.
Era una distinzione onorifica che il re concedeva al prode catalano, da lui elevato alla dignità di grande almirante, e riserbato ad altri e più lucrosi benefizi.
Per tutto il teatro corse un palpito di trepidazione, quando i due cavalieri, abbassate le lance, corsero l’uno contro l’altro. L’incontro parve terribile; le lance, arrestatesi violentemente alla goletta, si spezzarono, senza che nessuno dei due cavalieri avesse dato segno di vacillare. Essi parvero fusi in un pezzo coi loro cavalli.
Spezzarono così tre lance per uno; ma alla terza, messer Sancho de Lihori si piegò alquanto indietro sull’arcione, senza per questo uscire dagli arcioni. Bastava.
Da abile cortigiano, egli smontò dal cavallo, e inginocchiatosi dinanzi al re, gli porse la sua spada.
Allora da tutta quella folla si levò una vera tempesta di applausi e di evviva al re.
Quello spettacolo empiva di maraviglia il paggio Esteban; e la sua attenzione in quel momento era attirata da quello stendardo nero e da quel palvese lugubre, che finora erano rimasti soli, intatti, tristi, come fossero stati un segno di morte. Egli e mastro Cecco di Naro, nell’entusiasmo generale, erano i soli che guardavano quello stendardo, sebbene l’uno con una intenzione diversa dall’altro. Mastro Cecco era accigliato, e sotto l’aspetto torbido, nascondeva la sua inquietitudine; Esteban era soltanto stupito, non sapendo spiegarsi che cosa significasse; ma ecco a un tratto balzar fuori sull’arena un nuovo cavaliere, e portando alla bocca un corno, soffiandovi forte, alla maniera antica.
Tutti si voltarono.
Il cavaliere lasciato cadere il corno al suo fianco, abbassò rapidamente la visiera, e alzò in aria la lancia.
Nere le piume ondeggiavano sul cimiero; nera la veste, nera una grande sciarpa che gli cingeva i fianchi: la bordatura e la gualdrappa del suo cavallo erano anch’esse nere. Soltanto sullo scudo aveva il cuor sanguinante attraversato dalla banda nera.
Lo scudiero che gli portava dietro le lance di ricambio, era anch’esso vestito di nero.
Un fremito di stupore e quasi di terrore percorse le logge e le gradinate. Quell’apparizione aveva qualcosa di fantastico, di misterioso, di superumano.
Esteban rabbrividì: Giaimo aggrottò le sopracciglia e non trovò la facezia; Tarsia sentì il cuore batterle con violenza; la Regina Bianca impallidì.
Solo mastro Cecco di Naro mandò un sospiro di soddisfazione:
- Finalmente!
A quel primo senso di stupore, tenne dietro quasi subito un movimento di curiosità:
- Chi è? chi è?
Ma non trovarono altra risposta che quella dipinta sotto il palvese: il cavaliere dal cuor sanguinante...


Il Paggio della regina Bianca – Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1401, quando è appena tramontata la grande epoca chiaramontana. L’opera è ricostruita e trascritta dal romanzo originale pubblicato della casa editrice La Gutemberg nel 1921.
È la presunta storia di Giovannello Chiaramonte, figlio di Andrea, che cerca di risollevare la gloria del suo casato contro il gran giustiziere Bernardo Cabrera, il re Martino e la regina Bianca di Navarra.
Pagine 702 – Prezzo di copertina € 22,00
Tutti i volumi della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli sono disponibili al sito ibuonicuginieditori.it
È possibile ordinare alla mail ibuonicugini@libero.it, al cell. 3457416697 o inviando un messaggio whatsapp al 3894697296. Consegna a mezzo corriere in tutta Italia
Disponibili su Amazon Prime o al venditore I Buoni Cugini, su Ibs, e in tutti i siti vendita online.
Disponibili a Palermo in libreria presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Nuova Ipsa (Via dei Leoni 71), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi n. 15), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella n. 15), Enoteca Letteraria Prospero (Via Marche 8)
Per qualsiasi informazione: ibuonicugini@libero.it – Cell. 3457416697 – Whatsapp 3894697296
Le librerie possono acquistare contattandoci alla mail oppure possono rivolgersi al nostro distributore Centro Libri (Brescia)

martedì 21 settembre 2021

Luigi Natoli: Le teorie sulla medicina del Conte di Cagliostro. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure.

 
Le malattie son dentro; s’annidano nelle viscere, nel sangue, nei nervi, in tutto quello che è celato ai nostri occhi, e di cui non possiamo avere la visione precisa. Ma l’anima di chi è ammalato vede e sa dove il corpo è ammalato e di che; bisogna dunque, più che l’invisibile del corpo, leggere nell’anima, domandare all’anima la sede delle sofferenze, ricercare nel suo muto linguaggio la rivelazione di ciò che è celato ai nostri sensi limitati. 
Questo io facevo. Mi bastava guardare fisso negli occhi l’ammalato perché una luce si facesse nella mia mente, e io vedessi il suo male, e acquistassi la sicurezza di vincerlo. Questa sicurezza passava dal mio spirito in quello dell’ammalato: egli se ne andava con la medicina da me somministrata, pienamente certo di guarire. 
Ho detto che io somministravo le medicine; di fatto io non davo le ricette scritte; poiché queste costituivano già un segreto, non era conveniente né utile metterle in mano di uno speziale, che avrebbe potuto servirsene per fabbricare specifici a suo benefizio: i quali, oltre al danno materiale, me ne avrebbero recato uno morale molto maggiore, giacchè somministrati a caso, senza conoscer veramente la natura del male, cui io adottavo la medicina, avrebbero con l’insuccesso e anche, forse, con la morte, messo in discredito i miei rimedi e me. Io mi provvedevo delle erbe, degli estratti, delle polveri, di tutto ciò che era necessario; fabbrica­vo da me, coi processi alchimici l’olio di zucchero; componevo le me­dicine, in forma di beveraggi o di pillole, la cui formula, per ciò, rimaneva un mio segreto. Il che per altro ne aumentava il valore. Se la gente avesse saputo che, per esempio, in quelle pillole mira­colose c’entrava della polvere di radici di cicoria, di indivia, di calcitropia,  o anice o aloe, o altre cose così semplici e di niun costo, avrebbe perduto la fede nella mia medicina, e l’avrebbe disprezzata. Il mistero del segreto invece le dava maggior credito e mi permetteva di farla pagare ai ricchi un prezzo veramente favoloso. I ricchi pagavano pei veramente poveri, ai quali som­ministravo gratuitamente i medicinali. 
A nessuno domandavo un compen­so per le mie visite. Naturalmente i veri poveri rimuneravano la mia gene­rosità con benedizioni sincere; i bor­ghesi, per la natural albagia spagnola, non volendo parere ingrati o pitocchi, mi ricambiavano con regali  di polli, salsicce, formaggi, vini, stoffe, sicchè non spendevo più nulla per il mio vitto quotidiano; i ricchi, i signori, si di­sobbligavano magnificamente con regali di gioielli e di argenteria. Nella preparazione dei medicinali non mi facevo aiutare da nessuno, sal­vo che un po’ da Lorenza. Io li preparavo di notte. 
Io non avevo bisogno di interrogare gli ammalati per capire qual fosse la loro malattia; se rivolgevo qualche domanda era per seguir l’usanza dei medici, e per dare una soddisfazione agli ammalati stessi: ma in verità mi bastava guardarli fissi, perché la natura delle loro sofferenze mi si rivelava come in un libro. Era una specie di divinazione, che stupiva anche me stesso. Così non sentivo il bisogno di ricorrere a medicine: invocavo l’ispirazione del cielo, imponevo le mani sul capo dell’ammalato, gli dicevo: 
- Va tu sei guarito. 
Come avvenisse non so; il fatto è che se ne andavano veramente guariti. Ciò aveva del miracoloso; il popolo diceva che io ero un santo o un mago. Ma un mago non invoca Dio, e non compie opere di carità. Io oltre a guarire i poveri, davo loro dei soccorsi di danaro; dunque ero un santo!... 
Voi non potete immaginare la folla che assediava la mia casa; empiva l’ingresso, la corte, il vestibolo, il salone. Centinaia di sventurati privi d’ogni soccorso. Io li ascoltavo a uno a uno, senza perdere una parola; entravo nel laboratorio per un istante e ne ritornavo con una quantità di medicine, che dispensavo, dando a ciascuno la sua e ripetendogli quel che egli aveva riferito del suo male. La mia memoria era veramente prodigiosa. 
Donde e come nascesse non so, ma ero animato da uno spirito di carità straordinario. A una povera donna, venuta a implorare il mio soccorso, perché aveva il marito in prigione per debiti, diedi il denaro per liberarlo. Questo e altri fatti simili e la mia generosità verso gli ammalati poveri, rialzarono la mia figura e davano un prestigio d’evangelo alle mie parole; cosicchè il mio apostolato per diffondere la massoneria egiziana, ed essere riconosciuto come il Gran Cofto, trovava un terreno favorevole.



Luigi Natoli:  Cagliostro e le sue avventure – Romanzo storico siciliano ambientato nel 1700. È la storia di Giuseppe Balsamo, alias Conte di Cagliostro, narrata dal protagonista come la lettura di un Diario. L’opera, in una edizione totalmente restaurata dal titolo all’indice, è costruita e trascritta dal romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914.
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Pagine 881 – Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store on line
In libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Nuova Ipsa (Piazza Leoni), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi) 

Luigi Natoli: Le origini del conte di Cagliostro. Tratto da: Cagliostro e le sue avventure

 
Per restringere la mia parentela, e perchè sappiate che il titolo di Caglio­stro non è meno mio di qualunque al­tro, voglio farvi un breve albero ge­nealogico della mia famiglia.
Anche nella Bibbia e nei Vangeli si comincia con l’albero genealogico. Io non risalgo ad Abramo e Noè, la pa­rentela dei quali per altro non respin­go; ma scendo a tempi assai più vicini.
Carlo Matteo Martello ebbe due fi­glie, una, Maria andò sposa di don Giu­seppe Bracconieri, morto nel 1754; l’altra, Vincenza, si maritò in don Giuseppe Cagliostro di Novara Sicula, e fu la mia buona madrina.
Dal matrimonio di Maria col Brac­conieri nacquero quattro figli, due ma­schi Antonino e Matteo, miei zii, e due femine; Felicia Bracconieri, mia madre, che andò in moglie a don Pie­tro Balsamo, e Maria che fu sposata al signor Filippo Abate di Termini.
Dicono che il mio nonno paterno Antonino Balsamo fosse un libraio molto noto in Palermo. Non so, e non mi importa saperlo. Mio padre era un mercante.
Le nozze di Felicia Bracconieri e di Pietro Balsamo furono feconde di due figliuoli: Giovanna Giuseppa Maria, mia sorella, che poi – a quanto ne ho saputo – si è sposata con un Giovan Battista Capotummino, ed io.
Io nacqui a Palermo, il 2 giugno 1743 nella casa paterna, in un vicolo che allora prendeva il nome da una ce­lebre taverna detta della Perciata, nelle vicinanze dell’ospedale dei frati Benfratelli. Fui battezzato sei giorni dopo alla Cattedrale dal parroco don Diego Mezzopane e fui tenuto a battesimo da don Giovan Battista Barone e dalla zia Vincenza Cagliostro che, non potendo venire personalmente, si fece rappre­sentare per procura.
Nel battesimo ebbi imposti i nomi di Giuseppe, Giovan Battista, Vincen­zo, Pietro, Antonino e Matteo.
Troppi nomi per un uomo solo. I miei mi chiamarono sempre col primo.
Se nel corso della mia vita io assun­si cognomi diversi non c’è dunque da stupirsi. Dal momento che era piaciuto ai miei parenti di caricarmi di tutti quei nomi che io non domandavo, per­chè mai non potevo io concedermi di mia volontà quelli che mi piacevano?
Questi particolari sulla mia nascita risulterebbero dalla fede di battesimo, che fu domandata in occasione del mio matrimonio; ma io ho sempre dato uno scarsissimo valore a questo docu­mento insignificante per la vita di un uomo.
Per un pezzo io stesso credetti di essere nato a Termini o a Messina o a Malta; ma poi mi son persuaso che, per quanto la fede di battesimo assicuri il luogo e la data della mia nascita, è da sciocchi cercare quando o dove la mia personalità abbia avuto origine. Io l’ignoro. Io sono stato sempre e la mia patria è il mondo.



Luigi Natoli:  Cagliostro e le sue avventure – Romanzo storico siciliano ambientato nel 1700. È la storia di Giuseppe Balsamo, alias Conte di Cagliostro, narrata dal protagonista come la lettura di un Diario. L’opera, in una edizione totalmente restaurata dal titolo all’indice, è costruita e trascritta dal romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914.
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Pagine 881 – Prezzo di copertina € 25,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store on line
In libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Nuova Ipsa (Piazza Leoni), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi)