giovedì 7 maggio 2020

Luigi Natoli: Quando Marcantonio Colonna vide per la prima volta donna Eufrosina. - Tratto da: La dama tragica


Tre o quattro sedie più in là, ma sulla stessa fila di essi, era seduta donna Eufrosina Corbera, sotto un grande specchio, che pareva le facesse da cornice.
Marcantonio Colonna fermò un istante il suo sguardo sopra di lei, come cercando nella sua memoria di ricordare chi fosse, e dove l’avesse veduta altra volta. Non gli pareva un volto del tutto nuovo. Una rimembranza imperfetta e confusa era balenata nel suo cervello; ma per quanto frugasse nei più profondi recessi della memoria, non vi scorgeva dove, come e quando avesse conosciuto quella dama. Pensò che forse s’ingannava. Ma o nuova, o veduta, il signor Marcantonio diceva a se stesso che quella donna era veramente bellissima.
Donna Eufrosina se ne stava immobile, con le piccole mani affilate inerti sul grembo, e in quell’atteggiamento, entro la cornice dello specchio, pareva un meraviglioso dipinto. Le grazie del corpo risaltavan maggiormente sotto il vestito, scelto e adattato con un fine senso di civetteria. Indossava una veste d i broccato turchino, con ricami d’argento e bottoni di perle; e in testa aveva un berrettino di velluto dello stesso colore, sormontato d’un ciuffetto di piccole piume bianche, che le cadevan leggiadramente sui capelli annodati con un filo di perle.
Donna Eufrosina, girando gli occhi, si accorse in quel momento di essere guardata dal Vicerè e dal Pretore, e divenne rossa. Gli occhi del Vicerè insistettero ancora un po’ come per godere di quel rossore, poi si distolsero lentamente e quasi con rammarico. 
Non osava confessarselo, ma in fondo o in cima al suo pensiero stava quella giovane e bellissima dama, alla quale per la prima volta egli poneva mente, e la cui immagine gli stava dinanzi agli occhi inte­riori con una insistenza che non gli dispiaceva.
Il suo pensiero non andava più oltre di quella contemplazione platonica, nè si fer­mava sopra qualche vaga e lontana speranza. Marcantonio Colonna non era più giovane; cinquant’anni erano già sonati; era calvo e brizzolato; non poteva dunque illudersi di ferire il cuore di una giovane e bella donna, che aveva un marito giovane, bello e valente. Ma pure non poteva impedire al suo cuore di schiudersi a qualche desiderio, e di vagar dietro qualche sogno.
Marcantonio Colonna era vestito tutto di raso bianco, con una cappa corta di velluto nero, foderata di raso bianco. Ricami di argento delicatissimi gli ornavano il corpetto, appuntito, sul ventre, e fermato da un cinturino tempestato di gemme, dal quale pendeva un piccolo pugnale dall’elsa di argento e dalla guaina di velluto nero.
Era elegantissimo, e per la gravità e la nobiltà dell’aspetto, anche imponente.

Luigi Natoli: La dama tragica. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1580. L'opera è la trascrizione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930.
Pagine 598 - Prezzo di copertina € 24,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (spedizione tramite corriere)
Disponibile su Amazon e tutti i siti vendita online. 
Disponibile nelle librerie indicate al sito www.ibuonicuginieditori.it 


mercoledì 6 maggio 2020

Luigi Natoli: Palermo al tempo degli Spagnoli. Opera inedita.



Opera inedita, costruita e fedelmente copiata dal manoscritto dell’autore privo di data. È lo studio critico e documentato di due secoli di storia della città di Palermo mirabilmente analizzata da Luigi Natoli con una visione del tutto contemporanea senza trascurar nulla, compresi i particolari, anche i più frivoli.

Argomenti trattati:
La città – Il governo – L’amministrazione – Il popolo – Il Sant’Offizio – Il clero e le confraternite – La giurisdizione e l’arbitrio – Le maestranze – Le rivolte – Le armi e gli armati – Le scuole e i maestri – La stampa – Gli usi e costumi delle famiglie – La vita fastosa – La pietà cittadina – Teatri e feste – I divertimenti cavallereschi e le giostre spettacolose – Banditi, stradari e duelli.

Pagine 283 – Prezzo di copertina € 20,00
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere)
Disponibile su Amazon e in tutti i siti vendita online
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martedì 5 maggio 2020

Luigi Natoli: La taverna dello zu' Saverio il Tripposo. Tratto da: La vecchia dell'aceto


Alla Guadagna, sulla sponda del fiume Oreto, presso il ponticello di pietra, c’era, ombreggiata da un gruppo di pioppi, una taverna campestre. Una casa a pianterreno, con un piccolo spazio di terreno vuoto dinanzi sul quale lo zu’ Saverio il “Tripposo”, così detto perché il vaiuolo gli aveva bucherellato il viso come una trippa, disponeva nella buona stagione tre o quattro tavole, banchi e scranne. La taverna aveva due stanze: la seconda delle quali gli serviva da camera, e, occorrendo, da sala riservata per gli “amici” che avevano qualche “discorso” da fare. Per comodo dei quali, la stanza aveva una porticina, che dava sui folti canneti, che, fra gli alberi formavano una fitta muraglia verde dietro la taverna, e si prolungavano lungo le due sponde del fiume, ristretto in quel punto come un ruscello o un canale.
Il sito era pittoresco, anche per lo sfondo verde. Oltrepassato il ponticello, si dilungava una viottola, fra campi aperti; a poca distanza della quale sorgeva una chiesetta, dedicata alla Madonna della Grazia, volgarmente chiamata della Guadagna, e a cui era addossato un edificio, specie di canonica, una volta sede di una Congregazione, già venuta meno nel 1787. Più in là, a monte, sorgeva un antico palazzetto trecentesco, di stile ogivale, mezzo rovinato; antica villa dei Chiaramonte, che paurose leggende popolari avevano fatta denominare la Torre dei Diavoli. In fondo, in giro, la chiostra dei monti, ed il convento di S. Maria di Gesù, biancheggiante alle pendici del Grifone, e più in là il villaggio della Grazia, su quelle dell’Orecchiuta. Un ampio e vasto scenario che si godeva dallo spazio davanti la taverna. Il fiume, in quei pressi, s’incassa fra due ripe alte, di tufo giallastro, nelle quali si aprono grotte scavate in tempi immemorabili, alcune delle quali gli antichi ridussero probabilmente in sale da bagno; vedendosi in alcune di esse, di forma semicircolare, dei sedili lungo le pareti.
La taverna era meta nei pomeriggi dalla primavera all’autunno di artigiani e “galantominicchi”, che vi andavano a bere un vino chiaretto della contrada dei Ciaculli o di Misilmeri; e, secondo la stagione, a mangiarvi qualcuna delle pietanze popolari, o manicaretti stuzzicanti la sete. Ma ciò non toglie che la taverna fosse d’inverno abbandonata: soltanto gli avventori erano scarsi. Questa era la clientela comune, manifesta, insospettabile: ma la taverna del “Tripposo” aveva altra clientela, che, apparentemente non aveva nulla di diverso dall’altra; mangiava, beveva, giocava alla morra o al “tocco”, o sonava la chitarra e cantava canzoni e arie popolari; ma quando non c’era gente entrava nella seconda stanza e si chiudeva in conferenze come un corpo diplomatico o un sinedrio segreto; e quando la gente non se ne andava, essa si allontanava alla spicciolata, prendeva la via della città, ma per svoltare ad un tratto, quando era fuor della vista, gittarsi fra i canneti, e giungere all’usciolo di dietro della taverna, dove entrava non veduta.


Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1700. La storia di Giovanna Bonanno, l'avvelenatrice passata alla storia come La vecchia dell'aceto. 
L'opera è ricostruita e trascritta dal romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927 
Pagine 562 - Prezzo di copertina € 22,00 
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Elaborazione grafica: Maria Squatrito 

Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 

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Luigi Natoli: Rosalia. Tratto da: La vecchia dell'aceto.


Era la moglie di don Agostino; una giovane di forse ventidue o ventitrè anni; non perfettamente bella, ma avvenente, e negli occhi neri e vellutati, nella bocca tumida, rivelante una natura sensuale avida di piaceri e di piacere. Nell’aspetto aveva qualcosa di fine, di superiore al suo ceto: le mani erano fine e lunghe, i piedi piccoli: aveva un gusto naturale nell’acconciarsi, una certa eleganza nel camminare. Se avesse preso a marito un avvocato, un giudice o un impiegato del Ministero, ella avrebbe sostenuto benissimo e senza imbarazzo il suo posto di signora. 
Perciò nel Cortigliazzo, dove abitava, le vicine, pettegoleggiando fra loro, la canzonavano, la chiamavano per dileggio la principessa. E veramente ella era figlia d’ignoti: qualcuno appena nata, avvolta in pochi lini e in un pezzo di coperta, l’aveva portata alla Ruota una notte d’aprile. L’aveva ficcata dentro l’ordegno, e datogli un giro, e sonato il campanello se n’era andato. La bimba era stata raccolta dalle donne addette all’Ospizio. Non le trovarono nessun pezzo di carta coi nomi, nè un segno sui lini, non una medaglia; la coperta non aveva nulla di particolare: coloro che l’avevano esposta non volevano dunque che un giorno ella potesse essere riconosciuta. Essa aveva soltanto un piccolo segno o voglia. Poiché quel giorno, nell’Ospedale, avevano consacrato un altarino nuovo a Santa Rosalia, in capo a uno dei corridoi, la superiora non sapendo che nome dare alla piccina, la fece battezzare con quelli di Rosalia Pellegrina.
Ma la piccina, dopo due o tre giorni fu rilevata da una donna che voleva allevare una trovatella per guadagnare qualche cosa. Disse di chiamarsi Anna Pantò; fornì buone informazioni, e portò via la piccina. Se non che Anna Pantò, dopo un mese, ebbe dal marito ubriaco una coltellata mortale; l’assassino fuggì, la povera donna gridò al soccorso, e le vicine accorse giunsero appena in tempo per raccogliere l’ultima parola: – “Rosalia!” – e l’ultimo sospiro.
Una donna che pareva la moglie di un artigiano agiato o di un impiegatuccio, si fermò e più che la morta guardò la piccola Rosalia che piangeva.
Disse dove abitava e portò seco la piccina.
Così Rosalia trovò un’altra mamma, e crebbe in una casa migliore e sebbene modesta, non povera; e fino a tredici anni credette di esser proprio figlia di quei borghesucci. Poi seppe che era una trovatella per la malignità di una compagna di scuola, sua vicina di casa, che probabilmente l’aveva sentito dire in casa, e per bizza lo ripeteva. Ma ciò non raffreddò l’affetto fra lei e la sua madre adottiva, che continuò a considerare come la sua vera mamma. Per educarla più finemente (era così gentile la fanciulla!) a sei anni l’avevano mandata alla scuola del Collegio di Maria dell’Olivella, dove imparava qualche cosa di leggere e far la firma, il cucito, il ricamo, e far trine e passamani di filo, di seta, d’oro e d’argento secondo quanto era prescritto dalle tavole di istituzione del 1721. Rosalia non essendo nobile, né figlia di magistrati, frequentò la sezione riservata alle fanciulle del suo ceto: ma vi fece progressi; era intelligente, svelta, accurata; e aveva gusto. I suoi ricami erano perfetti; le sue trine parevano tessute da dita di fata. Quando morì don Ambrogio, lasciando la moglie e la figlia adottiva nella povertà, che non aveva rendite, questa perizia fu la risorsa delle due donne. Michela raccomandandosi a questo e a quello, e specialmente al suo confessore, poté avere delle commissioni: Rosalia le eseguì, e con tanta bellezza, che cominciò a farsi una clientela, e le commissioni fioccavano. Gliene venivano anche dalle dame; e non era raro che qualche carrozza signorile si fermasse dinanzi alla umile casa della via Grande del Castello, dove la Belviso, dopo la morte del marito, era andata ad abitare. Nè era raro che Rosalia andasse in casa di qualche dama. Si trovò così in contatto con persone ricche, titolate, eleganti, che vivevano nel lusso: e cominciò a essere ambiziosa. Sentiva che avrebbe saputo vestirsi anche lei con una certa eleganza, e abitare in belle case e comandare servitorame, e poiché i mezzi c’erano, cogliendo a pretesto che per una fanciulla che aveva necessità di frequentare case di signori, era vestita maluccio, pretese vestiti più fini e più eleganti. 
Michela fece qualche obiezione: eran povera gente, non dovevano stendere le gambe più del lenzuolo; bisognava pensare a farsi un po’ di dote; ma finalmente cedette alla figlia. La quale non ricorse all’opera della sarta; e dalle sue mani produsse un piccolo capolavoro. Quando indossò la prima volta il suo vestito, per andare da una baronessa, Michela la guardò con ammirazione e quasi con orgoglio, ed esclamò:
- Sembri la figlia di un principe!

Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1700. La storia di Giovanna Bonanno, l'avvelenatrice passata alla storia come La vecchia dell'aceto. 
L'opera è ricostruita e trascritta dal romanzo pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927
Pagine 562 - Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su Amazon e tutti i siti vendita online
Disponibile nelle librerie indicate nel sito www.ibuonicuginieditori.it  


giovedì 30 aprile 2020

Luigi Natoli: La piazza Marina nel 1401. Tratto da: Il paggio della regina Bianca


La vasta piazza Marina in Palermo era quasi deserta in quell’ora mattutina del mese di maggio del 1401; e l’ampia mole dello Steri vi proiettava un’ombra lunga e trasparente. 
In quel tempo, la piazza Marina era assai più vasta di quel che è oggi, e serbava ancora le tracce di seno di mare prosciugato. Il porto, ridotto ora alla Cala, era più profondo; le acque del mare si spingevano su un tratto della odierna via Porto Salvo, lambendo quasi il muro del palazzo delle Finanze e un tratto della piazza della Fonderia. 
Più di due secoli prima bagnavano la scogliera sotto la torre di Baych, o di porta di Mare, che si apriva dietro la parrocchia di S. Antonio; poi, ritraendosi, o respinte da disseccamenti artificiali, avevan lasciato asciutto un lungo tratto, sul quale già sorgevano case e correvano nuove strade. Il Cassaro, o via Marmorea – come si chiamava ufficialmente, – si arrestava però alla porta di Mare, che era rimasta, intatta fra le due torri di guardia, come erano rimaste tuttavia in piedi le mura della antichissima città, sebbene oramai inutili. 
La piazza Marina, così detta perché da prima era seno di mare, da più d’un secolo era prosciugata; essa era chiusa dalla parte di mezzogiorno dalle mura della Kalsa, qua e là abbattute, e dalla parte di levante da uno sprone di terra, (ancor visibile nello stereobate su cui sorgono l’Hotel de France, e il palazzo dell’Intendenza,) il quale finiva sulla Cala, con una chiesa, sotto la quale si agganciava la catena da chiudere il porto; dal che la chiesa prese il nome di S. Maria della Catena.
Questo sprone, nei tempi antichissimi formava un molo naturale, difendeva e proteggeva, il porto profondo, a cui la città doveva il suo nome greco: Panormo (tutto porto). Dalla parte esterna, sul mare, al limite del quartiere arabo della Kalsa, e cioè dove ora corre la via Butera, su questo sprone era un borgo di Greci, con la loro chiesa di S. Nicolò. Da loro prese il nome la porta, che, rifatta, serba fino ad oggi il nome di Porta dei Greci.
La piazza Marina era dunque compresa fra questo sprone più elevato, la parte alta della Kalsa, e giungeva fin presso allo sbocco della via del Parlamento, comprendendo la via Bottai e l’area del palazzo delle Finanze; il porto, dal lato ove è la chiesa di S. Sebastiano, penetrava ancora un po’ di più, e giungeva fino all’Arsenale, il Tercianatus dei vecchi documenti, che ha lasciato il nome alla piazzetta di Terzana.
Sullo sprone non v’erano edifici notevoli, salvo che lo Steri, l’antica e nobile dimora dei Chiaramonte, accanto a cui la casa men bella dei conti di Cammarata e la chiesa di S. Maria della Catena.
Dietro lo Steri sorgevano la chiesetta di S. Antonio, ancora esistente, e la chiesa di S. Nicolò, or da un secolo circa distrutta.
Le altre case intorno eran piccole dimore, frammezzate da orti e giardini, tra i quali, dalla parte opposta allo Steri, sorgeva nella sua bella architettura ogiva la chiesa di S. Francesco dei Chiovari e accanto a essa si innalzava bruna, massiccia , fiera nei suoi merli, con finestrette simili a feritoie, la torre di Maniace o volgarmente di Manau.
Fra quelle case v’era qualche taverna, sulla cui porta una fronda di alloro rinsecchita serviva d’insegna.
L’erba cresceva nella piazza; e delle capre dal pelo lungo e dalle corna lunghe, a spirale, pascolavano tranquillamente.
L’odore delle alghe marine, deposte sulla riva dall’alterna vicenda dei flutti, impregnava l’aria silenziosa.
Fra le barche tirate a secco alcuni marinai col berretto rosso in capo, come si vedono ancora nel promontorio sorrentino, stendevano le reti al sole; da un focolare improvvisato con due sassi, si levava una spirale di fumo azzurro, che si allargava e si sperdeva in alto.
Oltre le barche, nel vasto specchio d’acqua del porto si scorgevano alcune galee e barconi e feluche; qualcuna aveva già spiegate le vele e si accingeva a prendere il largo. Più in là ancora il Castello a mare distendevasi con le sue torri massicce, l’ampia cortina merlata, armata di bombarde, accanto alle quali, si vedevano biancheggiare le grosse palle di pietra.
Più in fondo ancora Monte Pellegrino disegnava nel cielo la sua massa rocciosa, coi fianchi verdeggianti di boschi, e le cime indorate dal primo sole.
V’era una gran pace, una tranquillità dolce e solenne a un tempo nell’aria fine e trasparente, per la quale volteggiavano stormi di rondini, salutando il sole con piccoli gridi festosi.
Un giovinetto s’era fermato con un senso di meraviglia e una certa commozione in mezzo alla piazza, guardando il palazzo chiaramontano.
Poteva avere sedici o diciassette anni, e vestiva poveramente; il suo farsetto aveva qualche strappo ai gomiti, e le sue calze erano sdrucite. La tasca che portava appesa con una cordicella, rivelava la rotondità di un pane. Le sue scarpe erano rotte e impolverate, come di chi viene da lungo viaggio. Aveva in mano un grosso bastone, e infilato alla cintura un pugnale con la guaina di cuoio.
Non era bello: il suo volto aveva qualcosa di irregolare, ma nell’insieme era piacevole ed espressivo. V’era un non so che di fiero e di malinconico a un tempo, ma una malinconia silenziosa e pacata; e gli occhi grandi, neri, acuti, mobili, investigatori, contrastavano col color dei capelli tra biondi e castani.
Doveva esser bianco di carnagione, e si vedeva dalla sommità della fronte, quando con un gesto che pareva volesse scacciar qualche torbido pensiero, egli sollevava il berretto e scostava i capelli. Ma il sole aveva abbronzato il suo volto e le sue mani.
Sebbene poveramente vestito e sporco di polvere il suo aspetto aveva qualche cosa di fine e delicato, che non sfuggiva neppure a uno sguardo superficiale e distratto.
Egli stette un poco fermo in mezzo alla piazza, guardando lo Steri; poi volse gli occhi intorno a sé, come uno che voglia riconoscere qualche cosa o qualche luogo: accortosi di una taverna a pochi passi dallo Steri, vi si avvicinò, e sedette sopra una panchetta di legno, accanto alla porta.
Aveva fame; tirò la saccoccia dinanzi a sé, e ne trasse un pane da contadini, tondo e bruno, che addentò vigorosamente.



Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1400, quando era appena tramontata l'epoca chiaramontana.
Riproduzione fedele dell'opera originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921
Pagine 700 - prezzo di copertina € 23,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (spedizione a mezzo corriere)
Disponibile su Amazon e tutti i siti vendita online
Disponibile in libreria.

Luigi Natoli: Palermo nel 1401. Tratto da Il Paggio della regina Bianca


Palermo offriva in quei tempi uno spettacolo curioso e singolare.
La sua pianta si era via via allargata fin dal tempo dei Romani; una città nuova era sorta oltre il letto del fiume il Maltempo; le cui sponde superiori, per esser piantate a “cimino(2)” fecero dare grecamente il nome di Kèmonia, alla parte alta dell’Albergheria. 
Il letto di questo fiumicello, che il Senato avea deviato da qualche tempo, per evitare le frequenti inondazioni, è riconoscibile nell’attuale via Castro. 
Nel 1401 esso, d’inverno, correva ancora nel suo letto, e scendendo per le odierne vie di Casa Professa e dei Calderai, piegando per la contrada dei Tornieri, si univa al fiumetto della Conceria, e scendeva nel mare. 
Di là da questo fiume era dunque sorta una città più vasta dell’antica, dovuta all’opera di espansione e di adattamento dei vari dominatori. 
I Romani vi fabbricarono quasi tutta quella parte che oggi forma il mandamento Palazzo Reale; i Bisantini vi aggiunsero altre contrade, più in giù, che giungevano fin presso S. Francesco d’Assisi; gli ebrei vi costruirono le loro case e la Sinagoga, tra la moderna piazza del Ponticello e la contrada dei Calderai; gli Arabi vi edificarono una vera città, chiusa da mura, dove aveva sede il governo e serbavano il tesoro, e la chiamarono Kalesa, l’Eletta, nome che ancor serba, sincopato in Kalsa, o secondo la pronuncia palermitana hausa. 
Queste nuove contrade col tempo si erano confuse; nel secolo XV i loro confini si erano cancellati, e solo era visibile qualche pezzo di muro o quale torre dalla Kalesa. Esternamente erano difese da una muraglia comune, che girava da occidente a mezzogiorno e piegava a oriente, sul mare; nella quale si aprivano alcune porte, due delle quali, sopravvissute al naufragio di tante altre cose e ai rinnovamenti edilizi, rimangono ancora, coi loro nomi antichi, ruderi gloriosi del passato: porta Mazzara (el Mahassaar) e porta S. Agata: di altre, come la porta delle Terme e quella dei Greci, rimane il nome. Delle muraglie qualche frammento è ancora visibile fra le case che vi si addossano, nei pressi dell’Ospedale Civico, e dietro la Caserma dei Carabinieri. 
Dalla parte opposta, dall’altro lato dell’antica città si apriva una vasta palude, detta di Buonriposo, che per esser piena di papiri diede il nome di Papireto alla contrada. Essa un tempo si estendeva, costeggiando le mura settentrionali della città antica, e occupando l’area delle odierne piazze del Monte di Pietà, di S. Onofrio e dei mercati; ma a poco a poco s’era disseccata. 
Nel secolo XV la palude s’era ristretta alla parte più alta, giungendo appena a S. Cosmo: stagnante spesso e miasmatica. Un emissario, che era il fiumetto o fiume della Conceria, la metteva in comunicazione col mare, e di là da questa palude eran sorti dal tempo degli Arabi altri borghi, che formavano un’altra città transpapiretana; e forse perché vi aveva avuto sede un cadi, dal nome composto di Sera-al-cadi, Seralcadi, era venuto il nome al quartiere, di Seralcadio, poi Civilcari; la cui parte superiore il popolo chiamò Capo. 
Anche oggi, il visitatore curioso può riconoscere tanto l’antico letto del Maltempo o fiume di Kemonia, quanto quello della palude Papireta, nei due avvallamenti o parti più basse da via Castro a Lattarini a destra, dal Papireto alla piazza Caracciolo a sinistra, che lasciano anche oggi in mezzo più elevata, tutta la parte centrale della città fino a S. Antonio. Questa parrocchia, come si può vedere, resta infatti più alta dell’attuale livello del corso Vittorio Emanuele e della nuova via Roma: e più alte rimangono a sinistra le vie del Celso e delle Vergini, che sovrastano a quelle dei Candelai e alla piazza Nuova; e a destra le vie Biscottai e S.Chiara, e le chiese di S. Cataldo e della Martorana, che sovrastano alla via Castro, alla rua Formaggi, alla piazza del Ponticello e alla via dei Calderai. 
L’antichissima Palermo era appunto questa parte centrale più alta, sovrastante alle altre or accennate. Essa era cinta di mura e di torri, che l’allargarsi successivo della città non distrusse. 
Nel 1401, come abbiamo detto, queste mura e queste torri esistevano ancora, con le antiche porte; l’ultima delle quali sparve nel 1588, quando si costruì il convento dei frati Benefratelli. Formavano dunque una città murata dentro la città.

Luigi Natoli: Il Paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1400, quando era appena tramontata l'epoca chiaramontana. 
Riproduzione dell'opera originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921
Pagine 700 - prezzo di copertina € 23,00
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (spedizione a mezzo corriere)
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lunedì 27 aprile 2020

Luigi Natoli: Palermo al tempo degli Spagnoli. Indice dell'opera.

La Città
Come era - I baluardi - Il palazzo Reale - Il palazzo del Comune - Bonifiche e nuove vie  - Fontane, statue, chiese, palazzi - Le ville   

Il Governo
I Vicerè - Parlamento e Deputazione - Conflitti per nulla - Disagi e rimedi - I segretari - “Humanum est...”   

Il Comune
Come era costituita l’amministrazione - Il Senato e i Vicerè - Tribolazioni - Liti con le città - La Tavola     

La Popolazione
Quanti eravamo - Gli esposti, i cani, i maiali et reliqui - I Capicento - I Ceti - Qualche fatto - Una storia romantica - "Vanitas vanitatum” - I mercanti     

Il Sant’Offizio
Come entrò e quali preminenze ebbe - Brighe e contese - Casi tipici - Il Luteranesimo - Ottantasei luterani processati in dieci anni - Per tutta la Sicilia - Come si condannava   

Il Clero e le Confraternite
Sedici arcivescovi in due secoli - Dieci centesimi per una messa - Brighe fra loro - Due altri preti e le suore - Santi e processioni - Litigi - Manifestazioni di penitenza -  Miracoli, superstizioni, pregiudizi  

Nel tempo di temi
Quanti fori!  - Ad arbitrio  - Bruto Secondo - Notari      

Le Maestranze
Le Corporazioni d’arte e mestieri  - I “cilii” - Quaranta maestranze  

Fierezza di popolo 
Prima sedes, corona Regis et Regni Caput - La serie delle sommosse - Addosso allo spagnolo - La fiera rissa di Porta d’Ossuna  - Contro la nobiltà   

Armi ed Armati
Ordinamenti militari   - A Palermo  -  L’Accademia dell’armi  - Il Valore Siciliano - L'armata  - I Siciliani a Lepanto   

Scuole e maestri
Come si studiava  - La lingua thosca e le Accademie - Studi e invenzioni - Artisti e scienziati  - Una incoronazione 

Stampa e stampatori. Gli avvisi
La stampa -  Gli autori - Avvisi      

In casa e fuori
I figli - Il dovere del cittadino - Il sesto comandamento - Il fidanzamento - Le doti - Matrimoni spettacolosi - Quelle altre - Le spese di casa - Il ventre di Palermo - Beati stomachi!    

Vita fastosa
Come s’andava ai ricevimenti - Il vestire  - Le prammatiche contro il lusso - Ancora lusso - Gli schiavi - I mortori     

Pietà cittadina
Ospedali e Compagnie - Altre istituzioni pie - I fanciulli dispersi - Disgrazie - La peste - Altri disastri    

Il teatro e le feste carnevalesche
Il teatro - Gli intermedi  - Il melodramma - Il Carnevale e le maschere - Altri spettacoli - Le corse     

Divertimenti cavallereschi
Le giostre - I premi della giostra - Botte da orbi - Seicentismi o esagerazioni 

Giostre spettacolose
La caccia in piazza Marina - La liberazione di Cupido - Altre giostre

Sacco nero
Banditi e “stradari” -  Bande famose - Un quadro eloquente - Misfatti e vendette - Duelli - Condanne 

Luci ed ombre di due secoli   

Bibliografia     

Luigi Natoli: Palermo al tempo degli Spagnoli
Pubblicato oggi dalla fedele trascrizione dell'inedito (purtroppo senza data) ricostruito ad opera de I Buoni Cugini editori.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it
Disponibile su Amazon e tutti i siti vendita online
Disponibile presso La Feltrinelli libri e musica


Luigi Natoli: Palermo al tempo degli Spagnoli (1500-1700)

Pagine 283 - Prezzo di copertina € 20,00
Copertina di Niccolò Pizzorno

Pubblicata oggi per la prima volta e fedelmente ricostruita e copiata dal manoscritto originale dell’autore, purtroppo privo di data. È lo studio critico e documentato di due secoli di storia della città di Palermo mirabilmente analizzata da Luigi Natoli con una visione del tutto contemporanea senza trascurar nulla, compresi i particolari, anche più frivoli. Un’opera che fa sentire ancora viva la voce di questo scrittore che tanto amò e diede alla sua bella Palermo. 

"Dunque mettiamo punto, che può bastare: quello che ho scritto è abbastanza per mostrare come si svolgeva la vita in tutte le sue manifestazioni in quel tempo del dominio spagnolo. Dal 1500 al 1700 incominciò e finì la dinastia di casa d’Austria; e furono due secoli nei quali si alternano splendori e miserie, luci ed ombre. L’ombre è nel fosco delitto e nel castigo più crudele che lo segue; la luce è nella carità che apre un fiore sul delitto, e col pentimento redime uno spirito: l’ombre è nell’esosa avarizia che prostra con l’usura il misero; la luce è nel provvedere a mitigar la miseria: l’ombre è nei figli abbandonati, negli orfani che andrebbero ad aumentare il numero dei candidati al patibolo, delle fanciullette che il vizio avrebbe travolte, nelle traviate stesse; la luce è aprire ricoveri, rifugi ai derelitti, reclusori dove nella onestà e nella religione gli spiriti trovino pace. I nobili rubano, ammazzano, commettono ogni eccesso, ma nel tempo stesso si uniscono per promuovere civili istituzioni in soccorso del popolo, e dappertutto essi, quasi ad espiare la loro ricchezza e la loro potenza, si moltiplicano ad amministrare le istituzioni stesse delle quali costituiscono gli averi. La luce è nello spirito della religione, l’ombre è nella pratica della vita che ondeggia tra le più insane superstizioni e le spettacolose e ridicole penitenze; la luce è nella fierezza del popolo, pronto a impugnare le armi in difesa del Regno, contro i cavalieri, il Senato, il Vicerè, quando patisce un’ingiuria e per domandare dei diritti; la luce è quando si commove dinanzi all’esempio della bontà, della rigida onestà di chi amministra; si commove e si impietosisce di chi è caduto in miseria ed è punito, sia pure scellerato; si esalta a ogni azione generosa, e nei suoi canti esalta la virtù dell’onore, del coraggio, della magnanimità, della nobiltà d’animo, della giustizia."

Luigi Natoli

Argomenti trattati:
La città – Il governo – L’amministrazione – Il popolo – Il Sant’Offizio – Il clero e le confraternite – La giurisdizione e l’arbitrio – Le maestranze – Le rivolte – Le armi e gli armati – Le scuole e i maestri – La stampa – Gli usi e costumi delle famiglie – La vita fastosa – La pietà cittadina – Teatri e feste – I divertimenti cavallereschi e le giostre spettacolose – Banditi, stradari e duelli.

venerdì 24 aprile 2020

Luigi Natoli: Don Agostino Caracciolo e don Gaetano La Paglia. Tratto da: La vecchia dell'aceto


Il primo era don Agostino Caracciolo. Dal don e dal vestiario si riconosceva che era del ceto di quei piccoli impiegati, copisti o portieri negli uffici, scrivanelli o faccendieri che facevano da sensali presso i “paglietti”, cioè procuratori e avvocati di scarto, e qualche volta si adattavano anche a insegnare la Santa Croce ai ragazzi del popolo, a un grano al giorno. Era un uomo sui trent’anni, bruno di carnagione, di capelli nero, gli occhi impiccioliti dall’abitudine di tenerli socchiusi, come per raccogliere l’acutezza dello sguardo; una riga profonda tra le due sopracciglia corrugate; una espressione di sprezzo per gli altri e di coscienza del proprio valore; l’aria dell’uomo che sa il fatto suo, che “si fida”, che non indietreggia dinanzi ad un coltello, e sa impugnarne uno con tutte le regole dell’arte. Nel tono del saluto si sentiva l’abitudine di “masticare le parole”; nella camminatura, l’uomo che sa di imporre rispetto. Don Agostino Caracciolo non esercitava una professione fissa: si adattava a quelle che gli capitavano nelle mani, tanto per aver l’apparenza di vivere del suo lavoro. Da alcuni anni faceva il “razionale dei bottegai”; era, cioè, il contabile o ragioniere, che teneva i conti dei fruttaiuoli.

Don Gaetano La Paglia, poteva avere qualche anno di più; era anche lui bruno; e all’aspetto, al vestire, al gesto, all’andatura si vedeva subito che era dello stesso ceto, e della stessa specie. Egli esercitava la professione di scrivano pubblico nel piano della Correria che l’anno prima era stata trasportata nelle case di S. Cataldo, di fronte alla porta meridionale del palazzo del Senato, cioè Municipale. Allora il palazzo aveva quattro porte, una per lato; di esse due in tempi vicini furono chiuse. Anticamente il prospetto principale era dalla parte dell’odierna piazza Bellini; e qui era naturalmente la porta principale, fino a tutto il secolo XVI; quando allargato dalla parte della fontana, e fatto un nuovo prospetto, vi si fece il nuovo portone e si mutò l’aspetto del palazzo. La Correria, o Posta, dunque era di fronte all’antica facciata principale, in alcune case addossate alla chiesetta normanna di San Cataldo, che vi rimaneva sepolta, e serviva di magazzino, e tale rimase finché trasportati altrove gli uffici, il prezioso monumento non rivide la luce. Allora agli ufficî si accedeva per due scalette esterne, la seconda delle quali metteva in un portico, sotto cui erano le finestre per la distribuzione. Giù nel piano, lungo il muro di questa seconda scala erano schierati i tavolini dei pubblici scrivani. Quello di don Gaetano guardava le due statue marmoree che si trovavano all’angolo del palazzo municipale di fronte alla Martorana. Quelle due statue dell’epoca romana rappresentavano un magistrato e la moglie, ed erano prima dinanzi alla chiesa di San Francesco; donde nel 1563, erano state portate su quel canto, e ivi stettero fino al 1823, quando furono tolte e poste nell’atrio del palazzo.

Quattro volte la settimana egli collocava il suo tavolino, protetto da un ombrellone; e aspettava i clienti; non molti in verità. Erano i giorni della spedizione dei corrieri, lunedì e giovedì, e della distribuzione delle corrispondenze, martedì e sabato; chi aveva da spedire lettere o chi voleva farsele leggere ricorreva all’opera dello scrivano; il quale avrebbe fatto assai magri affari, se, oltre alle lettere non si prestava a scrivere suppliche ed istanze, e a copiare carte e a vendere penne d’oca, carta e ostie per incollare le lettere.
Certamente questi proventi bastavano appena per non far morire di fame un uomo senza bisogni; ma don Gaetano aveva famiglia, e non era un uomo da contentarsi di pan solo. Aveva altre fonti, alle quali attingeva per vivere con una certa agiatezza secondo il suo stato. Qualcuno se ne meravigliava, sebbene per soggezione, non osasse esprimere dinanzi a lui la sua meraviglia.


Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del '700. La storia di Giovanna Bonanno, l'avvelenatrice passata alla storia come La vecchia dell'aceto.
Nell'unica versione originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927.
Pagine 562 - Prezzo di copertina € 22,00
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