martedì 6 giugno 2023

Luigi Natoli: Il Paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1400


 


Luigi Natoli: Il Paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1400.L'opera è la trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria.

lunedì 5 giugno 2023

Luigi Natoli: Messer Bernardo Cabrera. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano

Era messer Bernardo Cabrera, conte di Modica e grande giustiziere del regno di Sicilia.
Veramente egli si fregiava di ben altri titoli. Era in Spagna visconte di Cabrera e di Bas, conte di Ossuna, signore di Monclus, Hostalric, Arginon e Parafolls: piccole terre, parte ereditate, parte concesse dal re d’Aragona, del quale aveva in moglie una nipote.
In Sicilia aveva raccolto gli stati e gli uffici della nobile e gloriosa famiglia dei Chiaramonte, e diventava in breve il primo feudatario del regno.
Possedeva la contea di Modica, con le terre di Modica, Ragusa, Chiaramonte, Scichili, Monterosso, Giarratana, i casali di Durillo, Comiso, Spaccaforno, la torre e il porto di Pozzallo, le saline di Marsa e di Murro, il feudo di Daratre e ventidue tenimenti di terre; era obbligato al servizio militare per ventisette cavalli, oltre ai pedoni; e godeva di tali e tanti privilegi e prerogative, che il suo stato formava una specie di regno nel regno.
Oltre alla parentela col re Martino, i servizi resi da lui al re e al padre del re (il vecchio duca di Montblanc) in Spagna e nell’isola, avevano potuto far pesare a suo beneficio i favori particolari del monarca. Era stato infatti eletto grande giustiziere.
Era diventato così il personaggio più popolare e autorevole del regno, ed esercitava un grande ascendente sull’animo del giovine re; ciò lo faceva segno a gelosie, invidie e malcelate animosità.
Non era benvoluto; troppa arroganza era nei suoi modi; troppa crudeltà aveva mostrato durante il lungo e fiero duello fra il baronaggio dell’isola e i due Martini, venuti a conquistare il regno, e a gittarvi tutto un nuovo branco di hidalghi morti di fame e di piccoli signori che tremavan di freddo nei loro miseri castelli di Catalogna.
Ah! la Sicilia era ancor ricca; e baroni da spogliare ce n’erano ancora.
Messer Bernardo Cabrera non sarebbe diventato signore della più vasta e ricca contea del regno, se Andrea Chiaramonte non fosse stato decapitato perfidamente, sulla piazza Marina in Palermo, dinanzi al suo magnifico palazzo. Messer Bernardo Cabrera ebbe le spoglie del vinto signore, alla rovina del quale egli aveva lavorato.
La presa di possesso gli fu però contrastata dai vassalli. La memoria dei Chiaramonte era troppo viva, e i cuori ancor troppo devoti, per accettare, se non benevolmente, almeno senza ostilità il nuovo signore, che si presentava come un nemico.
I vassalli di Modica e delle altre terre, domandarono al re di dichiarar la contea terra demaniale: ma il re – che pur avrebbe guadagnato alla corona un paese ricco, – respinse la preghiera. I vassalli si ribellarono; Messer Bernardo non potè assicurarsi la signoria, se non invadendola con una schiera feroce di venturieri e di banditi, e impiccando sulla piazza di Modica quindici dei capi della rivolta, quasi tutti piccoli borghesi e maestri d’arte.
Quei quindici corpi neri, orribili, penduli dalle forche, sui quali volteggiavano sinistramente i corvi, e che il vento faceva svoltare, avevano diffuso il terrore, e soggiogato la ribellione.
Ciò era avvenuto sei o sette anni innanzi.
Messer Bernardo aveva poi compreso che bisognava usar qualche dolcezza; e un inverno rigido, nel quale un alluvione rovinò parecchie case di contadini, distribuì dei soccorsi, rifabbricò le case abbattute, e perfino assolvette qualche debitore. Salvo che ragioni di ufficio o viaggi in Spagna in servizio della corte, o repressioni di rivolte qua e là nell’Isola frequenti e violente, non lo tenessero lontano, egli abitava nella sua contea, alternando il soggiorno fra Ragusa e Modica.
Quell’anno il re gli aveva conceduto l’onore di accettare l’ospitalità nel castello di Modica; e v’era andato nei primi di maggio, per fuggire l’afflizione della corte rattristata dalla malattia della regina.


Luigi Natoli: Il Paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1400.
L'opera è la trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921. 
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria. 

Luigi Natoli: La devozione dei palermitani per la nobile casa dei Chiaramonte. Tratto da: Il paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano

 
- Volevate bene, dunque alla casa dei Chiaramonte? – gli domandò.
- Io solo? ma tutta Palermo, figlio mio. Se togli i Catalani, cotesti pidocchiosi che son venuti ad arricchire in Sicilia, spogliandoci, a Palermo tutti serbiamo una devota memoria per quella gran casa. Di là avremmo dovuto trarre i nostri re… e non saremmo soggetti allo straniero!... Tu sei ragazzo, e non puoi capire certe cose; ma ti so dire, che quando decapitarono messer Andrea, non ci fu che la canaglia catalana che n’ebbe gioia. Sfido! don Bernardo Cabrera si pigliava la contea di Modica… un vero stato da re… don Guglielmo Raimondo Moncada le terre e i castelli su quel di Girgenti, don Galdo di Queralt Caccamo e gli armenti, il re i palazzi… Et diviserunt vestimenta mea, come canta il padre lettore il giovedì santo!...
- E il conte… ebbe paura il conte, quando lo portarono al supplizio?
- Paura? I Chiaramonte non eran gente da aver paura, caro figlio! T’hanno raccontato la guerra del Vespro? Il mio nonno fu alla battaglia di Falconara, e vide che gente gagliarda erano. C’era messer Giovanni il vecchio, cuor di leone e braccio di ferro. Che battaglia!... E l’assalto di Palermo del 1325? Genovesi, Napoletani, Catalani, tutti addosso alla città; ma c’era messer Giovanni per difenderla… E messer Manfredi? Oh non fu il miglior capitano ch’ebbe l’Imperatore Ludovico di Baviera? non gli conquistò tutta la Marca d’Ancona?... Il mio nonno me le raccontava queste storie. Noi siamo di Naro, figliol mio; e Naro era feudo dei Chiaramonte, e fu baronia di messer Matteo, padre di messer Andrea: noi siamo stati vassalli della nobile casa…  Adesso Naro è di messer Guglielmo Raimondo Moncada; ma io… Io vivo qui, in Palermo, libero e padrone di me; e Naro, fintanto che apparterrà a quell’usurpatore, non mi vedrà mai più!... Capisci ora se so tutte le storie della nobile casa?... Oh! cos’hai?
L’ultima domanda, fatta con tono di sorpresa e di interesse, era provocata dagli occhi del giovinetto, pieni di lagrime, che scendevano silenziosamente su le gote. Il pittore scese dal suo palco, e gli si accostò.
- Che cos’hai? ti senti male, forse?
Il giovanetto scosse il capo, vergognandosi d’essere stato colto in quell'istante di debolezza...


Luigi Natoli: Il Paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1400.
L'opera è la trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921. 
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
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Luigi Natoli: Andrea Chiaramonte, ultimo difensore del Regno... Tratto da: Il Paggio della regina Bianca

Re Martino sorrise a fior di labbra. Dinanzi agli occhi suoi si rinnovava la visione della tragedia chiaramontana.
Egli stava col padre a una finestra dello Steri; la piazza Marina era gremita di popolo che gli arcieri e i picchieri catalani a stento frenavano, perché non invadesse il palco sul quale il boia, appoggiato alla scure larga e luccicante aspettava le vittime.
Poi dalle prigioni del palazzo uscì il corteo. I confrati col cappuccio, le guardie, il carro; e nel carro, diritti, fieri, Andrea Chiaramonte e Antonio delle Favare suo segretario.
Il carro giunse ai piedi del palco. Andrea Chiaramonte, sebbene avesse le braccia legate dietro le reni, balzò svelto dal carro, senza bisogno d’aiuto, e montò la scala del palco, senza dar segno di commozione.
Guardò il suo palazzo: i suoi occhi si fissarono sulla finestra e cercaron gli occhi del duca e del re. Martino sentiva ancora il lampo di quegli occhi, che esprimevano una minaccia lontana; e ne provava un turbamento indefinibile....

Quadro storico (tratto da: Storia di Sicilia ed. I Buoni Cugini 2020)
Composti i dissensi in Aragona per opera di Martino, che in premio ebbe il titolo di duca di Montblanc, Maria fu da Cagliari trasportata a Barcellona, e poi nel castello di Montblanc, in attesa delle nozze, che avvenivano nel 1390 appena uscito il figlio Martino dalla pubertà. Di queste nozze dava avviso ai principi e in Sicilia, promettendo il suo non lontano arrivo. Ad agevolarlo, il destino s’incaricava di sgomberargli il terreno. Morivano infatti il conte di Geraci e Artale Alagona, e non molto dopo Manfredi Chiaramonte; il vicariato passava ai figli Antonio Ventimiglia, Blasco Alagona, Andrea Chiaramonte, e degli antichi vicari rimaneva il Peralta. Dinanzi alla minaccia dell’invasione, il 10 luglio 1391, i vicari radunarono a convegno i principali baroni nella chiesa di S. Pietro a Castronovo; giurarono alleanza per procurare l’onore e il servizio della regina Maria, la sua restituzione nel regno, e per respingere qualsiasi principe ed esercito straniero. Uno strambotto popolare serba la memoria del convegno, che cominciato con tanto fervore, finiva dimenticando i patti.
Astuto, raggiratore, fine politico, il duca di Montblanc mandava lettere a questo e a quel barone, in segretezza, con profferte di amicizia, lusinghe, persuasioni: inviava Galdo di Queralt e Berengario Crujllas abili negoziatori e guadagnava consensi fra i borghesi agiati; seminava la corruzione nel baronaggio, e ne fomentava l’egoistico tornaconto. Disgregando il baronaggio, il duca non temeva più una resistenza pericolosa, perché il popolo non lo impensieriva: che non c’era popolo, ma torme di servi nei feudi, e masse senza più coscienza nelle città, che si tenevano estranee alle mene dei baroni.
Raccolto l’esercito composto di milizie proprie e bande feudali, di nobili, di mercenari, di hildaghi spiantati, di masnadieri, di ladroni assolti da pene, e postolo sotto gli ordini del valoroso Bernardo Cabrera, avendo già distribuite ai principali cavalieri le alte cariche del Regno, uffici e privilegi, il duca di Montblanc, col figlio e con la nuora salpò da Port Fangos nei primi di marzo: il 22 approdò a Favignana, ed ivi ricevette l’omaggio di Guglielmo Peralta, Antonio Ventimiglia, del conte di Cammarata e di Enrico Rosso: a Trapani gli fecero onore molti dei baroni convenuti a Castronovo, dei quali congiunse le milizie feudali alle sue.
Solo non vi si recò Andrea Chiaramonte, che rimase a Palermo, dove l’umore non era favorevole ai due Martini.
La domenica delle palme l’esercito catalano si schierò sotto le mura della città, che, chiuse le porte, rifiutò d’arrendersi, onde il duca pose l’assedio dalla parte di mezzogiorno. Tra il reciproco bombardarsi, il duca dava il guasto alle campagne e avvenivano conflitti con danno dell’una e dell’altra parte. Nella generale defezione, quella resistenza pareva l’ultima difesa dell’indipendenza del Regno. Gli altri Vicari s’erano dati allo straniero: Andrea Chiaramonte rimaneva solo. Dopo un mese di assedio, crescendo la fame, l’arcivescovo di Palermo e uno dei Giudici andarono a pattuire la resa: Andrea fu assolto e tenuto buono e fedele vassallo: gli altri ebbero l’indulto. Così stabilito, Andrea il 17 di maggio presentavasi ai Reali, e ne era bene accolto. Ma il domani, ripresentatosi con l’arcivescovo per spiegare la sua condotta, il Duca perfidamente lo fece arrestare. Si imbastirono accuse che erano calunnie, e intanto si prese possesso della città, dove i Reali entrarono il 21, tra la freddezza del popolo. Il Duca nominò Bernardo Cabrera Grande Ammiraglio, e Guglielmo Raimondo Moncada, in premio d’aver venduta la patria, Grande Giustiziere.
Andrea fu sottoposto a giudizio, condannato a morte, e decapitato il 1 giugno 1392 nella piazza Marina, dinanzi al suo palazzo, donde il duca di Montblanc assisteva. La famiglia fu dispersa: i beni confiscati. I Chiaramonte scomparvero dalla storia.


Luigi Natoli: Il Paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1400.
L'opera è la trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921. 
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria. 

domenica 4 giugno 2023

Luigi Natoli: Squarcialupo. Romanzo storico siciliano


 
Luigi Natoli: Squarcialupo – Opera inedita. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1517, quando Giovan Luca Squarcialupo, patriota, sognò e realizzò anche se per poco, un governo repubblicano. L’opera, mai pubblicata in libro, è costruita e trascritta dal romanzo originale, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1924.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 684 – prezzo di copertina € 24,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria.

Luigi Natoli: Dall'alto della piazza di Ballarò veniva una fiumana di gente armata... Tratto da: Squarcialupo. Romanzo storico siciliano

Tristano ritornava a casa, quando dall'alto della piazza di Ballarò veniva una fiumana di gente armata, in mezzo alla quale, un cavaliere a cavallo, agitava la spada sguainata. La folla urlava grida di morte:
- Ammazza gli spagnuoli! Ammazzali!
Il balenìo delle armi accompagnava ferocemente le parole; e tutto intorno pareva scosso e sollevato dall'odio, come i marosi dal vento.
Tristano si fermò, guardando con stupore e non senza pena. Per quanto gli spagnuoli fossero stranieri, e non si fossero mai cattivato l'amore dei siciliani, per la loro albagia, e i loro arbitrii, e per quanto i soldati, spinti dalla fame, avessero commesso violenze, egli ricordava di aver militato con loro e di aver fra essi buoni compagni. E prevedeva che quel furore popolare avrebbe immerso la città in un lavacro di sangue, tra scene spaventevoli di orrore. Quando la folla fu più vicina riconobbe il gentiluomo che pareva se ne fosse fatto capo.
Era il magnifico Paolo Pollastra, un cavaliere, che nel quartiere dell'Albergheria godeva di grande reputazione di bravura, e fra quella gente rissosa faceva spesso da arbitro, ubbidito e seguito.
La notizia delle prime uccisioni, era giunta subito a lui; che sceso di casa armato, salito a cavallo, a grande voce aveva raccolto a sè i popolani più maneschi: ai quali via via si erano uniti gli altri, e la fiumana ingrossata, scendeva minacciosa.
- È tempo di finirla! – gridava il signor Paolo: – fuori questi barbari! Vogliamo esser padroni in casa nostra!... Fuori gli spagnoli!
E la folla acclamava; ma oltrepassando il pensiero di messer Paolo, invece di limitarsi alla espulsione gridava che bisognava uccidere, bisognava scannarli quegli stranieri odiati. Un nuovo Vespro. A Tristano parve una esagerazione inumana. Facendosi largo si avvicinò a messer Paolo, e fermandogli il cavallo, gli disse:
- Che cosa fate, magnifico? Volete spingere la città alla rivolta?
- È tempo! – rispose il cavaliere – abbiamo tollerato troppo questi stranieri.
La folla scese nel cuore della città, invase la piazza del palazzo pretorio, gridando contro il pretore e i giurati; quand'ecco dall'altro lato, si sentì un mugghio di tempesta: e dai vicoli si vide venire degli spagnoli atterriti, qualcuno con volto insanguinato, che cercavano uno scampo, e dietro a loro torme di plebei furibondi, che li incalzavano urlando:
- Ammazzali! Ammazzali!
Allora quelli che seguivano Paolo Pollastra, eccitati dalla caccia e dal sangue, diedero addosso a quei miseri; l'improvviso scomporsi, sprigionò Tristano, che non potendo, solo com'era, opporsi a quella moltitudine insensata e feroce, si ritrasse nella vicina chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio, detta della Martorana. E giunse appena in tempo; perché il sagrestano, temendo che in quel tumulto potessero invadere la chiesa e saccheggiarla, ne chiudeva le porte.
Ma poco dopo ebbe vergogna, lui soldato, d'aver ceduto all'istinto della salvezza, e poiché il tumulto si era allontanato, non trova alcuna difficoltà a farsi aprire. Uscì col proposito di cercare persone più autorevoli che non lui, giovanissimo, per far cessare la inutile strage. Andando verso la Loggia, si imbattè in un giovane cavaliere che godeva buona reputazione, il signor Giovan Luca Squarcialupo.
Verso sera, Don Pietro Cadorna conte di Golisano, don Federico Patella (veramente si chiamava Abatelli) conte di Cammarata, ai quali si erano uniti il marchese di Licodia, Matteo Santapau, il conte di Geraci Simon Ventimiglia, il signor di Militello, Giovan Luca Squarcialupo, Tristano ed altri signori, a cavallo, andarono per le strade ove maggiore era il tumulto, e con le esortazioni, le minacce, le promesse: con l'autorità del nome e il prestigio di valore e di generosità che specialmente rendeva ben accetto il conte di Golisano, disarmavano gli animi. Ma vi concorrevano anche alcuni religiosi e qualche popolano; quelli con la minaccia di scomuniche, questo con le arguzie.
Niente disarma più è meglio della risata; e mastro Jacopo Piededipapera lo sapeva...


Luigi Natoli: Squarcialupo – Opera inedita. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1517, quando Giovan Luca Squarcialupo, patriota, sognò e realizzò anche se per poco, un governo repubblicano. L’opera, mai pubblicata in libro, è costruita e trascritta dal romanzo originale, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1924.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 684 – prezzo di copertina € 24,00
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Luigi Natoli: Giovan Luca Squarcialupo apparteneva a una di quelle famiglie pisane... Tratto da: Squarcialupo. Romanzo storico siciliano

Giovan Luca Squarcialupo apparteneva a una di quelle famiglie pisane, che esercitando traffici e tenendo banchi, avevano acquistato ricchezza e nobiltà. Era giovane. Pochi anni innanzi aveva preso moglie; ma dieci mesi dopo era rimasto vedovo. Viveva quasi appartato, badando al banco, e coltivando lo spirito con la lettura. Era stato alunno di un dotto umanista, che gli aveva fatto prendere amore ai grandi scrittori latini; ed egli leggeva con preferenza Livio e Virgilio. Ma leggeva anche certe cronache manoscritte della repubblica di Pisa, e altre del regno normanno e svevo di Sicilia e del Vespro. Abitava nella strada della Loggia dei Pisani, proprio quella che anche oggi conserva l’antico nome. Molte famiglie della “nazione” pisana stavano da quella parte, e nella strada di san Francesco: e gli Squarcialupo venivan da Pisa, e avevano il loro banco nella Loggia. Allora la strada si prolungava, perché la via Marmorea o Cassaro finivano a Sant’Antonio: e dovevan passare cinquant’anni all’incirca, perché fosse prolungato fino alla chiesa di Porto Salvo, tagliando strade, e abbattendo case.

IL PERSONAGGIO

... Disse queste parole con un tono così solenne e profetico, che il vecchio barone lo guardò con maraviglia e ammirazione. Giovan Luca gli sembrò più alto, più grande, con l’aspetto di uno di quei personaggi eroici della storia evocata. Borbottò qualche parola, ma parve rimettersi. Subiva il fascino di quella voce, di quel gesto, di quella passione per la libertà che sfavillava negli occhi del giovane, e lo illuminava di una nuova luce.
... Parlava col volto acceso da una fiamma interna, che rendeva calda e appassionata la parola. Tristano, sebbene avesse gran premura di andarsene, ne rimaneva talvolta preso, e lo ammirava: e gli pareva che Giovan Luca si ingrandisse, e si illuminasse di una luce nuova. Non era più quel pensoso, che pareva sdegnoso di parlare, o parlava breve e a sentenze: pareva qualcosa fra l’oratore e il condottiero; un sovvertitore di popolo e un dominatore. Certamente aveva un’idea, che non rivelava ancora, forse era l’idea madre, dalla quale si generavano tutte le sue azioni, anche caute, quasi saggiature; ma che al momento opportuno, si sarebbero svolte in tutta la loro pienezza. Con tutto ciò appariva agli occhi di Tristano come un uomo nuovo.

"...All’amore per la donna ho sostituito un altro amore, del quale Lucrezia non può essere gelosa: quello per questa terra nostra. Ed è amore grande e puro anche questo, Tristano. Forse più grande dell’altro, perché domanda sacrifizi, e non dona: e tuttavia rende immortali gli uomini".

"...Prima di essere innamorato voi eravate cittadino; e la terra che vi diede i natali, la terra che i vostri occhi videro per la prima, deve seder prima nella vostra mente, nel vostro cuore!... Ah! ecco perchè non sappiamo riprendere l’antica indipendenza: ecco perché non sappiamo esser liberi!... Le anime nostre si sono avvilite nell’egoismo, e al bene comune antepongono il proprio tornaconto... Io credevo di aver forgiato il vostro cuore, Tristano: di avervi trasfuso una parte della fiamma che arde nel mio; pensavo che voi sareste stato domani l’eroe della patria: Bruto o Camillo, Giovan da Procida o Alaimo da Lentini... Ahimè! voi preferite rassomigliare all’eroe di cui portate il nome e languire d’amore!... Levatevi su, Tristano Buondelmonti!... La patria prima di tutto!..."

Giovan Luca attendeva a preparare i modi e i mezzi per attuare quel suo vecchio disegno di riscossa per cacciare lo straniero, e istituire un governo democratico, come quello che fece la gloria di Pisa. Era l’idea accarezzata fin da quando cominciò a leggere le pagine di Livio, maturatasi col progredire negli studi umanistici, fattasi assillante in quei rivolgimenti, e allo spettacolo delle violenze e delle ladronerie del vicerè don Ugo. Che quelli non fossero tempi di repubblica, che questa repubblica vagheggiata da lui era un anacronismo, sfuggiva alla esaltazione del suo spirito, che lo illudeva di speranze e di sogni eroici.


Luigi Natoli: Squarcialupo – Opera inedita. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1517, quando Giovan Luca Squarcialupo, patriota, sognò e realizzò anche se per poco, un governo repubblicano. L’opera, mai pubblicata in libro, è costruita e trascritta dal romanzo originale, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1924.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 684 – prezzo di copertina € 24,00
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martedì 30 maggio 2023

Luigi Natoli: Un nuovo duca della Motta... Tratto da: I Beati Paoli. Romanzo storico siciliano

 
Un giorno, entrando nella sala da pranzo con le vesti un po’ larghe, s’accorse che gli occhi di don Raimondo si eran fissati sul suo grembo, con una insistenza indagatrice. Arrossì e n’ebbe paura. Paura non per sè, ma per la creatura che le si agitava nel seno, come se anch’essa avesse sentito quello sguardo. Istinto? chiaroveggenza? pazzia? Non lo sapeva; ma da quel momento le sembrò che don Raimondo insidiasse quel nascituro. 
Egli si accorse della diffidenza e della paura destata? Forse sì. Cercò di sorridere e di scherzare. 
- Ebbene, signora cognata, ci siamo dunque?
Donna Aloisia arrossì, chinò il capo e non rispose. 
- Ecco dunque che avremo un nuovo duca della Motta. 
Le sue parole erano d’augurio, ma a donna Aloisia parve che nel tono celassero una grande amarezza, quasi una collera sorda, un livore ma perchè?
D’allora in poi ella fu più chiusa, più riservata, più guardinga, temendo che la malevolenza del cognato potesse nuocere alla sua creatura che egli potesse tramar sortilegi e altre fattucchierie per uccidergliela, si ricordò di tutte quelle precauzioni che le venivano consigliate dalle credulità di quei tempi. Andò alla chiesa di S. Francesco di Paola, dove, mercè una buona elemosina, si fece dare due fave e due ostie benedette, il cordone di lana nera, e la candeletta con la leggenda: tutte cose efficacissime. Mangiò le fave e le ostie in chiesa, stando in ginocchio devotamente; e a casa cinse sulle carni il cordone benedetto. Le parve così d’essersi premunita, e si tenne più sicura; ma evitò sempre d’incontrarsi con don Raimondo. 
Così scorrevano i mesi; una grande consolazione e una giornata di gioia e di dolci lacrime le procurò in questo tempo una lettera di don Emanuele, al quale aveva ella partecipato la grande novella. Don Emanuele le scrisse una lettera piena di tenerezze, affermando che il nascituro non poteva essere che maschio, si abbandonava ai sogni della sua fantasia e circondava l’erede di tutte le gioie. Anche lui parve pieno di quella maternità, nella quale si continuava la stirpe. Ecco: gli avi suoi dovevano essere lieti, che le virtù trasmesse fino a lui da un lungo ordine di primogeniture, non si estinguessero, o meglio non si arrestassero in lui: egli ubbidiva alla gran legge della razza, e le tramandava al suo nato. Trecento anni di nobiltà vegliavano su la nuova culla. 
Questa lettera, nella quale don Emanuele annunciava il suo prossimo ritorno, impiegò circa due mesi per arrivare a Palermo; cosicchè donna Aloisia, che l’ebbe negli ultimi di novembre, aspettava di giorno in giorno l’arrivo del marito. 
Si sapeva dagli avvisi venuti da Roma e da Napoli che la guerra era finita, che la pace era stata conchiusa; e don Emanuele quindi non aveva più ragione di trattenersi al campo; e, secondo la sua lettera, aveva dovuto essere partito. Come dunque non arrivava? Donna Aloisia ne era impensierita e farneticava mille pericoli, che la buona Maddalena tentava di distruggere. 
Ma donna Aloisia, se da una parte, pel bisogno che ha lo spirito di afferrarsi alle spiegazioni che offrono un conforto e una speranza, conveniva in quel che diceva Maddalena, dall’altra non poteva sopprimere le ansie, le apprensioni, le paure che l’angustiavano e che il silenzio del duca e la mancanza di notizie, anche indirette, aumentavano.
La gravidanza si compì nel dolore muto di quella mancanza di nuove; ogni giorno che passava, lo scoramento cresceva: donna Aloisia sentiva la disperazione impadronirsi del suo cuore. Eran lunghe giornate di lagrime, celate spesso nell’ombra della solitudine. Maddalena, spinta dalla sua devota affezione, osava movergliene dolci rampogne. 
- Vostra eccellenza si ammala, e ammalerà la creatura, che Dio liberi!... 
Queste parole le ricacciavano indietro le lagrime; ed ella si riconcentrava tutta nel pensiero della sua creaturina tremando all’idea che potesse ammalarsi, e procurando di rimaner tranquilla. 
Il giorno però in cui sentì i primi sintomi del gran momento, le prese uno sgomento angoscioso. Essa non avrebbe veduto accanto a sé altro volto amico fuor di quello di Maddalena. L’uomo che avrebbe potuto e saputo infonderle coraggio, che con la dolce carezza, col giocondo sorriso, con la parola sicura l’avrebbe guidata in quel grande augusto e misterioso frangente, non era lì, al suo fianco; ed ella non sapeva neppur dove fosse; non era lì e non avrebbe accolto tra le sue braccia, non avrebbe dato il benvenuto al nato da lui, nel suo primo scaturire al mondo! 
- Don Emanuele! Don Emanuele! perchè mi avete abbandonata? – gridò disperatamente.
Ma la natura ebbe ragione del suo dolore; quel che doveva venire avvenne per le leggi indefettibili e immanenti della vita. 
Il piccolo essere venne alla luce, ed ebbe soltanto il bacio della madre... 


Luigi Natoli: I Beati Paoli. Grande romanzo storico siciliano. 
Copertina e disegni di Niccolò Pizzorno
Disponibile in ebook al link: I Beati Paoli - ebook (streetlib.com) al costo di € 6,90.
Disponibile in cartaceo (prezzo di copertina € 25,00) dal catalogo prodotti della casa editrice al link: Luigi Natoli: I Beati Paoli (ibuonicuginieditori.it)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria.

Luigi Natoli: Donna Aloisia Ventimiglia, promessa sposa di don Emanuele Almamonte, duca della Motta. Tratto da: I Beati Paoli. Romanzo storico siciliano

Una mattina don Emanuele gli disse: 
- Figlio mio, io invecchio; è tempo che io prenda moglie. 
Don Raimondo levò il capo vivamente, impallidendo. Per la prima volta, forse, guardò negli occhi il fratello, ma senza tradire il pensiero interiore. 
- Ho già in vista la tua futura cognata; è molto più giovane di me; ma per un vecchio tronco come me ci vuol proprio un bel virgulto giovane per farmi rinverdire. 
- Quel che fate voi è sempre ben fatto, – rispose don Raimondo senza entusiasmo, ma senza mostrar freddezza; e dopo un minuto di silenzio riprese: – E sarà troppo ardire domandarvi il nome della mia signora cognata?
- Ma anzi, è naturalissimo, figliol mio: è donna Aloisia Ventimiglia. Buon sangue. Discende dai re normanni. 
Qualche giorno dopo don Emanuele domandò formalmente la mano di donna Aloisia Ventimiglia, della nobilissima casa dei marchesi di Geraci, che aveva vent’anni meno di lui, e che usciva dal monastero di Santa Caterina, dove era stata educanda, sotto la guida delle sorelle di don Emanuele. Le nozze si celebrarono di lì a sei mesi; e furono sontuose, come erano di solito quelle delle primarie famiglie: nel piano del palazzo reale i giovani cavalieri giostrarono con magnifiche livree e bellissime invenzioni, e lo stesso vicerè intervenne alle feste che duraron tre giorni. 
Il popolo v’ebbe la sua parte: nella piazzetta della Mercede, don Emanuele fece improvvisare una fontana che dava invece di acqua vino, e alcune barracche piene d’ogni ben di Dio, che la folla saccheggiò, tripudiando in onore degli sposi. Per quanto fra gli sposi fosse una grande disparità d’anni, che offriva alle male lingue materia da sforbiciare, o per mal celata invidia o per far dello spirito, non si poteva dire una coppia mal combinata; perchè don Emanuele non mostrava i suoi quarantacinque anni; non soltanto per la freschezza e la sveltezza del suo fisico, ma anche e più per quella gioconda vivacità del suo spirito, che non pareva dovesse invecchiare. Forse questo guadagnò donna Aloisia. Il giorno in cui don Emanuele le aveva dato l’anello del fidanzamento, ella era rimasta come sgomenta al cospetto di quel pezzo d’uomo che non facea inchini ridicoli e svenevoli e rideva rumorosamente; ma durante i sei mesi aveva preso ad amarlo, pur sentendosi come soggiogata, e non osando fissar a lungo i suoi negli occhi di lui. Don Emanuele le appariva a mano a mano sotto una luce che la incatenava; ed ella si sentiva presa pel suo bel signore che poteva esserle padre. La prima notte che donna Aloisia si trovò sola con don Emanuele, nel vasto palazzo degli Albamonte, ebbe paura. Trepidando gli si rifugiò nel petto come una gazzella; egli la sollevò tra le braccia, se la pose sulle ginocchia come una bambina, e le domandò dolcemente, con una tenerezza che la fece piangere: 
- Andiamo! avete paura di me? vi faccio dunque paura?
Ella non seppe rispondere che con un cenno del capo che voleva dir no; ma il suo corpo tremava sotto la dolce pressione di quelle mani, alle quali del resto non sapeva nè voleva sottrarsi. Egli la mise a letto come una bambina, e si pose a sedere in un seggiolone ai piedi del letto: e così passarono più ore, in silenzio, senza dormire; poi donna Aloisia levò timidamente il capo fuori dalla coperta, e, guardato con pietà, rimorso, tenerezza quell’uomo che l’aveva fatta tremare, gli disse con un soffio di voce: 
- Volete passar la notte su quel seggiolone?
Dopo due mesi don Emanuele chiamato da un dispaccio regale aveva dovuto lasciar la moglie per andare in Spagna. Gli addii furon lunghi, teneri, lagrimosi. Per quanto il duca si fosse sforzato di essere allegro e scherzoso, non aveva potuto dominare la sua commozione. Raccomandata la moglie al fratello e a un vecchio servo fedele, era partito, promettendosi di ritornare al più presto. Invece passaron sei mesi che per donna Aloisia furon sei mesi di triste solitudine. 
Ella non s’incontrava con don Raimondo che a tavola; e per quell’ora rimanevano in silenzio l’una di fronte l’altro, scambiando appena quelle parole che la convenienza rendeva indispensabili. Don Raimondo aveva un aspetto freddo e glaciale, quasi astioso; ed ella provava per lui una specie di repugnanza o di avversione che confinava con la paura. Quell’uomo aveva qualcosa di sinistro: almeno così le pareva. Certo non aveva per lei nessun sorriso di bontà: se talvolta le sue labbra sottili e pallide erano sfiorate da un sorriso, questo aveva qualcosa di perfido che la faceva rabbrividire. 
Il ritorno di don Emanuele, nel marzo, era sembrato al suo cuore come il ritorno alla luce dopo una lunga notte tenebrosa. Ella gli si precipitò nelle braccia piangendo, e mormorando: 
- Non mi lasciate più! non mi lasciate più! 
Don Emanuele si informò dell’andamento della casa; e parve contento e soddisfatto del contegno riserbato dal fratello, la qualcosa gli rese meno dolorosa la nuova partenza, quattro mesi dopo della rinnovata luna di miele. 
Questa volta donna Aloisia gli si abbarbicò al collo; e non voleva lasciarlo, disfacendosi in lagrime e in preghiere. Don Emanuele, per non lasciarsi vincere dalla commozione, fingeva di arrabbiarsi: 
- Via! che cosa sono coteste debolezze? Animo! mi fate andare in collera!
Ma non si risolveva a separarsi, preso d’una grande tenerezza per quella creatura, e d’una gran collera contro sua maestà, che pareva lo facesse a bella posta a turbargli le dolcezze di una vita, che egli si pentiva di aver conosciuto troppo tardi. Pallido, freddo, col suo sguardo tagliente come una lama e la bocca stretta don Raimondo non pareva commosso di quegli addii. Il duca partì, dopo aver raccomandato caldamente ed affettuosamente la moglie al fratello. 
Il dì della Vergine, 15 agosto, donna Aloisia sentì pulsare nel suo grembo una nuova vita. Era sola; trasalì e scoppiò in pianto, ma provò una grande consolazione. Dall’ora in poi le parve di avere una custodia, e la maternità riempì le sue ore di solitudine e di sgomento; parlando con la buona Maddalena di quella creatura, nella quale sembravale di aver presente il marito lontano.


Luigi Natoli: I Beati Paoli. Romanzo storico siciliano.
Disponibile in ebook al link: I Beati Paoli - ebook (streetlib.com) al costo di € 6,90
Disponibile in cartaceo (prezzo di copertina € 25,00)
dal catalogo prodotti della casa editrice al sito: www.ibuonicuginieditori.it (https://www.ibuonicuginieditori.it/store/product/luigi-natoli-i-beati-paoli (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria

martedì 23 maggio 2023

Luigi Natoli: Il signor Galcerano e la nobile famiglia dei Corbera. Tratto da: La dama tragica. Romanzo storico siciliano

Disponibile in ebook al link 
La dama tragica - ebook (streetlib.com) e su tutte le piattaforme online. 
Il signor Galcerano era della nobile famiglia dei Corbera; signori di una vasta baronia, che prendeva nome dall’antico castello arabo di Mensil-Sindi, trasmutato sulla bocca popolare in Misilindino o Miserandino. Poteva avere venti anni, ma pareva ne avesse di più; alto di statura, largo e squadrato di spalle e di torace, muscoloso di braccia e di gambe; ma svelto a un tempo ed elegante. Un bel corpo vigoroso di giovane eroe. Era bruno di volto con capelli neri e ricciuti. Nella linea forte della bocca, nella energia della mascella, nella vivacità dello sguardo aveva qualcosa di ardito e di pertinace, che però spesso sparivano sotto una espressione di dolcezza e di ingenuità fanciullesca.
Il signor Galcerano infilò la strada di S. Onofrio, e piegò per un vicolo buio e angusto dove non era possibile scorgerlo. Egli abitava nella strada della Bandiera, nel vecchio palazzo della sua famiglia; un palazzo non molto vasto che conservava la sua architettura quattrocentesca solida ed elegante, coi merli in cima, le finestre rettangolari geminate da una sottile colonnina, simile allo stelo d’un fiore, e il portone ornato d’una cornice intagliata, forma d’un grande angolo col vertice in alto, dentro il quale si apriva la porta. I Corbera eran venuti di Spagna fin dal Trecento; ed avevano acquistato in Palermo reputazione e dignità, e nell’isola, vasti possedimenti. In breve si erano naturalizzati; erano stati inscritti nell’ordine senatorio e avevano occupato uffici eminenti. Un Galcerano nel 1449, era stato presidente del regno, cioè aveva tenuto luogo del vicerè assente; un Giuliano, che aveva combattuto valorosamente contro il maresciallo de Lautree era stato Pretore della Città, e vuol dire presso a poco quel che oggi chiamiamo sindaco, ma con maggior dignità, un Pietro, suo figlio aveva militato sotto Carlo V, e n’aveva avuto fama di prode. Non vi mancarono uomini di lettere; fra i quali un Bartolomeno di cui rimane qualche poesia. Facevano per armi cinque corvi neri in campo bianco. Capo della casa era adesso don Antonio nelle cui mani era passato il vasto feudo del Misilindino. Munifico e di grandi idee, Antonio fondava in quei tempi intorno al vecchio castello un paese, quello stesso che poi si chiamò Santa Margherita; il che lo aveva costretto a contrarre molti e gravi debiti, che lo tenevano in liti continue, e ingoiavano gran parte delle entrate. Il giovane Galcerano, al quale quella notte era toccata la strana avventura, era l’erede del vasto patrimonio, e delle virtù guerresche dei suoi maggiori. Troppo giovane quando don Giovanni d’Austria s’era mosso con l’armata contro il Turco, – aveva appena quindici anni, – non aveva potuto imbarcarsi sulle galere col fiore della gioventù palermitana andata volontaria all’impresa: ma i racconti delle prodezze compiute da Cola d’Odio, che impadronitosi da solo d’una galera turca, vi morì da archibugiata in fronte; di Cola dei Bologna, che ne riportò il soprannome di Valente; dal capitan Giorgio Montisoro, dal suo amico don Geronimo di Giovanni, da cento altri nobili, accorsi come lance spezzate o venturieri sulle galere della città di Palermo, gli accendevano una gran voglia di prender parte a qualche spedizione. Ma in quegli anni il Turco, per la disfatta avuta a Lepanto, stancato dalle due spedizioni di Navarino e di Tunisi, che lo costringevano alla difesa, non osava; guerre in Italia non ce n’erano; anche nelle Fiandre v’era un po’ di tregua; e eran guerricciole e insignificanti. Il signor Galcerano perciò non poteva mostrare il suo valore che nella sua bella sala d’armi o nell’Accademia dei Cavalieri (specie di accademia militare) o nelle giostre; nelle quali, sebbene molto giovane, faceva begli incontri e sfoggiava ricche armature, spade di gran pregio, bardature e gualdrappe di finissimo lavoro.


Luigi Natoli: La dama tragica. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1560.
L'opera è la ricostruzione del romanzo originale, pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930.
Copertina e disegni di Niccolò Pizzorno
Il volume è disponibile in ebook al link La dama tragica - ebook (streetlib.com) prezzo € 6,90 e su tutte le piattaforme online.
In cartaceo (pagine 604 - prezzo di copertina € 24,00) su tutti i siti di vendita online e in libreria, oltre che dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it

Luigi Natoli: Donna Eufrosina Corbera. Tratto da: La dama tragica. Romanzo storico siciliano

Il volume è disponibile in ebook al link La dama tragica - ebook (streetlib.com) prezzo € 6,90 e su tutte le piattaforme online.

Era bellissima. Sebbene la moda di quei tempi, con le maniche a sbuffi, col busto serrato, con la gonna larga, togliesse sveltezza e libertà alle forme del corpo ella aveva qualcosa di molle e sottile, come di un candido giglio. I bei capelli castani ondulati e raccolti indietro in trecce, e fermati da un cerchietto d’argento, incorniciavano un volto di pure forme classiche, dolcemente pallido, nel quale gli occhi grandi, neri profondi lucevano in una specie di umidore languido e pieno di mistero e la bocca tumida e corallina pareva aspettasse dolcezze ignote.
Ella in verità non era stata mai innamorata di don Galcerano, fino allora anzi non aveva mai provato gli spasimi e le gioie di una passione. Amava il marito come un amico; perchè era suo debito, perchè era una legge o consuetudine di matrimonio; e così per legge, per consuetudine, per debito del suo stato, essa lo accoglieva fra le braccia; ma senza quelle profonde commozioni che tramutano in una divina poesia un contatto animale. Per una necessaria, ma spiegabile condizione di cose ella conosceva i misteri dell’amore, senza conoscer veramente l’amore pieno e intero, senza provar l’incanto di una dedizione di tutto l’essere, di vivere della vita altrui, di sentirsi una di spirito e di corpo con la persona amata.
Il matrimonio com’era consuetudine e come pareva saggia usanza, era stato concertato dai genitori all’insaputa dei giovani. Ella stava allora nell’educandato di Monte vergini per istruirsi. Tutte le fanciulle della nobiltà titolata, della magistratura e dei semplici gentiluomini, appena avevano cinque o sei anni venivan chiuse in quelle enormi gabbie che eran gli educandati dei monasteri e vi stavan fino a che prendevan marito, o, se pronunciavano i voti, sino alla morte.
L’educandato che aveva il nome di Montevergini, fondato di recente nell’antica strada del Calvello nel Cassaro, era uno dei più reputati e più frequentati. Donna Eufrosina vi entrò di sei anni, e vi stava da dieci quando il suo babbo, don Vincenzo Siragusa dottore in ambo le leggi, ricco e di gran nome, che aveva una bella casa poco lontana dal palazzo dei Corbera, venne una mattina nel parlatorio ad annunciarle che il nobile don Antonio Corbera, barone del Misilindino, gli aveva fatto l’onor di domandar la mano della fanciulla pel suo figlio Galcerano, desiderando stringere le due famiglie in parentado. Ella ne fu turbata; ma non tanto da non provare una gioia infantile per quelle nozze: le quali per lei ancora ignara del mondo, non avevano altro significato, se non quello di farla diventare una signora che andava in lettiga o in carretta, che interveniva alle giostre, alle feste con ricche vesti e molti gioielli. Fino allora non aveva veduto il mondo che attraverso le grate del parlatorio e delle loggette pensili, da lontano, come qualche cosa d’ignoto, di misterioso, di cui non giungeva a lei che un rumore vago indistinto. Maritandosi, avrebbe veduto da vicino quel mondo; ci sarebbe vissuta; sarebbe stata libera di andare di qua e di là accompagnata da servitori e da schiavi, avrebbe potuto ricevere in casa donne e cavalieri, e sentir musiche e canti.... Tutto questo era così bello e attraente per lei, che non domandò neppure se il suo sposo futuro fosse bello e giovane come lei.
Del resto non le pareva necessario domandarne: ella non sapeva supporlo che giovine e bello.
Una cosa soltanto le piaceva e le procurava una viva soddisfazione: sentirsi dire da Galcerano con sincera e commossa ammirazione, che era bella, che era la più bella donna di Palermo e di Sicilia; che il suo corpo armonioso e perfetto pareva quello di una dea delle favole. Queste lodi avevano destato in lei un sentimento nuovo e un desiderio di constatare la sua bellezza. Volle vedersi tutta quanta in un grande specchio, e se ne compiacque. E allora sentì che bisognava conservare quella beltà, che esercitava tanto impero e amò la sua beltà, amò se stessa, ebbe pel suo corpo le maggiori cure; temette di essere sciupata dagli impeti di don Galcerano. Ebbe orrore che la maternità deformasse l’armonia delle sue membra; e allora cominciò a consultare donne sperte in molti segreti: chiuse il suo seno al mistero della vita, lo educò alle arti dell’abbigliamento feminile; usò pomate e acque odorose, accrescendo le seduzioni della sua beltà, lieta di suscitare intorno a se fremiti di desideri.
Ella dunque non poteva provare la tormentosa gelosia delle anime innamorate…


Luigi Natoli: La dama tragica. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1560. 
L'opera è la ricostruzione del romanzo originale, pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930. 
Copertina e disegni di Niccolò Pizzorno
Il volume è disponibile in ebook al link La dama tragica - ebook (streetlib.com) prezzo € 6,90 e su tutte le piattaforme online.
In cartaceo (pagine 604 - prezzo di copertina € 24,00) su tutti i siti di vendita online e in libreria, oltre che dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it

giovedì 11 maggio 2023

Luigi Natoli: Don Emanuele Albamonte duca della Motta. Tratto da: I Beati Paoli. Grande romanzo storico siciliano

Il duca don Emanuele Albamonte fino a quarantacinque anni era rimasto celibe, pur non disdegnando di appendere qualche volta una ghirlanda all’ara di Venere. Forte, vigoroso, esuberante di vita, sdegnando le effeminatezze della società signorile, aveva passato la giovinezza fra le sue terre; feudi immensi che si distendevano fra le valli e su per le colline staccantisi dalle aspre e nevose giogaie delle Madonie. Le selve intricate che infoltivano quei gioghi eran ricche di grossa selvaggina, nè era raro il lupo. Don Emanuele preferiva inseguire e affrontare i pericoli di queste cacce, piuttosto che lasciarsi trascinare in carrozza per la passeggiata della Marina; provava maggior felicità a vibrare la sua daga dentro la gola di un lupo, che passar la giornata in inchini e a guardarsi le belle trine delle maniche nei salotti di qualche dama.
Per queste ragioni, durante la guerra di Messina, essendo già a capo del suo stato, accolse volentieri il bando delle armi, e come signore feudale, levò una squadra di milizie dai suoi stati e corse a combattere i Francesi e i ribelli. Allora aveva ventisette anni; e s’innamorò del mestiere. La caccia al lupo era una bella cosa, ma la guerra era ancor più bella; c’era più eroismo, c’era più grandezza e nobiltà di gesto. E allora ottenne un brevetto di colonnello, e poiché, dopo la caduta di Messina, non c’era più nulla a fare in Sicilia, passò il mare e se ne andò in Spagna, pur aprendo delle grandi parentesi nella sua vita bellicosa per venire a respirare l’aria delle sue montagne.
A quarantacinque anni però don Emanuele si accorse che bisognava pur continuare la stirpe, e che egli sarebbe stato il primo duca della Motta, che non avrebbe trasmesso lo stato a un suo diretto e legittimo discendente. Forse dei rampolli del suo sangue ve n’eran dispersi e ignoti, ai quali il mistero della nascita non consentiva di fregiarsi del nome degli Albamonte, ma l’erede voluto dalla legge non c’era. L’idea del matrimonio gli si affacciò allora, e gli fece riflettere che bisognava affrettarsi, giacchè oramai egli era troppo maturo; o farlo subito o rassegnarsi al celibato, come se fosse stato un cavaliere di Malta, e rinunciare all’erede diretto.
La sua famiglia oramai si componeva di lui, di due sorelle monache nel monastero di Santa Caterina, e di don Raimondo; due altri fratelli, maggiori di don Raimondo, erano morti in tenera età: Raimondo era l’ultimo nato. Fra loro due v’era una differenza di diciassette anni; quando Raimondo cominciava a balbettar le prime parole e a dare i primi passi, don Emanuele correva a cavallo attraverso i boschi, come un cavaliere errante in cerca di avventure. Don Raimondo era cresciuto in città nell’ombra del vasto palazzo degli Albamonte; quasi sempre solo, sotto le cure di un pedagogo prete, passando la vita fra gli studi, le pratiche religiose e qualche esercizio cavalleresco, secondo il proprio grado. Ogni domenica andava a visitare le sorelle monache, alle quali non aveva mai potuto affezionarsi, perchè non era mai convissuto con loro neppure un giorno nella dolce intimità familiare; nè più affettuosi erano i rapporti con don Emanuele, che egli vedeva assai di rado, quando cioè il duca tornava dalla guerra o dalle sue lunghe dimore in campagna.
Don Emanuele passò una diecina di anni in Sicilia, alternando la dimora fra i feudi e la capitale; e in questi dieci anni prese una viva affezione pel suo piccolo fratello, al quale proibì di farsi prete. Un Albamonte, che sono stati tutti uomini di guerre o presso a poco, infagottarsi nell’abito talare? Oibò! Che bisogno ne aveva del resto? Gli mancava qualche cosa nel palazzo dove era nato? e forse il suo fratel maggiore non lo amava? Se mai, il suo posto era nel Tribunale nel Regio Patrimonio, o nella Gran Corte criminale, quando non si sentisse alcuna vocazione per le armi. Don Raimondo obbedì con quella sottomissione che il diritto di primogenitura poteva esigere da lui: ma non potè mai assuefarsi alla familiarità del fratello.
Una mattina don Emanuele gli disse:
- Figlio mio, io invecchio; è tempo che io prenda moglie.
Don Raimondo levò il capo vivamente, impallidendo. Per la prima volta, forse, guardò negli occhi il fratello, ma senza tradire il pensiero interiore.
- Ho già in vista la tua futura cognata; è molto più giovane di me; ma per un vecchio tronco come me ci vuol proprio un bel virgulto giovane per farmi rinverdire...


Luigi Natoli: I Beati Paoli. Grande romanzo storico siciliano. 
Pagine 932 - Prezzo di copertina € 25,00
copertina di Niccolò Pizzorno
Nella foto: uno scorcio della via Sant'Agostino oggi a Palermo
L'opera è la trascrizione del romanzo originale ricostruito dalle dispense La Gutemberg del 1931.
Disponibile in ebook (€ 6,90) al link: I Beati Paoli - ebook (streetlib.com) e su tutti gli store online.
In cartaceo disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia). Su tutti gli store di vendita online e in libreria. 


Luigi Natoli: Il palazzo della Motta. Tratto da: I Beati Paoli. Grande romanzo storico siciliano.

Il palazzo del duca della Motta sorgeva nella strada di S. Agostino, presso la piazzetta del convento della Mercè; era un antico edificio sormontato da un’alta torre, conosciuta allora col nome di torre di Montalbano; la quale era forse una delle antiche torri della città, incorporatasi con l’estendersi delle mura in una casa signorile. Del palazzo e della torre, ricordata nelle vecchie topografie, non rimane più vestigio; ma nel 1698, sebbene i pesanti balconi dalle ringhiere di ferro battuto e dalle mensole massicce, e il grande portone, sopraccarico di cartocci di stucco ne avessero deturpato il carattere, serbava la sua massa imponente e troneggiava fra le altre case della contrada. 
Il tragitto dal Palazzo Reale alla torre di Montalbano non era perciò lungo; bastava attraversare il piano della Cattedrale, scendere per la strada di S. Agata della Guilla e tirar diritto oltre la chiesa di S. Cosmo, per la strada di Porta Carini, fino all’angolo della strada di S. Agostino. Due portantini robusti, come quelli che aveva il cavalier Albamonte, potevan percorrerla in dodici o quindici minuti. 
Don Raimondo, trovò il palazzo in quella specie di disordine frettoloso che la nascita di una nuova creatura gitta nell’animo di tutti. V’era nell’andare dei servi, nel sussurrìo sommesso, nei gesti quell’aspettazione di un evento che pare assorba in sè ogni energia dello spirito; tanto questo fatto così comune e così meraviglioso empie di sè l’animo umano, e quel perpetuo rinnovarsi delle forme sorprende col profondo mistero dell’infinito. Don Raimondo attraversò l’anticamera e alcune sale con l’animo sospeso, non osando interrogar nessuno, sperando di cogliere qualche parola o un segno rivelatore. Si fermò in una sala, non potendo andar oltre, perchè la porta che avrebbe dovuto attraversare era chiusa. Sopra un doppiere ardevano due candele, e diffondevano una luce blanda che moriva negli angoli e nell’alto soffitto, dove brillava tenue qualche doratura, come una stella. 


Luigi Natoli: I Beati Paoli. Grande romanzo storico siciliano. 
Pagine 932 - Prezzo di copertina € 25,00
copertina di Niccolò Pizzorno
Nella foto: uno scorcio della via Sant'Agostino oggi a Palermo
L'opera è la trascrizione del romanzo originale ricostruito dalle dispense La Gutemberg del 1931.
Disponibile in ebook (€ 6,90) al link: I Beati Paoli - ebook (streetlib.com) e su tutti gli store online.
In cartaceo disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia). Su tutti gli store di vendita online e in libreria. 

martedì 2 maggio 2023

Si parla di Luigi Natoli, di Giuseppe Pitrè e de IL TEATRO DEL POPOLINO su La Repubblica di domenica 30 aprile 2023. Grazie infinite alla giornalista Amelia Crisantino!


 

Nuova pubblicazione in ebook di Luigi Natoli: I mille e un duelli del bel Torralba al costo di € 6,90

Romanzo storico ambientato nella Palermo di fine Settecento. L' opera, mai pubblicata in libro, è stata costruita e trascritta dal romanzo originale pubblicato a puntate, in appendice al Giornale di Sicilia, nel 1927. Raccolto per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori (pagine 456 - prezzo di copertina € 22,00)

Fabrizio è il secondogenito della nobile famiglia dei Torralba. In base alle leggi del tempo, titoli e ricchezze sono tutti del primo figlio maschio. A lui e al fratello minore spetta solo il cavalierato e un misero assegno mensile, troppo poco per chi ha lo smisurato bisogno di affermarsi nella società che conta. Troppo poco per chi ha un temperamento irrequieto e ribelle; per chi ama l'avventura, le donne, la bella vita e per Fabrizio di Torralba tutto questo è sempre poco e tutto converge nella punta della sua lama.
"Strana la sua vita, che l'obbligava a stare sempre con una spada in pugno".
Ma Fabrizio è anche portatore dei nobili valori dell'animo e accorre di continuo in difesa degli oppressi e indifesi. Tutela il suo onore e quello di chi gli sta accanto, meglio se di una bella dama. In questo romanzo del narratore siciliano, Fabrizio di Torralba non è l'unico protagonista e divide le scene con la ricchissima Palermo borbonica dei primi dell'800, fedele al Re e al contempo incubatrice d'idee giacobine, sotto l'influenza inglese e la rassegnazione di un popolo affamato.
L'ebook è disponibile al link Streetlib Store:
e su tutte le piattaforme online. 

Copertina di Niccolò Pizzorno
www.ibuonicuginieditori.it 
L'edizione cartacea è disponibile:
dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Su tutti gli store di vendita online e in libreria. 

venerdì 28 aprile 2023

I primi cinque e-book delle opere di Luigi Natoli edite I Buoni Cugini a € 6,90 cad.


Abbiamo deciso di pubblicare gli e-book della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli, per avvicinarle ai giovani e al pubblico, sempre più ampio, che preferisce leggere in digitale. 
Iniziamo con un primo gruppo di cinque libri, i cui protagonisti sono molto cari al lettore: la mirabile figura del carbonaro Tullio Spada in Braccio di Ferro avventure di un carbonaro (pubblicato in cartaceo nel 2016) , la bellissima donna Eufrosina Corbera ne La dama tragica (pubblicato in cartaceo nel 2018), il comico ma controverso Ferrazzano (pubblicato in cartaceo nel 2014), lo Stupor Mundi Federico II in Viva l’Imperatore! (pubblicato in cartaceo nel 2021) e infine il romanzo in cui Luigi Natoli anticipò il noir moderno: I morti tornano… (pubblicato in cartaceo nel 2016)
E, come sempre diciamo al pubblico, il tutto trascritto dalle preziose versioni originali dei romanzi, quelle curate dall'illustre mentre era ancora in vita o ricostruite copiandole dai suoi scritti.

Tutti i romanzi sono messi in vendita al prezzo di € 6,90, per consentire a chiunque la possibilità di acquistarlo e farlo conoscere da un pubblico sempre maggiore.

Di seguito i link per acquistarli su streetlib store, ma gli ebook sono disponibili su tutte le piattaforme online. 
Tutte le copertine sono opera di Niccolò Pizzorno. 

Braccio di Ferro avventure di un carbonaro
https://store.streetlib.com/novita/braccio-di-ferro-avventure-di-un-carbonaro-705555/

La dama tragica
https://store.streetlib.com/fiction/la-dama-tragica-705722/

Ferrazzano
https://store.streetlib.com/novita/ferrazzano-705539/

Viva l'Imperatore!
https://store.streetlib.com/novita/viva-limperatore-705714/


I morti tornano...
https://store.streetlib.com/novita/i-morti-tornano-705719/

venerdì 14 aprile 2023

Luigi Natoli: 14 aprile 1857 - 14 aprile 2023

Caro professore, 

nel giorno del tuo 166° compleanno torniamo a ringraziarti per la preziosa eredità di cultura che ci hai lasciato e rinnoviamo il nostro impegno nel pubblicare TUTTI i tuoi scritti, dai più conosciuti agli inediti: messi a posto come tanti tasselli, comporranno il grande mosaico della tua OPERA OMNIA. Il tutto, ovviamente, nei documenti originali che ci hai lasciato. 
Il lavoro di ricerca è tanto, lo abbiamo iniziato dieci anni fa e non sappiamo quando finiremo: sappiamo per certo, che nulla sarà tralasciato. 

I Buoni Cugini editori
Anna Squatrito e Ivo Tiberio Ginevra