mercoledì 17 novembre 2021

Luigi Natoli: Quando Marcantonio Colonna vide per la prima volta donna Eufrosina... Tratto da: La dama tragica

Tre o quattro sedie più in là, ma sulla stessa fila di essi, era seduta donna Eufrosina Corbera, sotto un grande specchio, che pareva le facesse da cornice.
Marcantonio Colonna fermò un istante il suo sguardo sopra di lei, come cercando nella sua memoria di ricordare chi fosse, e dove l’avesse veduta altra volta. Non gli pareva un volto del tutto nuovo. Una rimembranza imperfetta e confusa era balenata nel suo cervello; ma per quanto frugasse nei più profondi recessi della memoria, non vi scorgeva dove, come e quando avesse conosciuto quella dama. Pensò che forse s’ingannava. Ma o nuova, o veduta, il signor Marcantonio diceva a se stesso che quella donna era veramente bellissima.
Donna Eufrosina se ne stava immobile, con le piccole mani affilate inerti sul grembo, e in quell’atteggiamento, entro la cornice dello specchio, pareva un meraviglioso dipinto. Le grazie del corpo risaltavan maggiormente sotto il vestito, scelto e adattato con un fine senso di civetteria. Indossava una veste di broccato turchino, con ricami d’argento e bottoni di perle; e in testa aveva un berrettino di velluto dello stesso colore, sormontato d’un ciuffetto di piccole piume bianche, che le cadevan leggiadramente sui capelli annodati con un filo di perle.
Donna Eufrosina, girando gli occhi, si accorse in quel momento di essere guardata dal Vicerè e dal Pretore, e divenne rossa. Gli occhi del Vicerè insistettero ancora un po’ come per godere di quel rossore, poi si distolsero lentamente e quasi con rammarico.
Non osava confessarselo, ma in fondo o in cima al suo pensiero stava quella giovane e bellissima dama, alla quale per la prima volta egli poneva mente, e la cui immagine gli stava dinanzi agli occhi inte­riori con una insistenza che non gli dispiaceva.
Il suo pensiero non andava più oltre di quella contemplazione platonica, nè si fer­mava sopra qualche vaga e lontana speranza. Marcantonio Colonna non era più giovane; cinquant’anni erano già sonati; era calvo e brizzolato; non poteva dunque illudersi di ferire il cuore di una giovane e bella donna, che aveva un marito giovane, bello e valente. Ma pure non poteva impedire al suo cuore di schiudersi a qualche desiderio, e di vagar dietro qualche sogno...


La dama tragica – Romanzo storico siciliano ambientato a Palermo nel 1560, al tempo del vicerè Marco Antonio Colonna, di donna Eufrosina Corbera e della loro storia d’amore.
L’opera è la trascrizione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930.
Pagine 604 – Prezzo di copertina € 24,00
Tutti i volumi della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli sono disponibili al sito ibuonicuginieditori.it
È possibile ordinare alla mail ibuonicugini@libero.it, al cell. 3457416697 o inviando un messaggio whatsapp al 3894697296. Consegna a mezzo corriere in tutta Italia
Disponibili su Amazon Prime o al venditore I Buoni Cugini, su Ibs, e in tutti gli store online.
Disponibili a Palermo presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Nuova Ipsa (Via dei Leoni 71), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi n. 15), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella n. 15)
Disponibili a Catania presso: Libreria La Paglia di Stefano Morgano (Via Etnea, 393-395)
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mercoledì 10 novembre 2021

Luigi Natoli: L'osteria di Malpasso. Tratto da: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano


L’inverno di quell’anno si annunciava triste e minaccioso; cattivi raccolti, scarse importazioni, commerci ristagnati, miseria e desolazione dovunque. Dalle provincie accorreva alla capitale una folla di uomini e donne, di vecchi e di fanciulli, attirati dal miraggio di una ricchezza che alle loro menti pareva disposta perchè tutti vi attingessero; e dalla fama dei provvedimenti ai quali il Senato ricorreva, con una facilità che poteva creare l’illusione di uno stato finanziario floridissimo, e che invece trascinava l’amministrazione municipale al fallimento.
La nobiltà elegante, frivola, spendereccia, spensierata, alla quale bastava e soverchiava quel che dai feudi, accumulati in poter suo, proveniva ogni anno sotto vari titoli; che non visitava mai i proprii feudi, non curava di migliorare l’agricoltura; e ignorava che cosa fosse la miseria; questa nobiltà vedeva con dispetto quell’agglomerarsi di affamati e seminudi, dagli aspetti torvi e macilenti; e non trovava altro rimedio che incitare il governo a ricacciarli via nelle province, verso la fame e la morte.
Ne derivavano furti e depredazioni, talvolta omicidi, e conseguenza inevitabile, il gittarsi alla campagna, per sfuggire alla polizia, aumentando il numero degli sciagurati che, più spesso radunati in bande, rendevano mal sicure le strade maestre e le campagne.
Le condizioni di viabilità, la polizia imperfetta, agevolavano le imprese brigantesche. Varî luoghi, dove la facilità delle sorprese assicurava l’esito, avevano acquistato fosca rinomanza, e non vi si passava senza trepidazione.
Tutt’ora rimangono qua e là, in alcune contrade, nomi paurosi, e nel linguaggio popolare frasi che ricordano le grassazioni frequenti e abituali, di cui quei luoghi erano il teatro.
Uno di questi era noto col nome di Malpasso. Non era molto lontano dalla città, e forse non sarebbe stato difficile a una polizia bene ordinata di vigilarlo. Tuttavia le rapine, le grassazioni a danno dei vetturali e dei carrettieri o della corriera postale vi erano continue e audaci. La campagna vi offriva tali nascondigli, che, compiuto il colpo, le bande vi si potevano dileguare senza esser vedute.
V’era una piccola osteria; almeno tale sembrava dalla frasca di alloro che vi sporgeva dallo stipite della porta sulla strada. In verità era una meschina casetta di pietre e fango, senza ammattonato; due stanze, nella prima delle quali era una tavola sudicia e barcollante, e alcune panche di legno non meno sudice e malferme, un piccolo banco e una botte; nell’altra stanza, dove non a tutti era concesso di entrare, si apriva un’altra porta che dava nella campagna.
I carrettieri, i “canceddi”, i corrieri, si fermavano un istante, sulla porta, a bere un bicchier di vino, per ristorarsi; scorgevano talvolta nell’interno delle facce torbide e spaventevoli, e un luccicar di canne di fucili e di tromboni; e allora si raccomandavano ai santi e alle anime del purgatorio, e si affrettavano a partire. L’oste aveva un viso doppio e traditore: pareva a prima vista un brav’uomo contento e buon amico di tutti; ma aveva sotto quella maschera un sogghigno malvagio e poco rassicurante. Egli era per la sua sicurezza la spia, il manutengolo, il provveditore delle bande brigantesche, pur fingendo di essere nel tempo stesso la spia della giustizia, pur troppo continuamente ingannata dalle sue false indicazioni
Da parecchi giorni era piovuto; e le strade eran così fangose, che le ruote dei carri vi affondavano e vi aprivano dei solchi che si sovrapponevano o si intersecavano e rendevano difficile e faticoso il cammino. Ma qualche giorno prima della festa di Natale il tempo s’era rasserenato, e un bel sole ristoratore splendeva nell’azzurro del cielo. Lunghe “retini” di muli e carri, pieni di agnelli, di maiali, di caci, di tutto ciò che la provincia inviava alla voracità cittadinesca, e che i feudi mandavano ai signori, percorrevano le strade. Chi per sue faccende si trovava lontano dalla capitale, approfittando del bel tempo, si affrettava a tornare: cosicchè non era infrequente incontrare una lettiga, dondolantesi alla cadenza delle sonagliere, che trasportava qualche signore o qualche procuratore.
I “borgesi” viaggiavano a cavallo. Raramente s’incontrava la compagnia dei cavalleggeri, addetta alla sicurezza delle strade e delle campagne. Essa accorreva, quando accorreva, dopo qualche grande e audace aggressione.
L’antivigilia del Natale due cavalli fermatisi dinanzi all’osteria di Malpasso fecero accorrere l’oste premuroso. Due giovani cavalieri ne smontarono, con le carabine in mano. Uno di essi, gittando le redini nelle mani dell’altro, disse all’oste:
- Avete da mangiare?
- Eccellenza, – rispose l’oste – che cosa vuole che una povera bettola di campagna abbia? Un pezzo di formaggio e del pane casalingo... Non sono cose per...
- Sta bene. Basta per togliere la fame...


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine Settecento e inizi Ottocento, quando la Rivoluzione Francese porta in tutta Europa le prime idee di libertà dei popoli e nascono le prime Logge. Il protagonista Corrado Calvello è affiancato dal patriota e giureconsulto Francesco Paolo Di Blasi. L’opera è la trascrizione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913.

Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 880 – Prezzo di copertina € 25,00
Tutti i volumi della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli sono disponibili al sito ibuonicuginieditori.it
È possibile ordinare alla mail ibuonicugini@libero.it, al cell. 3457416697 o inviando un messaggio whatsapp al 3894697296. Consegna a mezzo corriere in tutta Italia
Disponibili su Amazon Prime o al venditore I Buoni Cugini, su Ibs, e in tutti gli store online.
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La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Nuova Ipsa (Via dei Leoni 71), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi n. 15), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella n. 15)
Disponibili a Catania presso: Libreria La Paglia di Stefano Morgano (Via Etnea, 393-395)
Per qualsiasi informazione: ibuonicugini@libero.it – Cell. 3457416697 – Whatsapp 3894697296
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Luigi Natoli: Strade pericolose. Tratto da: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano

 
Le strade non erano sicure; una contrada, presso Palermo, Portella di mare, era diventata tristamente famosa per l’audacia dei malandrini; e alla forca dello Sperone si vedevano assai spesso pendere le membra, orribilmente oscene e sanguinose, dei ladroni di strada squartati dalla giustizia. Chi viaggiava, dunque, o si faceva accompagnare dai propri campieri, guardie dei feudi, che costituivano una milizia baronale, o dai militi delle compagnie rurali del regno, specie di cavalleria campestre, reclutata tra il fiore dei bricconi per dar la caccia quando la davano, ai malandrini.
Oltrepassando il ponte dell’Ammiraglio la strada era deserta: a mala pena, fra gli oliveti e i giardini, si vedeva qua e là, fino a monte Grifone, qualche casa colonica, o qualche torre; poi più nulla. La strada mal tenuta, fangosa d’inverno, polverosa d’estate, or procedeva all’aperto, coi monti da un lato, il fiume dall’altro, declinante verso il mare; or si incassava fra rupi gialle e rosse, o correva sulla china di una giogaia, qua e là fiancheggiata da macchie folte e selvagge; o da siepi naturali e intricate di fichi d’India irti di spine, e di zabare dai pungiglioni simili a punte di lance.
Oltrepassata Bagaria, or sì, or no, costeggiava il mare e scopriva tutta la curva del golfo di Termini, col promontorio di Cefalù in fondo e, dietro, il dorso dei contrafforti delle Madonie; poi, a un tratto, l’azzurro del mare e la spiaggia, dove Aspra di scogli neri e pittoreschi, sparivano dietro un poggiolo.
I tre cavalli andavan all’ambio, scotendo le sonagliere ritmicamente; quando la strada saliva, allentavano il passo, trascinandosi dietro la carrozza pesante, che si dondolava sulle forti cinghie di cuoio, fatta ancor più pesante da due grandi valigie e da una cesta di provisioni da bocca.
La fanciulla, che viaggiava per la prima volta, sporgeva il capo dallo sportello, ammirando il paesaggio sempre nuovo e diverso, di quella bellezza selvatica che ha la natura vergine, anche dove l’orrido le dà un aspetto spaventevole e minaccioso.
Al suono delle sonagliere, allo scalpitio di cinque cavalli, al rumore delle ruote, che l’eco sonora delle rocce ripeteva nel silenzio deserto, si levavano dai fichi d’India o dai crepacci delle prossime rupi stormi di uccelli, con un frullìo rumoroso d’ali che si perdeva nel cielo luminoso.
La carrozza aveva oltrepassato il castello di S. Nicola, con la sua torre a specchio sul mare, entrando in una gola, fra due pareti di rocce silicee, dalle cui spaccature pendevano fichi selvatici e cespi di capperi. Saliva lentamente. I due campieri erano passati innanzi, con lo schioppo sulle cosce. L’uscita della gola era traditora: le rocce finivano a un tratto e la strada usciva all’aperto fra due piaggie lievemente inclinate, delle quali una saliva fino ai monti, foracchiati da grotte nere, l’altra finiva in un poggiuolo, oltre il quale discendeva nuovamente fino al mare. Della gente si poteva appiattare dall’una parte e dall’altra dello sbocco, senza esser veduta da chi stava ancora dentro la gola; e poteva cogliere alla sprovvista.
Si sapeva che quello era uno dei passaggi pericolosi; epperò la carrozza andava di passo, e i due campieri le si erano posti dinanzi, il servo aveva preparato lo schioppo e il marchese aveva posto sul sedile le pistole, montate.
Donna Aurora a questi preparativi era diventata bianca come la cera, e si era cacciata in fondo alla carrozza, tremando di quell’ignoto che li minacciava.
A un tratto cacciò un urlo di spavento....


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine Settecento e inizi Ottocento, quando la Rivoluzione Francese porta in tutta Europa le prime idee di libertà dei popoli e nascono le prime Logge. Il protagonista Corrado Calvello è affiancato dal patriota e giureconsulto Francesco Paolo Di Blasi. L’opera è la trascrizione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913.

Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 880 – Prezzo di copertina € 25,00
Tutti i volumi della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli sono disponibili al sito ibuonicuginieditori.it
È possibile ordinare alla mail ibuonicugini@libero.it, al cell. 3457416697 o inviando un messaggio whatsapp al 3894697296. Consegna a mezzo corriere in tutta Italia
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martedì 9 novembre 2021

Luigi Natoli: Audioracconto de "Il fantasma del web" : L'odio di Matteo Palizzi nei confronti del popolo palermitano. Tratto da: Il tesoro dei Ventimiglia

 


Grazie a "Il fantasma del web" per l'audioracconto tratto da Il tesoro dei Ventimiglia (Latini e Catalani vol. 2) nella parte di Matteo Palizzi che esprime tutto il suo odio nei confronti del popolo palermitano. Chi vuole ascoltare l'audioracconto completo: 


Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1300, al tempo del regno d’Aragona, del conte di Geraci Francesco Ventimiglia e dei fratelli Damiano e Matteo Palizzi, sullo sfondo della guerra fratricida fra Latini e Catalani. I due volumi sono la trascrizione delle opere originali pubblicate con la casa editrice La Gutemberg rispettivamente negli anni 1925 e 1926.
Copertine di Niccolò Pizzorno



Mastro Bertuchello – Pagine 575 – Prezzo di copertina € 22,00
Il Tesoro dei Ventimiglia – Pagine 525 – Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile online su Amazon Prime, Ibs e tutti gli store.
In libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella 15), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Nuova Ipsa Editore (Piazza Leoni)

mercoledì 3 novembre 2021

Luigi Natoli: Grande conversazione al palazzo Geraci. Tratto da: Ferrazzano. Romanzo storico siciliano

 
C’era una grande conversazione in casa della marchesa di Geraci. Il palazzo sorgeva nel Cassaro, dove sorge ancora, sebbene non avesse ancora tutte le sue parti; e non mostrava nella triplice porta e nell’atrio la imponenza della sua mole e l’orgoglio della famiglia. Si capiva benissimo che non si tralasciava l’occasione per frequentare la nobile casa, e i Geraci sfoggiavano fin dallo scalone la loro magnificenza. Fino al Quattrocento i nobili erano solamente conti; il primo nominato marchese fu il magnifico Giovanni Ventimiglia, che da conte di Geraci diventò marchese, e per un secolo si disse in Sicilia semplicemente “il marchese” senza altro per indicare i Ventimiglia. Questo fatto aveva indotto a ritenere la loro nobiltà come la più antica e genuina; e sebbene il feudo fosse elevato a principato, pure tenevano a quel primo titolo.
Le vaste sale erano affollate di dame di tutte le età e di tutte le bellezze. Non dico che vi era anche qualche bruttezza; la quale per altro serviva inconsapevolmente di contrapposto per far meglio risaltare la beltà delle altre; e qualche scheletrica o per converso sferoidale figura, che facevano apprezzare meglio le gentili e giovanili silfidi che popolavano le sale. E la gran maggioranza era di maritate; gli usi del mondo allora non consentivano alle fanciulle di intervenire alle conversazioni e alle feste da ballo. Appena se ne vedeva qualcuna, ma di solito aveva oltrepassato i trenta anni, che in una città e in una classe abituata a vederle spose a sedici ed anche a quattordici anni, significava avere quasi l’età sinodale. Dunque giovani mogli, sul cui volto si leggeva apertamente il desiderio di piacere. E ne avevano il bisogno; maritate dai parenti, senza conoscere il futuro marito, senza amarlo, spesso d’età quattro volte maggiore di quella della sposa, sentivano in cuore una aspirazione a qualche sentimento più dolce, che si tramutava in desiderio, e da questo in voglia. Non diciamo poi delle vedove ancor giovani o per lo meno ancora piacenti, e della moda dei cavalieri serventi.
Si capisce quale poteva essere la conversazione tra le dame e i cavalieri serventi e non serventi, e quale era lo sdolcinato linguaggio in uso fra loro.
La marchesa di Geraci aveva oltrepassato la quarantina ed era bruttina, ma spiritosa, e doveva a questa qualità la corte che le facevano non certo i giovani, che sfarfallavano dove il miele era più fresco e più dolce, ma i più maturi. Ella riceveva con molto garbo; aveva una frase gentile per chiunque le era presentato, sorridente e incoraggiante. Accanto a lei stava la giovane duchessa di Archi, come una tortorella abbandonata, dacchè il marito, un rompicollo, aveva stimato meglio seguire in continente la prima donna del teatro di S. Cecilia, senza dar di sé alcuna notizia. Era bellina, e il sorriso dolcemente malinconico era una leva potente per sollevare i pesi più saldi. La marchesa di Geraci se la teneva vicina appunto per la sua forzata vedovanza, che la rendeva interessante agli occhi di tutti, specialmente degli uomini, che però non osavano farle la corte sotto la vigilanza della marchesa. Appunto per questo, ella aveva per suo servente il cavaliere d’Archirafi, che aveva cinquantacinque anni: le oneste maldicenze erano messe a tacere.
Un’altra stella di prim’ordine era la duchessa di Garsiliato, che splendeva in mezzo ad una corte di gentiluomini. Era veramente bella, alta, slanciata, il volto ovale, nel quale sfolgoravano gli occhi nerissimi, il naso era un poema, diritto con le narici piccole leggermente rosee; la bocca di corallo. Non si poteva dir quanto fosse da attribuire ai segreti della sua toeletta, ma le fattezze incomparabilmente regolari non avevano bisogno dell’aiuto dei cosmetici. Parlava con grazia, un po’ lenta, con lievi gesti del capo, e con un sorriso affascinante. Aveva trentadue anni.
Ma la marchesa di Aidone, una bella donna anche lei, pareva la fragilità in persona; si sarebbe detto che si spezzava in due; ogni più piccolo incidente le cagionava una grande commozione che si manifestava in interiezioni, in “ohimè”, in “oh Dio”, in mani al cuore e simili gesti di una straordinaria sensibilità. Era piccolina e piuttosto magra.
La contessa di San Bartolomeo per converso rideva sempre per qualunque causa, anche se triste; era una cosa superiore alla sua volontà; rideva di nulla, e spesso si domandava perché ridesse. Grassoccia, né alta, né bassa, bianca e rosea, pareva il ritratto della buona salute, e infondeva agli altri la giocondità. Aveva anche lei ventisette anni come la marchesa di Aidone.
La principessa d’Altofonte pareva una regina orgogliosa; era bella, ma le sue fattezze riflettevano l’orgoglio e acquistavano una certa durezza, che respingeva gli animi. Giunonica, s’avvaleva del suo corpo per imporsi, e dovunque passava, accoglieva con un sorriso di protezione gli inchini di chi, forse, valeva più di lei. Non aveva che una adorazione: la plastica e armoniosa bellezza delle sue forme; e quando usciva dal bagno, si guardava tutta nuda nel grande specchio, compiacendosi con se stessa, e domandandosi se v’era alcuna donna che si rassomigliasse a lei. Se fosse vissuta ai tempi delle favole, avrebbe creduto che il sommo Giove l’avesse generata.
Ma a che parlare di tutte quante le dame che rendevano i saloni della marchesa di Geraci simili a olezzanti superbi mazzi di fiori.
V’era da per tutto un cicaleccio frammisto di risatine, di esclamazioni, di domande; un brusìo di mille voci che parlavano a voce moderata ma che tutte insieme facevano un tumulto giocondo. Ma a un tratto corse una voce e si fece un gran silenzio; la marchesa aveva preparato una sorpresa che nessuno si aspettava: la recita d’una farsetta originale, non lunga, con pochissimi personaggi; la marchesa taceva chi era l’autore, ma la incorreggibile imprudenza della baronessa di Santo Stefano aveva rivelato sotto voce che era la stessa marchesa, che si compiaceva di serbare l’anonimo. La malignità sussurrava che la baronessa ne aveva ricevuto l’imbeccata: ma ognuno fingeva di ignorarne l’autore.
V’era nell’ultima sala un palcoscenico velato, e là passarono gli invitati, e presero posto. Durante il pezzo suonato da una orchestra il chiacchierio si fece più vivace. Certo l’idea della marchesa, una commedia in un atto o una farsa, recitata in casa, era una cosa graziosa, specialmente se breve, e se l’autore sapeva trovare un soggetto divertente. Chi erano gli attori? Anche questo rimaneva segreto; non v’era che un attore in città che sapeva divertire il pubblico: Ferrazzano. Ma la baronessa di Santo Stefano non lo sapeva neppur lei, aveva saputo la composizione dell’opera, ma sulla scelta degli attori non sapeva nulla.
La musica terminò di sonare, lo squillo di un campanello impose il silenzio, una specie d’attore si affacciò da un lato della scena e annunziò il titolo dello spettacolo: era “L’Amor beffato”. Un mormorio ridevole si propagò per la sala, perché il pubblico capì che s’alludeva a una avventura capitata in quei tempi a un signore, e che aveva fatto le spese della città. Si tirò il velario; cominciava lo spettacolo...



Luigi Natoli: Ferrazzano. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1700, quando l’opera comica si teneva al teatro Bellini. L’opera è ricostruita e trascritta dal romanzo originale, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1932. Protagonista è Ferrazzano, comico del ‘700 e maschera del teatro siciliano sullo sfondo di arditi intrecci di dame, principi e cavalier serventi.  Prefazione di Rosario Palazzolo. 
Prezzo di copertina € 19,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
On line su Amazon, Ibs e tutti gli store
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Luigi Natoli: Il giuoco della smorfia. Tratto da: Ferrazzano

 
Il giuoco! L’anno innanzi il vicerè don Marcantonio Colonna principe d’Aliano, aveva pubblicato un bando coi soliti modi, e suon di trombe e di tamburi, col quale proibiva i giuochi di “invito e parata”, fra i quali elencava quelli che erano in uso tra le classi elevate e le infime: “Bassetta, biribisso, primera di qualsivoglia sorte, goffo, stopo con invito, trenta e quaranta, cartetta, banco fallito, regia usanza, o sia truppa, faraone, paris e pinta, passa dieci, sette e otto, scassaquindici, laccio e cavigliola, cacocciolille, o siano tabacchiere, o siano scorze di noce” e altri popolari; ma era stato tempo perso. Il bando proibiva assolutamente a qualsiasi persona, senza differenza di grado, condizione, dignità, nazionalità, privilegio, di tenere “né direttamente né indirettamente, ridotti di giuochi pubblici o sia baratteria di carte, dadi, palle e biribisso”. Proibiva che nessuno doveva giocare e “intervenire anche per vedere giocare”,  fosse in luogo pubblico o privato, “palagi, case, giardini... ecc.”
Li proibiva, e minacciava gravi pene: pei nobili, se uomini cinque anni di relegazione, se donne cinque anni d’esilio; senza contare le multe in soprappiù, e le pene che colpivano i creditori di giuoco e quelli che avevano giocato in parola, e i conduttori di case da giuoco, i quali dovevano pagare al fisco mille ducati, e perdere tavolini, sedie, “e tutti gli strumenti dei giuochi proibiti”, che dovevano essere bruciati innanzi le case in cui si fosse giocato… Ma non ci fu nessun condannato, nessuna casa vide bruciata la più piccola cosa; e la prammatica del vicerè Marcantonio Colonna raggiunse tutte le altre dei suoi predecessori sul gioco nel gran mare delle parole inutili. 
Perciò si giocava a primera, a trenta e quaranta e alla bassetta in barba alle disposizioni. 
Dunque don Diego e il baronello Spinola, due arrabbiati giocatori, giocavano audacemente forti somme. Il baronello puntava; che questo aveva voluto, dacchè aveva la mano buona; del resto erano in vena di vincere, e dopo un’ora il mucchietto ch’era dinanzi a loro,  diventò un mucchione. Ridendo si alzarono dal giuoco, e passarono nella sala di conversazione. C’erano gli oziosi e in quel momento parlavano di un annunzio, che si leggeva nella gazzetta “Il Nuovo Postiglione”. Era questa una raccolta di notizie da Parigi, da Madrid, da Vienna, ecc.  frammischiate con avvisi di cose cittadine. Il numero, di cui si parlava, conteneva l’annunzio di un libro pubblicato in quei giorni. Non è a credere che si trattasse di una edizione di Dante o di Petrarca o d’un altro classico, ma semplicemente “la Smorfia” o sia “Il vero mezzo per vincere all’estrazione dei lotti, o sia, una nuova lista generale contenente quasi tutte le voci delle cose popolaresche e appartenenti alle Visioni e Sogni, con loro numero, esposto per ordine alfabetico. Opera di Fortunato Indovino, da esso estratta da Vecchi Libretti dell’Anonimo Cabalista, e di Albumazzar da Carpinteri. Accresciuta di 400 voci, ed ora in questa terza edizione se ne aggiunge 582 oltre delle 90 figure esprimenti le arti, il giuoco del Barone... V’è annesso il giuoco romano, e i numeri delle contrade. Tre nuove Cabale d’ignoto autore, le tavole astronumeralgebrate, quali saranno per la cabala di Rutilio Benincasa...”. E chi ne ha più ne metta.



Luigi Natoli: Ferrazzano. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1700, quando l’opera comica si teneva al teatro Bellini. L’opera è ricostruita e trascritta dal romanzo originale, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1932. Protagonista è Ferrazzano, comico del ‘700 e maschera del teatro siciliano sullo sfondo di arditi intrecci di dame, principi e cavalier serventi.  Prefazione di Rosario Palazzolo. 
Prezzo di copertina € 19,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
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martedì 26 ottobre 2021

Luigi Natoli: Il giuramento al romito Filippo Chiaramonte. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca

- Figli miei, giuratemi qui, di non lasciarvi mai, e di riconquistare l’onore e la gloria della casa. L’ombra dei vostri padri, uccisi dall’ingordigia altrui, parla per la mia bocca… Giurate! 
Giovannello e Simone, in piedi, colti da un brivido superstizioso, come se realmente le ombre sanguinose dei loro padri fossero balzate dinanzi ai loro occhi, stesero la destra, e a una voce dissero solennemente:
- Lo giuriamo!...
Il volto di Filippo si illuminò di gioia; ma di nuovo il pallore vi si diffuse; e lo sforzo durato esaurì le  sue energie, sì che cadde supino. I due giovani si chinarono per sollevarlo.
- Portatemi fuori, fatemi vedere il cielo, – disse con un filo di voce.
Con delicatezza, lo presero fra le braccia, lo alzarono da terra e lo portarono fuori dalla grotta, intanto che il pastore raccoglieva le pelli, che distese per terra e sopra un sasso a guisa di spalliera, al quale fu appoggiato dolcemente il Romito.
Tramontava.
Gli ultimi raggi del sole fiammeggiavano una luce vermiglia, dentro la quale pareva che le rocce, gli alberi, le erbe si incendiassero. La grotta sembrava di bronzo incandescente. Sotto quella luce, il pallore mortale di Filippo scompariva; e il suo volto pareva sfavillare di una divina aureola.
I due giovani guardavano in silenzio, presi da un senso di terrore religioso. Il silenzio si stendeva per tutta la montagna, per la valle ampia, che s’andava sprofondando in un’ombra cinerea. Non una voce umana: ma la misteriosa e potente voce della natura, che celebrava in una solennità taciturna il grande mistero.
La gran luce del mondo scendeva dietro ai monti e le tenebre si stendevano e avvolgevano tutte le cose; e la luce di un’anima si spegneva anch’essa, e le tenebre eterne calavano su quegli occhi e avvolgevano quelle membra. Una notte nel cielo e sulla terra, una notte in una creatura umana.
Filippo mirava, forse senza vederlo, il rosso disco del sole scendere dietro i monti lontani; e i suoi occhi sembravano animati dal riflesso della luce; quando l’ultimo punto luminoso scomparve, e l’aria divenne grigia, e il monte, gli alberi, tutte le cose presero un color plumbeo, tetro e incerto, quelli si spensero.
Egli mormorò qualche parola.
I due giovani si chinarono per udirlo meglio. Parve loro di cogliere nel soffio di quello spirito una parola:
- Ricordatevi!...

Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1400, al tempo che segnò la fine dei Chiaramonte e l'inizio del regno di re Martino e Bianca di Navarra
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921
Pagine 702 - prezzo di copertina € 23,00
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile on line su Amazon, Ibs e tutti gli store online.
In Libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella 15), Nuova Ipsa editore (Piazza Leoni), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele) 

Luigi Natoli: Il tesoro dei Chiaramonte e la contrada di Falsomiele. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca

 
Giovanello si chinò ancora di più, per ascoltare, con una espressione di religioso raccoglimento. Filippo Chiaramonte riprese a voce più bassa:
- Il giorno in cui il duca Martino di Montblanc invitò Andrea Chiaramonte a presentarsi al re, fingendo di avergli perdonato, Andrea ebbe un sospetto. Mi chiamò prima di rendersi al convegno, e mi disse: “Filippo, fratel mio, bisogna per ogni buon fine, mettere al sicuro il tesoro: servirà o a continuare la guerra, o a riscattare le terre o a vendicarmi. Nel convento di Baida c’è un forziere, che ho affidato alla custodia di quei frati. Finora essi mi son devoti: ma domani? Va, prendi quel forziere e sotterralo dove tu crederai meglio: eccoti una lettera pel padre guardiano”. Andai subito a Baida; se tu non lo sai, Baida è un colle non molto lontano da Palermo, e poco discosto da Monreale, e domina la vallata; il convento che vi sorge è opera della nostra casa… Andai, presi il forziere, che pesava abbastanza, lo ravvolsi di foglie, e così ravvolto lo nascosi in un sacco, e lo caricai sopra un mulo… Per sentieri fuori mano, con un lungo giro, costeggiando quasi il Parco reale, calai sulla valle dell’Oreto, in un punto che si dice la Guadagna, poco più che mezzo miglio lontano da Palermo… Ivi è una villa della nostra casa, con una torre quadrata ampia e degna, come tutte le fabbriche dei Chiaramonte… Allora non ci era stata confiscata, e quei villani ci erano devoti… Nondimeno non mi fidai; per non destar sospetti, tolsi io stesso il sacco col forziere e lo deposi in un angolo, come se non contenesse nulla… Ma la notte, quando tutti dormivano, presi una zappa e una vanga, uscii dalla torre, e mi avviai per la contrada di Falsomiele, che si stende oltre la valle, fino a monte Grifone. La costa di quella contrada è sparsa di ruderi e stanze di antichi edifici, credo dei Saraceni… Non v’era luogo migliore. Scavai, scavai, feci un fosso profondo; ivi deposi il forziere; lo copersi di terra; sulla terra buttai sassi e sterpi, per celare che era stata smossa, e tornai alla torre, senza che alcuno se ne avvedesse… Il forziere è ancor lì; nessuno ha potuto scoprirlo. Va, dunque, figliuolo, e restituisci alla casa dei Chiaramonte il suo splendore…
- Come farò a riconoscere dove è sepolto il forziere? – domandò.
Filippo fece un cenno che significava: “ti dirò”, e segnato un punto in terra, disse:
- Immagina che questo punto sia la torre: tu volgi a levante, misura cento passi, troverai una specie di stanza con un sedile… Continuerai a camminare, conterai tre di stanze come questa. La terza, oltre alla stanza col sedile, ne ha un’altra dietro, più bassa, invasa da pruni ed erbacce: è lì, sotto il muro di tramontana; non puoi sbagliare. 



Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1400, al tempo che segnò la fine dei Chiaramonte e l'inizio del regno di re Martino e Bianca di Navarra
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921
Pagine 702 - prezzo di copertina € 23,00
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile on line su Amazon, Ibs e tutti gli store online.
In Libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella 15), Nuova Ipsa editore (Piazza Leoni), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele) 

Luigi Natoli: Il segreto del romito. Tratto da: Il Paggio della regina Bianca

 

Il romito finalmente levò il capo, guardò il giovane, e con una voce lieve, ma con un tono che lo fece rimescolare, gli disse:
- Siedi accanto a me…
Il giovane non gli vide muover le labbra; la voce pareva uscisse dalle profondità della terra: era la voce di un altro mondo. Egli ubbidì con una specie di religiosa commozione.
Così, forse, nei tempi preistorici, gli uomini si chinavano sulle tombe per ascoltare le voci dei trapassati, ai quali chiedevano consigli, auguri, benedizioni.
Dopo un minuto di silenzio, il romito disse lentamente e quasi scandendo le parole:
- Figlio di Andrea Chiaramonte, t’ho aspettato lunghi anni… eccoti qui, dunque. Dio sia benedetto!... Siedi e ascolta.
Attonito, Giovannello  ubbidì, e guardato ancora di più fissamente il vecchio, cedendo alla curiosità, gli domandò:
- Chi siete? padre, chi siete?
- Lo saprai…
Vi fu un istante di silenzio. Un non so che di religioso pesava nella grotta e sull’anima di Giovannello. Il romito parve raccogliersi; sulla sua fronte si vedeva l’ombra dei pensieri, come sul cielo le nubi. Egli cominciò con voce bassa, che pareva uscisse dall’invisibile:
- Tu eri ancora un fanciullo quando avvenne la catastrofe della tua casa… Forse non sarebbe avvenuta, e tu saresti il primo barone del regno, se Andrea avesse accettato le offerte del duca di Montblanc… Tu ignori che il padre del re desiderava destinarti marito della figlia di don Ferrante Lopes de Luna, una cugina del re… Andrea rifiutò per non imparentarsi con lo straniero… Dio gli perdoni!... Egli credette nella concordia dei baroni convenuti a Castronovo; credette che in tutti fosse vivo e potente il sentimento dell’indipendenza del regno… e i baroni lo tradirono… Forse tu sai quel che ne seguì: la guerra, le persecuzioni, il tradimento. Andrea si sottomise, ebbe fede nella lealtà del vecchio Martino, e il vecchio Martino finse di perdonargli e di accoglierlo, e lo gittò nelle mani del boia. C’era chi lo istigava… c’era chi voleva la rovina del conte…
- Chi, padre? – domandò fieramente Giovannello, che ascoltava con religioso raccoglimento.
- Messer Bernardo Cabrera…
- Ah!
- Dopo la morte di Andrea, venne la volta dei parenti. Uno di essi cercò uno scampo nella fuga, inseguito come un lupo di borgo in borgo, per valli, per monti… Egli aveva dinanzi agli occhi la visione della scure lampeggiante in aria… del capo reciso e sanguinante preso pei capelli… e dietro, alle calcagna, una muta di cani anelanti di strage, sitibondi di sangue… Era così giunto a Messina. Sperava di trovavi una feluca, una galea, una barca, per recarsi a Napoli e invocare la protezione di Costanza… Ma ecco la feroce muta sopraggiungere, gridando: “Eccolo! eccolo!... Morte al Chiaramonte!... Morte al traditore!”. Quell’uomo ebbe il tempo di balzare in sella, e fuggire, senza saper dove, trasportato dalla furia del cavallo, che pareva impazzito anch’esso… Un istante che avesse indugiato, egli sarebbe stato preso, e, forse, fatto a pezzi… perché alle grida dei suoi inseguitori s’era adunata a un tratto anche una folla minacciosa. Ah! quella fu una fuga incredibile, terrificante… Il cavallo non sentiva più il freno, e la mano non aveva più coscienza per governarlo… Volavano su per un sentiero selcioso, che sfavillava sotto le zampe… Il sentiero saliva; portava in una montagna? chi lo sapeva? né cavallo né cavaliere vedevano… Il cavaliere si accorse improvvisamente che dinanzi a lui la roccia finiva e si spalancava il vuoto mostruoso, immenso… Ebbe la coscienza del pericolo, tentò arrestare la furia del cavallo, ma invano. La bestia infellonita e cieca spiccò un salto… Un grido!... cavallo e cavaliere sparvero: un gran tonfo, le acque del mare si apersero, spumeggiarono, si richiusero sopra di loro…
 I soldati che l’inseguivano si affacciarono con orrore sull’orlo della rupe, che cadeva a picco sul mare, e stettero lì vedendo le acque ancora frementi e rosseggianti, sulle quali poco dopo videro galleggiare il cavallo con le gambe spezzate…
- E il cavaliere?
- Lo credettero morto…
- E non lo era?...
- No: il cavallo lo salvò…


Luigi Natoli: Il paggio della regina Bianca. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1400, al tempo che segnò la fine dei Chiaramonte...
Nella versione originale pubblicata dalla casa editrice La Gutemberg nel 1921
Pagine 702 - prezzo di copertina € 23,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile on line su Amazon, Ibs e tutti gli store online.
In Libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella 15), Nuova Ipsa editore (Piazza Leoni), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele) 
Nella foto: Pubblicità dell'epoca sul Giornale di Sicilia 

lunedì 18 ottobre 2021

Luigi Natoli: Un unico regno dalle Alpi a Trapani... Tratto da: Viva l'Imperatore!

Opposizioni, sebbene l'imposta fosse abbastanza gravosa, non ce ne furono; non ostante le brighe del papa, baroni, ecclesiastici e sindaci delle città demaniali si erano stretti, intorno all'Imperatore, e lo avevano confortato del loro consenso, frustrando le speranze del papa. Per la terza volta questi aveva solennemente scomunicato Federico, sciogliendo i sudditi dal giuramento di fedeltà. Il pretesto era sempre quello della mancata promessa di andare in Terra Santa a liberare il Sepolcro di Cristo; di che il papa Gregorio si mostrava acceso di fervore più che non fossero stati i suoi predecessori e lo stesso. Urbano II. Ma questo fervore non era sincero o meglio serviva a mascherare interessi materiali. A lui, nipote di Innocenzo III ed educato a quella scuola, non era sfuggito quale minaccia fosse per il dominio temporale la politica unitaria perseguita dall'Imperatore, da mirare a formar dell'Italia, dall'Alpi a Trapani un grande regno, il quale congiunto con quello di Germania nella persona del monarca, avrebbe costituito un dominio così vasto e potente da fare dell'Impero una realtà viva come ai tempi di Carlo Magno. Questa potenza restaurata significava la fine del potere temporale. 
Per impedire l'attuazione del grande disegno di Federico, i papi avevano ricorso a ogni espediente: suscitato un rivale nell'impero, fomentato la ribellione nelle Puglie, eccitato i comuni liberi dell'Italia, dato origine ai guelfi e ai ghibellini, gittando la discordia in tutta la penisola, mandato intorno frati a diffondere immonde calunnie! e infine, motivo ideale e santo, avevano strappato al giovine Federico, in compenso della corona imperiale, la promessa di andare con una crociata nei Luoghi Santi: impresa che lo avrebbe allontanato e tenuto lontano dall'Italia per chi sa quanto tempo, e con qual esito. Corrado vi aveva avuto distrutto mezzo esercito. Federico Barbarossa vi era morto: le crociate non erano favorevoli ai principi tedeschi: Federico, se non vi sarebbe morto, vi avrebbe logorato le sue forze migliori, e scemata la sua potenza; e avrebbe dovuto rinunziare al suo disegno imperiale. Così gli interessi religiosi e la passione di restituire alla cristianità i luoghi santificati da Cristo, servivano a interessi terreni; e l'abbassamento dell'autorità imperiale serviva ad innalzare quel potere sovrano che da Gregorio VII in poi i papi si arrogarono sopra tutti i regni e le signorie della terra. In verità sulle intenzioni di Federico, in riguardo alla spedizione la Chiesa non si ingannava. Federico fidava nella possanza del suo nome e nella sua arte diplomatica e nelle discordie che dividevano i principi musulmani, per ottenere senza combattere vantaggi, forse, maggiori di quelli che potrebbe ottenere con una guerra di dubbio esito. Prendere la corona di re di Gerusalemme, stringere un trattato per assicurare l’esercizio del culto ai Cristiani e la sicurtà dei pellegrinaggi, legare l'Oriente all'Occidente con rapporti di interesse, con un disegno geniale e degno della mente di Federico; al quale, per altro, più della signoria effettiva di un regno lontano, premeva condurre a buon termine il suo disegno di unificare l'Italia: che questo concetto di formar dell'Italia un grande Stato fu dei re di Sicilia, prima di qualunque altro.


Luigi Natoli: Viva l'Imperatore! Romanzo storico ambientato nella Palermo di Federico II. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1925. 
Copertina di Niccolò Pizzorno
Prezzo di copertina € 22,00 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (spedizione a mezzo corriere in tutta Italia) 
Disponibile su Amazon, Ibs e tutti gli store online
Il libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella 15) 

Luigi Natoli: Federico II. Tratto da: Viva l'Imperatore!

Quando il maestro di palazzo fece entrare messer Gualtiero e madonna Elena nella sala dove l'Imperatore sedeva, ella sentì come una nube calarle sugli occhi, tanta fu la commozione. La sala, grande, era rivestita di marmi bianchi incorniciati in fasce di mosaico a disegni geometrici; e ornata di aquile sveve e scudi normanni e rosoni di porfido e di granito e di intarsii marmorei. Per tutto il giro della sala correva un ordine di colonne di cipollino, che formavano come un corridoio aperto, o come delle navate minori; dalle colonne si partivano gli archi svelti, sui quali si appoggiava il soffitto ad alveoli, dipinto cilestre, con arabeschi bianchi e rossi e d'oro. Le volte degli archi, i pennacchi eran rivestiti di mosaici che rappresentavano scene cavalleresche e cacce: arcieri e cavalieri, leoni e cinghiali, e cervi, cani, fra palmizi e alberi pieni di pomi, con una festa di colori e di oro che abbagliava. Fra le ultime arcate pendevano tappeti e arazzi di seta vaghissimi, e più in alto ondeggiavan lievemente stendardi bianchi con l'aquila imperiale nel mezzo.

L'altra sala pareva un piccolo tempio; nella luce diffusa dolcemente dalle finestre aperte in una cupola azzurra e stellata come un cielo primaverile, madonna non vide che un abbarbaglio di oro e di colori. L'Imperatore era lì, seduto sotto un padiglione di seta sparso di piccole aquile, accarezzando un bel veltro, che guardava con gli occhi dorati i nuovi venuti. Intorno all'Imperatore erano altri cavalieri dignitari togati, uomini d'arme tedeschi in cotta d'acciaio e qualche musulmano col suo bianco mantello. Ma la dama non ebbe occhi che per l'Imperatore. 
Federico che non aveva ancora toccato i vent'otto anni, era nel fiore della sua giovinezza. Di statura media, di giusta membratura, rosso di carne, un po' calvo ma biondo di capellatura che tendeva al rossiccio come quella del padre; raso alla maniera dei Cesari; nel suo volto si alternavano e si temperavano a vicenda l'orgoglio, la violenza, la gentilezza e l'umanità; ma sulla fronte gli splendeva come il raggio di una grande idea; e in tutto l'aspetto una maestà che incuteva soggezione e nel tempo stesso benevolenza che incoraggiava e conquistava. Era vestito di una veste di color verde, serrata i fianchi da una cintura di seta color rosso cupo; gli orli della veste e delle larghe maniche erano ornati di un largo gallone d'oro e di seta; e sul petto gli scintillava un fermaglio con un grosso topazio circondato di piccoli smeraldi: le gambe aveva fasciate di candidi lini, stretti da lacciuoli di fil d'oro: e i piedi calzati da stivaletti di seta verde, sul cui dorso eran dipinti due Leoni. Madonna Elena si sentiva piegar l'animo dinanzi a quella maestà, alla quale faceva di sfondo la magnificenza e lo splendore della sala e la ricchezza dei cortigiani. No, non era il rozzo e fiero erede di quell'Arrigo VI tedesco tutto ferro e ferocia; era l'erede di Ruggero e di Guglielmo, che raccoglieva dopo tanti secoli la corona imperiale di Carlo Magno e di Cesare Augusto...


Luigi Natoli: Viva l'Imperatore! Romanzo storico ambientato nella Palermo di Federico II. L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1925. 
Copertina di Niccolò Pizzorno
Prezzo di copertina € 22,00 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (spedizione a mezzo corriere in tutta Italia) 
Disponibile su Amazon, Ibs e tutti gli store online
Il libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella 15) 

venerdì 1 ottobre 2021

Luigi Natoli: Alla corte di Federico II. Tratto da: Viva l'Imperatore! Romanzo storico siciliano

Ma la maraviglia di madonna Elena si accrebbe entrando nel palazzo. La visita della Corte col suo doppio portico, con le fontane nel mezzo protetta da una cupola sorretta da otto graziose colonne, con la grande scala, ornata di leoni marmorei; i marmi e i mosaici che splendevano sulle pareti del portico superiore, le colonne svelte, i capitelli antichi decorati di dorature; tutto questo era per madonna Elena cosa neppure imaginabile. Ma parve oscurarsi dinanzi alla maestà di Cesare.
Quando il maestro di palazzo fece entrare messer Gualtiero e madonna Elena nella sala dove l'Imperatore sedeva, ella sentì come una nube calarle sugli occhi, tanta fu la commozione. La sala, grande, era rivestita di marmi bianchi incorniciati in fasce di mosaico a disegni geometrici; e ornata di aquile sveve e scudi normanni e rosoni di porfido e di granito e di intarsii marmorei. Per tutto il giro della sala correva un ordine di colonne di cipollino, che formavano come un corridoio aperto, o come delle navate minori; dalle colonne si partivano gli archi svelti, sui quali si appoggiava il soffitto ad alveoli, dipinto cilestre, con arabeschi bianchi e rossi e d'oro. Le volte degli archi, i pennacchi eran rivestiti di mosaici che rappresentavano scene cavalleresche e cacce: arcieri e cavalieri, leoni e cinghiali, e cervi, cani, fra palmizi e alberi pieni di pomi, con una festa di colori e di oro che abbagliava. Fra le ultime arcate pendevano tappeti e arazzi di seta vaghissimi, e più in alto ondeggiavan lievemente stendardi bianchi con l'aquila imperiale nel mezzo. L'altra sala pareva un piccolo tempio; nella luce diffusa dolcemente dalle finestre aperte in una cupola azzurra e stellata come un cielo primaverile, madonna non vide che un abbarbaglio di oro e di colori. L'Imperatore era lì, seduto sotto un padiglione di seta sparso di piccole aquile, accarezzando un bel veltro, che guardava con gli occhi dorati i nuovi venuti. Intorno all'Imperatore erano altri cavalieri dignitari togati, uomini d'arme tedeschi in cotta d'acciaio e qualche musulmano col suo bianco mantello. Ma la dama non ebbe occhi che per l'Imperatore...



Luigi Natoli: Viva l'Imperatore! Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di Federico II. 
L'opera è la fedele riproduzione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1925.
Pagine 528 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Consegna a mezzo corriere in tutta Italia). Ordina alla mail ibuonicugini@libero.it o al whatsapp 3894697296
Disponibile su Amazon, Ibs e tutti gli store online.
In libreria al momento presso La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour) La Nuova Bancarella (Via Cavour)

Natoli: La sede regia. Tratto da: Viva l'Imperatore! Romanzo storico siciliano


Quando madonna Elena, dopo essersi abbigliata convenientemente, si recò al palazzo regio col marito, non poté trattenere la sua maraviglia al cospetto dell'ampia mole, che uscendo da una traversa della ruga del Pissoto le si parò dinanzi agli occhi. A sinistra, presso l'Aula regia, sorgeva una torre di mattoni, simile a una rossa sentinella avanzata, per custodire il passo e vigilare l'Aula, dove spesso i re tenevano parlamento. In fondo era il palazzo. Due torri di grandezza mai vista sorgevano alle due estremità; una delle quali dominava il burrone del fiumicello Kemonia, girando da mezzogiorno a ponente per seguire la roccia su cui era edificata. Non grandi finestre; ma feritoie, per quattro piani, rompevano il grigio caldo della muraglia costruita di enormi conci squadrati; alti merli ricorrevano lungo il fastigio assai semplice.
- Quella è la torre Greca, – spiegò messer Gualtiero; – vi sono le prigioni pei rei di lesa maestà.
L'altra torre, all'estremità opposta, era di forma quadrangolare; alta e massiccia coronata di merli; sovrapposta a una specie di bastone merlato, ai fianchi sporgevano due corpi avanzati, come torricelle addossate, simili a quelle che fiancheggiano il castello della Zisa; sormontata da cupolette, che si travedevano fra' merli. Feritoie e finestre, alcune di esse bifore, si aprivano, in varii piani, fra le ogive ricorrenti sulla facciata. Messer Gualtiero disse che quella era la torre Pisana. Fra le due torri correva un doppio ordine di portici, con svelte colonne, sulle quali si voltavano le ogive. Ma i portici erano spezzati nel mezzo, dalle Absidi della chiesa di S. Pietro, che si avanzavano sulla linea dei portici, graziose con le loro ogive intersecantisi, come quelle della chiesa di S. Spirito e del Duomo, e le finestrette che lasciavan travedere il luccicore dei mosaici.
Così mentre ai due lati il palazzo aveva l'aspetto di un formidabile castello, nella parte di mezzo con quei portici, con quelle tre absidi leggiadre, coi marmi e i musaici che ornavano le pareti interne dei portici, offriva l'immagine di un bello e ornato palazzo.
Abituata a vedere i rudi e foschi castelli appollaiati sulle rocche, con le torri tozze, le muraglie cieche, il mastio torreggiante, la reggia sembrò a madonna Elena più maravigliosa. Messer Gualtiero sorrideva. Le diè tempo di soddisfare la sua curiosità, e le spiegò che la parte attaccata alla torre Pisana era detta la Gioaria.


Luigi Natoli: Viva l'Imperatore! Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di Federico II. 
L'opera è la fedele riproduzione del romanzo originale pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1925.
Pagine 528 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (Consegna a mezzo corriere in tutta Italia). Ordina alla mail ibuonicugini@libero.it o al whatsapp 3894697296
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In libreria al momento presso La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour) La Nuova Bancarella (Via Cavour)