mercoledì 8 novembre 2023

Luigi Natoli: Le cose a cui non devi credere. Tratto da: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie

 

Non credere che la rottura di uno specchio sia l’annunzio di una disgrazia;
non credere che il sale rovesciato sulla tavola e l’olio versato per terra portino sventura;
non credere che di venerdì non bisogna cominciare alcun lavoro, nè partire, perché giorno di malo augurio;
non credere che quando si è in tredici a tavola, il più giovane debba morire;
non credere che rifare il letto in tre porti sventura al più giovane;
non credere al lupo mannaro: il lupo mannaro è un povero ammalato di epilessia, che negli accessi del male, invece di cadere in convulsioni, va per le vie urlando, e talvolta cammina carponi;
non credere che l’apparizione di una cometa annunzii guerre, terremoti, pestilenze e simili disastri;
non credere alle streghe, alle fattucchiere, agli incantesimi, al malocchio, alla jettatura e ad altre sciocchezze simili;
non credere ai sogni, nè agli indovini che pretendono di rivelare il futuro;
non credere agli spiriti, o alle anime condannate che stanno nelle case o nei pozzi, e che appariscono nelle forme più strane: sono allucinazioni;
non credere alle “trovature” e a tutte le storielle di coloro, che hanno cercato di vincere l’incantesimo che difende i tesori nascosti nelle viscere della terra.
Sono tutte superstizioni che qualche volta possono produrre grandi mali; che sempre rendono ridicolo chi ci crede, che offendono il buon senso e la religione.

Luigi Natoli: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie. 
Pagine 210 - Prezzo di copertina € 19,00
L'opera è la fedele trascrizione del volume pubblicato dalle Industrie Riunite editoriali siciliane (Palermo) nel 1925 ed è corredato dalle foto originali del libro. 
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour) e presso il punto vendita del Centro Commerciale Conca d'Oro, La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Macaione (Via Marchese di Villabianca 102), Libreria Nike (Via Marchese Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15). 




martedì 7 novembre 2023

Dal Giornale di Sicilia del 05 novembre 2023: Luigi Natoli, scrittore che merita il pantheon. Articolo di Giusi Parisi


C’è un palermitano illustre, anzi illustrissimo, che non è sepolto e neanche ricordato nel pantheon dei siciliani illustri, nella chiesa di San Domenico del capoluogo. Una vergogna (e un’offesa) per un uomo che ha dato tutta la sua vita in termini di produzione letteraria alla sua Sicilia. Starebbe bene anche in compagnia di intellettuali, molti dei quali suoi amici, e con i quali ha condiviso ricerche e animato la cultura siciliana. Lui è Luigi Natoli, noto anche come William Galt o Maurus, l’autore dei Beati Paoli, commediografo, storiografo, letterato e poeta che fu anche collaboratore del Giornale di Sicilia, uomo di vasta cultura e dal versatile ingegno. L’accorato appello è quello di Ivo Tiberio Ginevra che, insieme con la moglie Anna Squatrito, con la loro casa editrice, I Buoni Cugini editore, hanno recuperato e portato a nuova vita le opere di Natoli che, polverose, giacevano in archivi e ripiani di biblioteche.
“Un recupero che non solo ha fatto conoscere opere inedite dello scrittore – dice Ginevra – ma anche le opere famose nelle loro pubblicazioni originali, epurate da tutte le modifiche fatte dalla casa editrice La Madonnina e dai successivi editori: modifiche, sempre peggiorative, alle volte sostanziali nella storia come in Fioravante e Rizzeri o nella forma letterale come in Cagliostro o Fra Diego La Matina e così per quasi tutti i suoi romanzi”. 
Un lavoro di recupero, quello di Ivo Tiberio Ginevra e di Anna Squatrito, fatto direttamente dagli originali che ha restituito al pubblico un autore quasi dimenticato. Ammirazione così grande verso lo scrittore nato a Palermo nel 1857, quello dei coniugi-editori, tanto da portare Anna, nel giorno del suo matrimonio a lasciare il suo bouquet di sposa sulla tomba di Natoli, a Sant’Orsola, dove “ancora si può notare il nastrino che teneva i fiori”. 
Una tomba che, visto il degrado in cui versava, hanno pensato di ripulire e migliorare tredici anni fa: dal marmo che non era più bianco su cui non si leggeva quasi più il nome di Luigi Natoli al ripristino dello zoccoletto (successivamente la sepoltura è passata ai Finocchiaro, eredi di Edgardo Natoli). “Io e mia moglie nutriamo rispetto e ammirazione sia per l’uomo che per lo scrittore – continua Ginevra – tutti lo conoscono solo come autore del grande romanzo popolare I Beati Paoli ma quest’opera che gli diede fama, nel tempo, lo ha irrimediabilmente ghettizzato negli autori di letteratura popolare. E questa è una vera ingiustizia perché Natoli non era un letterato comune. Era coltissimo e amico di tutti i siciliani illustri del secolo scorso, con i quali ha tenuto cenacoli letterari, conferenze e collaborato in riviste e periodici. Da Giuseppe Pipitone Federico a Mario Rapisardi, da Giuseppe Pitrè a Luigi Pirandello”. 
E l’autore agrigentino scrive proprio ad uno scoraggiato Natoli tentando di rincuorarlo per i problemi economici che lo affliggevano visto che lo scrittore palermitano voleva prendere commiato dall’arte con una raccolta di poesie intitolata Congedo. “Un Congedo illimitato dalla poesia, alla quale avrebbe voluto dedicare tutto se stesso – racconta l’editore Ginevra – se le aspre necessità della vita quotidiana non l’avessero obbligato a un lavoro, continuo, ingrato e logorante”. 
Ecco le parole del premio Nobel siciliano (riportate nel libro di Sara Zappulla): “Caro Luigi, Congedo? Che Congedo! Chi può mettere un volume in versi come il tuo non ha diritto a congedarsi dalle Muse. Del resto, lo so, sono giuramenti da marinaio! Quando si ha veramente nel sangue il male della poesia, è inutile dire: Ora basta! Finchè il tuo sangue scorre e il tuo cuore batte, bisogna che tu faccia versi e versi e versi. Piangi, e noi godremo! Grazie di tutto e un fraterno abbraccio dal tuo Luigi”. Eppure, nonostante queste parole che avrebbero rincuorato chiunque, Natoli non comporrà più poesie, prestando fede al suo addio in Congedo. 
Fu il Giornale di Sicilia a pubblicare per la prima volta a puntate il romanzo d’appendice sulla setta segreta de I Beati Paoli tra il 1909 e il 1910 (poi pubblicato a dispense nel 1912 e 1931 dalla casa editrice palermitana La Gutemberg) così come, nel 1936, Fioravante e Rizzeri mentre, negli anni scorsi, insieme con il quotidiano, i lettori hanno trovato tutti gli altri romanzi di Natoli da I Beati Paoli al suo sequel Coriolano della Floresta a I morti tornano ambientato durante l’epidemia di colera che flagellò Palermo, una sorta di noir ambientato nel 1837, anno apice del disastro con più di ventimila morti, in cui al terrore del contagio – topos letterario fortissimo da Lucrezio Bufalino a Camus passando per Boccaccio e Manzoni – si mescolano tentativi di cospirazione antiborbonica, oltre a vendette, intrighi e amori. 
“L’opera di recupero del grande scrittore palermitano – dice l’editore Ginevra – ha comportato anche la pubblicazione di romanzi dimenticati come Ferrazzano, il Paggio della regina Bianca e soprattutto Gli schiavi, ambientato in Sicilia durante la seconda guerra servile nel 120 a.C. che Natoli riteneva il suo romanzo migliore”. Un paio di anni fa, Massimo Finocchiaro, uno dei nipoti di Luigi Natoli, ha pubblicato con I Buoni Cugini editori, I sette fratelli Natoli. Le vite singolari dei figli di Luigi Natoli tra la Belle èpoque e il secondo dopoguerra in giro per il mondo.

 

 

giovedì 2 novembre 2023

Luigi Natoli: I cosi d'i morti. Tratto da: Almanacco del fanciullo siciliano.

Un’usanza, specialmente palermitana, è quella di far trovare ai bambini e ai fanciulli giocattoli e chicche la mattina del 2 novembre: giocattoli e chicche, che si dicono portati misteriosamente dai morti durante la notte.
È quello che si fa altrove per la Befana o per la “strina”. Quando e come sia nata quest’usanza non si sa; ma dura da secoli. I fanciulli si mandano presto a letto, perché altrimenti i “morti” verrebbero a grattar loro i piedi; e si addormentano nella speranza di trovare la mattina tante belle cose. Essi sanno che i morti entrano di sotto le fessure delle porte, dicendo: Omu sugnu e furmicola diventu; ma non si domandano come mai potrebbero far passare, di sotto le fessure, giocattoli grandi e grossi.
All’alba si svegliano e cominciano la ricerca. Ma i morti qualche volta son burloni; e invece di far trovare carrettini, altarini, sciabole, bambole e che so io, nascondono sotto un letto o dentro un armadio un vassoio pieno di pezzi di carbone, bucce di castagne, stracci. Ah! La delusione e le lagrime!.. Ma poi i doni si ritrovano in un altro sito. Per le bimbe ci son bambole, vestitini, mobilucci per la casa della bambola, cofanetti con l’occorrente pei lavori d’ago; pei maschietti, altarini, schioppetti, sciabole, cavallucci, carrettini; per tutti, poi, dolciumi. E che festa allora! e che benedizioni ai morti! Che domandarsi a vicenda: 
- Che t’han portato i morti? -
E in ogni casa, per povera che sia, i cosi d’i morti non mancano; perché i morti son buoni e pensano sempre ai figli e ai nipotini vivi, e vogliono essere ricordati.
(Nella foto: antichi giocattoli esposti al Museo Pitrè - Palermo)


Luigi Natoli: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie. 
Pagine 210 - Prezzo di copertina € 19,00
L'opera è la fedele trascrizione del volume pubblicato dalle Industrie Riunite editoriali siciliane (Palermo) nel 1925 ed è corredato dalle foto originali del libro. 
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour) e presso il punto vendita del Centro Commerciale Conca d'Oro, La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Macaione (Via Marchese di Villabianca 102), Libreria Nike (Via Marchese Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15). 


Luigi Natoli: I morti. Tratto da: Almanacco del fanciullo siciliano.

 
Novembre comincia dunque con una mesta cerimonia: il 2 si commemorano i defunti. I cimiteri sono affollati di gente che va a deporre fiori, ad accendere candele e lampade, e a pregare sulle tombe dei propri cari.
Quanti dolori sopiti non si ridestano? Quali rimpianti non ci amareggiano? Quanti affetti non si rinnovano? Beato chi morendo lascia di sé buona memoria! Beati i giusti, perché anche dopo morti saranno benedetti!
Ma non tutte le tombe hanno questo tributo di affetto: molte sono abbandonate; e quelle dei poveri sono senza fiori. E lassù, dove si è combattuta la grande guerra, migliaia e migliaia di sepolture sparse per le Alpi non hanno le lagrime dei parenti.
Volgiamo un pensiero a loro, che la vita offersero per riscattare le terre oppresse dallo straniero e onoriamone la memoria, consacrando le opere nostre alla grandezza della Patria. E diamo i fiori alle povere sepolture abbandonate. Chi sa che le anime di quelli che vi giacciono, non provino gioia di questo pietoso ricordo?
Alla tristezza del giorno corrisponde la tristezza della natura. Forse il cielo sarà annuvolato e piovoso; forse invece è terso, e vi risplende il sole ma gli alberi qui sono ingialliti, lì son nudi, e mostrano i rami scheletriti: la terra, rotta dell’aratro, ha un color bruno; e non ci son più fiori nei campi, né profumi nell’aria.
Che malinconia!


Luigi Natoli: Almanacco del fanciullo siciliano. L'opera è la fedele trascrizione del volume pubblicato dalle Industrie Riunite editoriali siciliane (Palermo) nel 1925 ed è corredato dalle foto originali del libro. 
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Prezzo di copertina € 19,00 - Pagine 210
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour) e presso il punto vendita del Centro Commerciale Conca d'Oro, La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Macaione (Via Marchese di Villabianca 102), Libreria Nike (Via Marchese Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15). 

lunedì 30 ottobre 2023

Dopo 98 anni ritorna "L'almanacco del fanciullo siciliano" di Luigi Natoli edito I Buoni Cugini

 
Un nuovo volume si aggiunge alla Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli edita I Buoni Cugini: L'Almanacco del fanciullo siciliano, pubblicato nel 1925 dalle Industrie Riunite Editoriali Siciliane ed oggi, in tutta la sua bellezza e genuinità, offerto ai lettori del grande scrittore e storiografo palermitano, che avranno il piacere di leggerlo nella veste di maestro che insegna ai fanciulli siciliani dei primi del Novecento. 

Almanacco, calendario e, come dicono i vecchi contadini, lunario son parole che significano la stessa cosa: un libretto, nel quale sono notati i mesi dell’anno, i giorni, le fasi della luna, gli eclissi, le costellazioni, le feste religiose e nazionali, e tante altre notizie uti
li. Così Luigi Natoli spiega ai fanciulli cos’è un almanacco e fra le notizie utili di ogni mese: un fatto o un personaggio storico, una leggenda, la descrizione di un capoluogo di provincia, un problema sociale, date storiche, proverbi, usanze, nozioni, consigli, insegnamenti morali, dei grani di saggezza dettati dalla sapienza popolare e per questo sempre validi, come ad esempio “per un chiodo si perde un ferro; per un ferro si perde il cavallo, e per un cavallo un cavaliere”; o un altro ancora “Voi sapiri qual è lu megghu joco? Fa beni e parra pocu”. I proverbi sono tutti legati alle fasi dell’agricoltura in Sicilia: “l’acqua di febbraio riempie il granaio” oppure “acqua di giugnu, ruvina lu munnu”, ma il professore Natoli quando scrisse l’almanacco per i fanciulli siciliani quasi cent’anni fa, non poteva immaginare i cambiamenti radicali dell’agricoltura, del clima, di questo mondo globalizzato e tutti i proverbi, i fatti, gli insegnamenti morali contenuti nell’almanacco oggi non lasciano spazio all’immaginazione nella nostra società consumistica, e suscitano un rimpianto per quella genuinità educativa, per quel tempo andato irrimediabilmente perduto insieme ai suoi sapori, alle piccole gioie e aspettative che davano un senso di purezza della vita. Una semplicità che forse a qualcuno farà ridere, ma che lascia nel cuore il rimpianto per quella bellezza arcaica che esprimiamo con un sorriso malinconico.

Luigi Natoli: Almanacco del fanciullo siciliano. Libro sussidiario di cultura regionale e nozioni varie. 
Pagine 210 - Prezzo di copertina € 18,00
L'opera è la fedele trascrizione del volume pubblicato dalle Industrie Riunite editoriali siciliane (Palermo) nel 1925 ed è corredato dalle foto originali del libro. 
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour) e presso il punto vendita del Centro Commerciale Conca d'Oro, La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Macaione (Via Marchese di Villabianca 102), Libreria Nike (Via Marchese Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15). 

martedì 17 ottobre 2023

Luigi Natoli: La stanza segreta della taverna udì in quella sera lunghe discussioni... Tratto da: Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano

I tumulti di Palermo avevano acceso il fuoco della rivolta in mezza Sicilia; erano insorte non soltanto le città demaniali, ma anche le terre baronali, spinte dalla miseria e dalla fame. In qualche baronia i villani abolite le gabelle, s’erano fortificati e difesi contro i loro signori, così gagliardamente che questi avevano dovuto rinunziare a domarli. Queste notizie giungevano esagerate e deformate in Palermo e tenevano in apprensione la nobiltà e il clero. Del Vicerè non si dice; che non sapeva a quali santi raccomandarsi; e pensava se non c’era il modo di fuggirsene nel castello o sulle galere, senza che nessuno se ne accorgesse. L’apprensione era giustificata dal contegno degli artigiani, che erano tutti armati, come in tempo di guerra; e che giravano per la città, custodivano le porte, i bastioni, il Palazzo pretorio; e non soddisfatti di avere due loro rappresentanti nel Senato, domandavano ora che anche l’ufficio di maestro di piazza, cioè di ufficiale dell’annona, fosse conferito a loro.
Ma intanto l’ordine era mantenuto: e salvo l’aver obbligato i ministri odiati ad andarsene, la nobiltà non aveva a dolersi. Se non che non poteva tollerare che gli artigiani occupassero cariche pubbliche, come fossero nobili; e sopportavano questa diminuzione dei privilegi di nascita, a denti stretti, e fingendo amicizia e soddisfazione, e anche assecondamento. E principalmente il principe di Geraci, che nei momenti più torbidi, si era sbracciato a invocare concessioni in favore della povera gente, e si era acquistata facilmente una grande popolarità.
I consoli e gli artigiani più autorevoli tenevan frequenti consigli, che insospettivano la nobiltà; la quale non sapeva di che cosa discutessero e se preparassero altre novità. Essi s’adunavano ora nella chiesa di San Nicolò lo Reale, ora in quella dei Crociferi a Porta dei Greci, dove un nobile giovane don Vincenzo Gambacorta, ebbe una volta l’audacia di entrare per scoprire quel che dicessero. Ma riconosciuto fu cacciato e minacciato. Il nobile non si arrese del tutto: poichè la sua casa spiava la chiesa, vi si stallò come in posto d’osservazione, fortificandovisi come in una rocca. Ma gli artigiani, accortisene lo costrinsero con la forza a disfare quelle fortificazioni, e a lasciarli in pace.
Questo avvenimento aumentò i sospetti della nobiltà e le preoccupazioni del Vicerè, che raccomandava prudenza ed esortava a affidarsi a Dio, che non avrebbe permesso la rovina della città.
In quei giorni mastro Giuseppe d’Alesi mandò le prime imperfette notizie del moto napoletano, che più esatte e completate da corrieri ufficiali e da gente fuggita, suscitarono un nuovo fervore di sentimenti nella città.
Sapere che un pescivendolo, Masaniello, per una quistione insorta fra i gabellieri e un fruttaiolo, aveva sollevato Napoli, obbligato gli Spagnoli a rinserrarsi nei castelli, ed era stato eletto capitano del popolo; e che il Vicerè era stato costretto a trattar con lui da pari, destava apprensioni nel governo, nella nobiltà e nel clero, che temevano l’efficacia di quell’esempio sul popolo non ancor tranquillo di Palermo; ed eccitava lo spirito agitato del popolo, e più dei cospiratori, ai quali gli avvenimenti di Napoli mostravano quanto fosse facile trionfare.
Nè le notizie giunte di poi sulla fine miseranda del tribuno napoletano tranquillizzavano i nobili e disanimavano le maestranze; giacchè la rivoluzione non si era sedata; e si diceva che i signori della più cospicua nobiltà si fossero posti dalla parte del popolo, per cacciare la mala signoria. Ma per risolversi ad agire, conveniva aspettare il ritorno dell’Alesi, che si diceva non lontano.
La stanza segreta della taverna di Sant’Antonio udì in quella sera lunghe e calde discussioni. I più avventati rimproveravano le maestranze di aver lasciato soffocare la sommossa di Nino La Pelosa, di averlo lasciato impiccare co’ suoi compagni; e invece bisognava mettersi in testa della rivolta, farla propria, e compiere prima e meglio quello che avevano compiuto a Napoli. Invece le maestranze avevano fatto la guardia al Vicerè! Ma il Cacciamila e lo Errante difendevano le maestranze, esse avevano impedito i disordini, sì: ma in fondo avevano compiuto una rivoluzione, con l’ottenere che due senatori fossero eletti dai consoli, e che a questi fossero affidati anche altri uffici. E del resto, avendo in poter loro i bastioni e le porte, si poteva dire che la città era nelle loro mani.
- Sì, – ribattevano gli altri – ma il potere è ancora del Vicerè, la signoria non è con noi, il Castello è occupato dagli spagnoli e così anche il forte del Molo nuovo.
- Noi abbiamo dalla nostra parte, il principe di Geraci, e il Castello ce lo prenderemo.
S’illudevano che quel principe, borioso della sua nobiltà, che una favola eroica faceva discendere dai re normanni, e avido nel tempo stesso di popolarità, per primeggiare sopra gli altri signori, fosse veramente partigiano del popolo; e molti occhi di sognatori si volgevano a lui come al futuro re della Sicilia indipendente...


Luigi Natoli: Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano. 
Pagine 536 - Prezzo di copertina € 22,00
L'opera è la trascrizione del romanzo originale senza censure pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1924.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Nike (Via Marchese Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60)
Disponibile in ebook su tutti gli store online. 

Luigi Natoli: Al Senato pare che vogliano ridurre il peso del pane... Tratto da: Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano

 
Entrò in questa un artigiano: che scambiò un saluto con Mariano, e diede uno sguardo sospettoso a fra Diego.
- Un amico, – disse Mariano con gesto significativo del capo.
Fra Diego alzò il capo, e fece un oh! di sorpresa. Riconobbe l’artigiano, che il giorno del suo arrivo gli aveva parlato con sdegno a proposito della raccolta del pane. Anche l’artigiano lo riconobbe:
- Guarda! è Vossignoria?
- Vi conoscete? – domandò Mariano stupito.
- Ci siamo veduti qualche giorno addietro, e pare che la pensiamo a un modo tutti e due.
- Questo – disse allora Mariano Rubiano a fra Diego, indicando l’artigiano, – è maestro Giuseppe d’Alesi, di Polizzi, fa il battiloro, ma sa di lettera ed è stato fuori regno, perché ha anche militato.
E dopo questa presentazione, domandò all’Alesi: 
- Ebbene? che notizie ci portate?
- Cattive. Al Senato pare che vogliano ridurre il peso del pane di due once.
- Ridurre il peso del pane? Ma benone!
- Dicono che frumento ce n’è appena per qualche mese: e se non si fa economia, non si giunge a tirare fino al prossimo raccolto...
- Non c’è frumento? – gridarono in coro il soldato e il fratello di Vincenzo – Non c’è frumento? Dite piuttosto che il Pretore e i signori lo nascondono, per venderlo più caro! Sono essi che vogliono affamare la povera gente!
- Se abbiano del frumento nascosto, io non lo so; – disse l’Alesi: – ma certamente a loro se il pane pesa due once di meno, non importa: non vivono di solo pane: hanno carne, pollame, pesce, latticini. Hai voglia di saziarti! Ma la povera gente non ha altro che pane e qualche minestra. E sentirà essa sola la penuria e la fame!... Sempre così, e dappertutto così. È quella che paga per tutti. Ma Dio non voglia che infine questo cane bastonato non si rivolti contro la mano che lo percuote!
Vi fu un istante di grave silenzio; quella notizia suscitava preoccupazioni e sdegni, perché era veramente una minaccia pel popolo minuto. Non era una cosa nuova; altre volte il Senato era stato costretto a ricorrere a questo espediente; e, quell’anno, già era stato ventilato, ma non se n’era fatto nulla per timore di disordini.
Da tempi remotissimi si usava, e usa ancora, a Palermo e quasi in tutta l’isola di fare il pane in forme di un peso determinato; l’unità del quale era il “rotolo” di dodici onze, equivalente a ottocento grammi. I maestri di piazza sorvegliavano perché i fornai non frodassero sul peso. Il prezzo del pane era stabilito dalle mete o calmieri. Ora la riduzione del peso equivaleva in fondo a una specie di razionamento, del quale era veramente il popolo che risentiva il danno. Si capisce quindi perché tutte le volte che il Senato ricorreva a questo mezzo, suscitasse tumulti, che lo costringevano ad affrontare grandi spese.
Giacchè per assicurare il pane, il Senato ogni anno faceva grandi provviste di frumento, che cedeva poi ai forni al prezzo di meta; ma spesso avveniva, e sempre nei periodi di scarsezza, che o per la penuria dei grani, o per l’ingordigia degli incettatori e fra essi i feudatari produttori di granaglie, il prezzo di queste superasse quello della meta; e il Comune era costretto a sborsare somme ingenti per l’acquisto, senza però potersi rivalere nel rivendere, perché ciò avrebbe naturalmente aumentato il prezzo del pane e provocato ribellioni. Ne conseguiva, che, comperando a un prezzo maggiore, e rivendendo a un prezzo minore, l’erario cittadino corresse a inevitabile disastro. La riduzione del peso, oltre a prolungare la durata dei grani, serviva a equilibrare le perdite dell’erario comunale. 
Ma il popolo non capiva queste ragioni economiche: da qualche caso di ingordigia, generalizzava e attribuiva i provvedimenti a ladrerie degli amministratori. 
Il soldato riprese: 
- Lo troveremo noi il frumento. Io so chi lo nasconde...
- Farete una sommossa? – disse l’Alesi – E poi? per uno, due giorni avrete pane di peso: poi sarete impiccati, e le cose torneranno come prima. Ci vuol altro...
(Nella foto: ritratto di Giuseppe D'Alesi)



Luigi Natoli: Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano. 
Pagine 536 - Prezzo di copertina € 22,00
L'opera è la trascrizione del romanzo originale senza censure pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1924.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Libreria Nike (Via Marchese Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Ipsa (Piazza Leoni 60)
Disponibile in ebook su tutti gli store online. 

venerdì 6 ottobre 2023

Luigi Natoli: Ritorno al passato. Tratto da: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano

Rimasta sola, la duchessa stese le braccia al cielo con un gesto disperato e deprecativo. Poi si mise a passeggiar per la stanza, pensando a quel passato così lontano, che l’evocazione di quella donna le faceva apparire recentissimo, abolendo quasi tutti gli avvenimenti della sua vita in quei ventisei anni.
Ella rivide quella cameretta povera e nuda, l’ampio letto, duro per le carni abituate alle mollezze, dove soffrì, per l’unica volta in vita sua, i dolori della maternità, senza gustarne le gioie, anzi sopprimendole, volontariamente. Non aveva provato nessun dolore nel separarsi da una creatura, la cui apparizione l’aveva fatta rabbrividire di spavento e di vergogna. Come era venuta? E perchè? Ricordava. A diciassette anni l’avevano maritata al duca di Falconara, che ne aveva trentotto: un bell’uomo, freddo, rigido. Dopo due anni di matrimonio infecondo era stato chiamato in corte e poi in missione all’estero. Ella si era chiusa nel palazzo, aspettando il ritorno del marito, pudica e fedele come Penelope; sorvegliata per altro dalla vecchia suocera. 
Ma erano così fredde le ampie sale del Palazzo Falconara! Erano così vuote le giornate, e così desolanti le notti nel letto vasto e deserto, dove i suoi sensi avevane intraveduto un mondo nuovo, ed era germogliata una fioritura di desideri consapevoli! La vecchia suocera non la lasciava mai sola, ma le faceva pesare la compagnia con interminabili prediche morali sui doveri di una moglie, durante l’assenza del marito, e con le lamentazioni sui tempi corrotti, talchè ella per sottrarsi a quel supplizio desiderava giungesse presto la fredda e solitaria notte. Un bel mattino fu trovata la suocera nel letto morta di accidente avuto nella notte. Se ne fecero funerali sontuosi, e un corriere fu spedito al duca per annunciargli la disgrazia. 
Passati nove giorni di lutto stretto rigoroso, ella, per tutelar meglio la sua reputazione se ne andò nella casa paterna... E lì... Ricordava l’incontro con l’uomo fatale, sette mesi dopo. Il duca non ritornava; quell’uomo era giovane, bello, elegante, valoroso e appassionato... Come avvenne? Non sapeva; fu una specie di ubbriachezza; ma certo, una notte, le sue mani tremanti apersero, senza far rumore, le vetrate del balcone che dava sul giardino; e accolse quell’uomo; e... e così anche le altre notti!...
Poi un bel giorno improvvisamente trasalì; aveva sentito dentro di sé agitarsi qualcosa... Ah quale spavento! quale odio fu quel piccolo essere germogliato in silenzio, che veniva a un tratto ad avvelenare la sua felicità! Quali tentativi per spegnere quella nuova vita accusatrice!... Indarno. Trionfava. Venne il tempo in cui non potè celare le sue condizioni. Allora si confidò alla madre. Qual colpo per la povera donna!... Bisognava nascondere agli occhi di tutti l’orribile colpa. La ricondussero nel suo palazzo, relegandola in una camera, dando a credere che fosse ammalata. Poi, perchè ogni cosa rimanesse nel mistero, si avvisarono di mandarla nei suoi stati, col pretesto di mutar aria; in realtà per far disparire ogni traccia...
Oh! come tutto pareva alla sua memoria vivo e recente!...


Luigi Natoli: Calvello il bastardo – Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine Settecento e inizi Ottocento, quando la Rivoluzione Francese porta in tutta Europa le prime idee di libertà dei popoli e nascono le prime Logge. Il protagonista Corrado Calvello è affiancato dal patriota e giureconsulto Francesco Paolo Di Blasi. L’opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913.
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Pagine 880 – Prezzo di copertina € 25,00
Tutti i volumi della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli sono disponibili al sito ibuonicuginieditori.it
È possibile ordinare alla mail ibuonicugini@libero.it, al cell. 3457416697 o inviando un messaggio whatsapp al 3894697296. Consegna a mezzo corriere in tutta Italia
Disponibili su Amazon Prime o al venditore I Buoni Cugini, su Ibs, e in tutti gli store online.
Disponibili a Palermo presso:
La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Nuova Ipsa (Via dei Leoni 71), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi n. 15), Libreria Modusvivendi (Via Q. Sella n. 15) Libreria Nike (Via Marchese Ugo 76/78)

Luigi Natoli: Francesco Paolo Di Blasi, figura storica del romanzo Calvello il Bastardo.

Accanto a Corrado Calvello vive la figura storica di Francesco Paolo Di Blasi, giureconsulto palermitano e, come lo definisce Natoli, insieme a La Villa, Palumbo e Tenaglia
 “primi martiri della libertà, iniziarono in Sicilia la lunga serie di cospirazioni e rivolte che dovevano abbattere la signoria borbonica e mostrarono come si muore per un’idea”.
Di Francesco Paolo di Blasi, del suo coraggio e  delle sue ideologie liberali e rivoluzionarie, emerge un profilo chiaro da vari passi del romanzo
Il Di Blasi, sebbene fossero noti i suoi sentimenti liberali, non era ritenuto così sospetto. Forse l’amicizia che aveva per lui il Vicerè e l’avere per servizio del governo curato una raccolta di leggi e prammatiche, allontanavano da lui i sospetti, ma gli amici sapevano quali discorsi arrischiati egli facesse, nei quali c’era un sentore lontano di rivoluzione. Qualcuno poi sussurrava che forse il Di Blasi era libero muratore. La massoneria cominciava allora ad essere considerata come nemica della religione e della monarchia non solo per la sua segretezza e per qualche leggenda di giuramenti orrendi e mostruosi che le si attribuivano, ma anche perché le si ascriveva una parte preponderante nella rivoluzione francese. Don Pippo ignorava che il Di Blasi, forse, aveva messo una pulce di massoneria nell’orecchio del Meli, fornendogli anche una nota di libri che ne trattavano di proposito
“Fra le accademie protette da lui aveva dato ombra quella fondata da Don Francesco Paolo Di Blasi, le cui finalità occulte avevano a poco a poco allontanato le anime paurose di ogni novità. Un discorso del Di Blasi, recitato molti anni innanzi, sulla Ineguaglianza degli uomini, imbevuto delle dottrine del Rousseau, faceva considerare il valoroso giureconsulto come uno dei sospetti, nonostante che, in servizio della monarchia e del Vicerè, avesse compilato con dottrina la Raccolta delle prammatiche del Regno di Sicilia. Un suo trattato sulla legislazione criminale, ispirato a dottrine liberali e secondo un nuovo criterio della dignità umana, aveva riconfermato il sospetto che egli tendesse un po’ alle dottrine rivoluzionarie”
Egli aveva creato una Loggia massonica per la divulgazione delle sue idee di eguaglianza e libertà 
“Don Francesco scrisse due o tre biglietti e li spedì ai suoi conoscenti. Convocava la Loggia. Grazie ad una ingegnosa organizzazione, l’invito poteva precedere di qualche ora l’adunanza. Il Venerabile avvertiva con una parola convenzionale l’oratore, il segretario e il tesoriere; il segretario passava l’avviso a due sorveglianti; questi alla loro volta correvano ad avvisare i tre o quattro maestri che avevano i gradi più alti, i quali si incaricavano di convocare gli altri maestri a loro noti e ognuno di essi, subito, l’iniziato, compagno o apprendista che fosse, da lui introdotto. In una o due ore i fratelli erano così invitati” 
  Di cui fanno parte una buona fetta di cittadini sia palermitani che dei paesi vicini
“Il lavorìo della Loggia s’era fatto più attivo, sebbene più guardingo. Fuori di essa, ma concertata e diretta dai maggiorenti della setta segreta, si era stretta una cospirazione, nella quale entravano artigiani, capi d’arte, militare, qualche signore e molti professionisti. Si era anche estesa fuori di città in alcune terre dei dintorni, dalle quali si promettevano aiuti di uomini e d’armi al momento del bisogno. Anima di tutto quel movimento era don Francesco Paolo di Blasi”


Luigi Natoli: Calvello il bastardo – Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine Settecento e inizi Ottocento, quando la Rivoluzione Francese porta in tutta Europa le prime idee di libertà dei popoli e nascono le prime Logge. Il protagonista Corrado Calvello è affiancato dal patriota e giureconsulto Francesco Paolo Di Blasi. L’opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913.
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Pagine 880 – Prezzo di copertina € 25,00
Tutti i volumi della Collana dedicata alle opere di Luigi Natoli sono disponibili al sito ibuonicuginieditori.it
È possibile ordinare alla mail ibuonicugini@libero.it, al cell. 3457416697 o inviando un messaggio whatsapp al 3894697296. Consegna a mezzo corriere in tutta Italia
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Luigi Natoli: Scudo d'argento, con sbarra traversata all'angolo e squadra nera col vertice sopra... Tratto da: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano

La sventura era piombata improvvisa, terribile, misteriosa. Di là la sua mamma morta, di qua quel cofano e quella borsa dei quali non osava indagare il segreto. Aperse il cofano, per deporvi la borsetta stemmata; ma le sue mani toccarono un piccolo piego. Tremando, lo trasse, e lo spiegò: erano due foglioline di carta ingiallita dal tempo. Qualcosa, come il fremito di un sospetto, gli passò per la mente.Lesse. Il primo diceva: “1766 addì 4 di questo mese di giugno, è morta e fue sepelita in questa madre eclesia Marina figlia picciola di m. sei, di Leonardo Sunzeri e di Dorotea Maravigna jugales”.
Una bambina! Aveva dunque avuta una sorella? Uno stupore profondo si dipinse sul suo volto. Una sorella? E quel Leonardo Sunzeri, appariva il marito di sua madre; invece dello scrivano Maurici? Svolse la seconda carta e lesse: “1766 addì di questo marzo fu baptizzato in questa madre chiesa thermitana un figliolu, cui nomen Corradus, ignorontum parentium, e il compare fu d. Leonardo Sunzeri e la domare d. Dorotea sua leggittima mogle”.
Il foglio gli cadde dalle mani! Ignoti? Egli era figlio di ignoti? E colei che egli aveva adorato come una madre, non era dunque la mamma sua? E l’aveva amato così? Egli era stato un estraneo in quella casa, della quale pur era il vero e unico signore, circondato di cure, di affetti, di tutte le finezze, di cui quella povera donna era stata capace! E mai, mai il mistero della sua nascita oscura era trapelato; mai una parola, un’allusione, avevano tradito quella donna. E chi era dunque quello scrivano passato come un’ombra attraverso la sua prima infanzia se il marito di colei che aveva amato e piangeva come una madre si chiamava Sunzeri? Stupefatto, stretto da un’ambascia ansiosa, col cervello sconvolto da quell’inattesa rivelazione si sentì come perduto in un mare tenebroso. Cominciò a interrogare i suoi più lontani ricordi tormentando la sua memoria per trovare un qualche lampo, torturandosi per trovare un legame in tutte quelle scoperte, che gli tumultuavano nel cervello. Gli pareva di impazzire. Si alzò, aprì l’uscio, guardò la morta, seduta sul seggiolone, immobile, impenetrabile, fra le torce accese. Ah la buona e santa donna, che lo aveva sottratto all’abbandono! Ella era discesa nella tomba col suo segreto, quando appunto stava per rivelarglielo. Sentì gli occhi empirsi di lagrime. Poi a un tratto rabbrividì. Gli tornarono alla mente le parole del frate: “avvelenata” e poi le altre “tuo padre” e quella borsa, unico raggio di luce in tanta oscurità; ma qual luce!... E se quella morte fosse stata una vendetta?... o una soppressione? E la morta gli apparve improvvisamente come una martire...
Scudo d'argento, con sbarra traversata all'angolo e squadra nera col vertice sopra... È 1'arme dei Calvello....
- Dei Calvello?
- Nobiltà di prim'ordine. Andrea Calvello coronò re Ruggero II, da allora in poi i Calvello acquistarono il diritto di portar sul cuscino la corona regale nelle solennità delle coronazioni. Non lo sapete?
- Calvello !... – ripetè Corrado sbalordito.
- Sono duchi di Melia e baroni dell'Arenella. Oggi rappresenta la casa don Goffredo Calvello e Eschero, che ha per moglie donna Laura Castello e Giglio. Il loro palazzo è alla Gancia... Un gran signore. Don Antonio, suo primogenito e futuro erede, sposò donna Rosa Caracciolo di Napoli...
Ma Corrado non udiva; dentro di sè ripeteva quel nome con uno sgomento del quale non sapeva darsi ragione...


Luigi Natoli: Calvello il bastardo – Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine Settecento e inizi Ottocento, quando la Rivoluzione Francese porta in tutta Europa le prime idee di libertà dei popoli e nascono le prime Logge. Il protagonista Corrado Calvello è affiancato dal patriota e giureconsulto Francesco Paolo Di Blasi. L’opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato dalla casa editrice La Gutemberg nel 1913.
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Pagine 880 – Prezzo di copertina € 25,00
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mercoledì 13 settembre 2023

Luigi Natoli: Il "cristiano" nella Palermo del 1700. Tratto da: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano

Pur trattandosi con cordialità, questi avventori speciali usavano fra loro forme riguardose, nelle quali un occhio attento avrebbe potuto scorgere un non so di che di gerarchico. Verso alcuni, che erano più maturi di anni e più seri, il rispetto era maggiore, verso altri era temperato di una confidenza più o meno intima, ma in tutti c’era una cura di non usare parole che potessero eccitare la suscettibilità d’alcuno o distendere un’ombra in quella misurata cordialità.
Fra questa gente, parca di parole e di gesti, che si padroneggiava e si vigilava, le adunanze prendevano spesso un carattere di tribunali: c’era da giudicare la condotta di qualcuno accusato di aver mancato ad un codice particolare, non scritto, nè sanzionato da nessun principe, ma formatosi a poco a poco, rinsaldatosi nella tradizione, osservato con scrupolo, più che le leggi dello Stato, da tutta quella classe di persone, che allora si dicevano “uomini” per antonomasia, o “cristiani” alla quale apparteneva don Agostino. Non era una associazione vera e propria; ciascuno viveva per sé, sapeva di valere, e teneva a distinguere la sua personalità: ma riconosceva il valore degli altri “cristiani”, aveva per loro rispetto, e, se di maggiore età, non servile ma spontanea deferenza, e ne era ricambiato. Qualche “affare” riuniva due o quattro o più “cristiani”, che “lavoravano” ciascuno per la sua parte, senza ingannarsi, con un sentimento di onestà particolare. Avevano un sentimento quasi fanatico di quello che per loro era l’onore: non commettevano soperchierie sopra i più deboli; se una quistione insorgeva fra loro, e non c’era altro mezzo di risolverla, ricorrevano al duello: arma, il coltello, ma di una stessa dimensione: il che si diceva “paranza”; si battevano dinanzi a testimoni: ma qualche volta, se c’eran per mezzo motivi d’onore, facevano a meno di questa formalità, e il duello non cessava che con la morte. Ma più spesso si ricorreva ad un arbitro, che di solito era un “cristiano” più autorevole, al quale, volontariamente i contendenti si rimettevano e ne accettavano il giudizio, che era sempre retto; e ne seguiva la pace, suggellata con un banchetto. L’arbitro qualche volta invitava altri “cristiani” autorevoli; e allora l’adunanza acquistava un carattere di solennità; e gente la quale non riconosceva l’autorità della giustizia, e aveva poco rispetto per le persone della chiesa, s’inchinavano dinanzi a quel sinedrio con una reverenza quasi religiosa.

Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1700. La storia di Giovanna Bonanno, l’avvelenatrice passata alla storia come La vecchia dell’aceto.
L’opera è costruita e trascritta dal romanzo originale, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 562 – Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it; è possibile acquistare con messaggio w.a. al 3894697296 oppure alla mail ibuonicugini@libero.it. Consegna a mezzo corriere in tutta Italia.
Online su Amazon, Ibs e tutti i siti in vendita online.
In libreria presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133), Libreria Modusvivendi (via Quintino Sella 79), Libreria Sciuti (Via Sciuti 91/f), La Libreria di La Vardera (Via N. Turrisi n. 15)

Luigi Natoli: La taverna di Saverio il tripposo. Tratto da: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano.

 
Alla spicciolata, senza parere, alcuno, vi erano guizzati dentro; qualche altro era venuto dalla porticina posteriore: erano una mezza dozzina. C’era fra loro don Benedetto Sacco e don Francesco Sarcì. Sedevano intorno ad una tavola, in modo però che un lato rimaneva vuoto. In mezzo stava un uomo sulla sessantina, alto, segaligno, con un viso asciutto, con occhi penetranti, una espressione seria, imperiosa, autoritaria, mal temperata da un atteggiamento bonario. Lo chiamavano lo zu’ Andrea: era proprietario di una fornace di tegole e mattoni e di un podere piantato ad aranci e limoni in quelle contrade. Era il più “cristiano” dei “cristiani”; rispettato e temuto. Né il papa era più infallibile, né il re più ubbidito: quando lo zu’ Andrea aveva parlato, era Vangelo. Ai suoi lati sedevano altri due “cristiani”: lo zu’ Michele Ciaravella, castaldo del principe di Cattolica e Bartolo Saraceno, proprietario di mezza dozzina di carrozze da piazza, e di due altre grandi e pesanti che facevano i viaggi fra Palermo e Termini. V’era don Agostino Caracciolo, e infine il fratello del morto Gaetano La Paglia, don Peppino. 
Lo zu’ Andrea volgendo lo sguardo ora all’uno or all’altro dei suoi colleghi che gli stavano ai lati, come per averne il consentimento, osservò che la condotta di don Agostino poteva soltanto giudicarsi, quando si sapessero le mancanze che verso di lui aveva commesso don Gaetano.
Il quale aveva raccolto, dopo minuta indagine, che l’uccisore era stato il cavaliere don Giovanni, che don Agostino si trovava presente all’uccisione del fratello, e non ne aveva preso le difese, come avrebbe dovuto, pel comparatico che lo legava a don Gaetano. Don Agostino aveva dunque mancato al suo obbligo, tanto più che non aveva ancora cercato di vendicare il morto. Queste sue lagnanze erano state riferite a don Agostino, che era andato a trovare Peppino, per dare le sue spiegazioni, non per scusarsi o per paura, che non era uomo da aver soggezione di chicchessia; ma perché infine non aveva ragione di considerare più don Gaetano come fedele al San Giovanni; e perché la morte era avvenuta dopo regolare sfida. Comunque la condotta di lui, don Agostino, verso il cavaliere, non era affare che riguardava don Peppino. Poiché il ragionamento minacciava di degenerare in una zuffa, gli amici comuni, che assistevano, s’interposero, proponendo di far giudicare la quistione a uomini di grande autorità in queste materie. Questo era il motivo di quella riunione. Lo zu’ Andrea, il Ciavarella e il Saraceno, formavano quella singolare corte d’onore, alla quale avrebbe dovuto intervenire anche il cavaliere don Giovanni, accusato di doppia slealtà: l’una di aver adoperata un’arma diversa, l’altra di aver aggredito l’avversario prima che si fosse messo in guardia. Cosicché non poteva dirsi di avere ucciso don Gaetano in duello, ma di averlo assassinato. E questa era condotta da “carognone”. Ma il cavaliere non si faceva ancora vedere, cosa che al La Paglia pareva una mancanza di riguardo verso lo zu’ Andrea e gli altri rispettabili amici. Lo zu’ Andrea, che aveva ascoltato attentamente l’uno e l’altro, quando ebbero finito di parlare domandò al Sacco e al Sarcì come si era svolta la quistione. Fedeli all’adagio che “il morto è morto e s’ha d’aiutare il vivo”, essi fecero risaltare la condotta fegatosa, aggressiva e provocante di don Gaetano; ma non occultarono nè attenuarono quella che era secondo loro slealtà del cavaliere. Di don Agostino non potevano dire altro, che si era tenuto estraneo alla quistione; ma non potevano darne nessuna spiegazione nè apprezzamento.

Luigi Natoli: La vecchia dell'aceto. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1700. La storia di Giovanna Bonanno, l’avvelenatrice passata alla storia come La vecchia dell’aceto.
L’opera è costruita e trascritta dal romanzo originale, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1927.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 562 – Prezzo di copertina € 22,00
Disponibile dal catalogo della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it; è possibile acquistare con messaggio w.a. al 3894697296 oppure alla mail ibuonicugini@libero.it. Consegna a mezzo corriere in tutta Italia.
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mercoledì 6 settembre 2023

Luigi Natoli: Squarcialupo. Romanzo storico siciliano.

 

Giovan Luca Squarcialupo apparteneva a una di quelle famiglie pisane, che esercitando traffici e tenendo banchi, avevano acquistato ricchezza e nobiltà. Era giovane. Pochi anni innanzi aveva preso moglie; ma dieci mesi dopo era rimasto vedovo. Viveva quasi appartato, badando al banco, e coltivando lo spirito con la lettura. Era stato alunno di un dotto umanista, che gli aveva fatto prendere amore ai grandi scrittori latini; ed egli leggeva con preferenza Livio e Virgilio. Ma leggeva anche certe cronache manoscritte della repubblica di Pisa, e altre del regno normanno e svevo di Sicilia e del Vespro. Abitava nella strada della Loggia dei Pisani, proprio quella che anche oggi conserva l’antico nome. Molte famiglie della “nazione” pisana stavano da quella parte, e nella strada di san Francesco: e gli Squarcialupo venivan da Pisa, e avevano il loro banco nella Loggia. Allora la strada si prolungava, perché la via Marmorea o Cassaro finivano a Sant’Antonio: e dovevan passare cinquant’anni all’incirca, perché fosse prolungato fino alla chiesa di Porto Salvo, tagliando strade, e abbattendo case.


IL PERSONAGGIO

... Disse queste parole con un tono così solenne e profetico, che il vecchio barone lo guardò con maraviglia e ammirazione. Giovan Luca gli sembrò più alto, più grande, con l’aspetto di uno di quei personaggi eroici della storia evocata. Borbottò qualche parola, ma parve rimettersi. Subiva il fascino di quella voce, di quel gesto, di quella passione per la libertà che sfavillava negli occhi del giovane, e lo illuminava di una nuova luce.
... Parlava col volto acceso da una fiamma interna, che rendeva calda e appassionata la parola. Tristano, sebbene avesse gran premura di andarsene, ne rimaneva talvolta preso, e lo ammirava: e gli pareva che Giovan Luca si ingrandisse, e si illuminasse di una luce nuova. Non era più quel pensoso, che pareva sdegnoso di parlare, o parlava breve e a sentenze: pareva qualcosa fra l’oratore e il condottiero; un sovvertitore di popolo e un dominatore. Certamente aveva un’idea, che non rivelava ancora, forse era l’idea madre, dalla quale si generavano tutte le sue azioni, anche caute, quasi saggiature; ma che al momento opportuno, si sarebbero svolte in tutta la loro pienezza. Con tutto ciò appariva agli occhi di Tristano come un uomo nuovo.

"...All’amore per la donna ho sostituito un altro amore, del quale Lucrezia non può essere gelosa: quello per questa terra nostra. Ed è amore grande e puro anche questo, Tristano. Forse più grande dell’altro, perché domanda sacrifizi, e non dona: e tuttavia rende immortali gli uomini".

"...Prima di essere innamorato voi eravate cittadino; e la terra che vi diede i natali, la terra che i vostri occhi videro per la prima, deve seder prima nella vostra mente, nel vostro cuore!... Ah! ecco perchè non sappiamo riprendere l’antica indipendenza: ecco perché non sappiamo esser liberi!... Le anime nostre si sono avvilite nell'egoismo, e al bene comune antepongono il proprio tornaconto... Io credevo di aver forgiato il vostro cuore, Tristano: di avervi trasfuso una parte della fiamma che arde nel mio; pensavo che voi sareste stato domani l’eroe della patria: Bruto o Camillo, Giovan da Procida o Alaimo da Lentini... Ahimè! voi preferite rassomigliare all’eroe di cui portate il nome e languire d’amore!... Levatevi su, Tristano Buondelmonti!... La patria prima di tutto!..."

Giovan Luca attendeva a preparare i modi e i mezzi per attuare quel suo vecchio disegno di riscossa per cacciare lo straniero, e istituire un governo democratico, come quello che fece la gloria di Pisa. Era l’idea accarezzata fin da quando cominciò a leggere le pagine di Livio, maturatasi col progredire negli studi umanistici, fattasi assillante in quei rivolgimenti, e allo spettacolo delle violenze e delle ladronerie del vicerè don Ugo. Che quelli non fossero tempi di repubblica, che questa repubblica vagheggiata da lui era un anacronismo, sfuggiva alla esaltazione del suo spirito, che lo illudeva di speranze e di sogni eroici.



Luigi Natoli: Squarcialupo – Opera inedita. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1517, quando Giovan Luca Squarcialupo, patriota, sognò e realizzò anche se per poco, un governo repubblicano. L’opera, mai pubblicata in libro, è costruita e trascritta dal romanzo originale, pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1924.
Copertina di Niccolò Pizzorno
Pagine 684 – prezzo di copertina € 24,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour), La Nuova Bancarella (Via Cavour), Nuova Ipsa (Piazza Leoni), Libreria Nike (Via Marchese Ugo), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi). 

venerdì 25 agosto 2023

Luigi Natoli: Nel piano di Sant'Erasmo furono rizzate tre colonne... Tratto da: Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano.

Poco dopo la processione uscì dal Palazzo dello Steri. I tre rei principali erano vestiti con l’abitello infamante, nero, dipinto a fiamme e mostri. Celebrata la messa, recitata l’orazione e letta la sentenza, i tre rei furono consegnati al Capitano di città; e la processione ritornò al palazzo tra la folla silenziosa.
La sentenza fu eseguita il domani sera, lunedì. Nel piano di Sant’Erasmo furono rizzate tre colonne; i condannati furono prima strangolati, poi bruciati. Una folla immensa assisteva al pio spettacolo: per godersi il quale erano stati eretti palchi per le cariche, per le dame e pei cavalieri. Tra gli spettatori era frate Agostino. Egli insieme con un novizio aveva accompagnato il carro che trasportava i tre condannati; aveva scambiato uno sguardo con Giambattista Verron, che parve la conferma di una mutua promessa. Un senso di pace si diffuse sul volto del guantaio, che per tutto il tragitto aveva tenuto gli occhi levati al cielo, come per offrire il suo martirio. Da sé, senza tremare, senza impallidire offerse il collo al nodo omicida. La sua agonia fu breve. Frate Agostino che, in grazia dell’abito, s’era potuto avvicinare e non gli aveva tolto lo sguardo dal viso era stupito della mansuetudine del condannato. Egli aspettò che le fiamme lo avvolgessero, e allora se ne andò a capo basso, lentamente, col novizio che pareva vivamente colpito da quanto aveva veduto.
La sera calava un po’ fosca ed afosa, e il vento portava nella strada il puzzo confuso della legna e della carne bruciata. Nell’aria vibravano i rintocchi dell’Ave, oscillando nel vento e spegnendosi come gemiti. Frate Agostino risalì per la strada Toledo. Passando dinanzi alla piazza Marina diede una bieca occhiata alla massa torreggiante dello Steri, che nell’ombra appariva più cupa; e nella pupilla gli balenò un lampo d’odio. Per vie di traverso passando per la strada dei Merciai – oggi detta dei Cassari – e per l’Argenteria e pel Mercato della Bucceria vecchia, giunse al quartiere della Conceria, che era già buio.
La porta della chiesa di Santa Margherita era aperta e se ne vedeva l’altare maggiore illuminato: lo scampanellio della gloria e l’odore dell’incenso rivelavano che si dava la benedizione serale col Santissimo. Frate Agostino si avvicinò, si genuflesse dinanzi alla porta, si tolse la mozzetta che gli copriva il cranio raso, ed entrò nel momento in cui il cappellano, riposto l’ostensorio, recitava l’Oremus. Ma si rimise il cappuccio in testa.
Il frate aspettò che il cappellano entrasse in sagrestia. E ve lo seguì, ordinando al novizio di aspettarlo.
- Bacio le mani, padre don Angelo.



Luigi Natoli: Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano.
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1924.
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133), La Feltrinelli libri e musica (presso il Centro Commerciale Forum), Libreria Nike (Via Marchese Ugo), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour di fronte La Feltrinelli), Libreria Nuova Ipsa (Piazza Leoni) 

Luigi Natoli: Lo spettacolo al Sant'Offizio del 9 settembre 1640. Tratto da: Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano

 
C’era spettacolo del Sant’Offizio quella mattina del 9 settembre 1640. Già il giorno innanzi, come era prescritto, c’era stata la processione, che partendo dallo Steri, palazzo del Sant’Offizio dell’Inquisizione, si era recata nel piano della Cattedrale, dove era stato costruito il gran palco per l’Atto di Fede; e aveva posto la Croce del Santo Tribunale sull’altare, fra torce rimaste accese tutta la notte; e frati, preti, familiari del Sant’Offizio vi avevano vegghiato recitando salmi ed inni.
Lo spettacolo destava grande curiosità pel numero degli inquisiti, tre dei quali erano stati colpiti dalla più grave sentenza: erano stati cioè rilasciati al braccio secolare. Era una formula ipocrita con la quale si intendeva togliere alla Chiesa il biasimo di condannare a morte. La Chiesa non doveva e non poteva per materia di fede, uccidere; ma faceva uccidere dalla giustizia laica, alla quale consegnava i rei d’eresia e di commercio col demonio, che dovevano essere bruciati. La giustizia secolare, e cioè la curia del Capitano di città dopo la solenne lettura della sentenza del Tribunale del Sant’Offizio s’impadroniva del reo, e lo sottoponeva a un giudizio pro forma, che serviva per dimostrare che la sentenza di morte non era pronunciata dall’autorità ecclesiastica, ma da quella laica. In grazia di queste miserabili ipocrisie, poteva la potestà della Chiesa affermare che essa non condannava a morte nessuno! 
Tre, dunque, fra gli inquisiti, già si sapeva, sarebbero stati rilasciati al Capitano di città. Tre roghi si sarebbero accesi nel piano di Sant’Erasmo: spettacolo triplice in onore della santa religione. I nomi erano noti: uno si chiamava, da cristiano Gabriele Tudesco, da moro musulmano Amet. Era un mal battezzato, ritornato alla sua prima fede. Condannato una prima volta per questo suo ritorno alla fede dei padri, aveva confessato il suo errore, abiurato, ed era stato assolto e mandato in galera a remare per cinque anni. Ma era ricaduto nel fallo; e sottoposto nuovamente a giudizio, aveva dichiarato che maomettano era nato e maomettano voleva morire: colpa gravissima, che meritava il rogo.
Il secondo era un frate agostiniano, calabrese: fra Carlo Tavalora, che si era spacciato per Messia; aveva fondato una setta di Messiani e diffondeva una morale nuova, una teoria nuova, una politica nuova e nuovi riti, che avevan trovato qualche seguace. Arrestato nel 1635 era stato per cinque anni nelle carceri della inquisizione sottoposto a dispute e a torture, ostinato nella sua riforma religiosa; finalmente il pio tribunale lo aveva condannato.
Il terzo che destava maggior interesse per la sua notorietà, era un francese, guantaio, che si chiamava Giovan Battista Verron. Era venuto di Francia giovane, non ancor ventenne; aveva aperto bottega nella strada dei Guantai, e aveva fatto fortuna; e però aveva suscitato gelosie e invidie. Qualcuno notò che Verron non andava a messa. Francese e non frequentatore della chiesa, bastava per far nascere sospetti. Un giorno fu sorpreso mentre leggeva la Bibbia; quella Bibbia era tradotta in francese: Giambattista Verron dunque era ugonotto. 
I birri del Sant’Offizio lo arrestarono.
Verron era giovane e amava la vita. Morire a venti anni, quando il cuore ferve di sogni? Per una messa? Rinunciare alla gioia di amare, alla gioia di vivere? Nelle carceri del Sant’Offizio, tormentato da teologi di ogni specie, sopraffatto di argomentazioni e di minacce, Verron sentì vacillare la saldezza del suo carattere. Si confessò convinto della verità cattolica. Così nello spettacolo o atto-di-fede nel 1630 egli fu pubblicamente assolto dall’eresia, e condannato a un anno di carcere. Quando ne uscì, credette di poter vivere in pace con il suo lavoro; e di poter seguire il suo sogno d’amore.
Vano sogno! 


Luigi Natoli: Fra Diego La Matina. Romanzo storico siciliano.
L'opera è la fedele trascrizione del romanzo originale pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1924.
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria a Palermo presso: La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour 133), La Feltrinelli libri e musica (presso il Centro Commerciale Forum), Libreria Nike (Via Marchese Ugo), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour di fronte La Feltrinelli), Libreria Nuova Ipsa (Piazza Leoni)