martedì 14 marzo 2023

Luigi Natoli e la tragica fine di Caterina La Grua, baronessa di Carini. Tratto da: La baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue.

Appena il barone fu solo, cinse la spada, infilò i guanti di cuoio, tolse un mantello ampio e grave, il cappello e chiamò: 
- Il mio cavallo e quattro uomini montati.
Il lacchè sgranò gli occhi per la maraviglia; dove il signor barone voleva andare a mezzanotte, con quella scorta armata? Trasmise l’ordine; tosto nel palazzo silenzioso si intese uno strepito d’arme, un rumore di sproni per la scala, per l’atrio.
Poco dopo cinque cavalli facevano risonare la via silenziosa del loro trotto serrato, alla luce rossa di una fiaccola recata in mano da uno dei servi.
Parevano a quel fosco e sanguigno chiarore cinque fantasmi, usciti dal regno della morte per far vendetta di un misfatto.
Ella correva dietro al suo sogno, cercandolo tra le nubi dorate che erravano nel cielo; quando un frequente scalpitare di cavalli distolse gli occhi suoi.
Guardò giù nel piano; un gruppo di cavalieri che ella non distingueva ancor bene, saliva già la collina; uno di essi andava innanzi, incitava il cavallo, come per infondergli lena; il cavallo incurvava la nobile testa sul petto fumante, ed allungava il passo su lo scosceso sentiero che serpeggiava fra le rupi.
Donna Caterina guardava con sospettosa curiosità; chi potevano essere quei cavalieri? E quale urgenza li pungeva? E che venivano a cercare nel castello? Quando furono più vicini, il cavaliere che andava innanzi levò la testa in su. Donna Caterina trasalì; un fremito ghiacciato serpeggiò per le vene; le gambe le tremarono; stette come inchiodata dal terrore nel balcone.
Aveva riconosciuto suo padre...
I cavalli erano arrivati su la spianata; il signor barone, veduta la figliuola, aveva cacciato gli sproni nei fianchi del cavallo, levando il pugno minaccioso verso di lei. ella vide i cinque cavalieri svoltare l’angolo, e poco dopo sentì risonare i ferri sul selciato della corte. Allora fece uno sforzo, entrò nella sala, e si appoggiò alla spalliera di un seggiolone: in quel momento la porta si aprì con fracasso; il barone don Vincenzo, seguito da un bravaccio, balzò nella sala come l’avvoltoio su la colomba.
Si fermò innanzi alla figliuola, incrociando fieramente le braccia sul petto, e guardandola quasi per scoprire sul suo volto le tracce degli ultimi baci peccaminosi.
Ella tremava, pallida, atterrita, non osando levare gli occhi su quelli del padre, sul cui aspetto aveva letto chiaramente la sua condanna.
Stettero un minuto così, in silenzio, l’uno di faccia all’altra; il bravo, bieco e triste, se ne stava aspettando, su la soglia dell’uscio. Donna Caterina si sentiva venir meno; perché la sala non sprofondava, inghiottendola? Perché non moriva ella in quel punto, per sottrarsi alla vergogna, alla collera, al castigo?
Ah, ella lo sapeva bene, lo sentiva dentro di sé, perché era venuto il padre, ma furono quelle le parole che le vennero su le labbra, ed ella le disse forse per nascondersi la spaventevole risposta che le agghiacciava l’anima. E ripetè, senza sapere quello che si dicesse, fuori di sé:
- Perché siete venuto, signor padre?
- Sono venuto per ammazzarvi! – rispose il barone cupamente, e sguainò la spada.
Ella sentì lo stridore della lama uscente dalla guaina e un brivido gelato le corse per le vene: si buttò in ginocchio, giungendo le mani con una espressione disperata di preghiera e di dolore. Una rapida visione le passò innanzi agli occhi, la visione del peccato; morire senza un ultimo conforto, senza il conforto di Dio? Si risovvenne delle parole di frate Arcangelo, del tempo trascorso senza pregare, della chiesa fatta per lei un ritrovo d’amore, dello scandalo seminato, dell’infamia che pesava sopra di lei, della dannazione dell’anima... Una spaventevole visione infernale! Voleva farla morir così? Voleva dannarla a una disperazione eterna? Senza fine? Senza tempo?
- Signor padre!... – supplicò – signor padre, lasciatemi dunque confessare.
- Confessarti? – stridette con un sogghigno feroce il barone – confessarti?... domandi un confessore? E per quanti mesi non hai avuto bisogno di confessarti? Di’!
Le si accostò, sollevandole ruvidamente la testa e piantandole gli occhi negli occhi.
- Dillo! Quanti mesi sono che trascini il mio nome nel fango? Che ti abbandoni negli abbracci impuri di un mio nemico? Che insozzi la casa mia, che non conosce infamia?
Ella si coperse il volto con le mani:
- Oh abbiate pietà di me, abbiate pietà... Esterrefatta, disperata, non sapendo a qual partito appigliarsi, donna Caterina balzò in piedi, fuggendo verso le stanze. Il signor don Vincenzo le si slanciò dietro, bestemmiando, ella fuggiva verso la sua cameretta...


Luigi Natoli: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue. 
Raccolta di storie e leggende trascritte dal volume originale Storie e leggende, pubblicato in Palermo dalla casa editrice Pedone Lauriel nel 1892. Alla raccolta è stata aggiunta la novella "La signora di Carini" pubblicata nel Giornale di Sicilia nel 1910 con pseudonimo di Maurus, "Un poemetto siciliano del secolo XVI" estratto dagli Atti della reale accademia di scienze, lettere ed arti di Palermo (serie III - vol. IX - Palermo 1910) e "Storia della Baronessa di Carini (sec XVI) estratto da "Musa siciliana" con note dell'autore - Casa editrice Caddeo 1922. Il volume raccoglie quindi, a parte le altre leggende su famosi "casi" siciliani, tutto quanto Luigi Natoli scrisse sul famoso "caso" della Baronessa di Carini.
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Pagine 310 – Prezzo di copertina € 21,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia). Puoi contattarci alla mail ibuonicugini@libero.it, al whatsapp 3894697296 o al cell. 3457416697.
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria. 

Luigi Natoli e la triste fine di donna Aldonza Santapau, baronessa di Militello. Tratto da La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue.

Fra i giardini si allungava il sentiero bianchiccio, in fondo al quale si alzava la chiesa di Sant’Antonio, col suo campanile acuminato, che sorgeva dolcemente fra gli alberi sonnecchianti.
Era la chiesa dove egli, Antonio Barresi, era andato a sposare donna Aldonza; ed era là che ogni mattina andavano a sentir messa. Placida e chiara chiesuola, dove le labbra delicate di donna Aldonza avevano per la prima volta strette quelle del marito desideroso. Oh, qual folla di ricordi e di sentimenti non si riversò nell’animo di lui, in quel momento, contemplando la lontana chiesuola, silenziosa e tranquilla nella pace di quella notte luminosa!... Strinse la testa fra le mani, mentre ruggivagli la passione nel cuore. Ah, quelle notti d’amore, al chiaro della luna che penetrava nella camera del castello, come un fascio d’argento! Ella, tutta bianca, sotto il mite splendore della luna, coi capelli spioventi sulle spalle, sorridente, affascinatrice dritta in mezzo alla camera, attendeva il marito... Il signor Antonio la rivedeva così; e mentre la memoria gli dipingeva il passato vivamente, egli stringevasi le mani disperatamente; ed ululava il dolore cupamente dentro l’anima sua, come lupo affamato nelle notti invernali. 
Abbandonò la finestra, preso da un subitaneo impeto di odio per quel paesaggio così tranquillo, mentre gli dibattevasi nella tempesta della gelosia; con passi concitati, sospinto da una bramosia di sangue che lo accecava, uscito dalla stanza, attraversò un corridoio e aperse un uscio che vi era in fondo; ma si fermò sulla soglia. Dalla finestra penetrava un quadrato di luce tenera sul pavimento verdognolo: e in mezzo a quella luce, dritta e bianca donna Aldonza, con le mani abbandonate sul grembo, stava contemplando il paesaggio; stava così, come l’aveva veduta egli nei giorni della felicità. 
Ella era così assorta, che non sentì l’entrar del marito, e il signor Antonio non si muoveva, assorbito com’era da quella visione che lo riconduceva ai suoi giorni di gioia e d’amore. Un nodo di pianto gli saliva alla gola e lo soffocava; tremò di commuoversi; volle vincere sé stesso, volle dimenticare quel passato per non vedere che la miseria presente; ma nello sforzo un singhiozzo ruppe dal suo petto. 
Donna Aldonza trasalì spaventata, voltossi, e visto il marito così sconvolto, rimase pallida e senza moto, né seppe profferire parola. 
Stettero entrambi in silenzio nella camera illuminata dai riflessi, che s’irradiavano dal quadrato di luce descritto dalla luna sul pavimento: nella quasi oscurità il letto appariva di una bianchezza dubia e velata; qua e là gli smalti delle maioliche e le dorature di un mobile mandavano dei tenui lampi di luce; e in mezzo alla camera immobili, silenziosi, donna Aldonza e il signor Antonio si guardavano: ella tutta inondata di luce, egli immerso nell’ombra, ma gli sfolgoreggiavano di ira, di amore, di gelosia gli occhi e l’acciaio delle armi. 
Finalmente ella disse: 
- Che è dunque tutto questo che accade, signore?
Egli, al suono di quella voce, si riscosse; le visioni del passato sparvero come fiammelle spente a un tratto da un soffio di vento: fece uno sforzo sopra di sé, diede alla sua voce una calma terribile, e rispose:
- A che cosa pensavate voi, per non sentire che io ero entrato?
- Non capisco, don Antonio.
- Vi piace il chiaro di luna?... Vi ricordate quando, le sere di estate, andavamo a sederci nella grotta della cisterna? È un pezzo, donna Aldonza, che non facciamo una di queste passeggiate. Venite, non vedete come è bella la serata, e come splende la luna?... Venite: qui io ardo, e le tempia mi scoppiano... Ah dell’aria, dell’aria!...
La prendeva per un braccio, stringendola convulsamente; ella lo guardava spaventata, cedendo senza volerlo, mentre egli la trascinava via dalla camera.
- Prendetevi il velo, donna Aldonza;... la vostra salute è così preziosa... Se voi vi ammalaste, come farei io?
Ella si coperse, resa stupida da un terrore ignoto, e uscì col marito. attraversarono i corridoi in silenzio, scesero le scale, giù nel vestibolo sonnecchiavano due schiavi alti e robusti, due saraceni dal nero volto bieco e feroce. Egli li svegliò e si fece seguire. 
La grotta della cisterna era scavata nel masso, giù sotto una delle ali del castello, umida e fresca. Nel mezzo era una cisterna, sormontata da una forca di ferro che sosteneva la carrucola. 
Appena entrato nella grotta, il soffio dell’aria fredda percosse donna Aldonza, si che un brividore la fece tremare. Il magnifico signore sorrise sinistramente...


Luigi Natoli: – La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue. Raccolta di leggende trascritte dal volume originale Storie e leggende, pubblicato in Palermo dalla casa editrice Pedone Lauriel nel 1892. Alla raccolta è stata aggiunta la novella "La signora di Carini" pubblicata nel Giornale di Sicilia nel 1910 con pseudonimo di Maurus, "Un poemetto siciliano del secolo XVI" estratto dagli Atti della reale accademia di scienze, lettere ed arti di Palermo (serie III - vol. IX - Palermo 1910) e "Storia della Baronessa di Carini (sec XVI) estratto da "Musa siciliana" con note dell'autore - Casa editrice Caddeo 1922. Il volume raccoglie quindi, a parte le altre leggende su famosi "casi" siciliani, tutto quanto Luigi Natoli scrisse sul famoso "caso" della Baronessa di Carini.
Copertina di Niccolò Pizzorno 
Pagine 310 – Prezzo di copertina € 21,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia). Puoi contattarci alla mail ibuonicugini@libero.it, al cell. 3457416697 o al whatsapp 3894697296.
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria. 

Luigi Natoli e la tragica fine della baronessa di Mongellino. Tratto da: La baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue.

La torre era alta, quadrata, solidamente sbarrata per di dentro; dalle finestre, dalle feritoie, dai merli, gli algozini cominciarono a tirare sugli assalitori coi pochi archibugi che possedevano. Gli scrivani, inesperti al maneggio delle armi gittavan dall’alto sedie, banchi, tegoli, tutto ciò che capitava nelle loro mani: il barone di Mongellino, costernato, cercava di ammansare gli assalitori, predicando dalle finestre, che egli era il rappresentante dell’Imperatore; ma la ciurmaglia, inferocita dalla resistenza, esasperata dalle percosse, copriva la voce del Capitano con urli e imprecazioni. Qua e là rosseggiavano intanto le vesti e le armi per le ferite; Giorgio Comito aveva ricevuto un sasso sulla fronte, e così lordo di sangue come era, gridava ai suoi:
- Ma che ci fate costì, con le mani tra le brache? Sfondatemi quella porta, vigliacchi! Che vi fareste ammazzare come galline!
Allora i colpi di scure risuonarono più spessi e più vigorosi su la porta; e dall’alto la pioggia rinfittì, ma per poco; i difensori non avevano più munizioni; cedevano; la masnada di Giorgio Comito si accorse che la difesa cessava, e levò un urlo di gioia feroce. Alcuni trovato un trave, con quello percossero sì vigorosamente la porta, che tutta la torre ne tremò. Al secondo colpo i gangheri si staccarono; al terzo le pesanti imposte, fracassate, precipitarono con orribile fragore.
Il signor Gerolamo, con la spada in pugno, pallido ed esterrefatto stava nella sala fra alcuni algozini. Gli scrivani s’erano appiattati qua e là; alcuni avevano tentato di fuggire dalle finestre, buttandosi da grande altezza. La baronessa accanto al marito, bianca ma, aveva sentito il rimbombo dei colpi di trave, e indovinato tutto. A ogni colpo sentiva stringersi il cuore in una morsa ghiacciata; poi sentì il fracasso della porta caduta, il grido di gioia feroce degli assalitori, il tumultuoso montare per la scala.
Quattro o cinque ceffi si presentarono all’ingresso della sala, armati di picche e spade. Allora il barone, voltosi agli algoziri e ad Antonio Margeri, che gli stava a lato, gridò:
- Se s’ha a morire, almeno vendichiamoci!...
E si precipitò innanzi, roteando la spada, e stornando i colpi che gli assalitori vibravano. Ma dalla scala montavano e montavano ancora altri e più inferociti, spingendo quelli che c’erano avanti; due o tre caddero feriti mortalmente dal signor Gerolamo; un algoziro cadde con la fronte spaccata; in breve la stanza fu piena di uomini, il pavimento rigato di sangue e sparso di armi; scoppiò qualche colpo d’archibuso; la stanza s’empì di fumo.
In mezzo all’urto delle armi, tra il disperato difendersi e il feroce assalire, tra i rantoli dei feriti e le bestemmie dei combattenti, la baronessa di Mongellino, bianca e serena, con una spada in mano, cercava di parare i colpi al marito.
Giorgio Comito si fece innanzi, gittandosi come una belva addosso al barone; le due spade scintillarono, guizzarono, sibilarono; Giorgio Comito con una mossa abilissima disarmò il barone; questi mandò un grido di rabbia, quegli un grido di gioia, ed allungò una stoccata.
Molte lame nel punto stesso balenarono contro il petto del barone di Mongellino; ma nel vibrare non i muscoli forti dell’uomo incontrarono, ma il seno molle e cedevole della signora baronessa.
Ratta come il pensiero, visto il pericolo del marito, ella si era gittata fra lui e le spade; e, squarciato il petto da cento ferite, cadde ai piedi di don Gerolamo, e le bianche vesti rosseggiarono di sangue.
E quando la folla abbandonò la torre non più difesa, tra i cadaveri orrendamente mutilati, giaceva bianca e bella la baronessa di Mongellino; e anche nella morte ella pareva volesse difendere con le braccia sanguinose il cadavere del marito....


Luigi Natoli: La baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue. Raccolta di leggende trascritte dal volume originale Storie e leggende, pubblicato in Palermo dalla casa editrice Pedone Lauriel nel 1892. Alla raccolta è stata aggiunta la novella "La signora di Carini" pubblicata nel Giornale di Sicilia nel 1910 con pseudonimo di Maurus, "Un poemetto siciliano del secolo XVI" estratto dagli Atti della reale accademia di scienze, lettere ed arti di Palermo (serie III - vol. IX - Palermo 1910) e "Storia della Baronessa di Carini (sec XVI) estratto da "Musa siciliana" con note dell'autore - Casa editrice Caddeo 1922. Il volume raccoglie quindi, a parte le altre leggende su famosi "casi" siciliani, tutto quanto Luigi Natoli scrisse sul famoso "caso" della Baronessa di Carini.
Copertina di Niccolò Pizzorno - Prezzo di copertina € 21,00
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria. 

martedì 7 marzo 2023

Luigi Natoli: Il Tiraz. Tratto da: Gli ultimi saraceni. Romanzo storico siciliano

Dalle finestre della Torre Pisana, di dietro le gelosie di legno finamente intagliato assistevano al duello le donne del tiraz e le schiave di palazzo. La più parte erano musulmane di fede, ma non tutte di razza araba; ve ne erano berbere, brune, dai lineamenti regolari, gli occhi grandi, le labbra tumide; i corpi agili e vibranti; ve ne erano sirie, dal volto pallido, grassoccio, molli; arabe simili alla gazzelle delle oasi; greche delle isole, rosee, carnose, dai grandi occhi cilestri e dai capelli biondi, insolenti e cupide; ve ne eran molte delle coste della Dalmazia o dell'Epiro: slave dai capelli neri e copiosi, dai grandi occhi pieni di sogni; ve ne erano di Sicilia, nate da razza indigena, da lungo tempo passate all’islavismo, e confuse per la fede e pei nomi e le costumanze adottate, con gli antichi dominatori; o discendenti da tali venuti d’Oriente col primo conquisto musulmano, naturalizzati in Sicilia; figlie le une e le altre di prigionieri ridotti in schiavitù, o venduti nei mercati. Ve n’eran parecchie “franche” come eran dette in generale quelle di razza latina o germanica, di fede cristiana, predate da legni corsari talvolta nelle stesse spiagge dell’isola e portate in 
Oriente o in Tunisi; o offerte da parenti medesimi
Vivevan tutte nel palazzo regio; quali addette ai servigi della regina, e non era­no le più belle nè le più giovani; quali al tiraz, alle culture cioè dei bachi e alla fabbrica dei drappi serici, comuni o ricamati, di cui la corte aveva quello che oggi si di­rebbe il monopolio. Queste erano le più giovani e le più belle. Le sceglieva il re stesso.
Venivano spesso mercantanti dall’Oriente e da Tunisi a vendere le fanciulle pre­date o vendute dai genitori; il gran Camerario, che amministrava il palazzo regio le esaminava, ne faceva una scelta, e le sottoponeva all'approvazione del re, che trasceglieva quelle che gli facevano mag­gior simpatia. 
Guglielmo era un buon conoscitore di donne: rassomigliava da questo lato al pa­dre, il re Ruggero, che aveva subito il fasci­no della vita voluttuosa dei musulmani, e non contento delle quattro mogli prese suc­cessivamente, s'era fatto un harem, sfidan­do i rimproveri, gli scrupoli e l'orrore del clero
Guglielmo in questo aveva superato il padre, il re Ruggiero di cui aveva subito il fascino in altre qualità dello spirito. Nell'avarizia, per esempio, e nella ferocia dei castighi. Gli restava di gran lunga inferiore nell'attività maravigliosa, nel fine senso politico, nella opportuna e sapiente prudenza e nella magnanimità, quando era necessaria: qualità che avevan fatto di lui il più grande monarca e statista del suo tempo. Guglielmo ama­va troppo la voluttà, per aver tempo di oc­cuparsi dello Stato. Per lui c'era Majone. 
Un vero esercito di eunuchi bianchi e neri gli custodiva quel regno. Ve n’erano grassi, obesi, giallicci, coi capelli lisci sui volti sbarbati e rugosi; ma ve n’erano robusti e fieri. Nessuno poteva varcarne le soglie fuor che il re. La torre posta a una estremità non aveva che un ingresso, giù nella corte, custodito da guardie musulmane: aveva un passaggio interno pel quale dalla Gioaria si poteva entrare nelle stanze delle donne. 
Re Guglielmo faceva in quei giorni allestire un suo castello in un parco, oltre l’Ain Abu Sind, volgarmente detto Ain Sind (3), sorgente d’acqua, che scaturiva e scaturisce ancora da grotte. Il castello era quasi compiuto, e vi attendevano soltanto i mosaicisti, che ne decoravano bellamente le pareti e il pavimento dell’atrio. Quel castello era serbato ad accogliere l’harem, come in luogo più riposto, lontano dai rumori cittadini, circondato di boschi, rallegrato di palmizi e di laghetti, come quello della Favara, posto all’altra sponda dell’Oreto, o come allora si chiamava del Wadi Ab bas, o come quello di Menani posto a mezza strada fra la città e il villaggio di Baida. Quel nuovo castello doveva vincere gli altri per grandezza e magnificenza di stanze e per bellezza di sito. Guglielmo vi profondeva tesori; e Majone glieli trovava: ma intanto circondava di guardie la torre e la chiudeva agli occhi dei profani, coprendo le finestre di gelosie di legno intagliato delicatamente all’uso di Egitto. 
Durante il giudizio di Dio quello stormo di passere s’erano addossate alle gelosie, arrampicandosi sopra gli sgabelli, sopra i cuscini. Tutti i buchi degli intagli e dei frastagli si animavano di pupille sfolgoranti che seguivano con interesse e curiosità infantile le vicende del duello. Anche fra le donne dell’harem s’erano formate due parti: quella di Silvestro e quella di Orsello: se non che non era la politica che le divideva: ma la simpatia per l’uno o per l’altro.


Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1100, al tempo di Guglielmo I e Majone da Bari. 
L'opera è la ricostruzione del romanzo originale pubblicato unicamente a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 05 agosto 1911 e raccolto per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori. 
Pagine 719 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
(consegna a mezzo corriere in tutta Italia). Contattaci alla mail ibuonicugini@libero.it, al whatsapp 3894697296 o al cell. 3457416697
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria. 

Luigi Natoli: Palermo nel 1159. Tratto da: Gli ultimi saraceni. Romanzo storico siciliano

 
È necessario indugiarsi un poco, per la intelligenza degli avvenimenti su particolari topografici; giacchè difficilmente ci si può formare un’idea di quel che fosse la parte superiore della città di Palermo nel secolo XII, occupata oggi da Villa Bonanno, dallo stereobato del palazzo reale, dalle caserme, dalla Prefettura e dal Seminario Arcivescovile. Allora formava un quartiere distinto dal resto della città, e chiuso da mura, che da una parte dominavano la palude del Papireto, e girando dietro al castello regio, piegando a mezzodì, scendevano lungo il Kemonia, fino all’altezza della Caserma della Trinità o Distretto Militare, donde, piegando nuovamente in linea quasi retta, correvano fino al Papireto, passando dinanzi al Campanile del Duomo, che probabilmente era una delle torri che munivano queste mura. 
Il vasto recinto si chiamava con voce greca Galca: era sparso di chiese, percorso di strade, rallegrato di vigne e di giardini. Dalla Torre Pisana si partivano due stra­de, una percorreva presso a poco lo stesso asse della moderna via Vittorio Emanuele, e si chiamava As Simat, la fila, o latiniz­zando questo nome, la Semità del Cassaro. Tagliava in due dall'alto in basso la Galca, e, per una porta, si congiungeva al resto della Simat o ruga marmorea, che attraversava la città antica, in linea quasi letta, ed è oggi la via Vittorio Emanuele, l'altra strada percorreva invece la linea delle mura occi­dentali e settentrionali, passava dinanzi la chiesetta della Maddalena, ancor esistente dentro la Caserma dei carabinieri, la chiesa di S. Paolo, e scendeva giù, fino alla torre del Campanile del Duomo, passava dietro la cappella dell'Incoronazione, e finiva in una altra strada che si arrestava alla porta di S. Agata nel fiume del Papireto, o, arabicamente wadi, donde Guidda. Questa strada si chiamava Ruga magna Coperta, perchè era in fondo un lungo por­tico, murato da una parte, e illuminato da ampie finestre. 
Due altre strade principali tagliavano la Semita, la ruga del Pissoto, o ruga Mag­giore che passava tra l'edificio dell'Aula regia e la chiesa di S. Costantino, (che an­cora sorvive presso a poco nell'antico sito), e si prolunga fra la caserma dei carabi­nieri e la caserma S. Giacomo ora Calatafimi; e la ruga di S. Nicolò dei Poveri, che costeggiava gli edifici romani, di cui si son trovate le vestigia, e passava tra la Prefet­tura e il Seminario arcivescovile, dove prendeva il nome di Ruga di S. Barbara. Questa strada, ora chiusa da un cancello, è ancora visibile. 
Oltre gli edifici ricordati via via, e le chiese nominate, v'eran altre chiese nella Galca; v'era la chiesa di S. Maria dell'Itria, forse tra la Torre Rossa e S. Costantino; la chiesa di S. Maria la Mazara e quella di S. Giacomo, nell'area della caserma Calatafimi; la chiesa di S. Barbara Soprana, e più giù quella di S. Teodoro, con un o­spizio, e un bello e vasto viridario o giar­dino. Queste due chiese sparirono con la fabbrica del nuovo arcivescovato e del se­minario tridentino. Un'altra strada princi­pale, infine, quasi parallela alla Semita del Cassaro, correva lungo le mura meridio­nali; e poichè essa dominava il burrone del Kemonia, ed era, per così dire, una specie di lungo terrazzo o boulevard, prendeva nome di Sera, che in arabo significa ap­punto strada sulle mura o terrazzo o bou­levard. Questo Sera prendeva vari nomi, secondo gli edifici che costeggiava. Nella Galca, si chiamava Sera di S. Costantino. Oltre la Galca, correndo via per le antiche muraglie della città antica si chiamava successivamente Sera della Casa del Saraceno, Sera della porta di Sudan, Sera della casa del conte di Marsico, Sera delle case di Martorano. 
Sbozzata così la topografia della Galca, riesce più facile immaginare dove e quanto fosse ampia la piazza nella quale si era raccolta la folla, per assistere alla pubblica decisione di una lite giuridica, per la qua­le, non essendovi altri elementi di prova, le due parti invocavano l'intervento della volontà divina, con una di quelle forme giudiziali in uso tra i franchi e introdotte dai principi normanni nella legislazione si­ciliana: il giudizio di Dio.

Luigi Natoli: Gli ultimi saraceni. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1100, al tempo di Guglielmo I e Majone da Bari. 
L'opera è la ricostruzione del romanzo originale pubblicato unicamente a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal 05 agosto 1911 e raccolto per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori. 
Pagine 719 - Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it 
(consegna a mezzo corriere in tutta Italia). Contattaci alla mail ibuonicugini@libero.it, al whatsapp 3894697296 o al cell. 3457416697
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lunedì 6 marzo 2023

Luigi Natoli: Il professore Benoist. Tratto da: Alla guerra! Romanzo storico

La notte era tiepida e limpida; una notte d’agosto, col cielo disseminato di stelle lucenti. La strada illuminata dalle lampade, dai fasci di luce che uscivano dai caffè, si dilungava fino all’angolo dell’avenue de Wagram, dalla quale si distinguevano, precisi, chiari, sotto la luce delle grandi lampade, gli alberi allineati. Per la strada era il via vai faticoso della gente; un trascorrere di carrozze, di automobili, di biciclette; un formicolìo di persone; il rumore confuso delle ruote, delle cornette, dei motori; le grida degli strilloni, il brusìo indistinto e multivoco dei passanti, notteggiavano fra i muri della strada. Ma su, oltre i tetti, ove finiva il travaglio umano, quale pace infinita e misteriosa, nei cieli luminosi!...
Benoist aveva guardato la strada, seguito la folla, sollevato lo sguardo in alto: qualche cosa gli agitava il petto; sentiva la vicinanza di Bianca, e provava una sofferenza oscura, un piacere doloroso, dei bisogni spirituali, delle aspirazioni vaghe e infinite come quel cielo che gli si stendeva sul capo.
Bianca lo esaminava, mentre egli guardava il cielo. Benoist aveva la linea della fronte pura e nobile; e nel volto quella pensosità un po’ malinconica, che è il sigillo imposto dalla consuetudine di una intensa vita spirituale. In quella raffazzonatura dell’abbigliamento era un po’ goffo e impacciato, come un provinciale venuto di fresco, e che non abituato ancora a vestire un abito nero, lo indossi per la prima volta; ma il ridicolo di questa goffaggine non saliva oltre il colletto.
Per l’abitudine che egli aveva contratto di passarsi la mano su la fronte, aveva un po’ scompigliato la pettinatura odiosa con la quale il parrucchiere aveva creduto di farlo più bello; i suoi capelli, pur serbando una certa divisione, avevano un disordine che restituiva all’espressione generale del volto un po’ del suo primo carattere.
Per un po’ rimasero in silenzio: Bianca aspettava che Benoist le dicesse qualche cosa: Benoist aveva il pensiero pieno di idee e di espressioni tumultuose; ma la sua bocca rimaneva chiusa, la parola mentale pareva si arrestasse nelle radici della lingua.
- Come mai, – domandò Bianca a un tratto, per rompere il silenzio; e anche per ubbidire a un’idea che l’aveva perseguitata da parecchi giorni; – come mai voi, che avevate tanto orrore per la guerra, ne siete diventato ora un partigiano?
Benoist la guardò non senza provare una certa amarezza per quella domanda, così lontana, così estranea alle idee che gli turbinavano nel capo: nondimeno respirò: quella domanda rompeva il silenzio.
- No, madamigella, – disse dolcemente; – io ho sempre lo stesso orrore per la guerra; io ho sempre sognato e sogno un patto di fratellanza fra tutti gli uomini; la grande famiglia umana affratellata dalla scienza e dal lavoro; due cose che non conoscono confini… È un bel sogno, che si avvererà, deve avverarsi; dobbiamo anzi affrettarne la sua traduzione in realtà… Ma bisognerebbe rendere impossibile ogni violenza… E non son diventato partigiano della guerra, no; ma nessuno può consentire che sia violato il diritto alla esistenza!... La Francia patisce la più bestiale sopraffazione: essa è aggredita, unicamente per essere assoggettata e sfruttata dal capitalismo tedesco, che si è impadronito dell’esercito… Il capitalismo tedesco ha bisogno della ricchezza francese, per non perire. La sua è una aggressione brigantesca, dissimile soltanto nelle proporzioni da quelle che compivano i banditi leggendari sulle strade maestre!... Difendersi non è soltanto un diritto, ma è più, un dovere! Nessuno può sottrarsi al dovere di difendere la terra, la casa, il lavoro, la libertà dei propri concittadini… Non è questa che combattiamo noi, e della quale io riconosco il santo dovere, una guerra per gli interessi di una dinastia o di una classe: è guerra di difesa di tutta la nostra storia passata e avvenire; è la nostra difesa dei due diritti fondamentali, il diritto di vivere e il diritto di esser liberi…
La sua voce era a poco a poco divenuta più sonora e più calda; e i suoi occhi si illuminavano. Bianca però non si diede vinta, scosse il capo, e mormorò:
- È vero; ma quanto sangue, e quanti cuori spezzati!...
V’era un tremito nella sua parola, l’angoscia paurosa di una sciagura imminente e immancabile.



Luigi Natoli: Alla guerra! Romanzo storico. 
L'opera è la ricostruzione del romanzo originale pubblicato unicamente a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914/15 e raccolte per la prima volta in unico volume nel 2014, esattamente cento anni dopo, ad opera de I Buoni Cugini editori.
Prezzo di copertina € 31,00 - pagine 950
Copertina e illustrazioni di Niccolò Pizzorno. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia) Contattaci alla mail ibuonicugini@libero.it, al whatsapp 3894697296 o al cell. 3457416697.
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria. 

Luigi Natoli: Alla guerra! grande romanzo storico ambientato nella Francia della prima guerra mondiale.

Alla guerra!... è il romanzo storico di Luigi Natoli, che nasce come romanzo di appendice del Giornale di Sicilia, pubblicato in 204 puntate dal 19 ottobre 1914 e che dopo cento anni, in occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale, è pubblicato per la prima volta in unico volume (ben 950 pagine) da I Buoni Cugini Editori, con la copertina e le illustrazioni di Niccolò Pizzorno.
A differenza di tutti gli altri romanzi del grande scrittore e storiografo palermitano, Alla guerra! è ambientato nel Belgio e nella Francia del luglio 1914, improvvisamente invasi dal Kaiser Guglielmo II, la cui libertà è difesa dai giovani soldati che lasciano la loro vita per il proprio paese e che mettono al di sopra di tutto il motto: "Più in alto delle nostre vite c’è la Francia e il nostro onore!...".
In questo grande romanzo, l'autore descrive in modo quasi vissuto gli orrori della guerra, visti dagli occhi dei soldati, dei civili e soprattutto delle donne, spesso violate e uccise dai soldati tedeschi: "Nessun soldato aveva sofferto la più lieve punizione pei ladronecci, per gli incendi, per gli stupri, per gli assassini, per tutte le barbarie, per tutte le ferocie commesse, che disonoravano non solo la Germania ma l’uomo". 
Le scene orribili, le stragi, sono menzionate con estrema poesia, in un linguaggio attuale più che mai; la morte, vissuta attimo per attimo, l'amore per la famiglia, per la madre lontana, "regnano" in tutto il romanzo. "Tramontava. Un tramonto triste, fosco nel quale le nebbie rosseggiavano, e qualche raggio di sole che rompeva le nubi, pareva uno zampillo di sangue. Il sangue della Francia che gemeva ancora sotto l'immane guerra".
Nel terribile quadro della prima guerra mondiale dipinto da Luigi Natoli, vivono i protagonisti della storia: Guy e la sorella Bianca Vandois, il professore Benoist e il suo cinico amico dal cuore d'oro Michaud: "Appunto, madamigella, le più grandi consolazioni che m'ha dato la famiglia sono state queste, di non averla avuta mai!", il tedesco Fritz Wherther; intorno a loro la sofferenza e la morte dei tanti giovani che per la Francia sacrificarono la loro vita. Inizia con una marcia notturna:
"La pattuglia precedeva di circa cento metri la compagnia d’avanguardia della colonna uscita da Givet; aveva oltrepassato Notre Dame, valicato l’Huille e percorreva lo stradale, diretta a Rochefort. Era una notte senza stelle. Le nubi coprivano il cielo; nubi grigie, quasi nere, pesanti, dalle quali ogni tanto qualche goccia cadeva sul volto dei soldati. Per un pezzo marciarono in silenzio, coi fucili capovolti, infilati al braccio per la cinghia, o tenuti su la spalla per la canna. Di tanto in tanto bisbigliavano fra loro. Quando furon lontani dalle case, uno di essi cominciò a canticchiare qualche aria popolare del suo paese nativo; un dolce e tenero sospiro d’amore; forse eco inconsapevole di memorie e ricordi, che gli si ridestavano e affollavano nell’anima vagante verso una casa lontana, fra un gruppo di olmi e di ontani, in una campagna verde e soleggiata. E intanto i piedi andavano al ritmo del passo, appesantito dallo zaino ricolmo, per una strada ignota."
L'estrema nitidezza della lettura, dalla quale traspare la commozione dell'autore, mette in evidenza i dolorosi momenti vissuti dai soldati francesi e dalle loro famiglie, come la partenza per la guerra dalla stazione di Parigi: "Erano sicuri tutti di ritornare; andavano alla guerra, per prepararsi a quelle nozze con l’immaginaria Coletta: ma forse ognuno aveva la sua Coletta nel villaggio nativo, o al sesto piano del grande casamento del sobborgo; se non che tutte diventavano un’amante sola, che non piangeva, poiché s’andava a combattere contro i tedeschi, per la terra di Francia. A ogni strofa, seguiva uno scoppio di evviva, di urla, di risa, di motti, che pareva lo scatenarsi di una gioconda tempesta; e sopraffaceva, stordiva le anime dolenti; talvolta grida, risa, canti confondendosi, empivano la tettoia, mescolandosi al soffio delle macchine sotto pressione. Al segno della partenza gli addii si moltiplicarono; le mani stese dagli sportelli strinsero le mani che si porgevano dal marciapiede; alcuni si aggrappavano sui predellini per dare un ultimo bacio o un’ultima raccomandazione; delle mani commosse inviavano e si scambiavano baci, sventolavano fazzoletti; poi mentre il treno si muoveva lentamente, una voce vincendo la commozione gridò: Viva la Francia!"


Luigi Natoli: Alla guerra! Romanzo storico "contemporaneo"
L'opera è la ricostruzione del romanzo pubblicato unicamente a puntate in appendice al Giornale di Sicilia nel 1914/15 e raccolte per la prima volta in unico volume ad opera de I Buoni Cugini editori. 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia). Contattaci alla mail ibuonicugini@libero.it o al whatsapp 3894697296.
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria. 

mercoledì 8 febbraio 2023

Luigi Natoli: Quei due cadetti indossavano una bella uniforme turchina gallonata d'argento... Tratto da: Braccio di ferro avventure di un carbonaro. Romanzo storico siciliano.

Quel giorno sebben festivo, non era uno di quelli assegnati per la visita, e Tullio doveva contentarsi di veder la sua Rosalia da lontano, scambiar con lei qualche sorriso, qualche gesto furtivo, e dirsi con gli occhi tutte le parole tenere che le bocche non potevan pronunziare. La gente, che aspettava la processione, non gli badava: qualche amico passando, e dato uno sguardo, barattava una parola, salutava, e tirava innanzi per non essere di troppo; ma due cadetti di cavalleria, che si eran già fermati anch’essi in quei paraggi a poca distanza da Tullio, e avevan sorpreso qualche segno telegrafico delle dita, cominciarono fra loro a ridere e a far delle smorfie canzonatorie, che fecero più volte aggrondar le sopracciglia e arrossir Tullio per la stizza.
Erano allora i cadetti giovani di famiglie civili o signorili, che entravano volontari nella milizia per far carriera. Non eran semplici soldati, ma non eran neppure ufficiali, qualche cosa come gli allievi delle nostre accademie militari. Vagheggini, eleganti, approfittavano della loro condizione privilegiata, ed erano spesso insolenti, prepotenti e rissosi.
Quei due cadetti indossavano una bella uniforme turchina gallonata d’argento, con le piccole falde rivoltate indietro ad angolo, coi calzoni di pelle bianca aderenti alla coscia, e gli stivali alla scudiera lucidi come specchi. Stavano piantati con le gambe larghe, la sinistra sull’elsa della sciabola, l’alto kepy di cuoio, largo di fondo, e stretto di testa, calato sull’orecchio destro, con un’aria brava, provocante, che cominciava a far fremere Tullio Spada, e a mettergli nelle mani un tal pizzicore, che egli dovea fare uno sforzo per raffrenare i suoi nervi, e non farne qualcuna delle sue. Soprattutto lo forzava alla prudenza, il timore di spaventar Rosalia.
Ma i due cadetti, presero quella prudenza per paura, e divenuti più coraggiosi ed insolenti, si avvicinarono ancor più a Tullio, sghignazzando. Anzi, uno di essi alzati gli occhi al balcone di Rosalia, spinse la sua sguaiataggine sino al punto di rifare un gesto del giovane.
Non ci volle altro.
Senza dire una parola, serrando le mascelle, ma con certi occhi che schizzavan vampe, Tullio Spada, si avvicinò ai due cadetti; e buttato via il bastone che gli era di impaccio, li acciuffò pel petto uno da destra, uno da sinistra, squassandoli con così violenta rapidità che quelli non ebbero né il tempo, né il modo di scansare l’assalto e difendersi.
Rosalia mandò un grido di spavento; al suo grido fecero eco quello di sua madre e suo padre, il signor Anselmo, che stupìto e spaventato si mise a gridare:
- Tullio! Tullio!...
Quelle grida, gli urli dei cadetti, lo sbatacchìo delle sciabole sul selciato, fecero voltar la gente, che non si era accorta di nulla, tanto il gesto di Tullio era stato subitaneo. Ma alla vista confusa di quei tre corpi che si agitavano scompostamente, non sapendo che fosse, le donne, levando alti strilli, scapparon di qua e di là, gli uomini indietreggiarono, intorno a Tullio ed ai cadetti, si fece largo e apparve allora agli occhi di tutti uno spettacolo così singolare, che la paura si mutò in stupore.
I due cadetti, rossi in viso, col capo nudo, (che i kepy dopo aver dondolato un po’, eran caduti) con le uniformi sbottonate, sgualcite, facevano sforzi per liberarsi dalle mani di Tullio Spada; ma quelle mani parevan due morse di acciaio, e le braccie due leve possenti che sbattevano i malcapitati in alto, in basso, a destra e a sinistra come due burattini. Sbuffando, sacramentando, non potendo liberarsi da quelle mani indiavolate, i cadetti cercavano di sguainare le sciabole; ma Tullio Spada compì un gesto, che suscitò la meraviglia di tutta la folla.
Con un gesto, che pareva non gli costasse alcuno sforzo, così acciuffati come li aveva, sollevò i due cadetti in alto, uno a destra, l’altro a sinistra; li sollevò oltre la sua testa; li tenne così un attimo, quasi per godersela a vederli buttar le gambe in aria; e, come fossero stati i piatti di una gran cassa, li battè, uno contro l’altro, una volta, due volte, tre volte…
Pareva battesse due pantofole per spolverarle. La folla dapprima sbalordita alla forza prodigiosa di quei muscoli e di quei nervi, ruppe in grida di entusiasmo, come a uno spettacolo.
- Bene! bravo! forza!... pigliatevi questa, marionette!
Ma ecco una voce gridare:
- I birri! I birri! Coi birri, in quei tempi specialmente, era meglio non averci da fare. Tullio Spada diede un ultimo colpo ai cadetti, e, mezzo svenuti per le percosse e per la vergogna, gittatili per terra come due sacchi vuoti, fendè la folla, che lo applaudiva e, infilato il portone della casa della fidanzata, lo chiuse di dentro, per mettersi in salvo, prima che giungessero i birri...


Luigi Natoli: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1820, al tempo delle vendite carbonare e della rivoluzione.
L'opera è la trascrizione del romanzo originale, pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930. 
Pagine 342 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina e disegni di Niccolò Pizzorno.
Braccio di Ferro avventure di un carbonaro fa parte anche della Trilogia del Risorgimento, che comprende I morti tornano... (Palermo 1837) e Chi l'uccise? (Palermo 1848) 
Pagine 850. Prezzo di copertina € 24,00.
Copertina e disegni di Niccolò Pizzorno 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria. 

Luigi Natoli: Il Toledo nel giugno del 1820... Tratto da: Braccio di Ferro. Avventure di un carbonaro. Romanzo storico siciliano.


Che folla pel Toledo! E sì, che quell’anno – 1820 – il mese di giugno era in Palermo più arroventato del solito. Ma era giorno di festa; e la folla aspettava il passaggio di una processione promossa dai padri Gesuiti in onore di S. Luigi Gonzaga, alla quale prendevano parte tutti i giovanetti delle loro scuole. La processione doveva percorrere la lunga, diritta e bella strada, che dal cinquecento in poi era stata chiamata col nome del vicerè don Garzìa de Toledo e lo serbò fino al 1860, quando le sostituirono quello di Vittorio Emanuele. Era allora la strada principale della città; la via Maqueda che la taglia in croce, bella e lunga ugualmente, non avea che il secondo posto. Le più ricche botteghe, i palazzi più cospicui, le chiese più belle erano – e sono ancora – sulla via Toledo; in essa palpitava la vita della città: ma l’aspetto era allora un po’ diverso da quello d’oggi, perché molte botteghe avevan sulla porta una pensilina, – con voce dialettale “pinnata” – che talvolta era sorretta da pilastrini; e avean la porta divisa in due parti ineguali da una colonna: dalla parte minore sporgea per circa due palmi sul marciapiedi il banco: e pensiline e banchi ingombravano e impedivano alla vista di correr liberamente. In compenso offrivan ombra e sedili alla folla, nei giorni di festa, e riparo in quelli piovosi.
Quel giorno sotto le pensiline e sui banchi si assiepava la folla. Era un alternarsi, un sovrapporsi, un confondersi di vesti bianche, rosa, cilestri trasparenti e vaporose; di scialletti di crespo di seta che parevan tessuti di nuvola; di cuffie bianche e di cappelloni di paglia; uno sventolìo di piccoli ventagli d’osso o d’avorio luccicanti di pagliette d’argento; interrotto, frammezzato dalle macchie turchine o verdi o color di foglia secca, che mettevano i vestiti maschili fra quelli donneschi. La stessa folla di colori si vedeva agli sbocchi dei vicoli, lungo la via, su nei balconi; e per tutto era un cicaleccio, un ronzìo confuso, sul quale a quando a quando irrompevano più forti e distinte le grida dei venditori ambulanti d’acqua gelata, di semini di zucca e di fave tostate, di ciliege, o di dolciumi. Quelle grida cadenzate, musicali, metaforiche e gioiose sgorgavano sul ronzìo afoso come freschi zampilli nell’arsura del sole.
Ai Quattro Canti la folla era più densa, trattenuta dai granatieri, schierati di qua e di là, per lasciar libero il passo alla processione, e sorvegliata dai birri armati di bastone: ma si accalcava intorno ai palchetti rizzati sulle fontane, dai quali i musici avrebbero intonato “la cantata”; e dinanzi al Caffè di Sicilia, dove si faceva un gran sorbire di gremolate e di acquetta d’amarena.
Tullio Spada, come ogni buon cittadino palermitano amante di feste e di spettacoli, attraversati i Quattro Canti, andò a fermarsi a pochi passi di lì, quasi all’angolo della “Calata dei Musici” che metteva in comunicazione la piazzetta Pretoria con la via Toledo: e si chiamava così, perché vi era il convegno dei professori d’orchestra e dei virtuosi di canto, e, per dirla con una parola moderna, la borsa di lavoro o il sindacato di quei disperati.
Egli avea tre ragioni di fermarsi in quel luogo: prima di tutto perché i Quattro Canti erano il punto di riunione, di sosta, di ritrovo di tutti i cittadini e dei “regnicoli”, ossia dei provinciali che venivano a Palermo; il cuore, e per certi aspetti, anche il cervello della città; poi, perché, essendo un bel giovane elegante, non gli dispiaceva essere ammirato; e infine – questa era la vera ragione principale e più forte – perché di lì guardando un balcone al primo piano d’un palazzo di fronte, poteva vagheggiare Rosalia.
Rosalia era la sua fidanzata, e stava al balcone aspettandolo. Una simpatica e graziosa fanciulla di sedici o diciassette anni, capelli neri che incorniciavan l’avorio del volto ovale, ed occhi nerissimi, che avevano nella profondità appassionata dello sguardo qualcosa di timido e dolce.
Oh, che bisogno aveva Tullio di vagheggiarla da lontano, se era la sua promessa sposa? Gli è che allora in Palermo, e peggio ancora nel resto della Sicilia, pareva una cosa sconveniente, quasi scandalosa lasciar i fidanzati vedersi da vicino e parlarsi, per qualche ora al giorno. Quando i genitori della fanciulla erano di buon cuore e di manica larga concedevano al giovane di venire una volta la settimana, per un’oretta, a visitare la promessa sposa, e a dirle, per esempio: - “Come state?” – o – “che bel tempo!” – ovvero: – “Avete bevuto la cioccolata?” e simili cose graziosissime e divertenti. Oggi ce ne meravigliamo e ne ridiamo; ma allora, nella borghesia semplice e patriarcale, prudente e scrupolosa, parevan le cose più naturali e non ne ridevano; ci vivevano tranquilli e felici.


Luigi Natoli: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo del 1820, al tempo delle vendite carbonare e della rivoluzione.
L'opera è la trascrizione del romanzo originale, pubblicato in dispense dalla casa editrice La Gutemberg nel 1930. 
Pagine 342 - Prezzo di copertina € 22,00
Copertina e disegni di Niccolò Pizzorno.
Braccio di Ferro avventure di un carbonaro fa parte anche della Trilogia del Risorgimento, che comprende I morti tornano... (Palermo 1837) e Chi l'uccise? (Palermo 1848) 
Pagine 850. Prezzo di copertina € 24,00.
Copertina e disegni di Niccolò Pizzorno 
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store di vendita online e in libreria. 

giovedì 2 febbraio 2023

Luigi Natoli: Il palazzo reale di Palermo nel 1789. Tratto da: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano.

Il palazzo reale, dimora del vicerè dal secolo XVI in poi (prima abitavano nel Castello a mare o nello “Steri”, o palazzo dei Chiaramonte, ceduto poi al Sant’Offizio, e oggi ai Tribunali) sorge in capo alla via principale, allora battezzata col nome di Via Toledo, ma dal popolo, come anche oggi, detta Cassaro, dall’antica denominazione araba. È un vasto edificio, o meglio l’aggregato di parecchi edifici, sorti per aggiunzioni posteriori o per trasformazioni di alcune antiche parti. Della sua forma primitiva non rimane più nulla; però sono ancora riconoscibili le masse pesanti di due torri delle quattro che lo fortificavano, quando esso era castello o rocca, sotto gli Emiri e poi sotto i re Normanni e Svevi. In una di esse la torre di S. Ninfa, la più visibile, si trova ora la Specola, o osservatorio astronomico, che all’epoca del nostro racconto era stato istituito da un anno; l’altra si indovina nell’ala che domina la sottostante Porta di Castro, ora distrutta. Gli appartamenti regali occupavano ancora la parte centrale, cui tolse l’aspetto di fortezza, e ridusse nella forma presente, il vicerè marchese de Villena.
La storia di questo palazzo è la storia di Palermo; e in gran parte anche della Sicilia. Tutte le vicende liete e tristi dell’isola vi sono legate intimamente, da quando la città divenne capo di regno. Da lì Ruggero II spinse l’avido sguardo sognatore di più alto scettro; da lì Federico II iniziò la sua lotta cinquantenaria contro la teocrazia, primo a intendere la laicità dello Stato. Giorni di servaggio e di indipendenza. Rivoluzioni baronali e di popolo; occulte e palesi tirannie e voci di libertà, si librarono da quel palazzo, or come stormi di avvoltoi rapaci, or di audaci aquile. Nelle aule di quel palazzo, Federico raccolse la bella scuola dei suoi poeti volgari; Ferdinando IV decretò le stragi del 1799; Garibaldi proclamò la libertà della Sicilia. Lì si adunavano i Parlamenti; sedeva la deputazione del regno, vigile custode delle costituzioni e delle guarentigie dell’isola; ivi i supremi tribunali.
Su per le stanze, intrighi ed amori e ordini occulti di morti misteriose, si alternavano col fasto borioso dei vicerè spagnoli e con l’ostentazione delle pratiche religiose; o scoppiavano fieri conflitti fra il potere viceregio e la potenza baronale...
Espugnare il Palazzo significava avere la città in potere. Nel 1648, il cardinal Trivulzio, venuto a reggere l’isola, faceva abbattere alcuni edifici monumentali che vi sorgevano da presso, e fra essi una basilica eretta da Belisario, per costruire due bastioni in difesa del Palazzo. Quei bastioni, propugnacolo di tirannide, furono smantellati nel 1848 dalla rivoluzione vittoriosa. All’epoca del nostro racconto, cioè nel 1792, erano in piedi, cinti di fosso, muniti di artiglierie pronte a far fuoco.
Per andare al Palazzo bisognava passare fra’ due bastioni. La porta principale, sormontata da una magnifica aquila marmorea, era custodita dalla guardia svizzera; e guardie si trovano su per la magnifica scala di marmo rosso di Castellammare. Le carrozze e le portantine si fermavano dentro l’ampia corte, a doppio ordine di portici; quelli del primo piano mettevano agli uffici e agli appartamenti. Un corridoio conduceva a quelli regali.
Dopo le sale di servizio, si trovava il grande salone dove S. E. il vicerè teneva le solenni udienze, e dove si radunava il Parlamento. L’antica aula del Parlamento era giù, al pianterreno; l’aveva decorata di pitture Pietro Novelli; v’era fra l’altro dipinta la cerimonia dell’apertura del Parlamento e quella dell’atto di fede solito a celebrarsi dal Sant’Offizio; ma il capriccio di un vicerè abolì quell’aula, cui si legavano tante memorie; e ne fece scuderie. Le rappresentazioni pittoriche del Novelli non udirono più che nitriti e bestemmie.
Il Parlamento fu trasportato negli appartamenti regali; e il vicerè don Francesco d’Aquino, principe di Caramanico, poco dopo il suo arrivo, ne fece dipingere a fresco la grande aula, facendovi rappresentare sul soffitto l’allegoria della Maestà regia protettrice delle scienze e delle arti.
Oggi quelle pitture non esistono più.
Pochi anni dopo, re Ferdinando le fece cancellare, per fare dipingere dal pittore Giuseppe Velasquez le fatiche e l’apoteosi d’Ercole. Forse per non vedere in quella simbolica Maestà regia un’ironia a quelle virtù che egli non ebbe mai.


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine Settecento. Il volume è la ricostruzione del romanzo originale pubblicato in dispense con la casa editrice La Gutemberg nel 1913.
Pagine 880. Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store online e in libreria. 

Luigi Natoli: La foresteria della Chiesa di Santa Maria di Gesù. Tratto da: Calvello il bastardo.

Lo accompagnarono nella foresteria: due celle in fondo al corridoio, presso l’ampio balcone che dava sul giardino, e dal quale si vedeva la città distendersi giù pel clivo, fino a mare. Il frate che l’accompagnava aprì una di quelle celle, depose sopra un tavolino la lampada di ottone, a due lucignoli, augurò la buona notte e se ne andò.
Corrado esaminò la stanza: era più grande delle celle ordinarie, con una finestra di fronte all’uscio: le pareti bianche; il letto di ferro, modesto, ma pulito e soffice; accanto al letto un inginocchiatoio sormontato da un Crocefisso annerito dal tempo, e una piletta d’acqua santa; addossata ad una parete, una tavola di quercia, e su, in alto, uno scaffalino, a due palchetti, pieno di libri, legati in pergamena, coi titoli scritti a grosse lettere nere, per il lungo del dorso. Ne prese uno, che destò la sua curiosità: era un libro di note manoscritte, che riguardavano la cronaca del convento. Il frate compilatore aveva cominciato col notarvi l’anno della fondazione del primo convento nel 1472, fuori le mura, per opera di Pietro e Giacomo de Bruno e delle elemosine dei cittadini; trasportato poi nel centro della città, e arricchito di rendite e di doni. Seguiva la trascrizione dei documenti; poi la descrizione dei poderi, quella dell’edificio del convento e della chiesa; e le lodi dei quadri del Monocolo da Racalmuto e del Monrealese, del gruppo della Pietà, marmo del 1430, che i “forestieri volevano pagare a peso d’oro”, la tomba di Simone Solito del 1626, e quell’altra più bella assai di Giambattista Romano e Ventimiglia, barone di Resuttano, del 1552. E infine seguivano brevi elogi dei frati insigni, e dei personaggi ragguardevoli che il convento aveva ospitato.
Corrado sfogliava negligentemente, come chi non sa che farsi, senza leggere in verità, ma scorrendo con l’occhio ozioso qua e là sulle pagine, cogliendo qualche parola, qualche titolo; mentre il suo cervello pensava ad altro.
Ad un tratto sentì il sangue dargli un tuffo. Un nome gli cadde sott’occhio, le cui lettere gli parve che formassero una parola a lui già nota. Rilesse: era una noticina che diceva:
“Nota come addì 15 di marzo di questo anno 1766 è stato nostro ospite l’illustrissimo signore don Goffredo Calvello barone e duca di Melia, e uno dei primi titoli del regno; essendo padre guardiano fra Felice, suo consobrino dal lato paterno”.
Gli occhi gli tremolarono, divenne pallidissimo. Goffredo Calvello, tre giorni dopo la nascita di lui, s’era recato a Termini: Goffredo Calvello era il proprietario di quella borsa trovata nel cofanetto; quella borsetta Dorotea aveva indicato con le parole “tuo padre!”; Goffredo Calvello era suo padre, e forse l’uccisore della povera donna!


Luigi Natoli: Calvello il bastardo. Romanzo storico siciliano ambientato nella Palermo di fine Settecento. Il volume è la ricostruzione del romanzo originale pubblicato in dispense con la casa editrice La Gutemberg nel 1913.
Pagine 880. Prezzo di copertina € 25,00
Copertina di Niccolò Pizzorno.
Disponibile dal catalogo prodotti della casa editrice al sito www.ibuonicuginieditori.it (consegna a mezzo corriere in tutta Italia)
Disponibile su tutti gli store online e in libreria.